n°17 – 18/04/26 – RASSEGNA DI NEWS NAZIONALI E INTERNAZIONALI

01 – On. Nicola Carè * (PD)*: Vietnam, Carè: incontro con il Presidente dell’Assemblea Nazionale Trần Thanh Mẫn rafforzare relazioni nell’Indo-Pacifico.
02 – Eleonora Martini*: A Ginevra il governo balbetta davanti al Comitato Onu contro la tortura . Erosione dello Stato di diritto Carceri e agenti, scudo penale e reato di rivolta, ma anche Almasri e il CPR in Albania.
03 – Vito Todeschini*: Di fronte al genocidio sospendere l’accordo è solo il primo passo – Italia/Palestina Le azioni compiute da Israele sin dall’inizio dell’offensiva militare nella Striscia hanno avuto il risultato non solo previsto, bensì pienamente voluto, di diffondere fame, malnutrizione e malattie contagiose tra la popolazione civile. Tutto ciò corrisponde a un preciso atto proibito secondo la Convenzione sul genocidio del 1948
04 – Barbara Weisz*: Pensionati esteri con flat tax al 7%, dal 2026 i Comuni ammessi salgono fino a 30mila abitanti
05 – Mario Lavia*: Che fare? Meloni, e il dilemma di non sapere cosa dire agli italiani per un altro anno e mezzo. Le idee scarseggiano, di grandi riforme nemmeno l’ombra, e anche la narrazione della statura internazionale sta crollando.
06 – Claudia Fanti*: Vota il Perù, dove i presidenti cadono come birilli – Elezioni generali domenica record di 35 candidati, la figlia dell’ex dittatore Fujimori non arriva al 20% e tutti gli altri dietro, il solo di sinistra non esce dalla voce “otros”.
07 – Giorgio Trucchi *: I MAGA provano a prendersi l’America Latina con lo “scudo” di Trump – Il 7 marzo scorso, il presidente statunitense Donald Trump e dodici capi di Stato latinoamericani e caraibici si sono riuniti a Doral, comune della Contea di Miami-Dade in Florida, dando vita a quello che si conosce come “Scudo delle Americhe” (Shield of the Americas).
08 – Maria Panariello *:LA GIORNATA DELLA TERRA IN PALESTINA – Sperpetuo, in napoletano, è un trambusto, un’agitazione dell’anima. Per me, è il modo di esprimere una sensazione di angoscia che non dà tregua, di fronte all’ennesima guerra, a un’ingiustizia, a una notizia amara letta e mal digerita
09 – Russia – Lorenzo Lamperti*: In arrivo Trump e si prepara Putin, tutti da Xi al centro delle mediazioni. La guerra grande Lavrov a Pechino: «compenseremo ogni choc energetico» In arrivo Trump e si prepara Putin, tutti da Xi al centro delle mediazioni
10 – STRISCIAROSSA.IT Alfiero Grandi*: L’alternativa di governo si costruisce sul campo
Giorgia Meloni ha risposto con una linea demagogica e urlata alla vittoria del No nel referendum sulla Costituzione. Forse non sa fare di meglio per compattare i suoi sostenitori, attacca le opposizioni ripetendo una narrazione dei risultati del governo che in realtà non esiste

 

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01 – On. Nicola Care’ * (PD)*: VIETNAM, CARÈ: INCONTRO CON IL PRESIDENTE DELL’ASSEMBLEA NAZIONALE TRẦN THANH MẪN RAFFORZARE RELAZIONI NELL’INDO-PACIFICO.

Roma, 17 Apr-– Insieme alla collega Chiara Gribaudo, Presidente del Gruppo parlamentare di amicizia Italia-Vietnam, ho incontrato Trần Thanh Mẫn, neo eletto Presidente dell’Assemblea Nazionale del Vietnam, nel quadro di un confronto istituzionale di grande rilievo per il rafforzamento dei rapporti tra i nostri due Paesi.Si è trattato di un incontro importante sotto il profilo politico e parlamentare, che assume per me un significato particolare anche in ragione del fatto che il Vietnam rientra nella circoscrizione Estero che rappresento in Parlamento. Proprio per questo, considero il consolidamento delle relazioni con Hanoi una parte concreta del mio impegno istituzionale a favore della presenza italiana nel mondo e del rafforzamento del dialogo con un’area strategica come quella dell’Indo-Pacifico. Nel corso dell’incontro è stato ribadito il valore della diplomazia parlamentare come strumento essenziale per consolidare rapporti di amicizia, collaborazione e confronto tra istituzioni, favorendo una cooperazione sempre più ampia sul piano politico, economico e culturale. Il rapporto tra Italia e Vietnam, infatti, non si esaurisce nel dialogo tra Assemblee legislative, ma si misura anche nella crescita degli scambi economici, nelle opportunità per il sistema produttivo italiano, nella presenza delle nostre imprese e nel ruolo svolto dagli italiani che vivono e lavorano in Vietnam. Si tratta di una relazione che va sostenuta con una visione politica chiara, capace di accompagnare l’internazionalizzazione delle aziende italiane, valorizzare il Made in Italy e rafforzare la rete delle nostre comunità all’estero. L’Italia deve continuare a investire nelle relazioni con il Vietnam, sia sul piano istituzionale sia sul piano economico e sociale. Parliamo di un Paese dinamico, centrale negli equilibri dell’Asia e sempre più rilevante per le prospettive di cooperazione internazionale, per le nostre imprese e per la presenza italiana nell’area. Rafforzare questo legame significa dare più forza alla proiezione internazionale dell’Italia e costruire nuove opportunità per i nostri territori, per il nostro sistema produttivo e per i nostri connazionali all’estero.”
L’incontro conferma la volontà di proseguire lungo un percorso di cooperazione solido e strutturato, fondato sul rispetto reciproco, sul dialogo tra istituzioni democratiche e sulla volontà condivisa di promuovere sviluppo, stabilità e nuove occasioni di partenariato tra Italia e Vietnam.
*(On./Hon. Nicola Carè (PD) – Circoscrizione Estero, Ripartizione Africa, Asia, Oceania e Antartide – Camera dei Deputati – IV Commissione Difesa)

 

02 – Eleonora Martini*: A GINEVRA IL GOVERNO BALBETTA DAVANTI AL COMITATO ONU CONTRO LA TORTURA . EROSIONE DELLO STATO DI DIRITTO CARCERI E AGENTI, SCUDO PENALE E REATO DI RIVOLTA, MA ANCHE ALMASRI E IL CPR IN ALBANIA.

L’erosione dello Stato di diritto in Italia preoccupa gli organismi sovranazionali. Se nello scorso anno particolarmente insistente è stata l’attenzione del Comitato per la prevenzione della tortura (Cpt) europeo che ha chiesto e ottenuto incontri ad alto livello con il ministro Nordio soprattutto per sollecitare soluzioni strutturali ai problemi del sovraffollamento carcerario e dell’alto tasso di morti e suicidi in cella, ieri a Ginevra il governo Meloni ha dovuto rispondere alle domande poste dal Comitato Onu contro la tortura (Cat) che il giorno prima aveva acquisito le osservazioni delle ong italiane presentate – a porte chiuse – dall’associazione Antigone e da Medici senza frontiere. L’osservazione a cui in questo caso è sottoposta l’Italia è periodica, ma i rilievi sollevati dal Cat sono stati pesanti e hanno impegnato non poco la ventina di funzionari ministeriali che componevano la delegazione di Palazzo Chigi, eccezionalmente folta per questa circostanza.

