20080716 12:22:00 redazione-IT
Rom,’se lo Stato non interviene ci saranno altri casi Ponticelli’
Porta il figlio in ospedale e lo tengono quattro giorni in orfanotrofio
La denuncia di una coalizione internazionale di ong in un rapporto presentato all’Osce. Il documento riassume oltre 100 testimonianze raccolte in una missione investigativa in una ventina di campi. Sotto accusa le forze dell’ordine
ROMA – Violenze fisiche e verbali da parte delle forze dell’ordine, raid notturni, perquisizioni non autorizzate, sgomberi senza preavviso, discriminazione nell’accesso ai servizi pubblici. È un lungo elenco di abusi e violazioni dei diritti fondamentali quello contenuto nel rapporto “Security a la italiana: fingerprinting, extreme violence and harassment of Roma in Italia” risultato di una missione investigativa condotta a fine maggio da una coalizione internazionale di organizzazioni non governative in una ventina di campi, regolari e non, di Napoli, Roma, Milano, Torino, Brescia e Firenze.
Rom, violenze e aggressioni: ecco la ”sicurezza all’italiana”
La denuncia di una coalizione internazionale di ong in un rapporto presentato all’Osce. Il documento riassume oltre 100 testimonianze raccolte in una missione investigativa in una ventina di campi. Sotto accusa le forze dell’ordine
ROMA – Violenze fisiche e verbali da parte delle forze dell’ordine, raid notturni, perquisizioni non autorizzate, sgomberi senza preavviso, discriminazione nell’accesso ai servizi pubblici. È un lungo elenco di abusi e violazioni dei diritti fondamentali quello contenuto nel rapporto “Security a la italiana: fingerprinting, extreme violence and harassment of Roma in Italia” risultato di una missione investigativa condotta a fine maggio da una coalizione internazionale di organizzazioni non governative in una ventina di campi, regolari e non, di Napoli, Roma, Milano, Torino, Brescia e Firenze. La coalizione – di cui fanno parte l’organizzazione internazionale Open Society Institute, il Center on Housing Rights and Evictions, lo European Roma Rights Center e le ong rumene Romani Criss e Roma Civic Alliance – con la collaborazione di attivisti indipendenti e ong italiane (tra cui la Comunità di Sant’Egidio), ha raccolto testimonianze di prima mano, attraverso oltre cento interviste ad altrettanti membri della comunità rom residente in Italia. Ne emerge un contesto di ripetute violazioni da parte delle autorità italiane delle convenzioni internazionali e delle direttive comunitarie in uno stato di emergenza – sottolinea il documento presentato all’incontro sulle politiche per l’integrazione di rom e sinti promosso il 10 luglio dall’Osce a Vienna – alimentato dal clima politico e dai discorsi razzisti dei politici italiani e, in particolare, da quelli della maggioranza al governo.
Una situazione in cui l’omicidio Reggiani del novembre scorso viene indicato dagli stessi cittadini rom intervistati come uno spartiacque. E a cambiare, secondo le testimonianze, è stato prima di tutto l’atteggiamento delle forze dell’ordine. Agli abusi e ai maltrattamenti da parte delle autorità di pubblica sicurezza denunciati dagli intervistati è dedicata un’ampia sezione del rapporto.
“Stavo chiedendo l’elemosina in un quartiere della periferia di Roma – si legge in una delle testimonianze trascritte – Sono arrivati i poliziotti e mi hanno portato alla stazione di polizia. Ho mostrato loro il mio passaporto rumeno ma mi hanno detto che il mio passaporto era falso e che potevo essere arrivato dal Marocco. Si sono presi i miei soldi e mi hanno detti di non tornare lì a elemosinare. Poi hanno cominciato a picchiarmi, a calci e pugni. E sono andato avanti per 15-20 minuti”. Non un caso isolato. Un altro giovane rom che viveva con la famiglia in un accampamento nel quartiere romano della Tiburtina ha denunciato di essere stato malmenato dagli agenti che lo avevano fermato a un semaforo e condotto alla stazione di polizia. Dopo l’accaduto il giovane e i suoi familiari hanno deciso di tornare in Romania. E in Romania, secondo alcuni testimoni, sono tornate anche alcune delle famiglie sgomberate a marzo dalla Bovina, a Milano, dove si erano stabilite dopo essere state sgomberate dagli accampamenti costruiti sotto al ponte Bacula.
