n°28 – 19/07/25 – RASSEGNA DI NEWS NAZIONALI E INTERNAZIONALI

01 – Eliana Riva*: Esami fra le rovine: la prima maturità a Gaza dal 7 ottobre – Palestina Ieri a Gaza centinaia di studenti hanno sostenuto gli esami di maturità, i primi dall’inizio dell’attacco israeliano alla Striscia. Nelle tende attrezzate, nei punti internet o nei caffè con connessione
02 – Sara Tirrito*: Dazi, il Nobel Joseph Stiglitz: “L’Ue non ceda, risponda con una tassa aggiuntiva sulle aziende Usa ”Il premio Nobel: “Trump non ha alcun principio economico, è solo un bullo. La sua America è in declino, le imprese italiane dovranno guardare altrove”
03 – Sergio Rizzo*: Non riusciva, Giorgia Meloni, a celare l’indignazione per il trattamento riservato alle Camere dal governo di Mario Draghi: «Il governo procede solo per decreti legge e fiducia. Il Parlamento non ha neppure il tempo di studiare i provvedimenti. Allora, che è questo sistema?».
04 – Lorenzo Mae*: 14 milioni di morti entro il 2030, il vero costo della fine di UsAid – Lo studio Il rapporto di The Lancet, nel contesto della crisi globale del sistema di assistenza umanitaria.
05 – Alfiero Grandi *: strisciarossa.it – Dazi, armi, Nato: Europa timida davanti ai diktat Usa. E Meloni rema contro gli interessi di Italia e Ue
06 – Luca Celada*: Stati uniti, processo alle università e alla libertà di parola – Usa La «commissione parlamentare contro l’antisemitismo» chiama sul banco degli imputati Cuny, Berkeley e Georgetown
07 – Roberto Della Seta*: Genocidio, è «comprensibile attribuirlo al sionismo reale» – Israele Intervista allo storico Gadi Algazi
08 – Fulvio Grimaldi: Terroristi i partigiani quando sono palestinesi? — Medioriente, carta vince, carta perde- Non solo RAI, La7, Mediaset – La BBC, magistra informationis, che mi avviò, con notevole rigore e ricchezza di istruzioni, al mestiere che da quegli anni ’60 cerco di praticare, quanto meno con integrità, è sotto schiaffo

 

 

01 – Eliana Riva*: ESAMI FRA LE ROVINE: LA PRIMA MATURITÀ A GAZA DAL 7 OTTOBRE – PALESTINA IERI A GAZA CENTINAIA DI STUDENTI HANNO SOSTENUTO GLI ESAMI DI MATURITÀ, I PRIMI DALL’INIZIO DELL’ATTACCO ISRAELIANO ALLA STRISCIA. NELLE TENDE ATTREZZATE, NEI PUNTI INTERNET O NEI CAFFÈ CON CONNESSIONE

Ieri a Gaza centinaia di studenti hanno sostenuto gli esami di maturità, i primi dall’inizio dell’attacco israeliano alla Striscia. Nelle tende attrezzate, nei punti internet o nei caffè con connessione, ragazzi e ragazze hanno percorso anche chilometri, tra le macerie e le bombe, per provare a riprendersi il proprio futuro. Il ministero dell’istruzione di Gaza ha messo online una piattaforma basata sulla formazione a distanza già testata durante il periodo del Covid 19. Questa volta, i tecnici hanno lavorato per gestire le riconnessioni e le interruzioni di corrente, garantendo il salvataggio continuo dei dati. Lo scorso giovedì, due giorni prima degli esami, il ministero ha somministrato dei questionari di simulazione per verificare la stabilità del sistema.
NONOSTANTE migliaia di studenti vivano da sfollati nelle classi scolastiche in cui avrebbero dovuto seguire le lezioni, in 1.500 si sono iscritti alla piattaforma tramite computer o applicazione per smartphone. Prima dei bombardamenti a Gaza erano circa 40mila a completare ogni anno gli esami finali per garantirsi l’accesso all’università. Lo scorso anno il ministero ha tentato di spostare a febbraio 2025 le prove della sessione 2023-2024. Ma solo con l’inizio del cessate il fuoco, a gennaio, gli studenti hanno potuto ricominciare a seguire alcuni dei corsi tenuti da insegnanti, organizzazioni internazionali, Nazioni unite.
Gli esami sono stati cancellati e a marzo i bombardamenti sono ricominciati. La popolazione di Gaza è composta quasi per la totalità da sfollati. Sulle automobili, sui carretti trainati dagli animali o a piedi, le famiglie hanno portato con loro il necessario per sopravvivere e i libri sono rimasti nelle case o, più spesso, sotto le macerie. Con caparbietà, in molti hanno continuato a studiare da soli, coprendo distanze anche lunghe per raggiungere luoghi che garantissero una connessione internet abbastanza stabile da scaricare qualche videolezione. Ma nelle tende si vive con tutta la famiglia, anche 15 persone insieme, e trovare la concentrazione diventa una sfida.
SECONDO LE STIME delle Nazioni unite, Israele ha distrutto il 95 per cento delle infrastrutture educative, tagliando fuori dall’istruzione oltre 660mila bambini e ragazzi, quasi l’intera popolazione in età scolare della Striscia. L’Unrwa (agenzia Onu per i profughi palestinesi), ritiene che circa 68mila studenti siano riusciti ad accedere a luoghi temporanei di apprendimento. Non solo le associazioni umanitarie ma anche gli insegnanti di Gaza, seppur nei campi e nei rifugi, quando possibile offrono lezioni e supporto. Per gli esami di ieri, sono stati aperti punti dedicati, con computer e internet. Ma l’accesso alla rete e anche la possibilità di ricaricare i dispositivi elettronici sono tutt’altro che garantiti.
SECONDO un rapporto di giugno pubblicato dalla Commissione indipendente d’inchiesta incaricata dalle Nazioni unite, «le forze israeliane hanno utilizzato attacchi aerei, bombardamenti, incendi e demolizioni controllate per danneggiare o distruggere oltre il 90 per cento delle scuole e degli edifici universitari in tutta Gaza». Un livello di devastazione che «equivale a crimini di guerra». Il nord della Striscia è stato il più colpito, con il 100 per cento degli edifici scolastici distrutti o danneggiati. Il 92,8 per cento nel governatorato di Gaza City.
Mentre studenti e studentesse sostenevano gli esami, Israele bombardava pesantemente la Striscia, uccidendo più di cento persone dall’alba al tramonto e ferendone cinquecento. Un attacco ha colpito la casa del capo della polizia di Nuseirat, uccidendolo insieme a undici membri della sua famiglia. 36 palestinesi sono morti mentre cercavano di raggiungere gli aiuti umanitari e diversi testimoni hanno raccontato ai medici e ai giornalisti che le armi dell’esercito puntavano direttamente alla folla, per uccidere. I carri armati dei soldati sono arrivati da un lato e le jeep degli appaltatori armati americani dall’altro. Senza nessun avviso hanno cominciato a sparare.
SONO TRASCORSI dieci giorni da quando l’Alta rappresentante dell’Unione europea, Kaja Kallas, dichiarò trionfante che grazie a un nuovo accordo con Tel Aviv, più cibo, più carburante e più aiuti sarebbero arrivati a Gaza, addirittura riaprendo l’attraversamento con l’Egitto. Ma nella Striscia nulla è cambiato. L’agenzia Onu ha pubblicato l’ennesimo appello: «L’Unrwa ha scorte di cibo sufficienti per l’intera popolazione di Gaza per oltre tre mesi Le forniture sono disponibili. I sistemi sono installati. Aprite i cancelli, togliete l’assedio». Solo ieri altri due palestinesi sono morti di denutrizione, tra cui un neonato di 35 giorni. I medici hanno raccontato che le persone vengono portate in ospedale perché trovate per la strada prive di sensi.
*(Fonte: Il Manifesto. Storica, giornalista, editrice · Esperienza: Rai – Radiotelevisione Italiana · Formazione: Università degli Studi di Napoli Federico II)

