n°13 – 1/04/23: RASSEGNA DI NEWS NAZIONALI E INTERNAZIONALI. NEWS DAI PARLAMENTARI ELETTI ALL’ESTERO

01 – La Marca (Pd)*: interroga il governo sulla ratifica del CETA e sul voto alle europee degli italiani extra UE.
02 – Giuseppe Masala*: La verità su Deutsche Bank (e sul sistema bancario italiano)
03 – Thibaud Métais *: PER UN’ALTRA IDEA DI LAVORO. I giovani francesi si sono uniti alle proteste contro la riforma delle pensioni. Perché la considerano una minaccia per il loro futuro e contestano i metodi autoritari del presidente MACRON.
04 – Leonardo Clausi*: GB. EUROPA Labour: Corbyn non può candidarsi. Andrà da solo? Loro lo mettono al bando, lui ballerà molto probabilmente da solo. Martedì, il National Executive Committte, l’organo dirigenziale del partito laburista, ha votato 22 a 12 la proibizione all’ex leader […]
05 – La trascorsa settimana.
06 – Meno male che l’ultima riunione a Bruxelles è stato un successo.(ndr)
Luca Martinelli*: avanti a scoppio, accordo sull’e-fuel tra Ue e Germania – sì al combustibile sintetico (tedesco), no a quello agricolo (italiano).
07 – Tommaso Di Francesco*: Il nodo scorsoio del riarmo – CRISI UCRAINA. Pure assolutamente convinti della necessità di una forza di sinistra alternativa in questa rovinosa crisi italiana, consideriamo l’avvento di Elly Schlein alla segreteria del Pd come una occasione importante per […]
08 – Gianluca Dotti*: Le risposte alle domande più frequenti sulla carne coltivata in laboratorio – Vantaggi, criticità e incertezze sul prodotto proteico che potrebbe diventare tra i protagonisti della dieta del futuro
09 – Sandro Iannaccone*: scienza – il futuro delle piante, dallo spazio alla robotica. Robot ispirati alle piante e modelli biologici sempre più precisi: se ne è parlato a coltivato, il festival internazionale dell’agricoltura in corso a Torino.
10 – Le dichiarazioni del governo sul Pnrr non sono verosimili. Ricostruito i punti principali dei due comunicati del governo diffusi negli ultimi giorni, per spiegarne le contraddizioni e gli aspetti più problematici legati alla realizzazione del piano nazionale di ripresa e resilienza.(*)

 

01 – La Marca (Pd) INTERROGA IL GOVERNO SULLA RATIFICA DEL CETA E SUL VOTO ALLE EUROPEE DEGLI ITALIANI EXTRA UE. Capire se il CETA, l’accordo economico e commerciale di libero scambio tra Canada e Unione Europea, sia una priorità di questo governo.
E’ questo l’obiettivo della prima interrogazione parlamentare, depositata dalla Senatrice Francesca La Marca eletta nella circoscrizione Estero ripartizione America Settentrionale e Centrale, a seguito delle ultime dichiarazioni del Ministro dell’Agricoltura a margine del consiglio europeo dell’agricoltura e della pesca.

«HO DECISO DI PRESENTARE UN’ INTERROGAZIONE – SOTTOLINEA LA SENATRICE LA MARCA – PER SOLLECITARE IL GOVERNO A CONFERMARE QUANTO RECENTEMENTE DICHIARATO SUL CETA. DICHIARAZIONI CHE VANNO CONTRO LE AFFERMAZIONI NEGATIVE CHE, DA TEMPO, IL GOVERNO UTILIZZA PER APOSTROFARE L’ACCORDO IN QUESTIONE»
«Inoltre, alla luce dell’importanza che tale accordo ricopre per le aziende e per i lavoratori di Canada e Unione Europa, che attendono dal 2017 la conclusione dell’iter di ratifica e la completa attuazione del CETA, voglio che venga confermato l’impegno a sostenere, e quindi favorire, la rapida ratifica dell’accordo» ha concluso la senatrice.
La senatrice La Marca ha anche depositato una seconda interrogazione, che ha raccolto adesioni importanti di alcuni colleghi senatori fra cui l’ex presidente della Camera dei Deputati Casini, l’ex ministro Delrio, le ex segretarie della CGIL e della CISL Camusso e Furlan, per far luce su alcune segnalazioni di cittadini iscritti all’A.I.R.E, residenti in Canada e negli Stati Uniti d’America, che sono impossibilitati a esprimere il loro diritto di voto nelle elezioni europee.

«Come noto un cittadino iscritto all’A.I.R.E è un cittadino italiano a tutti gli effetti e, consequenzialmente, un cittadino dell’Unione Europea – specifica la Senatrice La Marca – eppure molti di loro mi hanno contattato perché, nonostante ciò, non sono riusciti a votare alle scorse elezioni europee»
«E’ alla luce di ciò che ho chiesto, con questa interrogazione parlamentare rivolta al Ministro per gli Affari Europei, il Sud, le Politiche di Coesione e il PNRR, se si è a conoscenza dell’incresciosa impossibilità di rappresentare il proprio voto e quali sono le misure che si hanno intenzione di mettere in atto per salvaguardare quello che, a tutti gli effetti, è un diritto violato»
*(Sen. Francesca La Marca – Ripartizione Nord e Centro America/Electoral College – North and Central America – Palazzo Cenci, – Piazza Sant’Eustachio, 83, 00186, Roma (Italy) – francesca.lamarca@senato.it)

 

02 – Giuseppe Masala*: LA VERITÀ SU DEUTSCHE BANK (E SUL SISTEMA BANCARIO ITALIANO)
A POCHE SETTIMANE DAL CLAMOROSO FALLIMENTO DELLA BANCA AMERICANA SILICON VALLEY BANK E AD UNA SETTIMANA DALL’ALTRETTANTO CLAMOROSO SALVATAGGIO IN EXTREMIS DELLA BANCA SVIZZERA CREDIT SUISSE È PARTITO IL TAM TAM DEI MASS MEDIA TRADIZIONALI E DEI SITI INTERNET SUL PROSSIMO FALLIMENTO DEL COLOSSO BANCARIO TEDESCO DEUTSCHE BANK.

Ad innescare queste voci è stato lo spettacolare aumento del costo dei CDS (Credit Default Swap) che assicurano dal fallimento i creditori di Deutsche Bank. A sua volta l’aumento di questi particolari titoli derivati ha innescato il crollo di borsa delle quotazioni azionarie del colosso tedesco.

In tempi di isteria massmediatica questo è bastato per far vaticinare a molti un cataclisma bancario europeo con tutte le conseguenze immaginabili sul sistema finanziario mondiale.

È certamente vero; dopo il fallimento di Lehman Brothers tutto è possibile, anche l’impensabile. Però non bisogna mai dimenticarsi di analizzare i cosiddetti fondamentali relativi alla nazione dove l’azienda in questione è radicata prima di lasciarsi andare a vaticini quantomeno spericolati.

La Germania ha un sistema paese (ancora) ricchissimo con una posizione finanziaria netta positiva per circa 3000 miliardi di dollari (significa che la nazione tedesca è creditrice sul resto del mondo per questa cifra stellare), lo Stato tedesco ha (ancora) ampi margini di intervento con un rapporto deficit/pil pari al 4,1% e un rapporto debito/pil pari al 72% (sono i dati ufficiali del 2022) e inoltre dove i privati hanno ampi margini di intervento grazie agli enormi capitali accumulati anche all’estero.

Pertanto non bisogna essere Tiresia per pronosticare che un’alchimia per salvare Deutsche Bank i tedeschi la troveranno comunque. Se sarà default (ma non sarà) questo sarà controllato e con il solo scopo politico di “punire” in parte gli azionisti, gli obbligazionisti e il management della banca ritenuti responsabili. Insomma né più e né meno di quello che è avvenuto solo pochi giorni fa con Credit Suisse; salvataggio garantito se necessario e punizione per i capri espiatori.

Allora dov’è il problema? Perché molte banche occidentali stanno fallendo o rischiano di fallire? Il problema è – secondo me – il deflusso di risorse finanziarie (quelle saudite, cinesi e russe tanto per non fare nomi) dai circuiti finanziari occidentali verso altri lidi. Conseguentemente i tassi si alzano perché di fronte a una domanda costante di moneta, se la disponibilità di liquidità è inferiore, la lotta per l’accaparramento spinge all’aumento dei prezzi (che quando si parla di moneta sono i tassi di interesse).

A questo punto esplodono per esempio i problemi negli strumenti derivati presenti nel portafoglio di molte banche; ma nel medio termine l’aumento dei tassi andrà anche ad incidere sulla capacità di rimborso dei prestiti delle imprese, facendo aumentare le insolvenze e conseguentemente erodendo redditività e capitale.

Dunque ci troviamo di fronte sia a problemi di liquidità immediata che a problemi di ricapitalizzazione in prospettiva. I primi sono risolvibili con iniezioni della banca centrale e i secondi con aumenti di capitale dove investitori privati e pubblici sono chiamati a sottoscrivere le azioni di nuova emissione.

Per quanto riguarda le iniezioni di liquidità, tutte le banche centrali occidentali, dalla FED fino alla Bank of Japan passando per la BCE, hanno dichiarato di essere pronte a fare tutto il necessario: in buona sostanza i Signori della Moneta hanno lanciato il draghiamo “Whatever it takes”.
Diverso è il discorso relativo agli eventuali (e direi probabili) aumenti di capitale necessari. Le banche centrali non possono certamente stampare moneta per sottoscrivere le azioni delle banche; sarebbe la loro totale perdita di credibilità, così come la perdita di credibilità della moneta che stampano.
Dunque i capitali devono essere messi da chi lì ha a disposizione. E qui diventa sbagliato parlare di sistema occidentale in generale: bisogna quantomeno discernere tra i paesi (intesi come nazione e dunque come la sommatoria di Stato, Famiglie e Imprese) che sono creditori e dunque in possesso di quei capitali necessari alle banche e i paesi che invece sono debitori netti verso l’estero. Tra i primi certamente vi sono la Germania, l’Austria, l’Olanda, il Belgio, la Danimarca e la Svezia. Tra i paesi debitori netti verso l’estero vi sono certamente la Francia e la Gran Bretagna che i due grandi malati con una posizione finanziaria netta verso l’estero di oltre 800 miliardi di dollari a testa, ma anche la Spagna e il Portogallo e fuori dall’euro anche la Polonia e l’Ungheria
Qui i capitali non ci sono e potrebbero essere necessarie manovre di austerità e, nel caso dei paesi appartenenti alla EU, anche l’intervento del MES.
UNA PAROLA FINALE SULL’ITALIA.
In caso di crisi bancaria, il sistema Italia (inteso come sommatoria di Famiglie, Imprese e Stato) i capitali per i salvataggi li avrebbe anche, visto che la posizione finanziaria netta del Bel Paese è positiva per circa 300 miliardi di dollari. Il problema è che lo Stato italiano è pieno di debiti e dunque quelle disponibilità sono – per logica – completamente nelle mani dei privati e sono da qualche parte all’estero.
I ricchi frati italiani saranno disposti ad aiutare il povero e miserando convento dove vivono
*(Fonte: Sinistrainrete. Giuseppe Masala, giornalista).

