
01 – Marco Santopadre *: L’aggressività di Trump spinge l’India tra le braccia di Pechino?
02 – GAZA. Inchiesta dell’AP sull’attacco israeliano al Nasser: uccisi giornalisti e medici
GAZA. Inchiesta dell’AP sull’attacco israeliano al Nasser: uccisi giornalisti e medici. *
03 – Francesco Pallante*: Contro il genocidio va convocato lo sciopero generale – Gaza Cos’altro deve ancora accadere perché la situazione dei gazawi e del popolo palestinese inizi finalmente a essere considerata nella sua inaudita gravità?
04 – Andrea Valdambrini*: «Questo è genocidio», ma la Commissione Ue smentisce subito sé stessa – Genocidio a Gaza La vicepresidente Ribera parla agli studenti, il portavoce di Von der Leyen la corregge: «Posizione personale»
05 – Alfiero Grandi*: Cara Elly Schlein, per il Pd il tempo dell’alternativa è ora
06 – Veronica Daltri*: La violenza del potere. Con le immagini o contro le immagini. Dalla guerra alla rete Ci si chiede da tempo quale sia il ruolo delle immagini nella società contemporanea, e una risposta spesso stenta ad arrivare. Resta però importante continuare a chiederselo
07 – Marta Cariello*: A Gaza c’è un’emergenza umanitaria innegabile e riconosciuta che potrebbe segnare un (estremamente tardivo) cambio di passo nell’atteggiamento internazionale verso Israele. Lo stesso fattore umanitario, però, rischia di diventare l’arma spuntata di una lotta che è e resta politica. E che per questo disturba
08 – Mario Pierro*: c’è un’altra Cernobbio che dice addio alle armi. Riarmo l’alternativa al forum Ambrosetti. Le lotte pacifiste, i partiti di opposizione e i sindacati all’incontro organizzato da sbilanciamoci e dalla rete pace e disarmo.
09 – Stefano Petrucciani*: ADDIO AD ALDO ZANARDO, PROFONDO FILOSOFO MARXISTA – RITRATTI HA AVUTO UN RUOLO IMPORTANTE NELLA CULTURA DELLA SINISTRA ITALIANA E IN PARTICOLARE DEL PARTITO COMUNISTA. CESARE LUPORINI È STATO UN MAESTRO AL QUALE ERA RIMASTO SEMPRE LEGATO
01 – Marco Santopadre *: L’AGGRESSIVITÀ DI TRUMP SPINGE L’INDIA TRA LE BRACCIA DI PECHINO? – È DIFFICILE, AL MOMENTO, COMPRENDERE SE SI TRATTI O MENO DI UN AVVICINAMENTO SOLO TATTICO E DI NECESSITÀ, MA IL DISGELO TRA CINA E INDIA È DECISAMENTE EVIDENTE DOPO LA OSTENTATA PARTECIPAZIONE DI NARENDRA MODI AL VERTICE DELL’ORGANIZZAZIONE PER LA COOPERAZIONE DI SHANGHAI (SCO) NEI GIORNI SCORSI.
Il nazionalista di destra che guida l’India ormai da dieci anni è tornato a visitare la Cina per la prima volta dopo sette anni. Nel 2020, infatti, gli scontri militari lungo un tratto di confine conteso tra i due paesi causò un brusco deterioramento delle relazioni tra due potenze emergenti che del resto sono sempre state in competizione.
Lo scontro era iniziato nel 1962, quando Cina e India si combatterono sul fronte himalayano per il controllo di quasi 3500 chilometri di frontiera contesa, e da allora i rapporti tra Pechino e New Delhi non sono stati mai particolarmente cordiali.
Negli ultimi due decenni, poi, oltre alla competizione economica e alla disputa territoriale, sulle relazioni tra i due stati ha pesato anche la diversa collocazione geopolitica, con la Cina che punta a guidare – in posizione egemonica – un’alleanza di paesi alternativa al blocco occidentale e l’India interessata a mantenere un rapporto privilegiato con Washington proprio per contrastare la supremazia di Pechino.
Nel corso del vertice di Tianjin andato in scena domenica e lunedì scorsi, però, il leader indiano e il presidente cinese Xi Jinping hanno annunciato l’intenzione di risolvere il contenzioso territoriale e di aumentare il grado di cooperazione economica.
Se le buone intenzioni si trasformeranno in atti concreti è tutto da vedere. I motivi di attrito e competizione tra le due potenze asiatiche sono concreti e molto radicati, anche se Xi Jinping ha fatto appello a superarli in nome della prosperità economica e della stabilità.
Mentre l’India teme l’espansionismo e l’egemonismo cinese, Pechino non tollera la vicinanza dell’India all’occidente e il suo rappresentare una spina nel fianco per molti dei suoi progetti strategici. Si potrebbero poi citare i conflitti commerciali (alimentati dall’enorme debito della bilancia commerciale indiana) e quelli sul controllo di importanti vie d’acqua, o la competizione sull’influenza da esercitare sullo Sri Lanka. Per non parlare del fatto che New Delhi tenta di boicottare la “Road and Belt Initiative” (la Nuova Via della Seta) promuovendo al suo posto propri corridoi commerciali.
Non è un segreto che in seno alla Sco il principale elemento di debolezza, oltre alla conflittualità tra India e Pakistan (entrati nell’organismo nel 2017), sia rappresentata proprio dai continui tentativi indiani di frenare le iniziative cinesi considerate spesso in contrasto con gli interessi di New Delhi. Pechino da parte sua reagisce cercando di aumentare la propria influenza su altri partner regionali, come il Pakistan e l’Afghanistan, impensierendo Narendra Modi.
Ma il protagonismo indiano al vertice di Tianjin, caratterizzato dalla esplicita volontà di creare un blocco contrapposto al bullismo globale di Washington, rappresenta già di per sé un piccolo miracolo, il cui principale responsabile è Donald Trump.
Se è vero infatti che i dazi imposti ad amici ed avversari dall’amministrazione statunitense stanno gonfiando le casse di Washington e imprimendo una forte spinta ai consumi interni americani, è sempre più chiaro che la politica aggressiva della Casa Bianca sta minando le relazioni tra gli Stati Uniti e molti paesi.
Sembra essere proprio il caso dell’India, paese tradizionalmente amico al quale però Washington ha deciso di imporre tariffe draconiane del 50%: ufficialmente per punire New Delhi, colpevole di aver continuato ad importare gli idrocarburi russi, aumentando addirittura il volume degli acquisti, approfittando delle tariffe fortemente scontate concesse da Mosca.
