5229 Clamoroso sondaggio: un terzo degli elettori con gli “estremisti” di piazza Navona

20080716 12:33:00 redazione-IT

Contrariamente a quanto sollevato da gran parte dei media, la manifestazione NO CAV 2 dello scorso 8 luglio a Piazza Navona a Roma, ha riscosso il "gradimento" di oltre il 30% degli italiani. Lo afferma Renato Mannheimer in un sondaggio apposito i cui risultati sono stati pubblicati dal Corriere della Sera. Presentiamo di seguito alcuni interventi che possono contribuire a dare una lettura più corretta dei risultati della manifestazione, di quanto abbia fatto il complesso mediatico-politico nazionale.

– Il regime mediocratico – 16/7/08 (di Ilvo Diamanti – da la Repubblica)
– Clamoroso sondaggio: un terzo degli elettori con gli “estremisti” di piazza Navona – 15/7/08 (di Paolo Flores d’Arcais – da MicroMega.net)
– La risposta di Sabina sul Corriere – 14/7/08 (di Sabina Guzzanti – da www.sabinaguzzanti.it)
– Dalla parte della piazza (di Oliviero Beha – www.olivierobeha.it)

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[url]http://www.emigrazione-notizie.org/news.asp?id=5204[/url]

Il sondaggio di Renato Mannheimer

La manifestazione contro Berlusconi, tenutasi martedi’ scorso in piazza Navona ha suscitato larga eco nei media e tra gli osservatori del nostro sistema politico. Specie a causa dei toni di alcuni interventi, da molti giudicati volgari o, comunque, inopportuni. Tuttavia, forse anche a seguito di queste reazioni, l’evento ha dato vita a fenomeni rilevanti nella pubblica opinione e ha messo in luce – o, talvolta, accentuato – orientamenti contrastanti all’interno di entrambi i poli, di maggioranza e di opposizione. Beninteso, la manifestazione, per come e’ stata indetta e, specialmente, per come si e’ svolta, viene valutata come poco o per nulla opportuna alla maggioranza assoluta (55%) della popolazione. Ma e’ significativo il fatto che, al tempo stesso, essa viene approvata da una minoranza molto estesa, pari a quasi un terzo dei cittadini. E, quel che e’ piu’ rilevante, una quota di favorevoli e’ presente in ambedue gli schieramenti, naturalmente in proporzioni assai diverse in relazione all’orientamento politico degli elettori, ma tale da evidenziare ovunque l’esistenza di opinioni contrapposte. Nell’ambito del centrosinistra, il maggior consenso per l’iniziativa si rileva tra i votanti dell’Idv, che ha indetto l’evento.
Qui la maggioranza assoluta (56%) giudica positivamente la manifestazione, ma, al tempo stesso, il 38% la ritiene fuori luogo. Nell’elettorato del Pd, si riscontra, nonostante la condanna dell’iniziativa dipietrista da parte di Veltroni, un’approvazione di dimensioni di poco inferiori (48%), il che mostra come solo una minoranza, seppur molto ampia (39%), la valuta negativamente, coerentemente con le indicazioni del partito. Anche nel centrodestra riemergono contraddizioni interne. Infatti, valuta come opportuna la manifestazione persino una parte significativa (12%) dell’elettorato del Pdl e una ancora maggiore (22%, vale a dire di un elettore su 5) della Lega. Il che sembra suggerire come financo all’interno della maggioranza si sia formato un orientamento critico verso l’operato del Cavaliere. Si tratta di un fenomeno di dimensioni limitate, che tuttavia rappresenta un fatto nuovo nel panorama politico e che si e’ evidenziato proprio a seguito dell’evento di piazza Navona. Come si sa, il governo guidato da Berlusconi gode tuttora del consenso della gran parte degli italiani. Ma, anche a causa del clamore che ha suscitato, la manifestazione di Di Pietro ha provocato rilevanti fratture sia nella maggioranza, sia nell’opposizione, incrinando in misura piu’ o meno intensa la leadership di entrambe.

(dal Corriere della Sera 13 luglio 2008)

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Il regime mediocratico – 16/7/08
di Ilvo Diamanti – da la Repubblica

Da Silvio Berlusconi a Sabina Guzzanti, passando per Beppe Grillo: il percorso della democrazia italiana sembra essersi compiuto. Oltre la democrazia del pubblico e dell’opinione. Fino alla "mediocrazia". La definiamo così non per evocare "mediocrità", che per noi è una virtù democratica, quando riassume passioni timide, distacco, moderazione. Intendiamo, in questo modo, echeggiare il potere dei "media". Che hanno imposto alla politica non solo il linguaggio, lo stile: anche le regole e i modelli di organizzazione. Infine, gli attori.