 

03 – Thibaud Métais *: PER UN’ALTRA IDEA DI LAVORO. I GIOVANI FRANCESI SI SONO UNITI ALLE PROTESTE CONTRO LA RIFORMA DELLE PENSIONI. PERCHÉ LA CONSIDERANO UNA MINACCIA PER IL LORO FUTURO E CONTESTANO I METODI AUTORITARI DEL PRESIDENTE MACRON.
Dopo più di due mesi di proteste, in Francia il movimento contro la riforma delle pensioni rimane forte e rumoroso. Il 28 marzo, la decima giornata di mobilitazione, non sono stati registrati i numeri record del 31 gennaio o del 7 marzo, e si è visto un calo rispetto al 23 marzo, la precedente giornata di proteste. Secondo il ministero dell’interno alle manifestazioni hanno partecipato 740mila persone, contro gli 1,08 milioni del 23 marzo. Tuttavia, il livello di coinvolgimento resta alto. Secondo la prefettura, a Parigi hanno sfilato in 93mila, in 450mila secondo la confederazione generale del lavoro (Cgt).
Gli studenti delle università e delle scuole superiori hanno partecipato in massa ai cortei, anche se il loro numero è difficile da stimare. A Parigi abbiamo incontrato ragazzi e ragazze che non avevano mai partecipato a una manifestazione. Tra loro c’era Julie (nome di fantasia), studente dell’Istituto nazionale di lingue e civiltà orientali (Inalco): “Per me è la prima volta. Sono potuta venire perché le mie lezioni sono state cancellate. Prima era difficile partecipare, perché la scuola ce lo impediva”, ha raccontato la ragazza di vent’anni. Raramente l’Inalco si mobilita, ma le cose stanno cambiando. “La settimana scorsa abbiamo organizzato un’assemblea generale. Se le manifestazioni continueranno ci sarò anch’io, di sicuro”, ha promesso Julie, anche se ha ammesso di avere “paura delle violenze della polizia”.
Anche tra le militanti più impegnate come Laura (nome di fantasia), “la paura dell’uso della forza” è grande. “La situazione è molto tesa. C’è il rischio di farsi picchiare ogni volta che manifestiamo”, sottolinea la studente di scienze politiche all’università di Parigi. “Ma non abbiamo intenzione di mollare. E siamo sempre di più”.
Maeva, che studia all’Université Paris-Panthéon-Assas, ha partecipato per la prima volta a una protesta. A convincerla a scendere in piazza non è stata tanto la necessità di schierarsi contro la riforma delle pensioni, ma il fatto che il governo abbia usato l’articolo 49.3 della costituzione (che permette al primo ministro di far passare una legge senza il voto dell’assemblea nazionale) e la violenza delle forze dell’ordine. “Queste pratiche antidemocratiche vanno contro le nostre libertà individuali”, sottolinea la studente di diritto internazionale.

Anche per Laetitia e Léo, studenti di quindici e sedici anni che frequentano l’istituto Henri-Wallon di Aubervilliers, il ricorso al 49.3 è stato “la goccia che ha fatto traboccare il vaso”. Hanno deciso di agire e creare un comitato di mobilitazione liceale ad Aubervilliers. Per il momento il comitato è composto solo da sei persone, ma il 30 marzo è in programma un’assemblea per coinvolgere altri studenti. “I ragazzi non hanno abbastanza informazioni su quello che sta succedendo”, sottolinea Laetitia.
Un manifestante aggredito da poliziotti a Lione, 23 marzo 2023 – Laurent Cipriani, Ap/LapresseUn manifestante aggredito da poliziotti a Lione, 23 marzo 2023 (Laurent Cipriani, Ap/Lapresse)
I più giovani si sono mobilitati contro la riforma delle pensioni, ma la loro protesta si allarga ad altri ambiti. Come, per esempio, il servizio nazionale universale (un mese di volontariato da svolgere in strutture civili e militari che nel dicembre 2022 il presidente Emmanuel Macron ha detto di voler rendere obbligatorio per via della guerra in Ucraina e della crisi climatica) o la piattaforma di orientamento alla scelta dell’università Parcoursup.

“ABBIAMO L’IMPRESSIONE DI NON ESSERE PIÙ IN UNA DEMOCRAZIA E CHE NESSUNO CI ASCOLTI”, SPIEGA ARNAUD. LUI È FIGLIO DI AMBIENTALISTI, LAETITIA VIENE DALLA “CLASSE OPERAIA”. IL MOVIMENTO SOCIALE LI HA AVVICINATI. ENTRAMBI SONO CONVINTI CHE IL GOVERNO ABBIA “PAURA DEI GIOVANI. PER QUESTO NON BISOGNA MOLLARE”.
A Strasburgo gli studenti erano in testa a un corteo meno numeroso rispetto ai precedenti. “Macron, fai come me, tassa gli amici tuoi”, si legge sul cartello mostrato da Jules, studente di storia. Poco lontano, Manon, Élise e la madre mostrano altri cartelli, come quello con la scritta: “È arrivato il momento delle pulizie di primavera!”. “Per noi è la terza o quarta manifestazione”, spiega Manon, operaia nel settore agricolo. “All’inizio venivamo per la riforma delle pensioni, ma ora siamo arrabbiate per tutto. Alle ultime elezioni abbiamo votato per Macron contro il Rassemblement national, ma ora lui se ne sta approfittando. La Francia è in crisi come mai prima d’ora. L’ambiente è in crisi. Ma Macron non fa nulla”.
A Bordeaux, Lyla Chancelier e Charles Ferré, entrambi di diciannove anni, hanno partecipato “a tutte le manifestazioni”. Studenti di fisica e biologia all’università di Bordeaux, sentono il dovere di partecipare anche se la loro facoltà non è stata occupata e devono saltare le lezioni per unirsi alle proteste. “Denunciamo l’uso dell’articolo 49.3 e la decisione di approvare una legge con la forza”, ha spiegato Chancelier con tono sdegnato. Il 23 marzo i due ragazzi erano presenti quando è stato dato alle fiamme il portone del municipio. Hanno detto di temere che la situazione diventi “più violenta”. “Non è necessariamente quello che vogliamo”, hanno spiegato. “Hanno rafforzato la presenza della polizia, e la violenza è aumentata”.

DA SAPERE – IL CONTENUTO DELLA RIFORMA
Il punto principale della riforma delle pensioni, voluta dal presidente francese Emmanuel Macron, è l’innalzamento dell’età pensionabile da 62 a 64 anni entro il 2030. Prevede inoltre che dal 2027 salgano a 43 gli anni di contributi necessari. Il progetto è universale, cioè riguarda tutti i lavoratori, ed è considerato dal governo preferibile a un aumento delle somme da versare per i contributi previdenziali. La riforma è stata presentata al consiglio dei ministri il 23 gennaio. Il 19 gennaio erano cominciate le prime manifestazioni di protesta.Il 16 marzo la riforma è stata votata dal senato e poi approvata ma facendo ricorso all’articolo 49.3 della costituzione, che permette di evitare il voto dell’assemblea nazionale. Les Échos
Tenendo conto degli scontri avvenuti nella settimana del 20 marzo, compresi quelli al bacino idrico di Sainte-Soline nel fine settimana del 25 e 26 marzo, le autorità consideravano ad alto rischio la decima giornata di mobilitazioni. Il corteo parigino, partito da place de la République alle due del pomeriggio, ha sfilato senza incidenti fino a place de la Nation. Alcuni scontri si sono verificati alla fine del pomeriggio, quando sono stati saccheggiati dei negozi. Ma niente di paragonabile alle violenze di giovedì 23 marzo, prima e dopo la mobilitazione.
Alla fine della giornata del 28 marzo la prefettura ha comunicato che le forze dell’ordine avevano arrestato cinquantacinque persone. Scontri tra polizia e manifestanti si sono verificati anche a Strasburgo, Rennes, Nantes, Tolosa e Lione.
La maggioranza di chi scende in piazza non approva il ricorso alla violenza, ma molti si rifiutano di condannarla e puntano il dito contro Emmanuel Macron. A Strasburgo il corteo, del tutto tranquillo, si è diviso nei pressi dell’università mentre gli studenti cantavano “la strada è nostra”. Poco dopo si sono sentite le prime esplosioni. “Questa violenza non mi sorprende”, ha sottolineato Bernard Klautz, pensionato che sfilava nel corteo autorizzato. Secondo lui “è il governo ad aver usato la violenza” fin dall’inizio. “Si raccoglie quello che si semina”, aggiunge Klautz.

DIVERSE CAUSE SI UNISCONO
Incidenti gravi si sono verificati anche a Lione. Dopo il danneggiamento di alcuni negozi e un fitto lancio di oggetti, la polizia ha risposto con i gas lacrimogeni e gli idranti. Un gruppo che secondo la prefettura era composto da un migliaio di persone in testa al corteo ha impedito più volte il passaggio dei rappresentanti sindacali.
A Tolosa le forze dell’ordine sono intervenute per dividere in due il corteo. Secondo gli osservatori della Ligue des droits de l’homme, le forze dell’ordine “non fermano i manifestanti, ma seguono una nuova tattica: separano i cortei in diversi blocchi”.
A Bordeaux, dove ci sono stati scontri in varie zone, Carine Des­brousses festeggiava i suoi 51 anni. Per lei la battaglia non è più soltanto contro la riforma delle pensioni. Come all’epoca dei gilet gialli, anche in questo caso le questioni sociali hanno preso il sopravvento sulla rivendicazione iniziale (all’epoca era l’aumento del prezzo del carburante).
“Lo abbiamo visto sabato a Sainte-Soline. Le persone cominciano a perdere la pazienza. Diverse cause si uniscono tra loro, com’è successo al tempo dei gilet gialli. C’è anche il tema dei salari e quello della gestione delle risorse idriche. Perché favorire un gruppo ristretto di persone, a scapito dell’interesse generale? I giornali europei stanno parlando di noi, la protesta sta crescendo. Bisogna andare avanti”, sottolinea Desbrousses
La confederazione dei sindacati intende proseguire la mobilitazione almeno fino alla decisione del consiglio costituzionale, che dovrà pronunciarsi entro il 14 aprile sul testo della riforma per decidere se il suo contenuto e il modo in cui è stato approvato rispettano la costituzione.