Tra i tanti temi toccati, l’Onu ha insistito particolarmente sui tentativi legislativi delle destre nostrane di abrogare il reato di tortura e di inventare scudi penali; sulla scarsa formazione degli agenti alla prevenzione dei maltrattamenti; sulla mancanza dei codici identificativi; sui pochi dati statistici riguardanti i provvedimenti disciplinari e i procedimenti penali contro le divise accusate di violazione dei diritti umani.

Il Cat ha chiesto poi di depenalizzare il delitto di rivolta in carcere quando configurato con la resistenza passiva; ha voluto i numeri sulla custodia cautelare e sul fermo preventivo senza autorizzazione giurisdizionale; ha stigmatizzato il sovraffollamento crescente anche negli Istituti per minori, i troppi suicidi, le troppe morti e i troppi detenuti con disturbi mentali; ha chiesto conto dell’uso crescente dei metodi coercitivi e violenti da parte della polizia penitenziaria, delle deportazioni, del blocco navale e del contrasto ai giudici che si occupano di immigrazione. E infine ha preteso delucidazioni ulteriori sul caso Almasri, sulla lista dei Paesi considerati sicuri dal governo italiano e sull’esternalizzazione in Albania dei centri per migranti, e ha accusato l’Italia di ostacolare la Corte penale internazionale.

«Una bacchettata del Cat è stata riservata anche al Garante nazionale dei diritti dei detenuti per aver risposto una sola volta alle nostre sette sollecitazioni», riferisce Antigone.

Osservazioni, queste, probabilmente affini a quelle contenute nell’ultimo rapporto del Cpt del Consiglio d’Europa trasmesso un mese fa al ministero di via Arenula, il quale però non ha ancora dato l’autorizzazione a pubblicarlo né, come fanno gli altri Paesi Ue, ha attivato la pubblicazione automatica.

L’ambasciatore a Ginevra e la delegazione inviata all’84esima sessione del Comitato Onu contro la tortura, in occasione del VII rapporto periodico sull’Italia, hanno risposto ovviamente minimizzando le problematiche e tranquillizzando il consesso internazionale riguardo la supposta ferrea vocazione democratica dei sovranisti italiani. A cominciare dai ddl che propongono di abrogare il reato di tortura introdotto nell’ordinamento italiano solo nel 2017: «Sono ddl di iniziativa parlamentare e dal 2023 il loro iter è fermo, quindi è probabile che non si arriverà all’abolizione entro la fine della legislatura», ha spiegato una funzionaria del gabinetto di Nordio.

Sui numeri dei procedimenti penali aperti a carico di presunti torturatori, la rappresentante ministeriale snocciola numeri che non hanno alcun senso in quel contesto, perché si riferiscono al reato commesso da cittadini comuni. Mentre accenna soltanto alle azioni giudiziarie per tortura a carico della polizia penitenziaria, spiegando che i dati sono stati comunicati per iscritto. «Ad oggi ci sono 34 agenti sospesi in connessione a procedimenti per tortura», si limita a riferire la dirigente segnalando che «la sospensione dura al massimo 5 anni». Sono invece importanti i numeri che i rappresentanti del governo snocciolano riguardo l’isolamento disciplinare riservato ai detenuti: se nel 2022 questo tipo di sanzioni applicate erano 1657, nel 2025 sono arrivate a 1869 e nei primi tre mesi del 2026 sono già 582.

Per quanto riguarda il sovraffollamento carcerario, è l’ambasciatore a ricordare che il governo Meloni è fermamente convinto del proprio piano di edilizia penitenziaria tramite il quale «realizzerà ben 10 mila posti entro il 2027». Peccato che nonostante il mega progetto, «la capienza regolamentare dei nostri istituti continua a calare – ricorda Antigone -: i posti regolamentari al 31 marzo erano 51.259, 9 in meno del mese scorso, 24 in meno di un anno fa, mentre i posti effettivamente disponibili sono 46.353, 262 in più del mese scorso, ma 460 in meno di un anno fa. Oggi, a fronte di un sovraffollamento medio del 138%, sono 66 gli istituti penitenziari in cui il tasso di affollamento è pari o superiore al 150%, mentre in 8 istituti è superiore al 190%». Le osservazioni finali del Cat le conosceremo la prossima settimana.
*(Eleonora Martini- giornalista, è cronista e inviata de il manifesto, per cui lavora dal 1986 e per cui si occupa di politica, società e scienze.)

 

03 – Vito Todeschini*: DI FRONTE AL GENOCIDIO SOSPENDERE L’ACCORDO È SOLO IL PRIMO PASSO – ITALIA/PALESTINA LE AZIONI COMPIUTE DA ISRAELE SIN DALL’INIZIO DELL’OFFENSIVA MILITARE NELLA STRISCIA HANNO AVUTO IL RISULTATO NON SOLO PREVISTO, BENSÌ PIENAMENTE VOLUTO, DI DIFFONDERE FAME, MALNUTRIZIONE E MALATTIE CONTAGIOSE TRA LA POPOLAZIONE CIVILE. TUTTO CIÒ CORRISPONDE A UN PRECISO ATTO PROIBITO SECONDO LA CONVENZIONE SUL GENOCIDIO DEL 1948

A seguito degli attacchi statunitensi e israeliani in Iran e Libano e delle crisi che li hanno preceduti, sulla Striscia di Gaza è caduto un silenzio mediatico preoccupante. Eppure il genocidio contro i palestinesi di Gaza non si è fermato nonostante il cosiddetto cessate il fuoco tra Israele e Hamas dell’ottobre 2025.

Contrariamente alle disposizioni di tale accordo, Israele non ha sospeso gli attacchi aerei contro la popolazione e le infrastrutture civili, riducendone solo intensità e frequenza, e ha disatteso le disposizioni riguardanti gli aiuti umanitari, continuando a limitarne l’ingresso e la distribuzione con restrizioni severe e arbitrarie.

Nel dicembre 2024 Amnesty International ha pubblicato un rapporto in cui concludeva che Israele aveva commesso e stava commettendo un genocidio nei confronti dei palestinesi di Gaza, aggiungendosi alle denunce nello stesso senso già espresse da ong e accademici palestinesi, esperti internazionali e dalla Relatrice speciale dell’Onu Francesca Albanese.

NONOSTANTE le pressioni della società civile e gli ordini vincolanti emessi dalla Corte internazionale di giustizia, Israele ha continuato ad attuare le sue azioni e politiche illegali. Il blocco totale all’ingresso di beni e servizi essenziali a Gaza tra il 2 marzo e il 18 maggio 2025, che ha intenzionalmente portato la popolazione civile alla fame, e la creazione della Gaza Humanitarian Foundation, un sistema militarizzato, deliberatamente caotico e letteralmente mortale di distribuzione degli aiuti umanitari, ne sono gli esempi più paradigmatici e crudeli.

A ciò si aggiungano la chiusura delle operazioni e degli uffici dell’agenzia Onu per i rifugiati palestinesi (Unrwa) in violazione del diritto internazionale, come sancito dalla Corte internazionale di giustizia, e la restrizione arbitraria alle operazioni delle ong umanitarie. Nel settembre 2025 un rapporto della Commissione di inchiesta dell’Onu sul Territorio palestinese occupato e Israele dimostrava come tutto ciò si inscrivesse nel genocidio già in corso a Gaza.

