8429 Scendere dal pulpito

20101217 17:34:00 redazione-IT

di Alessandro Dal Lago (da Il Manifesto)

[b]Quanto sembra remoto l’unanimismo democratico di «Vieni via con me», con l’officiante Fazio che assemblava tutto il perbenismo nazionale – di centro, di destra e di sinistra – e proclamava, parole sue, che la trasmissione era la prima della tv post-berlusconiana! Sono passate poche settimane, ma sembrano anni. Il Cavaliere, che i conti li sa fare, ha emarginato il suo oppositore interno. I centristi, raccolte le loro sparse ed eterogenee truppe, si leccano le ferite. Di Pietro ha abbassato la cresta e magari riflette sulla selezione del personale politico dell’Idv. Il Pd tira un sospiro di sollievo, perché per un po’ le elezioni si allontanano…
E soprattutto la rivolta del 14 dicembre ha mandato in pezzi quel buonismo peloso e dolciastro che il centrismo di destra e di sinistra ha cercato di contrapporre invano a Berlusconi. Bersani sui tetti, Granata sui tetti – dopo che il primo non aveva fatto una grande opposizione per fermare il Decreto Gelmini e il secondo si disponeva a votarlo.[/b]

[b]Per il momento, il progetto di un berlusconismo senza Berlusconi, di un moderatismo costituzionale e unanimista, perde colpi. Come si è visto dalle straordinarie immagini dei palazzi del potere assediati dai manifestanti, la rocciosa realtà del conflitto ha preso il sopravvento sulla realtà illusoria e distraente delle rappresentazioni mediali e delle «battaglie» parlamentari in cui la sola posta in gioco è quale destra governerà il paese.
Il conflitto, appunto. Deve essere il capo della polizia Manganelli, pensate un po’, a ricordare che la violenza è la manifestazione visibile di un disagio sociale terribile che accomuna studenti, precari e giovani esclusi da qualsiasi speranza. Tutto il polverone sugli infiltrati, i mitici black bloc, gli autonomi redivivi, gli anarchici in trasferta rivela l’incapacità di comprendere che la manifestazione di Roma non è che l’espressione di una turbolenza profonda che non bisognerebbe emulsionare con gli stereotipi più triti.

In questo senso la lettera che Saviano ha indirizzato su la Repubblica ai «ragazzi» del movimento è l’esempio perfetto dell’immagine irreale – a metà tra il sogno e l’esorcismo – che nella sfera separata dei media ci si vuol fare dei movimenti contemporanei.
Cento «imbecilli», come dice Saviano? Al di là del tono paternalistico della missiva («ve lo dico io che sono giovane come voi, credetemi»), colpisce l’incapacità di entrare, se non altro con l’immaginazione, nelle motivazioni di persone tagliate fuori, come centinaia di migliaia di loro coetanei, da qualsiasi progetto, non dico di società, ma di sopravvivenza anche immediata. Dove sarebbero, di grazia, caro Saviano e cari organi di stampa, i black bloc tra i manifestanti oggi scarcerati? E dove i violenti che agirebbero solo per brama di sfascio e poi, curiosa contraddizione, appena arrestati, si metterebbero a «piagnucolare e a chiamare la mamma» (ma chi glielo ha detto, a Saviano?).
I commenti pubblicati dalla stessa Repubblica in coda alla letterina rendono bene lo sconcerto, e in certi casi la rabbia, di tanti che magari si erano identificati nel simbolo Saviano e ora si trovano etichettati come imbecilli. Perché loro c’erano e hanno visto. E quanto all’invito ai manifestanti a fare cortei in letizia e alle forze dell’ordine a comportarsi bene, manganellando solo i cattivoni, beh, accidenti, come sarebbe bello e democratico! Peccato però che le cose non vadano mai così. Io mi ricordo bene Genova, perché c’ero e ho visto, e posso assicurare Saviano che il comportamento pacifico di decine di migliaia di dimostranti non li ha esattamente preservati dalle botte.