VIOLENZA SMISURATA
Oltre agli scontri durante le manifestazioni contro la riforma delle pensioni, il 25 e il 26 marzo ci sono stati degli incidenti anche a Sainte-Soline, nella Francia centroccidentale, tra la polizia e migliaia di persone che protestavano contro un grande bacino idrico, destinato all’irrigazione dei campi agricoli. L’obiettivo della contestazione era la gestione delle risorse idriche, che favorisce il settore agricolo invece dell’intera comunità. Alcune testimonianze raccolte dalla stampa francese denunciano che a Sainte-Soline gli agenti di polizia hanno usato la forza in modo sproporzionato. Sono stati inoltre ostacolati i soccorsi ad alcuni manifestanti feriti in modo grave, due dei quali sono in coma. Il 28 marzo a Rennes sono state aperte due inchieste separate sulla vicenda. Il 29 marzo il ministro dell’interno Gérald Darmanin ha dichiarato che la polizia non ha commesso violenze né ha fatto un uso sproporzionato della forza. Sul sito Mediapart il direttore Edwy Plenel mette in relazione gli incidenti dello scorso fine settimana con i metodi adottati dalle forze dell’ordine contro il movimento che protesta per la riforma delle pensioni: “La repressione senza precedenti del 25 marzo a Sainte-Soline svela non solo l’accelerazione autoritaria di una presidenza pronta a brutalizzare la democrazia per imporre la sua volontà, dimostra anche la cecità dei leader francesi di fronte all’emergenza ambientale. Il governo ha sempre demonizzato e criminalizzato l’impegno e la mobilitazione di chi affronta queste sfide vitali per il pianeta
(Fonte – Le Monde, Francia – Thibaud Métais- giornalista)

 

04 – Leonardo Clausi*: GB. EUROPA LABOUR: CORBYN NON PUÒ CANDIDARSI. ANDRÀ DA SOLO? LORO LO METTONO AL BANDO, LUI BALLERÀ MOLTO PROBABILMENTE DA SOLO. MARTEDÌ, IL NATIONAL EXECUTIVE COMMITTTE, L’ORGANO DIRIGENZIALE DEL PARTITO LABURISTA, HA VOTATO 22 A 12 LA PROIBIZIONE ALL’EX LEADER DEL PARTITO JEREMY CORBYN – ATTUALMENTE SOSPESO DAL PARTITO – DI CANDIDARSI NELLE FILE DEL LABOUR ALLE PROSSIME ELEZIONI POLITICHE, FRA CIRCA DICIOTTO MESI.

La mozione – senza possibilità di appello – era stata presentata da Keir Starmer, l’attuale leader, e formulata in riferimento alla presenza di Corbyn come potenzialmente assai dannosa per le chance laburiste di vincere le suddette elezioni; e dunque, senza fare alcun riferimento alla ragione prima della sospensione di Corbyn: l’immondo antisemitismo di cui gronderebbero le fila della sinistra del partito.

Immediata la reazione del bandito all’esito dell’iniziativa del leguleio Sir Keir – ed ex ministro ombra dell’interno del già leader Corbyn – che ha definito la mossa un «vergognoso attacco alla democrazia del partito, ai suoi membri e alla giustizia. Non mi lascerò ridurre al silenzio. Ho passato la mia vita a lottare per una società più giusta per conto degli elettori di Islington North e non ho intenzione di fermarmi ora». Tutti la leggono come il lancio di una carriera solista, il presentarsi come indipendente. A quel punto l’espulsione sarebbe quasi certa.

Già, la londinese Islington North. Una delle roccaforti Labour più inviolabili, dove Corbyn ha vinto quasi i due terzi dei voti nel 2019, accumulando una maggioranza di oltre 26.000 sui liberaldemocratici staccati di n lunghezze. Un luogo dove il settantacinquenne ex leader è adorato e che rappresenta dal 1983. Alle ultime elezioni lo hanno votato in 34.603. Anche se in passato gli altri transfughi ex-Labour che hanno riprovato a presentarsi da indipendenti sono stati tutti triturati dalla macchina dirigenziale della balena rosa, Corbyn potrebbe dare seri fastidi a Starmer e alla sua normalizzazione post-blairiana. E non solo perché sarebbe sostituito da un nessuno.
L’unilateralismo di Starmer, che gioca molto sulla sua immagine di paladino dei diritti umani, potrebbe ritorcerglisi contro. La sua purga, se non staliniana, è stata definita putiniana (il che, ormai, è senz’altro peggio) da Jon Lansman, il leader e fondatore del gruppo di sinistra Momentum, che del disgraziato ex leader è alleato.
Lansman ha anche sottolineato quanto la pur solida batosta subita nel 2019 – in realtà causata molto più delle lagne dei centristi su un europeismo politicamente letale per chiunque nel clima di allora – non sia tanto peggiore di quelle di altri ex leader, nessuno dei quali analogamente purgato. Allora il partito prese un (32,2%) senz’altro meno catastrofico di quanto totalizzato del testé riesumato Ed Miliband nel 2015 (30,4%), di Gordon Brown nel 2010 (29%), per non parlare di quelle ancora precedenti di Kinnock e di Foot.
Corbyn è sospeso dall’ottobre 2020 per i suoi commenti sull’esito di un’inchiesta della Commissione per l’uguaglianza e i diritti umani (Ehrc) sull’antisemitismo nel Labour, che aveva denunciato «gravi mancanze» durante il suo mandato.
*(Fonte: Il Manifesto. Leonardo Clausi, LONDRA)

 

05 – LA TRASCORSA SETTIMANA.
La visita a Mosca del presidente cinese Xi Jinping all’omologo Vladimir Putin si è conclusa con la firma di accordi per rafforzare la collaborazione economica su energia e commercio, ma senza svolta diplomatica sull’Ucraina;
Le azioni di Deutsche Bank hanno avuto pesanti perdite perché si è diffusa sui mercati l’idea che possa essere la prossima grande banca a rischio crollo dopo Credit Suisse, acquistata da UbS per evitare il rischio contagio globale;
La Federal Reserve ha alzato ancora i tassi d’interesse di 25 punti base, la Bank of England di 25, la Banca centrale svizzera di 50;
Nel corso del Consiglio europeo la presidente della Commissione Ursula von der Leyen si è detta favorevole a un incremento del numero di ingressi regolari di lavoratori dai Paesi terzi;
Il governo francese ha superato il voto di sfiducia del Parlamento sulla riforma delle pensioni;
Il Parlamento svedese ha approvato l’annessione del Paese alla Nato;
Il Ceo di TikTok Shou Chew ha spiegato al Congresso degli Stati Uniti che il colosso non rappresenta una minaccia per la sicurezza nazionale.

 

06 – Meno male che l’ultima riunione a Bruxelles è stato un successo.(ndr)
Luca Martinelli*: AVANTI A SCOPPIO, ACCORDO SULL’E-FUEL TRA UE E GERMANIA – SÌ AL COMBUSTIBILE SINTETICO (TEDESCO), NO A QUELLO AGRICOLO (ITALIANO). MA SOPRATTUTTO UN’ALTRA TEGOLA SUL NO AI MOTORI ELETTRICI DAL 2035 – AVANTI A SCOPPIO, ACCORDO SULL’E-FUEL TRA UE E GERMANIA

Il braccio di ferro interno alla Commissione europea sullo stop al 2035 per le auto alimentate da combustibili fossili si è chiuso ieri. «Abbiamo raggiunto un accordo con la Germania sull’uso futuro degli e-fuel nelle automobili» ha annunciato in un tweet il vice presidente della Commissione europea, Frans Timmermans. «Lavoreremo ora per ottenere quanto prima l’adozione delle norme in materia di CO2 per il regolamento sulle autovetture e la Commissione darà seguito rapidamente alle misure giuridiche necessarie per attuare il “considerando 11″», ha spiegando facendo riferimento al paragrafo che prevede una deroga per i carburanti sintetici dallo stop alla vendita delle auto a motori termici dal 2035».

( FRANS TIMMERMANS- ABBIAMO RAGGIUNTO UN ACCORDO SULL’USO DEGLI E-FUEL NELLE AUTOMOBILI, ORA LAVOREREMO PER OTTENERE QUANTO PRIMA L’ADOZIONE DELLE NORME SULLA CO2)
Molto più pragmatico è il ministro dei trasporti tedesco, Volker Wissing: «I veicoli dotati di motore a combustione possono essere immatricolati dopo il 2035 se utilizzano solo carburanti neutri in termini di emissioni di CO2». Il suo messaggio evidenzia, tra le righe, il possibile fallimento di una politica estremamente rigorosa e radicale, quella proposta dall’Unione europea che voleva vietare la vendita di tutte le nuove auto con motore a combustione a partire dal 2035. A differenza dell’Italia, con il governo Meloni che ha sempre e a più riprese ribadito il proprio no a ogni opzione volta a ridurre l’impatto della mobilità sulle emissioni, la Germania ha lavorato di cesello, chiedendo un’esenzione per le auto che bruciano e-fuel, sostenendo che tali carburanti possono essere prodotti utilizzando energia rinnovabile e carbonio catturato dall’aria, in modo da non rilasciare ulteriori emissioni nell’atmosfera.

IN BASE ALL’ACCORDO raggiunto, la Commissione designerà prima una nuova categoria di veicoli per le auto che funzionano esclusivamente con carburanti elettronici, quindi presenterà un atto delegato che consentirà a questi veicoli di essere conteggiati ai fini degli obiettivi di CO2 per le auto dell’Ue. È stato anche concordato che la Commissione presenterà una dichiarazione che illustri l’approccio legislativo che consentirà l’immatricolazione di auto esclusivamente a combustibile elettronico dopo il 2035.