 

02 – Sara Tirrito*: Dazi, il Nobel Joseph Stiglitz: “L’Ue non ceda, risponda con una tassa aggiuntiva sulle aziende Usa ”Il premio Nobel: “Trump non ha alcun principio economico, è solo un bullo. La sua America è in declino, le imprese italiane dovranno guardare altrove”

«L’Unione europea, se unita, ha un’economia più forte di quella statunitense. Non deve cedere ai ricatti di Donald Trump». Parla così Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’Economia e già capo economista della Banca Mondiale, pochi minuti dopo l’annuncio di dazi del 30% dagli Usa all’Ue. Sostenitore di una politica economica comune europea, da sempre critico nei confronti dell’amministrazione Trump, Stiglitz ritiene che la mossa della Casa bianca non sia solo ingiustificata: è pericolosa. «Trump non agisce secondo alcun principio economico – dice – è semplicemente un bullo che usa il potere economico come unica leva. Se potesse, userebbe quello militare». Commentando a caldo la lettera Usa contro l’Unione, Stiglitz non ha dubbi: «Trump non conosce lo stato di diritto. Gli Stati Uniti hanno perso credibilità. Il futuro sarà altrove, l’Ue risponda con una tassa aggiuntiva alle aziende americane».
Professor Stiglitz, Trump ha appena annunciato dazi del 30% sull’Unione europea. Se lo aspettava?
«Dall’inizio della sua amministrazione, Donald Trump è stato continuamente incostante. Ha sempre fatto un tira e molla: ora sì, ora no. Non c’è alcun principio economico alla base di quello che sta facendo. È semplicemente un bullo che usa l’unico strumento di potere che pensa di avere. Se fosse più facile usare il potere militare, probabilmente lo farebbe. Ma ora ha in mano il potere economico».
Crede che ci sia una strategia politica dietro questa scelta?
«Trump pensa che, siccome gli Stati Uniti sono la più grande economia e tutti vogliono vendere negli Stati Uniti, lui abbia un enorme potere. Come ha detto più volte, pensa di avere le carte giuste in mano. Ma è una visione profondamente distorta dei rapporti economici internazionali».
Come dovrebbe reagire l’Unione europea secondo lei?
«La mia opinione è molto netta: l’Europa non dovrebbe cedere. Gli accordi attuali sono frutto di negoziati durati a lungo. E l’Europa, se resta unita, è un’economia più grande degli Stati Uniti. La Cina ha dimostrato che, quando rispondi con la forza, Trump fa marcia indietro. Ma se cedi, lui chiederà sempre di più. Sarebbe un errore molto grave mostrarsi arrendevoli. Certo, ci sono dispute di lunga data, ma sono state gestite in modo ragionevole».
Trump sostiene che l’Europa penalizza gli Stati Uniti, in particolare nel settore automobilistico. Cosa risponde?
«L’Europa compra meno automobili dagli Stati Uniti rispetto a quante ne esporta nel Paese. Ma questo succede perché le automobili statunitensi non sono adatte alle strade europee. Consumano troppa benzina, e in Europa il carburante è molto più caro. Non è discriminazione, è una questione di domanda e offerta. Gli Stati Uniti non producono ciò che gli europei vogliono comprare. Trump ha totalmente torto nel parlare di trattamento ingiusto».
E sul fronte tecnologico? Anche lì Trump accusa l’Ue di colpire i colossi digitali americani.
«Il Digital Services Act non è una legge contro le Big Tech americane. È una norma pensata per proteggere i cittadini europei dai pericoli posti dalle piattaforme digitali, che siano americane, cinesi o di qualsiasi altro Paese. Non c’è alcuna discriminazione. È perfettamente legittimo che l’Europa voglia tutelarsi. La maggior parte delle piattaforme sarà pure americana, ma la legge è globale. E necessaria».
Secondo lei come dovrebbe articolarsi la risposta europea ai nuovi dazi?
«Serve una risposta economica equivalente. Bisogna fare in modo che la reazione non danneggi i cittadini europei come le tariffe di Trump danneggiano i consumatori americani. L’Ue dovrà essere selettiva, come ha già dimostrato di saper fare. Potrebbe anche valutare ulteriori azioni contro specifiche aziende americane. Una possibilità è imporre una tassa aggiuntiva sui profitti delle grandi aziende statunitensi, per compensare i danni inflitti all’economia europea».
Trump continua a dire che riporterà l’industria negli Stati Uniti. Ci riuscirà attraverso i dazi?
«Non penso che le tariffe genereranno posti di lavoro. Danneggeranno invece tutti i consumatori americani. Come ha mostrato la Cina, è difficile avere una guerra economica limitata. Gli Stati Uniti hanno iniziato la guerra commerciale e la Cina ha risposto, ampliando il conflitto a settori strategici come i minerali critici e i magneti. E ora vediamo che persino il Brasile è stato attaccato per aver difeso lo stato di diritto contro Bolsonaro. Trump non si ferma davanti a nulla».
Crede che l’Europa possa ancora negoziare con Trump?
«Non c’è limite a quello che Trump farà. Chi pensa che si debba cedere si sbaglia completamente. Non ha senso dello stato di diritto, né giustizia, né equità. Agisce secondo una logica miope e mutevole. Non è affidabile. Sarebbe sciocco pensare di poter concludere un accordo significativo con lui. Se gli Stati Uniti impongono dazi del 30%, l’Europa deve rispondere con una contromossa economica intelligente».
Guardando al futuro: l’Asia può davvero sostituire il mercato americano per le imprese europee?
«Non è solo l’Asia. È anche l’America Latina. È l’Africa. Il mondo sta cambiando. Ci sarà una nuova geoeconomia in cui gli Stati Uniti avranno un ruolo minore. Hanno dimostrato di non essere partner commerciali affidabili. Non rispettano il diritto internazionale. Firmano accordi e poi li stracciano. Sono una quota in declino del Pil globale. L’attacco alle università, alla scienza e alla tecnologia indebolirà ulteriormente il Paese. Le aziende non possono prosperare in un ambiente così incerto. Guarderanno altrove». E per non dimenticare.
*(Sara Tirrito, giornalista ANSA)