Questione ben più seria è che sbocco avrà questo movimento, analogamente ad altri che si diffondono in Europa, perfino nella già compassata Inghilterra. Ma il primo passo per discuterne è prenderlo sul serio, rinunciare ai luoghi comuni rassicuranti, non dar retta al pentitismo nazionale (in cui sono specializzati, magari, ex sessantottini approdati ai media), ascoltare prima di giudicare e, soprattutto, scendere dai pulpiti che stanno un po’ di spanne al di sopra del mondo reale.[/b]

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Da LA REPUBBLICA, il confronto tra Studenti e Saviano

[b]L’INTERVENTO[/b]
Lettera ai ragazzi del movimento
di ROBERTO SAVIANO

[b]Lettera ai ragazzi del movimento[/b]

CHI HA LANCIATO un sasso alla manifestazione di Roma lo ha lanciato contro i movimenti di donne e uomini che erano in piazza, chi ha assaltato un bancomat lo ha fatto contro coloro che stavano manifestando per dimostrare che vogliono un nuovo paese, una nuova classe politica, nuove idee.

Ogni gesto violento è stato un voto di fiducia in più dato al governo Berlusconi. I caschi, le mazze, i veicoli bruciati, le sciarpe a coprire i visi: tutto questo non appartiene a chi sta cercando in ogni modo di mostrare un’altra Italia.

I passamontagna, i sampietrini, le vetrine che vanno in frantumi, sono le solite, vecchie reazioni insopportabili che nulla hanno a che fare con la molteplicità dei movimenti che sfilavano a Roma e in tutta Italia martedì. Poliziotti che si accaniscono in manipolo, sfogando su chi è inciampato rabbia, frustrazione e paura: è una scena che non deve più accadere. Poliziotti isolati sbattuti a terra e pestati da manipoli di violenti: è una scena che non deve più accadere. Se tutto si riduce alla solita guerra in strada, questo governo ha vinto ancora una volta. Ridurre tutto a scontro vuol dire permettere che la complessità di quelle manifestazioni e così le idee, le scelte, i progetti che ci sono dietro vengano raccontate ancora una volta con manganelli, fiamme, pietre e lacrimogeni. Bisognerà organizzarsi, e non permettere mai più che poche centinaia di idioti egemonizzino un corteo di migliaia e migliaia di persone. Pregiudicandolo, rovinandolo.

Scrivo
questa lettera ai ragazzi, molti sono miei coetanei, che stanno occupando le università, che stanno manifestando nelle strade d’Italia. Alle persone che hanno in questi giorni fatto cortei pieni di vita, pacifici, democratici, pieni di vita. Mi si dirà: e la rabbia dove la metti? La rabbia di tutti i giorni dei precari, la rabbia di chi non arriva a fine mese e aspetta da vent’anni che qualcosa nella propria vita cambi, la rabbia di chi non vede un futuro. Beh quella rabbia, quella vera, è una caldaia piena che ti fa andare avanti, che ti tiene desto, che non ti fa fare stupidaggini ma ti spinge a fare cose serie, scelte importanti. Quei cinquanta o cento imbecilli che si sono tirati indietro altrettanti ingenui sfogando su un camioncino o con una sassaiola la loro rabbia, disperdono questa carica. La riducono a un calcio, al gioco per alcuni divertente di poter distruggere la città coperti da una sciarpa che li rende irriconoscibili e piagnucolando quando vengono fermati, implorando di chiamare a casa la madre e chiedendo subito scusa.

Così inizia la nuova strategia della tensione, che è sempre la stessa: com’è possibile non riconoscerla? Com’è possibile non riconoscerne le premesse, sempre uguali? Quegli incappucciati sono i primi nemici da isolare. Il "blocco nero" o come diavolo vengono chiamati questi ultrà del caos è il pompiere del movimento. Calzano il passamontagna, si sentono tanto il Subcomandante Marcos, terrorizzano gli altri studenti, che in piazza Venezia urlavano di smetterla, di fermarsi, e trasformano in uno scontro tra manganelli quello che invece è uno scontro tra idee, forze sociali, progetti le cui scintille non devono incendiare macchine ma coscienze, molto più pericolose di una torre di fumo che un estintore spegne in qualche secondo.

