n° 07 – 07/02/26 – RASSEGNA DI NEWS NAZIONALI E INTERNAZIONALI. NEWS DAI PARLAMENTARI ESTERO

01 – Roberto Ciccarelli*: Quello che i dati non dicono sulle povertà – La denuncia Perché possedere una casa o avere un lavoro non basta più a proteggere dall’indigenza? L’analisi di Alleanza contro la povertà e Iref mette a nudo l’inefficacia delle misure attuali, create dal governo Meloni, e propone un cambio di rotta per superare la frammentazione istituzionale e la logica della condizionalità obbligatoria
02 – Agroalimentare: con Carè* alla Camera iniziativa per modelli 231 come leva strategica per sicurezza e competitività
03 – On. Nicola Carè*: Estero, Carè partecipa all’ Australia Day in Ambasciata a Roma
04- Il vertice della CELAC – È stato convocato ieri, 1° settembre, un vertice straordinario dei ministri degli Esteri della Comunità degli Stati Latinoamericani e Caraibici (CELAC), la cui presidenza pro-tempore è attualmente esercitata dalla Colombia
05 – Geraldina Colotti *: VENEZUELA, LA RIFORMA DEGLI IDROCARBURI SFIDA L’ASSEDIO.
06 – Andrea Colombo*: Costretto ad arretrare il governo si aggrappa alle opposizioni. Fuori i violenti Nulla di fatto al vertice sulla sicurezza. Pesano le divisioni e soprattutto i dubbi del Colle su fermi preventivi e cauzione
07 – Teresa Barone *: PIGNORAMENTO PENSIONE 2026: AUMENTA IL LIMITE IMPIGNORABILE.
Nuovi limiti pignoramento pensione 2026: la soglia minima vitale sale a 1.092,48 euro. Le regole per il conto corrente e le aliquote per i debiti verso il Fisco.
08 – Vincenzo Morvillo*: Anti Trump-capitalismo e schizofrenia – Scrivo sempre meno di questioni prettamente politiche. Lo faccio per non apportare ulteriore confusione in un contesto storico-politico drammaticamente caotico. E anche perché in questi frangenti la possibilità di profferir minchiate è altissima.
09 – Antonio Cantaro*: avventurismo neo imperiale versus diritto. Che fare? The Donald, spiega l’ineffabile nobel Institute non può condividere con la signora María Corina Machado il premio nobel per la pace («una volta annunciato …non può essere revocato, condiviso o trasferito ad altri»). Trump se ne farà una ragione. Al presidente pro tempore degli stati uniti interessa restare alla storia, può fare a meno del folclore di un riconoscimento sempre più screditato
10 – Federico Losurdo*: Reagire a Trump. Un ponte tra Europa e Brics – In un mondo che pericolosamente torna alla logica delle “sfere d’influenza”, l’Europa dovrebbe intrecciare un dialogo costruttivo con i BRICS. Non tanto per adesione ideologica, quanto per una scelta di razionalità politica in favore di un multilateralismo trasformativo. La lezione di Lula.

 

 

01 – Roberto Ciccarelli*: QUELLO CHE I DATI NON DICONO SULLE POVERTÀ – LA DENUNCIA PERCHÉ POSSEDERE UNA CASA O AVERE UN LAVORO NON BASTA PIÙ A PROTEGGERE DALL’INDIGENZA? L’ANALISI DI ALLEANZA CONTRO LA POVERTÀ E IREF METTE A NUDO L’INEFFICACIA DELLE MISURE ATTUALI, CREATE DAL GOVERNO MELONI, E PROPONE UN CAMBIO DI ROTTA PER SUPERARE LA FRAMMENTAZIONE ISTITUZIONALE E LA LOGICA DELLA CONDIZIONALITÀ OBBLIGATORIA

Quello che i dati non dicono sulle povertà è che le attuali politiche del governo Meloni, basate sul «Supporto per la Formazione e il Lavoro» (Sfl) e sull’«Assegno di Inclusione» (Adi), hanno rafforzato un sistema a ostacoli dove requisiti amministrativi rigidi hanno escluso i più fragili. È la denuncia contenuta ne «L’Italia delle povertà», un’indagine realizzata dall’Alleanza contro la Povertà in collaborazione con l’Istituto di Ricerche Educative e Formative (Iref). Il documento, risultato di un lavoro autorevole fatto dall’interno del mondo cattolico e del sindacalismo confederale, sostiene che il racconto ufficiale sulla povertà oggi sia fondato sul «panico statistico» alimentato dai media. L’obiettivo di fondo è colpevolizzare i poveri.
L’analisi, presentata ieri a Roma, ribadisce che i soli dati ufficiali non riescono a cogliere la «multidimensionalità» delle povertà che non interessano solo il reddito, ma investono anche la casa, la salute, l’istruzione o i legami sociali. Già le cifre del 2024 delineano un quadro drammatico, con oltre 2,2 milioni di famiglie in «povertà assoluta» (8,4%) e 2,8 milioni in «povertà relativa» (10,9%), ma la realtà sommersa è ben più vasta. Esiste un mondo fatto di deprivazione e ristrettezze che vive sulla soglia di indigenza. pur avendo un lavoro o una casa. è il mondo dei «near poor», i «quasi poveri», per i quali la nascita di un figlio o una spesa imprevista determinano il collasso. L’Italia si conferma tra l’altro uno dei paesi più ostili per le «giovani coppie». E per i bambini: sono 1,3 milioni i minori in povertà, il valore massimo raggiunto negli ultimi dieci anni.
L’intreccio tra questi fattori viene solo in parte colto a partire dai tredici indicatori di riferimento utilizzati per misurare l’indigenza. Per esempio, le medie ufficiali non leggono come povero chi raziona il cibo pur di pagare le bollette, né colgono il disagio di chi possiede un immobile di scarso valore o di chi riesce a sostituire beni durevoli solo indebitandosi pesantemente tramite il credito al consumo (il «buy now, pay later»).
Il problema esposto dall’Alleanza contro le povertà è rilevantissimo in una società neoliberale che pretende di essere guidata dai dati e offrire una «scelta razionale» alla società. E invece usa la statistica in maniera unilaterale e strumentale. E, per questa ragione, adotta politiche sociali che fissano la vita in una condizione di marginalità. Per il portavoce di Alleanza contro la povertà, Antonio Russo, la povertà è «un problema strutturale, trasversale e i dati Istat non bastano a fotografarla». La povertà «è un processo, non uno stato, ed è il prodotto di condizioni che non sono mai state realmente prese in carico».
Bisogna superare la frammentazione istituzionale e la visione «work-oriented» che trasforma il sostegno in un obbligo e in una condizionalità punitiva. Per farlo è ritenuto necessario creare una «cabina di regia permanente» e il rafforzamento dei servizi sociali territoriali. Sempre che bastino per liberare i poveri, e non solo per governare le loro povertà.
* Roberto Filosofo e giornalista, scrive per «il manifesto)

 

02 – AGROALIMENTARE – CON CARÈ* ALLA CAMERA INIZIATIVA PER MODELLI 231 COME LEVA STRATEGICA PER SICUREZZA E COMPETIT*:
ROMA – Si sono conclusi presso la Sala Stampa della Camera dei Deputati i lavori dell’incontro “Adeguati assetti 231 in ambito agroalimentare: obblighi, responsabilità, best pratiche e proposte di riforma normativa”, promosso e organizzato dall’on. Nicola Carè, dedicato al confronto sui profili di responsabilità delle imprese agroalimentari e sull’evoluzione del sistema di prevenzione dei reati previsto dal D. Lgs. 231/2001.Nel corso dei lavori è stato sottolineato come il rafforzamento dei modelli organizzativi e dei sistemi di controllo interno rappresenti oggi un elemento centrale per la prevenzione del rischio penale e reputazionale, oltre che per la tutela della sicurezza alimentare e della competitività delle imprese italiane. Alessandra Griffa ha evidenziato i collegamenti tra la riforma dei reati agroalimentari e la responsabilità 231, richiamando la necessità di aggiornare i modelli organizzativi per affrontare nuove fattispecie di reato e standard di controllo più evoluti. Stefano Buonocore ha rimarcato la centralità della prevenzione attraverso procedure operative, tracciabilità delle filiere, sistemi di audit e formazione del personale. Nicola Menardo si è soffermato sul ruolo strategico dell’Organismo di Vigilanza, chiamato a garantire effettività e continuità dei controlli interni e un dialogo costante con governance e management. Andrea Milani ha sottolineato l’esigenza di semplificazione applicativa per rendere i modelli 231 sostenibili anche per le piccole e medie imprese. Jacopo Perina ha richiamato l’importanza di un approccio integrato tra compliance, sostenibilità e reputazione aziendale, elementi ormai determinanti per la competitività sui mercati internazionali. Il coordinatore del Tavolo, Alessandro Parrotta, ha ricordato come l’agroalimentare rappresenti un asset strategico dell’economia nazionale e come la tutela della qualità e della sicurezza dei prodotti passi anche attraverso sistemi di governance moderni ed efficaci. In chiusura, Carè e Parrotta hanno ribadito l’importanza di proseguire il dialogo tra istituzioni, professionisti e imprese per favorire un’evoluzione normativa capace di coniugare rigore nella prevenzione dei reati, semplificazione applicativa e tutela della competitività delle aziende italiane.
*(On./Hon. Nicola Carè, Circoscrizione Estero, Ripartizione Africa, Asia, Oceania e Antartide Camera dei Deputati – IV Commissione Difesa)

 

03 – On. Nicola Carè*: ESTERO, CARÈ PARTECIPA ALL’ AUSTRALIA DAY IN AMBASCIATA A ROMA
Roma 3 feb. In occasione dell’Australia Day, si sono svolte a Roma le celebrazioni ufficiali presso l’Ambasciata d’Australia, alla presenza di rappresentanti istituzionali italiani e stranieri. All’evento ha partecipato Nicola Carè, deputato eletto all’estero che ha rivolto un ringraziamento all’Ambasciatrice d’Australia in Italia Julianne Cowley per l’accoglienza e per l’impegno nel rafforzare i rapporti bilaterali tra Italia e Australia. Nel corso dell’incontro è stato sottolineato come le relazioni tra i due Paesi si fondino su una collaborazione solida e su valori condivisi di dialogo, apertura e cooperazione, anche grazie al contributo determinante della comunità italiana in Australia, riconosciuta come ponte umano, culturale e professionale tra le due nazioni. Presenti alle celebrazioni anche l’Ambasciatrice della Nuova Zelanda in Italia Jackie Frizelle, l’Ambasciatore Paolo Crudele, alcuni parlamentari e il Viceministro delle Imprese e del Made in Italy Valentino Valentini. “Italia e Australia – ha ribadito Carè- condividono una lunga storia di amicizia e una visione comune orientata al futuro, nel segno di relazioni sempre più strette sul piano politico, economico e culturale”.
*(On./Hon. Nicola Carè. Circoscrizione Estero, Ripartizione Africa, Asia, Oceania e Antartide)

 

04 – Il vertice della Celac – È STATO CONVOCATO IERI, 1° SETTEMBRE, UN VERTICE STRAORDINARIO DEI MINISTRI DEGLI ESTERI DELLA COMUNITÀ DEGLI STATI LATINOAMERICANI E CARAIBICI (CELAC), LA CUI PRESIDENZA PRO-TEMPORE È ATTUALMENTE ESERCITATA DALLA COLOMBIA.
L’incontro si è svolto in formato virtuale e avrà l’obiettivo di permettere agli Stati membri di scambiare “punti di vista e riflessioni sulla congiuntura regionale, in un quadro di rispetto dei principi del diritto internazionale, della sovranità degli Stati, della cooperazione e dell’integrazione che sostengono la CELAC come forum di unità politica e concertazione”.

