2566 USA, 11 settembre: le radici della paranoia

20061214 13:07:00 webmaster

Secondo un sondaggio condotto in luglio da Scripps News Service, un terzo degli americani pensa o che gli attacchi dell’11 settembre siano stati eseguiti dal governo, o che il governo li abbia consentiti per avere un pretesto nella guerra in Medio Oriente. Si tratta di un risultato al tempo stesso allarmante, e poco sorprendente. Allarmante, perché se davvero decine di milioni di americani ritengono che il loro governo sia complice nell’assassinio di 3.000 loro concittadini, sembrano piuttosto allegri a questo proposito.

Gira e rigira, la vita continua, anche se decine di milioni di persone credono a quanto pare di essere governate da degli stragisti. Poco sorprendente, perché lo stesso governo che tanti americani sospettano di complicità nell’11 settembre si è guadagnato una giustificata fama di agire di soppiatto: armi di distruzione di massa, prigioni segrete, intercettazioni illegali. Cos’altro stanno nascondendo?

Questo modo di agire in segreto non solo alimenta un diffuso cinismo pubblico, ma ha aperto la strada al fiorire di varie teorie sull’11 settembre. Con il lento avanzare di queste teorie – propugnate dal cosiddetto Movimento per la Verità sull’11 Settembre – verso i margini della mainstream , si è evocato lo spettro di un ritorno (se mai se ne era andato) di quanto Richard Hofstadter notoriamente chiamava “lo stile paranoico della politica americana”. Il vero pericolo posto dal Movimento per la Verità , però, non è la paranoia. Il pericolo è invece il discredito, la deformazione del salutare scetticismo che gli americani sempre più mostrano verso i propri leaders .
La recente crescita del Truth Movement si può attribuire in gran parte alla distribuzione tramite internet del documentario Loose Change. Un film a basso costo prodotto da due ventenni con l’intento di sbugiardare la storia ufficiale dell’11 settembre, è stato visto in rete milioni di volte. A complemento di Loose Change esistono contributi di tipo più accademici da parte di un piccolo gruppo di studiosi, molti dei quali riuniti in Scholars for 9/11 Truth . Due di questi accademici, il teologo fuori ruolo David Ray Griffin e il pure fuori ruolo professore di fisica alla Brigham Young University, Steven Jones, hanno scritto libri e articoli che rappresentano il vangelo del movimento. Video delle loro conferenze circolano fra le rigogliose schiere dei devoti via internet alla causa dei “truthers”. Vari gruppi si sono organizzati in sezioni in tutto il paese e organizzano conferenze attirando centinaia di persone. Nell’ultima tornata elettorale, il sito web www.911truth.org ha addirittura proposto un questionario che elencava domande per i candidati, come fanno la Camera di Commercio Usa o il Sierra Club. I rapporti del Movimento per la Verità con la verità possono anche essere labili, ma non c’è alcun dubbio che di un movimento si tratti.