Questo governo in difficoltà cercherà con ogni mezzo di delegittimare chi scende in strada, cercherà di terrorizzare gli adolescenti e le loro famiglie col messaggio chiaro: mandateli in piazza e vi torneranno pesti di sangue e violenti. Ma agli imbecilli col casco e le mazze tutto questo non importa. Finito il videogame a casa, continuano a giocarci per strada. Ma non è affatto difficile bruciare una camionetta che poliziotti, carabinieri e finanzieri lasciano come esca su cui far sfogare chi si mostra duro e violento in strada, e delatore debole in caserma dove dopo dieci minuti svela i nomi di tutti i suoi compari. Gli infiltrati ci sono sempre, da quando il primo operaio ha deciso di sfilare. E da sempre possono avere gioco solo se hanno seguito. E’ su questo che vorrei dare l’allarme. Non deve mai più accadere.

Adesso parte la caccia alle streghe; ci sarà la volontà di mostrare che chi sfila è violento. Ci sarà la precisa strategia di evitare che ci si possa riunire ed esprimere liberamente delle opinioni. E tutto sarà peggiore per un po’, per poi tornare a com’era, a come è sempre stato. L’idea di un’Italia diversa, invece, ci appartiene e ci unisce. C’era allegria nei ragazzi che avevano avuto l’idea dei Book Block, i libri come difesa, che vogliono dire crescita, presa di coscienza. Vogliono dire che le parole sono lì a difenderci, che tutto parte dai libri, dalla scuola, dall’istruzione. I ragazzi delle università, le nuove generazioni di precari, nulla hanno a che vedere con i codardi incappucciati che credono che sfasciare un bancomat sia affrontare il capitalismo. Anche dalle istituzioni di polizia in piazza bisogna pretendere che non accadano mai più tragedie come a Genova. Ogni spezzone di corteo caricato senza motivazione genera simpatia verso chi con casco e mazze è lì per sfondare vetrine. Bisogna fare in modo che in piazza ci siamo uomini fidati che abbiano autorità sui gruppetti di poliziotti, che spesso in queste situazioni fanno le loro battaglie personali, sfogano frustrazioni e rabbia repressa. Cercare in tutti i modi di non innescare il gioco terribile e per troppi divertente della guerriglia urbana, delle due fazioni contrapposte, del ne resterà in piedi uno solo.

Noi, e mi ci metto anche io fosse solo per età e per – Dio solo sa la voglia di poter tornare a manifestare un giorno contro tutto quello che sta accadendo – abbiamo i nostri corpi, le nostre parole, i colori, le bandiere. Nuove: non i vecchi slogan, non i soliti camion con i vecchi militanti che urlano vecchi slogan, vecchie canzoni, vecchie direttive che ancora chiamano "parole d’ordine". Questa era la storia sconfitta degli autonomi, una storia passata per fortuna. Non bisogna più cadere in trappola. Bisognerà organizzarsi, allontanare i violenti. Bisognerebbe smettere di indossare caschi. La testa serve per pensare, non per fare l’ariete. I book block mi sembrano una risposta meravigliosa a chi in tuta nera si dice anarchico senza sapere cos’è l’anarchismo neanche lontanamente. Non copritevi, lasciatelo fare agli altri: sfilate con la luce in faccia e la schiena dritta. Si nasconde chi ha vergogna di quello che sta facendo, chi non è in grado di vedere il proprio futuro e non difende il proprio diritto allo studio, alla ricerca, al lavoro. Ma chi manifesta non si vergogna e non si nasconde, anzi fa l’esatto contrario. E se le camionette bloccano la strada prima del Parlamento? Ci si ferma lì, perché le parole stanno arrivando in tutto il mondo, perché si manifesta per mostrare al Paese, a chi magari è a casa, ai balconi, dietro le persiane che ci sono diritti da difendere, che c’è chi li difende anche per loro, che c’è chi garantisce che tutto si svolgerà in maniera civile, pacifica e democratica perché è questa l’Italia che si vuole costruire, perché è per questo che si sta manifestando. Non certo lanciare un uovo sulla porta del Parlamento muta le cose.
Tutto questo è molto più che bruciare una camionetta. Accende luci, luci su tutte le ombre di questo paese. Questa è l’unica battaglia che non possiamo perdere.