Le azioni compiute da Israele sin dall’inizio dell’offensiva militare nella Striscia, lanciata a seguito dei gravi attacchi compiuti da Hamas e altri gruppi palestinesi il 7 ottobre 2023, hanno avuto il risultato non solo previsto, bensì pienamente voluto, di diffondere fame, malnutrizione e malattie contagiose tra la popolazione civile, effetti nefasti che si sono verificati simultaneamente e ininterrottamente, aggravandosi a vicenda. Tutto ciò corrisponde a un preciso atto proibito secondo la Convenzione sul genocidio del 1948: l’imposizione deliberata ai membri di un gruppo protetto di condizioni di vita intese a provocarne la distruzione fisica, totale o parziale.
Su il manifesto la scrittrice di Gaza Eman Abu Zayed ha descritto tali condizioni di vita nel campo di al-Mawasi: «Nessun sistema fognario adeguato, nessuna infrastruttura organizzata, nessuna distanza tra le famiglie e nemmeno spazio sufficiente per piantare una nuova tenda…Al-Mawasi si è trasformata in una caotica città di tende, non pianificata, non protetta dal caldo o dal freddo e priva di qualsiasi sistema sanitario in grado di prevenire la diffusione delle malattie».
Nel marzo 2026 Amnesty International ha inoltre denunciato lo specifico impatto di genere che il genocidio ha sulle donne di Gaza, costrette a partorire senza adeguata attenzione medica, a portare avanti gravidanze e a trascorrere il periodo post-parto sfollate in luoghi sovraffollati e pericolosi per la salute, così come ad affrontare la fame, le malattie e i traumi in assenza di privacy e protezione e senza accesso a servizi fondamentali, dovendo occuparsi al contempo di altre persone.
LE PAROLE di Maysoun Abu Bureik, ostetrica all’ospedale di al-Awda a Gaza, descrivono le terribili condizioni affrontate dalle neomamme: «La cosa peggiore è quando devi assistere una madre che ha perso il marito o la famiglia. Non c’è nulla che puoi dire o che puoi fare per consolarla. Deve cavarsela per conto suo e contemporaneamente dare sostegno emotivo alla sua piccola figlia quando lei stessa ha un disperato bisogno di quel sostegno emotivo, soprattutto quando non c’è una casa vera e propria dove tornare».
In tutto ciò il governo italiano non ha saputo far di meglio che aderire come osservatore al cosiddetto Board of Peace dell’amministrazione Trump, un piano attuato in palese disprezzo del diritto internazionale e dei diritti umani. Il governo dovrebbe invece adottare tutte le misure a propria disposizione per fermare il genocidio contro i palestinesi a Gaza. La decisione di sospendere il rinnovo automatico dell’accordo di difesa con Israele deve essere solo il primo passo verso la cessazione totale di ogni tipo di assistenza militare e vendita di armi. È inoltre fondamentale che il governo sostenga l’interruzione dell’accordo di associazione tra Unione europea e Israele, formalmente richiesta da un milione di cittadini europei.
*(Vito Todeschini. Aarhus University) is Legal Adviser at the International Commission of Jurists, Middle East and North Africa Programm)

 

04 – Barbara Weisz*: PENSIONATI ESTERI CON FLAT TAX AL 7%, DAL 2026 I COMUNI AMMESSI SALGONO FINO A 30MILA ABITANTI

LA LEGGE PMI 2026 ESTENDE LA FLAT TAX AL 7% SULLE PENSIONI ESTERE AI COMUNI FINO A 30MILA ABITANTI. REQUISITI, AREE AMMESSE E DURATA DELL’OPZIONE.
Dal 7 aprile 2026 la flat tax al 7% sulle pensioni estere è accessibile anche nei Comuni del Mezzogiorno fino a 30mila abitanti, rispetto ai 20mila della norma originaria. La modifica è introdotta dall’articolo 26 della Legge annuale PMI (L. n. 34/2026) e amplia la platea dei territori in cui il pensionato estero che trasferisce la residenza in Italia può optare per l’imposta sostitutiva unica su tutti i propri redditi di fonte estera. Il regime è regolato dall’articolo 24-ter del TUIR (DPR 917/1986).

Indice

• Quali pensionati accedono al regime agevolato
• Su quali redditi esteri si applica la flat tax
• I Comuni ammessi dopo la Legge PMI 2026
• Come si esercita l’opzione e quanto dura
• Decadenza, revoca e versamento dell’imposta
• Quali pensionati accedono al regime agevolato

Pensioni INPS erogate all’estero: Ddl in Senato per il rientro – Fuga all’estero dei pensionati: si studia il rientro.

Nel più vasto quadro della tassazione agevolata delle pensioni estere, possono optare per questo regime le persone fisiche titolari di redditi da pensione erogati da soggetti esteri che trasferiscono la residenza fiscale in Italia in un Comune ammesso. Il richiedente non deve essere stato fiscalmente residente in Italia nei cinque periodi d’imposta precedenti al trasferimento. Il Paese di provenienza deve avere in vigore con l’Italia accordi di cooperazione amministrativa in materia fiscale: il requisito esclude in pratica i paradisi fiscali.

SU QUALI REDDITI ESTERI SI APPLICA LA FLAT TAX
PENSIONE
Pensionati stranieri: flat tax al 7% anche sui redditi di capitale – 25 Novembre 2025
Il tratto distintivo del regime è che l’imposta sostitutiva del 7% non copre solo la pensione: si applica a tutti i redditi prodotti all’estero dal soggetto trasferito, inclusi redditi di capitale e redditi finanziari di fonte estera. Il comma 8 dell’articolo 24-ter TUIR consente però di escludere dall’imposta sostitutiva i redditi prodotti in specifici Paesi esteri, ai quali continuerà ad applicarsi la tassazione IRPEF ordinaria con relativo credito d’imposta. Questa scelta di esclusione parziale può essere esercitata o modificata anche nei periodi d’imposta successivi.

I COMUNI AMMESSI DOPO LA LEGGE PMI 2026
Il regime si applica al pensionato che trasferisce la residenza in una delle seguenti aree:

Comuni con popolazione non superiore a 30mila abitanti nelle regioni Sicilia, Calabria, Sardegna, Campania, Basilicata, Abruzzo, Molise e Puglia — soglia elevata da 20mila a 30mila dalla Legge PMI 2026, in vigore dal 7 aprile 2026;
Comuni colpiti dai terremoti del Centro Italia del 2016-2017 inclusi negli allegati 1, 2 e 2-bis del DL 189/2016;

COMUNI COLPITI DAGLI EVENTI SISMICI DEL 2009 A L’AQUILA.
Per i Comuni danneggiati da sismi (secondo e terzo punto) non si applica alcun limite demografico: l’inclusione negli allegati di legge è il criterio esclusivo. Per i Comuni del Mezzogiorno, la soglia demografica di riferimento è la Rilevazione comunale annuale del movimento e calcolo della popolazione pubblicata dall’ISTAT. Chi ha già esercitato l’opzione con il vecchio limite dei 20mila abitanti non subisce alcun impatto: il regime in corso prosegue invariato.

COME SI ESERCITA L’OPZIONE E QUANTO DURA
Pensioni tasse estero

PENSIONATI: I 20 PAESI DOVE TRASFERIRSI PER PAGARE MENO TASSE

Non è necessario presentare una domanda specifica: l’opzione si esercita direttamente nella dichiarazione dei redditi relativa al periodo d’imposta del trasferimento, indicando i seguenti elementi:

lo status di non residente in Italia per almeno cinque periodi d’imposta precedenti l’inizio di validità dell’opzione;
• la giurisdizione o le giurisdizioni dell’ultima residenza fiscale, tra quelle con cui l’Italia ha accordi di cooperazione amministrativa in materia fiscale;
• gli eventuali Stati o territori per i quali si intende escludere l’applicazione dell’imposta sostitutiva, optando per la tassazione ordinaria con credito d’imposta (facoltà prevista dal comma 8 dell’articolo 24-ter TUIR, esercitabile anche nei periodi successivi);
• lo Stato di residenza del soggetto estero erogante la pensione;
• il totale dei redditi di fonte estera da assoggettare all’imposta sostitutiva.
L’imposta sostitutiva si versa in un’unica soluzione entro la scadenza del saldo per il versamento delle imposte sui redditi, tramite modello F24.