 

03 – Sergio Rizzo*: NON RIUSCIVA, GIORGIA MELONI, A CELARE L’INDIGNAZIONE PER IL TRATTAMENTO RISERVATO ALLE CAMERE DAL GOVERNO DI MARIO DRAGHI: «IL GOVERNO PROCEDE SOLO PER DECRETI LEGGE E FIDUCIA. IL PARLAMENTO NON HA NEPPURE IL TEMPO DI STUDIARE I PROVVEDIMENTI. ALLORA, CHE È QUESTO SISTEMA?».

DICEVA QUESTO A DICEMBRE DEL 2021, POCHI MESI PRIMA DI PRENDERE A PALAZZO CHIGI IL POSTO DI DRAGHI. Per seguire, alla testa di un governo politico, le orme del governo tecnico dell’ex presidente della Banca centrale europea. E riservare identico trattamento a Camera e Senato. Riuscendo, per essere ancora più precisi, addirittura a migliorarne di un pelo la performance.
Nell’arco di 973 giorni Giorgia Meloni ha sfornato la bellezza di 103 decreti legge, cioè in media un decreto d’urgenza ogni 9 giorni, 10 ore e 33 minuti. Contro uno ogni 9 giorni e 14 ore del governo Draghi. Il ritmo meloniano è invece assolutamente identico a quello del secondo gabinetto di Giuseppe Conte. Che però, a differenza del governo Meloni e al pari dell’esecutivo Draghi, ha avuto a che fare con altre rogne. Tipo l’emergenza della pandemia, per intenderci.
Eppure Il 27 maggio 2024 è il sottosegretario alla presidenza Alfredo Mantovano che pronuncia una sentenza di completa assoluzione perché il fatto non sussiste: «Per numero di decreti legge siamo in linea con i due governi precedenti». Bel risultato. Il governo di Giorgia Meloni detiene il record assoluto della decretazione d’urgenza degli ultimi vent’anni.

*(L’articolo di Sergio Rizzo continua sul nuovo numero de L’Espresso)

 

04 – Lorenzo Mae*: 14 MILIONI DI MORTI ENTRO IL 2030, IL VERO COSTO DELLA FINE DI USAID – LO STUDIO IL RAPPORTO DI THE LANCET, NEL CONTESTO DELLA CRISI GLOBALE DEL SISTEMA DI ASSISTENZA UMANITARIA.