©2010 /Agenzia Santachiara

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[b]LEGGI I COMMENTI ALL’INTERVENTO DI SAVIANO[/b]

[url]http://www.repubblica.it/scuola/2010/12/16/news/lettera_saviano-10251124/index.html?ref=HRER1-1#commentatutti[/url]

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[b]Saviano e gli studenti, dialogo in diretta
"La violenza è vecchia, noi siamo altro"[/b]

Gli scontri, il movimento contro la riforma Gelmini e il futuro dei giovani italiani. Lo scrittore risponde ai messaggi dei ragazzi che erano in piazza il 14 dicembre pubblicati da Repubblica.it dopo la lettera aperta con cui condannava le violenze di Roma. "Quello che ho scritto nasce dalla rabbia. Ma non diamogliela vinta"

Saviano e gli studenti, dialogo in diretta "La violenza è vecchia, noi siamo altro" Roberto Saviano

"La mia lettera nasce dalla rabbia. Spesso mi capita di scrivere sotto la passione della rabbia, una rabbia che ti fa analizzare le cose". Roberto Saviano trova nel sentimento che lo ha ispirato per scrivere la sua lettera ai ragazzi che sono scesi in piazza un tratto che lo accomuna al movimento. Una rabbia che però ha preso una strada sbagliata in quella piazza, quella della violenza, che ha offuscato tutte le lotte e le proteste che avevano visto protagonisti i ragazzi in questi mesi. Risponde così, dagli studi di Repubblica Tv, ai messaggi lasciati dai ragazzi sul sito di Repubblica.it 1 dopo la lettera aperta 2 con cui aveva condannato le violenze. "D’improvviso mi sono ritrovato davanti a una comunicazione completamente egemonizzata dagli scontri. Non credevo che potesse accadere anche a questi movimenti, che si sono caratterizzati per il carico di novità che hanno portato. Anche loro, all’improvviso, si sono ritrovati dentro i vecchi, vecchissimi schemi della protesta ridotta a scontro di piazza, dei manifestanti contro i poliziotti. E dentro questo schema li ha schiacciati una piccola, piccolissima parte".

[b]Caro Roberto. Le tue parole sono come sempre bellissime; ma questa volta, ahimè, sterili. Ho 26 anni, due lauree e tanta voglia di fare. Sono arrabbiata, stufa, sconfortata.
Non ho più ragione di credere che con "le buone" si ottenga qualcosa, non a questi livelli. Un anno fa mi sarei indignata per Roma, oggi no, oggi sono felice. Perché è vero che la violenza è uno schifo, ma è l’ultima risorsa di chi è disperato. Uso questo termine non a caso: disperato è colui senza speranza. E io sono così. Io non ho futuro: ho 26 anni e non ne ho già più uno. Non potrò mai comprarmi una casa perché non farò mai un lavoro che mi permetta di accendere un mutuo, i miei genitori non possono aiutarmi economicamente e non so nemmeno se potrò mai comprarmi una macchina nuova. Se avrò dei figli non riuscirò a pagare le tasse per mandarli all’università, e quando sarò vecchia non avrò pensione. Non ho più niente da perdere e come me tantissimi, troppi altri.[/b]
martabcn

Le tue sono parole molto amare. Ma ragionare così significa darla vinta a questo tipo di potere. Dire che con le buone non si ottiene nulla e invocare la resa dei conti, vuol dire cadere nella trappola. La trappola degli anni ’70, di cui si sente già il puzzo, quella che vuole alzare il livello della lotta: "Prendiamo le pistole, facciamogliela pagare", proprio come allora. Ma poi a cadere sotto i colpi di quelle armi sono state le persone che cercavano di cambiare il paese, i riformisti. Perché quelli che hanno impugnato le pistole volevano dimostrare che non si riforma, si abbatte. Il movimento di oggi è ancora sano. Mi piacerebbe dire ai ragazzi che oggi scendono in piazza: "Ascoltateli e ridetene, ridete di questi vecchi signori, o eterni giovani, che hanno fallito con le loro strategie".