I testimoni di un altro sgombero, quello di Piazza Tirana, sempre a Milano, parlano di attacchi da parte della polizia contro uomini e donne alcuni dei quali sono stati portati in ospedale per le ferite riportate. Lo sgombero, ordinato dal prefetto di Milano, prevedeva che i cittadini rom abbandonassero immediatamente le baracche. Senza avere il tempo di raccogliere i propri effetti personali che sono stati distrutti dopo lo sgombero. Il rapporto parla di “eviction”, sfratto, esproprio, avvenuto “in presenza di bambini che sono stati testimoni di brutali attacchi contro i loro genitori (uomini e donne) e della distruzione delle loro case”.
Ma, secondo i racconti riportati nel documento, non ci sono solo le ispezioni e gli interventi autorizzati. “I rom intervistati sottolineano – si legge nel rapporto – che ufficiali di polizia conducono spesso raid arbitrari nei loro campi e nelle loro case. Durante questi raid, gli agenti fanno irruzione nelle case, senza autorizzazione né mandato di perquisizione, in piena notte, e demoliscono le case e altre costruzioni senza alcun ordine del tribunale. Spesso rifiutandosi di consentire agli abitanti di raccogliere i propri averi”. Una donna residente nel campo romano Casilino 900, malata di cuore, ha denunciato che gli agenti le hanno proibito durante un intervento di prendere i farmaci che si trovavano nella sua baracca. “Quando la polizia ha distrutto il mio magazzino dove tenevo le cose che vado a vendere al mercato, le mie condizioni sono peggiorate. Solo dopo un’ora mi hanno lasciato prendere le medicine a casa. Dopo averle prese mi sentivo molto debole e volevo sdraiarmi ma la polizia non me lo ha permesso. Potevo solo stare seduta su una sedia”. (mp)
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Rom, ”se lo Stato non interviene ci saranno altri casi Ponticelli”
La coalizione internazionale di ong denuncia l’immobilismo delle autorità italiane dopo le molotov contro i campi di Napoli e Milano. E accusa il governo: ”Con il decreto del 21 maggio rom equiparati a catastrofi naturali”
ROMA – “Secondo le ricerche condotte dalla Coalizione, ci sono indicazioni del fatto che simili atti di violenza continueranno in futuro in Italia finché lo Stato italiano non risponderà a questi atti criminali in modo chiaro e forte, indagando efficacemente su tutti gli incidenti e perseguendo le persone responsabili”. Più che una previsione è una richiesta di azione quella che la coalizione internazionale di ong che ha redatto il rapporto sulle violazioni dei diritti dei rom in Italia presentato all’Osce la settimana scorsa, rivolge alle autorità italiane colpevoli di non aver agito con fermezza dopo gli attacchi da parte di cittadini italiani l’11 maggio al campo rom di via Navora a Milano e, a partire dal 13 maggio, al campo di Ponticelli, a Napoli.
“Le autorità italiane – si legge nel documento – hanno finora mancato di condannare gli atti di violenza contro i rom e nessuno finora è stato ritenuto legalmente responsabile per gli almeno otto incidenti dei pogroms anti-rom che hanno portato alla distruzione dei campi con bombe molotov. Il coinvolgimento attivo di un sostanzioso numero di bambini e giovani in questi attacchi violenti e razzisti rappresenta un grosso pericolo che deve essere affrontato con priorità”.
Un’inerzia che non ferma gli attacchi. Dopo la missione investigativa condotta dagli osservatori del gruppo di ong che hanno lavorato al documento, il 9 giugno c’è stato un’aggressione in un campo rom a Catania e nei primi giorni di luglio sono ricominciate le incursioni a Ponticelli. “Questi attacchi non sono incidenti isolati – scrivono le ong – Dal 2006, ci sono stati almeno sei attacchi simili contro la popolazione rom a Livorno, Milano, Napoli e Roma. I membri della coalizione non sono a conoscenza di un solo caso in cui gli autori siano stati arrestati o ritenuti responsabili di questi atti di estremo odio e violenza”.