La misura punitiva, ben superiore al 20% medio applicato ad altri paesi dell’area come Vietnam, Pakistan, Bangladesh e Indonesia, rende molto costose le merci indiane penalizzandole fortemente sul fondamentale mercato statunitense. Un problema di non poco conto, considerando che nel 2024 l’India ha esportato negli States prodotti per un totale di 60 miliardi di dollari.
Da qui l’esigenza da parte di Modi di trovare subito nuovi sbocchi commerciali a fronte dello scontato crollo delle esportazioni verso gli Stati Uniti, e di cercare di fare blocco contro Washington – almeno sul fronte economico – con la Cina, anch’essa gravata da dazi del 30%.
Il leader indiano non ha inoltre gradito le dichiarazioni di Trump che, a maggio, si prese il merito di aver forzato India e Pakistan a cessare gli scontri militari dopo un attentato jihadista nella regione contesa del Kashmir. Modi smentì la Casa Bianca – che nel frattempo aveva diffuso alcune dichiarazioni decisamente schierate a favore del Pakistan – affermando che l’interruzione dei combattimenti era stata una sua iniziativa e non una cessione alle pressioni statunitensi.
I rapporti tra i due presidenti sarebbero così compromessi che, secondo la stampa americana, nelle ultime settimane Trump avrebbe cercato invano di organizzare un colloquio telefonico con il leader indiano.
Mentre Cina e India hanno deciso di riprendere i voli diretti tra i due paesi, sospesi dopo gli scontri di Galwan nel 2020, Donald Trump avrebbe deciso nei giorni scorsi di non andare in India per il previsto vertice del Quad, l’organismo di coordinamento politico e militare che riunisce Stati Uniti, Giappone, India ed Australia.
Affermare, come fanno molti, che le politiche aggressive di Trump stiano gettando l’India tra le braccia della Cina è probabilmente eccessivo, ma è innegabile che per la prima volta da quando è salito al potere il leader indiano ha aumentato fortemente la collaborazione con la Russia e avviato un avvicinamento a Pechino che, se sarà duraturo, potrebbe rimettere in discussione equilibri consolidati e ritorcersi contro gli interessi geopolitici di Washington in Asia. – Pagine Esteri
*(Marco Santopadre, giornalista e saggista, è un analista dell’area del Mediterraneo, del Medio oriente e dell’Africa. Scrive anche di Spagna e movimenti di liberazione nazionale. Collabora con Pagine Esteri, il Manifesto, El Salto Diario e Berria)
02 – GAZA. INCHIESTA DELL’AP SULL’ATTACCO ISRAELIANO AL NASSER: UCCISI GIORNALISTI E MEDICI GAZA. INCHIESTA DELL’AP SULL’ATTACCO ISRAELIANO AL NASSER: UCCISI GIORNALISTI E MEDICI. *
UN’INCHIESTA DELL’AGENZIA DI STAMPA STATUNITENSE ASSOCIATED PRESS SULL’ATTACCO ISRAELIANO AL COMPLESSO MEDICO NASSER DEL 25 AGOSTO HA SCOPERTO CHE LE FORZE ISRAELIANE HANNO UTILIZZATO PROIETTILI DI CARRI ARMATI AD ALTO POTENZIALE PER COLPIRE IL COMPLESSO, PRENDENDOLO DI MIRA QUATTRO VOLTE, IL TUTTO SENZA PREAVVISO.
IL NASSER HOSPITAL COLPITO DALLE CANNONATE
L’inchiesta sull’attacco che ha causato la morte di 22 civili, di cui cinque giornalisti, tra i quali Mariam Abu Daqqa, che lavorava per l’Associated Press e diversi altri organi di stampa, ha posto gravi dubbi sulle affermazioni di Israele a giustificazione del fuoco aperto sull’ospedale. È emerso che le forze israeliane hanno preso di mira apertamente un sito noto come punto di ritrovo per i giornalisti. Infatti, hanno monitorato ripetutamente il sito, anche 40 minuti prima dell’attacco, il che ha fornito l’opportunità di poter identificare senza alcun dubbio un giornalista sul posto, Hossam al-Masri, rimasto ucciso nell’attacco.
Un funzionario militare israeliano ha detto di ritenere che Hamas stesse utilizzando una telecamera sul tetto per monitorare le truppe. Tuttavia, l’unico dettaglio fornito è stata la presenza di un asciugamano sulla telecamera, che i militari hanno interpretato come “un tentativo di eludere l’identificazione”.
L’Associated Press ha raccolto nuove prove che suggeriscono che la macchina fotografica in questione appartenesse in realtà al fotografo della Reuters Hossam Al-Masri, che di solito copriva la sua attrezzatura con un telo bianco per proteggerla dal sole cocente e dalla polvere. Al-Masri era posizionato su un’alta scalinata esterna dell’ospedale Nasser. Nelle settimane precedenti gli attacchi, al-Masri aveva trasmesso in diretta quasi ogni giorno dalla tromba delle scale. Una foto scattata da Mariam Abu Daqqa a metà agosto lo mostra sulla stessa scalinata accanto alla sua macchina fotografica coperta da un telo bianco.
L’inchiesta dell’Associated Press ha rivelato altre decisioni inquietanti nell’attacco al Complesso Medico Nasser dello scorso agosto. Poco dopo il primo attacco, le forze israeliane hanno preso di mira lo stesso sito, dopo che il personale medico e di emergenza era arrivato per curare i feriti e mentre i giornalisti, tra cui Mariam Abu Daqqa, si erano precipitati a coprire l’evento. L’attacco ha scatenato accuse di “doppio colpo”, un tipo di attacco mirato a colpire coloro che accorrono per soccorrere i feriti, che gli esperti di diritto internazionale considerano un crimine di guerra.
I risultati dell’indagine hanno anche rivelato che le forze israeliane hanno utilizzato proiettili di carri armati ad alto potenziale per colpire l’ospedale, anziché armi guidate più precise che, almeno in teoria, avrebbero potuto causare meno vittime.
L’agenzia cita il Comitato per la Protezione dei Giornalisti, secondo cui il fuoco israeliano ha ucciso 189 giornalisti palestinesi a Gaza. Israele ha inoltre impedito ai giornalisti stranieri di entrare nella Striscia di Gaza dallo scoppio della guerra nell’ottobre 2023, rendendo gli operatori dell’informazione palestinesi fondamentali nella copertura della guerra.