Il regime ha una durata complessiva di dieci anni: copre il periodo d’imposta del trasferimento e i nove successivi. È possibile trasferirsi in un altro Comune ammesso senza perdere il beneficio, purché il nuovo Comune soddisfi i requisiti geografici e demografici previsti dalla norma. La revoca è possibile in qualsiasi momento direttamente in dichiarazione dei redditi.

DECADENZA, REVOCA E VERSAMENTO DELL’IMPOSTA
Dall’opzione scatta la decadenza al verificarsi di una delle seguenti cause:

• perdita dei requisiti soggettivi previsti dalla norma;
• omesso o parziale versamento dell’imposta sostitutiva entro i termini previsti (la decadenza non scatta automaticamente:
• il contribuente può sanare versando entro la scadenza del saldo relativo al periodo d’imposta successivo, con interessi e sanzioni;
• solo il mancato pagamento anche entro questo termine rende definitiva la decadenza);
• trasferimento della residenza in un Comune privo dei requisiti previsti dalla norma;
• trasferimento della residenza all’estero.
In caso di revoca o decadenza, non è possibile esercitare nuovamente l’opzione.
*(Fonte: PMI.it. Barbara Weisz – Giornalista professionista, scrive di economia, politica e finanza per la stampa specializzata, tra testate online quotidiani e riviste a diffusione nazionale)

 

05 – Mario Lavia*: CHE FARE? MELONI, E IL DILEMMA DI NON SAPERE COSA DIRE AGLI ITALIANI PER UN ALTRO ANNO E MEZZO. LE IDEE SCARSEGGIANO, DI GRANDI RIFORME NEMMENO L’OMBRA, E ANCHE LA NARRAZIONE DELLA STATURA INTERNAZIONALE STA CROLLANDO.

• Ve bene che vuole battere il record di longevità.
• Va bene che i parlamentari vogliono maturare la pensione.
• Va bene, infine, che è bello viaggiare per il mondo e frequentare i grandi della Terra.

E, però, per fare tutto questo, Giorgia Meloni ha un piccolo problema: che cosa dire agli italiani per un altro anno e mezzo?

IL PROBLEMA DEL FAMOSO “RACCONTO”. CHE POI SI SOSTANZIA NELLE COSE CONCRETE.
E QUI CASCA L’ASINO.

Le idee scarseggiano, di grandi riforme nemmeno l’ombra. I soldi per fare cose importanti non ci sono. E adesso – questa è la novità forse più importante della fase – sta crollando l’impalcatura di cartapesta su cui si reggeva la narrazione della statura internazionale della presidente del Consiglio.
Era un’illusione ottica, ma per un po’ ha funzionato. Nell’era del sovranismo trionfante, Meloni si era ritagliata un bello spazio: la trumpiana d’Europa, non poca roba.
Ma la situazione è cambiata. L’uomo della Casa Bianca sta provocando disastri umani e economici. Lei, anche per questo, ha perso il referendum.
Ed è probabile che domenica le urne ungheresi per la stessa ragione mandino a casa, Viktor Orbán, l’altro “fratello d’Europa».
Emanciparsi dal tycoon non è facile. Anzi, è impossibile, al netto di qualche provvisorio e malfermo distinguo. E l’Europa, che da sempre diffida di Giorgia, certo non intende più di tanto aprirle le porte.
Isolata, dunque. Sovranista ma non completamente trumpiana, europeista ma non compiutamente filo Ue. Strategicamente, un disastro. Del «ponte» tra Stati Uniti ed Europa che lei voleva essere sono crollati i due piloni, da una parte e dall’altra.
Si tratta, dunque, di reimpostare una linea, più rivolta alla politica interna. Ma alla testa di una coalizione stanca e impaurita. I turbamenti di Forza Italia ne sono un bell’esempio, con un segretario, Antonio Tajani, sostanzialmente commissariato dalla famiglia Berlusconi. E la Lega colpita alle spalle dal generale Roberto Vannacci. Il colpo in faccia del referendum ha innervosito la premier come forse mai prima d’ora.
Sarà un caso, ma la cacciata di Roberto Cingolani è stata da lei decisa quando, proprio quel martedì 24 marzo, il giorno dopo la vittoria del No, Meloni si è trovata spiattellata su Repubblica un’intervista dell’amministratore delegato di Leonardo in cui rilanciava il progetto Michelangelo Dome. Un progetto che Meloni non aveva mai apprezzato.
Già il 13 febbraio, come raccontato sul Corriere da Simone Canettieri, Cingolani era in volo con Meloni sull’aereo che li portava in missione in Etiopia, e in quella occasione la premier si era irritata per la troppa autonomia rispetto a temi strategici. Tra questi, appunto, il programma Michelangelo Dome. Trovarselo riproposto su Repubblica le è andato di traverso. Lì, probabilmente, Cingolani è caduto definitivamente in disgrazia. Via Cingolani, dentro un po’ di gente amica (ma fra questi non figura Lorenzo Mariani, che ne prende il posto). Una botta decisionista che tradisce il nervosismo di una premier alla ricerca del bandolo della matassa.
Se non lo dovesse trovare non esiterebbe a chiedere al presidente della Repubblica di anticipare il voto come minimo alla primavera dell’anno prossimo se non alla fine del 2026. Ma adesso il problema di Meloni è un altro, è quello posto a suo tempo da Lenin: che fare?
*(Mario Lavia – è un noto giornalista e notista politico italiano, con una lunga esperienza nell’analisi delle dinamiche di governo e di partito. Ha ricoperto il ruolo di vice direttore del quotidiano Europa e collabora con testate come Linkiesta, Il Riformista e La Ragione)

 

06 – Claudia Fanti*: VOTA IL PERÙ, DOVE I PRESIDENTI CADONO COME BIRILLI – ELEZIONI GENERALI DOMENICA RECORD DI 35 CANDIDATI, LA FIGLIA DELL’EX DITTATORE FUJIMORI NON ARRIVA AL 20% E TUTTI GLI ALTRI DIETRO, IL SOLO DI SINISTRA NON ESCE DALLA VOCE “OTROS”.

