n°35 – 27/8/2022 – RASSEGNA DI NEWS NAZIONALI E INTERNAZIONALI. NEWS DAI PARLAMENTARI ELETTI ALL’ESTERO

01 – L’ON. LA MARCA PARTECIPA AL PICNIC ANNUALE DELL’ASSOCIAZIONE GIULIANO-DALMATA DI TORONTO Grande successo di pubblico per la prima edizione post-Covid del picnic estivo organizzato dal Club Giuliano-Dalmato di Toronto.
02 – Luigi De Biase*: INTERNAZIONALE. Il bilancio sei mesi dopo l’invasione: le sanzioni alla Russia non funzionano. IL FALLIMENTO IN COPERTINA SULL’ECONOMIST. E nel terminal di Portovaya bruciano 10 milioni di euro al giorno di gas inutilizzato.
03 – Andrea Fabozzi *: Il rovescio del Rosatellum e il potere dei macro collegi . VERSO IL 25 SETTEMBRE. La profezia di Giorgio Napolitano non si è avverata. La legge elettorale approvata nel 2017 è ancora in vigore, anzi con il taglio dei parlamentari è persino peggiorata
04 – Luigi Pandolfi*: ECONOMIA. Assalto all’Italia, 39 miliardi di scommesse al ribasso. CRISI DEL GAS, CRISI POLITICA. Hedge fund all’arrembaggio. I fondi speculativi prendono di mira il debito pubblico italiano. Puntando sul crollo del paese
05 – Gabriella De Rosa *: POLITICA Come si vota il 25 settembre?
06 – Stefania Cella*: “Influenza dei pomodori”: in India 80 casi . Si tratta di una nuova forma influenzale, chiamata dagli scienziati “tomato flu”, tradotto “influenza dei pomodori”.
07 – Piergiorgio Pescali *: a Zaporizhzhia si combatte, ma la guerra è psicologica. LA CENTRALE NUCLEARE CHE PREOCCUPA IL MONDO. Gli allarmi di Zelensky che teme un dirottamento dell’elettricità verso la rete russa. Ispettori Aiea pronti a partire, l’intesa è vicina. I sei reattori comunque non sono mai stati messi a rischio.
08 – Giulio Marcon *: la politica ha rimosso la pace. 25 SETTEMBRE. L’Italia è di fatto in guerra – come minimo attiva sostenitrice della guerra – ma il tema è derubricato nelle appendici dei programmi elettorali.
09 – Alfonso Gianni*: l’agenda Draghi non ci salva da crisi e speculazione. Economia di guerra. Si attendono le prossime decisioni che verranno prese a Jackson Hole, la riunione dei banchieri centrali, per quanto riguarda l’innalzamento dei tassi, l’unica medicina che viene offerta all’economia mondiale che ha in realtà ben altri problemi che non solo l’impennata dell’inflazione

 

 

01 – L’ON. LA MARCA PARTECIPA AL PICNIC ANNUALE DELL’ASSOCIAZIONE GIULIANO-DALMATA DI TORONTO Grande successo di pubblico per la prima edizione post-Covid del picnic estivo organizzato dal Club Giuliano-Dalmato di Toronto.
Nel giardino adiacente il bellissimo Centro Veneto, il Club ha festeggiato, domenica 21 agosto, il 50imo anniversario di “El Boletin” la pubblicazione trimestrale che iniziò come una semplice pagina informativa degli eventi della comunità ed ora è un periodico informativo di 24 pagine, che mantiene viva la fiamma della comunità Giuliano Dalmata in sud Ontario, grazie anche al prezioso lavoro di ricerca svolto dal prof. Konrad Eisenbichler, autore peraltro di diversi libri e pubblicazioni sull’esodo dei Giuliani e della loro nobile e drammatica storia.
UNA PAGINA DI STORIA DA NON DIMENTICARE.
Il club Giuliano-Dalmato di Toronto fu fondato nel 1968 da un Gruppo di immigrati provenienti dalla Venezia Giulia, Istria, Fiume ed alcune aree della Dalmazia. Oggi il Club con le sue iniziative promuove e preserva la memoria di questa vibrante comunità.
Nel suo intervento l’On. Francesca La Marca ha ribadito “il pieno sostegno all’associazione, che da decenni dà voce alla comunità Giuliano-Dalmata di Toronto, dove famiglia, duro lavoro, rispetto delle tradizioni e della propria storia hanno reso il Club Giuliano Dalmato un esempio da seguire in tutto il mondo. Un grande motivo di orgoglio”.
Un sentito ringraziamento l’on. La Marca ha rivolto al Presidente Carlo Milessa, alla Vice Presidente Marisa Carusone, al Vice Presidente Sergio Kmet, alla Tesoriere Liliana Zugna, alla Direttrice alle Iscrizioni Daniela Chiasson, ai membri del Comitato Olivia Zugna e Joseph Schillaci, oltre all’Editore di “El Boletin” Konrad Eisenbichker.
*(On./Hon. Francesca La Marca, Ph.D. – CAMERA DEI DEPUTATI – Ripartizione Nord e Centro America – Electoral College of North and Central America)

 

02 – Luigi De Biase*: INTERNAZIONALE. Il bilancio sei mesi dopo l’invasione: le sanzioni alla Russia non funzionano. IL FALLIMENTO IN COPERTINA SULL’ECONOMIST. E nel terminal di Portovaya bruciano 10 milioni di euro al giorno di gas inutilizzato.