Gli attivisti della verità spesso si limitano a dire semplicemente di “porre domande”, che tendono a focalizzarsi con ostinazione su dettagli concreti: I lampioni vicino al Pentagono che avrebbero dovuto essere abbattuti dal Volo 77, l’altitudine a cui in Pennsylvania i cellulari del Volo 93 avrebbero smesso di funzionare, la temperatura a cui brucia il combustibile dei reattori o a cui fonde l’acciaio. Poi queste apparenti incongruenze vengono utilizzate a sostenere che gli eventi principali dell’11 settembre – l’aereo contro il Pentagono, il crollo delle torri – non siano stati quello che sembra. Dunque: i resoconti dei testimoni che hanno sentito delle esplosioni nel World Trade Center, insieme al fatto che il carburante dei reattori brucia a 1.500 gradi Fahrenheit e l’acciaio fonde a 2.500, dimostrano che le torri sono state abbattute da esplosioni controllate all’interno degli edifici, non dagli aerei che ci si sono schiantati contro.
Se la ricostruzione ufficiale non va, allora cosa è successo? Come ci si può aspettare, su questo punto c’è qualche dissenso. Come qualunque movimento, anche quello per la Verità è lacerato da conflitti interni tra le varie fazioni: chi sottoscrive quelle che vengono definite teorie Lihop (il governo “ Let It Happen On Purpose ”, l’ha lasciato accadere con uno scopo) o le più radicali Mihop (“ Made It Happen On Purpose ”, l’ha deliberatamente provocato). Anche all’interno di questi due gruppi esistono divisioni: alcuni ritengono che il Wtc sia stato fatto esplodere con cariche dopo che gli aeroplani l’avevano colpito, e altri pensano che non ci fossero nemmeno aerei.
La teoria unica sulla natura della cospirazione, nella misura in cui esiste, si basa in parte sul precedente dell’incendio del Reichstag in Germania negli anni ‘30. L’idea è che nello stesso modo in cui i nazisti misero in scena il fuoco al Reichstag allo scopo di spaventare la popolazione e consolidare il potere, così l’amministrazione Bush, i contractors militari, i potentati petroliferi e la Cia avrebbero organizzato l’11 settembre, in modo da avere causa e mezzi per perseguire le proprie ambizioni imperiali senza i laccioli del dissenso e della critica. Ma è lo stesso esempio del Reichstag ad essere distruttivo. Se durante e dopo la guerra molti osservatori, compresi i responsabili del governo americano, sospettavano che l’incendio fosse un complotto nazista, c’è accordo fra gli storici sul fatto che in realtà si sia trattato del gesto di uno zelante anarchico solitario. Il fatto cambia assai poco rispetto al regime nazista, o all’uso dell’incendio per i suoi scopi. É vero che furono i nazisti i principali beneficiari del fuoco, ma ciò non significa che l’avessero appiccato, e lo stesso vale per l’amministrazione Bush e l’11 settembre.

L’esempio del Reichstag contiene anche un insegnamento per coloro che eliminano l’idea stessa di complotto come necessariamente assurda. Era perfettamente ragionevole sospettare i nazisti di aver appiccato il fuoco, nella misura in cui le tracce facevano pensare che fosse andata così. Il problema non è quello delle teorie del complotto in quanto tali; il problema è continuare ad affermare l’esistenza di una cospirazione anche dopo che le prove dimostrano come sia praticamente impossibile.
Nel marzo del 2005 Popular Mechanics ha riunito un gruppo di ingegneri, fisici, esperti di volo e via dicendo, per esaminare in modo critico alcune delle ricorrenti affermazioni del Movimento per la Verità . Le hanno trovate quasi completamente prive di fondamento. Per fare un solo esempio, l’acciaio non fonde a 1.500 gradi Fahrenheit, la temperature di combustione dei carburanti dei reattori, ma comincia a perdere molta della sua resistenza, quanto basta a causare il crollo di una trave portante.
Eppure nessuna mole di contestazioni sembra funzionare. Internet fornisce alle persone con interessi esoterici la possibilità di passare tutto il tempo che vogliono coltivando i propri hobbies , e se il Movimento per la Verità fosse l’equivalente politico degli appassionati e seguaci del Signore degli Anelli , non ci sarebbe molto da badarci. Ma le linee tendenziali dell’opinione pubblica si stanno spostando verso l’orientamento dei truthers , anche dopo il rapporto della Commissione ufficiale sull’11 settembre, che si pensava chiudesse la questione una volta per tutte.
Naturalmente, il rapporto della commissione è stato in qualche modo superficiale: Bush sentito solo in presenza di Dick Cheney, impedito di accedere ad alcuni testimoni chiave, solo quest’anno apprendiamo di un incontro chiesto da George Tenet l’estate prima degli attacchi per avvertire Condoleezza Rice dei movimenti di Al Qaeda, incontro mai menzionato nel rapporto.