Ma chiunque vinca, il potere è in una coalizione-monoblocco che non perde mai
Nel panorama latinoamericano il Perù rappresenta un po’ un’eccezione: qui l’autoritarismo, in crescita in tutto il continente, non si esprime attraverso un leader – un Milei, un Kast, un Noboa – ma tramite una coalizione di potere che controlla saldamente il paese a prescindere da chi ci sia al governo. Così, mentre i presidenti cadono uno dopo l’altro – otto in soli dieci anni – in mezzo a scandali di corruzione, attacchi alla democrazia e denunce di collusione con il crimine organizzato, le forze che dominano il Congresso sembrano al contrario invincibili. E continueranno a esserlo anche dopo le elezioni generali di domenica.
Nel passaggio, ormai consumato, dal presidenzialismo a un parlamentarismo di fatto, l’equilibro tra i poteri è infatti completamente saltato: il Congresso, che è dominato da forze di destra più o meno estrema e controlla istituzioni chiave come il Tribunale costituzionale, destituisce i presidenti come fossero birilli, o attraverso la “vacancia” (cioè l’impeachment) per “incapacità morale permanente”, una formula così vaga che ci si può far rientrare un po’ tutto, o tramite una semplice censura, che richiede appena una maggioranza semplice, di cui ha fatto le spese l’ultimo presidente deposto, José Jeri.
E questo indipendentemente se sia la società a mobilitarsi contro il governo, anche sfidando una repressione feroce – così è stato con Dina Boluarte, davvero moralmente incapace – o se si consumi tutto nella totale apatia della popolazione, come nel caso di Jerí.
Né cambia qualcosa se, per una congiunzione astrale, esce dal cilindro un presidente progressista, come accaduto nel 2021 con Pedro Castillo: il suo destino sarà, invariabilmente, quello di essere risucchiato dalla coalizione di potere o di venire rovesciato, quando non le due cose insieme.
È in questo quadro che oggi più di 18 milioni di elettori sono chiamati alle urne per eleggere il prossimo presidente e i membri di un Parlamento diventato nel 2024 nuovamente bicamerale. Con un livello di disaffezione nei confronti della classe politica che non potrebbe essere più alto: se c’è qualcosa che la maggior parte dei peruviani proprio non si aspetta è che il prossimo governo, quale che sia il vincitore, sia in grado l’affrontare sul serio i problemi del paese.
Fra ben 35 candidati tra cui scegliere – un record – i favoriti, secondo sondaggi ritenuti però poco affidabili anche per l’alto numero di indecisi, sarebbero comunque Keiko Fujimori, la figlia dell’ex dittatore – e massima espressione della destra fascista e corrotta – al suo quarto tentativo alle presidenziali; il miliardario dell’Opus Dei, anche lui ultraconservatore, Rafael López Aliaga e l’ex comico Carlos Álvarez, che fa del pragmatismo la sua bandiera, seguiti da Alfonso López Chau (Ahora Nación), Jorge Nieto (Partido del Buen Gobierno) e il progressista Roberto Sánchez (Juntos por el Perú) considerato l’erede di Castillo. Nessuno, peraltro, con la minima chance di superare il 50% al primo turno: la Señora K (come viene chiamata la leader di Fuerza Popular), che sarebbe in testa, resta ben lontana dal 20% delle preferenze.
Ma se i candidati sono tanti, la maggior parte di loro propone le stesse ricette: misure di austerità fiscale, allineamento con l’amministrazione Trump, difesa del ruolo del Perù come nazione esportatrice di materie prime, a cominciare dal rame. E se qualche eccezione c’è pure, come nel caso della Alianza Venceremos di cui fanno parte diverse forze di sinistra, il suo candidato, l’ex leader studentesco e avvocato progressista Ronald Atencio, non compare ai primi posti in nessun sondaggio, finendo semplicemente nella voce “otros”.
E ciò malgrado il suo programma preveda, tra molto altro, la rifondazione delle istituzioni del paese con il ristabilimento dell’equilibrio tra i poteri, una riforma tributaria, investimenti nell’industrializzazione delle materie prime, una politica di credito per i lavoratori informali (il 70% della popolazione economicamente attiva), una nuova riforma agraria e un’educazione accessibile a tutti. Programma forse eccessivamente ambizioso a fronte della sfiducia generalizzata di una popolazione rimasta scottata davvero troppe volte.
*(Claudia Fanti – Giornalista, scrive soprattutto di America Latina. Da più di 20 anni scrive sul settimanale Adista e collabora con il Manifesto e con altre testate.)

 

07 – Giorgio Trucchi *: I MAGA PROVANO A PRENDERSI L’AMERICA LATINA CON LO “SCUDO” DI TRUMP – IL 7 MARZO SCORSO, IL PRESIDENTE STATUNITENSE DONALD TRUMP E DODICI CAPI DI STATO LATINOAMERICANI E CARAIBICI SI SONO RIUNITI A DORAL, COMUNE DELLA CONTEA DI MIAMI-DADE IN FLORIDA, DANDO VITA A QUELLO CHE SI CONOSCE COME “SCUDO DELLE AMERICHE” (SHIELD OF THE AMERICAS).

Il documento finale firmato dai tredici governanti, tra cui Javier Milei (Argentina), José Antonio Kast (Cile), Daniel Noboa (Ecuador), Nayib Bukele (El Salvador), Nasry Asfura (Honduras) e José Raúl Mulino (Panama), prevede la messa in campo e l’utilizzo di “tutte le risorse necessarie e le facoltà legali disponibili” per smantellare i cartelli (della droga) e le organizzazioni terroriste nell’emisferooccidentale, togliendo loro qualsiasi controllo territoriale, accesso a finanziamento o ad altre risorse. Tra gli obiettivi anche quello di “tenere a bada le minacce esterne”, tra cui “le influenze straniere maligne extra emisfero occidentale”.
Per questa pseudo crociata contro il narcoterrorismo, come ama definirlo Trump, gli Stati Uniti lanciano una sorta di progetto di cooperazione militare multilaterale con governi ultraconservatori, dichiaratamente allineati con il trumpismo e gli interessi geopolitici e geostrategici di Washington. In tutto ciò, la lotta contro il traffico di droga c’entra poco o nulla e il mancato invito a potenze politiche ed economiche latinoamericane come Brasile, Colombia e Messico, i cui governi non seguono pedissequamente gli ordini di Washington, ne è la conferma.
“Si tratta di una riedizione 2.0 della vecchia dottrina Monroe di dominazione continentale e dell’imposizione dell’ideologia MAGA (Make America Great Again – America First). La retorica della lotta contro il narcotraffico non è altro che una facciata che serve a mascherare il processo accelerato di riposizionamento USA in America Latina, ridefinendo il suo perimetro di sicurezza e inasprendo le politiche interventiste e la militarizzazione della regione”, spiega a Pagine Esteri, Giovani Del Prete, coordinatore operativo della segreteria continentale di ALBA Movimientos.
Per poter avanzare con il suo progetto, continua Del Prete, Trump stringe alleanze con governi satellite, espressioni della destra ultra neoliberista latinoamericana, che garantiscono, costi quel che costi, gli interessi “stelle e strisce”. Oltre a ricomporre l’influenza statunitense sul continente, gli obiettivi del decantato “Scudo” sono quelli di scardinare il processo d’integrazione e indipendenza latinoamericana iniziato con la creazione di Alba-Tcp (Alleanza bolivariana per i popoli della nostra America – Trattato di commercio dei popoli) e Celac (Comunità degli stati latinoamericani e dei caraibi) e stroncare l’avanzata cinese (e le influenze russe) come principale partner commerciale del Centro e Sud America, in settori strategici come infrastrutture, tecnologie ed energia. Attualmente, più di venti paesi del continente hanno firmato memorandum d’intesa per partecipare alla Belt and Road Initiative (Nuova Via della Seta).
In particolare, gli USA vogliono assicurarsi il controllo di risorse strategiche e corridoi logistici, molto spesso in mano ad aziende appaltatrici cinesi. Tra i governi alleati di Washington, il panamense è tra quelli che per primi hanno agito di conseguenza. Poche settimane fa, infatti, ha annullato i contratti portuali chiave detenuti da Panama Ports Company, una filiale di CK Hutchison con sede a Hong Kong. La sentenza della Corte suprema di giustizia ha dichiarato incostituzionali le ventennali concessioni per operare nei terminal Balboa e Cristóbal del Canale di Panama.
Altri segnali vengono dai governi di Costarica e Paraguay, che hanno espresso profonda preoccupazione per le misure commerciali imposte dalla Cina nei propri porti a navi battenti bandiera panamense, sottoponendole a “ispezioni arbitrarie e ingiuste che causano forti ritardi”. La situazione era stata segnalata e condannata come “minaccia diretta alla stabilità delle catene globali del valore” dal segretario di Stato USA, Marco Rubio, ed aveva immediatamente riscosso il sostegno di altri governi satelliti, tra cui Israele, Ucraina, Honduras e Perù.
A questo si aggiunge la militarizzazione dei Caraibi, l’invasione e il sequestro del presidente venezuelano Nicolás Maduro e della deputata e consorte Cilia Flores, le minacce contro i governi di Brasile, Colombia e Messico, l’inasprimento dell’embargo contro Cuba volto a strangolare il settore energetico, a criminalizzare le brigate mediche sparse per il mondo e a isolare politicamente la più grande delle Antille.