Un rapporto pubblicato dalla Bbc sulla base di immagini satellitari dell’istituto di ricerca norvegese Rystad Energy dice che Gazprom sta bruciando al terminal Portovaya quattro milioni e trecentomila metri cubi di gas al giorno, per un controvalore, alle quotazioni record degli ultimi giorni, oltre i 330 euro per megwattora, attorno ai dieci milioni di euro
Portovaya si trova sul Baltico, nei pressi di Vyborg, lungo il confine finlandese. Da quella stazione decisiva nella mappa russa dell’energia parte il gasdotto Nord Stream. Il combustibile che brilla in un incendio controllato doveva, quindi, raggiungere il terminal di Greifswald, in Germania, non fosse che Nord Stream fa parte da mesi del confronto tra il Cremlino e i governi europei. Gazprom ha già ridotto in modo graduale le forniture ai paesi “ostili”. A partire dal 31 agosto chiuderà il rubinetto per tre giorni, ufficialmente per lavori di manutenzione. Anche da questo dipende la decisione tecnica di eliminare attraverso combustione il gas in eccesso.

Non si tratta, tuttavia, del solo motivo. Perché, allora, i russi decidono di mandare in fumo, in senso letterale e figurato, dieci milioni di euro al giorno in un momento di estrema difficoltà dal punto di vista finanziario? Probabilmente perché nei loro calcoli il danno inflitto ai rivali è più grande, ancora non sappiamo quanto, rispetto a quello che subirà il bilancio federale.

Pare ormai del tutto evidente che il team economico del Cremlino abbia trovato il sistema di affrontare le sanzioni e le altre misure stabilite dall’Europa e dagli Stati Uniti, in particolare in tema di materie prime. Dopo sei mesi di guerra incessante in Ucraina e di fronte alla peggiore crisi di approvvigionamento che l’Unione abbia mai affrontato, aprire una verifica dovrebbe essere considerato un atto di buon senso, non di tradimento.

Anche il settimanale britannico Economist, abbandonando almeno in parte il fervore bellicista, chiede questa settimana in copertina: “Le sanzioni alla Russia stanno funzionando?”. La risposta, sempre secondo l’Economist, è complessa: per adesso il risultato è al di sotto delle aspettative, ma lungo un orizzonte di tre-cinque anni le sanzioni occidentali provocheranno il caos in Russia.

Il tempo, in effetti, è uno dei fattori fondamentali. Lo scopo delle sanzioni era duplice. Generare nel breve periodo una crisi di liquidità che fermasse l’invasione russa; e danneggiare nel medio termine la capacità produttiva del paese per rendere meno probabile l’ipotesi di altre sortite. Oggi si può serenamente affermare che il primo obiettivo le sanzioni lo abbiano mancato. Il fatto che il capo del Cremlino, Vladimir Putin, abbia ordinato in settimana di portare gli effettivi dell’esercito ben oltre il milione di unità alimenta l’incertezza sul anche secondo punto. È difficile immaginare che ne sarebbe dell’Ucraina dopo tre, quattro o cinque anni di guerra.
Esiste, poi, un elemento psicologico. L’impressione è che la Russia abbia superato i primi sei mesi di sanzioni senza troppa fatica. Per piazzare le materie prime che l’Europa ha messo al bando ha semplicemente fatto ricorso a un po’ del soft power di cui è capace, in questo caso prezzi ribassati rispetto alle quotazioni ufficiali. Il carbone in eccesso è venduto in Cina. Il gas in Turchia. Un caso significativo riguarda il petrolio. A marzo i russi vendevano quantità irrilevanti di greggio all’India. A giugno sono diventati il primo fornitore del paese con oltre un milione di barili al giorno.
È vero, le sanzioni stanno colpendo con forza i produttori di automobili e hanno costretto i russi a rinunciare a telefoni portatili di ultima generazione, a fast food americani e abiti alla moda cuciti in Europa. In prospettiva potrebbero piegare un settore decisivo com’è quello del trasporto aereo. Ma sino a questo momento il governo e la Banca centrale non sono ancora sembrati in seria difficoltà. Imporre sanzioni alla Russia, questo è chiaro, rappresenta un obbligo anche sul piano morale.
Da sole, però, queste misure non sembrano in grado di condurre alla rapida fine del conflitto. Nel caso in cui dovessero contribuire all’instabilità economica e politica dei paesi che le hanno approvate il risultato rischierebbe di essere, paradossalmente e pericolosamente, l’opposto
*(Fonte: Internazionale. Luigi De Biase, Autore presso Formiche Ora lavora al TG5)

 