COME UNICO PUNTO ALL’ORDINE DEL GIORNO C’ERA “UNA RIFLESSIONE REGIONALE AMPIA E PROFONDA SULLA PRESERVAZIONE DELLA SOVRANITÀ, DELL’INDIPENDENZA POLITICA E DELL’INTEGRITÀ TERRITORIALE DEGLI STATI MEMBRI, IL FERMO RIFIUTO DI QUALSIASI FORMA DI INGERENZA ESTERNA CHE INFLUISCA SULLA STABILITÀ E SULLA PACE NELLA REGIONE, E LA RIAFFERMAZIONE DELL’AMERICA LATINA E DEI CARAIBI COME ZONA DI PACE E COOPERAZIONE”.

Al centro vi sono, infatti, le preoccupazioni suscitate, nei diversi paesi che compongono l’organismo internazionale, dal recente dispiegamento militare degli Stati Uniti nei Caraibi e le implicazioni che può avere per la regione, che dal 2014 è stata dichiarata Zona di Pace in un vertice realizzato a Cuba. Da allora, però, con il ritorno a destra di vari governi latinoamericani, che animavano altre istituzioni sud-sud più orientate all’integrazione regionale, molte cose sono cambiate. Diversi paesi, sia latinoamericani che caraibici (come l’Argentina o Trinidad e Tobago), stanno dando pieno appoggio alle politiche di Trump, rappresentate dall’ossessione del Segretario di Stato, Marco Rubio, contro Cuba, Venezuela, Nicaragua. Il governo statunitense ha aumentato fino a 50 milioni di dollari la taglia sulla testa del presidente venezuelano, Nicolas Maduro, accusandolo di essere a capo di un cartello narcotrafficante (il Cartel de los Soles), dichiarata un’organizzazione terrorista. Un’organizzazione inesistente, rispondono gli analisti internazionali, basandosi anche sui dati delle stesse organizzazioni antidroga. Per questo, attivisti di oltre 80 paesi hanno manifestato con lo slogan: “Il Venezuela non è una minaccia, ma una speranza”, e i rappresentanti diplomatici della Repubblica bolivariana hanno inviato lettere di protesta a tutti gli organismi internazionali, a cominciare dall’Onu.

CINA-AMERICA LATINA
Il 31 agosto, nella città cinese di Tianjin, è iniziata la 25ª riunione del Consiglio dei Capi di Stato dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (OCS). Il vertice di due giorni tratterà temi economici e di sicurezza globale, legati allo sviluppo dei legami commerciali, ai corridoi di trasporto e all’articolazione dei progetti nazionali con l’Iniziativa della Via della Seta (Belt and Road Initiative). In particolare, si discuterà della creazione della Banca di Sviluppo dell’OCS e dell’ampliamento dell’unione interbancaria dell’organizzazione. Passi che dovrebbero permettere di accelerare la formazione di un’infrastruttura di pagamenti e di passare a transazioni più attive in valute nazionali. Sarà il vertice più grande dalla creazione dell’organizzazione internazionale, fondata nel 2001. Ne fanno parte Kazakistan, Kirghizistan, Cina, Russia, Tagikistan e Uzbekistan (dal 2001), India e Pakistan (dal 2017), Iran (dal 2023) e Bielorussia (dal 2024). I Paesi membri dell’OCS rappresentano oltre il 40% della popolazione mondiale e più del 30% del PIL globale. All’evento partecipano leader di oltre 20 Paesi, fra i quali il presidente della Cina, Xi Jinping, quello della Russia, Vladimir Putin, il primo ministro dell’India, Narendra Modi e il presidente dell’Iran, Masoud Pezeshkian, e il capo del governo del Vietnam, Pham Minh Chinh. Inoltre, sono stati invitati dirigenti di 10 organizzazioni internazionali, tra cui il segretario generale dell’ONU, António Guterres, oltre a rappresentanti della Comunità degli Stati Indipendenti (CSI), dell’Unione Economica Euroasiatica (UEE), dell’Associazione delle Nazioni del Sud-est Asiatico (ASEAN), dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (OTSC), della Lega Araba e di altri raggruppamenti.
L’America latina non è direttamente riguardata dall’evento, però molti dirigenti latinoamericani, come il presidente del parlamento venezuelano, Jorge Rodríguez, che è anche il capo negoziatore di Maduro nei dialoghi con gli Usa, sono già nel paese, per svolgere incontri bilaterali e partecipare alle celebrazioni per il Giorno della Vittoria, che si terranno il 3 settembre. In quella data, la Repubblica popolare cinese ricorda 80º anniversario della vittoria nella guerra di resistenza contro l’aggressione imperialista giapponese e nella guerra mondiale antifascista, e commemora il sacrificio di oltre 35 milioni di cinesi.

I BRICS ESPANDONO LA LORO PRESENZA NEL LATINOAMERICA
L’Uruguay, tornato a un governo progressista, è diventato il 29º Paese a unirsi alla cooperazione con TV BRICS. Nella regione dell’America Latina e dei Caraibi, collaborano con il network internazionale anche i media di Argentina, Venezuela, Cuba, Messico e Cile. Brics Tv amplia così la sua presenza informativa nella regione dell’America Latina. Il primo partner del network mediatico in questo Paese è stato il giornale digitale socio-politico Diario la R, di proprietà di Gruppo R Multimedio. In questo modo, l’Uruguay avrà accesso diretto a informazioni aggiornate sulle attività dei Paesi membri e partner dei BRICS e potrà promuovere la propria agenda nel panorama mediatico internazionale. Diario la R è l’unico giornale digitale gratuito dell’Uruguay. È presente sul mercato dei media da oltre 35 anni ed è stato pubblicato inizialmente con il nome di La República. La sua sede si trova nella capitale, Montevideo. Il giornale pubblica notizie nazionali e internazionali, articoli analitici e opinioni di esperti su temi socio-politici.

CINA E BRASILE RAFFORZANO IL COORDINAMENTO NEI BRICS
Giovedì 29 agosto, il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, ha avuto una conversazione telefonica con il suo omologo brasiliano, Mauro Vieira, a cui ha espresso la disponibilità del suo Paese a intensificare il coordinamento con il Brasile e con gli altri paesi del gruppo per “resistere all’unilateralismo e all’intimidazione”. Al contempo, il ministro della Pianificazione e del Bilancio del Brasile, Simone Tebet, ha dichiarato che nell’attuale scenario di incertezza, “i Brics non sono il problema, ma parte della soluzione” per il suo Paese. In tal senso, ha precisato che il Brasile sta rafforzando i suoi legami con la Cina e con il gruppo Brics come risposta strategica alle sanzioni imposte dagli Stati uniti.

QUESTA POSIZIONE EMERGE DOPO CHE IL PRESIDENTE DEGLI STATI UNITI, DONALD TRUMP, HA IMPOSTO UN DAZIO DEL 50% SUI PRODOTTI BRASILIANI, UNA MISURA VISTA COME RITORSIONE PER IL PROCESSO GIUDIZIARIO CHE L’EX PRESIDENTE JAIR BOLSONARO STA AFFRONTANDO PRESSO LA CORTE SUPREMA DEL BRASILE. IN QUESTO CONTESTO, UN GIUDICE DELLA CORTE SUPREMA, ALEXANDRE DE MORAES, È STATO SANZIONATO CON LA LEGGE MAGNITSKY DAGLI STATI UNITI, IL CHE HA COMPORTATO IL BLOCCO DEI SUOI CONTI.

Tebet ha sottolineato la necessità di diversificare il commercio, evidenziando che la dipendenza commerciale del Brasile dall’Asia è già quasi del 50%, contro il 10% verso gli Stati Uniti. Ha anche menzionato che la sconfitta di Trump nel 2020 ha permesso al Brasile di ridurre la sua dipendenza dagli Stati uniti e rafforzare le sue esportazioni verso il Sud America. Dal 1974, le diplomazie di Cina e Brasile hanno costruito “una relazione basata sul rispetto, la fiducia e l’ottenimento di benefici per entrambe le società”. La Cina è il principale partner commerciale del Brasile dal 2009 ed è stata una delle fonti più importanti di investimento straniero nel Paese.

In risposta ai dazi del 50% che il governo di Donald Trump ha imposto sui prodotti brasiliani, il presidente del Brasile, Luiz Inácio Lula da Silva, ha dato il via libera alle consultazioni per implementare la Legge di Reciprocità contro gli Stati Uniti (USA). L’obiettivo della misura è analizzare potenziali contromisure economiche di fronte a quella che il Paese sudamericano considera un’azione unilaterale e dannosa per le sue esportazioni.

Lula, che ha ricevuto il suo omologo panamense, José Raúl Mulino, in una conferenza congiunta con quest’ultimo, ha annunciato la sua adesione al protocollo del Trattato di Neutralità del Canale di Panama. Lula è il primo capo di Stato di una delle potenze economiche globali a manifestare il suo sostegno alla sovranità panamense. La questione del Canale, i progetti di privatizzazione dei porti, il contrasto degli Usa alla Cina, e le misure neoliberiste contro il sistema pubblico sono da mesi oggetto della più grande ondata di proteste degli ultimi decenni che scuote Panama.
*(fonte: Pagine Estere)

 

05- Geraldina Colotti *: VENEZUELA, LA RIFORMA DEGLI IDROCARBURI SFIDA L’ASSEDIO.

CARACAS – DAVID PARAVISINI, CLASSE 1944, È CONSIDERATO UNO DEI MASSIMI SPECIALISTI DI GEOPOLITICA ENERGETICA DEL VENEZUELA BOLIVARIANO. COME COSTITUENTE ED ESPERTO DI IDROCARBURI, LE SUE ANALISI SONO STATE FONDAMENTALI PER COMPRENDERE LA TRANSIZIONE DA UN’INDUSTRIA PETROLIFERA “MERITOCRATICA”, SUBORDINATA AGLI INTERESSI TRANSNAZIONALI, A UNA PDVSA “POPOLARE E STRATEGICA”. GLI ABBIAMO CHIESTO DI COMMENTARE LE SCELTE ANNUNCIATE DALLA PRESIDENTE INCARICATA DELCY RODRIGUEZ, CHE GOVERNA DOPO IL SEQUESTRO DEL PRESIDENTE NICOLAS MADURO E DELLA FIRST LADY CILIA FLORES, COMPIUTO DALLE TRUPPE SPECIALI STATUNITENSI CON L’ATTACCO DEL 3 GENNAIO.