Quindi è difficile dar la colpa alla gente perché pensa che non ci abbiano raccontato l’intera storia. Per sei anni, il governo ha prevaricato, e la stampa in gran parte ha mancato di sottolineare questa semplice verità. Critici come Nicholas Lemann del New Yorker possono anche lamentare un risorto “stile paranoico”, ma i semi della paranoia hanno attecchito anche per la totale mancanza di un adeguato scetticismo da parte della grande stampa, secondo un impulso complementare a quello paranoico, che potremmo chiamare stile credulone. Secondo lo stile credulone tutti gli attori politici agiscono con le migliori intenzioni e in buona fede. Si fanno certo degli errori, ma mai per secondi motivi o per ingerenza indebita da parte dei vari poteri economici forti. Quando chi ha il potere sostiene qualcosa con decisione, è perché ci crede. Quando il sostegno conduce a politiche tali da creare miseria, ciò non si deve a intenzioni malvagie, o cupidigia, o corruzione, ma al semplice errore umano. Ahmad Chalabi ha riassunto perfettamente questa idea del mondo. Di fronte all’evidente assenza delle armi di distruzione di massa che insieme alle sue coorti aveva a lungo predicato presenti in Iraq, ha risposto “Siamo eroi nell’errore”.
Lo stile credulone è da lungo tempo predominante all’interno dell’ establishment , ma la sua presa si è rafforzata dopo l’11 settembre. Quando parla il governo, specie quando parla del Nemico, si deve presumere che dica la verità. Dalle rivelazioni sulla probabile presenza delle armi di distruzione di massa all’attuale inondazione di storie su quanto “pericoloso” sia l’Iran, più e più volte la stampa ha reagito alle dichiarazioni ufficiali sulle varie minacce con una quasi totale assenza di scetticismo. Ogni volta che il governo annuncia la messa sotto accusa di terroristi interni accusati di cospirare la nostra distruzione, la stampa si dedica alla cosa con gusto ossessivo, solo per notare un po’ più tardi, nelle pagine interne o in un casuale trafiletto, che l’intera faccenda era una sciocchezza. Nell’agosto 2003, solo per citare un esempio, i quotidiani di New York riferivano trafelati quello che un rappresentante Usa chiamava “ incredibile trionfo nella guerra contro il terrorismo ”, l’arresto di Hemant Lakhani, supposta mente terroristica colto con le mani nel sacco mentre cercava di procurarsi un missile terra-aria. Solo più tardi il governo ha ammesso che il “complotto” consisteva in un agente informatore dell’Fbi che implorava Lakhani di trovargli un missile, e un agente dei servizi segreti russi aveva chiamato Lakhani offrendosi di vendergliene uno.

E pure dopo circa una decina di cose del genere, i grandi media continuano a riferire puntigliosamente di qualunque presunta minaccia o accusa, saldi nelle convinzione che stare vicino a chi decide sia stare più vicino alla verità. Ma questa prossimità contribuisce più a far buio che luce. É difficile immaginare che il tizio seduto di fianco a noi alla cena dei corrispondenti alla Casa Bianca stia complottando, diciamo, di mandare il paese a una guerra disastrosa e illegale, o che stia spiando gli americani in palese violazione delle leggi federali. Bob Woodward, il giornalista più introdotto nell’amministrazione Bush, è stato fra gli ultimi a capire quanto la Casa Bianca sia cinica e in malafede, quanto abbia manipolato i meccanismi dello stato per i propri particolarissimi fini politici.
E chi ha compreso che questo era sin dall’inizio il modus operandi della Casa Bianca, è stato etichettato come teorico della cospirazione. Durante la campagna elettorale del 2004 Howard Dean l’ha accusata di manipolare il livello della minaccia terroristica e riciclare vecchie informazioni dei servizi segreti. Il gruppo elettorale di Bush ha risposto liquidando Dean come “bizzarro teorico della cospirazione”. Un anno più tardi, dopo essersi ritirato dall’incarico, l’ex Segretario alla Sicurezza Interna Tom Ridge ha ammesso che l’accusa di Dean in realtà era fondata. La medesima accusa di diffondere idee di cospirazioni è rivolta di norma a chiunque insinui che la guerra in Iraq è stata ed è motivata dal desiderio che gli Stati Uniti controllino le seconde riserve di petrolio mondiali.
Per questa amministrazione, “complotto” è un termine incredibilmente utile, che si può applicare nelle situazioni apparentemente più bizzarre, per dichiarare fuori luogo qualunque questione o critica. Rispondendo a una domanda di Brian Williams della Nbc che chiedeva se non avesse mai discusso di cose ufficiali con suo padre, Bush ha risposto che questa era “una teoria del complotto del tipo più azzardato”. Lo stile credulone non riesce a riconoscere secondi motivi nelle azioni politiche, o accordi di cui il pubblico non viene informato.