03 – Andrea Fabozzi *: IL ROVESCIO DEL ROSATELLUM E IL POTERE DEI MACRO COLLEGI. VERSO IL 25 SETTEMBRE. LA PROFEZIA DI GIORGIO NAPOLITANO NON SI È AVVERATA. LA LEGGE ELETTORALE APPROVATA NEL 2017 È ANCORA IN VIGORE, ANZI CON IL TAGLIO DEI PARLAMENTARI È PERSINO PEGGIORATA
«Siamo sicuri che possa reggere a lungo?». Nell’aula del senato, la voce del presidente emerito della Repubblica riempiva il silenzio. Era il 25 ottobre di cinque anni fa. Lo ascoltavano tutti, raramente l’anziano senatore di diritto Giorgio Napolitano era presente e interveniva. Quel giorno lo faceva restando seduto al suo posto e leggendo dagli appunti con una lente di ingrandimento. Parlava sulla legge elettorale, interveniva a favore, ma avanzava dubbi sul fatto che il governo (Gentiloni) avesse deciso di procedere a colpi di voti di fiducia. Che il Rosatellum gli piacesse poco era già chiarissimo in quella domanda: «Siamo sicuri che possa reggere a lungo?».
Ha retto. Anche perché davanti alla Corte costituzionale questa legge elettorale non è mai arrivata; nessun tribunale (dei tanti ai quali sono arrivati i ricorsi) ha sollevato la questione di costituzionalità, in maggioranza non decidendo. E così per tutta la legislatura i partiti hanno potuto girarci attorno, più o meno tutti lamentando i difetti del Rosatellum (votato, ricordiamolo, dal Pd renziano, dalla Lega e da Forza Italia), ma tutti tenendoselo stretto. Il momento per cambiarlo non era mai quello giusto. Anche Enrico Letta, che pure ha detto più volte di considerarla «la legge elettorale peggiore possibile», per molti mesi ha preferito rinviare la discussione sulla necessità di riformarla. Arrivando a «scommettere» pubblicamente – era l’autunno dell’anno scorso – che la legge elettorale non sarebbe stata cambiata.

Il segretario del Pd ha vinto la scommessa (facile, dipendeva un bel po’ anche da lui). Come tutti i capi partito, questa estate, ha potuto così approfittare della caratteristica che più di tutte rende appetibile il Rosatellum per chi deve fare le liste: i listini bloccati. Lo spettacolo dei candidati «già eletti», collocati cioè nelle posizioni dove possono anche evitare lo sforzo di fare campagna elettorale, e di quelli che invece hanno rifiutato postazioni incerte o difficili – ne ha scritto qui Azzariti – dimostra oltre ogni dubbio come con questa legge elettorale i segretari di partito possano disegnare a piacimento i proprio gruppi parlamentari. Anche nel caso in cui si tenga in piedi la finzione delle primarie – vedi i 5 Stelle, con Conte che si è riservato il diritto di scegliere i posti migliori. L’unica difficoltà è quella di accontentare tutte le correnti e ne sa qualcosa il Pd.
Non diversamente dalle precedenti leggi elettorali degli ultimi anni, il Rosatellum è soprattutto una legge disegnata su misura e per la convenienza dei suoi autori. Ma non diversamente dai precedenti si è rivelata un boomerang. Nel 2017 Renzi (e Salvini e Berlusconi) pensavano al traino maggioritario – grazie al voto nel collegio uninominale e al divieto di voto disgiunto – e a favorire le (loro) coalizioni per limitare i 5 Stelle. È andata a finire che le elezioni l’anno successivo le hanno vinte i 5 Stelle e il Pd è rimasto fuori dal (primo) governo.

Quando fu approvato il Rosatellum, l’errore di prospettiva (non solo dei suoi autori, ci siamo caduti in molti) fu quello di considerare prevalente l’espressione del voto uninominale. E dunque di considerare particolarmente fraudolento (i critici ovviamente) il meccanismo per il quale i partiti maggiori coalizzati posso spartirsi i voti di lista non espressi e i voti delle liste rimaste sotto la soglia di sbarramento (ma comunque sopra l’1%). Invece, alla prima prova, gli elettori hanno dimostrato di votare soprattutto le liste. Anche perché sulle schede di camera e senato i concorrenti nell’uninominale non hanno simbolo, mentre i simboli delle liste con i nomi dei candidati al proporzionale sono ben visibili. Lo dimostra il fatto che la percentuale delle schede in cui è stato espresso solo il voto all’uninominale è bassissima (Floridia ha scritto qui del caso toscano).
Gli autori del Rosatellum avevano pensato a un’Italia divisa in 232 sfide uninominali alla camera e 116 al senato che avrebbero dovuto focalizzare l’attenzione degli elettori e determinare il risultato, a cascata, anche nei collegi proporzionali. È successo il contrario: guidano i collegi proporzionali. Che però nel frattempo, per effetto della riduzione dei parlamentari, sono diminuiti e sono adesso 49 alla camera e 26 al senato. Di conseguenza sono cresciuti enormemente nelle dimensioni: al senato abbiamo adesso collegi elettorali da tre e anche da quattro milioni di abitanti. Per i candidati è una campagna elettorale impossibile. Eppure è quella decisiva.
*(Andrea Fabozzi, Da venti anni è al manifesto, dove è stato caposervizio della sezione politica, caporedattore e attualmente è inviato parlamentare.)

