
01 – Gad Lerner*: La destra peggiore in cerca di riscossa – Dopo la batosta Non lasciamoci trarre in inganno dal ghigno di La Russa improvvisamente divenuto bonario. Di qui all’autunno torneranno a impazzare slogan contro i migranti e i sovversivi
02 – Luisa Canciello*: A Ginevra gli stupri di palestinesi nelle carceri israeliane. L’Italia non parla
GINEVRA – Palestina Presentato il rapporto di Francesca Albanese
03 – Roberto Ciccarelli*: Meloni ostaggio di Trump e del patto di stabilità Ue. Il caso Il Consiglio dei ministri vara la proroga del taglio delle accise fino al primo maggio. Sacrificata la transizione ecologica per finanziare gli sconti sui carburanti ancora per 3 settimane. Giorgetti evoca una modifica dell’intesa economica tra i paesi europei
04 – Annelle Sheline*: Le monarchie del Golfo resteranno fuori dalla guerra di Usa e Israele all’Iran?
È trascorso più di un mese dalla guerra del presidente Donald Trump contro l’Iran e, come previsto, i paesi più colpiti sono i sei membri del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG). La domanda ora è se questi sei governi non vedranno altra opzione se non quella di rischiare tutto entrando in guerra al fianco di Stati Uniti e Israele.
05 – Teresa Barone*: pensioni anticipate, il calo INPS conferma la stretta di governo – i nuovi dati INPS sulle pensioni in Italia mostrano sempre meno uscite anticipate e un sorpasso netto dei trattamenti di vecchiaia: pesano l’addio a quota 103 e opzione donna.
06 – Paulo Llana *: Lo Spi sbarca in Argentina 30 marzo 2026 – L’organizzazione che tutela le persone ritirate dal lavoro è arrivata a Buenos Aires per creare una rete sul territorio. Alla presentazione hanno partecipato l’ex ministro Carlos Tomada e dirigenti sindacali.
07 – Carlo Formenti*: l futuro dell’ordine mondiale secondo Amitav Acharya
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01 – Gad Lerner*: LA DESTRA PEGGIORE IN CERCA DI RISCOSSA – DOPO LA BATOSTA NON LASCIAMOCI TRARRE IN INGANNO DAL GHIGNO DI LA RUSSA IMPROVVISAMENTE DIVENUTO BONARIO. DI QUI ALL’AUTUNNO TORNERANNO A IMPAZZARE SLOGAN CONTRO I MIGRANTI E I SOVVERSIVI
PREPARIAMOCI CHE LA SCONFITTA REFERENDARIA, LA CONGIUNTURA INTERNAZIONALE E LE DIVISIONI INTERNE SOSPINGERANNO LA DESTRA A MAGGIORE AGGRESSIVITÀ, NON CERTO ALLA MODERAZIONE.
Provocare e cavalcare l’allarme sociale sarà la leva motrice della campagna elettorale alla quale si accingono in cerca di riscossa, non potendo fregiarsi di fronte agli italiani né di crescita economica né di riforme strutturali, pur avendo beneficiato di una solida maggioranza parlamentare.
Non lasciamoci trarre in inganno dal ghigno divenuto improvvisamente bonario del presidente del Senato, l’uomo più potente di Milano, Ignazio La Russa, prodigo di interviste settimanali al Corriere – è pur sempre la seconda carica dello Stato – i cui temi svariano dal festival di Sanremo all’Inter, dalla famiglia del bosco alla Nazionale, con un passaggio appena sull’amica Santanchè.
Strizzare l’occhio alla cronaca spicciola eludendo i colpi di scena della storia, l’esercizio della futilità nei momenti drammatici, sono tipici espedienti di chi, nel mentre tesse la ragnatela del potere, coltiva il senso comune per incanalarlo in spirito di conservazione.
Ci sono partite complicate di riassetto del sistema non rinviabili: il passaggio dal controllo di Mediobanca all’espugnazione delle Generali, le nomine nelle grandi aziende pubbliche, il ricambio di vertice in regione Lombardia, la sfida urbanistica e politica al Comune di Milano. Tutto ciò è meglio giocarlo nell’ombra, cianciando d’altro in pubblico.
Ma intanto per le strade di Milano compaiono i manifesti di una convocazione minacciosa, sabato18 aprile, niente meno che in piazza Duomo: «Senza paura. In Europa padroni a casa nostra!». Un uomo fotografato di spalle sventola una bandiera crociata. Nessun simbolo di partito, solo la sigla patriots.eu, per il lancio del raduno in cui Matteo Salvini farà sua la parola d’ordine dell’estrema destra europea: remigrazione. Di qui all’autunno a destra non ci sarà più spazio per la finta goliardia senile di La Russa. In concorrenza e in consonanza fra loro torneranno a impazzare gli slogan contro i migranti, i sovversivi, la sinistra asservita alle consorterie finanziarie. Ordine pubblico e sicurezza che richiedono una mano forte tornerà ad essere il leit motiv.
Cercheranno la provocazione di piazza così come l’orribile delitto da sbattere in apertura di telegiornale perché i colpi di mano necessitano di emozioni forti.
Se conviene, si torna al passato. Ieri il Secolo d’Italia, edito dalla Fondazione Alleanza Nazionale, titolava a caratteri cubitali: «La mano di Soros», col finanziere effigiato come nelle campagne di Orbán e dei Maga trumpiani in cui lo descrivono burattinaio dei flussi migratori e destabilizzatore dei governi nazionalisti. FdI non usa più “usuraio” come nel 2019 ma grida alla vergogna perché Soro avrebbe finanziato associazioni legate a parlamentari di sinistra. Ricominciano, insomma: il nemico interno eterodiretto da potentati stranieri.
Certo non è facile fare i sovranisti e i revanscisti in casa propria quando i maggiorenti della destra mondiale mettono in pratica il culto della forza passando dalle minacce all’azione violenta. Illiberali e pacifisti, a destra, è un ben strano mix. Ma la violenza verbale da qualche parte è destinata a tracimare, arroccati come sono nella difesa di un governo che considerano una conquista storica. Per questo dobbiamo aspettarci delle sorprese ed evitare – come si diceva una volta – di cadere nelle provocazioni. Abbiamo tirato un sospiro di sollievo in molti, sabato scorso, quando la grande manifestazione romana No Kings si è conclusa senza incidenti. Rileggendo le parole scelte quella mattina dal capogruppo FdI alla Camera, Galeazzo Bignami, è difficile sfuggire alla sensazione che proprio a uno scontro frontale mirassero, commentando il controllo di polizia “preventivo” alla deputata europea Ilaria Salis: «È là che piagnucola, povera stella, la rivoluzionaria con l’immunità in tasca. Per tanti italiani il posto in cui dovrebbe stare è un altro» …
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02 – Luisa Canciello*: A GINEVRA GLI STUPRI DI PALESTINESI NELLE CARCERI ISRAELIANE. L’ITALIA NON NE PARLA – GINEVRA – PALESTINA PRESENTATO IL RAPPORTO DI FRANCESCA ALBANESE
NEL CENTRO DI DETENZIONE NEL DESERTO DEL NAQAB, I PRIGIONIERI PALESTINESI DETENUTI DALLE FORZE ISRAELIANE SONO SOTTOPOSTI A TORTURE SISTEMATICHE E A CONDIZIONI CHE TRASFORMANO LA DETENZIONE IN UNA FORMA QUOTIDIANA DI ANNIENTAMENTO.
Khaled M. è il primo avvocato a cui è stato permesso entrare in questi centri. Dopo anni in questo campo, afferma di aver assistito a un livello di violenze senza precedenti. Lo incontriamo a Ginevra, al Palais de Nations, durante la presentazione del rapporto della relatrice speciale Onu per i Territori palestinesi occupati, Francesca Albanese. Khaled racconta di un uomo di 67 anni stuprato mentre aveva mani e piedi legati, filmato e deriso. Di un ragazzo di 20 anni spogliato e sottoposto a waterboarding. Un soldato è arrivato con un estintore; la parte superiore è stata inserita nell’ano – Khaled si scusa per la crudezza- la sostanza spruzzata all’interno. Il ragazzo vive oggi con gravi conseguenze psicologiche. Anche il personale medico è coinvolto: «I prigionieri vengono amputati senza anestesia».
L’avvocato riporta un’altra testimonianza, di una donna: «Mi hanno chiesto di sedermi sulle ginocchia, hanno inserito una bottiglia nella mia vagina, e mi hanno costretto a toglierla più volte. Sei persone».
A DIMOSTRAZIONE di ciò, l’ottavo report di Albanese, «Tortura e genocidio», raccoglie oltre 300 testimonianze, identificando nella tortura uno dei simboli di questo genocidio configurandola come strumento di sterminio, perpetuata attraverso la sistematica e violenta deprivazione della dignità umana. Un inferno quotidiano, imposto a corpi e vite, reso possibile non solo dall’azione di Israele, ma anche dalla complicità e dal silenzio dei nostri governi. Durante la presentazione, Albanese presta la sua voce ai sopravvissuti, le cui testimonianze continuano a vivere nonostante l’annientamento subito: «Uno dei soldati mi ha violentato inserendo con forza un bastone nel mio ano. Dopo circa un minuto lo ha tolto e lo ha inserito di nuovo con più forza mentre urlavo. Poi mi ha costretto ad aprire la bocca e a leccare il bastone. Desideravo morire mentre mi stavano violentando».
È SOLO UNA delle testimonianze riportate da Albanese, che documentano crimini contro l’umanità e violazioni della Convenzione contro la tortura e della Convenzione per la prevenzione e la repressione del genocidio. «A Israele è stata di fatto concessa una licenza per torturare i palestinesi perché la maggior parte dei vostri governi, dei vostri ministri, lo ha permesso – denuncia Albanese – Tra ottobre 2023 e gennaio 2026, le forze israeliane hanno arrestato più di 18.500 palestinesi, inclusi bambini, soprattutto se erano medici, giornalisti, o operatori umanitari. Quasi 100 di loro sono morti in custodia. 4mila risultano ancora vittime di sparizione forzata. Migliaia sono stati detenuti senza accuse, trattenuti in condizioni disumane, picchiati, incatenati, abusati sessualmente, privati di cure mediche, affamati, stuprati».