Naturalmente, sappiamo che l’intreccio fra media, comunicazione e politica ha una storia lunga e globale, costellata di esempi illustri e per nulla "mediocri". Basti pensare a Ronald Reagan, modesto attore in età giovanile, ma presidente Usa fra i più importanti del dopoguerra. Oppure, a Terminator, al secolo Arnold Schwarzenegger, attuale governatore della California. Però in Italia l’intreccio risulta più stretto che altrove.

Si è realizzato in modo tanto rapido che quasi non ce ne siamo resi conto. Era l’inizio dei burrascosi anni Novanta. Dai partiti di massa, ideologici, organizzati, radicati sul territorio si è passati a partiti senza società, organizzati al centro e fragili in periferia. Ma soprattutto: personalizzati, influenzati dalle logiche della comunicazione e del marketing. Una sorta di populismo mediatico, il cui inventore indiscusso e insuperato è Silvio Berlusconi. Creatore di un partito di successo, Forza Italia, ma, al tempo stesso, della seconda Repubblica. Di cui è divenuto il principale riferimento e discrimine ideologico: da accettare o rifiutare. Senza riserve. Padrone del principale gruppo televisivo privato. Ha imposto e "venduto" sul mercato politico se stesso e il proprio partito come un prodotto. La cocacola o il ferrero-rocher. Dopo di lui, la televisione è divenuta il principale luogo di partecipazione e di identità politica.

Ancora oggi, d’altronde, gli elettori di centrodestra preferiscono l’informazione di Mediaset, gli elettori di centrosinistra quella della Rai. Per tradizione e fedeltà. Anche se le differenze fra le reti sono ormai sottili e l’informazione di Mediaset, in alcuni casi, è più di "sinistra" di quella offerta dalla Rai. Non è detto – e, a nostro avviso, non è vero – che la tivù sia il luogo principale – se non l’unico – in cui si formano (peggio: si plasmano) le opinioni degli elettori. Però è una convinzione radicata e condivisa, soprattutto nel ceto politico. Senza distinzione di parte e di partito. Anche nel centrosinistra. Dove i partiti tradizionali, usurati dal punto di vista ideologico e organizzativo, hanno inseguito il modello inventato da Berlusconi, spostando il loro baricentro dal territorio al video, dall’organizzazione alla personalizzazione, dalle ideologie al marketing, dalle idee agli slogan. In pochi anni, diventa spettacolo dove si rappresenta lo spettacolo della politica.

Il centrosinistra, in questa scena, si è tuffato a capofitto. Sconta il problema iniziale dell’inesperienza. Ma si è abituato in fretta, affollando ogni rete e ogni programma. A ogni ora. Da "Uno Mattina" alle "Notti" di Vespa e Mentana. La competenza del sistema comunicativo è, quindi, divenuta un requisito importante per la carriera politica. Non a caso i consiglieri più influenti di Berlusconi sono due professionisti del sistema mediatico: Gianni Letta e Giuliano Ferrara. Anche il centrosinistra si è rivolto all’ambiente del giornalismo televisivo, da cui ha selezionato, con alterno successo, parlamentari italiani ed europei, ma anche sindaci e governatori.

L’immagine e la confidenza mediatica hanno pesato anche nella scelta del candidato premier. Anche per queste ragioni Rutelli nel 2001 e lo stesso Veltroni nel 2008 sono stati chiamati a sfidare Berlusconi. Certo, entrambi politici di (medio o) lungo corso, provenivano da un’esperienza amministrativa di successo, come sindaci di Roma. Veltroni, inoltre, è segretario del Pd, votato alle primarie da milioni di elettori. Tuttavia, in entrambi i casi, la capacità di comunicare ha contribuito in misura importante alla loro scelta.