 

04 – Luigi Pandolfi*: ECONOMIA. ASSALTO ALL’ITALIA, 39 MILIARDI DI SCOMMESSE AL RIBASSO. CRISI DEL GAS, CRISI POLITICA. HEDGE FUND ALL’ARREMBAGGIO. I FONDI SPECULATIVI PRENDONO DI MIRA IL DEBITO PUBBLICO ITALIANO. PUNTANDO SUL CROLLO DEL PAESE
L’hedge fund scommettono sul fallimento dell’Italia. È quanto riporta il Financial Times, sulla base di alcuni dati raccolti dalla società di servizi finanziari americana S&P Global Market Intelligence. La notizia arriva dopo che Mario Draghi, al meeting di Comunione e Liberazione, aveva detto che «l’Italia ce la farà anche questa volta, qualunque partito vinca le elezioni». Una sconfessione, apparentemente. A meno che il premier dimissionario non alludesse, per il futuro prossimo, ad una qualche forma di «commissariamento» per l’Italia, dopo aver ricordato che il 25% del nostro debito è in mano ad investitori esteri.
IL POSIZIONAMENTO è poderoso. «La più grande scommessa contro il debito italiano dal 2008», scrive il noto quotidiano economico britannico. Sono stati prese in prestito obbligazioni italiane per 39 miliardi di euro, scommettendo sul crollo del loro prezzo. Si chiamano «vendite allo scoperto» (short selling), effettuate attraverso il veicolo di contratti derivati (futures). Non è necessario possedere il bene da vendere, basta farselo prestare. Funziona più o meno così: il fondo speculativo prende in prestito le obbligazioni da un intermediario finanziario, per venderle al prezzo di oggi e ricomprarle (per poi restituirle) al prezzo di domani.
LA SCOMMESSA, come si legge sul sito di Borsa italiana, è «che il prezzo al quale gli strumenti finanziari si riacquisteranno sarà inferiore al prezzo inizialmente incassato attraverso la vendita». Trattandosi nello specifico di titoli di stato, l’aspettativa è che un deterioramento dei fondamentali macroeconomici del Paese porterà ad un declassamento del suo debito, quindi ad una sua svalutazione. Ciò che risulta aberrante è che la speculazione possa mettere con le spalle al muro un Paese sovrano. Minacciarne la sicurezza economica e sociale e perfino la sua democrazia, in un mondo rovesciato.
MA PERCHÉ proprio il nostro Paese? «L’Italia è il Paese più esposto in termini di ciò che accade ai prezzi del gas, la politica è una sfida», ha affermato Mark Dowding, chief investment officer di BlueBay Asset Management, il fondo inglese con un portafoglio di assets stimato in 106 miliardi di dollari, che partecipa all’assalto. Non solo. Se la Russia azzerasse le forniture di gas, l’Italia sarebbe letteralmente spacciata. E l’alternativa, in questo momento, non sarebbero né il gas liquido americano, né quello aggiuntivo proveniente dall’Algeria e dall’Angola. La dipendenza da Gazprom è troppo marcata, condividiamo con la Germania il rischio di un naufragio economico per effetto della stretta energetica. È la stessa valutazione che a luglio aveva fatto il Fondo Monetario Internazionale: senza gas russo l’Italia rischia di perdere per strada cinque punti di pil.
NON SOLO GAS, comunque. Con il suo enorme debito pubblico, l’Italia, rispetto ad altri Paesi dell’eurozona, è considerata più esposta alle conseguenze delle politiche restrittive della Bce. Il quantitative easing è stato una droga per il mercato dei titoli in questi anni. Ha tenuto a bada la speculazione, mantenendo basso il costo del finanziamento degli Stati sui mercati. Con lessico politico, si potrebbe dire che è stato uno strumento «democratico», utile soprattutto ai Paesi più indebitati. Ora però gli acquisti netti sono terminati ed eventuali interventi anti-spread di Francoforte, ancorché selettivi e su richiesta dei singoli Stati, prevedono severe condizionalità. Sarà anche per questo che, per adesso, la speculazione sembra non curarsene.
POI C’È LA POLITICA. Nell’articolo di Laurence Fletcher e Nikou Asgari, si accenna anche al profilo della candidata a Palazzo Chigi Giorgia Meloni e all’euroscetticismo che attraversa la coalizione di destra. Soprattutto, si pone l’accento su un’eventuale rimodulazione delle «riforme» del Pnrr da parte di un esecutivo a guida Meloni. Al rischio di un irrigidimento di Bruxelles verso il Paese e della perdita degli stessi fondi. Un film già visto. Tornando alla speculazione: è la realtà ad influenzare le scelte degli investitori o il contrario? A ben vedere, entrambe le cose. Ma è come dire che le nostre vite, per una parte, sono appese alle aspettative di guadagno di chi specula sui mercati finanziari.
*( Fonte, huffingtonpost: Luigi Pandolfi. Giornalista economico e saggista. Giornalista pubblicista, scrive di economia e politica su vari giornali, riviste e web magazine)

 

05 – Gabriella De Rosa*: COME SI VOTA IL 25 SETTEMBRE?
Fra un mese si vota e la legge elettorale è molto complessa.
COME DOBBIAMO VOTARE ALLE URNE?
Il 25 settembre saremo chiamati alle urne e da quest’anno tutti i maggiorenni potranno votare sia per la Camera che per il Senato. Sarà la prima volta che voteremo con la riforma elettorale del taglio dei parlamentari. I deputati saranno ridotti da 630 a 400 mentre i senatori da 315 a 200. Il Rosatellum la legge elettorale in vigore, prevede un sistema misto: ovvero maggioritario (o uninominale) e proporzionale. Un terzo dei seggi in Parlamento sarà assegnato col sistema uninominale mentre due terzi con il proporzionale.
Questo significa che l’Italia è stata divisa in piccole porzioni di territorio in cui ciascun partito o coalizione presenta un candidato e chi riceve più voti verrà eletto per quel seggio. Sulla scheda ci sarà il nome del candidato uninominale in cima alla lista. Per ogni collegio viene eletto solo chi avrà il numero più alto di voti.
Per quanto riguarda la parte proporzionale o plurinominale, c’è una lista di candidati presentati da ciascun partito o coalizione. Questa lista di nomi è posta al fianco del partito. I primi di questa lista sono i capilista e avranno più possibilità di vincere perché più voti prende quel partito più candidati vanno in Parlamento e l’ordine è lo stesso che si presenta sulla scheda.