Dopo la presentazione del rapporto, numerosi stati tra cui Slovenia, Irlanda, Spagna, hanno espresso sostegno al mandato della relatrice e denunciato l’uso sistemico della tortura da parte di Israele contro il popolo palestinese. L’Italia, invece, non ha espresso né sostegno né condanna: si è limitata a richiamare la relatrice al dovere di attenersi al proprio codice di comportamento, senza esprimersi nel merito delle accuse. Il divieto di tortura è una norma inderogabile (ius cogens): il silenzio non è neutralità, è complicità.
L’immobilità politica e la mancanza di volontà di agire rivelano i limiti di un sistema internazionale di matrice coloniale, formalmente costruito per tutelare il diritto, ma oggi incapace di farlo rispettare, fino a svuotarlo e sgretolarlo.
L’ambasciatore palestinese presso la sede Onu a Ginevra, Ibrahim Khraishi, intervistato nella sala del Café Suisse, afferma: «I doppi standard stanno uccidendo l’Europa. Si parla di valori condivisi con Israele, ma quali valori? Come si può dire di condividere i valori del genocidio? Gli europei devono difendersi». A queste parole fanno eco quelle di Albanese: «Ho fatto appello all’essere umano che è in voi: non siete stanchi? La diplomazia, in tempo di genocidio, non è neutrale. Com’è possibile che questa realtà non abbia ancora portato alla sospensione delle vostre relazioni con Israele?».
L’IMPUNITÀ alimenta i crimini: «La tortura fa all’individuo ciò che il genocidio fa a un gruppo in quanto tale. Un genocidio è diventato la forma estrema di tortura. Ciò che viene perso in Palestina sarà perso ovunque».
*(Fonte: IL manifesto, Luisa Canciello is a master’s student in international security at the University of Trento and the Sant’Anna School of Advanced Studies)
03 – Roberto Ciccarelli*: MELONI OSTAGGIO DI TRUMP E DEL PATTO DI STABILITÀ UE. IL CASO IL CONSIGLIO DEI MINISTRI VARA LA PROROGA DEL TAGLIO DELLE ACCISE FINO AL PRIMO MAGGIO. SACRIFICATA LA TRANSIZIONE ECOLOGICA PER FINANZIARE GLI SCONTI SUI CARBURANTI ANCORA PER 3 SETTIMANE. GIORGETTI EVOCA UNA MODIFICA DELL’INTESA ECONOMICA TRA I PAESI EUROPEI
Il consiglio dei ministri ha varato la proroga fino al primo maggio del decreto che abbassa di 25 centesimi il prezzo dei carburanti, ma non del gasolio che si vende in media a 2,1 euro al litro. E ha deciso di versare altri 500 milioni di euro nelle tasche dei petrolieri per integrare i loro profitti. Invece di imporre un tetto ai prezzi, e tassare la speculazione sui carburanti, il governo Meloni ha mangiato la colomba e sta sperando in un miracolo: che il presidente degli Stati Uniti rinunci alla guerra condotta con Netanyahu contro l’Iran ed eviti agli italiani di pagare ancora la tassa-Trump alla pompa di benzina o nelle bollette di luce e gas.
IN REALTÀ, l’improvvisato attendismo dell’esecutivo è l’esito di una politica economica messa in ginocchio dalla guerra. Trump ha riportato a terra un governo che veleggiava verso una grassa legge di bilancio elettorale al fine di spartirsi i suoi dividendi nelle urne. Una prospettiva, al momento, più difficile da realizzare. Anche perché non è certo che prima della guerra in Iran fosse assodata la possibilità di fare di più, e peggio, delle precedenti leggi di bilancio.
LA POSTA IN GIOCO sono le prossime elezioni, anticipate o meno. E il problema si chiama «Patto di Stabilità e crescita». È stato firmato dall’esecutivo con la Commissione europea ed è riemerso ieri prima che il ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti facesse gli auguri di Pasqua ai giornalisti e prendesse un aereo. «Per quanto riguarda il 3%, e la volontà di chiedere o non chiedere la clausola di deroga prevista dal nuovo regolamento europeo di governance economica – ha detto Giorgetti – la riflessione a livello europeo se situazione non cambia sarà inevitabile». E poi: «Ho espresso questa mia valutazione già all’inizio del conflitto, l’ho ribadita all’Eurogruppo a inizio settimana e lo farò in qualsiasi consesso internazionale a cui parteciperò perché questa è la realtà». La «realtà» di cui parla Giorgetti è aperta a interpretazioni diverse. Si potrebbe fare più deficit, cioè salire oltre il 3% nel rapporto tra il deficit e il Pil per pagare la tassa Trump e dare anche 14,9 miliardi previsti dal fondo europeo «Safe» ai militari e alle loro lobby industriali senza che la Commissione Ue calcoli nel deficit la spesa supplementare. Oppure si può mandare all’aria il finanziamento al complesso militare-industriale, non rientrare anticipatamente dalla procedura europea di infrazione per deficit eccessivo e pagare le conseguenze della guerra illegale di Washington. Comunque sia, Giorgetti ha evocato una deroga al patto di stabilità. Ciò non significa «sospendere» il capestro dove il governo ha messo la testa degli italiani. Bruxelles lo farebbe solo in caso di grave recessione.
ACCETTATO DI MALAVOGLIA, e rivendicato quando faceva più comodo, oggi il patto di stabilità sta strozzando il paese. Si tratta di un accordo antistorico ed economicamente assurdo nell’attuale congiuntura. I suoi effetti erano prevedibili, anche perché sono stati già sperimentati. Ciò che però è più rilevante è il fatto che il governo non può più nascondersi dietro i numeretti. Con la crescita dimezzata allo 0,4%, l’inflazione in ascesa, le bollette di gas e luce impazzite, e i salari a terra, può diventare difficile intonare l’inno del melonismo il prossimo 22 aprile. Sarà il giorno in cui l’Eurostat potrebbe confermare che il deficit rientra statisticamente nel 3%. Il trucco non servirà a nascondere la gravità della situazione. E non lo farà il Documento di Finanza Pubblica (Dfp): l’esercizio di stile al quale si dedicherà il governo nei prossimi giorni.
DIECI MINUTI ci sono voluti ieri per varare un decreto che dovrebbe confluire in un emendamento al primo decreto sul taglio delle accise ora al Senato. Oltre al taglio delle accise il testo contiene il rimedio da 1,5 miliardi di euro al pasticcio fatto dall’esecutivo sulla «Transizione 5.0». C’è anche un intervento da 30 milioni per finanziare un credito di imposta del 20% e coprire il caro-gasolio agricolo, già adottato per la pesca. Previsto un intervento per le imprese che lavorano sull’export. Le coperture, circa 200 milioni, arriveranno dall’extra-gettito Iva con il meccanismo delle accise mobili. I restanti 300 milioni circa arriveranno dal «congelamento» delle aste CO2 e da un «tesoretto» del ministero dell’economia di circa 1,3 miliardi di euro. L’operazione contabile non tocca i saldi di finanza pubblica.
PARLIAMO DEI FAMOSI ETS. Nel giro di pochi giorni, sono passati da nemico a rimedio-tampone. È l’ultima giravolta di un governo che, per finanziare il primo decreto anti-rincari, ha tagliato la spesa sociale a cominciare da quella sanitaria. Ora finanzia il taglio delle accise con il meccanismo che intende sterilizzare, come si è visto sia dal «decreto bollette», ora in conversione al senato, sia all’ultimo consiglio europeo dove la proposta meloniana di sospendere gli Ets è stata respinta. L’idea può essere spiegata così: usare i proventi degli Ets come salvadanaio per pagare le compagnie petrolifere – o per ingrossare l’avanzo di bilancio e finanziare l’austerità che lo sta strozzando (lo sostengono gli ambientalisti dal Wwf a Legambiente). Questi soldi dovrebbero finanziare la transizione energetica fuori dagli idrocarburi e garantire un mix energetico capace di garantire all’Italia un’autonomia strategica dalla dipendenza di petrolio e gas.
MELONI NON CONCEPISCE minimamente questo discorso, come dimostra il suo viaggio pasquale nelle petro-monarchie del Golfo. La sua politica è: cancellare il Green Deal, restando dipendenti dalle energie fossili. Ma questo progetto è crollato nel primo mese di guerra contro l’Iran. I decreti-placebo contro il caro carburanti servono a prendere tempo e a occultare un clamoroso errore politico. Il conto dei danni del sovranismo fossile è all’inizio.
04 – Annelle Sheline*: LE MONARCHIE DEL GOLFO RESTERANNO FUORI DALLA GUERRA DI USA E ISRAELE ALL’IRAN? È TRASCORSO PIÙ DI UN MESE DALLA GUERRA DEL PRESIDENTE DONALD TRUMP CONTRO L’ IRAN E, COME PREVISTO, I PAESI PIÙ COLPITI SONO I SEI MEMBRI DEL CONSIGLIO DI COOPERAZIONE DEL GOLFO (CCG). LA DOMANDA ORA È SE QUESTI SEI GOVERNI NON VEDRANNO ALTRA OPZIONE SE NON QUELLA DI RISCHIARE TUTTO ENTRANDO IN GUERRA AL FIANCO DI STATI UNITI E ISRAELE.
L’Iran ha preso di mira gli Stati del Golfo in misura molto maggiore rispetto a Israele: l’83% dei missili e dei droni iraniani è stato indirizzato verso i Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG), contro solo il 17% diretto verso Israele. Gli Emirati Arabi Uniti hanno subito di gran lunga il maggior numero di attacchi: al 26 marzo, l’Iran aveva lanciato 2.187 attacchi che avevano causato 8 morti e 161 feriti. Il Kuwait è il secondo Paese più colpito, con 951 attacchi che hanno provocato 5 morti e 103 feriti. L’Arabia Saudita è al terzo posto, con 802 attacchi che hanno causato 3 morti e 15 feriti.
L’attenzione di Teheran sugli Emirati Arabi Uniti potrebbe riflettere il fatto che Abu Dhabi ha normalizzato le relazioni con Israele nel 2020. Tuttavia, il Kuwait non ha normalizzato i rapporti con Israele eppure ha subito il secondo maggior numero di attacchi, il che indica che la vicinanza geografica sia degli Emirati Arabi Uniti che del Kuwait potrebbe influenzare le decisioni sugli obiettivi. Tutti gli stati del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG) hanno strette collaborazioni in materia di sicurezza con gli Stati Uniti e ospitano installazioni militari americane, il che li rende tutti obiettivi dal punto di vista dell’Iran.