PREOCCUPA anche l’Accorda SOFA (Status of ForcesAgreement) firmato da Paraguay ed Ecuador con gli Stati Uniti, secondo il quale si permette automaticamente l’entrata di truppe statunitensi e si concede a militari, civili e contrattisti esenzioni e immunità equiparate a quelle di cui gode il personale diplomatico.
“Ciò a cui stiamo assistendo è il tentativo grossolano di chi si crede re e vuole accaparrare tutto a spese dei nostri popoli. ‘O cooperi con me o t’invado’. Veniamo da più di 500 anni di colonialismo e questa non è altro che la versione aggiornata di un crimine protratto nei secoli che, purtroppo, conta sempre sulla complicità di governi cipayos (collaborazionisti). Governi autoritari e repressivi, molto spesso collusi con il crimine organizzato, disposti a sacrificare la propria gente, il suo benessere e il suo futuro, per garantire gli interessi economici e strategici di un padrone che sta affrontando una gravissima crisi economica e di credibilità”, spiega Pablo Rojas, dottore in studi latinoamericani dell’Università nazionale autonoma del Messico (Unam).
E se l’unità e l’integrazione regionale diventano un ostacolo per gli interessi statunitensi, Trump punta allora a frammentare e dividere attraverso la subordinazione, la pressione, le minacce, le sanzioni, l’accerchiamento militare, il blocco commerciale ed energetico. In questo senso, segnala il collettivo giornalistico indipendente Misión Verdad, il “prezzo” di stare nello Scudo delle Americhe è l’annullamento definitivo delle autonomie nazionali a favore di un’egemonia perenne e di una militarizzazione costante. In definitiva, una “sovranità” che da principio inviolabile si converte in variabile negoziabile.
La nuova iniziativa di Washington va quindi a integrare quanto già stabilito come priorità dalla Strategia sulla Sicurezza Nazionale (SSN) 2025 e 2026. “La designazione di cartelli latinoamericani come organizzazioni terroriste straniere abilita giuridicamente operazioni militari extraterritoriali, congelamento di attivi e vigilanza internazionale senza contrappesi legali. Questa fusione tra ‘guerra alla droga’ e ‘guerra al terrore’ converte territori sovrani in aree di azione geostrategica, in cui si normalizza la presenza militare statunitense in funzione della sicurezza”, avverte Misión Verdad.
Lo Scudo opera come uno strumento di proiezione di potere in un emisfero che gli Stati Uniti considerano da sempre il proprio “cortile”, scartando a priori i concetti di cooperazione orizzontale, solidale, complementare e di autodeterminazione dei popoli.
“A Trump serve anche come cortina di fumo per i suoi elettori di fronte a una crisi economica e sociale interna sempre più grave. Ogni giorno vediamo come negli Stati Uniti aumentano le proteste e dilaga il malcontento”, segnala Del Prete. “La popolazione latinoamericana è ribelle e sa come resistere alle strategie colonialiste di dominazione. Dobbiamo rafforzare la visione antimperialista perché si tratta di sopravvivenza. L’unica forma per cercare di ribaltare questo nuovo corso autoritario e interventista è attraverso la ribellione popolare”, conclude Rojas.
*(Giorgio Trucchi, , giornalista, residente in Centro America dal 1998, è corrispondente dell’agenzia Rel UITA e collabora con diversi media internazionali)

 

08 – Maria Panariello *:LA GIORNATA DELLA TERRA IN PALESTINA – Sperpetuo, in napoletano, è un trambusto, un’agitazione dell’anima. Per me, è il modo di esprimere una sensazione di angoscia che non dà tregua, di fronte all’ennesima guerra, a un’ingiustizia, a una notizia amara letta e mal digerita.

Il 30 marzo in Palestina marca l’appartenenza del popolo palestinese ai loro alberi di ulivo, alla loro terra, alla loro identità. In quella data, ormai cinquant’anni fa, 6 palestinesi disarmati furono uccisi e oltre 100 furono feriti dall’esercito israeliano, che voleva confiscare, come poi ha fatto, 2 mila ettari di terre palestinesi in Galilea: l’equivalente di circa tremila campi di calcio.
Da allora quei fatti drammatici vengono celebrati ogni anno, in quella che per i palestinesi è la Giornata della Terra. Ogni anno, i palestinesi residenti in Israele e nei territori occupati (Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme Est) celebrano questa ricorrenza con manifestazioni, veglie e con la piantumazione di ulivi, gesto simbolo del loro profondo radicamento al territorio, di resistenza e riappropriazione attraverso un albero intrecciato alla storia e al futuro del popolo palestinese, alla sua stessa sussistenza.
In Palestina molti ulivi hanno più di 1.000 anni, alcuni arrivano anche a 3.000. Dall’inizio della scorsa stagione di raccolta delle olive, l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA) ha documentato 126 attacchi da parte dei coloni israeliani in 70 città e villaggi, che hanno interrotto le attività di raccolta, ferito circa 112 palestinesi e vandalizzato più di 4.000 alberi e giovani piante. E questo accade per espandere i confini di Israele, e quindi per eliminare ogni traccia di esistenza dei palestinesi.
Organizzazioni per i diritti umani e diversi paesi hanno condannato il piano di annessione territoriale da parte di Israele. Secondo Peace Now, un gruppo israeliano che si batte contro gli insediamenti, Israele ha approvato 12.349 unità abitative nel 2023, 9.884 nel 2024 e un numero record di 27.941 nel 2025. Un sopruso denunciato in queste ore anche da L’Espresso. La foto di copertina del settimanale, contro cui si è scagliato l’ambasciatore israeliano a Roma che ha accusato il giornale di averla manipolata con l’intelligenza artificiale, mostra il ghigno di un colono israeliano che irride una donna in Cisgiordania, e apre un’inchiesta che racconta la pulizia etnica e i massacri perpetrati da coloni ed esercito israeliano agli ordini della destra di Netanyahu e dei suoi ministri.

LA GIORNATA MONDIALE DELLA TERRA DELL’ONU
Il prossimo 22 aprile si celebra la 56esima Giornata mondiale della Terra delle Nazioni Unite per la salvaguardia del pianeta. Una data istituita grazie alla pressione del movimento ambientalista nato in America tra gli anni Sessanta e Settanta, a seguito di un incidente a una piattaforma petrolifera in California, che causò lo sversamento di circa dieci milioni di litri di petrolio nell’oceano. Una mobilitazione che andò ad affiancarsi a quella pacifista contro la guerra del Vietnam. Devastazione ambientale, petrolio, guerra: sessant’anni dopo, gli ingredienti sono rimasti esattamente gli stessi.
Il tema della Giornata di quest’anno è “Our power. Our planet” (Il nostro potere. Il nostro pianeta) con cui si pone in rilievo l’importanza dell’impegno del singolo individuo e delle sue scelte quotidiane. Un tema che vuole provocare la partecipazione e l’attivazione delle singole persone di cui sicuramente abbiamo bisogno.
Eppure sarebbe da ricordare, proprio in questa data, le responsabilità politiche di chi ha contribuito a rompere il vero legame tra la terra e l’uomo, le politiche miopi, l’attacco sistematico ai territori, ai redditi, agli accordi internazionali. Le frane di Niscemi, in Abruzzo e in Molise, agli effetti delle piogge torrenziali in Puglia, Calabria, Sicilia e Sardegna non sono altro che la rappresentazione drammatica di questa inazione politica. Altro che fatalità!