COME SI VOTA?
Per la parte uninominale bisogna mettere la X sul nome del candidato uninominale. In questo modo, il voto andrà a tutta la lista oltre che al candidato scelto. Se invece si mette la X sul nome collegato ad una coalizione il voto andrà al candidato scelto e per la parte proporzionale il voto sarà distribuito tra le liste che lo appoggiano in modo proporzionale ai voti ricevuti a ognuno. Se invece si vuole favorire un partito all’interno di una coalizione si deve mettere la X sul simbolo parte della coalizione.

COSA NON SI DEVE FARE PER EVITARE CHE LA SCHEDA SIA NULLA.
NON È AMMESSO IL VOTO DISGIUNTO OVVERO METTERE LA X sul candidato uninominale
E PER IL PROPORZIONALE PORRE LA X sul simbolo di un partito che non è ad esso direttamente collegato.
NON SI POSSONO ESPRIMERE PREFERENZE PER LA PARTE PROPORZIONALE quindi non si può mettere la x sui nomi accanto ai simboli dei partiti.
I PARTITI DEVONO SUPERARE LA SOGLIA DI SBARRAMENTO CHE PER I PARTITI È 3% mentre per le coalizioni il 10%.
*( Fonte: News Mondo. Gabriella De Rosa giornalista)

Nota:
CON CHE LEGGE ELETTORALE SI VOTERÀ?
Non c’è stato tempo di cambiare la legge elettorale che molti partiti invocavano e resta quella in vigore.
La legge elettorale con cui si andrà a votare il 25 settembre sarà il “ROSATELLUM”. Il nome viene da Ettore Rosato del Pd di Renzi e fu emanata prima del taglio dei parlamentari deciso anche con il referendum lo scorso anno. Da mesi molti partiti invocano un cambio della legge elettorale ma non essendo arrivato un accordo, a settembre voteremo di nuovo con questa legge. All’indomani del taglio dei parlamentari deciso dal referendum costituzionale, i collegi sono stati ridisegnati.
Il Rosatellum prevede l’elezione di 200 senatori e 400 deputati. Si tratta di un sistema misto: ovvero un terzo dei seggi delle camere viene eletto con sistema maggioritario in scontri diretti nei collegi uninominali. Mentre il restante con un sistema proporzionale. Il voto che indichiamo, una parte va al candidato scelto della lista uninominale, nella parte proporzionale a una lista dove chi prende il 21% eleggerà il 21% dei parlamentari. Questo sistema favorisce le grandi coalizioni e penalizza i partiti piccoli e che si presentano da soli perché più è grande la coalizione più è probabile prendere voti.

IL 25 SETTEMBRE SI VOTERÀ ALLE ELEZIONI ANTICIPATE PER LA NUOVA LEGISLATURA DOPO CHE IL PRESIDENTE MATTARELLA HA SCIOLTO LE CAMERE.
Questa è la prima volta che in Italia si vota in autunno. I partiti hanno poco tempo per presentare le liste e quindi fare eventuali coalizioni. Come toccherà al Pd dopo la rottura con i 5 stelle. Al partito democratico non conviene, come a nessun altro partito, correre da solo insieme solo a Sinistra Italiana e Verdi. Per questo si sta guardando intorno e mira a partiti di centro – escluso Renzi – come Azione e +Europa di Calenda e Bonino.
Il Pd, già da tempo insofferente del M5S, invocava il cambio di una legge elettorale a cui però si è sempre opposta la destra a cui questa legge fa comodo. Essendosi ridotti i tempi ora la legge elettorale resterà il Rosatellum, con la novità dei tagli dei parlamentari deciso dalla riforma costituzionale. I deputati passeranno da 630 a 400 mentre i senatori da 315 a 200. Secondo il sistema uninominale ogni partito o coalizione presentano un solo candidato in ogni collegio. Il candidato eletto per ogni collegio è chi prende un voto in più rispetto agli altri. Per questo fa comodo far parte di grandi coalizioni. Mentre per il proporzionale invece di un candidato c’è una lista. Chi prende un tot di percentuale eleggerà quel tot di parlamentari.
Per quanto riguarda lo sbarramento, i partiti dovranno ottenere almeno il 3% dei voti. Pe quanto riguarda le coalizioni invece devono raggiungere il 10%. Altrimenti non si eleggerà alcun parlamentare di quel partito o quella coalizione.