Chi non prova rabbia in questo momento? E la rabbia ti cresce dentro, ti porta a urlare, a mostrare che non ne puoi più, che non è più possibile vivere in questa situazione. Ma non la si può risolvere picchiando un finanziere o spaccando una vetrina. Dobbiamo dire ai protagonisti dei movimenti del passato che noi siamo altro. Dico noi perché mi sento parte di questa generazione, anche se ho una storia diversa da quella dei miei coetanei. La lettera che ho scritto ai ragazzi del movimento è un modo per dire: attenzione, non dobbiamo accettare provocazioni. La violenza non ci appartiene, porta a un unico risultato: terrorizzare quelli che non ancora hanno preso parte alla protesta, le persone non convinte, che sentono il disagio ma non hanno ancora scelto. La violenza a cui hanno assistito li porterà a scegliere di non scendere in piazza, a non dare espressione a quel disagio. E lasceremo la piazza solo ai violenti.

[b]Caro Roby, sono convinta che è in atto la resa dei conti finale dei ricchi contro i poveri, e i primi ricorrono a ogni mezzo pur di schiacciare i secondi, e pur di accrescere stupidamente i loro privilegi. Non posso credere che i poveri siano così stupidi al punto di spegnere il fuoco con benzina…[/b]
luminal81

La tua è una metafora bellissima. La benzina e il fuoco sono immagini che descrivono esattamente quello che hanno fatto i violenti. I violenti, chi ha organizzato le barricate, chi ha bruciato le camionette, sono loro i pompieri del movimento. Non sono io con la mia lettera e le mie riflessioni a voler calmare, sono i violenti a voler spegnere il movimento. Spaccare una vetrina, bruciare un bancomat, isolare un poliziotto per pestarlo, qualunque gesto violento mette il silenziatore alle domande, alle istanze del movimento. Conquista le prime pagine dei giornali per un attimo, e oscura tutto il resto. È una logica da ultrà – e di ultrà in piazza ce n’erano, ce lo dicono le informative – che si barda da guerrigliero per giocare il videogame dello scontro di piazza.
Io non ho risposte, non so indicare la strada da intraprendere, ma sento di poter segnalare la strada che non si deve seguire. Questo movimento ha già dimostrato di essere capace di inventare le proprie forme di espressione e di protesta. Occupare i monumenti è stato geniale, è stato il modo più efficace per parlare al mondo, perché per il resto del mondo l’Italia è i suoi monumenti. È stato come dire che l’Italia che ci rappresenta è la bellezza. Tutto il resto, quello che sta avvenendo è lo schifo, il fango. Noi ripartiamo da lì, dalla bellezza. Lo stesso vale per i book bloc, per l’idea di usare i libri, la parola come forma di difesa.

[b]Gentile Saviano, condanno le violenze avvenute a Roma il 14 dicembre, ma allo stesso modo mi domando: dov’è la reale coscienza di cambiamento? In un giorno o in qualche manifestazione non si riesce a sensibilizzare l’animo di un popolo. Bisognava essere lì ieri, oggi, domani e tutti i giorni a seguire… mettendosi seduti per via del Corso a parlare continuamente. Bisogna farsi valere. I diritti ci sono.[/b]
raffygiraffy86

Molti ragazzi alla prima esperienza sono stati sedotti dall’esposizione mediatica: lanciando un sampietrino o incendiando una macchina è facile conquistare la ribalta. La colpa è anche dei media che sottovalutano le manifestazioni pacifiche, le relegano alle brevi, e creano l’evento solo quando ci sono gli scontri. La luce che i manifestanti pensano di ottenete con la violenza è una luce effimera e negativa. Io speravo che con questa manifestazione si potesse dire al Paese: da oggi sempre in piazza, sempre di più. E invece è stato un passo indietro. Tutto il clamore, tutta la visibilità ottenuta con gli scontri può anche far pensare che la strada giusta per essere ascoltati sia questa.