Il 14 marzo, il ministro degli Esteri iraniano Araghchi ha esortato i “fratelli vicini a espellere gli aggressori stranieri” la cui “unica preoccupazione è Israele”, facendo leva sulla diffusa percezione che gli Stati Uniti siano molto più impegnati nella sicurezza di Israele che in quella dei loro partner del Consiglio di Cooperazione del Golfo, come dimostrato dalla corsa all’acquisto di intercettori nelle prime settimane di guerra.
Nonostante l’elevato numero di attacchi, le difese aeree del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG) si sono dimostrate in gran parte efficaci nel proteggere le proprie popolazioni, come dimostrano l’alto numero di attacchi e il tasso di vittime relativamente basso. Tuttavia, la guerra rappresenta una minaccia ben maggiore per il modello economico a lungo termine del CCG. Alcuni hanno ipotizzato che gli attacchi contro gli stati del Golfo potrebbero allontanare le migliaia di lavoratori provenienti dall’Asia meridionale e sudorientale, che costituiscono la spina dorsale delle loro economie: finora, la maggior parte delle vittime apparteneva a questa classe sociale svantaggiata, piuttosto che a cittadini del Golfo.
Tuttavia, la promessa di lavoro continuerà probabilmente ad attrarre coloro che desiderano disperatamente un’opportunità per sostenere le proprie famiglie. Gli espatriati benestanti, al contrario, sono meno propensi a tornare. Gli Emirati Arabi Uniti e il Qatar, in particolare, fanno molto affidamento sulla loro reputazione di lusso e glamour, che ha attratto migliaia di espatriati facoltosi e persone influenti. Molti se ne andranno a causa della minaccia di un possibile conflitto futuro. Anche gli investitori stranieri, i turisti e i viaggiatori di transito potrebbero essere lenti a tornare, e alcuni potrebbero evitare completamente la regione.
Questa situazione è particolarmente pericolosa per l’Arabia Saudita, in un momento in cui il principe ereditario Mohammed bin Salman ha investito centinaia di miliardi di dollari in Vision 2030, il suo piano per ridurre la dipendenza economica del regno dai combustibili fossili. Sebbene l’Arabia Saudita abbia l’economia più grande della regione, ha anche la popolazione più numerosa del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG), il che significa che ha margini di manovra più ristretti rispetto a stati ultra-ricchi come gli Emirati Arabi Uniti e il Qatar, che possono sostenere agevolmente le loro piccole popolazioni.
Questa vulnerabilità fondamentale all’instabilità regionale ha spinto il Principe ereditario a ridurre le tensioni con l’Iran, portando alla normalizzazione delle relazioni nel marzo 2023.
Eppure, quasi immediatamente dopo l’inizio della guerra da parte di Trump, sono emerse notizie secondo cui l’Arabia Saudita avrebbe esortato gli Stati Uniti ad attaccare l’Iran, con il Washington Post che citava quattro funzionari anonimi il 28 febbraio. Il 24 marzo, anche il New York Times ha riportato che Riad stava spingendo gli Stati Uniti a continuare la guerra. Il governo saudita ha negato con fermezza queste affermazioni, sebbene il ministro degli Esteri, il principe Faisal bin Farhan bin Abdullah, abbia affermato che la pazienza del regno ha un limite e che si riserva il diritto di respingere l’aggressione iraniana.
Da un lato, sia Israele che gli Stati Uniti hanno esercitato forti pressioni sui Paesi del Golfo affinché attaccassero attivamente l’Iran, o quantomeno consentissero agli americani di lanciare attacchi dal loro territorio, cosa che gli Stati del CCG hanno finora rifiutato. È possibile che le notizie sul sostegno del principe ereditario agli attacchi statunitensi contro l’Iran siano invenzioni create per servire a questo scopo.
D’altro canto, sebbene Riyadh possa aver inizialmente tentato di prevenire la guerra, ora che è iniziata, MBS potrebbe semplicemente ritenere preferibile che gli Stati Uniti mettano fuori combattimento l’Iran piuttosto che lasciarlo ferito, ma ancora più paranoico e pericoloso.
Resta quindi da chiedersi se le monarchie arabe si uniranno agli attacchi contro l’Iran. Gli Emirati sembrano spingere affinché gli Stati del Golfo si allineino più strettamente con Israele e gli Stati Uniti. “Credo che un attacco a tutto campo dell’Iran contro gli Stati del Golfo rafforzerà di fatto il ruolo di Israele nel Golfo”, ha affermato Anwar Gargash, un importante consigliere del presidente emiratino Mohamed bin Zayed. “Molti di noi nel Golfo oggi non vedono i missili provenire da Israele; vediamo i missili provenire dall’Iran”.
A tal proposito, in un post del 24 marzo su X, il vice capo della polizia di Dubai ha scritto: “O popolo del Golfo Persico… rafforzate la vostra cooperazione con Israele: questo è un consiglio. Non c’è niente di buono nei paesi della regione”. Ciò ha provocato una notevole reazione negativa: il commentatore saudita Turki Al Rumaih ha replicato: “Cosa ha offerto Israele ai suoi alleati nella regione durante questa guerra?”. Il CEO del think tank kuwaitiano Abdulaziz Al Anjeri ha descritto Israele come “un peso per la sicurezza, la morale e la strategia” e ha avvertito che fidarsi di esso equivale a “riporre fiducia nella fonte del pericolo”.
Nel frattempo, si diffondevano voci secondo cui le Guardie Rivoluzionarie sarebbero state infiltrate dal Mossad e che gli attacchi contro infrastrutture chiave del Golfo facessero in realtà parte del tentativo di Israele di provocare il Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG) affinché entrasse in guerra.
Tuttavia, se la maggior parte degli Stati del Golfo non sembra intenzionata a normalizzare i rapporti con Israele in seguito alla guerra, resta da capire come affronteranno le loro nuove e evidenti vulnerabilità. Otto giorni dopo l’attacco israeliano a Doha, il 9 settembre, Arabia Saudita e Pakistan hanno firmato un accordo di mutua difesa. Il 4 febbraio, Egitto e Turchia hanno firmato un accordo di cooperazione militare. Recentemente a Riyadh, i ministri degli Esteri di Arabia Saudita, Pakistan, Turchia ed Egitto hanno discusso, su sollecitazione di Ankara, la possibilità di un patto di sicurezza quadrilaterale.
Le basi statunitensi si sono dimostrate più un peso che una fonte di sicurezza, sebbene gli Stati del Golfo abbiano investito così tanto nel rapporto di sicurezza con gli Stati Uniti che una transizione per allontanarsene sarebbe sia costosa che lenta. Eppure, gli Stati del Golfo farebbero bene a considerare delle alternative, come ho scritto in un rapporto per il Quincy Institute pubblicato appena due giorni prima che Trump lanciasse questa guerra che ha devastato le loro economie e società.
Trump ha detto ai suoi collaboratori che si aspetta che il conflitto finisca entro poche settimane. Tuttavia, con il dispiegamento di migliaia di soldati statunitensi in più nella regione, non è chiaro in che misura le sue dichiarazioni siano intese a calmare i mercati nervosi e a far scendere i prezzi del petrolio.
Nel frattempo, il 23 marzo l’Iran ha permesso il transito di sole sei navi nello Stretto di Hormuz, una minima parte rispetto alla media storica di 138 navi al giorno. Sebbene i Paesi del Golfo siano stati i più direttamente colpiti, il mondo intero sta risentendo degli effetti dell’inutile guerra di Trump.
*(Annelle Sheline, è ricercatrice presso il programma sul Medio Oriente del Quincy Institute for Responsible Statecraft.)
05 – Teresa Barone*: PENSIONI ANTICIPATE, IL CALO INPS CONFERMA LA STRETTA DI GOVERNO – I NUOVI DATI INPS SULLE PENSIONI IN ITALIA MOSTRANO SEMPRE MENO USCITE ANTICIPATE E UN SORPASSO NETTO DEI TRATTAMENTI DI VECCHIAIA: PESANO L’ADDIO A QUOTA 103 E OPZIONE DONNA.
Le nuove pensioni INPS sono diminuite dell’1,8% ed il calo si concentra sulle pensioni anticipate, che arretrano confermando l’impatto della stretta sulle formule di uscita flessibile. Dentro questa fotografia, lo spostamento più importante lo registra la composizione dei pensionamenti: si esce sempre meno prima del tempo e sempre più spesso si arriva alla pensione di vecchiaia o si resta agganciati ai canali ordinari.
Indice
1. IN CALO LE PENSIONI ANTICIPATE
2. FLESSIBILITÀ IN USCITA SEMPRE MENO ACCESSIBILE
3. I NUMERI DELLE PENSIONI INPS
4. ITALIA SPACCATA IN DUE, IN MOLTI SENSI
5. LE STRADE APERTE NEL 2026
6. MENO USCITE NON VUOL DIRE SPESA PIÙ LEGGERA
IN CALO LE PENSIONI ANTICIPATE
Osservatorio INPS sulle pensioni 202627 marzo 2026Se si guarda ai flussi di pensionamento monitorati dall’INPS, il ridimensionamento delle uscite anticipate emerge con più nettezza del dato complessivo. Nel 2025 le pensioni anticipate scendono a 202.708, in calo rispetto alle 225.046 del 2024. Nello stesso periodo, le pensioni di vecchiaia passano da 276.603 a 267.332. Il confronto è utile perché mostra dove si è aperta davvero la forbice. Le pensioni di vecchiaia arretrano, ma meno. Le anticipate, invece, perdono quasi il 10% su base annua e il loro peso relativo si riduce anche nel rapporto con la vecchiaia: si passa da 81 pensioni anticipate ogni 100 vecchiaie nel 2024 a 76 nel 2025.
È un segnale coerente con un sistema che negli ultimi anni ha ristretto sempre di più la flessibilità in uscita.
FLESSIBILITÀ IN USCITA SEMPRE MENO ACCESSIBILE
Lo scorso anno, Quota 103 è rimasta formalmente in piedi ma con condizioni meno favorevoli rispetto alle vecchie quote, fra calcolo contributivo e tetto all’assegno. Opzione Donna ha continuato a muoversi su una platea molto ristretta. Dal 2026, peraltro, il quadro si è fatto ancora più selettivo: la flessibilità in uscita resta confinata a poche misure, mentre per Quota 103 e Opzione Donna vale solo la cristallizzazione dei diritti già maturati.