 

06 – Stefania Cella *: “INFLUENZA DEI POMODORI”: IN INDIA 80 CASI. SI TRATTA DI UNA NUOVA FORMA INFLUENZALE, CHIAMATA DAGLI SCIENZIATI “TOMATO FLU”, TRADOTTO “INFLUENZA DEI POMODORI”.
L’influenza dei pomodori è un’infezione che causa gonfiori che si trasformano successivamente in ulcere. Da qui il suo nome “influenza dei pomodori”. Secondo quanto riferito dai medici studiosi, chi la contrae non corre il rischio di morire. Sarebbe però difficile da diagnosticare, in quanto la sua sintomatologia è analoga a quella del Covid-19, alla Chikungunya e alla Dengue.
Si tratta di una nuova forma influenzale, chiamata dagli scienziati “tomato flu”, tradotto “influenza dei pomodori”. In India sono stati segnalati circa 80 casi di infezione tra i bambini: per questo motivo l’influenza sta destando particolare preoccupazione.

INFLUENZA
Massima attenzione in tutti gli Stati indiani: il ministero della Salute locale ha comunicato il fatto che un’ottantina di bambini sotto i cinque anni sono ricoverati con i sintomi di questa malattia.
SINTOMI
Dopo aver contratto l’influenza, sul corpo del paziente compaiono delle bolle rosse, simili a pomodori, che si trasformano in ulcere. I primi sintomi dell’influenza sono caratterizzati da febbre moderata, scarso appetito e gola infiammata.
L’influenza dei pomodori è comparsa principalmente negli stati del Sud dell’India. Potrebbe trattarsi di una variante dell’infezione mani-bocca-piede, anche detta Hand Foot and Mouth Disease. Ancora gli studiosi non hanno identificato l’esatta natura dell’infezione, ma ciò che è chiaro è che – nonostante la sintomatologia piuttosto simile – l’influenza non ha alcun legame con il Covid-19.
Secondo quanto riportato all’interno di un articolo apparso su Lancet Respiratory Medicine e citato dal Guardian, “la rara infezione virale è attualmente in uno stato endemico e non viene considerata pericolosa per la vita”. Nonostante ciò la “data la terribile esperienza con il Covid-19, è bene rimanere vigili per prevenire ulteriori epidemie”, dice l’articolo.
Il dottor Suneela Garg, ufficiale sanitario del governo di Delhi, ha dichiarato: “Chikungunya e Dengue potrebbero rendere i bambini vulnerabili all’influenza dei pomodori, perché il loro sistema immunitario è indebolito. A oggi non ci sono casi in città e sono convinto che non diventerà un problema”.
*( Fonte: News Mondo. Stefania Cella – giornalista )

 

07 – Piergiorgio Pescali*: a Zaporizhzhia si combatte, ma la guerra è psicologica. LA CENTRALE NUCLEARE CHE PREOCCUPA IL MONDO.

Gli allarmi di Zelensky che teme un dirottamento dell’elettricità verso la rete russa. Ispettori Aiea pronti a partire, l’intesa è vicina. I sei reattori comunque non sono mai stati messi a rischio
Il fumo che si. alza dall’incendio nei pressi della centrale nucleare visto dal satellite –
Mentre il presidente ucraino Zelensky continua ad avvertire gli alleati europei e statunitensi che il mondo è sull’orlo di una catastrofe nucleare almeno sino a quando Mosca avrà il controllo della centrale nucleare di Zaporizhzhia, continuano i colloqui tra Russia e Ucraina per permettere agli ispettori dell’Aiea di entrare nella centrale nucleare.
SECONDO FONTI DI ENTRAMBI i Paesi, sembra che le delegazioni stiano raggiungendo un accordo e l’ispezione internazionale potrebbe avvenire tra la fine del mese di agosto e i primi di settembre. Sia Kiev che Mosca si sono dichiarate favorevoli ad accogliere la delegazione di esperti dell’Aiea, ma l’ostacolo principale, rappresentato dalle modalità con cui condurre i controlli e, soprattutto, come permettere alla squadra Aiea di accedere alla centrale, hanno più volte bloccato le trattative.

Anche Rafael Mariano Grossi, direttore dell’Aiea, sembra aver riconquistato l’ottimismo affermando che «siamo vicinissimi ad un accordo». Le sue parole sono state confermate dal ministro dell’Energia ucraino German Galushchenko e da numerosi diplomatici russi, tra cui il ministro della Difesa, Sergei Shoigu. «Abbiamo bisogno di recarci a Zaporizhzhia per stabilizzare la situazione e assicurare la presenza dell’Aiea» ha concluso Grossi.

Mosca, che in prima istanza aveva chiesto che il team internazionale entrasse dai territori occupati dal proprio esercito con un visto russo, sembrerebbe accettare la proposta di Kiev che l’accesso avvenga direttamente dal territorio controllato dalle proprie truppe e dalla riva settentrionale del fiume Dniepr, su cui si affaccia la grande centrale atomica.

Nel corso delle ultime settimane, la zona attorno all’impianto è stata oggetto di ripetuti colpi di artiglieria tra i due fronti: il sito nucleare si trova difatti sulla sponda meridionale del fiume Dniepr occupata dai russi, mentre sulla sponda opposta, a tre chilometri di distanza, si è assestato il fronte delle forze ucraine.

NONOSTANTE I RIPETUTI ALLARMI lanciati da Zelensky, nessuno dei sei reattori della centrale di Zaporizhzhia sono mai stati in pericolo di fusione. L’ultimo stacco di corrente, avvenuto giovedì, ha interessato gli unici due reattori attivi (il numero 5 e il numero 6) costringendo gli operatori a mettere in arresto di emergenza entrambi. Senza corrente le pompe si arrestano e non permettono all’acqua del circuito di raffreddamento di circolare rischiando il surriscaldamento del reattore.