COME ANALIZZA LE MISURE ADOTTATE OGGI DALLA PRESIDENTE INCARICATA DELCY RODRÍGUEZ?
Per analizzare l’operato del governo nell’assenza temporale del Presidente Nicolás Maduro – dovuta a un sequestro che viola tutte le leggi e le convenzioni internazionali -, e che oggi è guidato dalla vicepresidente Delcy Eloína Rodríguez, bisogna inquadrarlo nel contesto di un attacco brutale degli Stati Uniti volto a dissolvere il governo. L’obiettivo era annullare la Costituzione e le leggi della Repubblica nel disordine e nel caos per appropriarsi delle risorse. Ma non si trattava solo di un’appropriazione materiale; l’obiettivo era insediare un governo fantoccio che eseguisse le direttive di Washington. Questo non è accaduto. Il sequestro del presidente non ha portato alla sostituzione del governo rivoluzionario, non solo per la solidità mostrata dal nucleo dirigente del PSUV e dalla struttura superiore del governo, ma anche per la tenuta dell’intera ossatura dello Stato. La decisione del Tribunale Supremo di Giustizia, nel dichiarare che non vi era un’assenza assoluta ma temporanea dovuta a eventi assolutamente imprevedibili, mostra la solidità dello Stato venezuelano. Tutte le istituzioni hanno risposto all’unisono, restituendo piena operatività al governo rivoluzionario. Non è solo la gestione di Delcy Rodríguez, ma una gestione unificata di tutto lo Stato. Il ruolo di Delcy come presidente incaricata, facente funzioni, in queste circostanze è fuori dall’ordinario. È forse la sfida più grande mai affrontata da un presidente venezuelano, inclusi Chávez e Maduro: deve governare, far muovere il paese e, allo stesso tempo, affrontare il mostro del nord per riscattare i nostri due ostaggi.

PUÒ SPIEGARCI COSA IMPLICANO LA MODIFICA DELLA LEGGE ANTIBLOCCO E LA RIFORMA DELLA LEGGE SUGLI IDROCARBURI? IN CHE MODO POSSONO CONTINUARE A GARANTIRE LA SOVRANITÀ OPERATIVA DI PDVSA?
Il governo rivoluzionario deve garantire il funzionamento del paese. La modifica della legge organica sugli idrocarburi e degli altri decreti sull’importazione di benzina e additivi erano già in cantiere; lo stesso presidente Maduro li aveva annunciati il 2 gennaio. L’unico elemento di rottura è stato il sequestro del presidente. Maduro era stato chiaro con gli Usa: se volete negoziare, le porte sono aperte anche per il capitale privato statunitense. Trump dice che Delcy “si sta comportando bene”, ma non capisce che questo è il risultato di conversazioni già avviate tra il governo venezuelano e le imprese nordamericane per trovare formule di sviluppo reciproco.
Non c’è alcuna ragione per pensare che la sovranità sia stata violata. Ho esaminato il progetto di riforma: non esiste un solo articolo in cui si affermi che il paese non eserciterà più la sovranità sulle risorse. Ogni azienda che opera in Venezuela deve farlo come parte di una società mista o come operatore contrattualizzato sotto rigide condizioni: tempi definiti, proprietà statale delle risorse, utilizzo delle strutture preesistenti e l’obbligo contrattuale che ogni opera infrastrutturale passi in perfetto stato alla nazione al termine del contratto. Non c’è alcuna rinuncia alla sovranità.

QUAL È DUNQUE L’OBIETTIVO DELLA RIFORMA DELLA LEGGE SUGLI IDROCARBURI?

Stiamo smantellando formule che ci rendevano dipendenti da una struttura corporativa interna a PDVSA che era diventata incontrollabile. L’organo dello Stato preposto a vigilare era stato esautorato da una PDVSA che perseguiva interessi propri, infiltrata da agenti stranieri e fattori di corruzione. Hanno rubato petrolio, falsificato dati e riscosso indennizzi per petrolio mai prodotto. Mai come oggi ci sono stati così tanti dirigenti di PDVSA arrestati. Prima di Chávez, godevano della più totale impunità. Persino oggi, la gestione di PDVSA è difficile da controllare da parte della Contraloría o dell’Assemblea Nazionale; le azioni legali partono quasi sempre dalla Procura Generale. Questa riforma permette allo Stato di riprendere l’iniziativa sugli investimenti, sottraendola a una corporazione strapotente che non rispondeva più agli interessi nazionali. È un grande balzo in avanti. Anche i debiti miliardari vantati dalle multinazionali, una volta analizzati, si rivelano gonfiati: il debito di 4 miliardi con Chevron, ad esempio, nella realtà è inferiore agli 800 milioni. Il resto è corruzione e accordi illeciti tra vecchi dirigenti infedeli e aziende predatrici.

TRUMP E L’OPPOSIZIONE ESTREMISTA AFFERMANO CHE GLI STATI UNITI SI SONO GIÀ APPROPRIATI DEL PETROLIO VENEZUELANO. È VERO? QUAL È LA REALTÀ OPERATIVA DELL’INDUSTRIA OGGI?
Trump deve montare un apparato propagandistico per convincere il suo popolo di avere il controllo. Deve far credere che il petrolio che esce dal Venezuela sia “autorizzato” da lui. Ma la realtà è che Chevron, ENI o Repsol operano con contratti firmati in Venezuela, con il governo di Maduro, e pagano in Venezuela secondo le nostre leggi. Le navi partono regolarmente verso un mercato di esportazione che Trump non può impedire perché basato su contratti legali. Le “sanzioni” colpiscono il paese e le aziende che negoziano con noi, ma queste aziende continuano a operare perché hanno bisogno del nostro greggio e riconoscono la legislazione venezuelana, non quella di Trump. La nostra difesa risiede nella narrazione della verità e nella comprensione del fenomeno strutturale che stiamo vivendo. Non è un problema nato il 3 gennaio; è la crisi terminale dell’imperialismo statunitense. Dopo la caduta del muro di Berlino, gli USA hanno pensato di essere arrivati alla “fine della storia” e di poter imporre le loro regole. In trent’anni, però, il mondo è progredito, mentre gli Stati Uniti sono scivolati in un pantano tecnologico e morale. La loro estetica oggi è quella degli “zombie”, delle droghe, dei senzatetto e della disoccupazione. È una deriva oscurantista che va contro ogni visione di modernità.

IL PETROLIO NON È UNA RISORSA INFINITA. COME SI INSERISCE IL CONTROLLO DELLE RISERVE VENEZUELANE NEL DISEGNO GEOPOLITICO DEGLI STATI UNITI?
Gli USA usano la forza e l’estorsione per dominare le potenze emergenti come la Cina, che deve importare il 70% del suo fabbisogno energetico da Iran, Russia e Venezuela. L’obiettivo di Washington è distruggere l’Iran e monopolizzare il petrolio venezuelano per obbligare la Cina a comprarlo da loro. È impossibile. La presidente Rodríguez è stata chiara: siamo un governo sovrano e rivendichiamo il diritto di negoziare con Russia, Cina e Cuba.

SU QUALI ALLEATI PUÒ CONTARE OGGI IL SOCIALISMO BOLIVARIANO A LIVELLO INTERNAZIONALE?
La nostra difesa parte innanzitutto dal fatto che non siamo soli. Non è una battaglia solitaria del Venezuela contro il grande mostro del nord, ma è una battaglia del mondo per contrapporre a quel mondo delegittimato la ricerca di una società giusta. Esiste un’unione universale che si oppone a questa barbarie, perfino in buona parte degli Stati Uniti. Il tema delle riserve è relativo. Il mondo si incammina verso l’utilizzo di altre fonti energetiche, ma a 150 anni dalla scoperta del petrolio, il carbone continua a essere la terza fonte energetica globale con una quota del 30%. Non è vero che il petrolio o il gas smetteranno di essere utilizzati presto. Secondo lo stesso Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti, grazie alle tecnologie sviluppate, le riserve venezuelane non ammontano a 300 miliardi di barili, ma raggiungono i 500 miliardi. Gli Stati Uniti puntano al monopolio della vendita di petrolio e gas nel mondo. Un esempio: hanno eliminato la Russia dalla competizione nel mercato europeo con la distruzione dei gasdotti Nord Stream 1 e 2 e la dichiarazione della guerra in Ucraina. L’obiettivo era che il mercato energetico europeo finisse nelle mani degli Stati Uniti. È una battaglia impossibile: l’OPEC si opporrà, perché sottrarre all’OPEC il potere di quelle riserve darebbe agli USA un dominio totale sugli equilibri dei prezzi e dei mercati.

I GHIACCIAI SI SCIOLGONO E L’IMPERIALISMO VEDE IN QUESTO DISASTRO NUOVE ROTTE COMMERCIALI. QUAL È LA SUA ANALISI?
Trump vuole il controllo del petrolio venezuelano e iraniano, ma anche delle rotte dell’Artico. Sta però pestando i piedi a chi non è disposto ad accettare questo ritorno all’Età della Pietra dove non esistono convenzioni internazionali. Il sequestro di Nicolás Maduro e Cilia Flores è una violazione brutale che diventerà presto insostenibile: dovranno liberarli perché le accuse sono infondate.

L’ATTACCO TECNOLOGICO DEL 3 GENNAIO PUNTA SOLO ALLE RISORSE O A DISTRUGGERE IL MODELLO DI DISTRIBUZIONE SOCIALE DELLA RENDITA?
Agli Stati Uniti non importa come viene ridistribuita la rendita, purché le loro corporazioni abbiano accesso totale e senza concorrenza alle risorse (petrolio, ferro, coltan, oro). È la natura del capitalismo imperialista che stiamo combattendo e che sarà sconfitta non solo dalla resistenza del popolo venezuelano, ma dalle contraddizioni insanabili dell’imperialismo con le altre forme di sviluppo nel mondo. La nostra arma è la verità: il mondo sta reagendo contro questa regressione proposta dagli Stati Uniti. Alla fine vinceremo noi, perché siamo gente che lavora, lotta e ha la verità dalla sua parte.
*(Fonte: Le Monde – Geraldina Colotti, giornalista e scrittrice, cura la versione italiana di “Le Monde diplomatique”. Esperta di America Latina).