Invece di affrontare il problema in modo serio, il nostro Paese attacca ancora l’Europa: «L’accordo tra Germania e Ue sull’uso dei carburanti sintetici, con l’esclusione dei biocarburanti, è semplicemente intollerabile. È un’intesa destinata a danneggiare non solo l’Italia ma tutta l’Europa» ha detto ad esempio il deputato e responsabile del Dipartimento Energia di Forza Italia Luca Squeri, attaccando l’ambientalismo folle della sinistra europea; «È necessario difendere strenuamente il principio della neutralità tecnologica, in base al quale deve essere consentito ridurre le emissioni inquinanti anche con i biocarburanti che, considerando il ciclo di vita, sono più sostenibili dell’elettrico».

PASSA IN SECONDO piano il rischio reale, evidenziato nel commento di Julia Poliscanova, direttore senior per i veicoli e la mobilità elettrica di Transport & Environment: «L’Europa – ha detto – deve fare un passo avanti e dare chiarezza alla sua industria automobilistica che è in corsa con gli Stati uniti e la Cina. I carburanti elettronici sono un diversivo costoso e fortemente inefficiente rispetto alla trasformazione in elettrico che le case automobilistiche europee devono affrontare. Per il bene della credibilità climatica dell’Europa, l’accordo sulle auto a zero emissioni del 2035 deve entrare in vigore senza ulteriori ritardi».

UN DIVERSIVO di fronte all’urgenza di frenare un settore, quello dei trasporti, ormai responsabile secondo l’Agenzia europea per l’ambiente di oltre un quarto delle emissioni totali di gas a effetto serra nell’Ue. «Non è prevista un’inversione di tendenza. Ciò rende il settore dei trasporti un grosso ostacolo alla realizzazione degli obiettivi dell’Ue in materia di protezione del clima. Autovetture, furgoni, camion e autobus producono oltre il 70% delle emissioni di gas a effetto serra generate dai trasporti», sottolinea un documento dell’agenzia.

IL BICCHIERE è però mezzo pieno nel commento di Andrea Boraschi, direttore di Transport & Environment Italia: «L’accordo tra Bruxelles e Berlino ha il merito di porre fine a una fase di stallo che ha rischiato di pregiudicare un lungo lavoro e gli obiettivi europei di difesa del clima. Ora l’Unione deve procedere rapidamente e dare chiarezza alla sua industria automobilistica». Cosa accadrà lo capiremo martedì, quando i ministri dell’energia europei, riuniti in Consiglio, voteranno in via definitiva lo stop alle auto a benzina o diesel dal 2035.
*( Fonte : Il Manifesto. Luca Martinelli , è giornalista, autore e attento osservatore del territorio italiano.)

 

07 – Tommaso Di Francesco*: IL NODO SCORSOIO DEL RIARMO – CRISI UCRAINA. PURE ASSOLUTAMENTE CONVINTI DELLA NECESSITÀ DI UNA FORZA DI SINISTRA ALTERNATIVA IN QUESTA ROVINOSA CRISI ITALIANA, CONSIDERIAMO L’AVVENTO DI ELLY SCHLEIN ALLA SEGRETERIA DEL PD COME UNA OCCASIONE IMPORTANTE PER […]

Pure assolutamente convinti della necessità di una forza di sinistra alternativa in questa rovinosa crisi italiana, consideriamo l’avvento di Elly Schlein alla segreteria del Pd come una occasione importante per tutti per una opposizione in questo Paese precipitato nell’epoca dell’estrema destra al governo. Tuttavia accadono cose che è impossibile non sottolineare. Soprattutto in queste ore drammatiche, di fronte al discorso minaccioso di Putin che annuncia il dispiegamento di armi nucleari tattiche in Bielorussia, bontà sua dichiarando «nel rispetto del Trattato Start», come se la cosa non mettesse lo stesso il mondo nel terrore.

Parliamo di quello che è accaduto giovedì 23 scorso a Bruxelles alla riunione del Pse, le forze socialiste europee. Dove, e non è chiaro a quale titolo, insieme a Schlein, al premier spagnolo Sanchez e alla premier finlandese Marin e a tanti altri, ha partecipato Jens Stoltenberg, il segretario generale della Nato. La cosa è sorprendente per diversi ordini di motivi. Il primo è che nessuno dei presenti ha avuto a quanto pare niente a che ridire. Sarà stata una sorpresa per molti, oppure era invitato – ma ripetiamo, a che titolo visto che Stoltenberg è stato sì dirigente laburista norvegese ma fino al 2014? Oppure siamo di fronte alla strategia dell’«ospite ingrato»: dare la tribuna a quello che dovrebbe essere un avversario per essere legittimati?
Oppure meglio ancora, un revival di memoria, annoverando la triste storia dei leader neoliberisti di sinistra Clinton, Blair e tanti altri che hanno avviato tutte le guerre sporche che hanno preceduto l’aggressione di Putin all’Ucraina?

Più credibile che abbia a tutti i costi voluto approfittare di questa «antica» tribuna preoccupato di cambi di posizioni in un’area politica delicata quanto decisiva. Così, insieme ai temi attesi nel dibattito del Pse, welfare, Green deal, immigrazione, digitale, lavoro e diritti, è arrivato Stoltenberg a declinare la sua priorità, quella del riarmo: «Bisogna aumentare la produzione delle armi – ha dichiarato -per aiutare Kiev per sempre».

Hai voglia a dire che Schlein ha anticipato con la mossa di essere presente sempre a Bruxelles, ma in una sede formalmente alternativa, l’arrivo nella capitale europea di Giorgia Meloni. Perché sul tema del riarmo è la destra ad avere l’ultima parola e a guidare le danze. Soprattutto se su questo tema si tace o si farfuglia, anche in parlamento.

Di più. C’era una volta nel Pd, appena la scellerata guerra di Putin è iniziata, un’area significativa che sull’invio di armi insisteva sul «controllo, perché non dovranno essere di offesa ma di difesa» e che allo stesso tempo diceva no al riarmo italiano. Questa strategia ora a dir poco vacilla, di fronte al fatto che ormai l’Occidente invia armi apertamente d’offesa come cacciabombardieri, droni e micidiali proiettili all’uranio impoverito – alla faccia della difesa. Non basta dire «non ci faremo dettare l’agenda dalla Nato» se la Nato arriva ad abbaiare anche dentro la massima assise dei socialisti europei.

Perché dopo un anno di invio di armi come partecipazione indiretta di guerra quale unica e assoluta risposta alla guerra russa, gli arsenali si sono svuotati proprio grazie ai massicci invii di armi. Gioco forza il governo Meloni-Crosetto, per il quale la guerra ucraìna è la polizza assicurativa quanto a durata di legislatura e legittimità atlantica, ha buon gioco a proporre l’aumento delle spese militari per riempire di nuovo gli arsenali, che poi si svuoteranno e saranno di nuovo da riempire, «per sempre». C’è l’obiettivo del 2% di Pil in spese militari; certo già avviato da prima ma mai ratificato o deciso dai parlamenti, compreso quello italiano, mentre la «virtuosa» e apripista Polonia punta al 4%. Spalmati negli anni fino al 2028, sarebbero 13 miliardi in più sul bilancio dello Stato. Che volete che siano? Evitiamo il rapporto considerato «errato» con le spese sociali che invece vengono centellinate e revisionate in un’ottica privatistica. Il nodo è che così facendo entriamo nell’ottica di guerra prolungata ovunque.

Non basta infatti dire che per quella data la guerra ucraina sarà finita (ma ne siamo sicuri?): arriva l’avvertimento del segretario di Stato Usa Blinken che dice che «nel 2027 la Cina attaccherà Taiwan»; e riprende la guerra in Siria. Insomma, approvare oggi l’aumento delle spese militari vuol dire inscrivere il Paese e il suo immediato futuro dentro una stagione bellica infinita. Il fatto più incredibile però non è nemmeno questo. È che per la quarta volta in un mese e mezzo il capo di stato maggiore dell’esercito Usa Mark Milley ha ripetuto, pochi giorni fa al Pentagono, che non c’è soluzione militare al conflitto e che «l’obiettivo dichiarato da Zelensky, la restituzione all’Ucraina dei confini del 1991, è troppo ambizioso», in buona sostanza che non c’è sul campo nessuna vittoria dell’una o dell’altra parte. Ci si chiede: a che serve inviare nuove micidiali e sofisticate armi. Se nessuno parla lo fa la presidente del Consiglio d’estrema destra: «Per riequilibrare le forze in campo».
PENTAGONO: «TROPPO AMBIZIOSO PER KIEV TORNARE AI CONFINI DEL 91»(1)
Eppure non è una serata di risiko a tavolino, perché allora per «riequilibrare», ora che Putin ri-disloca le armi tattiche nucleari, dovremmo forse inviare armi atomiche, il fantasma più volte agitato in questo anno di guerra?. Intanto dopo Bakhmut, l’attesa è per l’offensiva e corrispettiva controffensiva di primavera. Ci siamo. Se finora – ai margini della terza guerra mondiale con linee rosse invalicabili colpite «per sbaglio» – gli «incidenti» sono stati gravi ma eccezioni e alla fine l’abbiamo scampata bella, ora nello scontro definitivo, si moltiplicheranno.
Il mondo intero è a rischio, uno schieramento di Paesi del Sud, vuole un negoziato, la Cina è andata nella tana del lupo a Mosca ricevendo bordate da tutte le parti.
Ma adesso tutti corrono a Pechino scoprendo, come lo spagnolo Sanchez «punti interessanti nella proposta cinese», ma ahimè, sembrano più preoccupati delle sorti delle
*( Fonte: il Manifesto – Tommaso Di Francesco, è un poeta, giornalista e scrittore italiano.)