Un reattore nucleare, anche quando viene spento, deve essere raffreddato per diversi giorni a causa del calore residuo di decadimento. A differenza di quanto affermato da molti media (e da Zelensky stesso), nessun generatore di emergenza è stato attivato dopo il distacco dalla rete principale, in quanto il sito è stato immediatamente collegato alla linea da 330kV di una centrale termica che ha provveduto a fornire l’elettricità necessaria.

Escludendo un incidente dovuto ad esplosioni dei reattori causate da bombardamenti mirati (i reattori sono protetti da diversi metri di cemento rinforzato che resistono ad attacchi anche reiterati di armi convenzionali) il pericolo più serio che possa accadere sarebbe la fusione di uno o più reattori, riproponendo lo scenario già visto a Fukushima nel 2011. In questo caso è stato calcolato che la zona contaminata si estenderebbe per un raggio massimo di 60 chilometri dalla centrale; una tragedia per le popolazioni locali, ma che non vedrebbe innalzamento di radioattività significativi nel resto dell’Ucraina.

È IMPORTANTE FARE NOTARE che tutti gli attacchi avvenuti attorno alla centrale sono stati condotti solo con l’intento di danneggiare impianti o edifici, senza però causarne la distruzione. Segno che, da qualunque parte questi bombardamenti arrivino, nessuno degli attori vuole causare danni permanenti al sito. È quindi chiaro che tutto ciò che sta avvenendo nella zona ha un significato altamente propagandistico e simbolico. Siamo dunque in una fase di guerra psicologica, atta a destabilizzare, demoralizzare il nemico e al tempo stesso influenzare le diplomazie esterne.

Attualmente a Zaporizhzhya sono presenti tecnici della Rosatom, l’agenzia atomica russa, che però ha negato che i suoi dipendenti prendano parte alle operazioni di gestione o di difesa del sito, limitandosi a dare consigli riguardo la sicurezza dell’impianto e dei lavoratori.
IL VICE PRIMO MINISTRO RUSSO, Marat Khusnullin, non ha negato che i russi stanno cercando di reindirizzare l’elettricità prodotta dalla centrale nucleare verso i territori occupati dal loro esercito e, da qui, nella stessa Russia, integrando Zaporizhzhia con la rete russa. È proprio quello che l’Ucraina ha cercato di evitare sin dal 2014 quando, a seguito dell’annessione della Crimea da parte della Russia, Kiev ha iniziato a riorganizzare la sua rete elettrica connettendosi a quella dell’Unione europea.
Nel caso Mosca riuscisse a connettere Zaporizhzhia alla sua rete elettrica, l’Ucraina, da esportatore quale è oggi, si troverebbe costretta a dover importare energia dall’Europa.

ERRATA CORRIGE
Gli allarmi di Zelensky che teme un dirottamento dell’elettricità verso la rete russa. Ispettori Aiea pronti a partire, l’intesa è vicina. I sei reattori comunque non sono mai stati messi a rischio.
*(Fonte: Internazionale, Piergiorgio Pescali. Giornalista freelance, si occupa del rapporto tra religione e scienza e di cultura e società dell’Estremo Oriente, in particolare Sud Est Asiatico)

 

08 – Giulio Marcon *: LA POLITICA HA RIMOSSO LA PACE. 25 SETTEMBRE. L’ITALIA È DI FATTO IN GUERRA – COME MINIMO ATTIVA SOSTENITRICE DELLA GUERRA – MA IL TEMA È DERUBRICATO NELLE APPENDICI DEI PROGRAMMI ELETTORALI.

La guerra in Ucraina è assente dalla campagna elettorale. Non ne parla quasi nessuno e soprattutto nessuno che si faccia promotore – non a chiacchiere, ma con proposte concrete – di un’idea di politica estera e della difesa ispirata alla pace e alla cooperazione internazionale, che ne faccia il tema centrale della campagne elettorale.

La situazione in Ucraina è gravissima a sei mesi dalla criminale invasione russa voluta da Putin (per una guerra che trova le sue origini nel 2014): i pericoli per la pace in Europa e nel mondo sono enormi e tutto si concentra sulle preoccupazioni – certo fondate – delle conseguenze del conflitto sull’approvvigionamento del gas e dell’aumento del suo prezzo. L’Italia è di fatto in guerra – come minimo attiva sostenitrice della guerra – ma il tema è derubricato nelle appendici dei programmi elettorali e in battute di circostanza in qualche intervista o iniziativa pubblica.

Quando fu fondata l’Associazione per la pace alla fine degli anni Ottanta , padre Ernesto Balducci ci invitò «a portare la pace nella politica», mentre oggi, sconsolati, assistiamo all’assenza della pace nella politica: quello che è peggio è che è la guerra ad essere «stata portata nella politica». Una parte della politica si è messa l’elmetto, un’altra assiste inerte o balbetta qualcosa.

Quello che si scrive nei programmi elettorali, poi, è ancora peggio di quello cui assistiamo: Più Europa auspica la continuazione dell’invio della armi in Ucraina e Azione il raggiungimento in tempi rapidi del 2% del Pil per la spesa militare. Dato per scontato che il centro-destra ribadisce nel suo “accordo di governo” la centralità dell’interesse nazionale e delle radici giudaico-cristiane dell’Europa, in nessun programma elettorale si fa riferimento alla necessità di una riforma delle Nazioni Unite. Un po’ ne parlano Più Europa e Partito democratico – ma non del suo ruolo prioritario, nè della sua centralità – ma nessun altro sembra accorgersi delle Nazioni unite. Ed è scoraggiante che i Cinque Stelle enfatizzino – come primo punto della politica estera – la loro fedeltà indefessa all’Alleanza atlantica e parlino di «no al riarmo», ma non di disarmo. E non è una sottigliezza.