 

06 – – Andrea Colombo*: COSTRETTO AD ARRETRARE IL GOVERNO SI AGGRAPPA ALLE OPPOSIZIONI. FUORI I VIOLENTI NULLA DI FATTO AL VERTICE SULLA SICUREZZA. PESANO LE DIVISIONI E SOPRATTUTTO I DUBBI DEL COLLE SU FERMI PREVENTIVI E CAUZIONE

Partito con il miraggio di un arrembaggio securitario senza precedenti, il governo si è ritrovato ad annaspare nell’acqua, senza decidere niente. Alla fine, per evitare la figuraccia, si è attaccato a un improbabile appello unitario rivolto all’opposizione: «La presidente Meloni e il governo ribadiscono il pieno sostegno alle forze dell’ordine e, in questa delicata fase (anche alla luce delle dichiarazioni della segretaria del Partito democratico, Elly Schlein) intendono rivolgere all’opposizione un appello a una stretta collaborazione istituzionale».
In soldoni la richiesta impossibile è quella di accettare una risoluzione comune al momento inesistente, dopo le comunicazioni di Piantedosi nelle quali non si sa cosa dirà il ministro, con dietro l’angolo l’incognita di un decreto sicurezza che verrà approvato dal Cdm mercoledì anche se chissà quali misure conterrà. Un espediente inventato alla rinfusa per non ammettere il fallimento del vertice di ieri mattina e per mettere in difficoltà Elly Schlein. Se rifiuterà la bizzarra proposta, dopo aver invocato al telefono con la premier una posizione comune, la si potrà accusare di essere lei a non volere l’unità democratica. Mezzucci.
PER DUE GIORNI, dopo il pestaggio di Torino (perché quelli operati dalle forze dell’ordine, si sa, non contano) Meloni e il suo stato maggiore hanno pensato di avere in mano una carta invincibile, rincuorati dallo smarrimento di un’opposizione tramortita. Ministri e notabili, incuranti del ridicolo, hanno denunciato l’attacco al cuore dello Stato del nuovo terrorismo. La premier si è permessa di indicare ai magistrati quale tipologia di reato contestare agli arrestati e, tanto per non esagerare ha chiesto il «tentato omicidio». In questo clima è stato convocato il vertice di palazzo Chigi che ieri avrebbe dovuto lanciare l’attacco finale. La premier e i suoi due vice, Tajani e Salvini, i ministri competenti, Piantedosi, Nordio e Crosetto, i sottosegretari Mantovano e
Fazzolari e i capi di Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza invece sono usciti da palazzo Chigi, dopo due ore di vertice, a mani vuote.
LA PROPOSTA di una cauzione a carico degli organizzatori di una manifestazione è stata affondata da Fi: e se a manifestazione terminata qualcuno si mette a spaccare vetrine che si fa? Ragionamento impeccabile e in ogni caso quella misura, fortemente voluta dalla Lega che peraltro non rinuncia al miraggio, difficilmente avrebbe passato il vaglio del Quirinale. Il fermo preventivo, negli uffici del Colle, sta messo anche peggio. L’idea di un fermo discrezionale di 12 ore, che Salvini l’ingordo vorrebbe portare a 48, e la Costituzione repubblicana tanto d’accordo non vanno. Anche lo scudo penale per gli agenti presenta buchi e squarci. Bisogna che non leda il principio intoccabile dell’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge e scriverlo evitando di cadere in quella fossa non è affatto facile.
IL GOVERNO è comunque deciso a varare un decreto purchessia mercoledì e a questo punto, dopo i fuochi artificiali e le iperboli distribuite come noccioline degli ultimi giorni, non può fare altrimenti. Ma cosa sarà approvato è ancora ignoto agli stessi governanti. Il massimo che possono affermare con certezza è che «qualcosa comunque sarà sicuramente approvato». La Lega insiste sia per la cauzione che per il fermo preventivo ma è possibile che alla fine il governo opti per un più prudente Daspo per chi ha a carico denunce o condanne. Segue una lunga lista di misure spettacolari, inutili per la sicurezza, come lo sgombero anche delle seconde case occupate e l’uso a man bassa del taser. Modello Ice.
A PROPOSITO DI ICE, il caos intorno ai due dibattiti in programma, quello sugli agenti Ice in Italia e quello sugli incidenti di Torino, è uno specchio fedele della confusione nella quale si dibatte il governo. I due appuntamenti hanno continuato a ballare sin da domenica pomeriggio e poi ieri per tutto il giorno. Ieri sera la formula prevedeva una informativa su Torino senza voto alla Camera, e mercoledì informativa senza voto su Ice al Senato ma comunicazioni con tanto di voto su Torino, sempre a palazzo Madama. Ma è difficile che lo sgangherato programma venga rispettato senza ulteriori modifiche.
Lo sbandamento del governo ieri non deve destare illusioni. Forse le misure più clamorosamente anticostituzionali verranno depennate dal dl. Ma quelle che resteranno saranno più che sufficienti per rendere l’Italia un Paese peggiore e anche meno sicuro
*(Fonte: Il Manifesto – Andrea Colombo, è un giornalista, scrittore e commentatore politico italiano.)

 

07 – Teresa Barone *: PIGNORAMENTO PENSIONE 2026: AUMENTA IL LIMITE IMPIGNORABILE.

Nuovi limiti pignoramento pensione 2026: la soglia minima vitale sale a 1.092,48 euro. Le regole per il conto corrente e le aliquote per i debiti verso il Fisco.
L’aggiornamento annuale dell’assegno sociale operato dall’INPS porta con sé una novità importante per i pensionati che devono affrontare procedure esecutive. Dal 1° gennaio 2026, infatti, è aumentata la quota della pensione considerata “minimo vitale” e, per questo, assolutamente protetta da ogni tentativo di pignoramento.
Questo scudo legale serve a garantire che ogni cittadino conservi una somma dignitosa per le spese quotidiane, proteggendola dall’aumento del costo della vita registrato nell’ultimo anno.
Indice
1. COME CAMBIA LA SOGLIA DI PROTEZIONE DAI PIGNORAMENTI
2. LIMITI PIÙ ALTI SUL CONTO CORRENTE
3. DIFFERENZE TRA DEBITI VERSO PRIVATI E FISCO
1. ESEMPI PRATICI

COME CAMBIA LA SOGLIA DI PROTEZIONE DAI PIGNORAMENTI
Pignoramento conto corrente: bloccati anche i futuri versamenti12 novembre 2025La tutela della pensione non è legata a una cifra fissa ma dipende dal valore dell’assegno sociale. Secondo la normativa vigente, la somma impignorabile corrisponde al doppio di tale assegno, con la garanzia che questo limite non possa mai scendere sotto i 1.000 euro. Per l’anno 2026, il valore dell’assegno sociale è stato aggiornato a 546,24 euro. Moltiplicando questa cifra per due, la nuova soglia di salvaguardia sale a 1.092,48 euro.
Solo la parte di pensione che eccede questo importo può essere effettivamente trattenuta dai creditori: se l’assegno mensile è inferiore a tale limite, la pensione resta integralmente nelle mani del titolare.
LIMITI PIÙ ALTI SUL CONTO CORRENTE
Pignoramento del conto anche dopo la domanda di rottamazione-quinquies30 gennaio 2026Una disciplina specifica si applica per la pensione già accreditata sul conto corrente bancario o postale prima della notifica del pignoramento. In questo scenario, la legge tutela una somma ancora più elevata, pari al triplo dell’assegno sociale. Per tutto il 2026, la giacenza sul conto corrente legata alla pensione è dunque considerata intoccabile fino a 1.638,72 euro.
Questa norma impedisce il blocco totale dei risparmi, lasciando al debitore un margine per le emergenze. Per i versamenti che arriveranno sul conto dopo l’inizio della procedura, si tornerà invece alla soglia standard dei 1.092,48 euro.
DIFFERENZE TRA DEBITI VERSO PRIVATI E FISCO
Nonostante la soglia minima di protezione sia la stessa, la velocità con cui i creditori possono agire sulla parte eccedente cambia in base al tipo di debito.
• Creditori privati. In caso di debiti verso banche o finanziarie, la trattenuta ordinaria è pari a un quinto della quota che supera il minimo vitale.
• Agenzia delle Entrate Riscossione. Se il creditore è il Fisco, il pignoramento è più graduale. La trattenuta sull’eccedenza è limitata a un decimo per pensioni fino a 2.500 euro, salendo a un settimo o a un quinto solo per gli assegni più alti.
ESEMPI PRATICI
Per capire quanto effettivamente venga trattenuto, è fondamentale ricordare che le percentuali di pignoramento si applicano solo sulla cifra che resta dopo aver sottratto la soglia intoccabile di 1.092,48 euro. Ecco due simulazioni basate su una pensione netta di 1.500 euro:
• Debito Privato (Banca) – sulla differenza di 407,52 euro (1.500 – 1.092,48) si calcola il quinto. La trattenuta mensile sarà di circa 81,50 euro.
• Caso Debito Fiscale (AdER) – poiché la pensione è inferiore a 2.500 euro, si applica l’aliquota agevolata del 10%. Sulla stessa differenza di 407,52 euro, la trattenuta sarà di soli 40,75 euro.
In entrambi i casi, il pensionato ha la certezza di conservare integralmente il proprio minimo vitale, vedendo ridotta la quota pignorata rispetto ai parametri dell’anno precedente.
In tutti i casi, l’adeguamento alle nuove cifre dovrebbe essere gestito automaticamente dall’INPS sui pignoramenti già attivi. È però sempre bene controllare il cedolino della pensione per verificare che la quota trattenuta sia stata correttamente ridotta in base ai nuovi parametri stabiliti per i pignoramenti.
*(Fonte: PMI.it- Teresa Barone, Giornalista pubblicista, collabora da molti anni con PMI.it occupandosi di imprese e green economy, mondo del lavoro e nuove tecnologie applicate)

 

08 – Vincenzo Morvillo*: ANTI TRUMP-CAPITALISMO E SCHIZOFRENIA – SCRIVO SEMPRE MENO DI QUESTIONI PRETTAMENTE POLITICHE. LO FACCIO PER NON APPORTARE ULTERIORE CONFUSIONE IN UN CONTESTO STORICO-POLITICO DRAMMATICAMENTE CAOTICO. E ANCHE PERCHÉ IN QUESTI FRANGENTI LA POSSIBILITÀ DI PROFFERIR MINCHIATE È ALTISSIMA.