L’analisi dell’Associated Press si basa su informazioni fornite da attuali ed ex ufficiali militari israeliani, altri funzionari e analisti di armi, nonché sui resoconti di circa 20 persone che si trovavano nell’ospedale o nelle sue vicinanze al momento degli attacchi.
*(Redazione, pagine estere)
03 – Francesco Pallante*: CONTRO IL GENOCIDIO VA CONVOCATO LO SCIOPERO GENERALE – GAZA COS’ALTRO DEVE ANCORA ACCADERE PERCHÉ LA SITUAZIONE DEI GAZAWI E DEL POPOLO PALESTINESE INIZI FINALMENTE A ESSERE CONSIDERATA NELLA SUA INAUDITA GRAVITÀ?
Cos’altro deve ancora accadere perché la situazione dei gazawi e del popolo palestinese inizi finalmente a essere considerata nella sua inaudita gravità?
Lo sterminio di decine, forse centinaia di migliaia di persone. La carestia indotta dallo Stato ebraico. L’azzeramento delle infrastrutture civili.
La cancellazione del patrimonio archeologico e culturale. L’eliminazione sistematica dei testimoni. I propositi di ricolonizzazione e i progetti di trasformare Gaza in una riviera turistica. Eppure: guai a chi chiede l’interruzione delle forniture di armi, guai a chi invoca sanzioni economiche, guai ai mandati d’arresto della Corte penale internazionale per Benjamin Netanyahu e Yoav Gallant (anzi: guai alla Corte penale internazionale), guai a chi reclama l’interruzione dei rapporti, anche culturali, con i sostenitori d’Israele. E, soprattutto, guai a chi dice genocidio.
Senza tradire imbarazzo, il presidente della Repubblica e il papa incontrano, in successione, il presidente israeliano Herzog: colui che scriveva frasi di scherno sulle bombe destinate a Gaza, luogo in cui – parole sue – tutti sono colpevoli, non esistono innocenti. Nel frattempo, il ministro degli Esteri Antonio Tajani assume posa da statista vantandosi di aver fatto tradurre la Pimpa in arabo per quel pugnetto di bimbi palestinesi che, dopo essere stati feriti dai nostri alleati, ricevono cure in Italia. Ma chi gli scrive i discorsi? Gli autori dei programmi di Crozza?
Siamo, con tutta evidenza, a un tornante della storia contemporanea. Mai dal dopoguerra abbiamo assistito in diretta al genocidio di un popolo compiuto da un nostro strettissimo alleato: da chi, come ci ricorda Alberto Negri, ha in mano la nostra sicurezza informatica. Di Gaza sappiamo oramai tutto; persino ciò che accadrà prossimamente: se c’è una cosa che Israele non fa, è nascondere i suoi propositi. Eppure, non facciamo niente, né di concreto, come interrompere i rapporti con Israele e imporre sanzioni, né di simbolico, come riconoscere lo Stato palestinese. Stiamo tradendo le basi stesse della nostra Costituzione, che, dopo l’onta del fascismo, aveva reinserito l’Italia nel consesso della comunità internazionale proclamando il ripudio della guerra, i valori della pace e della giustizia tra i popoli, la disponibilità a limitare la sovranità nazionale, l’apertura al diritto internazionale, la sacralità dei diritti inviolabili dell’essere umano, la protezione degli stranieri.
Come in altri casi, anche in questo pesa il vertiginoso scollamento tra i rappresentanti e i rappresentati: in tutti i campi, non solo in ambito politico. Se vogliamo, tra chi riveste posizioni di potere e i senza potere. La sensibilità dell’opinione pubblica è altissima. Migliaia di iniziative – grandi e piccole, d’impatto mediatico e raccolte, di rilievo internazionale e locale – si susseguono, nascendo dal basso, per urlare quanto sia insopportabile alle coscienze dei cittadini e dei lavoratori quello che sta accadendo. La sensibilità delle classi dirigenti sembra, al contrario, anestetizzata o, nel migliore dei casi, paralizzata dall’incapacità di prendere pienamente atto dell’eccezionalità della situazione e della necessità di reagire a un’emergenza eccezionale tramite misure eccezionali. A dar voce al Paese sono i portuali.
Anche il sindacato – l’ultimo corpo intermedio ancora capace di leggere in profondità la società italiana, coglierne le istanze, organizzarle ed elaborare proposte non appiattite sull’ineluttabilità del mondo così com’è – fatica a farsi pienamente interprete dell’orrore sempre più diffuso tra i lavoratori. Ben venga la «mobilitazione contro la barbarie», ci mancherebbe. Ma è chiaro a tutti che uno «sciopero generale contro il genocidio» avrebbe tutt’altro significato.
*(Fonte: Il Manifesto – Francesco Pallante)
04 – Andrea Valdambrini*: «QUESTO È GENOCIDIO», MA LA COMMISSIONE UE SMENTISCE SUBITO SE STESSA – GENOCIDIO A GAZA LA VICEPRESIDENTE RIBERA PARLA AGLI STUDENTI, IL PORTAVOCE DI VON DER LEYEN LA CORREGGE: «POSIZIONE PERSONALE»
BRUXELLES
Genocidio a Gaza è diventata la parola tabù della politica europea. Ne aveva parlato apertamente, la vicepresidente della Commissione Ue Teresa Ribera, quando di fronte agli studenti di Sciences Po a Parigi aveva affermato: «Il genocidio a Gaza mette in luce l’incapacità dell’Europa di parlare e agire con una voce sola». L’affermazione che non è passata inosservata, anche perché pronunciata dal numero 2 di von der Leyen, per di più esponente socialista, indicata a Bruxelles dal governo spagnolo del premier Pedro Sanchez. Poche ore e arriva la smentita: «Non tocca alla Commissione, ma ai tribunali, definire quello che succede nella Striscia», dice Paula Pinho, prima portavoce di Ursula von der Leyen.
Per palazzo Berlaymont, quella di Ribera è una posizione espressa a titolo personale, non a nome dell’esecutivo. La presa di distanza arriva alla vigilia del dibattito sul massacro israeliano a Gaza e del voto su una mozione, rispettivamente martedì e giovedì prossimi all’Eurocamera. Se è vero che si tratta del primo voto dell’Eurocamera sul massacro in atto nella Striscia, va detto che il testo sarà frutto di un compromesso ampio, capace di tenere dentro anche il Ppe. È quindi probabile che gli elementi decisivi per i gruppi di sinistra, osteggiati da Ppe e conservatori finiranno nella battaglia sugli emendamenti. A partire proprio dalla definizione di genocidio, alla richiesta della sospensione del partenariato Ue-Israele, fino allo stop al commercio di armi tra Bruxelles e Tel Aviv.