SECONDO UN RAPPORTO PUBBLICATO A FINE GIUGNO DA THE LANCET, I TAGLI ALL’AIUTO PUBBLICO ALLO SVILUPPO (APS) DA PARTE DEGLI STATI UNITI POTREBBERO CAUSARE OLTRE 14 MILIONI DI MORTI AGGIUNTIVE ENTRO IL 2030. LA DECISIONE AMERICANA HA INNESCATO UNA CRISI GLOBALE DEL SISTEMA UMANITARIO, CON UNA RIDUZIONE STIMATA IN OLTRE 31 MILIARDI DI DOLLARI NEL 2025, DOVUTA ANCHE AL DISIMPEGNO DI ALTRI DONATORI. QUESTO HA RESO EVIDENTE LA VULNERABILITÀ STRUTTURALE DELL’AIUTO INTERNAZIONALE, RIVELANDO UNA FRAGILITÀ COLLETTIVA PROFONDA.
ALL’INIZIO DEL 2025, l’amministrazione Trump ha annunciato un congelamento di 90 giorni su tutti i programmi di aiuto estero, eccetto quelli per assistenza alimentare d’emergenza e aiuti militari. Il blocco ha riguardato oltre 40 miliardi di dollari destinati a progetti dell’Agenzia Statunitense per lo Sviluppo Internazionale (UsAid), attore dominante per volume e influenza nel settore dello sviluppo. Al termine dei 90 giorni, il Segretario di Stato Marco Rubio ha annunciato la cancellazione dell’83% dei programmi. Il primo luglio 2025, dopo oltre sessant’anni di attività, UsAid ha cessato definitivamente di esistere e le iniziative sopravvissute – meno di un quinto del portafoglio – sono state assorbite dal Dipartimento di Stato.
Se il taglio americano rappresenta la contrazione più significativa – nel 2023 gli Usa avevano contribuito al 43% delle donazioni governative al sistema umanitario globale – tendenze simili si registrano anche tra altri storici donatori. Nel 2024, i 17 principali donatori del Comitato per l’aiuto allo sviluppo dell’Ocse hanno erogato 198 miliardi di dollari, con un calo del 7% rispetto all’anno precedente. Per il 2025 si prevede un ulteriore calo di 31 miliardi.
NEL 2024, GLI USA avevano investito quasi 10 miliardi nell’assistenza umanitaria e altrettanti nella salute, con l’Africa subsahariana come principale destinataria. Secondo lo studio di The Lancet, Evaluating the Impact of Two Decades of UsAid Interventions and Projecting the Effects of Defunding on Mortality up to 2030, negli ultimi venti anni gli interventi UsAid hanno evitato oltre 91 milioni di morti, inclusi 30 milioni di bambini, contribuendo a ridurre le morti da Hiv/Aids del 65%, da malaria del 51% e da malattie tropicali trascurate del 50%. I tagli potrebbero ora causare una riduzione dell’88% degli aiuti per la salute materna e infantile, dell’87% per la sorveglianza epidemiologica e del 94% per la pianificazione familiare. Se i fondi non verranno ripristinati, si stimano oltre 14 milioni di morti aggiuntive entro il 2030, di cui 4,5 milioni tra bambini sotto i 5 anni.
L’IMPATTO dei tagli ha generato un danno strutturale che va ben oltre la sospensione di singoli programmi. Il sistema umanitario si fonda su un’operatività continua, resa possibile dall’interconnessione tra attori e settori a livello globale e locale. È questa rete a garantire tempestività, adattabilità e capacità di risposta. Interruzioni prolungate paralizzano le catene di approvvigionamento di medicinali e alimenti, determinano il licenziamento di personale qualificato e compromettono l’efficacia degli interventi.
SE I TAGLI ALL’APS hanno colpito programmi essenziali, come l’assistenza alimentare nelle aree di crisi — secondo il Wfp, nel 2025 è prevista una riduzione o sospensione degli aiuti in 28 delle operazioni più critiche —, il danno più profondo riguarda lo smantellamento delle reti territoriali. Molte organizzazioni non governative si sono viste costrette a interrompere i programmi e a licenziare il personale locale, con effetti duraturi sulla capacità operativa. Non si tratta dunque soltanto di una contrazione finanziaria, ma della disgregazione di un’infrastruttura operativa – logistica, reti di distribuzione, partenariati – che consente di raggiungere ogni giorno le comunità più isolate. Anche qualora i tagli venissero revocati e i fondi reintegrati, sarebbero necessari mesi per ristabilire condizioni operative adeguate. Nel frattempo, l’assenza di interventi in ambiti cruciali rischiano di avere conseguenze irreversibili, con un aumento evitabile della mortalità.
I TAGLI ALL’AIUTO pubblico allo sviluppo vanno letti alla luce della congiuntura storica attuale, segnata dalla moltiplicazione dei conflitti, dal riarmo delle grandi potenze e dal progressivo indebolimento dell’ordine multilaterale. In questo scenario, la questione umanitaria non può più essere considerata un ambito separato, ma deve essere compresa come parte integrante delle dinamiche politiche e strategiche che oggi ridefiniscono le relazioni internazionali. Ripristinare e rimodellare il sistema degli aiuti non significa soltanto reintegrare risorse finanziarie, ma ripensare l’intera infrastruttura che traduce gli impegni economici in sostegno concreto. L’obiettivo non può essere un ritorno alla normalità, ma la costruzione di un sistema resiliente, in grado di garantire continuità operativa al di là delle decisioni unilaterali dei singoli attori.
*( Lorenzo Mae. Giornalista)

 

05 – Alfiero Grandi *: STRISCIAROSSA.IT – DAZI, ARMI, NATO: EUROPA TIMIDA DAVANTI AI DIKTAT USA. E MELONI REMA CONTRO GLI INTERESSI DI ITALIA E UE

DOPO LA LETTERA DI TRUMP A VON DER LEYEN LE CARTE SONO SUL TAVOLO, BASTA VOLERLE LEGGERE. NON SI È MAI VISTO IN UNA TRATTATIVA A DUE (PRESUNTI ALLEATI) CHE UN SOGGETTO DECIDA DI MANDARE UN ULTIMATUM ALL’ALTRO, COME HA FATTO TRUMP CHE HA ANNUNCIATO DAZI DEL 30 % PER L’EUROPA DAL PROSSIMO 1° AGOSTO. POCO SOTTO IL CANADA. VA RICORDATO CHE LA RECENTE RIUNIONE NATO SI È CONCLUSA CON LA DECISIONE DI AUMENTARE LA SPESA MILITARE AL 5 % DEL PIL PER I SINGOLI STATI IN 10 ANNI. QUALCHE MARGINE INTERPRETATIVO NON CONTRADDICE LA SOSTANZA. STUPISCE CHE L’UNIONE EUROPEA ABBIA SUBITO QUESTO DIKTAT DI TRUMP, PORTATO AVANTI DA RUTTE – CHE SI RIVELA FIGURA TANTO IMBARAZZANTE QUANTO SUBALTERNA – SENZA PORSI IL PROBLEMA DI UN RAPPORTO COMPLESSIVO CON L’ATTUALE PRESIDENZA USA: RIARMO, DAZI, UCRAINA, GAZA, ECC.