 

Sabato Angieri.(*) – PENTAGONO: «TROPPO AMBIZIOSO PER KIEV TORNARE AI CONFINI DEL 91»
«La restituzione dell’intero territorio all’Ucraina, secondo i confini del 1991, è un compito troppo grande, che sarebbe estremamente difficile da risolvere con mezzi militari». Lo ha detto ieri il capo di Stato maggiore congiunto statunitense Mark Milley durante un’audizione presso la Commissione per gli stanziamenti della Camera.
«Tale obiettivo, dichiarato dal presidente Zelensky, è troppo ambizioso», ha ammesso Milley, rispondendo a una domanda. Ovviamente, poco dopo l’alto generale ha chiarito che sarà solo Kiev a poter decidere le condizioni per la fine del conflitto. «Come ha detto il presidente (Joe Biden, ndr) e come stabilito dalle sue direttive, questa è una decisione che prenderà l’Ucraina. Il nostro compito è aiutarla a difendersi. Non siamo in guerra con la Russia», ha aggiunto.

POCO DOPO il Segretario di stato Usa, Antony Blinken, ha chiarito che Washington è pronta a cooperare con Mosca per una soluzione in Ucraina, ma non vede alcun desiderio della controparte in tal senso. «Se vedessimo qualche segno che la Russia è determinata e pronta a una significativa cooperazione diplomatica per fermare questa aggressione, lo coglieremmo al volo. Purtroppo, ad oggi non abbiamo visto tali segnali», ha affermato Blinken, forse rispondendo anche alle polemiche che negli ultimi giorni hanno investito l’amministrazione di Biden rispetto al cosiddetto «piano di pace cinese».

PER TUTTA LA SETTIMANA, infatti, la Casa bianca è stata accusata da più parti, senza citare Mosca e Pechino, di ostruzionismo rispetto alla proposta cinese. Washington non vede di buon occhio il nuovo asse sino-russo e questo è un fatto. Ma neanche Kiev è felice che in un momento così delicato sul campo di battaglia il Cremlino abbia trovato una nuova sponda. Anche perché nel punto focale degli scontri armati tra ucraini e russi la situazione potrebbe cambiare presto.
L’intelligence di Kiev, attraverso le parole di Vadym Skibitskyi, vice-capo dei Servizi militari, ritiene che Mosca sarebbe ormai incapace di «condurre un’offensiva in più direzioni» aggiungendo una valutazione molto interessante rispetto agli scopi dell’operazione militare speciale. L’esercito russo si sarebbe ridotto a un «unico obiettivo: raggiungere i confini amministrativi delle regioni di Donetsk e Lugansk». Tuttavia, secondo il funzionario, la manovra non sta sortendo gli effetti sperati poiché «ciò richiede la pianificazione e la conduzione di operazioni strategiche su larga scala». In altri termini, nonostante Mosca stia continuando a bersagliare zone diverse del Donetsk, Avdiivka e Lyman in particolare, lo sfondamento è attualmente fuori questione.
Senza contare che al momento le forze armate di Zelensky si starebbero addirittura preparando a un contrattacco su Bakhmut. Lo dicono il ministero della Difesa britannico, l’Istituto per gli Studi sulla Guerra e il comandante delle forze di terra ucraine, Oleksandr Syrsky. Secondo quest’ultimo i soldati russi nell’area sarebbero «stremati» ma non hanno perso «la speranza di prendere Bakhmut a tutti i costi, nonostante le perdite di uomini e attrezzature». Perciò, «molto presto approfitteremo di questa opportunità». È quanto mai singolare che una possibile conferma di tale eventualità è giunta dal capo della Wagner in persona. Evgeny Prigozhin ha infatti affermato che «il nemico ha concentrato un raggruppamento di oltre 80mila militari intorno a Bakhmut» che potrebbero, addirittura, essere usati per raggiungere Belgorod, in territorio russo. Ma sappiamo che Prigozhin non perde occasione per tentare di convincere l’opinione pubblica russa che l’apporto dei suoi uomini sia fondamentale per vincere questa guerra.

A PROPOSITO della Wagner, Bloomberg ieri ha diffuso la notizia che la compagnia sarebbe pronta a «disimpegnarsi» dall’area del Donbass per spostarsi in Africa a causa della decisione dei vertici militari russi di tagliare le forniture di uomini e munizioni. Poco dopo lo stesso Prigozhin ha smentito l’indiscrezione dal suo canale Telegram: «Sembra che Bloomberg sappia meglio di noi quello che faremo. Fino a quando il nostro Paese ha bisogno di noi, rimarremo a combattere in Ucraina». Ma non è stata l’unica smentita della giornata. A metà pomeriggio Kiev aveva annunciato il ritiro delle truppe russe da Nova Kakhovka, la cittadina famosa per la presenza della diga sul fiume Dnipro, nella regione di Kherson. Ma nel giro di poche ore c’è stata prima la smentita russa e poi le scuse ucraine, che imputano all’uso «scorretto dei dati disponibili» la fallace dichiarazione.
INTANTO LA SLOVACCHIA ha annunciato che i «primi 4 caccia Mig-29 sono stati inviati in sicurezza alle forze armate ucraine», provocando la reazione piccata di Mosca che ha parlato di «un altro passo che indica che nella questione ucraina i Paesi della Nato e dell’Ue continuano il percorso verso l’escalation del conflitto».
*( Fonte: Il Manifesto. Sabato Angieri – Giornalista freelance -scrittore, traduttore e autore teatrale. Dodici anni di esperienza come reporter per la carta stampata e per diverse pubblicazioni on-line.)

 

08 – Gianluca Dotti*: LE RISPOSTE ALLE DOMANDE PIÙ FREQUENTI SULLA CARNE COLTIVATA IN LABORATORIO – VANTAGGI, CRITICITÀ E INCERTEZZE SUL PRODOTTO PROTEICO CHE POTREBBE DIVENTARE TRA I PROTAGONISTI DELLA DIETA DEL FUTURO
STOP ALLA CARNE SINTETICA: NEL DISEGNO DI LEGGE PRESENTATO DAL MINISTERO DELL’AGRICOLTURA – E DISCUSSA NEL CONSIGLIO DEI MINISTRI DEL 28 MARZO – È PREVISTO IL DIVIETO IN ITALIA ALLA PRODUZIONE DI ALIMENTI A PARTIRE DA COLTURE CELLULARI O TESSUTI DI ANIMALI VERTEBRATI.
Di fatto, questo provvedimento una volta approvato metterebbe uno stop alla possibilità di produrre carne coltivata in laboratorio, un cibo che è frutto di un lungo lavoro di ricerca e sviluppo e che oggi è ritenuto potenzialmente centrale nell’alimentazione del futuro, anzitutto perché in grado di contribuire a risolvere i problemi di inquinamento ambientale.
Ma che cosa si intende per carne sintetica o coltivata in laboratorio, quali sono le sue caratteristiche, i pro e i contro? Abbiamo raccolto qui le risposte ad alcune delle domande più frequenti su questo tema.

CARNE SINTETICA E CARNE VEGETALE: CHE DIFFERENZE CI SONO?
COS’È LA CARNE SINTETICA?
La carne sintetica, detta anche coltivata o artificiale, è un alimento proteico ricavato da un processo di coltivazione in vitro di cellule animali. Queste ultime vengono estratte da tessuti di polli, mucche o maiali (e potenzialmente da altri animali) e vengono fatte moltiplicare in un ambiente controllato. Spesso erroneamente confusa con la carne vegetale, quella sintetica rappresenta invece a tutti gli effetti un prodotto di origine animale anche se la sua produzione non è associata all’allevamento e alla macellazione di esemplari viventi.

COME SI PRODUCE LA CARNE SINTETICA?
La carne sintetica viene prodotta in laboratorio ed è il risultato di un processo di coltivazione cellulare che parte dalle cellule staminali embrionali di un animale. Queste possono poi essere trasformate in cellule dei principali tessuti, attraverso un processo di differenziazione cellulare. Il tutto si verifica all’interno di appositi terreni di coltura e crescita, realizzati per fornire tutto il nutrimento necessario per lo sviluppo e la riproduzione delle cellule stesse.

Il risultato finale è carne a tutti gli effetti ma, a differenza di quella tradizionale che si produce attraverso processi di allevamento, si origina da procedimenti e metodi di laboratorio, prestabiliti nel dettaglio per giungere a un prodotto finale specifico.

QUALI SONO I PRINCIPALI VANTAGGI PER L’AMBIENTE?
Si stima che la produzione di carne sintetica riduca di circa il 98% le emissioni di gas serra rispetto a quella tradizionale, soprattutto perché abbatte l’impiego di allevamenti intensivi e richiede un minore utilizzo di energia. Tutto questo si lega anche a un minore consumo di acqua, di antibiotici e di farmaci di vario genere, oltre a un’occupazione inferiore di suolo: la carne sintetica richiede il 95% di suolo in meno.

QUALI ALTRI VANTAGGI HA LA CARNE SINTETICA?
Essendo prodotta in laboratorio, la carne coltivata in laboratorio rappresenta un’alternativa cruelty free alla produzione tradizionale di carne, in quanto – lo ribadiamo – evita il processo di macellazione degli animali. Da non sottovalutare anche l’aspetto relativo alla sicurezza alimentare: la carne non viene, infatti, esposta a sostanze come pesticidi, fungicidi e antibiotici (molto usati nell’industria della carne), dunque vengono rimosse all’origine anche tutte le potenziali criticità associate.
Per lo stesso motivo, i prodotti di laboratorio possono essere arricchiti con sostanze – nutrienti e non – di vario genere, adeguando il cibo finale alle richieste specifiche del consumatore.

È UTILE PER RISOLVERE IL PROBLEMA DEGLI ALLEVAMENTI INTENSIVI?
Negli ultimi vent’anni il consumo di carne tradizionale è aumentato di oltre il 50% a livello globale: ogni anno vengono macellati circa 50 miliardi di polli, un miliardo e mezzo di maiali, mezzo miliardo di pecore e 300 milioni di mucche. Questi numeri, a causa dell’aumento della popolazione mondiale, sono destinati ad aumentare ulteriormente, con conseguenze negative sul consumo di suolo e sulle emissioni nocive indotte degli allevamenti intensivi. La produzione di carne sintetica, di sicuro, rappresenta in questo senso una possibile soluzione al problema, e può contribuire alla transizione energetica verso la produzione di alimenti a basso impatto ambientale.