In questi mesi preferisco leggere, analizzare, riflettere. E poi di Lenin e Che Guevara in sessantaquattresima ne abbiamo già a iosa. Così come di eminenti analisti politici e geopolitici della domenica.
La fase dunque è quella che è. Tragica e ai limiti del delirio da qualunque angolazione la si guardi. Estesi conflitti regionali, questioni monetarie (dedollarizzazione e alternative al sistema Swift che stanno mettendo in fibrillazione l’impianto egemonico Usa) tracolli energetici, petrolio, aggressioni geostrategiche, neocolonialismo, crisi di valorizzazione del capitale, fanatismo religioso. Tutto deflagrato oggi, sotto le sempre più visibili e fosche insegne di una guerra globale.
Una fase che fisiologicamente sta lasciando emergere le pulsioni occulte e imponderabili dell’essere umano. Le sue più agghiaccianti inclinazioni psichiche, il suo insito sadismo, la sua consustanziale crudeltà. Che sempre fanno capolino dalle stanze oscure dell’inconscio.
È quella fase eminentemente tanatoica che la Storia umana ha sempre provveduto a tirar fuori ciclicamente. Ma che oggi si estende sul piano inclinato di un’isteria collettiva, per la natura stessa delle nostre governance.
Ovvero, di quel sistema capitalistico che risulta, piaccia o no, il più criminale assetto politico-economico che la vicenda umana ricordi.
L’ultima tra le fasi storiche tanatoiche in senso assoluto ha riguardato, com’è noto, gli anni Trenta del secolo scorso, dopo la crisi strutturale del ’29. Con l’affermazione del fascismo e del nazismo e il conseguente secondo conflitto mondiale.
D’altra parte, come diceva Deleuze, l’inconscio non delira mai su mamma e papà «bensì sulle razze, le tribù, le classi, i continenti, la storia, la geografia, sempre un ambito sociale». E come ci ricordava Marx «la violenza è levatrice della storia».
Una Storia che è storia di lotta fra le classi. E mai come nella fase presente, questa è un’evidenza palpabile. Un’evidenza che ne porta con sé anche un’altra: la torsione imperialistica del capitalismo quale sua fase suprema.
Insomma, lo scontro feroce che si sta consumando non è solo un conflitto tra classi, ma anche e soprattutto tra Stati.
L’Impero a stelle-e-strisce contro i vassalli e le colonie. Le potenze globali contro quelle regionali. I più forti contro i più deboli. Capitalismo avanzato contro paesi in via di sviluppo. Occidente contro Brics, se proprio vogliamo utilizzare la formula più ricorrente dell’odierna geopolitica.
Con l’aggravante – come dice giustamente Alessandro Volpi – che attualmente abbiamo a che fare con un capitalismo occidentale quasi esclusivamente finanziario e non più industriale e produttivo.
Un capitalismo plutocratico, crepuscolare e monopolistico che ha dovuto necessariamente segnare una frattura ideologica con il concetto stesso di democrazia liberale. Con cui peraltro il Capitale Monopolistico Transnazionale non è mai andato troppo d’accordo. Nonostante le dichiarazioni formali degli ideologi di regime.
A tal proposito basta leggere il discorso che il Premier canadese Mark Carney – ex manager di Goldman Sachs ed ex governatore della Banca d’Inghilterra: insomma uno che sa di cosa sta parlando – ha tenuto a Davos.
Discorso in cui dichiara candidamente che in questi ottant’anni la “democrazia liberale” è la libertà” sbandierata dall’Occidente altro non sono stati che puri espedienti retorici e formali per giustificare profitti, privilegi, iniquità e rapine in giro per il mondo.
Un divorzio tra democrazia e mercato che però oggi si sta consumando concretamente, com’era d’altronde prevedibile. Innanzitutto negli Usa, da sempre presunto faro dell’Occidente democratico; in realtà patria primaria della finanza internazionale.
E di quei Fondi di Investimento che oramai drenano capitali e risparmio ovunque, smantellando stati sociali e governi, avendo la necessità di dirottare ingenti flussi di ricchezza proprio verso gli Stati Uniti in crisi.
Stati Uniti che di quel Capitalismo plutocratico e attualmente sull’orlo del crepuscolo sono (o erano) la centrale riconosciuta.
Una coltre nera sta stritolando dunque le società occidentali. Una coltre nera che tende ad allargarsi a dismisura. Il fascismo sotto forme contemporanee è tornato non a caso ad alzare la sua lurida faccia dalla melma in cui lo avevamo affondato.
Ma levatevi dalla testa che questa coltre abbia un nome e un cognome preciso, per giunta pazzo. Ovvero quello di Donald Trump.
Il potere inteso come complesso di strutture e sovrastrutture non è mai declinato al singolare. Non è mai un fenomeno psichiatrico. È viceversa, generalmente plurale e formalmente lucido.
Questa coltre ha pertanto origini ben precise. Nella globalizzazione degli anni ’90, voluta principalmente dall’allora trionfanti governi dem negli Usa e di centrosinistra in Europa.
Ha la sua origine, ancor prima, nel crollo dell’Urss e nella scientemente perseguita – anche dai partiti comunisti europei: vedi il Pci – rottamazione dei principi marxisti da parte della sinistra post 1989.
Nel disarmo ideologico di una gauche variamente declinata, che ha sancito la sua separazione elitaria dalle classi lavoratrici e dai diritti sociali. Nel mantenimento di sempre più micragnosi bacini elettorali con conseguente svendita della dignità di una Storia di conflitto e di antagonismo, in cambio di “diritti civili” sempre più metafisicamente astratti e variamente declinabili.
Ha la sua origine – quella coltre nera – in tutte le cazzate riformistico-pacifiste color arcobaleno che dagli anni ’90 hanno preteso di annacquare qualunque prassi conflittuale è armata” contro lo strapotere del Capitale.
Nel nome della disobbedienza civile e della pacificazione sociale. Di un peace&love che ha prodotto solo un fuck&heat che ci ha rotto il culo senza neanche baciarci pVincenzo Morvillo, giornalista pubblicista, responsabile cultura provinciale della FdS di Napolirima di fotterci.
Ma anche, d’altro canto, nella chiusura ossificata e sclerotica di formazioni comuniste che non sono riuscite ad andare oltre l’elaborazione teorica della Terza Internazionale. Emmelle fuori tempo massimo, ancorati a dinamiche primo-novecentesche, incapaci di adattare analisi e prassi alle nuove strategie del Capitale e dell’Imperialismo.
Laddove, considerando le accelerazioni del presente, si richiederebbero duttilità congiunta a intelligenza profonda nella lettura politica e nell’agire conflittuale. Senza illusioni o ancor peggio richiami generici alla lotta di classe qui o in altri e lontani teatri politici. O evocazioni di rivoluzioni senza rivoluzionari, a tratti francamente ridicole.
Qualcuno prova a tenere la barra dritta, ma costa fatica. Purtroppo infatti, più realisticamente, abbiamo una storia da riallacciare, un tessuto di classe da ricostruire e un riavvicinamento al blocco sociale ormai polverizzato da quarant’anni di controffensiva padronale e imperialista – e da nostri errori – da rimettere in moto. Insomma a farla breve, dobbiamo tornare a essere marxisti e comunisti nel XXI secolo.
Perché Trump non è né pazzo né un momentaneo “errore della Storia”. E il ritorno dell’autoritarismo e di una dittatura fascistoide – tecnofascismo o tecnofeudalesimo che dir si voglia – non è accaduto all’improvviso. Ma soprattutto rischia di non essere un episodio passeggero. Chi sostiene questo o è cretino o in malafede.
Così come la guerra in Ucraina non inizia il 24 febbraio 2022, e neanche nel 2014. Ma trent’anni prima, con la violazione del patto di non allargamento della Nato a Est dopo lo scioglimento dell’Unione Sovietica.
Così come il Genocidio dei palestinesi affonda le sue radici nel 1917, quando il leader sionista Chaim Weizmann riuscì a ottenere il sostegno britannico alla propria causa con la pubblicazione della dichiarazione Balfour, con cui si sanciva il supporto del governo britannico alla creazione di una «dimora nazionale per il popolo ebraico» in Palestina.
Così come anche in Iran gli Ayatollah non nascono dal nulla ma dalla manomissione Usa e britannica per il saccheggio del petrolio iraniano, cui aveva messo un freno il socialista Mossadeq, sovvertito dal colpo di stato voluto da Cia, Mi6 e Mossad. Insomma, gli stessi che oggi vogliono bombardare l’Iran per far fuori quegli Ayatollah, resuscitando l’incubo di un altro Reza Pahlavi.
Lo stesso discorso potremmo fare chiaramente per il Venezuela e la Latino America tutta. Da sempre considerata dagli Usa il “cortile di casa”, a partire dall’ottocentesca Dottrina Monroe e dal Plan Condor architettato dall’amministrazione Nixon negli anni ’70. Varianti attuali sono la Groenlandia e il Canada, che Trump vorrebbe sottomettere al suo potere e a quello statunitense.
Insomma, tutti i nodi vengono al pettine prima o poi, e convergono in un unico momento storico. Il presente, purtroppo.
E allora, come dicevamo Trump non è né pazzo né un mostro nato all’improvviso dal ventre della bestia. È il prodotto di un laboratorio socio-politico molto avanzato, che lo ha costruito e sagomato nel tempo.
Così come gli agenti Ice non sono altro che gli eredi di quegli istruttori e consiglieri che gli Usa hanno mandato in giro per il mondo – a partire da Guatemala e Vietnam – ad addestrare squadroni della morte e a dare indicazioni per il sovvertimento di governi progressisti, oppure semplicemente non sottomessi ai diktat degli Usa e dell’Occidente globale a Capitalismo avanzato.
Questo autocrate statunitense è infine il risultato delle scellerate politiche di una sinistra vendutasi – come accennavamo più sopra – alle inique ragioni del profitto e dell’Impero.

Così come i dieci colpi di pistola sparati al povero Alex Pretti di 37 anni, già peraltro immobilizzato e picchiato -nel cuore di quello stesso impero, faro da sempre scassato delle “libertà democratiche” – sono il prodotto del razzismo, del classismo e del fascismo che da sempre alberga tra le pieghe non solo del liberalismo e del turbocapitalismo Usa, ma della civiltà occidentale cristiano-giudaica interamente intesa.

I crimini dello Stato Vaticano nel corso dei secoli hanno del resto fatto scuola. A cominciare da quell’Europa da sempre colonialista nel nome della civilizzazione per conto di dio.

Mentre oggi basta riandare al delirante discorso pronunciato nel 2022 da Josep Borrell, all’epoca Alto rappresentante Ue per la Politica estera: «L’Europa è un giardino nel quale tutto funziona. È la migliore combinazione di libertà politica, prosperità economica e coesione sociale che l’umanità è stata in grado di costruire. Il resto del mondo non è esattamente un giardino. La maggior parte del resto del mondo è una giungla e la giungla potrebbe invadere il giardino». Un concentrato di suprematismo, razzismo e ideologia di potenza da far rabbrividire Goebbels.

In poche parole, come dicevamo sopra, Donald Trump non è un nome che si declina al singolare. È solo il ritratto dipinto all’interno di una cornice, in quarant’anni di ideologia e propaganda neoliberista. Che quella cornice sia progressista o reazionaria, poco cambia.