La parabola della mediocrazia, a sinistra, è precipitata negli ultimi anni, con lo sconfinamento dei comici e degli attori satirici: dai teatri e dagli schermi alle piazze. Da attori di satira ad attori politici, tout-court. È il caso di Sabina Guzzanti, esploso in occasione della recente manifestazione dei girotondi, a Piazza Navona. Di cui è stata protagonista assoluta. Insieme a Beppe Grillo, leader di un movimento d’opinione, che ha assunto misure di massa e attraversa tutti i partiti. L’ascesa politica dei comici e dei satirici, a sinistra, ha diverse ragioni. Vi ha contribuito, per primo, Silvio Berlusconi, che li ha indicati – e legittimati – come "nemici". Decretandone, in alcuni casi, l’espulsione dai media. Ma gli attori satirici sono divenuti leader politici soprattutto perché trascinati dalla deriva mediatica del centrosinistra. D’altronde, sul piano della comunicazione, in tivù ma anche nelle manifestazione pubbliche, Pecoraro Scanio, Diliberto o Franceschini come possono competere con Sabina Guzzanti? O con protagonisti della scena teatrale come Moni Ovadia, il nobel Dario Fo o Franca Rame (peraltro, già parlamentare)? Per non parlare di Beppe Grillo. Non c’è partita. C’è, infine, la difficoltà di fare opposizione. Visto che la sinistra radicale è scomparsa e quella riformista appare fin troppo timida. Allora le piazze si trasformano in teatri dove si rappresenta lo spettacolo dell’opposizione "indignata". Perché questi sanno (e debbono) fare i comici e i protagonisti della satira. Scrutare e denunciare i vizi della politica. Del nemico e – a maggior ragione – dei presunti amici.

Per questo a Piazza Navona, martedì scorso, non poteva andare diversamente. Sabina Guzzanti e Beppe Grillo sanno suonare le corde del sentimento e del risentimento popolare. Sanno fare scandalo e notizia. Interpretare al meglio lo spettacolo dell’indignazione. Altro che Di Pietro e Furio Colombo. Tuttavia non si tratta solo e semplicemente di satira, come pretenderebbero alcuni fra gli organizzatori e fra i leader (sedicenti) politici (veri) presenti alla manifestazione. Troppo semplice. Troppo facile. Lo ha chiarito bene Sabina Guzzanti, nella lettera inviata al Corriere della Sera: "Chiunque parli a un pubblico fa politica". Non solo, ma "il discorso di un comico può essere molto più politico di quello di un politico". Ha ragione. È il suo intervento ad aver impresso il segno politico alla manifestazione di Piazza Navona. È lei la protagonista di quell’avvenimento.
Nella mediocrazia, d’altronde, il centro della scena è, inevitabilmente, occupato dai "mediocrati". Con effetti spiacevoli e sfavorevoli per le componenti riformiste del centrosinistra. 1) Perché la buona satira non è riformista, ma rivoluzionaria. Non accetta la mediazione: è intransigente e, oggi, antipolitica. Ma l’antipolitica scoraggia e delude soprattutto gli elettori di sinistra. 2) Perché fra Berlusconi, Grillo e la Guzzanti; fra Berlusconi, Veltroni e Rutelli: in un regime mediocratico, non c’è partita. Il primo è il padrone, l’impresario. Gli altri: attori o apprendisti. D’altronde, nell’era della "democrazia del pubblico", l’unico a battere Berlusconi, per due volte – o meglio: una volta e mezza – è stato Romano Prodi. Anticomunicativo e antitelevisivo. Perché i media, l’immagine, la tivù, in politica, contano, ma non sono tutto. C’è bisogno d’altro. Presenza nella società, organizzazione. Identità. Speranza. Ma questa sinistra, divisa fra coraggiosi e indignati, fra dialogo senza opposizione e opposizione senza dialogo: rischia di rimanere solo senza speranza.

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Clamoroso sondaggio: un terzo degli elettori con gli “estremisti” di piazza Navona – 15/7/08
di Paolo Flores d’Arcais – da MicroMega.net

Renato Mannheimer ha pubblicato sul “Corriere della sera” del 13 luglio un sondaggio clamoroso sulla manifestazione di piazza Navona. Sulla base di un campione rappresentativo – per sesso, età, titolo di studio, professione, area geografica, ampiezza del comune di residenza – dell’intero corpo elettorale, solo il 55.3% giudica la manifestazione negativamente, il 15,3% non esprime giudizi, e un incredibilmente alto 29,4% la giudica positivamente.

Si badi, questi giudizi non vengono espressi sulla base di una conoscenza diretta di quanto avvenuto a piazza Navona (una diretta tv, per esempio), ma di una informazione (per la maggior parte degli italiani esclusivamente televisiva) che ha violentemente manipolato e distorto i fatti, ha “demonizzato” l’evento, ha cancellato come inesistente la maggior parte degli interventi, e ha ridotto quella che – se fosse giornalismo – dovrebbe essere una cronaca imparziale, ad alcune battute estrapolate da due interventi di due comici.