La paralisi europea rispetto a Gaza sarà uno dei motivi dominanti su cui la presidente della Commissione Ursula von der Leyen verrà chiamata a rispondere la prossima settimana da un ampio schieramento di europarlamentari, sempre più critici rispetto sua guida politica. L’occasione è quella del discorso sullo stato dell’Unione, previsto la mattina del 10 settembre di fronte all’Europarlamento, riunito in seduta plenaria a Strasburgo la prossima settimana. Di solito l’appuntamento è uno show autopromozionale, ma stavolta sarà reso più complicato dalle fibrillazioni all’interno della coalizione centrista che la sostiene.
I passi indietro sul Green deal hanno saldato l’asse tra i liberali di Renew e i socialisti, poi l’accordo sui dazi negoziato con Trump a condizioni svantaggiose per l’Ue ha fatto il resto. Entrambi i gruppi ora chiedono rassicurazioni a Ursula, per continuare a sostenerla. La leader S&D Iratxe Garcia Perez ha inviato una lettera indicando le sue priorità. Se voleva essere un ultimatum, è poco credibile, visti i precedenti. Finora, von der Leyen se l’è cavata con promesse poco impegnative, come quella di mantenere in vita il fondo sociale europeo, dopo che S&D a luglio aveva fatto capire che non avrebbe mai votato la sfiducia proposta dai nazionalisti, ma i problemi politici c’erano eccome.
Ora il coro progressista suona: senza segnali di cambiamento, non si va avanti. Però oltre ad aumentare la pressione, i socialisti la soluzione non ce l’hanno, sempre alle prese con la paura che il dopo-Ursula potrebbe portare più a destra.
Lo dimostra l’atteggiamento nei confronti della mozione di sfiducia preparata dal gruppo Left. Perché si materializzi e vada al voto dell’aula a ottobre, serve raccogliere le firme di un almeno 72 eurodeputati entro giovedì prossimo. I Left sono 46, dunque mancano 26 sottoscrittori. Fonti del gruppo indicano quasi certo il sostegno dei 4 esponenti italiani e di 3 spagnoli nei Greens. Gli altri 20 che dovrebbero arrivare dal gruppo S&D. Ostili a von der Leyen ce ne sono, soprattutto tra socialisti belgi e francesi, ma soprattutto italiani. La missione di Left, se non impossibile, resta comunque tutta in salita.
*(Fonte: Il Manifesto – Andrea Valdambrini, è il tutor didattico del Master in «Gestione dei conflitti interculturali ed interreligiosi».)
05 – Alfiero Grandi*: CARA ELLY SCHLEIN, PER IL PD IL TEMPO DELL’ALTERNATIVA È ORA
PIETRO SPATARO HA SCRITTO UN ARTICOLO SERIO E CORAGGIOSO, NEL QUALE È EVIDENTE IL DISPIACERE NEL VEDERE L’INCIAMPO RAPPRESENTATO DALL’INDIGESTO ACCORDO CAMPANO CHE SI PROSPETTA NEL PD E CHE RISCHIA DI RALLENTARE, SE NON FERMARE, IL CAMMINO INIZIATO DA SCHLEIN NEL PD. CITO PIETRO, MA FA IMPRESSIONE ANCHE LA CORAGGIOSA SOFFERENZA PUBBLICA DI RUOTOLO NELL’INTERVISTA SU IL FATTO CHE NON NASCONDE I PROBLEMI CREATI DALL’ACCORDO E CERCA DI INSERIRE L’ACCORDO IN UNA SOLUZIONE POSITIVA.
L’obiettivo dell’accordo è chiaro: arrivare ad una candidatura unitaria nelle ormai prossime elezioni regionali nella persona di Fico a capo di quello che non so come chiamare, campo largo è bruttino, sarebbe meglio trovare un nome più caratterizzante e mobilitante come alternativa campana.
Confesso che da non Pd (mai entrato, mai uscito, senza intenzione di entrarvi) ho sempre guardato con sofferenza alle evoluzioni del Pd perché convinto che se questo partito non riesce a darsi un profilo che non sia lo stare al governo e basta il futuro dell’alternativa diventa impossibile.
LA VITTORIA DI ELLY SCHLEIN
La vittoria inattesa di Schlein nelle primarie ha reso evidenti due cose. La prima è che a volte agisce l’eterogenesi dei fini, infatti non credo che i sostenitori delle primarie avessero previsto un esito tale da capovolgere le decisioni interne del partito. La seconda è che la figura della segretaria è diversa da quella del suo antagonista Bonaccini, se avesse vinto lui avrei tratto conseguenze fosche sul futuro del Pd e dell’opposizione, prima è stato per l’autonomia differenziata in combutta con i presidenti leghisti, poi contrario di fronte alla frana che ha colpito la disastrosa legge Calderoli e al rischio referendum.
La rottura c’è stata e questo è importante, tanto più che è arrivata dopo il disastro delle elezioni del 2022 che Letta, all’epoca segretario del Pd ha scelto di combattere senza il Movimento 5 stelle sbagliando giudizio sulla fase e sulla destra italiana, da cui non sarà facile liberarsi visto che c’è un Ministro che ha applaudito lo sgombero del Leoncavallo mentre ha difeso l’occupazione di Casa Pound.
Non credo che Schlein abbia dimenticato come è diventata segretaria e che ricordi che a lei guarda un campo più largo del Pd ed è questo che deve riconoscersi nelle sue scelte.
IMPORTANTI LE BATTAGLIE POPOLARI
La scelta unitaria della segretaria è stata condivisibile, il recupero del rapporto con il M5Stelle importante. Avere condotto battaglie popolari su questioni concrete pure. Ci sono stati anche limiti, prima dell’accordo campano, di cui non sempre sono state chiare le ragioni. Ad esempio tardive e troppo caute posizioni su Ucraina e Palestina, lo dico consapevole che non è facile avere posizioni chiare e condivise, tanto che Conte si è ritagliato uno spazio politico di iniziativa.
Di fronte a posizioni della Nato ispirate (?) da Biden chiaramente a sostegno della guerra (fatta dagli ucraini) l’Europa poteva e doveva avere una posizione diversa, autonoma, mettendo in campo una propria iniziativa per la pace, non averlo fatto ha portato a l’UE a subire l’attuale iniziativa unilaterale di Trump, che finora non ha concesso neppure uno strapuntino all’UE e imposto un aumento insopportabile delle spese militari che verranno aggravate da decisioni come l’ultimo sostegno a Zelensky, il cui conto è tutto a carico dell’Europa.