D’altronde nel nostro paese Pd e FdI – con contorno di partitini sinistresi e sinistrati a fare da foglia di fico alle torsioni sempre più antipopolari dei governi repubblicani – sono alleati di ferro sulle cose che contano: politiche del lavoro, licenziamenti, contrazioni salariali, flessibilità, Fiscal Compact, riassetti e decori urbani, turistificazione, sgomberi, privatizzazione, alloggi inesistenti, repressione, sudditanza agli Usa.
Trump nasce quindi da politiche concrete e interessi materiali. Politiche e interessi che assumono inesorabilmente quel volto oscuro nato dall’inconscio delirante dell’Occidente. Ma in parte anche dal suo Super Io tracimante onnipotenza imperiale e disciplinamento sociale.
Per gli ultimi of course, con esenzione delle classi dominanti. Assimilabili oramai a terrificanti e arcaici Totem.
The Donald è il prodotto di quell’ideologia elargita a piene mani dalla stampa mainstream che, come il robot donna di Metropolis (profetica pellicola anni ’20 del ‘900 di Fritz Lang) ha plasmato coscienze acritiche, amorfe, inclini al servilismo.
Coscienze che a sinistra oggi si indignano, immemori delle proprie responsabilità e di quella normalizzazione e pacificazione perseguite nel falso nome di una democrazia che fu ed è simulacro. Alibi dietro cui mantenere i propri privilegi occidentali giocando, dagli anni ’90 in poi, al comunismo o al radicalismo di sinistra.

Girotondi, tute bianche, mani alzate, arcobaleni, Gay Pride ideologia woke”. Classe lavoratrice e classe operaia mandate rigorosamente in soffitta tra i residui della Storia.
Oggi però si grida ipocritamente alla “perdita di democrazia”. Alla “violazione del diritto internazionale”, che mai tuttavia fu rispettato. Alla repressione. Alla perdita del lavoro e alla disoccupazione. Al fascismo di fronte agli omicidi dell’Ice negli Usa e ai Ddl sicurezza qui da noi. Al pericolo purtroppo reale di una guerra nucleare.
Si grida, ma da piazze sempre più virtuali e sempre meno reali. Dove ognuno può sentirsi l’ultimo e l’unico scienziato della rivoluzione.
Dieci botte messe in corpo ad Alex Pretti. Tre esplose contro Renee Good. Ma qui “a sinistra” si discetta dell’oscurantismo crudele degli Ayatollah. Del presunto autoritarismo di Maduro. Del povero popolo ucraino e del terrificante zar russo. Di quanto fosse criminale Assad. Del fanatismo di Hezbollah. Del Rojava, che purtroppo paga una condizione strategica terribile e le decisioni spesso scellerate delle sue dirigenze politiche e militari.
E si continua vigliaccamente soprattutto a pronunciare quel “Ma Hamas…” (“e allora le foibe? “) che sollecita a chiudere gli occhi sul genocidio dei palestinesi.
Questi sono i motivi per cui scrivo sempre meno di politica. Sono demoralizzato e stanco. I social hanno poi dato il colpo di grazia all’imbarbarimento delle relazioni umane.
Il confronto sostituito dall’immodificabilità delle opinioni. Il contraddittorio ridotto a slogan per umiliare e zittire l’interlocutore. L’intelligenza portata all’ammasso del pensiero unico dominante. La democrazia liberale, l’Europa e l’Occidente (possibilmente senza Trump, dicono i “sinistri”) è il Bene. Gli altri, inesorabilmente, il Male.
L’orizzonte dunque è nero. Ma è proprio qui e ora che bisogna stringere i denti, fare appello al coraggio e tornare a praticare conflitto, antagonismo e pensiero critico. E allora oggi mi sono messo a scrivere di nuovo.
Intanto negli Usa rinascono le Black Panther. E qui da noi? Chissà, non dispero. So solo che prima di lasciare questo porco mondo vorrei vederlo l’Ordine Nuovo.
Vorrei vedere ancora una volta i pezzenti esultare. E urlare il loro odio in faccia ai padroni del mondo.
*(Fonte: Contropiano. Vincenzo Morvillo, giornalista pubblicista, responsabile cultura provinciale della FdS di Napoli)

 

09 – Antonio Cantaro*: AVVENTURISMO NEO IMPERIALE VERSUS DIRITTO. CHE FARE? THE DONALD, SPIEGA L’INEFFABILE NOBEL INSTITUTE NON PUÒ CONDIVIDERE CON LA SIGNORA MARÍA CORINA MACHADO IL PREMIO NOBEL PER LA PACE («UNA VOLTA ANNUNCIATO …NON PUÒ ESSERE REVOCATO, CONDIVISO O TRASFERITO AD ALTRI»). TRUMP SE NE FARÀ UNA RAGIONE. AL PRESIDENTE PRO TEMPORE DEGLI STATI UNITI INTERESSA RESTARE ALLA STORIA, PUÒ FARE A MENO DEL FOLCLORE DI UN RICONOSCIMENTO SEMPRE PIÙ SCREDITATO.

AVVENTURISMO NEO-IMPERIALE
La storia per The Donald si chiama dottrina Donroe, il neologismo coniato da Trump per ‘nobilitare’ l’avventurismo della sua amministrazione (ISPI online, 8 gennaio 2026). I posteri diranno se sarà storia. Ci auguriamo di no. Per il momento registriamo che avventurismo è la parola del mese di questo gennaio 2026. Avventurismo in politica estera e in politica interna, due avventurismi strettamente imparentati (A. Cantaro, 11 dicembre 2025). Da prendere sul serio, molto sul serio. Cosa che l’Unione europea è stata sin qui ben lungi dal fare, abbozzando sempre (con Trump come con Biden) su (quasi) tutto (Ucraina, Medio Oriente, Iran) al neoimperialismo americano. Ci vuole per questo – si dice da più parti – un nuovo ordine internazionale fondato sul diritto e non sulla logica di potenza, sulla violenza, sul potere del più forte sul più debole. Non disdegno, in via di principio, l’etica dei buoni sentimenti, a patto che questa etica la si cominci a mettere concretamente in campo non dopodomani ma subito. Oggi. Ribattendo colpo su colpo all’avventurismo, da qualsiasi parte provenga. Come? A partire da atti simbolici e da pratiche esemplari. Cosa cambiano gli atti simbolici e le pratiche esemplari di fronte al colosso americano, al suo perdurante strapotere tecnologico e militare? Nulla, predica il realismo geopolitico che ha preso da troppo tempo il posto dell’economicismo e del marxismo volgare. E, invece no, atti simbolici e pratiche esemplari possono cambiare molto, moltissimo. Ricordate il Vietnam? Ricordate le lotte anticoloniali? Cosa unisce – si è chiesto Giuliano Garavini – le vicende di Venezuela, Congo, Ucraina, Danimarca? La rimessa in discussione – ha risposto in modo fulminante – della sovranità su confini nazionali e risorse naturali che erano stati sacralizzati dopo la Seconda guerra mondiale. Quella sovranità che si era affermata a dispetto logica imperialista delle sfere di influenza della Guerra fredda, grazie alle rivendicazioni e alle lotte dei popoli del terzo mondo che hanno alimentato un diritto internazionale che sanciva il diritto dei popoli a nazionalizzare le industrie estrattive. Vicende esemplari che ci dicono che il destino del mondo non è quello di essere necessariamente soggiogato all’avventurismo geopolitico degli imperi (A. Cantaro, 29 settembre 2025). Nemmeno di quello statunitense, come ci ricorda la vicenda, recentemente riesumata per Le Grand Continent da Raphaël Llorca, di un giorno memorabile, quando la Francia Libera disse “no” agli USA proprio mentre Roosevelt entrava in guerra a fianco degli Alleati. La riassumo, nei suoi passaggi essenziali, per i nostri lettori.

QUANDO DE GAULLE UN GIORNO SI INDIGNÒ…
Dopo l’armistizio del giugno 1940, Saint-Pierre-et-Miquelon, un piccolo territorio francese nel Nord America, passa sotto l’autorità del regime di Vichy. Dal punto di vista strategico, l’arcipelago diventa meccanicamente un possibile punto di appoggio per lo sforzo bellico dell’Asse. Gli inglesi temono che un’enclave di Vichy possa fornire ai sottomarini tedeschi informazioni su rotte e movimenti. Avrebbero gli Alleati potuto tollerare l’utilizzo di un’enclave potenzialmente ostile da parte delle potenze dell’Asse alle porte del continente americano? Nel luglio del 1940, Pétain ottiene da Roosevelt la garanzia che gli Stati Uniti “non riconosceranno alcun cambiamento di sovranità nelle colonie delle potenze europee nell’emisfero occidentale”. A quel tempo, Washington non è ancora entrata in guerra. Ma con il progredire delle ostilità, i canadesi sono sempre più preoccupati per il “nodo” di Saint-Pierre. Il 3 novembre 1941, il governo americano è informato dell’imminente arrivo a Saint-Pierre di agenti incaricati di monitorare tutti i messaggi inviati e ricevuti. Una linea rossa per Washington: si valuta una spedizione congiunta americano-canadese per neutralizzare la stazione radio di Saint-Pierre. Dopo essere stato informato, il generale de Gaulle si indigna per la prospettiva di un intervento straniero sul territorio francese. Capisce di trovarsi di fronte a una Scelta. Con la S Maiuscola: la riconquista francese di Saint-Pierre-et-Miquelon o la sua messa sotto tutela alleata. Ordina a Muselier, comandante in capo delle Forze Navali della Francia Libera, di salpare immediatamente, senza ottenere l’approvazione di Washington: la sovranità non è divisibile; quindi, non è “condivisa” a seconda delle circostanze. La logica del generale è quella di rifiutare i precedenti. Se ammettiamo che uno sbarco può avvenire in territorio francese senza la presenza dei francesi, stiamo sostanzialmente riconoscendo che la Francia è una questione di polizia per i suoi alleati e non più una questione politica. De Gaulle stabilisce, quindi, un principio: si può essere militarmente dipendenti senza essere diplomaticamente solubili. Non appena l’arcipelago si “rovescia”, la notizia fa il giro del mondo. Non si tratta di una semplice operazione navale, ma di un’acquisizione a sorpresa in un’area che Washington intendeva trattare come un’estensione della propria sicurezza nazionale nella tradizione della Dottrina Monroe. L’evento provoca la rabbia degli americani. Gli Stati Uniti erano appena entrati in guerra a fianco degli Alleati dopo l’attacco a Pearl Harbor del 7 dicembre 1941, appena tre settimane prima, e ora la loro autorità veniva messa in discussione nella loro sfera di influenza. Il 25 dicembre, il Segretario di Stato americano Cordell Hull interrompe bruscamente le sue vacanze, torna di corsa a Washington ed emana un comunicato feroce: le azioni delle “cosiddette navi della Francia Libera” vengono descritte come “arbitrarie” e chiede al Canada di adottare misure per “ripristinare lo status quo nell’arcipelago”. L’incidente incrina la narrazione di unità che Roosevelt cerca di stabilire dopo Pearl Harbor: Saint-Pierre-et-Miquelon diventa oggetto di una disputa sulla legittimità all’interno dello stesso fronte alleato. All’inizio di gennaio del 1942, una proposta presentata come compromesso dal governo francese fu inviata al Comitato della Francia Libera: una missione canadese avrebbe monitorato le comunicazioni di Saint-Pierre, mentre alle truppe francesi libere sarebbe stato chiesto di lasciare l’arcipelago. L’obiettivo: la neutralizzazione strategica delle isole e l’indipendenza dell’amministrazione da de Gaulle. Per raggiungere questo obiettivo, gli USA operano tramite il governo britannico. A Londra, il Ministro degli Esteri britannico, Anthony Eden, incontra il Generale per informarlo che gli USA stavano valutando l’invio di un incrociatore e due cacciatorpediniere a Saint-Pierre. La conversazione, riportata da de Gaulle, è una scena di memorabile teatro politico: «Cosa farete in tal caso?», mi chiese. «Le navi alleate», risposi, «si fermeranno al limite delle acque territoriali francesi e l’ammiraglio americano andrà a pranzo da Muselier, che ne sarà certamente felice». «Ma se l’incrociatore oltrepassasse la linea?». Risposi. «I nostri uomini daranno i soliti avvertimenti». «E se andasse oltre?». Risposi. «Sarebbe una grande sfortuna, perché allora i nostri uomini dovrebbero aprire il fuoco». Il signor Eden alzò le mani.