Avere accettato prima l’imposizione del riarmo senza tenere presenti i dazi e altri problemi è stato un errore, dovuto alla subalternità che governi come quello italiano e in particolare Giorgia Meloni hanno dimostrato verso Trump. Questo sta creando un serio problema per l’interesse nazionale.
Non si è riflettuto abbastanza sul fatto che se verrà rispettato l’obiettivo del 5%, superiore all’attuale percentuale di spesa militare americana, le economie dei singoli stati Nato avranno una torsione militarista che ridurrà lo spazio per la spesa sociale (sanità, scuola, pensioni, ecc.) e cambierà la qualità stessa del sistema produttivo. Non è un mistero che c’è chi pensa di sostituire la produzione di auto con quella di mezzi militari.
Robert Kennedy oltre 60 anni fa aveva denunciato che era una deviazione morale e sociale che le armi di distruzione di massa (fece l’esempio del napalm) venissero conteggiate nel Pil, cioè nella ricchezza nazionale prodotta, mentre i disastri che provocavano queste armi o le misure preventive per l’ambiente non venivano conteggiate. Da lì partì una riflessione tuttora non risolta su come si dovrebbe calcolare la ricchezza nazionale, perché guadagno e profitti non sono tutti uguali, alcuni infatti vengono calcolati sul peggioramento delle condizioni di vita, sulle distruzioni, sulla cancellazione della vita stessa.
La pretesa di Trump di fare pagare alla Nato gli impegni degli Usa a sostegno dell’Ucraina è un corollario della logica di prendere decisioni mettendole a carico di altri, come se i singoli stati non avessero già da anni preso impegni costosi per l’Ucraina, anche se purtroppo gli impegni sono solo per il sostegno militare e ancora non c’è un’iniziativa autonoma per cercare soluzioni di pace, anzi si continua stancamente con i pacchetti di sanzioni alla Russia, siamo al 17°. Anche i ragionamenti fatti sulla ricostruzione dell’Ucraina nell’incontro di Roma presuppongono la fine dei combattimenti e quindi una soluzione di pace che non c’è e per la quale non c’è neppure un’iniziativa europea degna di questo nome.
IL SOVRANISMO DEI DAZI
Al 5 % si aggiunge ora la manovra di Trump sui dazi che con prepotenza pretende di fare pagare una parte del debito pubblico degli Usa all’Europa, come del resto sta facendo con altri stati storicamente alleati. Senza dimenticare che la richiesta si completa con quella di togliere di mezzo leggi europee che regolano le importazioni dagli Usa (ad es: regole per la salute nell’agroalimentare, fiscalità e uso dei dati per le grandi aziende informatiche, ecc.) decise in piena sovranità dall’Unione europea. Già dazi al 10% avrebbero creato problemi, il 30% avrebbe delle conseguenze addirittura gravi. L’Italia sarebbe spinta in recessione. Se entrerà in vigore l’impianto dei dazi che Trump vorrebbe imporre con l’atteggiamento prepotente e ricattatorio che lo caratterizza cambierebbe in profondità il sistema di rapporti tra Usa e il resto del mondo, a partire dagli “alleati” europei.
Questo scontro evidente e pericoloso per l’intera economia mondiale porterebbe a recessione, inflazione e riduzione dell’occupazione per molti paesi, compresi gli Usa, ad un ulteriore divaricazione nella ricchezza e nelle condizioni di vita, è il risultato della concezione sovranista per il futuro degli Usa, sintetizzato dal Maga.
I sovranisti di altri paesi, a partire dall’Italia, sono spiazzati perché dopo avere flirtato con Trump, sognando di avere un riferimento mondiale e di ottenere condizioni privilegiate dal loro riferimento politico oggi sono incapaci di affrontare la dura realtà. Basta vedere l’imbarazzo di Giorgia Meloni, la cui unica linea politica è cercare di non rompere con Trump e prendere tempo. Trump è una importante fonte di legittimazione per il governo delle destre italiane.
Sta accadendo quello che era prevedibile: il sovranismo come dottrina politica (di cui Maga è il perno) porta gli interessi di ogni stato ad entrare in collisione con quello degli altri. In questo caso l’America contro stati europei e contro l’Europa come istituzione, che si sta mostrando purtroppo impreparata ad affrontare un ruolo di rappresentanza politica ed economica dei 27 stati e che quindi rischia di pagare un prezzo pesante di credibilità e forse peggio.
GOVERNO ANTI-ITALIANO
Il governo italiano è sovranista e non ha mai nascosto di avere in Trump il suo punto di riferimento. Per questo dimostra di essere incapace di affrontare uno scontro con Trump per gli interessi dell’Italia, anche in contrasto con quelli degli Usa. Di fronte ai dazi al 30% risponde con un “trattiamo” ancora, quasi fosse sul tavolo la proposta al 10 %, già accettata da Giorgia Meloni, forse sperando di limare qualcosa per cercare di venderlo come un improbabile successo nei rapporti “privilegiati” con il Presidente Usa.
La verità è che il governo Meloni è incapace di cambiare una linea politica che è chiaramente in contrasto con gli interessi dell’Italia e con i principi della nostra Costituzione. E’ un governo contro gli interessi nazionali dell’Italia e che ha contribuito ad indebolire la coesione europea perché incapace di sostenere una linea europea di autonomia e indipendenza anche dagli Usa. Basta pensare che Salvini sostiene che è l’Unione europea che dovrebbe rinunciare alle sue politiche per l’ambiente e per la transizione energetica per evitare il disastro ambientale.
Siamo arrivati al capolinea di questo governo. Ci sono state finora tante avvisaglie, ad esempio il governo sta tentando con prepotenza e durezza di cambiare la Costituzione per arrivare ad un governo autocratico e autoreferenziale. In sostanza la Costituzione vista come scalpo per dimostrare che l’ingresso delle destre cresciute fuori dal recinto costituzionale aveva ottenuto cambiamenti di fondo. Anche sul piano sociale ed economico con la cancellazione di provvedimenti come il reddito di cittadinanza negandone l’utilità e sequestrandone le risorse finanziarie per altri scopi, la negazione del reddito minimo, il disimpegno dai rinnovi contrattuali e dalle politiche industriali, l’incapacità di garantire sbocchi positivi a crisi strategiche come l’acciaio ex Ilva.
La cultura di queste destre ha confermato che non sono un’alternativa credibile, che i condoni, la moltiplicazione del numero dei reati e l’aumento delle pene, la visione autoritaria delle relazioni sociali, sono tutti aspetti che portano ad una deriva securitaria, e situazioni sociali che avrebbero bisogno di soluzioni politiche vengono minacciate di repressione, per non parlare dei migranti, problema senza soluzione né per la parte di ingressi legali – i meccanismi restano immutati – né per la parte dei soccorsi in mare che continuano a essere contrastati, fino alla non “soluzione” albanese, emblema di diritti negati e spreco.
Ora occorre che l’Italia aiuti l’Europa a reagire tenendo testa alle pretese di Trump e adottando misure nazionali per reggere lo scontro e mettendo in discussione le stesse decisioni sugli armamenti, come ha fatto la Spagna. Questo governo non è in grado di farlo e questo diventa un peso insopportabile per gli interessi dell’Italia e dell’Europa. Per questo occorre cogliere questa occasione per porre il problema di fondo: il sovranismo ha già dimostrato di essere impraticabile e nefasto e deve lasciare il posto ad una politica di coesistenza tra diversi, di riforma e rilancio delle sedi internazionali per porre fine alle guerre, di collaborazione e coesistenza tra culture.
Prima si arriva ad un cambio politico meglio è. E’ già tardi. E’ urgente presentare all’Italia un’alternativa politica credibile per mandare a casa questo governo.
*( Fonte: strisciarossa.it – Alfiero Grandi, è un politico e sindacalista italiano. Alfiero Grandi. Deputato della Repubblica Italiana. Durata mandato, 2001 – 2006.)