I NUMERI DELLE PENSIONI INPS
Nel totale liquidazioni 2025, il 54,2% è composto da prestazioni previdenziali. È qui che si vede meglio la redistribuzione interna delle uscite. Le nuove pensioni previdenziali INPS sono 834.658 e si dividono così:
• le pensioni di vecchiaia in senso ampio sono 520.327, pari al 62,3% del totale previdenziale;
• dentro questa categoria, le sole anzianità e anticipate sono 218.062, pari al 26,1%;
• le pensioni di vecchiaia in senso stretto sono 302.265, pari al 36,2%;
• le pensioni ai superstiti sono 242.828, pari al 29,1%;
• le pensioni di invalidità previdenziale sono 71.503, pari all’8,6%.
Per la componente assistenziale, invece, il 92,1% delle nuove liquidazioni riguarda prestazioni di invalidità civile e il 7,9% assegni sociali. Il dato complessivo, quindi, non racconta solo un rallentamento quantitativo ma anche un riequilibrio interno fra pensioni contributive, uscite anticipate e prestazioni assistenziali.
ITALIA SPACCATA IN DUE, IN MOLTI SENSI
Scende l’età di pensionamento anticipato in Italia22 gennaio 2026La fotografia dell’Osservatorio INPS va oltre il numero delle nuove pensioni e aiuta a leggere il contesto in cui le uscite anticipate stanno perdendo peso. Al 1° gennaio 2026, il 46,6% delle pensioni vigenti si concentra nel Nord Italia, il 31,8% nel Sud e nelle Isole, il 19,7% nel Centro, mentre l’1,8% è pagato a residenti all’estero.
Anche la distribuzione per importi resta fortemente sbilanciata. Le pensioni sotto i 750 euro al mese riguardano il 35,5% degli uomini e il 53,7% delle donne, per una platea complessiva di 9,7 milioni di trattamenti. Solo il 42,2% di queste pensioni, però, è collegato a prestazioni con requisiti reddituali bassi, come integrazioni al minimo, maggiorazioni sociali, assegni sociali o invalidità civile. Sul versante opposto, tra le pensioni di vecchiaia maschili il 48,2% si colloca nella fascia tra 1.500 e 3.000 euro mensili, segnalando un divario distributivo ancora marcato rispetto alla componente femminile.
LE STRADE APERTE NEL 2026
Per chi oggi ragiona sull’uscita dal lavoro, il tema non è solo il calo delle pensioni anticipate ma anche quali canali restino davvero praticabili nel 2026. Il quadro delle opzioni ordinarie e anticipate si è ristretto e ruota soprattutto attorno a queste formule:
• la pensione anticipata ordinaria resta accessibile con 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne;
• restano in piedi i canali per precoci, lavori usuranti e APE Sociale, ma con platee limitate e requisiti stringenti;
• la pensione anticipata contributiva continua a rappresentare uno sbocco possibile a 64 anni, ma solo in presenza delle condizioni richieste dalla disciplina vigente;
• per Quota 103 e Opzione Donna non si maturano nuovi diritti nel 2026, salvo quelli già cristallizzati entro le scadenze previste.
MENO USCITE NON VUOL DIRE SPESA PIÙ LEGGERA
Il rallentamento delle nuove liquidazioni non alleggerisce automaticamente la spesa pensionistica. Gli importi annualizzati delle pensioni liquidate nel 2025 arrivano a 18,6 miliardi di euro e valgono da soli il 5,3% della spesa complessiva in pagamento al 1° gennaio 2026. Il sistema, quindi, eroga meno nuovi trattamenti ma continua a incorporare assegni mediamente robusti, soprattutto nelle categorie con carriere più lunghe e continue.
È qui che il calo delle pensioni anticipate assume un significato più ampio. Non racconta soltanto una minore propensione a uscire prima, ma anche un sistema che premia sempre meno la flessibilità e riporta il baricentro verso la vecchiaia ordinaria o verso canali anticipati molto più selettivi. Per questo i dati INPS del 2025 non sono solo un bilancio annuale: sono una misura del nuovo equilibrio previdenziale costruito dalle regole degli ultimi due anni
*(Fonte: PMI.it, Teresa Barone, giornalista)
06 – Paulo Llana *: LO SPI SBARCA IN ARGENTINA 30 MARZO 2026 – L’ORGANIZZAZIONE CHE TUTELA LE PERSONE RITIRATE DAL LAVORO È ARRIVATA A BUENOS AIRES PER CREARE UNA RETE SUL TERRITORIO. ALLA PRESENTAZIONE HANNO PARTECIPATO L’EX MINISTRO CARLOS TOMADA E DIRIGENTI SINDACALI.
BUENOS AIRES — Organizzare e rappresentare i pensionati italiani in Argentina. È l’obiettivo della missione del Sindacato Pensionati Italiani (Spi), arrivato in Argentina con una delegazione ufficiale, venerdì pomeriggio, nella sede del Patronato Inca de barrio Monserrat (Tacuarí 445).
All’incontro hanno partecipato dirigenti sindacali e politici, tra cui l’ex ministro del Lavoro Carlos Tomada e rappresentanti della Central de Trabajadores de la Argentina (Cta).
L’iniziativa mira a colmare un vuoto: l’assenza di una struttura sindacale specifica per i pensionati italiani sul territorio nazionale. In questo contesto, i promotori hanno sottolineato la necessità di costruire un’organizzazione con radicamento territoriale, capacità di interlocuzione politica e presenza quotidiana nella comunità.
Lo Spi conta oltre 2,3 milioni di iscritti, è presente in tutte le 21 regioni italiane, con 1.500 leghe territoriali e più di 2.500 sedi in tutta Italia, sostenute da una rete di migliaia di volontari e collaboratori pensionati.
È inoltre attivo a livello internazionale in 26 Paesi, in coordinamento con il patronato Inca — la rete di assistenza tecnica per la sicurezza sociale — e altre reti sindacali europee. Inca e Spi sono entrambi legati alla Cgil.
A differenza dell’Inca, che opera come patronato e intermediario tra lo Stato italiano — in particolare attraverso l’Inps (l’ente previdenziale italiano, equivalente dell’Anses argentina) — e gli assistiti per la gestione delle pratiche, lo Spi agisce come sindacato: rappresenta pensionati e anziani davanti allo Stato, negozia con governi locali e nazionali e promuove diritti legati non solo alla pensione, ma anche alla salute, all’assistenza e alla cittadinanza.
“Abbiamo portato avanti una grande battaglia per ottenere una legge che aiuti queste persone ad avere una vita dignitosa, con servizi sanitari, sostegno economico e un’organizzazione adeguata dei servizi nelle città”, ha affermato Carla Mastrantonio, segretaria nazionale Spi, mettendo al centro uno dei temi principali dell’incontro: la dignità nella vecchiaia e la necessità di politiche pubbliche per le persone anziane.
In questa direzione, la dirigente ha ricordato che lo Spi ha promosso in Italia una legge, approvata nel 2022, per affrontare il problema della non autosufficienza delle persone anziane.
Secondo quanto spiegato, la norma mirava a garantire assistenza sanitaria, supporto economico e una migliore organizzazione dei servizi di cura, anche se la sua attuazione risulta ancora bloccata. “Quella legge l’abbiamo ottenuta nel 2022, ma il governo Meloni non l’ha mai finanziata al 100%”, ha avvertito.
Mastrantonio ha inoltre sottolineato che la battaglia del sindacato punta a sottrarre questo tema alla sfera puramente privata.
“È un’emergenza per tante famiglie – ha detto –. Vogliamo portare questo tema nello spazio pubblico, farlo emergere come una questione reale, non come un problema che ciascuno gestisce da solo in casa. È una responsabilità della società nel suo insieme”. Per lo Spi, ha ribadito, l’obiettivo è che le persone, una volta finita la vita lavorativa attiva, “possano invecchiare con dignità”.
Un altro aspetto evidenziato durante l’incontro è stato l’assetto interno del sindacato, caratterizzato da una regola di parità del 50% tra uomini e donne negli organi dirigenti. Anche la leadership nazionale risponde a questo criterio: è guidata da una donna e composta in modo paritario.
In questo quadro riveste un ruolo centrale il coordinamento donne, uno spazio dedicato in cui si affrontano le problematiche specifiche delle pensionate, si elaborano proposte e si promuovono politiche di genere sul territorio.
Le dirigenti hanno spiegato che ciò risponde a una realtà sociale e demografica: le donne sono la maggioranza tra la popolazione anziana, hanno una maggiore aspettativa di vita, vivono più spesso situazioni di fragilità e sono inoltre gravate da responsabilità di cura, sia verso i nipoti sia verso genitori anziani. Per questo il sindacato considera questa agenda una dimensione strutturale della propria azione.
SILVANA CAPUCCIO, responsabile delle relazioni internazionali del sindacato, ha richiamato la tradizione storica dello Spi, ricordando che l’organizzazione fu concepita nel 1946 da Giuseppe Di Vittorio, fondatore anche della Cgil. “Ebbe l’intuizione che i lavoratori, una volta usciti dal lavoro, non perdono la loro identità”, ha affermato, sottolineando che la pensione non cancella la condizione di lavoratore né i diritti di cittadinanza.
Nella stessa linea, ha evidenziato che il sindacato è generale e non di categoria: rappresenta chiunque vada in pensione, indipendentemente dal lavoro svolto.
Capuccio ha inoltre indicato come sfida attuale il rilancio del lavoro con i pensionati italiani in Argentina, nell’ambito di una strategia internazionale che lo Spisviluppa in tutti i Paesi in cui è presente anche l’Inca.
ROBERTO ASTUDILLO sarà uno dei responsabili dell’organizzazione politica di questa nuova fase nel Paese. Con esperienza sindacale sia in Italia sia in Argentina, il suo nome è legato al compito di costruire una base territoriale solida e uno sviluppo concreto dell’iniziativa.
Roberto Astudillo si occuperà del coordinamento e organizzazione.
Durante l’atto di lancio, Astudillo ha definito la proposta come uno strumento di aggregazione per la comunità italiana: “Ognuno di noi porta un pensionato dentro di sé”, ha affermato, sottolineando come questa condizione condivisa possa diventare un punto di incontro per chi arriva dall’Italia o già vive nel Paese.
La proposta di Astudillo ha anche una dimensione personale. Come ha raccontato, è stato proprio nella sede di Tacuarí che ha trovato soluzioni per la documentazione della moglie al suo arrivo in Argentina. È questa esperienza che intende ora replicare: trasformare il sindacato e il patronato in uno spazio di sostegno e organizzazione. “Senza dialogo e senza unità non riusciremo a risolvere i problemi”, ha concluso.