LA LEZIONE VALE ANCHE PER L’OGGI…
Il commento a questa storia di Raphaël Llorca non ha bisogno di nessun corollario. «Dire che spareremo non è un vanto: significa definire, a parole, ciò che è inaccettabile, anche sotto protezione, anche in uno sfavorevole equilibrio di potere, anche in una manifesta asimmetria di potere. Proprio nel momento in cui l’America divenne l’alleato indispensabile, de Gaulle si rifiuta di considerare la propria sovranità come una variabile da regolare. Non “contratta” nulla, non collega tutti gli argomenti tra loro: isola una linea rossa, indipendentemente dal resto, e accetta l’idea di attrito con Washington, perché ritiene che cedere qui significhi preparare altre rinunce (…). Prima di essere un episodio di storia navale, Saint-Pierre-et-Miquelon è un piccolo trattato di politica in azione. Una lezione di applicazione pratica: come, nella più completa asimmetria, creare potere con quasi nulla (…)». Da questo episodio storico si possono trarre tre insegnamenti. Prima lezione: il potere delle parole, quindi dei principi. Cosa cambiano le parole, continuiamo a chiederci oggi, di fronte al colosso americano? Assolutamente tutto. Parliamo molto dell’equilibrio di potere, come se la forza si esprimesse solo attraverso i mezzi. Ma Saint-Pierre-et-Miquelon ci ricorda una verità più fondamentale: il primo potere è grammaticale. Consiste nel nominare la linea rossa, renderla intelligibile, affermarla irrevocabilmente. De Gaulle non “vince” perché è più forte; vince perché si rifiuta di parlare come un interlocutore compiacente. È proprio quando è più debole che si dimostra più dignitoso e retto. Seconda lezione: la metonimia come strategia di potere. Sulla carta, Saint-Pierre-et-Miquelon non è un obiettivo militare importante. Ma nella mente delle persone è un simbolo. Per la Francia Libera, essere riconosciuti e amministrare territori non era una mera formalità: era essenziale per essere un governo e non semplicemente un “movimento”, e quindi per mantenere una voce presso il popolo francese. In questo contesto, riconquistare anche un piccolo frammento significava riaprire il regno delle possibilità: se Saint-Pierre poteva essere riconquistata, allora la riconquista della Francia non era più un’astrazione. Terza lezione: parlare la lingua dell’avversario e rivolgere le sue parole contro di lui. La lezione vale anche per oggi…oh Groenlandia.

MULTINAZIONALISMO, MULTILATERALISMO
Se l’attuale potenza americana si racconta nella retorica della “pace”, dello “stop alle guerre”, fino a fantasticare sul premio Nobel brandito come orizzonte personale, allora è forse su questo terreno simbolico che deve essere trascinata, forse spinta fino al limite: costretta a scegliere tra la sua narrazione e le sue azioni, tra l’immagine che vende e la realtà che produce. Il resto non sarà meccanicamente consequenziale, ma da qualche parte bisogna cominciare. E il resto oggi, realisticamente, non è l’Europa federale ma l’Europa dei primi anni del secondo dopoguerra e il mondo degli Stati nazionali emersi dal superamento dell’era coloniale. Gli Stati nazionali restano il principale, non l’unico, ambito per la partecipazione democratica e per la tenuta dei sistemi di protezione sociale. E il resto non può essere nemmeno l’Unione europea neoliberale nata a Maastricht che nulla ha fatto per essere un modello alternativo a quello neo-imperiale. Ci vuole un’altra Europa, non sovranazionale ma multinazionale che si rivolga direttamente a quella parte del mondo dei Brics che, come il Presidente brasiliano Lula, parla espressamente di “un multilateralismo trasformatore”. Anche qui le parole sono simboli: il multipolarismo riflette la logica perversa della preservazione ed espansione delle sfere di influenza (A. Cantaro, 29 settembre 2025, cit). Non solo non basta, ma si tratta di una logica subalterna al neoimperialismo avventurista di Donald Trump, laddove il multilateralismo, correttamente inteso, si preoccupa pacificamente e con le “armi” della diplomazia delle legittime sfere di sicurezza dei popoli e delle nazioni. Questa proposta di ritorno all’ethos (di una parte) del diritto internazionale del secondo dopoguerra – un diritto internazionale epurato dalla logica della guerra fredda – è tutt’altro che nostalgia della tradizione. È quel mix di realismo e di idealismo di cui abbiamo oggi bisogno (G. Di Donato, 2026) per mettere concretamente al bando quella logica neoimperialista che ha smesso persino di distinguere tra nemici ed amici e distingue solo tra deboli e forti. Una logica che vuole rendere i deboli sempre più deboli e i forti sempre più forti. Neanche il diritto internazionale del secondo dopoguerra è del tutto esente da questa logica: l’Europa multinazionale da me qui evocata proporrà come suo primo atto l’abolizione del Consiglio di sicurezza dell’ONU. Ai simboli seguiranno i fatti. Ne ho parlato diffusamente in uno scritto di prossima pubblicazione a cui rinvio il lettore (Italian Papers on Federalism, n. 1, 2025).
*(Fonte: Antonio Cantaro – Professore ordinario di Diritto Costituzionale presso l’Università degli Studi Carlo Bo di Urbino)

 

10 – Federico Losurdo*: REAGIRE A TRUMP. UN PONTE TRA EUROPA E BRICS – IN UN MONDO CHE PERICOLOSAMENTE TORNA ALLA LOGICA DELLE “SFERE D’INFLUENZA”, L’EUROPA DOVREBBE INTRECCIARE UN DIALOGO COSTRUTTIVO CON I BRICS. NON TANTO PER ADESIONE IDEOLOGICA, QUANTO PER UNA SCELTA DI RAZIONALITÀ POLITICA IN FAVORE DI UN MULTILATERALISMO TRASFORMATIVO. LA LEZIONE DI LULA.

Il blitz violento e spettacolare in Venezuela con il sequestro del Presidente Nicolas Maduro (e di sua moglie), le minacce fin ora non concretizzate di bombardamenti contro l’Iran e la pretesa di annettere ad ogni costo la Groenlandia, invocando la “sicurezza nazionale” costituiscono le prime manifestazioni concrete della “nuova” dottrina Donroe formalizzata nella National Security Strategy pubblicata dalla Casa Bianca nel dicembre 2025.

La Dottrina Monroe, concepita agli inizi (1823) come dottrina “isolazionista” anche con accenni ad una retorica anticolonialista – impedire nuove ingerenze europee nello spazio americano – ha nel corso del Novecento mostrato il suo lato interventista e imperialista non solo nell’emisfero latino-americano, ma anche al di fuori di esso. Come osservò lucidamente, Carl Schmitt la linea di autoisolamento si converte proprio nel suo contrario, quando la si vuole ergere a linea di squalificazione e discriminazione del resto del mondo (C. Schmitt, Il Nomos della Terra).

IL COROLLARIO EUROPEO
Rispetto alle precedenti amministrazioni, Trump ha strappato il velo d’ipocrisia: non invoca più l’esportazione della democrazia e dei valori liberal-occidentali come cornice legittimante. Né si preoccupa di ottenere l’approvazione del Consiglio di Sicurezza, magari tramite la presentazione di prove false (come fece Colin Powel all’epoca della seconda guerra del Golfo, 2003). Trump “semplicemente” disconosce valore al diritto internazionale e alle istituzioni multilaterali e si appella alla “legge della giungla”, il diritto è del più forte.
La più “sorpresa” e “spiazzata” dal nuovo scenario è l’Unione europea che nella grammatica della “Donroe” appare come un’estensione del “cortile di casa” statunitense. Altro che isolazionismo: “mettere ordine in casa”, in un emisfero occidentale dilatato fino a lambire il Vecchio Continente, è solo il primo passo di una strategia che non rinuncia a controllare gli oceani e a proiettare la propria potenza militare e tecnologica (Trump ha annunciato un aumento del 50% delle già astronomiche spese per la difesa).
In una “commedia degli equivoci” a tinte tragiche, la pressione trumpiana per acquisire la Groenlandia, accompagnata da minacce di dazi supplementari verso alcuni paesi europei, rende evidente il cortocircuito: l’argomento della “sicurezza” dell’impero a stelle e strisce prevale su qualsiasi cornice di sicurezza collettiva, inclusa la stessa alleanza atlantica
In un mondo che torna pericolosamente ad essere guidato dalla logica delle “sfere d’influenza”, l’Europa dovrebbe provare ad intrecciare un dialogo costruttivo con la plurale realtà dei BRICS. Non per un impossibile adesione ideologica, quanto per una scelta di “razionalità politica”: evitare che la multipolarità degeneri in puro disordine competitivo. In questa prospettiva, avrebbe senso privilegiare interlocuzioni con quei paesi del blocco, il Brasile e la Cina, che insistono sulla necessità di riformare radicalmente, non demolire, le istituzioni multilaterali e preservare il valore cooperativo del diritto internazionale.