 

06 – Luca Celada*: STATI UNITI, PROCESSO ALLE UNIVERSITÀ E ALLA LIBERTÀ DI PAROLA – USA LA «COMMISSIONE PARLAMENTARE CONTRO L’ANTISEMITISMO» CHIAMA SUL BANCO DEGLI IMPUTATI CUNY, BERKELEY E GEORGETOWN

LOS ANGELES – Davanti alla «commissione parlamentare contro l’antisemitismo» questa volta sono stati convocati i rettori di Georgetown University, Berkeley e Cuny (l’università pubblica di New York). Presieduta oggi da membri della maggioranza repubblicana, la commissione rappresenta in realtà un elemento di continuità con Biden, sotto la cui amministrazione era stata istituita, una sorta di alto tribunale politico sostenuto da lobby pro-Israele per la criminalizzazione del movimento studentesco contro la strage di Gaza.
CON IL REGIME Trump, la commissione è stata assorbita nella più generale crociata contro le università, dipinte come crogiolo di elitismo di sinistra la cui umiliazione viene esibita alla base politica come trofeo di un risorgente egemonismo conservatore. La campagna ha preso la forma di una persecuzione coordinata contro studenti e docenti stranieri e la sottrazione di fondi a campus come Harvard e Columbia.
LE UDIENZE formano ora parte integrante dell’intimidazione degli atenei da parte del governo ed una rete di facoltosi fiancheggiatori. Solo la scorsa settimana i miliardario tech Marc Andreesen ribadiva che le università avrebbero «pagato caro il Dei» (le politiche di diversità, equità e inclusione), una delle prescrizioni anche del Project 2025. Lunedì la stessa Corte suprema ha avvallato l’abrogazione del ministero per la pubblica istruzione.
E la colpevolizzazione degli amministratori «imputati» era insita già nel titolo dell’udienza di ieri sul «ruolo di docenti, finanziamenti ed ideologia» nella promozione dell’antisemitismo.
Le audizioni hanno seguito lo sperimentato copione fatto di requisitorie di parlamentari repubblicani inalberati in ostentata indignazione per la discriminazione filoterrorista tollerata ed anzi fomentata dagli amministratori. “L’inchiesta” è stata dunque fondata sulla familiare falsa equivalenza fra antisemitismo e critiche ad Israele e fra opposizione alla strage palestinese e filo terrorismo – la doppia fallacia prescritta da Project Esther (il dossier della Heritage Society per «sopprimere il movimento pro palestinese»).