Quali svantaggi ha la carne coltivata in laboratorio?
Per prima cosa, è molto difficile potere riprodurre esattamente tutte le caratteristiche organolettiche – come gusto, odore, consistenza – della carne tradizionale, anche se con il tempo si potrà giungere a un risultato così simile all’originale da essere sostanzialmente indistinguibile. Un discorso simile vale per i valori nutrizionali: alcuni composti come la vitamina B12 non potranno essere forniti direttamente, ma dovranno essere integrati come elemento a parte. Inoltre, permangono alcuni dubbi sulla salute a lungo termine: pur non essendoci studi scientifici che mettono in luce possibili rischi concreti sul benessere dell’organismo di una dieta particolarmente ricca di carne sintetica, saranno necessarie ulteriori indagini prima di farlo diventare un cibo di utilizzo quotidiano.

Inoltre, la mancanza di tessuti di scarto (come le ossa) può rappresentare un limite per le applicazioni culinarie, rendendo impossibile la preparazione di cibi che riproducano specifiche parti anatomiche (per esempio le cosce di pollo). Infine, non si può ignorare il potenziale impatto della carne sintetica sugli allevamenti tradizionali (specialmente non intensivi), grazie a cui oggi avviene la conservazione di razze autoctone e la pulizia delle foreste.

Che differenza c’è tra carne sintetica e vegetale?
La carne sintetica deriva da cellule animali, mentre quella vegetale viene prodotta a partire da legumi o altri prodotti di origine vegetale. Nel secondo caso l’obiettivo principale è di creare un prodotto ricco di proteine che – attraverso la combinazione di aromi e altri ingredienti – ricordi il sapore e la consistenza della carne animale, senza una eccessiva pretesa di somiglianza. Chi segue dieta vegana o vegetariana può di norma mangiare la carne vegetale, ma non quella sintetica.

QUANTO COSTA UN HAMBURGER SINTETICO?
È molto difficile stabilire un prezzo preciso per la carne coltivata in laboratorio, in quanto le variabili in gioco sono davvero numerose: materiale di partenza, costi di manodopera, ingredienti e reagenti associati alla produzione, strumentazione utilizzata per la cottura, eccetera
Di sicuro, il prezzo è sceso notevolmente nel corso degli anni ed è destinato a continuare a diminuire grazie all’innovazione tecnologia e allo sviluppo di tecniche di produzione sempre più efficienti ed economiche. Nel 2008 produrre 250 grammi di carne sintetica costava circa 1 milione di dollari, nel 2015 circa 250mila dollari, mentre ora la cifra si aggira su poco più di una decina di dollari. Un prezzo che, in prospettiva, potrebbe scendere anche al di sotto di quello della carne tradizionale.
*(Gianluca Dotti. Giornalista scientifico. Giornalista scientifico freelance. Su Wired scrive di attualità, scienza e bufale. Laureato in fisica e impegnato ..)

09 – 09 – Cosa sono legge delega e decreto legislativo. Con la legge delega il parlamento attribuisce al governo la facoltà di disciplinare una materia definendo le linee guida generali. L’esecutivo poi delinea le norme di dettaglio con uno o più decreti legislativi.
Nell’ordinamento italiano il governo ha tre strumenti per intervenire nel processo legislativo.
• Il primo è quello dell’iniziativa legislativa, tramite il quale l’esecutivo presenta al parlamento un disegno di legge da approvare tramite procedura ordinaria.
• Il secondo è quello del decreto legge, atto normativo utilizzato in caso di necessità e urgenza, che entra immediatamente in vigore ma necessita della conversione in legge da parte del parlamento entro 60 giorni.
L’ultimo è il decreto legislativo. Con questo atto il governo può autorizzare gli statuti speciali delle regioni, recepire regolamenti e direttive europee oppure normare altre materie seguendo le indicazioni impartite dal parlamento.
Generalmente si fa ricorso a questo strumento per introdurre norme in settori dall’elevato contenuto tecnico, nell’attività di delegificazione o per introdurre riforme particolarmente vaste.
È il caso, ad esempio, della riforma del fisco.

I DECRETI LEGISLATIVI SERVONO PER: RECEPIRE DIRETTIVE EUROPEE, APPROVARE STATUTI REGIONALI, ATTUARE LE LEGGI DELEGA.
Per permettere al governo di adottare i decreti legislativi, l’articolo 76 della costituzione prevede che le camere attribuiscano all’esecutivo il proprio potere di legiferare. Ciò avviene attraverso l’approvazione di una cosiddetta legge delega. Attraverso questa norma il parlamento stabilisce una cornice di principi e criteri ai quali l’esecutivo deve attenersi per disciplinare una determinata materia. Per l’approvazione di questa legge si utilizza la procedura ordinaria.

Tale norma assegna anche un limite di tempo per l’esercizio di questo potere. Solitamente la scadenza è di un anno ma nei casi più complessi si può andare anche oltre. Successivamente l’esecutivo esercita la delega tramite l’approvazione dei decreti legislativi che devono essere trasmessi al presidente della repubblica per l’emanazione almeno 20 giorni prima della scadenza.

La delega può contenere anche disposizioni relative alle procedure successive all’entrata in vigore del decreto legislativo. Tali indicazioni generalmente dispongono che le commissioni parlamentari competenti per materia, o altri organi come la conferenza stato-regioni, esprimano un parere sullo schema di decreto. L’esecutivo può anche non recepire le indicazioni pervenute ma non può comunque discostarsi dai criteri e dalle scadenze imposte dal parlamento con la delega.

In passato la legge delega era uno strumento poco utilizzato ma più recentemente i governi hanno iniziato a ricorrere allo strumento in maniera più frequente.

Analizzando il quadro degli ultimi anni, possiamo osservare che le leggi delega approvate sono state 33 nella XVI legislatura (2008-2013), 42 nella XVII (2013-2018) e 24 nella XVIII (2018-2022). È probabile che la flessione registrata negli ultimi anni possa essere in parte attribuibile anche all’emergenza coronavirus. Durante l’esperienza del governo Conte II infatti, quando il parlamento non potè riunirsi per diverse settimane, le deleghe approvate sono state solamente 2. Con la fine della fase più acuta dell’emergenza però il ricorso allo strumento è tornato ad essere significativo. Sotto il governo Draghi infatti ne sono state approvate 15.

Quello dell’esecutivo Draghi è il terzo dato più alto in assoluto. Al primo posto troviamo invece il governo Renzi con 29 leggi delega approvate nel periodo compreso tra il 22 febbraio 2014 e il 12 dicembre 2016. Al secondo posto invece il governo Berlusconi IV con 22 deleghe approvate tra l’8 maggio 2008 e il 16 novembre 2011.

NELLE ULTIME LEGISLATURE APPROVATE 99 LEGGI DELEGA
Il dettaglio delle leggi delega approvate in base al governo in carica (2008-2022)
È però interessante valutare il peso che le varie deleghe hanno avuto nell’attività legislativa portata avanti dai diversi governi. Da questo punto di vista al primo posto si trova il governo Gentiloni con 12 deleghe sul totale delle 96 leggi approvate tra il 12 dicembre 2016 e il 1 giugno 2018, pari al 12,5% del totale. Seguono i governi Renzi e Conte I entrambi con valori percentuali superiori all’11%. Sopra il 10% anche il già citato governo Draghi (10,2%).

In questo quadro un dato ancora più interessante riguarda la percentuale di leggi delega di iniziativa governativa rispetto al totale di quelle di questo tipo. Ciò perché in questo caso, nonostante la possibilità di modificare il testo durante la discussione, il ruolo del parlamento diviene ancora più marginale. Con la maggioranza che tendenzialmente vorrà blindare il provvedimento presentato dal proprio esecutivo.

72,7% LE LEGGI DELEGA DI INIZIATIVA GOVERNATIVA RISPETTO AL TOTALE DELLE DELEGHE APPROVATE.
Da questo punto di vista possiamo osservare che ci sono due esecutivi che presentano il 100% di leggi delega di iniziativa governativa. In entrambi i casi però abbiamo numeri piuttosto bassi.
• Si tratta dei governi Conte II (2 deleghe) e Letta (1).
• Al terzo posto il governo Berlusconi IV (81,8%).
• Seguono gli esecutivi Gentiloni (75%) e Draghi (73,3%).

Per quanto riguarda la produzione di decreti legislativi da parte dei governi, il sito del parlamento da la possibilità di valutare il numero di atti emanati in seguito all’approvazione di una legge delega da parte del parlamento.
• Da questo punto di vista l’esecutivo che ne ha pubblicati di più durante il suo mandato è stato quello di Paolo Gentiloni con 63.
• Seguono gli esecutivi Renzi (62) e Berlusconi (57).
• Il governo Gentiloni ha emanato 63 decreti legislativi
• Se si considerano il numero di decreti legislativi pubblicati dai vari governi a fronte delle deleghe approvate dal parlamento nello stesso periodo, possiamo osservare che il rapporto più elevato è detenuto proprio dall’esecutivo Gentiloni (5,25 Dlgs per ogni delega approvata).
• Seguono i governi Conte II e Letta (4 a 1) e il Berlusconi IV (2,59).

ANALISI Come abbiamo visto, negli ultimi anni il ricorso a questo strumento, così come a quello del decreto legge, è diventato sempre più frequente. Sebbene questo strumento sia funzionale per legiferare in materie complesse, il suo ricorso crescente è un indicatore della progressiva marginalità del parlamento nel processo decisionale.