Malgrado questo, malgrado la tv abbia fatto di tutto (e di più) per presentare la manifestazione come ignobile, vergognosa, estremista (senza mai dire nulla dei suoi veri contenuti), le cifre del giudizio del corpo elettorale lasciano felicemente sbalorditi. Proviamo a confrontare i numeri di Mannheimer con i risultati elettorali di alcuni mesi fa. Il 15,3% che si astiene dal giudizio corrisponde, se si votasse, a chi non si reca alle urne, o vota scheda bianca e scheda nulla. Perciò il 29,4% che approva la manifestazione equivarrebbe, in termini di voti validi, al 34,7%. Il partito di Veltroni, alle scorse elezioni, ha ottenuto il 33,2.
Altro che estremisti isolati, dunque. Oltre un terzo del corpo elettorale che si esprime, sta dalla parte di piazza Navona. Neppure ai tempi di piazza san Giovanni nel 2002 il riscontro di opinione era stato tanto positivo. E allora i cittadini avevano potuto seguire la manifestazione in diretta su “La7” e i telegiornali, benché non abbiano praticato neppure allora una “imparzialità anglosassone”, erano restati ben lontani all’indecenza di manipolazione del TgUnico dei giorni scorsi.

Ma ancora più clamorosi sono i dati di Mannheimer nella loro forma disaggregata, riferita ai vari settori del corpo elettorale. Sempre trascurando gli astenuti, e quindi ricalcolando le percentuali in relazione ai soli “voti validi”, il 23% degli elettori leghisti (praticamente uno su quattro!) “vota” per piazza Navona. E a favore della manifestazione si esprime perfino il 14% degli elettori di Berlusconi/Fini (probabilmente molti di più tra gli ex di Alleanza nazionale che non di Forza Italia). E’ evidente, insomma, che un’opposizione coerente e intelligente, capace di mostrare come “giustizialismo” e “garantismo” siano due facce di una sola medaglia, quella di una intransigente POLITICA DELLA LEGLITA’, può strappare consensi popolari, di massa, nello schieramento opposto, tra cittadini illusi dalle sirene populiste ma rapidamente delusi (se l’opposizione si oppone, anziché dialogare e offrire puntelli) dalla evidente logica dell’interesse “particulare” di Berlusconi a cui si piega tutta la sua coalizione.

Infine, tra noi “estremisti” di piazza Navona (ripeto: nella versione demonizzante delle tv) e Veltroni che quella manifestazione condanna, la maggioranza degli elettori di Veltroni non ha dubbi, sta con piazza Navona, 48,2 contro 39,2, il che, ricalcolato senza tener conto del 12,4 di astenuti, significa 55% con piazza Navona contro il 45% col segretario del Pd. Che dunque, contro un candidato di piazza Navona, perderebbe oggi le primarie dentro il suo stesso partito!
Chi ha parlato di fallimento della manifestazione, e di irresponsabilità di chi l’ha promossa, ha materia su cui riflettere, se gli resta ancora qualche oncia di buonafede. Perché un conto è sostenere che in una manifestazione politica si preferirebbe ascoltare certi accenti e toni piuttosto che altri, fin qui siamo nel campo delle preferenze soggettive (io stesso ho le mie, molto nette). Un conto è parlare di fallimento e di irresponsabilità, con il che, in genere, si pretende di dare un giudizio “oggettivo”, che trascura le intenzioni (anche le migliori) e guarda alle conseguenze, ai risultati (voluti o non voluti, previsti o non previsti: non averli saputi prevedere costituirebbe, appunto irresponsabilità).

I risultati sono ora sotto gli occhi di tutti. Lo stesso Mannheimer ne sembra impressionato, e riconosce che “un orientamento critico verso l’operato del Cavaliere … sta emergendo anche all’interno la maggioranza” il che “rappresenta un fatto nuovo nel panorama politico che si è evidenziato proprio a seguito dell’evento di piazza Navona” (sott. mia).

Tutto questo grazie all’impegno di quattro gatti per un paio di settimane, impegno che è bastato a far da catalizzatore alle infinite energie sopite della società civile democratica, che si sono rapidamente auto-organizzate con generosità e sacrificio personale.