Al pubblico sono offerte due visioni del mondo: quella credulona e quella paranoica, entrambe insoddisfacenti. Più si sfalda la prima, più aumenta il fascino dell’altra. Le teorie del complotto che affermano di spiegare l’11 settembre vanno nella direzione sbagliata e sono una terribile perdita di tempo, ma il loro istintivo scetticismo è comunque salutare. É giusto sospettare che le azioni del governo, dell’ elite del potere e del complesso militar-industriale non siano quello che appaiono; ed è giusto sollevare questioni quando le risposte offerte si sono dimostrate poco convincenti. Viste le cose non vere che sono state offerte ai cittadini americani negli ultimi sei anni, sorprende che la maggioranza ritenga che il governo stia mentendo su quanto accaduto prima e dopo l’11 settembre?
E il perdurante fascino delle teorie paranoiche riflette un cinismo che i media creduloni non hanno colto, perché postulano l’esistenza di un mondo di buone intenzioni, dichiarazioni a viso aperto, un mondo dove l’idea che un governo possa mentire o abusare dei propri cittadini per il vantaggio proprio o dei suoi benefattori, suona assurda. Il pericolo è che quanto più cinismo e menzogne di questo governo saranno messi a nudo, tanto più le persone – in particolare di sinistra, e il pubblico in generale – saranno attirate nella tana della delusione del Movimento per la Verità sull’11 settembre.
Per evitare un simile destino, il pubblico deve iniziare a potersi fidare del fatto che chi tiene le chiavi del dibattito pubblico condivide il cinismo rispetto all’agenda governativa. In fin dei conti, l’antidoto al Movimento per la Verità è una stampa che rifiuti di consentire al governo di continuare a mentire.

di Christopher Hayes con una nota di Giulietto Chiesa
da The Nation Scelto e tradotto per Megachip da Fabrizio Bottini

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La “paranoia” secondo The Nation
di Giulietto Chiesa

L’articolo di The Nation rappresenta una novità assoluta della stampa americana. The Nation non fa parte del mainstream, essendo una rivista di élite, ma è tuttavia parte dell’establishment liberale (in senso americano) e, quindi è voce autorevole dell’America progressista e democratica.

Il fatto che scriva dell’11 settembre è dunque cosa di indubbio rilievo e una novità considerevole, dopo cinque anni in cui ha riservato all’argomento un’attenzione pari a zero.

Ne parla in tono preoccupato, accorgendosi che decine di milioni di americani hanno dei dubbi, e molto seri, sulla versione ufficiale dell’11 settembre.

La definisce "paranoia" e se la prende con quegli stessi milioni che gli paiono "troppo allegri" rispetto alla tristezza che dovrebbe prenderli avendo scoperto di essere guidati da un governo criminale, che pure hanno allegramente votato – per la verità in minoranza, essendo probabile (Deaglio ci perdoni se osiamo immaginare un secondo e un terzo complotto americano simili al suo primo complotto italiano) che la prima e la seconda vittoria dell’Imperatore siano state non poco imbrogliate.