IL RICORSO ALLA DELEGA IN PARTICOLARE EVIDENZIA ALMENO TRE ASPETTI CRITICI:
i principi e i criteri direttivi contenuti nelle leggi delega approvate dal parlamento sono sempre più generici e imprecisi, tanto che spesso si parla di “deleghe in bianco”.
In questo modo al governo viene lasciato ampio margine di manovra nella specifica definizione della disciplina. A maggior ragione poi quando è il governo l’autore del disegno di legge delega;
• la delega inoltre viene utilizzata sempre più spesso per disciplinare aspetti non tecnici ma dal grande rilievo politico. Ad esempio, nella XVII legislatura, sono state utilizzate deleghe per la realizzazione delle riforme del mercato del lavoro e della pubblica amministrazione;
• con l’ampio utilizzo delle deleghe diminuisce la possibilità per l’opposizione di influire sui dettagli della normativa. Il parlamento si esprime infatti a priori e solo in minima parte successivamente con l’espressione dei pareri.
• In questo modo diviene più facile per il governo aggirare l’eventuale ostilità delle camere su temi politicamente controversi.
Ciò può essere sintomatico della volontà dei governi di evitare l’attenzione mediatica che un lungo dibattito nelle camere comporterebbe.
*( FONTE: elaborazione openpolis su dati banca dati di senato e parlamento italiano)

 

09 – Sandro Iannaccone*: SCIENZA – IL FUTURO DELLE PIANTE, DALLO SPAZIO ALLA ROBOTICA. ROBOT ISPIRATI ALLE PIANTE E MODELLI BIOLOGICI SEMPRE PIÙ PRECISI: SE NE È PARLATO A COLTIVATO, IL FESTIVAL INTERNAZIONALE DELL’AGRICOLTURA IN CORSO A TORINO.
Cosa hanno in comune le piante e l’esplorazione dello Spazio? Per quanto sembrino temi apparentemente molto lontani tra loro, a ben guardare un legame c’è: anzitutto perché in vista di future colonizzazioni di altri mondi sarà indispensabile, per la sopravvivenza degli esseri umani, riuscire a creare ecosistemi artificiali efficienti basati sui vegetali; e poi perché lo studio delle piante e dei segreti alla base delle loro capacità sensoriali, di comportamento e di interazione, è una fonte di ispirazione per creare nuove tecnologie e nuovi robot, più efficaci e adattabili ad ambienti diversi. Tra cui quello spaziale, per l’appunto. Di piante, Spazio e futuro – tra le altre cose – si è parlato a ColtivaTo – Con i piedi per terra, il Festival internazionale dell’agricoltura in corso a Torino: abbiamo colto l’occasione per farci raccontare direttamente da chi lavora nel settore quali sono le novità più rilevanti e le aspettative per il futuro.

UNA QUESTIONE IMPORTANTE
“Le piante sono fondamentali per l’esistenza e per la sopravvivenza degli esseri umani e animali nel mondo – ha spiegato Stefania de Pascale, professoressa ordinaria di orticoltura e floricoltura (nonché, come si definisce, astroagronoma) al Dipartimento di Agraria dell’Università degli studi di Napoli Federico II – anzi, di più: esseri umani e mondo vegetale sono legati da una relazione simbiotica. Le piante hanno colonizzato il nostro pianeta molto prima di noi, e si deve al mondo vegetale la profonda modifica dell’ambiente terrestre che ha permesso l’evoluzione di sistemi biologici sempre più complessi fino ad arrivare agli esseri umani”. E dunque non è pensabile di colonizzare altri mondi senza l’ausilio delle piante: “La possibilità di realizzare missioni spaziali di lungo periodo, la lunga permanenza dell’essere umano a bordo di piattaforme spaziali orbitanti o in colonie spaziali sulla Luna o su Marte è legata alla possibilità di creare un ecosistema artificiale in cui le piante svolgeranno un ruolo biologico centrale”. In gergo, questi ecosistemi si chiamano sistemi biorigenerativi di supporto alla vita, e svolgono funzione di rigenerazione ambientale (in particolare di aria e acqua) e di cibo: “Le piante lo fanno benissimo: rigenerano l’aria grazie alla fotosintesi clorofilliana, purificano l’acqua attraverso la traspirazione e producono cibo, riutilizzando tra l’altro gli scarti organici dell’equipaggio”.

LE DIFFICOLTÀ SPAZIALI
Il problema è che, ovviamente, un conto è coltivare le piante nell’orto di casa, o in una serra, e un altro è provare a farlo a bordo della Stazione spaziale internazionale, a 400 chilometri di quota, o addirittura sulle regoliti lunari o marziane. Ed è proprio di questo che si occupa il team di de Pascale, che sta ottenendo risultati molto interessanti, illustrati nel suo intervento a ColtivaTo: “Da diverso tempo stiamo cercando di caratterizzare sempre meglio qual è la risposta delle piante all’ambiente spaziale. Gli aspetti più interessanti della nostra ricerca riguardano l’adattamento delle piante alle condizioni di microgravità, la loro tolleranza alle radiazioni e la possibilità di usare i cibi che crescono in orbita come integrazione all’alimentazione e un giorno, magari, anche come sostegno alla vita. In collaborazione con Sapienza Università di Roma, per esempio, abbiamo lanciato a 6mila chilometri di distanza GreenCube, un mini-orto per studiare gli effetti delle radiazioni spaziali sulle piante: i risultati dell’esperimento hanno mostrato che i vegetali sono molto più resilienti degli animali, ossia in grado di resistere meglio a condizioni estreme”. La ricerca in questo settore, tra l’altro, potrebbe avere ricadute anche sulla Terra: “Quello che apprendiamo studiando come coltivare piante nello Spazio – conclude de Pascale – porterà ad avere più spazio per le piante anche sulla Terra: le conoscenze e le tecnologie che accumuleremo potranno infatti essere utilizzate per la coltivazione delle piante in ambienti estremi sulla Terra, come deserti, poli e megalopoli (penso per esempio al vertical farming) e per la messa a punto di soluzioni più sostenibili per l’agricoltura terrestre”.

IMPARARE DALLE PIANTE
Ma non finisce qui. Le piante possono aiutarci anche in un altro modo: alle piante possiamo ispirarci, per esempio, per creare nuove tecnologie. La robotica ispirata alle piante, in particolare, unisce in un contesto multi-disciplinare biologia, ingegneria, scienza dei materiali, informatica, per progettare e sviluppare tecnologie più efficienti e sostenibili grazie all’utilizzo di modelli di ispirazione naturali, e permette di approfondire allo stesso tempo la conoscenza degli ecosistemi naturali per aiutarci a comprenderli e salvaguardarli. “Tempo fa, le piante erano guardate con sospetto da chi si occupava di robotica – ci ha raccontato Laura Margheri, che è intervenuta a ColtivaTo e che lavora al Laboratorio di Bioinspired Soft Robotics dell’Istituto italiano di tecnologia (Iit) coordinato da Barbara Mazzolai – soprattutto a causa della loro (apparente) immobilità. In realtà le piante sono tutt’altro che immobili: si muovono per tutta la loro vita, e presentano un range di velocità di movimento molto ampio. Dal movimento “lento” che avviene tramite la crescita delle radici o dei rami, si passa a movimenti rapidissimi come quelli usati da alcune piante carnivore”. Superato questo iniziale “sospetto”, diversi gruppi di ricerca in tutto il mondo hanno cominciato a guardare alle piante con curiosità sempre crescente, e a considerarle sempre più seriamente una possibile fonte di ispirazione per i robot. “Uno dei primi modelli che è stato sviluppato è ispirato alle radici, e in particolare alla loro capacità di penetrare nel suolo minimizzando l’energia necessaria a farlo (questo avviene in virtù del fatto che le radici crescono dalle punte, e non dalla base) e muovendosi verso i nutrienti – continua Margheri – Abbiamo quindi messo a punto un modello di radice robotica in grado di “crescere” grazie a una stampante 3d; l’abbiamo dotata di sensori con i quali percepisce umidità e nutrienti e “sceglie” la direzione in cui crescere. Potrà essere utilizzata, per esempio, per il monitoraggio del terreno”. E anche in questo caso torna a fare capolino lo Spazio: “Il concetto e il design di un primissimo prototipo di apice radicale artificiale fu finanziato come progetto di fattibilità dall’’Agenzia spaziale europea, che era interessata all’idea di inviare radici artificiali su pianeti extraterrestri per creare strutture di ancoraggio utili all’esplorazione”.
Non solo: oltre alle radici, il team del Bioinspired Soft Robotics, coordinato da Barbara Mazzolai, ha realizzato anche una versione robotica delle piante rampicanti, utilizzando sempre la stampa 3d per far “crescere” il corpo creando delle strutture simili a rami che si librano in aria a seconda degli stimoli che ricevono (per esempio seguendo la luce). Ed è anche riuscito a imitare la dinamica della dispersione dei semi: “Per disperdere i semi – continua Margheri – le piante usano strategie a costo energetico nullo, affidandosi per esempio al vento, alle variazioni di umidità e agli animali. Abbiamo replicato le strutture dei semi con materiali artificiali e biodegradabili con sensori incorporati: si tratta, sostanzialmente, di sciami di semi-robot che possono essere dispersi nell’ambiente da droni, raccogliere dati (per esempio temperatura, umidità, concentrazioni di anidride carbonica e di mercurio) e infine essere “letti” dai droni per il recupero delle informazioni”. Niente male.
*( Sandro Iannaccone · Giornalista scientifico · Il futuro delle piante, dallo spazio alla robotica · La fisica delle bolle di sapone)

 

10 – LE DICHIARAZIONI DEL GOVERNO SUL PNRR NON SONO VEROSIMILI. RICOSTRUITO I PUNTI PRINCIPALI DEI DUE COMUNICATI DEL GOVERNO DIFFUSI NEGLI ULTIMI GIORNI, PER SPIEGARNE LE CONTRADDIZIONI E GLI ASPETTI PIÙ PROBLEMATICI LEGATI ALLA REALIZZAZIONE DEL PIANO NAZIONALE DI RIPRESA E RESILIENZA.(*)

• Il governo ha annunciato che la commissione europea si prenderà un altro mese di tempo per valutare l’operato del nostro paese sul Pnrr nel 2022.
• 3 le scadenze su cui la commissione ha evidenziato criticità, relative a: concessioni portuali, teleriscaldamento e piani urbani integrati.
• Il governo dice che l’Ue apprezza i progressi ma le scadenze dovevano già essere completate.
• Le 3 scadenze sono opera del governo Draghi, ma i dubbi della commissione dipendono da un confronto politico più ampio col governo Meloni.
• L’esecutivo sostiene di non avere il quadro chiaro e completo dello stato di avanzamento del Pnrr.
• NON È VEROSIMILE.
Da qualche giorno è al centro del dibattito pubblico un comunicato emanato dal governo riguardante il piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Nella nota si afferma che la commissione europea ha deciso di prendersi del tempo ulteriore per valutare l’operato del nostro paese riguardo al rispetto delle scadenze del Pnrr per il secondo semestre del 2022. Una verifica da cui dipende l’invio della terza tranche di finanziamento pari a 19 miliardi di euro.

A seguito degli incontri del Ministro per gli Affari europei, del Sud, delle politiche di coesione e PNRR, Raffaele Fitto, con il Commissario europeo per l’Economia, Paolo Gentiloni, e con la task force PNRR della Commissione Ue, è stato concordato di prolungare di un mese la fase di assessment per consentire ai servizi della Commissione di completare le attività tecniche di campionamento e verifica.