Che cosa potrebbe fare un’opposizione degna del nome, con le gigantesche risorse del Pd e non dei quattro gatti, lo capisce chiunque. Ecco perché ho parlato tante volte di “inciucio per omissione”. Ma temo che ora Veltroni, D’Alema, Rutelli, di nuovo in reciproco sgambetto permanente, abbiano deciso qualcosa di peggio: l’alleanza organica con il Partito di Cuffaro (pseudonimo: Udc). Speriamo che i militanti del Pd sappiano – prima che il Pd sia definitivamente ingaglioffito a nuova Dc – lanciare l’ultimatum: “Usque tandem abutere patientia nostra.

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La risposta di Sabina sul Corriere – 14/7/08
di Sabina Guzzanti – da www.sabinaguzzanti.it

Finalmente siamo di nuovo online e possiamo comunicare con i nostri amati utenti, che bellezza! A seguito l’attacco telematico che ha colpito il sito dopo della manifestazione di martedì non siamo riusciti a rientrare in contatto con i fan di Sabina, ora è con grande piacere che ricominciamo, segnalandovi un articolo uscito sul Corriere della Sera a firma Sabina Guzzanti. Una lettera, non un vero articolo. Una sorta di risposta alle polemiche di questi giorni. Un modo per continuare a lanciare un messaggio: in Italia c’è ancora la libertà di parola e libertà di satira, almeno in piazza. «Critico chi voglio. E la gente applaude» (questo è il titolo messo dal corriere. Il titolo originale era: lettera ai lettori, che è stato corretto con lettera al direttore).

Caro Direttore,
per tutti quelli scioccati dalla stampa di questi giorni, voglio rassicurare: non siete impazziti e non sono nemmeno impazziti i giornali. La questione è molto semplice, questo sistema fradicio e corrotto vede nell’eliminazione del dissenso l’unica possibilità di salvezza. Scrive Filippo Ceccarelli su Repubblica in relazione al mio intervento a piazza Navona: «Nulla del genere si era mai visto e ascoltato a memoria di osservatore». Questa cosa, Ceccarelli, si chiama libertà. Non hai mai visto una persona che chiama le cose col suo nome, anche quelle di cui tutti convengono sia assolutamente vietato parlare, come l’ingerenza inaccettabile del Vaticano nella vita politica del Paese e nelle vite private dei cittadini italiani. Caro Ceccarelli, hai fatto un’esperienza straordinaria. Col tempo apprezzerai la fortuna di esserti trovato lì l’8 luglio.

Quello che hanno visto i presenti e gli utenti di internet è una piazza ricolma di gente, che è stata in piedi per tre ore ad ascoltare e ad applaudire entusiasta. Gli interventi più criticati dai media sono quelli che hanno avuto indiscutibilmente più successo. Nel mio intervento, al contrario di quello che tanti bugiardoni hanno scritto, gli applausi più forti sono stati sulle critiche alla politica del Vaticano e le frasi più forti fra quelle sono state applaudite ancora di più. Questa manifestazione è stata il giorno dopo descritta come un fallimento, un errore, un autogol. Stampa e tv hanno tirato fuori il manganello e con i mezzi della diffamazione, della menzogna e dell’insulto stanno cercando di scoraggiare chi ha partecipato, a continuare. Alcune ovvie piccole verità: — A sinistra si lamentano del fallimento della manifestazione quando l’unico elemento di insuccesso è costituito dai loro stessi interventi. Se non avessero parlato in tanti di insuccesso a dispetto dei fatti, la manifestazione sarebbe stata percepita per quello che è stata: un successone. — Berlusconi e i suoi sono furiosi per quanto è accaduto e il sondaggio che direbbe che Berlusconi ci ha guadagnato lo ha visto solo Berlusconi.

Quello che dice potrebbe non essere vero. — L’intenzione di espellere Di Pietro era già evidente da parte del Pd e non è per me e Grillo che i due si sono separati. Pare che Veltroni gli preferisca Casini. Non è una battuta. — Le parlamentari che hanno difeso la Carfagna sostenendo che io in quanto donna non posso attaccare un’altra donna, insultando me sono cadute in contraddizione. — Pari opportunità e Carfagna sono due concetti incompatibili come Previti e giustizia. — È falso che non si possa criticare il presidente della Repubblica. Si può e ci sono buone ragioni per farlo ad esempio impugnando il parere dei cento costituzionalisti sul Lodo Alfano. — È falso che non si possa criticare e attaccare il Papa. Si può e ci sono buone ragioni per farlo. Ho letto un po’ dappertutto che il Papa sarebbe una figura super partes. Super partes non è uno che si schiera con tutte le sue forze su ogni tema, dalla scuola ai candidati alle elezioni, alla moda e alla cucina, con interventi spesso molto al di sotto delle parti, cosa su cui anche la Littizzetto, esimia collega, ha efficacemente ironizzato.