Dunque tutti coloro che non credono alla versione ufficiale sarebbero più o meno "paranoici". Questa tesi fa il paio con quella di un altro liberal americano, Aleksander Cockburn, di cui Le Monde Diplomatique ha appena pubblicato un lungo articolo dal titolo significativo e sarcastico: "Le complot du 11-septembre n’aura pas lieu" (Il complotto dell’11 settembre non avverrà). Gli scettici, scrive Cockburn, sostengono tesi assurde e deliranti. Entrambi, Cockburn e The Nation , evitano accuratamente di entrare nel merito. Come Deaglio, o Pier Luigi Battista, o Mario Pirani, si dedicano alla filosofia, senza preoccuparsi di andare a verificare nessuna delle argomentazioni. E’ la caratteristica di quasi tutti i commentatori che si sono svegliati adesso su questo tema: evitare il merito e distribuire etichette. Cockburn, in verità, lo fa peggio di The Nation , che almeno riferisce alcune delle critiche principali (enunciandone solo, per così dire, i titoli), aggiungendo che nella versione ufficiale ci sono effettivamente alcuni buchi clamorosi, e precisando che la colpa della paranoia è soprattutto di un’Amministrazione che si è dimostrata tanto bugiarda (vedi guerra irachena) che tutti hanno, in linea di principio, il diritto di diffidare delle cose che dice.

Ma l’uno e gli altri giudicano "allarmante" il fatto che la teoria del complotto sia riuscita a "penetrare" in larghi settori della sinistra americana e in larghissimi settori dell’opinione pubblica americana.

Trovo interessante questa doppia constatazione, che fa ben sperare, a mio giudizio, sullo stato di salute degli Stati Uniti. Anche di quello mentale, perchè non riesco a vedere come un sano dubbio, praticato da decine di milioni di persone, possa essere considerato come un sintomo malefico e patologico. Molto interessante anche la scoperta di The Nation , che accusa i media americani di essere piuttosto occupati a "stare vicino al potere" che non preoccupati di raccontare la verità al pubblico, con la conclusione che tutto ciò "porta più buio che luce".

The Nation rileva poi un’altra verità: che il movimento per la verità sull’11 settembre è diviso in molte fazioni, ciascuna delle quali sostiene cose diverse, con diverse accentuazioni. Ma ci sarebbe da stupirsi del contrario. Un pubblico disorientato per decenni dalla bugia ufficiale, privo di partiti in grado di orientarlo, terrorizzato da pericoli veri e fittizi mescolati assieme, ingigantiti gli uni e gli altri, privato dell’informazione minima per fare luce, dovrebbe reagire compattamente, come un sol uomo? Come ci si può attendere un tale risultato? Gl’intellettuali di The Nation farebbero bene a stare più vicini alla loro gente e, forse, finirebbero anche loro per capirci qualche cosa di più, anche se c’è da dubitare che arriverebbero a conclusioni più precise per quanto concerne l’11 settembre.

La cosa comunque più sbalorditiva, se non conoscessimo questo tipo di giornalisti, è che tutti costoro – che definiscono gli altri paranoici – considerino a priori credibile la versione ufficiale, le cui caratteristiche sono straordinariamente simili a quelle di un cartone animato di Walt Disney. Il tutto riassumibile nelle fatidiche cinque parole italiane "E’ stato Osama bin Laden" (ovvero le quattro parole americane: "Bin laden did it"). Ma il meglio ce lo riserva Cockburn, il quale porta l’argomentazione (anch’essa filosofica) suprema per sbaragliare le tesi degli scettici. "Come si può sostenere una tale sciocchezza?", dice Cockburn. Equivale ad affermare che "Bush e Cheney disporrebbero di un livello di competenza così elevato da riuscire a realizzare un’operazione così sofisticata" come l’11 settembre. Dimostrateci che ce l’hanno, dice Cockburn. Cioè a dire che, invece, Osama ce l’ha avuta. Forse noi siamo paranoici, ma ci vuole un bel delirio per arrivare a scrivere queste sesquipedali imbecillità. Come quella che viene attaccata all’altra, come le ciligie che viaggiano in coppia, secondo cui chi dubita e pone domande sull’11/9 dimostrerebbe di avere "una fiducia assoluta nell’efficienza americana". Cioè un’altra variante patologica, consistente nell’ingigantire a dismisura le forze del nemico.

Come se non avessimo alle spalle cinquant’anni in cui quei pasticcioni di americani, di errore in errore, di provocazione in provocazione, non fossero riusciti a dominare il mondo intero.

Giulietto Chiesa

www.megachip.info

 

 

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