– Nota di palazzo Chigi del 27 marzo 2023
Questa decisione rappresenta una novità rispetto ai precedenti processi di verifica sul Pnrr italiano e il rischio di una battuta d’arresto. Un prolungamento delle indagini infatti non era stato richiesto nei semestri precedenti, né per la prima rata né per la seconda.

COME L’UE VERIFICA L’ATTUAZIONE DEI PNRR NEGLI STATI MEMBRI.
Inoltre, a seguito di queste comunicazioni con Bruxelles, l’esecutivo ha convocato una riunione della cabina di regia. E dal comunicato stampa diffuso dopo l’incontro emergono ulteriori criticità. In primis il fatto che il governo dichiara di non avere tuttora un quadro chiaro e completo sull’attuazione del Pnrr. Un’affermazione che però non è verosimile.

APPROVAZIONE E ATTUAZIONE DELLE RIFORME, ALLOCAZIONE E AVANZAMENTO DEGLI INVESTIMENTI.
Abbiamo ricostruito punto per punto i passaggi principali dei due comunicati diffusi da palazzo Chigi in questi ultimi giorni, per spiegarne le contraddizioni e gli aspetti più problematici legati alla realizzazione del piano.

LE SCADENZE SU CUI LA COMMISSIONE EUROPEA AVANZA DEI DUBBI SONO SOLO 3
Nella già citata nota di palazzo Chigi si trova anche una lista delle misure del Pnrr per cui si rendono necessari ulteriori approfondimenti da parte di Bruxelles.

3 SU 55 LE SCADENZE DEL PNRR SU CUI LA COMMISSIONE EUROPEA AVANZA DEI DUBBI SECONDO LA NOTA DEL GOVERNO.

LA PRIMA riguarda la revisione del regolamento per la disciplina delle concessioni portuali. Secondo Bruxelles sarebbe opportuno prevedere una durata massima per le concessioni, mentre il decreto 202/2022 del ministero delle infrastrutture prevede che questo aspetto sia disciplinato dai bandi di volta in volta pubblicati.

LA SECONDA scadenza su cui Bruxelles avanza dei dubbi riguarda l’aggiudicazione degli appalti pubblici per l’installazione di impianti di teleriscaldamento. Con questa misura si punta allo sviluppo di sistemi basati sulla distribuzione di calore generato da fonti rinnovabili. In questo caso i dubbi di Bruxelles riguardano l’ammissibilità di alcuni degli interventi selezionati. Non viene fornito però nessun dettaglio.

LA COMMISSIONE NON HA RILASCIATO NESSUNA DICHIARAZIONE A SEGUITO DELLA NOTA DELL’ESECUTIVO.

Infine nella nota del governo si fa riferimento alla misura dei piani urbani integrati. Con questo termine si fa riferimento ai progetti di rigenerazione urbana dedicati esclusivamente alle città metropolitane. Obiettivo primario di questo investimento è quello di recuperare spazi urbani già esistenti allo scopo di migliorare la qualità della vita promuovendo processi di partecipazione sociale e imprenditoriale. Con particolare attenzione agli aspetti ambientali. Anche in questo caso la contestazione riguarda i progetti selezionati. In particolare lo stadio Artemio Franchi di Firenze e il “Bosco dello sport” di Venezia. Progetti che in effetti hanno ben poco a che fare con gli obiettivi appena descritti.

IL PNRR E IL RECUPERO DELLE PERIFERIE URBANE.
SECONDO IL GOVERNO LA COMMISSIONE EUROPEA STA APPREZZANDO I PROGRESSI SUL PNRR
Nella nota del 27 marzo il governo italiano afferma che la commissione europea starebbe apprezzando i progressi realizzati nel conseguimento degli obiettivi Pnrr previsti per il secondo semestre del 2022.

La Commissione ha altresì sottolineato il proprio apprezzamento per tutte le azioni intraprese dal Governo, che hanno già consentito di attestare significativi progressi verso il positivo raggiungimento di quasi tutti gli obiettivi fissati alla data sopracitata.

Questa però sembra essere più una frase di circostanza che non un reale apprezzamento. Non è chiaro infatti a quali progressi si faccia riferimento dato che a questo punto tutte le scadenze legate al 2022 avrebbero già dovuto essere chiuse senza ritardi. Come del resto annunciato dalla presidente del consiglio Giorgia Meloni in occasione dei 100 giorni del suo governo.

PERCHÉ GLI ANNUNCI DI MELONI SUL PNRR SONO INESATTI.
Ribadiamo inoltre che, come abbiamo spiegato in questo articolo, sono diverse le scadenze per cui ancora oggi, in base alle informazioni disponibili, non possiamo stabilire con certezza l’effettivo completamento. Per non parlare dello stallo che abbiamo rilevato rispetto al completamento degli interventi previsti per fine marzo 2023.

IL GOVERNO SOTTOLINEA CHE LE SCADENZE SOTTO OSSERVAZIONE SONO OPERA DEL GOVERNO DRAGHI
Nella sua nota il governo sottolinea che le obiezioni della commissione riguardano interventi portati a termine dal precedente esecutivo guidato da Mario Draghi. Se da un lato questo è certamente vero, dall’altro non possiamo separare il parere della commissione su quelle scadenze dal contesto politico in cui si inserisce. La verifica di Bruxelles sull’operato italiano infatti si accompagna a una fase di confronto e trattative anche su altre tematiche. In primis la proposta di revisione del piano e l’integrazione in agenda del RepowerEu che, come abbiamo raccontato in un articolo precedente, l’Italia dovrebbe inviare alla commissione entro il 30 aprile.

LE CONTESTAZIONI DELLA COMMISSIONE VANNO LETTE ANCHE ALLA LUCE DELL’ATTUALE SITUAZIONE POLITICA.
Ma i temi in discussione vanno anche oltre il Pnrr. Come nel caso dell’approvazione del Mes (meccanismo europeo di stabilità) che il governo per ora non intende votare. Tanto che l’Italia è l’unico tra gli stati membri a non averlo ancora ratificato. All’esecutivo la commissione sta inoltre chiedendo da tempo di intervenire sulle concessioni ai balneari, prorogate senza l’apertura di una selezione pubblica tra i potenziali candidati. Una grave mancanza che dal 2020 è stata attestata con una procedura di infrazione ancora pendente.
Oltre alle questioni appena viste occorre comunque sottolineare anche una dinamica politica non indifferente in questo quadro. Si tratta del rapporto consolidato, di fiducia, che legava la commissione europea al precedente governo Draghi. Rapporto che potrebbe aver contribuito in passato a valutazioni più indulgenti sull’operato del nostro paese. Un atteggiamento che, almeno in questa fase, non sembra trovare conferma con l’esecutivo a guida Meloni. Ciò non toglie che l’attuale governo sia in carica da 5 mesi. Il che lo rende almeno ugualmente responsabile delle criticità che continuiamo a ribadire sul Pnrr. Dalla totale assenza di un quadro completo sulla realizzazione del piano, alle gravi mancanze in termini di trasparenza.

FITTO HA INVITATO I MINISTRI A EFFETTUARE “IN TEMPI RAPIDI UN’ANALISI NETTA E CHIARA DI TUTTE LE CRITICITÀ RELATIVE AI PROGETTI DI COMPETENZA DI CIASCUN MINISTERO ELABORANDO DELLE PROPOSTE D’AZIONE CONCRETE”.
A SEGUITO DELLE COMUNICAZIONI RICEVUTE DALLA COMMISSIONE, IL GOVERNO HA CONVOCATO UNA RIUNIONE DELLA CABINA DI REGIA SUL PNRR. L’OBIETTIVO DICHIARATO DAL MINISTRO FITTO È QUELLO DI AVERE UNA FOTOGRAFIA PRECISA DELLO STATO DI AVANZAMENTO DI TUTTI GLI INTERVENTI IN PROGRAMMA. SIA LE SCADENZE CHE I PROGETTI CONCRETI.

IL GOVERNO NON HA ANCORA PUBBLICATO LA RELAZIONE SULLO STATO DI AVANZAMENTO DEL PNRR.
Queste dichiarazioni sollevano non poche perplessità. Va infatti ricordato che il governo di recente ha approvato un decreto legge con cui ha inteso modificare radicalmente la governance del Pnrr. Per non parlare della proposta di revisione e di integrazione in agenda del RepowerEu, su cui l’esecutivo dovrebbe essere già al lavoro. E della relazione sullo stato di attuazione del Pnrr, attesa da dicembre. Viene da chiedersi dunque su quali basi stiano realizzando questi passaggi. Dato che Fitto sostiene che il governo non abbia un quadro chiaro delle criticità legate agli interventi realizzati o da realizzare.

MODIFICARE LA GOVERNANCE DEL PNRR PUÒ RITARDARE L’ATTUAZIONE DEL PIANO.
Non possiamo considerare tutto ciò verosimile. Infatti lo scorso 28 marzo la corte dei conti ha presentato un’approfondita analisi su progetti, risorse spese, soggetti coinvolti e altre informazioni fondamentali sull’attuazione del piano. Si tratta di informazioni contenute nella banca dati della piattaforma Regis, operativa da luglio ma che non è accessibile per i cittadini. Proprio quei dati che chiediamo da tempo e che il governo sostiene di non avere. Tanto che alla nostra ultima richiesta di accesso agli atti (Foia) ha risposto che “i dati al momento disponibili sono già pubblicati sul portale Italia Domani”. Informazioni del tutto insufficienti e aggiornate al 31 dicembre 2021.

IL NOSTRO OSSERVATORIO SUL PNRR
Questo articolo rientra nel progetto di monitoraggio civico OpenPNRR, realizzato per analizzare e approfondire il piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Ogni lunedì pubblichiamo un nuovo articolo sulle misure previste dal piano e sullo stato di avanzamento dei lavori (vedi tutti gli articoli). Tutti i dati sono liberamente consultabili online sulla nostra piattaforma openpnrr.it, che offre anche la possibilità di attivare un monitoraggio personalizzato e ricevere notifiche ad hoc. Mettiamo inoltre a disposizione i nostri open data che possono essere riutilizzati liberamente per analisi, iniziative di data journalism o anche per semplice consultazione.
*(Fonte: OpenPolis)

 

 

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