(FONTE: Cambia il mondo – https://ilglobo.com/news/pensionati-di-tutto-il-mondo-unitevi-lo-spi-sbarca-in-argentina-143243/#)
07 – Carlo Formenti*: IL FUTURO DELL’ORDINE MONDIALE SECONDO AMITAV ACHARYA
UN’ANALISI CRITICA – MENTRE È PARTITO IL CONTO ALLA ROVESCIA PER L’USCITA, PREVISTA FRA TRE MESI PER I TIPI DI MELTEMI, DEI DUE VOLUMI DI OLTRE L’OCCIDENTE, FIRMATI DA ALESSANDRO VISALLI E DAL SOTTOSCRITTO, IL TEMA DELLA CRISI DELL’EGEMONIA DELL’OCCIDENTE COLLETTIVO È AL CENTRO DI UN NUMERO CRESCENTE DI OPERE. UNA DELLE PIÙ CORPOSE E RECENTI È STORIA E FUTURO DELL’ORDINE MONDIALE. PERCHÉ LA CIVILTÀ GLOBALE SOPRAVVIVRÀ AL DECLINO DELL’OCCIDENTE, DELL’ACCADEMICO DI ORIGINE INDIANA AMITAV ACHARYA (FAZI EDITORE).
Il punto di vista di questo autore è decisamente diverso sia da quello di chi scrive che da quello di Visalli, accomunati da un approccio marxista ancorché eretico: Acharya, come vedremo, è un progressista liberal democratico, assai lontano tanto dal marxismo teorico quanto dalle sue messe in pratica sociopolitiche (vedi la sua scarsa simpatia, per usare un eufemismo, nei confronti dell’esperimento cinese). Tuttavia è proprio questo a renderlo interessante, in quanto certifica che l’egemonia dell’Occidente – gramscianamente intesa come capacità di una élite dominante nazionale o mondiale, di influenzare le idee di classi, popolazioni e nazioni subalterne – non fa più presa nemmeno su quegli esponenti delle élite culturali del Sud mondiale che riconoscono il valore universale di certi aspetti della civiltà occidentale (sia pure contestandone – come in questo caso – il merito esclusivo di averli “inventati”). Articolerò l’analisi delle idee di questo autore in cinque sezioni: definizioni e concetti generali; critica delle presunte radici storiche dell’ordine mondiale occidentale; debiti della civiltà occidentale nei confronti delle civiltà del resto del mondo; ascesa e declino dell’Occidente; l’ordine mondiale post occidentale.
Concetti e definizioni:
Per ordine mondiale Acharya intende “il modo in cui il mondo, o parte di esso, è organizzato politicamente, economicamente e culturalmente e il modo in cui le strutture del potere, i legami economici, le idee politiche e la leadership operano allo scopo di garantire la pace e la stabilità del genere umano”.
Il concetto in questione si applica sia agli imperi (per esempio l’impero romano), sia ai sistemi di Stati sovrani (per esempio l’Europa dopo la pace di Vestfalia), sia ai sistemi tributari (per esempio l’impero cinese e gli Stati confinanti).
Prima osservazione. Come vedremo dagli esempi di ordini mondiali pre occidentali che l’autore ci propone, per mondo si intende sempre una parte del mondo stesso, sia perché nessuna delle civiltà precedenti a quella occidentale è mai riuscita a dominare l’intero pianeta, sia perché ognuna di esse concepiva il mondo come il proprio mondo, si autoconcepiva cioè come il centro dell’ordine mondiale. Del resto lo stesso Acharya specifica che “l’ordine mondiale non deve necessariamente includere l’intero pianeta”.
Seconda osservazione. L’unico processo di mondializzazione che sia riuscito a estendersi al punto da abbracciare (quasi) l’intero pianeta è quello messo in atto dal concerto delle potenze occidentali. Il motore del processo in questione è stato – ma questo non è il punto di vista di Acharya, che come si è detto non è marxista – il modo di produzione capitalistico e non, o almeno in misura assai minore e prevalentemente come ideologia di legittimazione, l’intento di “civilizzare” il resto del mondo. Ciò detto, nemmeno in campo marxista il concetto di “sistema mondo” (1) si applica necessariamente alla totalità del pianeta. Per Fernand Braudel (2), per esempio, nessuno dei sistemi-mondo che si sono succeduti dal Cinquecento a oggi ha mai raggiunto dimensioni realmente planetarie. Viceversa il concetto rigorosamente marxista di sistema-mondo (3) tende ad attribuire al sistema egemone, e allo Stato-nazione che lo incarna in una determinata fase, un dominio planetario.
Terza osservazione. Che lo scopo degli ordini mondiali – e ciò vale sia per quelli pre occidentali che per quello occidentale – sia quello di “garantire la pace e la stabilità del genere umano” è ad avviso di chi scrive a dir poco opinabile. Del resto, come lo stesso Acharya dimostra, tutte le “paci” imperiali, da quella romana a quella statunitense, sono state ben poco pacifiche e, più che un fine, sono state il mezzo per garantire il dominio della (o delle) potenza/e egemone/i di turno. Ciò è evidente nel caso dell’ordine occidentale che, mentre celebrava il libero mercato come agente di pace, ne imponeva le regole a colpi di cannone, ma vale anche per quelli precedenti, anche se nel loro caso gli obiettivi prioritari non erano quelli della conquista di nuovi mercati e dell’accumulazione allargata del capitale. Certo, nessun ordine mondiale si è mai basato sul puro dominio, ma ha potuto imporre e conservare tale dominio anche e soprattutto grazie alla propria capacità di esercitare egemonia culturale (senza egemonia il puro dominio non dura a lungo), ma ciò non vuol dire che lo scopo prioritario dei padroni di turno fosse quello di assicurare la pace e la stabilità del genere umano.
Descritto il modo in cui Acharya definisce il concetto di ordine mondiale, e anticipate le mie perplessità su tale definizione, passo alle tre tesi di fondo che l’accademico indiano si propone di dimostrare: 1) la costruzione di un ordine mondiale non è appannaggio di una singola nazione o civiltà ma di un’impresa collettiva; 2) nemmeno l’ordine mondiale che nascerà dopo la fine di quello occidentale sarà fondato su una singola nazione; 3) il nuovo ordine post occidentale non sarà il regno dell’utopia ma non sarà una catastrofe e rischierà invece di essere migliore di quello attuale. In linea generale mi sento di condividere tali affermazioni, al tempo stesso condivido solo in parte gli argomenti con cui l’autore le sostiene, ma mi riservo di avanzare le mie critiche a mano a mano che verrò esponendo i contenuti del libro.
A proposito delle radici immaginarie della civiltà occidentale
La costruzione delle presunte radici “classiche” dell’Occidente è un’operazione che ha richiesto cinque secoli, dal Rinascimento ai giorni nostri passando per l’Illuminismo, e ha impegnato generazioni di storici, filosofi e intellettuali europei. Acharya si occupa, in particolare, dell’esaltazione della civiltà greco-romana come antenata dei valori che fondano l’ordine occidentale del mondo.
La cultura del sistema greco delle città stato, scrive, è forse quella che più di ogni altra è stata mitizzata a tale proposito. Come già sostenuto da altri (4), Acharya argomenta che quella della Grecia non fu una civiltà “europea” – né del resto si considerò mai tale – bensì mediterranea, “con solide fondamenta asiatiche” (anche se sarebbe più appropriato parlare di fondamenta afroasiatiche, visto l’enorme debito – peraltro riconosciuto – dei Greci nei confronti della civiltà egizia).
Dopodiché osserva giustamente che la tesi secondo cui la Grecia avrebbe inventato la democrazia è del tutto insostenibile, se per democrazia intendiamo il sistema che oggi denotiamo con tale parola. Non solo perché la partecipazione del demos alla gestione della cosa pubblica era limitato a un’esigua minoranza di cittadini (ne erano esclusi schiavi, donne e meteci), ma perché ad Atene, come conferma la condanna a morte di Socrate per empietà, le libertà personali potevano essere revocate in ogni momento dal demos. Né la cultura greca, come argomentato più approfonditamente da altri autori (5), può essere in alcun modo considerata “individualista”, era cioè del tutto priva di uno dei principali fattori caratterizzanti della moderna civiltà occidentale.
Quanto all’opposizione fra una Grecia democratica, civile ed evoluta a una Persia tirannica e barbara – un’idiozia sancita dai nostri manuali di storia e ribadita da sofisticati filosofi (6), Acharya la liquida ricordando che l’impero persiano ha rappresentato una potenza ben più importante e stabilizzante ai fini degli sviluppi storici successivi, a partire dall’impero alessandrino, il cui fondatore non sgominò l’impero persiano ma ne usurpò il trono, preferendo la monarchia di tipo orientale alla repubblica alla greca. Per tacere del fatto che il lascito della civiltà greca ci è stato trasmesso dalla cultura islamica in un momento in cui quest’ultima ci surclassava sotto ogni aspetto.
Ancora più problematico il riferimento al lascito dell’antica Roma. La “democrazia” della Roma repubblicana, assunta a modello dalle grandi rivoluzioni borghesi (in particolare da quella americana che ne esaltava il principio del bilanciamento dei poteri) si fondava su istituzioni che avevano un carattere indiscutibilmente oligarchico. Roma, tanto in età repubblicana quanto in età imperiale, fu una società fondata sulla schiavitù e una potenza espansionista e militarista spietata con i popoli nemici (vedi l’annientamento di Cartagine e il milione di Galli sterminati da Giulio Cesare). Quindi posto che, come sopra affermato, ritengo che nessun ordine mondiale sia mai stato costruito “per garantire la pace e la stabilità del genere umano”, non esiste alcuna possibilità di attribuire tale intenzione a una potenza che, come dichiarò ironicamente una delle sue vittime, “fece un deserto e poi lo chiamò pace”.
Quanto al presunto contributo romano all’idea di Occidente, scrive Acharya, esso fu piuttosto un costrutto della Chiesa cattolica, elaborato dopo la caduta dell’impero. Il che rinvia all’altra radice storica della civiltà occidentale che è la religione cristiana, aspetto che nel libro di Acharya non è a mio avviso adeguatamente sviscerato, anche se gli va riconosciuto il merito di non sbandierare le presunte radici ebraico-cristiane che siamo abituati a sentirci spiattellare fino alla nausea da intellettuali che ignorano il carattere ossimorico di quel trait d’union – vedi in proposito l’analisi, fra gli altri, di Costanzo Preve (7).