Ma tra le accuse che le ong muovono ai politici italiani c’è anche quella di aver creato e sfruttato un’emergenza a fini elettorali. “Preoccupa particolarmente il ruolo centrale – si legge nel documento – svolto dai politici italiani, sia attraverso la retorica della campagna elettorale sia attraverso atti ufficiali decisi dai governi locali e centrali”. Dopo aver citato le dichiarazioni fatte da alti esponenti dell’attuale maggioranza di governo (e in particolare il ministro dell’Interno Roberto Maroni e il presidente della Camera Gianfranco Fini), le ong denunciano come “il nuovo governo abbia capitalizzato le paure degli italiani sui rom, gli immigrati e la sicurezza, e contro i suoi obblighi nei confronti delle leggi internazionali per i diritti umani, ha alimentato questi sentimenti con costanti messaggi anti-rom ampiamente ripresi dai media”.
Una politica della paura, dunque, che ha trovato espressione nel decreto approvato a Napoli il 21 maggio. Un provvedimento “senza precedenti nell’Europa del secondo dopoguerra”, sottolineano le ong, in cui “la presenza stessa delle comunità rom (…) è considerata causa di un grave allarme sociale con possibili gravi ripercussioni in termini di ordine pubblico e sicurezza”. La proclamazione dello stato di emergenza fino al maggio 2009 prevede “poteri straordinari consentiti normalmente solo in caso di catastrofi naturali” e che poggia infatti su una legge (la 255/92) che fa riferimento alle calamità naturali “e non a situazioni derivate dalla coesistenza fra gruppi etnici”. Uno stato di emergenza che “di fatto va molto vicino all’equiparazione tra la presenza dei rom con le calamità naturali, catastrofi o eventi che, per la loro intensità e estensione, devono essere affrontati con messi e poteri straordinari”. Deroghe all’ordinaria amministrazione che la coalizione ritiene inammissibili come inammissibile è la rilevazione delle impronte “senza basi legali” “e senza informazioni a tutt’oggi su che cosa accadrà con le schede e le impronte una volta che la schedatura sarà completata”.
Ma il rapporto, nella carrellata dei provvedimenti, fa anche un passo indietro rispetto all’attualità delle ultime settimane. E ricolloca nel solco degli interventi ispirati a un “intenso sentimento anti-rom” anche quei Patti per la sicurezza firmati a partire dal novembre 2006 in 14 città italiane. “Due delle più pubblicizzati e influenti Patti – si legge nel testo – quelli di Milano e Roma parlano di affrontare la minaccia alla sicurezza da parte dei non-residenti.Il Patto di Milano si riferisce specificatamente ai campi rom”. (mp)
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Porta il figlio in ospedale e lo tengono quattro giorni in orfanotrofio
E’ quanto accaduto ad una donna rom nel nostro Paese. La testimonianza fa parte dei racconti raccolti dalla coalizione internazionale di ong che ha redatto il rapporto sulla condizione dei rom in Italia
ROMA – Ha portato il bambino malato in ospedale e le autorità glielo hanno portato via perché è arrivata da sola e perché sospettavano che avesse rubato qualcosa. Anche se né essere un genitore solo né essere sospettato di un crimine giustificano in Italia l’allontanamento. È quello che è successo ad Hasima, una delle donne rom intervistate dalla coalizione internazionale durante la missione investigativa per la realizzazione del rapporto sulle violazioni ai danni della comunità rom in Italia, presentato all’Osce la scorsa settimana.
Prima di riavere il figlio, Hasima, che vive a Milano con il marito che lavora legalmente, ha dovuto presentare un ricorso in tribunale. Nel frattempo il bambino ha trascorso quattro giorni in orfanotrofio. Un caso non isolato di “ingiustificato allontanamento di bambini rom dalle proprie famiglie”, come la stessa donna ha testimoniato e come hanno accertato gli osservatori delle ong che hanno visitato i campi italiani. Nel campo rom di Torre Annunziata Nord, a Napoli, molti bambini sono stati messi in istituto e, secondo gli osservatori, “le condizioni dell’allontamento non sono chiare”. Sempre a Torre Annunziata una giovane donna rom dopo aver partorito ha lasciato il bambino in ospedale per due giorni e quando è tornata non le è stato consentito di riprenderlo a meno che non fosse stata in grado di provare di avere un reddito e un’abitazione adeguata. “Ai cittadini non rom in Italia – sottolineano i redattori del rapporto – non sono fatte queste richieste al momento di prendere i figli dall’ospedale per riportarli a casa”. (mp)
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EmiNews 2008
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