Trump vende armi, prende la distanza da Biden, e spera di passare alla storia come l’uomo della pace, nel frattempo l’Ucraina vive un inferno perché l’Europa è un nano politico incapace e fa risaltare Sanchez un gigante. Se la guerra con la Russia non si deve fare occorre trovare con intelligenza e duttilità un’intesa di pace e prima si capirà che continuare a dire che debbono decidere gli ucraini (a cui mandiamo armi) è una formula stupida ed ipocrita.
MA SU UCRAINA E PALESTINA POSIZIONI CAUTE E TARDIVE
Palestina, è una situazione che grida vendetta, insopportabile, un genocidio (uso questo termine dopo molte titubanze) perché oltre ai discorsi non l’Europa non ha cercato di costruire uno schieramento con i paesi arabi per fermare Israele in un’azione che lo lorderà di sangue per decenni? Perché rimettersi solo alle sedi internazionali purtroppo malmesse e incapaci di farsi ascoltare?
Forse sarebbe utile una nuova risoluzione dell’ONU che ribadisca oggi che lo stato di Palestina deve esistere e magari riutilizza i 10.000 militari di Unifil per gestire Gaza, con Trump o senza, visto che sta preparando un’orrida speculazione edilizia con l’aiuto di Blair. Poi l’Europa interrompa i rapporti militari con Israele sotto ogni forma.
Le osservazioni quindi non riguardano solo il compromesso campano che forse alla fine sarà accettabile a Ruotolo, o forse no, perchè è complicato e si fa presto a affossarlo. Il problema che colpisce è Piero De Luca – su Vincenzo ha ragione Ruotolo, si chiude un’epoca – cosa dirà al congresso campano per farsi votare? Francamente non lo invidio. Se abbozza tradisce il padre, se insiste sulla difesa del passato è ancora peggio, si vedrà.
VA RIFORMATO IL MECCANISMO DELLE REGIONI
Il problema enorme che nasce dalla vicenda campana del Pd, e non solo, è il meccanismo istituzionale costruito per presidenti di regione che godono a sentirsi chiamare governatori ma non lo sono, per questo siamo arrivati al nodo. Si dovrà rimettere mano alla riforma regionale, non è accettabile che l’Italia abbia 21 sanità diverse e Calderoli a breve proverà a renderle ancora più diverse, bisogna ricostruire una sanità pubblica nazionale, non è accettabile che il presidente sia inamovibile a meno di sciogliere il consiglio regionale che dovrebbe controllare e modificare i provvedimenti ma in realtà è sotto ricatto.
NON A CASO LA DESTRA VUOLE QUALCOSA DI SIMILE PER LA FUTURA LEGGE ELETTORALE NAZIONALE.
Dalla sofferenza campana emerge un altro serio problema per Schlein, c’è un ritardo nel costruire un progetto di coalizione, di programma condiviso, non solo dai vertici ma dagli elettori, da centinaia di migliaia di persone che debbono essere protagoniste e decidere sulle scelte.
Occorre una svolta, il momento è adesso. Urbinati e Trigilia hanno posto il problema dal lato degli intellettuali, hanno ragione, le migliori energie debbono essere mobilitate, coinvolte per contribuire alla costruzione del programma.
IL TEMPO DELL’ALTERNATIVA È ORA
Tuttavia gli intellettuali è meglio che vengano cercati da tutta la coalizione che deve esplicitamente decidere che sulle scelte si vota, punto. Il problema è che il tempo dell’alternativa è ora, non solo perché ci vuole tempo ma perché il governo regge solo per il potere e la capacità di raccontare un’Italia che non c’è. Se l’asso dell’alternativa venisse calato presto con un’iniziativa forte anche il sacrificio campano avrebbe un altro senso.
CHI PENSA DI TORNARE A PRODI NON HA STUDIATO LE DIVERSITÀ CHE PRESCINDONO DAL VALORE DELLE PERSONE.
Nel 1997 ci fu il primo accenno di crisi del primo governo Prodi ma il coinvolgimento dei metalmeccanici, a partire da Brescia, convinse chi era tentato che non era il caso di arrivare alla crisi. Nel 1998 i metalmeccanici non si mossero e si arrivò alla crisi, qualcosa si era rotto nel rapporto di fiducia.
L’insegnamento è che l’elettorato dell’alternativa va coinvolto, è diverso da quello della destra che punta a occupare il potere. Con l’elettorato di centro sinistra va concluso un patto di fiducia, che sia chiaro con alcune scelte chiare e caratterizzanti e nessuno pensi di lasciare a margine Ucraina, Gaza, Nato, rapporti di autonomia con gli Usa, riforma delle sedi internazionali come l’ONU e pratiche per prevenire o almeno risolvere le guerre, riportando in auge il modello Helsinky 1975.
Ad esempio nel 2026 rischia di venire meno l’ultimo accordo sulle bombe nucleari, gli autocrati debbono essere ridimensionati, costretti ad accettare regole internazionali, come era nelle intenzioni di Roosevelt, nel mondo sembrano esserci energie disponibili.
*(Fonte: Strisciarossa – Alfiero Grandi, giornalista)
06 – Veronica Daltri*: LA VIOLENZA DEL POTERE. CON LE IMMAGINI O CONTRO LE IMMAGINI. DALLA GUERRA ALLA RETE CI SI CHIEDE DA TEMPO QUALE SIA IL RUOLO DELLE IMMAGINI NELLA SOCIETÀ CONTEMPORANEA, E UNA RISPOSTA SPESSO STENTA AD ARRIVARE. RESTA PERÒ IMPORTANTE CONTINUARE A CHIEDERSELO
Molte delle battaglie del tempo in cui viviamo si svolgono sul terreno delle immagini, anche se non ce ne accorgiamo. C’è chi vuole nascondere le immagini e chi al contrario le diffonde come piume nel vento. Due tendenze opposte che hanno come radice comune la prevaricazione.