DEDICARE UN GIORNO A TUTTO QUESTO VERAMENTE NON PUÒ BASTARE.
Con Terra! lavoriamo tutti i giorni per denunciare quello che sta accadendo in campo, in tavola e sugli scaffali dei supermercati, raccontando di migliaia di agricoltori che lasciano le loro aziende perché i loro redditi non consentono di tirare avanti e perché i cambiamenti climatici stanno cambiando il loro futuro; denunciando come questo “patto” con la terra si sia rotto da tempo; mostrando un modello che porta chi produce a non riuscire più a vivere della propria terra e chi consuma a faticare ad accedere a un cibo sano e di qualità; costruendo politiche e progetti che avvicinano le comunità ai territori, come a Lampedusa, dove su uno “scoglio” brullo, abbiamo dato vita ad Agricola Mpidusa, una cooperativa agricola sociale, che ha fatto guerra alla desertificazione dell’isola.
Per noi è il nostro lavoro, il nostro attivismo, il nostro modo di stare nel mondo, ma c’è chi a questi temi penserà solo il 22 aprile.

LA LEZIONE DELLA PALESTINA PER LA SALVAGUARDIA DELLA TERRA
Per rendere questo un impegno quotidiano per tutte e tutti, forse dovremmo imparare proprio dai palestinesi e da come celebrano la loro Giornata della terra, prendendo in prestito la ferma convinzione che i destini della loro terra e dei loro ulivi siano uniti indissolubilmente alla loro stessa esistenza. Il nostro “superomismo” disperato ci porta a credere di poter controllare e dominare ciò che ci circonda anche con le nostre scelte individuali, eppure dalla Palestina, da oltre cinquant’anni, ci arriva un lezione diversa: convivere pacificamente con ciò che la terra offre nel luogo che chiamiamo “casa”.
Ecco anche perché la causa dei palestinesi è anche la nostra, ecco perché siamo scesi in piazza nei mesi di guerra e perché sosteniamo la Flotilla che riparte verso Gaza, per difendere questo popolo e il suo diritto a esistere dove è e dove vuole essere.
*(Maria Panariello, napoletana trapiantata a Roma, è un’attivista di Non Una di Meno. Giornalista e condirettrice di Paese Sera – Piccolo Sperpetuo – Sperpetuo, in napoletano, è un trambusto, un’agitazione dell’anima. Per me, è il modo di esprimere una sensazione di angoscia che non dà tregua, di fronte all’ennesima guerra, a un’ingiustizia, a una notizia amara letta e mal digerita)

 

09 – Russia – Lorenzo Lamperti*: IN ARRIVO TRUMP E SI PREPARA PUTIN, TUTTI DA XI AL CENTRO DELLE MEDIAZIONI. LA GUERRA GRANDE LAVROV A PECHINO: «COMPENSEREMO OGNI CHOC ENERGETICO» IN ARRIVO TRUMP E SI PREPARA PUTIN, TUTTI DA XI AL CENTRO DELLE MEDIAZIONI.

«Non ci sono piani, al momento, per un vertice tra Donald Trump e Vladimir Putin in Cina». Il Cremlino allontana la suggestione di un trilaterale senza precedenti tra Stati uniti e Russia alla presenza di Xi Jinping. Di certo, a meno di nuovi rinvii, nel giro di poche settimane sia il presidente americano che quello russo saranno a Pechino, sempre più epicentro della diplomazia globale. Secondo Trump, Xi lo accoglierà con «un grande e caloroso abbraccio». Motivo? La presunta «riapertura permanente» dello Stretto di Hormuz. «Lo sto facendo anche per loro», ha scritto Trump su Truth, aggiungendo che Xi «ha accettato di non inviare armi all’Iran» in un presunto scambio di lettere con la Casa bianca.

Dopo l’iniziativa congiunta col Pakistan e i quattro punti per la pace lanciati due giorni fa alla presenza del principe ereditario di Abu Dhabi, la Cina lascia intravedere un ruolo ufficioso di mediazione. Anche ieri sera, il ministro degli esteri Wang Yi ha parlato con l’omologo iraniano Abbas Araghchi, al quale ha ribadito il sostegno «alla dinamica dei negoziati di pace», definiti «nell’interesse del popolo dell’Iran».
Al di là della veridicità della discussione diretta in materia di armi, la presa di posizione di Trump è significativa, perché arriva dopo che il Financial Times ha scritto che i pasdaran avrebbero utilizzato un satellite cinese per monitorare e colpire le basi americane in Asia occidentale. Il dispositivo, denominato Tee-01B, sarebbe stato acquisito a fine 2024, dunque ben prima della guerra. Il tutto si aggiunge a recenti ricostruzioni dell’intelligence americana, secondo cui la Cina sarebbe pronta a consegnare un nuovo sistema di difesa aerea all’Iran. La scontata smentita di Pechino, secondo cui si tratta di «voci fabbricate motivate da secondi fini», viene dunque rafforzata dallo stesso Trump, che pare intenzionato a confermare il summit con Xi previsto per metà maggio. Secondo Reuters, nella sua delegazione ci sarà anche il figlio imprenditore Eric.
Poco dopo, Xi riceverà anche Putin. Ieri, il Cremlino ha confermato che il presidente russo sarà in Cina «entro la prima metà dell’anno». L’annuncio è arrivato dopo che il leader cinese (reduce da un vertice con il leader vietnamita To Lam ha ricevuto Sergej Lavrov, presente a Pechino proprio per mettere a punto i preparativi della visita di Putin. Durante l’incontro, Cina e Russia hanno ribadito la loro opposizione al blocco navale di Hormuz imposto dagli Usa, definito «pericoloso e irresponsabile». Le nostre relazioni «restano salde di fronte a tutte le tempeste», ha garantito il ministro degli esteri russo.
Eppure, gli interessi dei due paesi sulla guerra in corso non sono del tutto allineati. Pechino è sin qui stata ampiamente in grado di limitare l’impatto dello shock energetico e intravede anche delle opportunità su rinnovabili e auto elettriche. Ma il rallentamento della domanda globale sta iniziando a farsi sentire sul ritmo delle esportazioni e sull’aumento dei prezzi interni. Mosca, invece, è senz’altro favorita dalle turbolenze sul Golfo. Soprattutto per la possibilità di intensificare le vendite di gas e petrolio. Un tema toccato esplicitamente anche da Lavrov. «La Russia è pronta a compensare il deficit di energia che si è venuto a creare per la Cina e per altri partner», ha detto. Per Mosca si tratta di un’opportunità per rilanciare gli scambi con Pechino, che nel 2025 si sono ridotti, e ridurre lo squilibrio nelle relazioni bilaterali. Dopo la guerra in Ucraina, il rapporto tra Russia e Cina si era progressivamente sbilanciato a favore di Pechino, che ha potuto negoziare condizioni vantaggiose sulle forniture energetiche.
La crisi iraniana, sommata alla cattura di Maduro in Venezuela, sembrano restituire a Mosca una leva negoziale più forte. Nel nuovo piano quinquennale approvato a metà marzo, Pechino sembra aver avvicinato il via libera definitivo al Power of Siberia 2, il super gasdotto su cui Putin spinge da anni. Allo stesso tempo, Xi sembra voler continuare a diversificare le forniture. La prossima settimana, il vicepremier Ding Xuexiang sarà in Turkmenistan per visitare dei giacimenti di gas del paese dell’Asia centrale. Durante la sua missione, parteciperà alla cerimonia di posa della prima pietra per l’impianto di Galkynysh, su cui è stato appena siglato un accordo di sviluppo congiunto.
*(Fonte: Il Manifesto. Lorenzo Lamperti – Giornalista professionista dal 2012. Si occupa da diversi anni di Asia orientale con particolare attenzione sulla Repubblica Popolare Cinese)