I debiti dell’Occidente nei confronti del resto del mondo
Parto da tre affermazioni di Acharya che trovo illuminanti del suo approccio al tema dei debiti occidentali nei confronti delle storie del resto del mondo. Scrive il nostro: 1) “mi oppongo all’idea che l’odierno ordine mondiale sia un prodotto della storia occidentale”; 2)” gli ingredienti (di questo) ordine c’errano già negli ordini mondiali precedenti”; 3) “molti degli ideali che riteniamo inventati dall’Occidente sono in realtà nati in altre civiltà”. Queste tesi ci fanno capire che l’operazione di Acharya è, al tempo stesso, idealistica e comparatistica. Mi spiego: Acharya mette a confronto idee, valori ed istituzioni che sono nate in contesti storico geografici profondamente diversi, dalle quali estrae essenze “idealtipiche” che possono essere considerate equivalenti solo se si prescinde dalle concrete matrici storico-culturali che le hanno generate.
Si tratta di un metodo che, mentre si propone di rivendicare il primato temporale di certi aspetti culturali delle civiltà pre occidentali che l’Occidente si sarebbe limitato a ereditare e rielaborare, finisce paradossalmente per portare acqua al mulino dell’ideologia occidentalocentrica (termine da preferire al classico eurocentrica, da quando il dominus dell’Occidente collettivo sono gli Stati Uniti), nel senso che rafforza il pregiudizio secondo cui le idee, i valori e le istituzioni occidentali hanno carattere universale, trans storico. Il fatto che l’Occidente non le abbia inventate ma ereditate, da questo punto di vista, è marginale, se non irrilevante, nel senso che basterebbe che l’Occidente riconoscesse il proprio debito per ristabilire un giusto equilibrio fra gli apporti che le varie civiltà hanno dato alla costruzione dell’odierno ordine mondiale.
In realtà le cose sono assai più complicate, come dimostrano sia il fatto che la critiche dei Paesi del Sud del mondo alle pretese egemoniche occidentali rivendicano la differenza e l’originalità delle proprie tradizioni civili e culturali, sia il fatto che lo stesso Acharya ammette che l’odierno ordine del mondo è in crisi e che un nuovo ordine post occidentale dovrà necessariamente fondarsi sui contributi innovativi del resto del mondo, e non semplicemente sulla riscoperta delle loro antiche tradizioni. Ciò detto elenco qui di seguito alcune delle civiltà che, secondo Acharya, avevano già sviluppato idee, valori ed istituzioni che sono state fatte proprie dall’Occidente.
Il primo ordine mondiale (pur tenendo conto dei limiti con cui tale aggettivo va inteso, vedi sopra) descritto da Acharya è quello costruito dalle antiche civiltà sumer ed egizia che, argomenta il nostro, rappresentano altrettanti esempi, da un lato, di un concerto di città stato autonome benché unite da una comune cultura (Sumer, anche se in epoche successive la Mesopotamia ospiterà imperi quali l’assiro e i persiano), dall’altro di una civiltà che si struttura fin dall’inizio come imperiale e centralizzata (l’Egitto). Fra questi due grandi potenze si costruisce una rete di scambi economici e culturali, di alleanze e rapporti diplomatici, che garantiscono a lungo la stabilità e la pace in un’ampia regione che abbraccia il Medio Oriente e l’Africa Nord Orientale. Un’area che, fra le altre cose, ha lasciato in eredità ai successivi ordini mondiali il concetto di monarchia di diritto divino e principi giuridici “progressisti” che garantivano i legami comunitari e la protezione dei più deboli.
I due esempi successivi riguardano India e Cina, due subcontinenti che hanno a loro volta ospitato civiltà assai più antiche di quella occidentale e che, come quella sumerica, hanno attraversato una fase “anarchica” (convivenza di una pluralità di entità statuali) successivamente evolutesi in imperi.
Nel metterne a confronto antichità e meriti Acharya auspica che gli storici indiani e cinesi rinuncino alle rispettive preferenze nazionalistiche, ma poi smentisce tale premessa non nascondendo la propria predilezione per quella indiana. Entrambe sono antiche, sostiene, ma quella indiana lo è di più; entrambe hanno elaborato raffinati sistemi filosofici che nulla hanno da invidiare alla filosofia occidentale, ma quello cinese è tributario degli apporti del Buddhismo indiano che ha contaminato le tradizioni confuciana e taoista cinese (8).
Quanto alla tradizione pacifista che entrambe le civiltà rivendicano, a partire dalle modalità con cui hanno sviluppato i propri rapporti con i popoli e le nazioni confinanti, Acharya considera valida solo la rivendicazione dell’India, della quale scrive che si tratta dell’ “esempio più straordinario di come una civiltà possa esportare le proprie idee politiche e la propria religione in terra straniera senza conquista o coercizione” e celebra l’apologia di Asoka, terzo imperatore della dinastia Maurya (terzo secolo a.C.) in quanto antesignano di una cultura dei diritti umani e della tolleranza religiosa (ma deve ammettere l’esistenza di altre fasi storiche, tutt’altro che “pacifiche”).
Della Cina Acharya afferma invece – con giudizio tranchant in contrasto con altre valutazioni (9) – “che non è stata una nazione pacifica”. Per esempio, pur ammettendo che i suoi rapporti di vicinato erano ispirati al modello tributario (vedi sopra) piuttosto che basati sull’aggressione coloniale, aggiunge che tali rapporti erano comunque imposti dai rapporti di forza. Inoltre, citando la celebre spedizione navale dell’ammiraglio Zheng He, la descrive come un progetto colonialista ante litteram, anche se riconosce che si tratta di una tesi opinabile (10). Ciò detto, come cita il regno di Asoka quale esempio di una cultura dei diritti umani e della tolleranza religiosa ante litteram, così ricorda che la civiltà cinese fu ammirata da grandi intellettuali europei – economisti, filosofi e pensatori politici – come Leibniz, Voltaire, Quesnay e Adam Smith e che il suo metodo di reclutamento tramite concorsi dei quadri della burocrazia statale venne assunto come modello democratico, alternativo della tradizione di cooptazione per censo dell’Ancien Regime europeo.
Dell’espansione islamica, che attinse una dimensione globale in misura maggiore di quelle sinora citate, Acharya scrive che il suo carattere fu assai meno violento di quanto venga generalmente sostenuto, che si trattò di un dominio tollerante, sotto il quale veniva lasciato spazio ai non musulmani che non di rado assumevano incarichi di vertice nell’apparato burocratico e anche in quello militare; ma soprattutto ricorda che l’Islam si appropriò di ideali greci, persiani, indiani e cinesi arricchendoli con tratti propri, dando vita, nella Spagna islamica, a un bazar di risorse intellettuali caratterizzate da una visione universalista (e in alcuni casi di modernissime concezioni materialiste ed evoluzioniste) che permise a un’Europa sprofondata nell’ignoranza e nel fondamentalismo religioso di recuperare le sue stesse radici cadute nell’oblio.
Con l’impero mongolo si raggiungono dimensioni mai più raggiunte in seguito – perlomeno sul piano del dominio territoriale, se non su quello del dominio indiretto mediato dal mercato (11) – da un ordine mondiale. Acharya riscatta l’impero mongolo dall’accusa di essere stato in assoluto il più efferato per le modalità con cui ha realizzato le proprie conquiste (a suo avviso il numero delle vittime dell’espansione mongola è sopravvalutato) e gli riconosce il merito di avere a sua volta contribuito a generare certi presupposti dell’ordine mondiale moderno, fra i quali il fatto di non avere imposto alcun dogma religioso o culturale alle popolazioni sottomesse, il fatto di avere associato a una struttura centralizzata la concessione di autonomie locali e infine di avere operato come un potente “connettore” fra culture e civiltà diverse, in particolare grazie alla sua capacità di garantire la sicurezza degli scambi mediati dalla via della seta, più precari sotto la gestione di Cina e India.
Infine Acharya denuncia la sistematica rimozione dei contributi delle civiltà latinoamericane e africane da parte di una cultura occidentale che nega loro qualsiasi rilevanza storica. Vedi l’affermazione di autorevoli monumenti della cultura europea (a partire da Hegel) che hanno definito l’Africa un “continente senza storia”, legittimando la cancellazione della sua vita politica, sociale e culturale (basti citare gli “imperi dimenticati” di Ghana, Mali e Songhai e i vasti sistemi tributari sviluppati sotto il loro dominio). Vedi anche la cancellazione della memoria del fiorente commercio interafricano su lunghe distanze, stroncato dai monopoli coloniali imposti dalle potenze europee, nonché di una visione del mondo comunitaria e solidaristica condivisa da popolazioni anche molto lontane e diverse fra loro (visione che riemerge oggi nell’ideologia panafricanista). Una visione del mondo olistica che ritroviamo nelle antiche culture latinoamericane come l’impero incaico, del quale Acharya ricorda sia i caratteri moderni – una burocrazia e un sistema delle comunicazioni efficienti – sia la capacità d’ispirare ancora oggi una concezione alternativa di sviluppo economico, sociale e umano (12).
Ascesa e crisi dell’ordine mondiale occidentale
Nella parte del libro dedicata all’ascesa e crisi dell’ordine mondiale occidentale, Acharya affronta una serie di temi troppo ampia per poterli analizzare e descrivere nello spazio ridotto di un articolo, per cui scelgo di evidenziarne quattro: come sono riusciti l’Europa prima e l’Occidente collettivo poi a stabilire il proprio dominio sul mondo; come si sono auto assolti dai crimini commessi per costruire il proprio ordine mondiale; quali effetti ha avuto tale dominio sulla loro capacità di capire il resto del mondo; quali fattori hanno determinato la crisi dell’ordine mondiale occidentale.
Acharya identifica la nascita dell’ordine mondiale occidentale con la pace di Vestfalia che, nel Seicento, ha posto fine alle guerre di religione che avevano a lungo dilaniato l’Europa. Si tratta di un evento che ha creato un sistema di Stati sovrani nel Vecchio Continente e ha instaurato un “doppio standard” globale: all’interno del sistema si afferma un ordine antiegemonico almeno in linea teorica (13) – in ragione del quale è proibito sottomettere i vicini più deboli e vigono i principi di non ingerenza negli affari altrui, nonché di parità e uguaglianza fra i vari membri del sistema; al suo esterno, la Pax europea favorisce l’imperialismo delle singole potenze che possono liberamente occupare i territori del resto del mondo e opprimerne e sfruttarne le popolazioni.