Nel primo gruppo, tanti sono gli esempi. In primis l’operato del governo israeliano nella Striscia di Gaza, che da una parte discredita subdolamente il lavoro dei reporter palestinesi, diffondendo illazioni sull’uso dell’intelligenza artificiale o tacciando le immagini come finte perché presuntamente costruite, e dall’altra parte uccide giornalisti, videomaker e fotogiornalisti che documentano le atrocità che l’esercito israeliano sta commettendo, e che sono gli occhi di tutti noi. Ma il ruolo di testimone, che è del mestiere del giornalista e del fotogiornalista, è temuto anche dai leader di casa nostra, come Meloni.
Sono di questi giorni i più recenti esempi di chiusura verso la stampa della premier, che in visita al meeting di Rimini, aveva un servizio d’ordine di giovani di Comunione e liberazione istruiti a rimbalzare al mittente le domande dei giornalisti. Sempre recente, è la testimonianza del fotogiornalista Max Cavallari a bordo della nave Ocean viking, che mentre era sul ponte della nave a scattare dopo il salvataggio di migranti naufragati a largo delle coste siciliane, si è visto comparire nell’obiettivo il mitra della motovedetta libica che ha iniziato a sparare ad altezza uomo. Atto gravissimo, ma neanche commentato dal governo italiano. Tutto sommato, stavolta è andata bene, nessun ferito. Ma fino a quando?
Poi c’è la tendenza opposta; in un momento storico in cui tutti hanno la possibilità di creare immagini, di documentare e raccontare, un gruppo di uomini può fotografare e diffondere per anni, senza consenso, sui social e su siti web le immagini di donne senza, al momento, alcuna conseguenza, come se fossero sia le immagini che quei corpi di loro proprietà. Un tanto al chilo. Solo una leggera “giustificazione” apparsa nella pagina del sito, ora chiuso.
Non solo. Le pagine social di altre ragazze e donne vengono saccheggiate e decontestualizzate, buttate sui giornali per essere screditate, quasi a prova che quello che gli è capitato «se lo sono cercato». È il caso della denuncia della giovane studentessa visitata al Policlinico di Roma, che oltre ad avere subito molestie durante la visita si è vista esposta sulle pagine di giornali e sul web, con immagini scelte da alcuni suoi video per indurre il pensiero di una sua espressione ammiccante. Sempre sul corpo delle donne, fisico o digitale non importa.
Quello che importa, in entrambe le modalità, è l’uso della forza. Esempi che sembrano così distanti ma che scaturiscono dagli stessi meccanismi di tipo coloniale. Il medium fotografico è terreno fertile in questo ambito, da sempre. Il fatto di puntare l’obiettivo verso qualcuno o qualcosa ha messo, o meglio ha fatto sentire, in condizione di potere generazioni di fotografi. Solo in anni recenti è stato avviato un grande
processo di decolonizzazione dello sguardo da parte di tanti curatori, critici e di tanti autori, che è ancora in corso. Ma paradossalmente, mentre molti sono impegnati in questo movimento, l’asticella dei meccanismi di prevaricazione che riguardano il mondo delle immagini sembra essersi alzata, innescando dinamiche di diffusione e fruizione fuori controllo, creando scenari da far west.
Ci si chiede da tempo quale sia il ruolo delle immagini nella società contemporanea, e una risposta spesso stenta ad arrivare. Resta però importante continuare a chiederselo.
(Veronica Daltri – il manifesto · Formazione: Fondazione Fotografia Modena)
07 – Marta Cariello*: A GAZA C’È UN’EMERGENZA UMANITARIA INNEGABILE E RICONOSCIUTA CHE POTREBBE SEGNARE UN (ESTREMAMENTE TARDIVO) CAMBIO DI PASSO NELL’ATTEGGIAMENTO INTERNAZIONALE VERSO ISRAELE. LO STESSO FATTORE UMANITARIO, PERÒ, RISCHIA DI DIVENTARE L’ARMA SPUNTATA DI UNA LOTTA CHE È E RESTA POLITICA. E CHE PER QUESTO DISTURBA.
Da qualche settimana assistiamo a un cambiamento, seppure formale e sostanzialmente ipocrita, delle posizioni dei governi europei su Gaza. Si susseguono dichiarazioni e (timide) condanne contro l’operato di Israele, minacce di riconoscimento dello Stato di Palestina da parte di alcuni governi e, soprattutto, appelli affinché si ponga fine alla «crisi umanitaria», alla carestia, ai bombardamenti sugli ospedali.
Questo cambiamento potrebbe essere dovuto a una misura morale colma, dinanzi alla quale, almeno formalmente, non ci si può consegnare alla storia come silenti (restando complici, sia ben inteso), oppure all’opinione pubblica che preme e per fortuna dimostra di volersi e sapersi informare, nonostante o forse grazie alla marea di notizie in rete (e il libro di Francesca Albanese primo in classifica per vendite nella categoria “saggi” di queste settimane in Italia è una bella notizia, per esempio).
Oppure, si tratta di riassestamenti politici di un’Europa che cerca nuovi posizionamenti nel mezzo delle scosse telluriche di Trump da un lato e la stabilità granitica della Cina dall’altro. O, ancora, potrebbero essere tutte queste cose insieme; difficile dirlo. Il dato che emerge, però, è che, di fronte allo smantellamento (per ora morale) dell’Onu e quindi lo svelamento pieno dell’utopia (o ipocrisia?) dell’universalismo dei diritti umani, si leva pur tuttavia l’unica contestazione che i leader europei riescono a produrre: fermare il massacro in nome del fattore «umanitario».
La questione dei diritti umani è tanto complessa quanto necessaria, e se ne potrebbe discutere molto a lungo, scomodando Marx e la sua critica della separazione tra Stato e società civile e della necessità dei diritti umani stessi, che dovrebbero garantire quanto lo Stato avrebbe invece come suo unico scopo: l’effettualità storica dell’eguaglianza.
Si dovrebbe certo citare Hannah Arendt e le sue considerazioni sul «diritto ad avere diritti»; come si dovrebbe tener conto della riflessione di Judith Butler sulla vulnerabilità e la «gerarchia del lutto» che scardina il presunto universalismo dei diritti umani. Ma la questione umanitaria, evidentemente fondamentale nell’urgenza del qui e ora, delle vite in ballo e non ultimo della definizione di genocidio applicabile alle azioni di Israele a Gaza, diventa un velo, che copre e oscura la dimensione fondamentale della questione palestinese: quella politica.
