20060929 11:33:00 webmaster
Franco Mimmi (da l’Unità)
Lula il sindacalista, l´uomo di sinistra, è in testa ai sondaggi in vista delle elezioni presidenziali brasiliane del primo ottobre, con il 50% delle intenzioni di voto, e potrebbe essere rieletto già al primo turno, ma il rischio-Paese, l´indice che condiziona gli investimenti stranieri, è basso come non mai e i capitali affluiscono copiosi.
Quattro anni or sono, dopo la vittoria di Luis Inacio Lula da Silva e del Partito dei lavoratori, i mercati internazionali e i grandi imprenditori brasiliani mostrarono di temerli tanto da far cadere il real fino a 4 per dollaro, ma oggi la quotazione è poco più della metà, perché i mercati e le grandi imprese desiderano solo la rielezione di Lula.
Fenomeno di un Lula, come avrà fatto a far digerire al diavolo capitalista l´acqua santa di una politica di sinistra? Semplice: si è guardato bene dal fare una politica davvero di sinistra, che attuasse le promesse della campagna elettorale, e ha puntato invece su una ortodossia economica che rassicurasse il Fondo monetario e i mercati, su una politica finanziaria che consentisse ai ricchi di farsi ancora più ricchi, e su una politica populistica a base di sussidi – come il programma Bolsa Familia, destinato a 11 milioni di famiglie – che gli garantisse i voti dei diseredati. Indubbiamente, rispetto al 2002, ha perduto appoggi presso la impoverita classe media, ma ciò è stato ampiamente compensato dalla debolezza del candidato scelto dall´opposizione: Geraldo Alckmin, ex governatore dello Stato di San Paolo. Non si pensi però che si sia trattato di una scelta sbagliata del Partito socialdemocratico: convinti della ineluttabilità della vittoria di Lula, i veri capi del Psdb – José Serra (già sindaco di San Paolo) e Aecio Neves (governatore dello stato di Minas Gerais) – hanno preferito mandare allo sbaraglio il grigio opusdeista Alkmin e riservarsi per la corsa del 2010, quando Lula non sarà rieleggibile. Per maggiore tranquillità, i due capi tucanos (cosiddetti dall´uccello esotico che il partito ha per simbolo) evitano addirittura di fare campagna in favore del loro candidato: non si sa mai che venisse eletto e si trasformasse nel candidato d´obbligo del 2010. Non stupisce che il poveretto nei sondaggi non superi il 27 per cento.
Per alcune settimane è sembrato che crescesse, come avversario di Lula, la sua ex compagna di partito Heloisa Helena, senatrice del Partito socialismo e libertà da lei fondato quando, nel 2003, fu espulsa dal Pt perché contraria a una politica che giudicava neoliberale. Ma dopo una fiammata che l´aveva portata al 12 per cento Heloisa ha perso vigore, soprattutto dopo avere dichiarato che, fosse eletta presidente, non farebbe certe cose che sono nel programma del suo partito – come l´espropriazione delle grandi fazendas – perché «il programma del partito non ha nulla a che vedere con il programma del governo». Non è bastata, a frenare il regresso, una lettera di appoggio di 358 intellettuali di tutto il mondo tra cui il linguista americano Noam Chomsky e il regista britannico Kenneth Loach.
Ma in questa grigia campagna elettorale, così diversa da quelle combattute e scoppiettanti che il Brasile ha vissuto dal 1989 (prime libere elezioni popolari dopo quasi trent´anni di regime autoritario), quello dei tucanos che non appoggiano il loro uomo non è l´unico paradosso. E anzi il maggiore è proprio di Lula, che svolge una campagna più avulsa possibile dal suo partito per non pagare le conseguenze degli episodi di corruzione di cui i petisti, antichi fustigatori di governi corrotti, si sono resi protagonisti in questi quattro anni. Se ne sono viste di tutti i colori: l´acquisto dei voti dell´opposizione per far passare le leggi del governo ha portato alle dimissioni di Josè Dirceu, braccio destro di Lula; un assessore del Pt è stato arrestato per delitto fiscale dopo essere stato fermato all´aeroporto con 200 mila reali in una valigia e 100 mila nelle mutande; il ministro del Tesoro Antonio Palocci si è dimesso sotto l´accusa di corruzione; e infine Lula ha dovuto liberarsi in fretta persino dell´uomo che guidava la sua campagna, Ricardo Berzoini, per uno scandalo di dossier destinati a colpire gli avversari.
Lula ha sempre affermato di essere all´oscuro di tutto. La cosa è poco credibile, ma l´opposizione non si azzarda ad attaccarlo perché la corruzione è generale e gli armadi dei partiti sono pieni di scheletri: basti dire che un 20 per cento dei parlamentari è sotto investigazione, la metà di essi per avere favorito la vendita sovrapprezzo di autoambulanze in cambio di tangenti e perciò giustamente soprannominati «le sanguisughe».
C´è da dire che Alckmin ed Heloisa si sono fatti precedere persino nella presentazione del programma, ma quello di Lula è comunque un documento assai vago in cui ribadisce l´impegno a ridurre le disuguaglianze sociali, a dare impulso all´istruzione e alla democrazia, all´occupazione e al reddito, mantenendo l´inflazione sotto controllo. Ecco, l´economia. Qui il governo di Lula ha indubbiamente ottenuto notevoli successi. La riduzione dell´inflazione al 4 per cento e l´aumento del potere d´acquisto dei redditi più bassi, sicché oggi un salario minimo (350 reali al mese) consente di acquistare due «ceste basiche» di prodotti alimentari. Un afflusso costante di capitali, che ha portato le riserve a 65 miliardi di dollari consentendo di rinunciare alla linea di credito dell´Fmi. Ma è anche vero che la crescita è pari solo al 3,3 per cento del Pil, quando Cina e India viaggiano attorno al 10 per cento, perché, affermano gli osservatori, i tassi di interesse sono troppo alti, il che frena gli investimenti produttivi e aumenta l´afflusso degli investimenti finanziari stranieri, il che mantiene troppo alto il valore del real rispetto a dollaro e euro, il che pregiudica le esportazioni.
Però industriali e commercianti non si lamentano, perché hanno il loro tornaconto dal lato finanziario: invece che investire nelle loro imprese (che comunque operano con margini altrove inusitati), mettono i soldi in depositi che rendono un minimo del 14 per cento, ovvero il 10 per cento al netto dell´inflazione: l´interesse più alto del mondo. Le cose vanno meno bene per la gente qualunque, che per avere un prestito deve affrontare tassi superiori al 50 per cento all´anno e per acquistare a credito paga fino al 12 per cento al mese. Il governo aveva varato un progetto per migliorare un po´ le cose, ma ecco il risultato, nell´articolo di un quotidiano: «A causa della pressione degli istituti finanziari, il ministro del Tesoro, Guido Mantega, ha ritirato il pacchetto di misure di riduzione dei tassi bancari». Non stupisce che un vescovo abbia accusato il presidente di avere trasformato il Paese in un «paradiso finanziario». E tuttavia, prima di chiedere alla storia la condanna di Lula sarà bene attendere il suo secondo mandato. Perchè i precedenti governi avevano fatto, per i poveri, assai meno di lui. Perché certamente, se avesse cercato di fare di più per i poveri, tutti i poteri economici del Paese avrebbero decretato la rapida rovina del governo petista. E perché infine, non essendo oltretutto più rieleggibile, Lula potrebbe dedicare i prossimi quattro anni a svolgere davvero il programma di governo che ci si aspetta da un uomo di sinistra.
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2006-1
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