— La reazione furibonda di tutto il mondo politico alle parole di alcuni liberi pensatori, dimostra che gli interventi fatti sono stati importanti ed efficaci. La repressione dei media rivela la debolezza politica di una classe dirigente che in entrambi i poli è nata a tavolino. Gli unici elementi che hanno una oggettiva radice popolare e sono rappresentati in Parlamento allo stato attuale, sono Lega e Di Pietro.

E crescono. Berlusconi e Pd calano vertiginosamente. — C’è un partito finto, il Pd, nato senza idee, tranne quella di fondere due partiti per ingrandirsi con lo stesso criterio con cui si accorpano le banche per essere più forti. Questo partito votato controvoglia dalla maggioranza dei suoi elettori si è rivelato fin dai primi passi un soggetto politico artificiale, che somiglia più a un «corpo diplomatico» che altro. Molti dei vip che lo hanno sostenuto ora sono colti da attacchi isterici constatando che non sta in piedi. Dall’altra parte ci sono delle idee che vogliono essere rappresentate e discusse. Idee davvero alternative a quelle del centrodestra. La qual cosa, nel momento in cui si cerca di costruire un’alternativa, ha la sua porca importanza e fa sì che queste idee vengano considerate oggettivamente interessanti dall’opinione pubblica. Per quanto riguarda l’annosa questione: «Può un comico fare politica?», si tratta anche qui di una domanda che non esiste in natura. È ovvio e tutti sanno che chiunque parli a un pubblico fa politica. È ovvio che la politica in una democrazia la fanno tutti. Ma la vera domanda che si pone è: può un comico ottenere molto più consenso politico di un politico? Può il discorso di un comico essere molto più politico di quello di un politico? I fatti dicono di sì e tocca abbozzare. Potete anche continuare a menare le mani, ma sarebbe meglio fare uno sforzo di comprensione. D’altra parte parlo per me ma credo anche a nome degli altri, le nostre idee sono lì e si possono usare gratuitamente.
Approfittatene.

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Dalla parte della piazza
di Oliviero Beha – www.olivierobeha.it

Dal giorno della manifestazione «No Cav Day», a Piazza Navona, l’attenzione dei media si è spostata sempre più e più insistentemente sul cosiddetto lodo post-girotondino del «cui prodest?». A chi conviene o è convenuta una chiamata in piazza di questo tipo? E via con l’elenco delle ipotesi peraltro per lo più coincidenti e riassumibili nel classico «si fa il gioco di Berlusconi» e nell’aggiornato «così si fotte la sinistra, a partire da Veltroni». Per carità, politici e analisti (i primi di parte per costituzione… i secondi per format) fanno benissimo dal loro punto di vista.

Fanno benissimo, cioè, a battere sul gioco che hanno sempre fatto, quello della politica politicante, della scacchiera partitocratrica, delle variabili di folla (e poi sulle performance di comici, di soubrette, di «giustizialisti» ancora in vita che citano «fellatio» più o meno manifeste insieme alla «excusatio non petita» della memorabile formuletta, solo lievemente arrangiata per l’occasione). Sembra loro, e vorrebbero far sembrare alla opinione pubblica sempre meno opinione e sempre più pubblica, che il centro della questione sia quello. Anche se questo gioco fondato sulla realtà della politica e non sull’aspetto rovesciato di essa forse ha contribuito pesantemente a portare il Paese nelle condizioni in cui è. E in cui è maturata la manifestazione di Piazza Navona, come pure le sortite parlamentari quotidiane sui vari lodi che intaccano da un lato la Costituzione e dall’altro la «giustizia della giustizia», se così posso esprimermi.

Quindi siamo al paradosso che lo stesso coro greco mediatico che ha accompagnato la classe politica (intesa come classe dirigente complessiva) lungo questo precipizio, circonfusa dai privilegi, invece di vigilare affinché non facesse rotolare l’Italia per la scesa, adesso biasima sguaiatamente chi dal palco mette in guardia sul precipizio stesso. Paradosso che perde di forza di fronte alla seguente e banale osservazione: ma è logico che facciano così, se no dovrebbero confessare la loro collusione con la «deriva» del Paese sotto i colpi della «casta».