La lotta palestinese è sempre stata politica, impressa nella storia dall’icona di Arafat con il ramo d’ulivo in una mano e il fucile nell’altra alle Nazioni unite, tradotta nelle pietre contro i carri armati di due intifada; lotta armata e negoziazione diplomatica, i venerdì della rabbia sul confine spinato e la poesia più potente del fuoco. Citiamo solo due esempi in un oceano di letteratura della resistenza: Mahmoud Darwish, che scriveva «Prendi nota, sono arabo… non verrò mai a mendicare alla tua porta / ti secca?»; e il testamento straziante di Refaat Alareer: «Se dovessi morire fa che io sia un racconto…».
Questa lotta ha sempre riguardato la terra e non la religione; ha sempre riguardato l’occupazione (che è un fatto politico). La trappola della discendenza e della «prelazione» – chi c’era per primo avrebbe il diritto di possedere – distrae anch’essa, ricolonizza anche l’identità palestinese, dentro una narrazione dell’esclusività che è propria del colonialismo europeo e, nella sua apoteosi messianica, del sionismo.
L’autodeterminazione di un popolo ora non può più prescindere da una rivendicazione identitaria, dove non è la terra che offre la possibilità di un’identificazione per chi – anche transitoriamente nel corso dei secoli – la abita, ma è l’identità che decide e assegna una terra. In questo rovesciamento il gioco sarebbe sempre a somma zero. Invece, nella dinamica politica, non lo è mai.
Quella palestinese è, ripetiamolo e studiamola in quanto tale, sempre stata una questione politica, e continua a esserlo. È ed è sempre stata la soggettività politica palestinese sotto attacco, perché riporta sempre e costantemente il progetto coloniale europeo e israeliano alla sua dimensione politica. Ma proprio per questo, l’annientamento fisico e sistematico della popolazione non cancella la questione palestinese, perché, come si diceva una volta, chi lotta non muore mai.
*(Marta Cariello – È docente di Letteratura inglese e studi culturali presso l’Università della Campania “Luigi Vanvitelli”)
08 – Giuseppe Sedia*: SONO IN POLONIA E CI RESTANO: TRUMP BLINDA DIECIMILA SOLDATI AMERICANI
VARSAVIA – Trump dice no al ritiro parziale di truppe Usa dalla Polonia, anzi apre al rilancio: «Potremmo aumentare la nostra presenza in Polonia, se i polacchi lo vorranno. Siamo legati alla Polonia, vogliamo collaborare», ha dichiarato mercoledì in serata il presidente Usa nello Studio Ovale durante un incontro con il suo omologo polacco Karol Nawrocki in visita ufficiale a Washington. In ogni caso, il contingente militare americano, al netto di ogni rotazione sul continente europeo, non scenderà sotto le 10.000 unità nel Paese sulla Vistola.
Prima di procedere con la solita invettiva contro l’amministrazione Biden e i suoi avversari politici, Trump ha lasciato intendere che se la Polonia è arrivata a spendere il 5% del proprio pil nella difesa, il merito è anche suo.
Su questo tema, il governo polacco guidato dalla coalizione liberale del premier Donald Tusk di Piattaforma Civica (Po) – costretto a coabitare dal mese scorso con Nawrocki, sostenuto dalla destra populista di Diritto e Giustizia (Pis) – aveva ostentato sicurezza nei giorni scorsi. «Anche noi paghiamo per poterci sentire al sicuro e partecipiamo ai costi di mantenimento dei soldati americani. Ed è questo che ci distingue dalla Germania», aveva dichiarato pochi giorni fa il ministro della difesa polacco Władysław Kosiniak-Kamysz in un’intervista con il quotidiano conservatore Rzeczpospolita.
A giugno scorso, però, nel corso di una visita ufficiale del cancelliere tedesco Friedrich Merz alla Casa Bianca, Trump aveva escluso un ridimensionamento della presenza militare americana sul suolo tedesco. Ma le similitudini non finiscono qui: anche Berlino, come Varsavia, nei mesi scorsi si è impegnata a portare la spesa per la difesa al 5%. Dulcis in fundo, dopo Merz anche Nawrocki ha avuto l’onore di alloggiare nella Blair House, il più illustre degli alloggi presidenziali.
Tutti soddisfatti dell’incontro, dunque, anche il governo polacco che aveva preparato per Nawrocki delle istruzioni prima della partenza per gli Usa e alle quali il neo presidente si è infine attenuto: una pagina e mezzo di «paletti» e argomenti da non affrontare con Trump, come ad esempio l’introduzione di una tassa digitale sui colossi tecnologici Usa o qualsiasi impegno all’acquisto di forniture militari. «Su questioni di sicurezza, deterrenza nei confronti di Putin e sostegno all’Ucraina, il governo, il presidente e l’opposizione parlano con una sola voce», ha poi scritto su X il ministro degli esteri polacco Radosław Sikorski. La Costituzione polacca dispone che sia il governo a decidere la politica estera del Paese.
Al di là delle apparenze è impossibile ignorare il protagonismo di Nawrocki in tale ambito. Rompendo una prassi consolidata, il presidente polacco si è recato negli Usa senza includere un rappresentante del ministero degli affari esteri nella delegazione. Non ce n’era uno nemmeno ieri a Palazzo Chigi, quando Nawrocki di ritorno da Washington è stato ricevuto in serata da Giorgia Meloni, fresca di collegamento a distanza al vertice dei Volenterosi.
Non mancano le affinità politiche fra Nawrocki e Meloni. Pis e FdI sono i due pesi massimi del gruppo nazional-conservatore Conservatori e Riformisti Europei (Ecr) presso il Parlamento europeo. Intanto la Polonia proprio come l’Italia ha ribadito oggi per voce del premier Tusk, presente invece di persona al summit di Parigi, che Varsavia non invierà truppe in Ucraina.
*(Giuseppe Sedia è un giornalista e scrittore italiano residente in Polonia.)
08 – Mario Pierro*: C’È UN’ALTRA CERNOBBIO CHE DICE ADDIO ALLE ARMI. RIARMO L’ALTERNATIVA AL FORUM AMBROSETTI. LE LOTTE PACIFISTE, I PARTITI DI OPPOSIZIONE E I SINDACATI ALL’INCONTRO ORGANIZZATO DA SBILANCIAMOCI E DALLA RETE PACE E DISARMO.
Oggi e domani Cernobbio, sul Lago di Como, ospita il XV Forum Nazionale dell’Altra Cernobbio contro il riarmo in Italia e in Europa e per la pace in contrapposizione al Forum Ambrosetti che riunirà nella villa d’Este fino a domenica l’élite economica, politica e finanziaria internazionale, oltre che gli esponenti di 12 governi, compreso quello Meloni.