[b]Usiamo la fantasia, usiamo l’ironia, sbeffeggiamo il potere, è l’unico modo di protestare efficacemente. Schieriamoci con i poliziotti quando vengono caricati, scudi umani a difesa di altri poveri e frustrati. La poesia di Pasolini "Vi odio, cari studenti", adesso tanto declamata dalla destra, mette in luce l’inutile scontro tra due oppressi, e l’unico beneficiario rimane il potere.[/b]
mtrovato73

Condivido appieno queste parole. Ho provato pena per il ragazzino con la pala, quello che abbiamo visto nelle foto sui giornali e in televisione assaltare il camioncino della Guardia di finanza. Lo ha fatto quando dentro c’era solo l’autista; e poi quando è stato fermato ha detto: "Sono minorenne", come se fosse stato solo un gioco. Io ho una grossa paura che tutto questo si possa trasformare in qualcosa di molto brutto. E che a trasformarsi siano anche i ragazzi, gli studenti. Ho paura che arrivino a pensare e a dire: "Ora facciamo i fatti".

[b]Sto per andarmene via da questa Italia che non mi appartiene più e che forse non mi è mai appartenuta davvero. Ringrazio i miei genitori che mi hanno fatta studiare e capire le buone cose dell’essere italiana. Ora con questo bagaglio e pochi soldi me ne vado via. È scappare?[/b]
streghetta84

È un tema che conosco, ma non so dare una risposta, non so dire se vale la pena rimanere o andare via. E allo stesso tempo non credo che chi va via tradisce. Questa generazione non ha un futuro. Ma credo che ancora si possa fare qualcosa per cambiare questo Paese. E io ho sempre creduto che lo si può ricostruire partendo da una sorta di Comitato di liberazione nazionale. A cui partecipino tutti, anche i ragazzi che vivono all’estero, perché attraverso la rete non sono solo spettatori.

[b]Ho 30 anni e ho sbollito la rabbia incontrollata da 18enne, ma è una rabbia nuova quella che la mia generazione condivide, la rabbia per il non essere ascoltati, per l’essere dimenticati. E quella rabbia si sfoga, diventa violenta perché non c’è un’alternativa. Ci sentiamo imbrigliati in una grossa rete, e cosa fa il pesce imbrigliato? Si dimena, con tutte le sue forze, senza pensare alle conseguenze. Roberto, daccela tu quell’alternativa, scendi in politica e dimostraci che il miracolo di cambiare davvero questo Paese è realmente possibile.[/b]
dylan79

La politica non mi sembra il mio mestiere, anzi sono terrorizzato da questa politica. Quando vai all’estero ne senti parlare come qualcosa di bello, che serve per fare, per costruire. Qui in Italia appena ti ci avvicini ti accorgi subito che è rancido. Anche chi lo fa con delle idee, con la voglia e la capacità di cambiare le cose a un certo punto si accorge che esistono i compromessi. È brutto persino il nome che si dà all’impegno in politica: oggi mi hanno scritto "scendi in campo". Come scendi? Semmai salgo.

[b]Continuare a nascondervi dietro a un dito dicendo che è colpa del black bloc non serve a nulla. Il black bloc neanche esiste! Saviano, guardaci negli occhi, siamo noi, ragazzi normali, senza un futuro, pieni di rabbia. Poveri politici di sinistra, non capite neanche cosa sta succedendo.[/b]
slambamm

La sinistra è debolissima, è scontato dirlo. E anche questa debolezza è una premessa di quello che sta accadendo. Se non ti senti rappresentato, se non ti identifichi, non riesci a trovare un percorso entro il quale canalizzare le tue idee, le tue energie. E allora finisce che ti ritrovi a fare quello che ti passa per la testa una volta che sei già in strada. Anziché andare in piazza a testa alta, metti il passamontagna. Basta scannarci, basta ragionare con le ideologie. Sentirsi aggrediti, come è successo a me, per aver detto che si può dialogare con una destra legalitaria. O al contrario diventare un rosso pericoloso quando ho detto che una parte della comunità africana sta salvando intere aree del Sud. È un modo di ragionare che non appartiene a noi, alla nostra generazione.

(a cura di Lorenzo Maria Falco, da La Repubblica)

http://www.ilmanifesto.it/archivi/commento/anno/2010/mese/12/articolo/3862/

 

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