Come ha potuto l’Occidente, che fino a poco prima era a un livello inferiore, tanto sul piano economico quanto sul piano culturale (14), rispetto agli ordini mondiali descritti nel paragrafo precedente? Come è nato il sorpasso o, come altri l’hanno definita- vedi Kenneth Pomeranz (15) -, la Grande Divergenza fra Occidente e resto del mondo? Com’è noto, la stragrande maggioranza degli storici occidentali la attribuiscono a fattori di supremazia endogeni al sistema, quali la superiorità tecnologica (navi, vele e cannoni), la crescita economica stimolata dalla concorrenza reciproca fra Stati europei, le scoperte scientifiche (16), o addirittura le condizioni sociopolitiche create dalla stessa “arretratezza” dell’Europa (è la tesi di Samir Amin (17)).
Contro questa vulgata, Acharya si schiera con la minoranza di coloro, vedi fra gli altri i già citati Pomeranz e un autore come Eric Williams (18) che associano la sostituzione dei precedenti ordini mondiali da parte di quello occidentale con il ruolo strategico giocato da imperialismo e colonialismo. Senza la “scoperta” dell’America e la sanguinosa espropriazione delle risorse dei popoli amerindi cui hanno partecipato Spagna, Portogallo, Inghilterra e Francia; senza lo sfruttamento e l’impoverimento dell’India (19) e di altri Paesi asiatici da parte delle Compagnie delle Indie Orientali inglese e olandese, senza l’osceno commercio triangolare di schiavi fra Africa, Europa e America, l’economia europea non avrebbe potuto svilupparsi ai ritmi con cui si è sviluppata grazie alla rapina delle risorse altrui.
Mentre la supremazia occidentale alimentava instabilità, ingiustizia e disordine, secoli di dominio hanno indotto l’Occidente a coltivare arroganza e ignoranza nei confronti del resto (in questo termine, “resto”, sono implicite l’arroganza e l’ignoranza in questione) del mondo. E su questi sentimenti si sono bastate le giustificazioni ideologiche del dominio. Come la giustificazione della schiavitù da parte di un campione del liberalismo europeo quale fu John Locke; come lo specioso argomento in base al quale la schiavitù era esistita in Africa anche prima dell’arrivo dei colonialisti occidentali (20); come l’appello al superiore standard di civiltà occidentale (“il fardello dell’uomo bianco”) che venne fatto valere anche nei confronti di civiltà come l’indiana e la cinese, nate quando l’Europa era ancora territorio di tribù selvagge; come la piaga del razzismo, alimentata persino da giganti del pensiero illuminista come Kant, Hume ed Hegel, (per inciso, Acharya condivide la tesi del sopra citato Eric Williams, secondo il quale fu la schiavitù a generare il razzismo come giustificazione ideologica di una lucrosa pratica commerciale, e non viceversa).
Acharya smonta infine il mito del presunto “anticolonialismo” degli Stati Uniti. A smentirlo basterebbe il genocidio delle popolazioni autoctone, sistematicamente sterminate con l’obiettivo di impadronirsi delle loro terre – considerate terrae nullius in quanto non tutelate dal diritto di proprietà, vale a dire la principale, se non l’unica, attestazione di appartenenza al mondo “civile”. Si aggiunga la guerra aggressiva contro il Messico che ha permesso agli Stati Uniti di appropriarsi di un terzo del territorio di quella nazione, per concludere con la dottrina Monroe, formulata nel 1823 dall’omonimo presidente e rinnovata e ampliata da Theodore Roosevelt a fine Ottocento e da Donald Trump ai nostri giorni, che stabilisce la clausola di esclusione di altri interessi occidentali nell’area caraibica e centro-sud americana, riservate al dominio esclusivo statunitense.
Quanto alla pretesa di erigersi a garante delle libertà e della democrazia mondiali da parte di Washington, non si vede come possa essere rivendicata da una nazione che ha fondato la propria ricchezza sullo sfruttamento della schiavitù e sul prolungamento dei suoi effetti fino ai giorni nostri, nei quali la parità di diritti per la popolazione afroamericana resta un miraggio. Del resto, i ricorrenti riferimenti al modello “democratico” della Roma repubblicana conferma che l’ideale di democrazia statunitense si ispira all’ammirazione dei Padri fondatori della Rivoluzione per il sistema romano del bilanciamento dei poteri, mentre sorvola sul carattere oligarchico di quel modello “classico”, che viene oggi riproposto da un sistema di rappresentanza che garantisce ai super ricchi il monopolio pressoché esclusivo sugli incarichi di rappresentanza politica.
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Ragionando sulle cause della progressiva erosione dell’ordine mondiale occidentale, Acharya respinge la tesi secondo cui la decolonizzazione del Terzo Mondo sarebbe stato l’esito di un “ritrarsi” volontario delle potenze occidentali dai loro possedimenti. Così come rifiuta l’idea che i nuovi Paesi nati dal processo di decolonizzazione avrebbero “copiato” il modello westfaliano dell’Occidente. In particolare, contro coloro che descrivono il processo di emancipazione del Terzo Mondo come frutto di una serie di riforme dall’alto, promosse da élite formatesi nelle capitali occidentali, sostiene che tale processo fu l’esito di movimenti rivoluzionari guidati da leader locali sostenuti dalle masse popolari e non da ristrettì strati intellettuali.
Il concetto stesso di Terzo Mondo (oggi sempre più rimpiazzato da quello di Sud globale) nasce negli anni Cinquanta alla Conferenza di Bandung, un’assemblea di nazioni di recente autonomia che venne fortemente osteggiata dalle grandi potenze occidentali le quali tentarono in tutti i modi di manipolarne gli esiti. A quell’evento fece seguito la nascita del movimento dei Paesi non Allineati che, svincolandosi dalla polarizzazione fra Usa e Urss generata dalla Guerra fredda, tentò di indirizzare verso obiettivi autonomi di sviluppo economico, politico e sociale i Paesi usciti dalla lunga interruzione che l’imperialismo e il colonialismo avevano imposto alla loro evoluzione storica.
Nell’analizzare la lunga fase storica che ha portato al rovesciamento dei rapporti di forza fra Occidente e resto del mondo, emergono tuttavia i limiti connaturati all’approccio liberal democratico di Acharya e alla sua manifesta idiosincrasia nei confronti del marxismo e delle sue incarnazioni storico-politiche. Parlando del principio di autodeterminazione dei popoli, per esempio, manca qualsiasi riferimento alla formulazione che ne diede Lenin e all’apporto decisivo che la Rivoluzione Russa ha dato ai movimenti di liberazione nazionale prima e dopo la Seconda guerra mondiale. Parlando della lotta della Cina contro il dominio straniero (occidentale e giapponese) esalta Sun Yat-sen ma non spende una parola su Mao e sulla Rivoluzione del 1949, che fu il vero inizio della emancipazione e della successiva ascesa della Cina. Parlando delle rivoluzioni latinoamericane valorizza – giustamente – l’ispirazione che tali movimenti hanno ricevuto dalle civiltà originarie del subcontinente, ma si limita a citare in merito le tesi di Mariategui (il grande marxista peruviano che forse apprezza in quanto “eretico”) senza accennare alla rivoluzione cubana né, tanto meno, a Fidel Castro.
La crisi dell’ordine mondiale occidentale e i sintomi dell’emergenza di un ordine alternativo sono descritti in termini prevalentemente economici: la crescita esponenziale dell’interscambio commerciale fra Paesi del Sud globale e la percentuale sempre più elevata del PIL mondiale che essi rappresentano. Ma come si è arrivati a tale risultato malgrado la feroce opposizione politico-militare oltre che economica dell’Occidente collettivo, malgrado l’ininterrotta catena di golpe, militari, regime change, manovre finanziarie e altre aggressioni perpetrate in Africa (21), America Latina e altrove? Acharya non riesce a dare risposte convincenti a questi interrogativi, né come stiamo per vedere, a delineare uno scenario convincente di ordine mondiale post occidentale.
L’ordine post occidentale secondo Acharya. Considerazioni conclusive
Lo spazio che Acharya dedica alla propria visione dell’ordine mondiale post occidentale è collocato nella parte finale del libro ed occupa uno spazio relativamente limitato rispetto alle parti precedenti. Le sue tesi in merito (parzialmente anticipate all’inizio di questo articolo) sono sintetizzabili in tre affermazioni:
1) Il futuro ordine mondiale sarà post occidentale e non solo post americano. Si tratta di un punto di vista che considero non solo condivisibile ma anche essenziale per il seguente motivo: l’idea dei teorici del sistema mondo, e in minor misura di uno storico della lunga durata come Braudel, è che ogni ordine mondiale sia incarnato da una determinata potenza e che il suo tramonto coincida con l’emergere di un nuovo ordine, incarnato da un’altra potenza egemone. Agli Stati Uniti potrebbe per esempio subentrare la Cina. Acharya nega quest’ultima possibilità (lo stesso vale per chi scrive, anche se i motivi con cui la neghiamo sono radicalmente diversi, come vedremo fra poco) e sostiene che in futuro non ci saranno più le condizioni perché una sola potenza svolga tale ruolo.
2) In assenza di un nuovo dominus dell’ordine mondiale, scrive, non emergerà un ordine multipolare (caratterizzato cioè dall’equilibrio fra un limitato numero di grandi potenze) bensì un ordine che definisce multiplex, alla cui costruzione parteciperanno cioè non solo i Paesi di ogni parte del mondo, ivi comprese le piccole-medie potenze, ma anche imprese, ONG, movimenti, associazioni e quant’altro. Dissento da questa visione irenica che mette sullo stesso piano entità eterogenee sia per natura (statuali, politiche, economiche, culturali, ecc.) che per “peso” specifico. Tale visione potrà apparire gradevole agli occhi delle sinistre postmoderne, che la vedranno come una realizzazione dei propri valori pacifisti, “orizzontalisti” e politicamente corretti, ma è solo apparentemente e ingannevolmente irenica, come lo stesso Acharya ammette implicitamente con la terza affermazione che riporto qui di seguito.