ECCO QUINDI puntuale l’oratoria di Elise Stefanik, parlamentare trumpista di New York, contro l’assunzione a Cuny di Abd Alla, già membro di Cair(associazione per diritti civili musulmani) e quindi «filo terrorista» (nel 2023 Stefanik aveva ottenuto le dimissioni delle rettrici di Harvard e U Penn con simili insinuazioni). Ha fatto seguito Rick Allen che ha giudicato una dimostrazione di tendenze «pro Hamas» della prestigiosa università di Georgetown il fatto di avere ospitato per un ciclo di lezioni la relatrice Onu Francesca Albanese, sanzionata la scorsa settimana dal governo Trump come «filo terrorista e anti americana». Altra prova inequivocabile dell’antisemitismo propagato da quell’ateneo, secondo Allen, uno dei professori della facoltà di legge ha avuto l’ardire di contribuire alla difesa di Mahmoud Khailil, l’attivista palestinese della Columbia University, recentemente scarcerato dopo tre mesi di detenzione politica.
È PREVALSO insomma il tenore neo maccartista ormai normalizzato dal governo e dal Congresso degli Stati uniti, come hanno denunciato i membri democratici della commissione. Ilhan Omar, ad esempio, ha ricordato come pochi giorni fa siano stati resi noti atti relativi all’uso del sito anonimo di dossieraggio Canary Mission per l’arresto e l’espulsione di numerosi docenti e studenti stranieri designati come «sovversivi» dal governo.
Quasi del tutto assente dai discorsi è stato invece l’eccidio che prosegue quotidianamente, ora con la partecipazione diretta di contractor americani nelle “zone umanitarie” dove da maggio sono morte oltre 800 persone in attesa di ricevere razioni alimentari. La ferocia dei crimini di guerra documentati ha indotto persino storici della Shoah a definire «genocidio» la campagna di pulizia etnica ad opera di Israele – il caso di Omer Bartov, studioso ebreo dell’olocausto che domenica sul New York Times ha scritto «So riconoscere (un genocidio) quando lo vedo».
MALGRADO le lettere di sostegno alle università firmate da numerosi docenti ebrei, chi sperava in una accesa difesa della libertà intellettuale da parte degli “imputati” è rimasto deluso. Vi è semmai stata una nuova prova di inefficace acquiescenza da parte degli amministratori che hanno saputo fare poco più di balbettare i regolamenti sulla libertà di parola assicurando comunque massima severità per i “trasgressori” (ognuno ha assicurato che tende ed accampamenti per la pace non verranno più tollerati).
Anche se non vi fossero nuove dimissioni, le audizioni hanno restituito la fotografia di una società profondamente compromessa nei suoi fondamentali meccanismi democratici.
*( Luca Celada, giornalista e documentarista, è stato per oltre vent’anni corrispondente della Rai da Los Angeles occupandosi di attualità, tematiche sociali, immigrazione, con fine messicano, afroamericani, a partire dalle rivolte di Los Angeles nel 1992. ..)

 

07 – Roberto Della Seta*: GENOCIDIO, È «COMPRENSIBILE ATTRIBUIRLO AL SIONISMO REALE» – ISRAELE – INTERVISTA ALLO STORICO GADI ALGAZI

«La storia della mia famiglia è la storia degli ebrei della diaspora perseguitati, la mia storia è quella di un ebreo israeliano cresciuto in una società segregata ma cresciuto dove vivono mescolati ebrei e palestinesi, e che fino da bambino ha respirato ribellione allo status quo colonialista». Questa in tre righe la biografia di Gadi Algazi, storico del Medioevo che insegna all’Università di Tel Aviv e da decenni attivista contro le guerre di Israele.
«Mia madre – racconta Algazi – nacque a Belgrado e fuggì a Budapest con sua madre e sua sorella dopo l’invasione nazista della Jugoslavia e l’assassinio di suo padre. Sopravvisse alla Shoah grazie a persone che rischiarono la vita per nasconderla, nel 1948 arrivò in Israele. Mio padre è cresciuto in un quartiere arabo di Alessandria, nel ’53 con la famiglia lasciò l’Egitto e si trasferì in Israele. Entrambi sono stati iscritti per anni al Partito comunista, scelto perché era l’unico partito binazionale che si batteva per l’uguaglianza di diritti tra tutti gli israeliani e contro l’occupazione e la colonizzazione della Cisgiordania».
LA “RIBELLIONE” ATTIVA di Gadi Algazi è cominciata nel 1979, quando aveva 18 anni: «Organizzai il primo gruppo di giovani – studenti delle scuole superiori, maschi e femmine – che dichiararono pubblicamente di non essere disposti a prestare il servizio militare nei territori occupati. Per avere rifiutato in più occasioni l’ordine di arruolamento in Cisgiordania ho avuto processi e trascorso periodi in prigione, poi grazie a una forte campagna di solidarietà in mio favore fui congedato, “con disonore”, dal servizio militare».
Oggi in Israele l’obiezione di coscienza, generale o “selettiva” (solo a combattere nei territori occupati), è un fenomeno diffuso. Particolarmente significativa è la scelta di decine di migliaia di soldati, soprattutto riservisti, che rifiutano di combattere nei territori occupati: in questi mesi di guerra di sterminio a Gaza il loro numero è cresciuto come mai prima, secondo stime attendibili sono intorno ai 100 mila. Infine ci sono obiettori di coscienza arabo-israeliani. La maggior parte degli arabo-israeliani è esentata dal servizio militare, un privilegio che condividono con gli ebrei ortodossi ma che nel loro caso è anche simbolo di una cittadinanza di ‘serie B’. Gli arabi arruolati appartengono soprattutto alle comunità druse e beduine; proprio tra i drusi già alla fine degli anni ’50 sono nate le prime forme di obiezione di coscienza.