Organizzato da Sbilanciamoci! e Rete Pace e Disarmo, l’incontro ha un titolo significativo, oltre che letterario: «Addio alle armi» raccoglie le voci pacifiste, i movimenti sociali e le organizzazioni che si oppongono al nuovo regime di guerra in cui viviamo.. Tra i temi discussi, ci sono iniziative come «Ferma il Riarmo», «StopRearmEurope» e la difesa della Legge 185/90 che limita le esportazioni di armi dall’Italia. Sarà proposta anche una difesa civile e nonviolenta, che rifiuta la guerra come strumento di risoluzione dei conflitti.
L’attenzione è sulla costruzione di una società più giusta, sostenibile e disarmata. Si contrappone agli enormi investimenti per gli armamenti, a discapito della salute, dell’educazione e del benessere sociale.
L’Altra Cernobbio si concluderà con un’agenda di mobilitazioni pacifiste previste per l’autunno. Intervengono tra gli altri la Fondazione Perugia Assisi per la cultura della Pace. Arci, Acli, Anpi, Emergency, Cgil, Pax Christi, il movimento dei Focolari e quello non violento, Legambiente, oltre che la Rete pace disarmo e Sbilanciamoci.
Previsti gli interventi, tra gli altri, di Alex Zanotelli, Mao Valpiana. Interverranno Elly Schlein (Pd), Giuseppe Conte (Cinque Stelle), Angelo Bonelli (Verdi), Nicola Fratoianni (Sinistra italiana) e Maurizio Acerbo (Rifondazione Comunista). Il programma completo è su Sbilanciamoci.info.
Al Forum Ambrosetti, il focus è sull’economia competitiva, il debito e la strategia geopolitica, in un ambiente elitario che raccoglie banchieri, scienziati e politici globali. Anche a Villa d’Este sarà spazio per l’opposizione parlamentare con gli interventi di Bonelli, Calenda (Azione), Conte, Renzi (Italia Viva) e Schlein. Uno degli interventi di punta sarà quello del presidente ucraino Volodymyr Zelensky, che parlerà da remoto.
*(Fonte Il Manifesto. Mario Pierro, giornalista)
09 – Stefano Petrucciani*: ADDIO AD ALDO ZANARDO, PROFONDO FILOSOFO MARXISTA – RITRATTI HA AVUTO UN RUOLO IMPORTANTE NELLA CULTURA DELLA SINISTRA ITALIANA E IN PARTICOLARE DEL PARTITO COMUNISTA. CESARE LUPORINI È STATO UN MAESTRO AL QUALE ERA RIMASTO SEMPRE LEGATO
I Il 28 agosto a Sesto Fiorentino è venuto a mancare Aldo Zanardo, filosofo profondo e schivo, che ha avuto un ruolo importante nella cultura della sinistra italiana e in particolare del Partito comunista. Zanardo, che era nato a Oderzo (Tv) nel 1931, si era formato alla Scuola Normale di Pisa ascoltando le lezioni di Cesare Luporini, un maestro al quale era rimasto sempre legato e che ha avuto occasione di ricordare in diversi scritti.
La sua carriera accademica, che aveva cominciato negli anni Cinquanta come borsista dell’Istituto italiano di studi storici di Napoli, lo portò prima a Bologna e poi dal 1969 all’Università di Firenze, l’ateneo dove il suo più che trentennale insegnamento ha lasciato una traccia profonda. Ma Zanardo non era solo un importante filosofo marxista.
È STATO ANCHE, come Luporini, impegnato direttamente nell’attività politica e nell’organizzazione culturale. Consigliere alla Provincia di Firenze, membro per diversi anni del Comitato centrale del Partito Comunista, Zanardo è stato soprattutto il direttore della rivista teorica del Partito, «Critica marxista», che ha guidato dal 1985 al 1991.
Dopo la fine del Pci, ha proseguito il proprio impegno dando vita e dirigendo, insieme ad Aldo Tortorella (cui era molto legato) la nuova serie di «Critica marxista», che prosegue a tutt’oggi le sue pubblicazioni.
Come filosofo, Aldo Zanardo era una figura decisamente originale. Il suo interesse principale era quello di approfondire, come recita il titolo del suo libro più importante, pubblicato nel 1974, il rapporto tra Filosofia e socialismo. Sebbene si fosse formato in un’epoca di ortodossie, niente era più lontano da lui del marxismo ortodosso. Da esso si distanziava perché al centro del suo pensiero vi erano (oltre a una forte attenzione per il mondo cattolico) tre tematiche profondamente intrecciate l’una con l’altra: l’etica, la libertà, l’individuo.
Con Tortorella, anche lui recentemente scomparso, Zanardo condivideva la tesi che, nonostante il realismo di cui Marx aveva sempre fatto professione, non avesse senso parlare di socialismo senza muovere da una radice etica. Di qui discendeva anche il suo interesse per il socialismo neokantiano tedesco e austriaco del primo Novecento, al quale aveva dedicato un denso studio. Ma l’etica socialista non poteva essere altro che un’etica della libertà, della libertà effettiva di tutti e di ciascuno. Il tema era fortemente presente in Marx, ma nonostante questo restava una domanda che non si poteva eludere: il marxismo aveva pensato la questione della libertà in modo adeguato, oppure certi nefasti esiti politici erano collegati anche a insufficienze teoriche di fondo?
CON QUESTA PROBLEMATICA Zanardo si confronta in uno dei suoi saggi più belli: La teoria della libertà nel pensiero giovanile di Marx, pubblicato nel 1966 su «Studi storici». Scrivendo nei fervidi anni Sessanta, quando il marxismo poteva ancora apparire come l’orizzonte teorico capace di decifrare l’epoca e i suoi contrasti, Zanardo non esitava a sottolineare, accanto ai meriti, anche i limiti della visione marxiana della libertà: una visione che, per dirla in breve, gli appariva insidiata da una troppo facile e ottimistica visione dei rapporti tra individui e società.
Come se bastasse togliere di mezzo la proprietà privata e il capitalismo per conciliare e superare tutti gli antagonismi. La società moderna, avvertiva invece Zanardo, è fatta di individui differenti e irriducibili, e dunque anche conflittuali. Ed è necessario un grande scavo teorico per capire se e come in essa possano ancora trovare ascolto le istanze solidaristiche che furono proprie della tradizione socialista.
*(Stefano Petrucciani, è Professore ordinario di Filosofia Politica nell’Università di Roma “La Sapienza”. È stato dal 2013 al 2019 Presidente della Società italiana di filosofia)
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