20090122 19:30:00 redazione-IT
di Rossana Cassigoli Salamon
(testo apparso su La Jornada di Mexico, ed è opera di una ebrea italo-messicana)
Il sionismo allude al movimento nazionalista e colonialista ebreo che fin dalla fine dell’Ottocento si è proposto la creazione dello Stato di Israele. Ha promosso, e promuove, l’immigrazione degli ebrei in Palestina, l’ancestrale terra promessa. Prese il nome da Sion, una collina di Gerusalemme, e acquistò uno spessore politico grazie all’impulso del giornalista austriaco Theodor Herltz. Il programma del primo congresso sionista, tenutosi nel 1879 a Basilea asseriva: "il sionismo vuole creare una casa per gli ebrei in Palestina, sotto la protezione della legge pubblica". Il movimento si stabilì a Vienna, dove Herltz fondò il settimanale ufficiale "Die Welt"; i congressi sionisti si tennero ogni anno, almeno fino al 1901.
Visto in questi termini, è possibile "sentire" e accompagnare la chimera di un popolo che coltiva legami spirituali e aspira alla creazione di una nazione propria. Ciò che diventa problematico è la svolta espansionistica-terrorista che acquisisce questo progetto nella seconda metà del Novecento, e gli irreparabili costi storici ed umani che ne fanno da corollario. Senza l’accoppiata anglostatunitense, il sionismo non avrebbe realizzato vari suoi propositi nei primi anni del secondo dopoguerra.
I primi immigranti ebrei giunti in Palestina-Israele alla fine dell’Ottocento erano europei. Conclusa la seconda guerra, e in seguito all’evidenza delle proporzioni dello sterminio nazista e il conseguente danno della popolazione ebrea, il movimento sionista concentrò i suoi sforzi nei confronti degli ebrei che abitavano nei paesi arabi e mussulmani.
Negli anni ’50 del Novecento vennero praticamente svuotate le comunità ebraiche dei paesi arabi; ebrei, le cui famiglie avevano vissuto durante secoli in società arabe e mussulmane, emigrarono nel nuovo Stato: Israele. Grazie alla Legge di Ritorno del 1950 arrivarono in Israele circa 100.000 ebrei nati in Etiopia e chiamati dispregiativamente falashas: "esiliati", "stranieri", "erranti". La memoria collettiva israeliana si assimila alla narrativa sionista basata sulla storia degli ebrei dell’Europa. Tale narrativa non solo non prende in considerazione la storia degli ebrei dei paesi arabi, ma si è anche sforzato per la "dearabizzazione" etnocida del giudaismo. E tutto in nome di un’ideologia statalista sulla quale si è stabilito il sionismo, che ricorda usi e costumi delle nazioni sudamericane ancorate all’utopia della "nazione bianca".
Malgrado la metà della popolazione sia giunta dai paesi arabi islamici e si situi geograficamente in Medio Oriente, lo Stato d’Israele riflette se stesso e si presenta davanti al mondo intero come nazione occidentale. Fino agli anni ’40 tra arabi mussulmani ed ebrei esistevano legami quotidiani di vicinanza e convivenza. All’interno dei collettivi dispari e mescolati non erano ancora nati sentimenti nazionalisti. Ebrei ed arabi vivevano insieme "nel bene e nel male". Il movimento sionista ha contribuito a corrompere i vincoli tra mussulmani ed ebrei. Il sionismo bellicoso e militare ha abolito il lascito spirituale del giudaismo in questa terra devastata. Ci sono frasi che commuovono lo spirito.
Nel suo magnifico libro autobiografico Errata, George Steiner ci lascia una prosa chiaroveggente: "Purtroppo non posso sentirmi parte di questo contratto con Abramo. Per questo non possiedo un feudo convalidato dalla divinità in un pezzo di terra del Medio Oriente, né in nessun’altra parte. È un difetto logico del sionismo, un movimento politico-laico, invocare una mistica teologico-scritturale che, a dire il vero, non può essere sottoscritta" (…) "Sarebbe scandaloso che i millenni di rivelazione, di appello alla sofferenza, che l’agonia di Abramo e di Isacco, del Monte Moriah e di Auschwitz, dessero come risultato finale la creazione di uno Stato-nazione armato fino ai denti, di una terra per speculatori e mafiosi… come tutte le altre".
Continua in altri paragrafi sorprendenti: "Tutti siamo invitati della vita […] siamo invitati a questo minuscolo pianeta e siamo risultati essere invitati vandalici e sterminatori […] mammiferi capaci di raggiungere elevati livelli di comprensione e creatività etiche, anche se persistentemente territoriali, aggressivi verso i loro rivali, proclivi al contagio dell’odio collettivo, ai riflessi omicidi del gregge, sono chiamati a ideare istituzioni di civismo e collaborazione altruista nella polis, nella moltitudinaria città degli uomini […] questo strano bipede distrugge per il piacere di distruggere".
Come conclusione preliminare: essere ebreo non allude ad una determinazione biologica né particolarità psicologica. Non esiste un’"anima" o "essenza" ebrea. Essere ebreo è un "frammento" di un procedimento di verità, un "dato" che lo fa "apparire" in questo modo nello spazio sempre politico degli altri. È possibile che la maggioranza degli ebrei non siano in verità "distintivi" del giudaismo. Non è meno vero che verrebbero rifiutati per la loro ortodossia endogamica, classista e razzista. La condizione ebraica è estremamente dispari; gli ebrei sono gente mescolata. Essere ebreo nella diaspora, persino come condizione esistenziale "paria", non corrisponde per forza all’appartenenzia di un "popolo". Addirittura nemmeno a un "noi" storico.
La "giudaicità della diaspora" implica una memoria emotiva. Memoria, perché è la somma di tutti i racconti, multipla e frammentaria, impossibile da ridurre a un solo slogan, rappresentare un solo volto. Tuttavia, questa disparità ed eterogenizzazione della condizione ebrea non ci lascia indenni e il silenzio furtivo diventa incomodo. Ebrei onesti, siano essi "puro sangue", o eventualmente "goy", "intruso" o "paria" (secondo l’espressione di Max Weber, George Simmel e Hannah Arendt), meticci o bastardi del giudaismo, soffriamo lo stesso straziamento.
La mostruosità inumana con cui la coppia Bush-Stato di Israele, davanti alla "tristezza obiettiva" della maggioranza degli spettatori della polis, si è accanito contro "i figli più poveri" della terra palestina, esibendo senza instinti le morti infantili agghiaccianti (oltre alla prepotenza geopolitica e boriosità bellica sinistra) ci abbandona e sprofonda nell’impotenza, la vergogna e l’ignominia. Abbiamo subito una regressione radicale. La peggior catastrofe nella nostra abituazione all’orrore e alla perdita assiomatica di coscienza critica. Impossibile sfuggire alla dichiarazione. Ci confina questo fatto alla pena intima e costante.
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EmiNews 2009
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