L’OBIEZIONE DI COSCIENZA ha rappresentato per Algazi una sorta di apprendistato anticolonialista. Gli chiedo se ritenga il sionismo un’ideologia intrinsecamente coloniale: «Il sionismo – risponde – è stato per buona parte una risposta all’antisemitismo, ma non riesco a vederlo come un pensiero e un movimento di liberazione nazionale: non si sconfiggono l’antisemitismo e il razzismo colonizzando la terra di altri, e questo voci illuminate del mondo sionista l’avevano capito e detto già all’inizio del Novecento. Io non credo che il sionismo possa essere considerato solo materia per gli storici: è l’ideologia, attualissima, su cui si fonda lo Stato d’Israele, ed è un’ideologia sempre più suprematista, segregazionista, colonialista.
Ovviamente non tutti i sionisti sono assassini di massa, ma lo Stato “sionista” di Israele è di fatto coinvolto in un assassinio di massa, in un genocidio, di proporzioni terribili ed è perciò comprensibile che quanti denunciano questo crimine generalizzato lo attribuiscano, prendo in prestito una formula usata a suo tempo per definire i regimi filosovietici, al “sionismo reale”».
FIGLIO DI UN’EBREA EUROPEA e di un ebreo orientale, Algazi respinge, anche, le interpretazioni che riconducono l’attuale, conclamata, postura colonialista e razzista di Israele a una degenerazione dell’idea sionista dovuta al prevalere progressivo tra gli ebrei israeliani di immigrati dal Nord Africa e dal Medio Oriente: «Israele è stato governato dalla sua nascita per decenni da ebrei di origine europea. Non sono stati gli ebrei dei Paesi arabi a espellere i palestinesi e a spartirsi il bottino dell’espropriazione; non sono stati loro a volere e perpetuare l’occupazione della Cisgiordania; e non sono stati i sefardim o i mizrahim, gli ebrei non europei, a fondare il movimento dei coloni che sta perseguitando milioni di palestinesi e minando le istituzioni liberali in Israele.

A COSTRUIRE IL ‘MALE’ DELL’ODIERNO ISRAELE SONO STATI EBREI CHE ARRIVAVANO DALL’EUROPA».
Può liberarsi Israele dalla sua impronta colonialista? Algazi non ha certezze: «Il colonialismo è un processo, non un passaggio istantaneo. È un processo continuo di espropriazione di beni materiali – le case, le terre – e di diritti, che crea da una parte miseria e frustrazione e dall’altra profitti e privilegi. È una guerra sociale ininterrotta, combattuta con le armi ma anche e molto con i bulldozer, i piani regolatori, la burocrazia. Io da anni lavoro con i beduini del Negev che cercano di resistere a una sistematica azione colonialista di Israele che li costringe dentro ghetti miserabili costruendo sulla loro terra insediamenti riservati agli ebrei».
RIVOLGO ad Algazi un’ultima domanda: dopo il 7 ottobre? «In me il dolore per il 7 ottobre – quel giorno ho perso il mio amico Oded Lifshitz, kibbutznik e pacifista, e Cindy Flash, una mia amatissima ex-studentessa – si è subito e totalmente mescolato con la sofferenza per i tanti amici palestinesi che mi raccontavano delle loro famiglie massacrate. Vedo anche che soprattutto in Europa quanto succede a Gaza crea nuove occasioni per il riemergere del fiume eterno dell’antisemitismo. Cosa succederà? Non lo so. So una cosa: Israele potrà vivere in pace solo se e quando rispetterà i diritti dei palestinesi. Uno Stato binazionale, due Stati, una confederazione? Questo è secondario, contano solo tre parole da far vivere finalmente su questa terra: uguaglianza, libertà, democrazia»
*( Roberto Della Seta, è un giornalista, storico e politico italiano. Dal 2003 al 2007 è stato presidente nazionale di Legambiente.)

 

08 – Fulvio Grimaldi: Terroristi i partigiani quando sono palestinesi? — Medioriente, carta vince, carta perde (https://www.sinistrainrete.info/geopolitica/30920-fulvio-grimaldi-terroristi-i-partigiani-quando-sono-palestinesi-medioriente-carta-vince-carta-perde.html?idU=1&utm_source=newsletter_2360&utm_medium=email&utm_campaign=newsletter-sinistrainrete&acm=8045_2360)

Non solo RAI, La7, Mediaset
La BBC, magistra informationis, che mi avviò, con notevole rigore e ricchezza di istruzioni, al mestiere che da quegli anni ’60 cerco di praticare, quanto meno con integrità, è sotto schiaffo. Uno schiaffone non da poco, somministrato nientemeno che da oltre un centinaio di suoi giornalisti, alcuni tra i più prestigiosi e da più di 300 professionisti del reparto audiovisivo. Il documento, pubblicato su tutti i media, denuncia dell’augusta “Auntie” (zia, come la si chiama da sempre) le indecenti manipolazioni, falsità, distorsioni, gli occultamenti. Il tutto sotto il
titolo “Disinformazione sistematica dell’informazione BBC sul conflitto israelo-palestinese e, specificamente, su Gaza”.
I rimproveri, a volte dure proteste, mirati personalmente al direttore generale Tim Davie e che chiedono le dimissioni di Sir Robbie Gibb, Consigliere d’Amministrazione e già capo delle Comunicazioni del governo tory di Theresa May, parlano di strutturale faziosità filo-israeliana e
filoccidentale, di censure editoriali, pressioni interne e silenziamento delle voci fuori dal coro, con minacce di rappresaglie a chi non sta agli “ordini di servizio”.
“Ci hanno negato il nostro lavoro di giornalisti. Ci hanno censurato articoli critici di Israele. Si pretende da noi una neutralità che in realtà si traduce nell’invisibilizzazione della sofferenza dei palestinesi e della loro resistenza”, dichiara il testo. Con particolare indignazione
viene poi menzionata la cancellazione del documentario “Medici sotto attacco”, che documenta le distruzioni e stragi israeliane di tutti gli ospedali di Gaza.
Il documento, che solo un’allucinazione potrebbe immaginare ripetuto dai giornalisti e dipendenti del nostro servizio pubblico e magari indirizzato anche a Enrico Mentana, così conclude: “Siamo collassati in termini dei nostri tradizionali standard deontologici. Non stiamo informando con
correttezza e contesto, né rappresentando le vittime palestinesi con umanità. Si priorizza la protezione di Israele da qualsiasi critica piuttosto che riferire la verità”
*(Fulvio Grimaldi – giornalista)

 

 

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