Ma torniamo al «cui prodest»: giacché si preoccupano come cani di Pavlov più o meno solo di quello, noi freghiamocene per un momento. Ragioniamo diversamente. Non il criterio di «ciò che conviene» ma quello del «se sia giusto oppure no». In sintesi, è stata «giusta» la piazza peraltro e fortunatamente strapiena, è stato «giusto» il palco e i variegati oratori, è stata «giusta» nel suo insieme la manifestazione? Vediamo. Se l’importante era dare un segnale di non condiscendenza né rassegnazione né menefreghismo nei confronti di ciò che sta facendo il Governo sotto gli occhi di tutti in quanto eletto para-divinamente dalla maggioranza degli italiani, formula democratica che significherebbe in realtà piuttosto la garanzia delle minoranze (se no siamo alla «proprietà privata» del Paese), beh, più giusta di così si muore. Se era altrettanto importante far sapere che la piazza era contro chiunque avesse favorito per zelo, interesse od omissione dai banchi dell’opposizione il «lavoro sporco» del Governo, era giusta a ugual ragione. Chiunque attenti alla Costituzione, dal primo (cittadino) all’ultimo (cittadino), deve sapere che non lo farà con il consenso più o meno tacito e più o meno elettorale degli italiani. Giusta la piazza, allora, e meno male che era piena. Era giusto il palco, ossia chi c’era e ciò che ha detto?

Al di là degli attacchi alle persone che hanno parlato sulla base del solito «cui prodest» qui accantonato per cercare di uscirne, sono stati contestati modi e eloqui poco garbati, specie di Grillo e la Guzzanti. In un certo senso, si sarebbe preteso che Grillo non avesse fatto il Grillo e così pure la Guzzanti si fosse deguzzantinizzata. Perché? Per la migliore riuscita della manifestazione, per non spaccare la sinistra, non urtare Napoletano né il Papa ecc. Ma se il Paese fosse ridotto come infatti è, e quindi bisognoso di svegliare le coscienze, e ci fosse stato sul palco qualcuno di caratura superiore, forse non saremmo ridotti come siamo, a dibattere intorno a un cratere. Abbiamo insomma un palco «logico», proporzionato al Paese in avviata decadenza. Vi aspettavate il Che? Ma via…

Poi qualcuno degli oratori sarà stato più felice, qualche altro recitava una parte, qualcuno forse vendeva una merce, e infine il tasso di pathos, di dolore per lo stato del Paese poteva essere variabile. E si avvertiva, giù, nella piazza sudata e compatta. Ma insomma, era un palco all’altezza o al livello di un’Italia sfinita, che appunto si specchia nei lavori parlamentari. Quindi senza troppe ciance in politichese sul «cui prodest», giusta la piazza, giusto eppur discutibile il palco, giusta la manifestazione nel suo complesso. Quello che è davvero sbagliato è il punto cui siamo arrivati, sfarinandoci per la china: la stessa classe politica che ha ridotto il Paese così, «a misura di Piazza Navona» sia pure a contrariis, negli ultimi quindici anni è ancora più o meno in sella, più o meno con gli stessi ruoli. Non va a casa mai nessuno. Ancora. Si usano sempre pesi e misure diverse: pensate se l’anno scorso ci fosse stato Berlusconi stesso, e non un tal Cicu, intercettato per le scalate bancarie in telefonate che il Gip Forleo intendeva utilizzare in un processo mentre il Presidente della Repubblica manifestava (eufemismo!) disagio. Che sarebbe accaduto? Saremmo scesi in piazza con un anno di anticipo?
Ancora: nella confusione, è evidente che Di Pietro punta a far crescere i suoi voti, ma almeno lo fa sostenendo delle tesi imperniate sulla legalità. Se poi ha cadaveri nell’armadio, rivediamo volentieri tutto il mobilio. E l’immobilio. E Grillo? Fenomenale motore mediatico, è arrivato al galoppo computerizzato al «tanto peggio tanto peggio», che non inficia la bontà di un’analisi ma rischia di farla diventare un’intemerata spettacolare senza futuro. Che non sia la guerra civile. Parliamone. Quanto all’asterisco di molti degli oratori («che volete da me? sono solo un comico», oppure «faccio satira», oppure «sono solo un giornalista» ecc.), è semplicemente il rogito notarile e allarmante circa un Paese strafatto, anche senza bisogno di cocaina. Dice: «Una risata vi seppellirà». Magari, ma poi? Temo che con le risate non si ricostruisca nulla. Mi contenterei di un po’ di rigore e altrettanta serietà. Per il cabaret, rimando al film omonimo e all’epoca che rappresentava. Per ora qui siamo a una Weimar all’amatriciana. Per ora.