3) Il nuovo ordine, scrive, non sarà il paradiso perché nessun ordine mondiale sarà, così come non è mai stato, esente da conflitti e guerre. E con questo presupposto “realista”, che ritengo difficilmente contestabile, viene a cadere la tesi precedente. Quest’ultima è equiparabile sia all’utopia degli economisti piccolo borghesi che negano l’inevitabile tendenza alla concentrazione dei capitali (la concorrenza, che dovrebbe mettere tutti sullo stesso piano, divora sé stessa creando i presupposti che consentono al grande di mangiare il piccolo), sia alla ridicola finzione secondo cui capitalista e lavoratore si presenterebbero sul mercato del lavoro con gli stessi diritti (a parità di diritti, commenta Marx, prevale la legge del più forte). Il mondo multiplex sognato da Acharya non si realizzerà mai e, ove si realizzasse, si convertirebbe rapidamente, nella migliore delle ipotesi, in un mondo multipolare.
La critica che ho appena avanzato è analoga a quelle anticipate in precedenza, con le quali converge nell’identificare il limite principale dell’analisi di Acharya nella sua visione liberal-democratica (ancorché in versione “altermondista”), che manca della lucidità analitica che solo un approccio storico di ispirazione marxista è in grado di fornire. Così il suo elenco dei “meriti” degli ordini mondiali pre occidentali rischia di vedere in caratteristiche come la tolleranza religiosa e culturale, la mitezza nei confronti dei sudditi in generale e dei più deboli in particolare, l’atteggiamento pacifico verso le nazioni e i popoli confinanti, ecc. altrettante anticipazioni che la civiltà occidentale avrebbe “copiato” da quelle precedenti, pur misconoscendone il valore. Ma in questo modo, da un lato, si pecca di anacronismo (si attribuiscono cioè a certi tratti culturali un’essenza e un valore trans storici) e dall’altro si confermano paradossalmente le pretese di universalismo della civiltà occidentale (può darsi che hanno “copiato” dal passato certi valori, ma ciò non ne inficia il presunto carattere universale). Del resto Acharya fatica a riconoscere il fatto che civiltà diverse possono elaborare valori, non solo diversi da quelli certificati dall’attuale ordine mondiale, ma anche ugualmente, se non più, in grado di contribuire alla stabilità e alla pace mondiali. Tipico il suo radicale pregiudizio anticinese (antimarxista e anticomunista) che gli fa affermare che la Cina non sarà la nuova potenza egemone non perché, come afferma la sua leadership politica, non nutre affatto tale ambizione, bensì perché non dispone di sufficiente forza militare per realizzarla.
Concludo dicendo che, malgrado tutti questi limiti, il libro di Acharya è un’opera lodevole e utilissima per vari motivi. In primo luogo perché, malgrado le sue cinquecento pagine, può essere definito una specie di pamphlet per la chiarezza espositiva che lo rende una lettura gradevole anche per non addetti ai lavori; poi perché contiene un’ampia messe di notizie e informazioni sulla storia delle civiltà non occidentali e pre occidentali (da raccomandare caldamente alle nostre nuove generazioni, alle quali viene tuttora insegnata una storia anacronisticamente eurocentrica); infine perché pur peccando di un certo utopismo, e di una visione “di parte” (leggi filo indiana) nel delineare i tratti di un ordine post occidentale, ha il merito indiscutibile di far capire anche al lettore sviato da pregiudizi eurocentrici che la fine dell’attuale ordine mondiale non sarà un’apocalisse, bensì un’occasione di cambiamento positivo.
*(Fonte: Sinistrainrete – Carlo Formenti è un giornalista e scrittore italiano)
Note
(1) Cfr. I. Wallerstein, Comprendere il mondo. Introduzione all’analisi dei sistemi-mondo, Asterios, Trieste 2013.
(2) Cfr. F. Braudel, Civiltà materiale, economia e capitalismo, 3 voll., Einaudi, Torino 1979.
(3) Vedi G. Arrighi, Denaro, potere e le origini del nostro tempo, Il Saggiatore, Milano 1996. Metto a confronto il concetto di sistema mondo che Arrighi elabora in quest’opera con quello di Braudel citato nella nota precedente in Oltre l’Occidente (in via di pubblicazione presso Meltemi).
(4) La presunta natura europea della civiltà greca è contestata, fra gli altri, da Samir Amin (cfr.
Eurocentrismo. Modernità, religione e democrazia. Critica dell’eurocentrismo, critica dei culturalismi, La Città del Sole, Napoli-Potenza 2022) e da Costanzo Preve (cfr.
Opere, vol. II, Manifesto filosofico del comunismo comunitario. Elogio del comunitarismo, Inschibboleth, Roma 2022).
(5) Scrive in merito Costanzo Preve: “Esiste un luogo comune nella cultura filosofica occidentale, di cui è stato purtroppo parzialmente responsabile il grande Hegel, per cui il concetto moderno di libera coscienza individuale nasce nella Grecia antica, contrapposta al dispotismo orientale, che conoscerebbe unicamente l’arbitrio del despota”. In realtà, aggiunge Preve nella pagina successiva, “il profilo antropologico greco non era individualistico, ed è allora fuorviante attribuire ai greci la scoperta della libertà dell’individuo” (op. cit.).
(6) Ne Il socialismo è morto. Viva il socialismo! Dalla disfatta della sinistra al momento populista (Meltemi, Milano 2019), ho polemizzato con Roberto Esposito che legittima questa tesi in un articolo apparso sulla rivista aut aut (Europa e filosofia, in “aut aut”, n. 378, 2018, pp. 51-63).
(7) Nell’opera citata Preve sostiene che, laddove cristianesimo e islamismo sono modelli di universalismo religioso, ebraismo e induismo sono modelli di religione “tribale”. Dopodiché aggiunge che, mentre la cultura semitica conosce solo la feroce onnipotenza dell’Uno, quella cristiano-cattolica si basa su una triade dialettica: la verità (Padre) esce da sé nel mondo (Figlio) e torna a sé stessa (Spirito Santo). Viceversa il protestantesimo veterotestamentario privilegia il Padre, divenendo così una sorta di “eresia ebraica”.
(8) Ma Acharya rimuove il fatto che il Buddhismo adottato dalla Cina, dai Paesi del Sud Est asiatico e dal Giappone è quasi del tutto sparito dall’India, dove è stato marginalizzato dall’induismo, religione assai meno “pacifica”.
(9) Sulla lunga tradizione pacifista della politica estera cinese, cfr. G. Arrighi, Adam Smith a Pechino. Genealogie del ventunesimo secolo, Feltrinelli, Milano 2008.
(10) Della spedizione di Zheng He si occupano, fra gli altri, F. Braudel (op. cit.) G. Arrighi (op. cit.) e K. Pomeranz (La grande divergenza. La Cina, l’Europa e la nascita dell’economia mondiale moderna, Il Mulino, Bologna 2004), nessuno dei quali sposa la tesi degli intenti colonialisti dell’impresa in questione. Viceversa Acharya, che sostiene la tesi opposta pur ammettendo che è controversa, dovrebbe spiegare perché gli imperatori Ming ordinarono la distruzione della flotta di Zheng He quando costui fece ritorno in patria.
(11) A distinguere fra dinamiche imperiali territorialiste e capitaliste è Giovanni Arrighi in Il lungo XX secolo, cit.
(12) Alla cultura originaria dei popoli andini e al loro concetto di buen vivir fondato sulle loro tradizioni solidaristiche, comunitarie e rispettose dell’ambiente naturale si sono ispirate le rivoluzioni ecuadoriana e boliviana (oggi travolte dalla controffensiva delle destre neoliberiste). Vedi ciò che ho scritto in proposito in Magia bianca magia nera. Ecuador: la guerra fra culture come guerra di classe (Jaca Book, Milano 2014); vedi inoltre A. G. Linera La potencia plebeya. Acción colectiva e identidades indígenas, obreras y populares en Bolivia (Clacso/Prometeo libros, Buenos Aires 2008); vedi infine, dello stesso autore, Forma valor y forma comunidad (Traficantes de sueños, Quito 2015).
(13) Un tragico esempio di applicazione dell’ideologia colonialista da parte di una potenza europea nei confronti di altri Paesi del Vecchio Continente, che ha sovvertito i principi dell’ordine westfaliano, è quello dell’aggressione nazista nei confronti dall’Unione Sovietica e di altri popoli slavi. L’accostamento fra l’ideologia nazista e il colonialismo razzista delle potenze europee liberal democratiche è il grande rimosso di una cultura storica che tenta di liquidare il nazismo come una parentesi aliena alla tradizione occidentale. Una rimozione denunciata da Aimée Césaire che in
Discorso sul colonialismo (Ombre Corte, Verona 2020) scrive: “Varrebbe la pena di studiare, clinicamente, in dettaglio, tutti i passi di Hitler e dell’hitlerismo, per rivelare al borghese distinto, umanista, cristiano del XX secolo, che anch’egli porta dentro di sé un Hitler nascosto, rimosso; ovvero che Hitler abita in lui, che Hitler è il suo demone e che, pur biasimandolo, manca di coerenza, perché in fondo ciò che non perdona a Hitler non è il crimine in sé, non è il crimine contro l’uomo, non è l’umiliazione dell’uomo in quanto tale, ma il crimine contro l’uomo bianco, il fatto di avere applicato in Europa quei trattamenti tipicamente coloniali che sino ad allora erano stati prerogativa esclusiva degli arabi d’Algeria, dei coolie dell’India e dei negri dell’Africa”.
(14) Ciò era riconosciuto, fra gli altri da giganti del pensiero occidentale come Voltaire e Adam Smith.
(15) Cfr. K. Pomeranz, op. cit.
(16) La storia occidentale sottovaluta sistematicamente l’apporto della scienza e della tecnologia cinesi (carta, stampa, bussola, fusione dell’acciaio, ecc.) alla civiltà europea. (
(17) Cfr. Samir Amin, Eurocentrismo, cit,
(18) Cfr. E. Williams, Capitalismo e schiavitù. Il colonialismo come motore della Rivoluzione industriale (Meltemi, Milano 2024).
(19) Per una denuncia ancora più spietata di quella formulata da Acharya dei crimini commessi dall’imperialismo inglese in India vedi C. Elkins, Un’eredità di violenza. Una storia dell’Impero britannico, Einaudi, Torino 2024.
(20) Nessuno storico onesto può sostenere che la tratta transatlantica sia, per numero delle vittime, ferocia, oppressione, sfruttamento e impatto sulla demografia e sulle società dei Paesi e dei popoli colpiti, anche solo lontanamente paragonabile a precedenti fenomeni storici.
(21) Sulla spietata controffensiva messa in atto dall’imperialismo occidentale contro le lotte di liberazione in Africa Cfr. K. O. Okoth, Red Africa. Questione coloniale e politiche rivoluzionarie, Meltemi, Milano 2024.
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