L’OBIETTIVO STRATEGICO DELLA DE-DOLLARIZZAZIONE
La forza militare statunitense poggia su una più profonda infrastruttura di potere: la centralità del dollaro e dei circuiti finanziari ad esso connessi, che permette agli Stati Uniti di trasformare sanzioni, transazioni e controllo della liquidità in strumenti di governo del mondo. È precisamente su questo terreno, dove sovranità e dipendenza si misurano nella capacità di commerciare e finanziarsi che si colloca il progetto BRICS di riduzione della dipendenza dal dollaro.
Questo progetto deve misurarsi con il “privilegio esorbitante” del dollaro consolidatosi, dopo la fine del sistema di Bretton Woods, come moneta di riserva globale. Nel 1971 la Presidenza Nixon sospese unilateralmente la convertibilità del dollaro in oro e gli Stati Uniti divennero, di fatto, liberi di emettere dollari senza un vincolo materiale. Da quel momento, la capacità degli Stati Uniti di emettere debito in una valuta che funge da riserva globale ha contribuito a sostenere deficit commerciali esterni e la proiezione internazionale della potenza americana. Washington continuava a finanziare il resto del mondo, mentre i dollari affluivano nuovamente negli Stati Uniti sotto forma di investimenti azionari e risparmio convogliato verso i grandi gestori di patrimoni, le Big Three: BlackRock, State Street, Vanguard (A. Volpi, 2025).
Il processo di “de-dollarizzazione” è stato inoltre accelerato dalle sanzioni economiche imposte alla Russia che hanno reso evidenti i rischi sistemici per la sovranità nazionale derivanti da un ordine incentrato sul dominio del dollaro, specie quando quest’ultimo viene impiegato come “arma” tramite sanzioni economiche e finanziarie. Vari istituti russi sono stati esclusi dal circuito di messaggistica bancaria SWIFT; parallelamente, una parte rilevante delle riserve valutarie russe detenute in giurisdizioni occidentali è stata congelata (stime intorno a €260-300 miliardi a livello globale).
Il logoramento del patto tra Stati Uniti e Monarchie del Golfo – basato sullo scambio tra vendita di petrolio in dollari e reinvestimento dei proventi energetici in titoli del Tesoro USA – apre la strada a una riduzione strutturale della domanda di dollari. A ciò si aggiunge il graduale disinvestimento cinese dai bond statunitensi, più spesso tramite il mancato rinnovo a scadenza che tramite vendite massicce e la crescente instabilità politico-istituzionale interna agli USA, testimoniata dai ricorrenti shutdown, dai conflitti paralizzanti tra le istituzioni federali e l’intensificarsi delle forme di “guerra civile” strisciante, tutti aspetti che rendono meno inverosimile l’ipotesi di una futura crisi del debito americano.
In questo contesto turbolento, i BRICS hanno iniziato a discutere la creazione di piattaforme di pagamento e di compensazione (anche digitali) che riducano la dipendenza dalle infrastrutture occidentali e favoriscano regolamenti in valute nazionali o su basi “multilaterali”. Alcuni passi sono già visibili: Cina e Russia regolano una quota crescente dei loro scambi commerciali in yuan e rubli; l’India ha sperimentato accordi di regolamento in valuta locale con diversi partner; la People’s Bank of China ha attivato numerose linee di swap con banche centrali di vari paesi (tra cui anche partner BRICS) per facilitare la liquidità in monete nazionali. Sono tasselli ancora parziali e disomogenei, ma indicano la direzione di marcia di un mondo che, per ragioni insieme economiche e geopolitiche, cerca di ridurre la propria esposizione al dollaro.

DIRITTI UMANI, DIRITTO ALLO SVILUPPO, GIUSTIZIA CLIMATICA
Da un altro versante, i BRICS insistono sul fatto che il riconoscimento dei diritti umani universali e della democrazia politica debba essere affiancato – non subordinato, ma neppure separato – al non meno fondamentale diritto allo sviluppo economico, sociale e culturale di tutti i popoli della Terra.
Per questo i BRICS si sono dotati della Nuova Banca di Sviluppo (NDB), pensata per finanziare grandi progetti infrastrutturali nei paesi membri e in altre economie emergenti senza quei gravosi meccanismi condizionali – “riforme strutturali in cambio di soldi” – che da sempre caratterizzano i prestiti del FMI e, in buona misura, anche le politiche europee di cooperazione con il continente africano.
I BRICS non negano l’esigenza di uno “sviluppo sostenibile” che tenga conto dell’accelerazione del cambiamento climatico e della relativa scarsità delle risorse del pianeta. Ma chiedono che tale obiettivo non venga perseguito all’insegna di quello che il Presidente brasiliano Lula da Silva ha definito un “neocolonialismo verde”: un insieme di barriere commerciali e politiche protezionistiche, giustificate in nome dell’ambiente, ma spesso funzionali alla tutela dei vantaggi competitivi dei paesi già sviluppati.
I BRICS rivendicano un paradigma di “giustizia climatica” che tenga conto della responsabilità storica dei paesi industrializzati, i maggiori dissipatori di risorse naturali e fra i principali contributori all’inquinamento globale nel corso degli ultimi secoli. I BRICS hanno sostenuto compatti l’Accordo di Parigi del 2015 e continuano a premere per il suo rispetto, pur rivendicando il diritto dei loro paesi a uno sviluppo economico ed energetico che consenta di eliminare la povertà senza imporre obiettivi ambientali irrealistici.

LA FRAGILITÀ ISTITUZIONALE DEI BRICS ALLARGATI
Il principale “punto debole” dei BRICS è la sua configurazione istituzionale, ancora in larga misura embrionale. A quindici anni di distanza dal primo vertice ufficiale in Russia (Ekaterinburg, 2009), il gruppo conserva i tratti di un’organizzazione inter-governativa “leggera”, orientata soprattutto al coordinamento politico su grandi dossier globali, tramite atti e dichiarazioni che non vincolano giuridicamente gli Stati partecipanti.
La mancanza di un segretariato permanente e l’adozione delle decisioni per consenso garantiscono una notevole flessibilità istituzionale e inclusività decisionale, ma al tempo stesso rendono più difficile trasformare indirizzi politici in strumenti stabili di governo. Nel tempo accanto ai vertici annuali dei Capi di Stato e di governo si è consolidata una cooperazione più strutturata testimoniata dalla moltiplicazione di incontri ministeriali (esteri, finanze, salute, etc.), dalla crescita di forum paralleli (ad esempio, il BRICS Business Council per gli imprenditori, il forum accademico Think Tanks Council, i meeting dei giovani) e dall’istituzione di gruppi di lavoro settoriali: segnali di un’istituzionalizzazione incrementale, sebbene ancora priva di un centro amministrativo.
La principale istituzione finanziaria dei BRICS è la menzionata NDB. La NDB – con sede a Shanghai – è stata costituita con un capitale sottoscritto di 50 miliardi di dollari, equamente ripartito tra i cinque membri fondatori e un capitale autorizzato fino a cento miliardi. La sua missione è mobilitare risorse per progetti infrastrutturali e di sviluppo sostenibile nei paesi BRICS e in altre economie emergenti, fungendo da complemento – e in parte da alternativa – alle istituzioni finanziarie internazionali esistenti.
L’allargamento “accelerato” dei BRICS a cinque nuovi Stati (Egitto, Etiopia, Iran, Emirati Arabi Uniti e, da ultimo, nel gennaio 2025 l’Indonesia) ha accresciuto sensibilmente l’eterogeneità economica, sociale e culturale del blocco. Anche agli occhi di un osservatore solidale con la causa del Global South non sfugge il rischio che l’allargamento verso Stati con credenziali democratiche deboli sia guidato da ragioni prevalentemente geopolitiche e geoeconomiche: consolidare il controllo di una quota sempre più ampia del mercato dei combustibili fossili e, al tempo stesso, rafforzare il controllo su risorse strategiche come le “terre rare”.

PER UN DIALOGO TRA EUROPA E BRICS
L’Unione europea giunge “esausta” a questo tornante della storia. Esausta non solo per il concatenarsi delle crisi finanziaria, pandemica, energetica e bellica, ma soprattutto perché ha eroso progressivamente il pilastro della propria legittimazione: la promessa che l’integrazione avrebbe reso compatibili mercato e diritti sociali, crescita e coesione. politica. Oggi il baricentro si è spostato dal Welfare al Warfare, dalla cittadinanza sociale all’economia di guerra. L’Unione si è mostrata subalterna al disegno strategico statunitense, ricevendone in cambio non già protezione, ma ondate di dazi e persino la minaccia dell’espropriazione forzata della Groenlandia.
Parafrasando Shakespeare “c’è del marcio nell’Unione europea” (P. Odifreddi, 2024). E c’è del marcio perché l’Unione, nella sua configurazione istituzionale attuale, appare strutturalmente inidonea ad assumere decisioni di indirizzo politico. La trappola dell’unanimità trasforma la sovranità condivisa in un regime di veti incrociati. Nel momento della de-occidentalizzazione del mondo (A. Colombo, 2025; L. Canfora, 2025), l’Europa rischia di collocarsi “fuori dalla storia”, ridotta a periferia inquieta di un centro imperiale che si fa sempre più esplicito e coercitivo

OCCORRE ALLORA GUARDARE ALL’ALBA DI UNA NUOVA EUROPA, CAPACE DI RISCOPRIRE LE PROPRIE RADICI DEMOCRATICHE E SOCIALI, QUELLE CHE HANNO DATO AL VECCHIO LA SUA IDENTITÀ E RICONOSCIBILITÀ INTERNAZIONALE.
La “mossa del cavallo” che l’Europa dovrebbe contrapporre all’unilateralismo imperiale non è la rimilitarizzazione, ma l’apertura di un dialogo strategico con i BRICS (F. Losurdo, 2025): un percorso tortuoso e pieno di ostacoli che, negli auspici di chi scrive, potrebbe produrre un arricchimento reciproco. Al netto delle differenze politiche, economico-sociali e culturali, Europa e BRICS condividono infatti un obiettivo comune: la riforma profonda delle istituzioni multilaterali costruite dopo la Seconda guerra mondiale e progressivamente piegate, dopo la Guerra fredda, agli interessi speciali della superpotenza statunitense (E. Basile, 2025).
Gli Stati Uniti, anche prima della Presidenza Trump, non vogliono accettare il declino progressivo della propria egemonia e sembrano disposti a svuotare le istituzioni multilaterali, a cominciare dall’ONU, e a svuotare il senso stesso del diritto internazionale.
Per opporsi a questa deriva, Europa e BRICS dovrebbero assumere la causa di un “multilateralismo trasformativo”: avviare un processo di ri-democratizzazione delle relazioni interstatali, fondato sulla cooperazione orientata alla pace tra popoli dotati di pari dignità e sulla consapevolezza, che sembra mancare a Washington, che la sicurezza o è condivisa e globale, oppure semplicemente non è.
*(Fonte: Fuori Collana – Federico Losurdo – Professore Associato di Istituzioni di diritto pubblico presso l’Università degli Studi di Urbino Carlo Bo)

 

 

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