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La Politica, l’antipolitica e gli incazzati – 16/7/08
di Ennio Remondino

In piazza Navona non c’ero e, a questo punto, me ne dispiaccio molto. Le mie fonti d’informazione sono le cronache che arrivano qua, sul Bosforo, Megachip di Giulietto Chiesa e qualche agenzia di stampa che uno legge (nel mio caso) per guadagnarsi lo stipendio. Leggo, sento, vedo la tv ed ho l’impressione che quella piazza romana sia stata qualche cosa di più movimentato ed eversivo di quanto è accaduto qui ad Istanbul qualche giorno fa, di fronte al consolato Usa.

Da queste parti i fatti si misurano brutalmente sulla conta dei morti, da voi (leggo, sento e vedo), a fare massa, a dimensionare il fatto, sono le polemiche che lo seguono. Stando così le cose, bel casino che avete combinato in piazza Navona!

Ma che cavolo è accaduto realmente? Tutti ad esecrarvi, a condannarvi, a prendere le distanze. Tante opinioni e non una sola “cronaca” per aiutare a capire! Vado per deduzione. Travaglio, che il suo veleno lo distilla inanellando i fatti nudi e crudi, lo racconta -in polemica col suo stesso direttore- sull’Unità. Chi è che ha “vilipeso” il Presidente Napolitano o Benedetto XVI? è la domanda. La speranza di una Presidenza della Repubblica con maggiore forza di garanzia mi pare un’invocazione legittima, anche se io considero Giorgio Napolitano un eccellente Presidente. L’immaginare il Papa più impegnato sulle questioni spirituali del cattolicesimo che sulle questioni politiche interne italiane, mi pare altrettanto legittimo e personalmente condivisibile.

E allora? Non è piaciuta la forma della satira di Sabina Guzzanti o i soliti toni gridati di Beppe Grillo? Questione di gusti. Libera satira e libera critica alla satira fa libero lo stato. O forse non è piaciuta alla “Politica” la carica di “antipolitica” di quella piazza? Fuochino, dicevamo da bambini, salvo l’aver usato le parole sbagliate. Politica o antipolitica: non è vero. Quella che io vedo (da lontano) non mi pare corretto definirla “Politica”, sicuramente non con la maiuscola, quindi, quella di piazza Navona non può essere chiamata “antipolitica”. Neppure Di Pietro è “antipolitico”, anzi, è figlio diretto della “politica” minuscola di oggi. Non vorrei ricordare male, ma la scelta di alleanza esclusiva del Pd con l’Italia dei Valori ci fu presentata come scelta politica preveggente. Come strategica ci era stata raccontata la rottura con la “sinistra radicale”. I conti in Parlamento mi dicono altre cose.

I soliti maledetti fatti che si ostinano a contraddire tante illuminate opinioni. Rimanendo in piazza Navona (dove non c’ero), mi verrebbe da dire, come Lidia Ravera, “ Mi viene il sospetto di non essere stata presente, dalle 18 alle 21 e 30, alla stessa manifestazione di cui parlano i giornali”. Continuando a non capire, leggo su Micromega di un sondaggio condotto da Renato Mannheimer secondo cui circa il 30 per cento degli italiani ha giudicato positivamente la manifestazione di piazza Navona. Considerando il racconto mediatico che ne è stato fatto, come ha osservato Paolo Flores d’Arcais, è un dato clamoroso. Tutti “antipolitici”? Non credo proprio.
Io non sono “antipolitico”. Contraddirei i 40 anni della mia vita adulta. Forse intendo le forme della Politica (maiuscola) in modo diverso da Travaglio, o dalla Guzzanti o da Grillo e Di Pietro. Per fortuna e ricchezza di questo Paese. Sicuramente intendo la Politica in modo sempre più diverso e distaccato dall’attività di chi ufficialmente è addetto alla politica oggi, maggioranza o minoranza che sia. Dal che, il barlume di un’idea: la piazza Navona, rifiutata dalla politica-minuscola, era piena di gente che, in modo certo contraddittorio, voleva semplicemente tornare ad una Politica-Maiuscola. Gli “incazzati della politica”, potremmo chiamarli, lasciati talmente soli da avere in Berlusconi (grazie Presidente), la sola motivazione forte in grado di richiamarli in piazza.

http://www.emigrazione-notizie.org/news.asp?id=5204

 

 

5229-clamoroso-sondaggio-un-terzo-degli-elettori-con-gli-estremisti-di-piazza-navona

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