 

10 – STRISCIAROSSA.IT Alfiero Grandi*: L’ALTERNATIVA DI GOVERNO SI COSTRUISCE SUL CAMPO.
GIORGIA MELONI HA RISPOSTO CON UNA LINEA DEMAGOGICA E URLATA ALLA VITTORIA DEL NO NEL REFERENDUM SULLA COSTITUZIONE. FORSE NON SA FARE DI MEGLIO PER COMPATTARE I SUOI SOSTENITORI, ATTACCA LE OPPOSIZIONI RIPETENDO UNA NARRAZIONE DEI RISULTATI DEL GOVERNO CHE IN REALTÀ NON ESISTE

Questa linea condanna l’Italia a galleggiare. È la crisi del sovranismo come dimostra l’anatema di Trump contro Giorgia Meloni. La destra americana vuole adepti fedeli. Meloni che ne aveva bisogno per legittimarsi, ora è nel mirino. Anche l’Europa è investita da un arretramento, le scelte passano sempre più con un accordo tra Ppe e destre. Meloni ha lavorato per un’Europa debole, senza autonomia, facendo del green deal il feticcio di tutti i mali.

I lager dei migranti in Albania sono la spia della volontà della destra di scardinare regole e diritti e dell’incapacità di ammettere che scelte sbagliate e inefficaci andrebbero semplicemente cambiate. Meloni è prigioniera della sua ideologia politica sbagliata, la cultura politica e istituzionale di questa destra la rende incapace di imparare dai suoi errori che per definizione non esistono.

Il significato politico di quei tanti no al referendum

In un quadro di incapacità di governare è intervenuto con forza il risultato del referendum costituzionale, con una vittoria del No. Sono tornati al voto elettrici ed elettori che non partecipavano e hanno fatto la differenza. Solo se si riuscirà a convincerli che è importante tornare alle urne nelle politiche l’attuale opposizione potrà avere una vittoria netta, raccogliendo la spinta del referendum

Ha votato NO la maggioranza dei giovani. Lo stesso ha fatto il Mezzogiorno, dove i sostenitori del NO sono andati alle urne con percentuali da record, mentre l’appello di Meloni a sostenere il governo non ha sortito effetti, questo spiega perché con meno partecipanti al voto il No ha prevalso alla grande. Il Sud ha capito, malgrado la propaganda di Meloni, che il governo ha scelto il nord per compiacere la Lega, con il risultato di condannare il Mezzogiorno all’abbandono, all’emigrazione interna ed internazionale. Scegliere il Nord a spese del Sud è un’altra narrazione sbagliata. Con l’autonomia regionale differenziata Calderoli e il governo hanno deluso tanti elettori di destra. Il referendum sulla legge Calderoli è stato negato dalla Corte costituzionale nel gennaio 2025 malgrado 1.300.000 firme, ritenendo che le sue sentenze l’avessero bloccata. Purtroppo la Corte non ha tenuto in conto che quando è in campo un’impostazione sbagliata e c’è Calderoli di mezzo si può arrivare a 4 accordi fotocopia con le regioni Lombardia, Veneto, Piemonte, Liguria per il trasferimento di poteri e soldi, che il Veneto ha già calcolato in 300 milioni e la Lombardia in 500, mentre la Calabria, ad esempio, dovrà aumentare il numero dei medici cubani per garantire i servizi e mettere a bilancio 70 milioni per i rimborsi dei ricoveri dei calabresi a partire dagli ospedali del nord.

Il patto di potere delle destre per il governo porta a un’Italia sempre più divisa. Un governo che si ritiene investito dalla volontà popolare ma dimentica che rappresenta una minoranza, il resto è il frutto del “regalo” del 15% di parlamentari fatto dalla legge elettorale e dalla demenziale divisione dell’attuale opposizione nel 2022.

Il governo Meloni invece di preparare subito un piano serio sulle energie da fonti rinnovabili pensa alla proroga del carbone e tenta di reintrodurre in Italia il nucleare civile, bocciato da due referendum, che arriverebbe comunque fuori tempo massimo. Delle piccole centrali Smr non esistono prototipi verificabili e approvabili, mentre la crisi energetica dopo la guerra scatenata da Trump e Nethanyau in Iran ha bisogno di risposte ora.

La spinta che viene dal referendum è forte e va oltre la bocciatura della legge Meloni/Nordio. Le opposizioni però non possono contare su un automatismo dopo il referendum. Elettrici ed elettori debbono essere convinti ad avere fiducia nei partiti coalizzati per governare. Bisogna proporre, convincere, e sarebbe un errore partire dalle primarie per il leader, anzitutto perché non si può essere subalterni al mito del capo/a della destra.

Occorre un gruppo dirigente plurale capace di costruire un rapporto vero con gli elettori, occorre un Parlamento che si riprenda la sua funzione centrale. Per questo è necessaria una legge elettorale che dia la possibilità di scelta dei parlamentari, che non possono più essere nominati dall’alto.

Quindi, ora si discuta di cosa fare, si elabori un programma di legislatura, discusso e approvato anche sottoponendo agli elettori scelte da decidere, chiamandoli a costruire da protagonisti l’alternativa politica alla destra.

Ripartire da senso profondo della Costituzione

Le opinioni nel referendum erano diverse ma sono riuscite a coesistere, a collaborare per arrivare alla vittoria del NO. Più complesso è costruire un’alternativa politica ma le diverse posizioni vanno unificate, nel rispetto di tutti e con disponibilità all’ascolto.

La Costituzione è un complesso di valori e indirizzi istituzionali e deve essere il riferimento per il programma alternativo alla destra, che non a caso ne ha fatto un bersaglio. Basta con il revisionismo costituzionale. La Costituzione va difesa ed attuata, questa è la parola d’ordine che deve essere in testa al programma dell’alternativa alle destre a partire dall’articolo 11 (l’Italia ripudia la guerra).

Il patrimonio di mobilitazione costruito attorno al No nel referendum ha la complessità e varietà descritta da Gaetano Azzariti sul manifesto e il radicamento nella Costituzione descritto da Daniela Padoan. Dovrebbe bastare per riflettere su come dare continuità alla partecipazione della società che nessuno rappresenta da solo, nemmeno la più importante organizzazione e che potrebbe essere uno straordinario contributo alla costruzione di un’alternativa politica, senza fare coincidere i ruoli ma convergendo su obiettivi da realizzare.

Le destre vorrebbero cambiare la legge elettorale per mantenere il potere. Nella discussione occorrono posizioni chiare, se ci si discosta dal proporzionale su cui sono costruiti i meccanismi previsti dalla Costituzione occorre che vengano alzate le clausole di garanzia a salvaguardia di compiti che non debbono essere monopolio della maggioranza, qualunque essa sia. È una vecchia e saggia proposta dei Comitati Dossetti. Meglio una legge proporzionale. Un tempo piaceva quella tedesca, se fosse passata di moda occorre comunque un meccanismo che consenta all’elettore di decidere chi vuole mandare in parlamento.

La maggioranza ha i numeri per approvare la sua legge elettorale, ma l’opposizione dovrebbe dire in modo chiaro che è pronta a bloccare tutto quanto è bloccabile per impedire di buttare anche la prossima legislatura, senza trascurare il ricorso alle sedi che possono impedire lo scempio.
L’alternativa politica è un risultato possibile dopo il referendum in cui si è stabilita una connessione tra l’obiettivo e la maggioranza dei votanti.
*( Fonte: SINISTRAINRETE – Alfiero Grandi, )

 

 

 

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