Più promettente sembrerebbe il programma dei Verdi Sinistra Italiana che dedicano il tredicesimo capitolo del loro programma all’”Italia della pace” e hanno la colomba nel loro simbolo elettorale. E in effetti – oltre ad un’attenzione al tema della guerra e a quella in Ucraina – ci sono una serie di misure condivisibili e circostanziate sui temi della difesa nonviolenta e dei corpi civili di pace. Dopodiché per le armi si propone la “moratoria sulle spese aggiuntive”: e la riduzione delle spese militari no?

E l’invio delle armi in Ucraina? Si sorvola. Gli F35 – che erano stati al centro della mobilitazione negli anni scorsi – completamenti dimenticati. Come è rimosso il tema delle Nazioni Unite, dell’«Onu dei popoli», per dirla con Don Tonino Bello. La stessa dimenticanza (dell’Onu e dei cacciabombardieri F35) è nel programma di Unione Popolare, che pure è chiaramente a favore della riduzione delle spese militari e contro l’invio delle armi in Ucraina. Ma di politiche della nonviolenza non si parla mai.
Se poi si passa dalle proposte ai nomi, tanta acqua è passata sotto i ponti in pochi anni. Nel 2013 erano stati candidati nelle liste di Italia Bene Comune e di Rivoluzione Civile il segretario del Movimento Nonviolento, il coordinatore della Tavola della pace, il coordinatore della Rete Disarmo, il presidente di un’organizzazione pacifista come l’ARCI, e altri ancora. E oggi? Niente. In liste governate dall’ossessione della sopravvivenza del ceto politico esistente o dell’ascesa di quello aspirante a esserlo di nuovo, non c’è spazio per la società civile e i pacifisti, men che meno per coloro che si sono impegnati contro la guerra in Ucraina.
Anche per questo disinteresse verso la pace e verso i pacifisti, il crepuscolo della politica democratica e della sinistra italiana assume i toni desolanti di una diffusa irresponsabilità verso il dramma che stiamo vivendo di fronte ad una guerra – come quella in Ucraina – che rischia di sfuggire di mano e travolgere l’Europa, e non solo. La speranza che la guerra e la pace tornino al centro di questa campagna elettorale non è cessata. Ma, dai programmi e dalle liste elettorali e dal dibattito in corso qualche serio dubbio lo abbiamo.
*( Fonte: IL manifesto. Giulio Marcon, è uno scrittore e saggista italiano)

 

09 – Alfonso Gianni*: L’AGENDA DRAGHI NON CI SALVA DA CRISI E SPECULAZIONE. ECONOMIA DI GUERRA. SI ATTENDONO LE PROSSIME DECISIONI CHE VERRANNO PRESE A JACKSON HOLE, LA RIUNIONE DEI BANCHIERI CENTRALI, PER QUANTO RIGUARDA L’INNALZAMENTO DEI TASSI, L’UNICA MEDICINA CHE VIENE OFFERTA ALL’ECONOMIA MONDIALE CHE HA IN REALTÀ BEN ALTRI PROBLEMI CHE NON SOLO L’IMPENNATA DELL’INFLAZIONE

Non si può certo dire che l’esercizio dell’ars oratoria sia il pezzo forte del repertorio di Mario Draghi. Lo si è notato anche a Rimini, durante il tradizionale appuntamento di Comunione e Liberazione, oramai diventato una passerella per membri del governo presente o futuro.
L’unico momento nel quale il tono di voce del Presidente del Consiglio uscente si è leggermente innalzato dalla monotona lettura del suo discorso, è stato quando ha manifestato la sua convinzione sul prossimo governo.

Il presidente del Consiglio in carica ha affermato che il prossimo governo «qualunque sia il suo colore politico» riuscirà a superare difficoltà che «oggi appaiono insormontabili» e che quindi «l’Italia ce la farà, anche questa volta». A questa volitiva previsione si sono voluti contrapporre i dati riportati dal Financial Times – che pure ha sempre apertamente sostenuto la leadership di Draghi – che dimostrerebbero la scommessa degli hedge fund su un fallimento italiano.

Il contrasto ha sollecitato la fantasia di dietrologi di vario orientamento. Se si esclude che il passaggio di Draghi sia stata buttato lì per puro patriottismo, è ancora più difficile pensare che «l’uomo delle istituzioni», ovvero della finanza, non fosse al corrente delle valutazioni della agenzia americana S&p Global market su cui si è poi fondato l’articolo del giornale londinese.

Quei dati non sembrano, per ora, avere provocato particolari traumi sui mercati finanziari. Lo scarto tra Btp e Bund tedeschi si è addirittura ridotto di quasi dieci punti, così come è sceso il rendimento del Btp a dieci anni.

L’allarme lanciato dal Financial Times nasce dal fatto – ne ha scritto qui ieri Luigi Pandolfi – che il valore dei titoli ceduti senza possederli per poi ricomprarli a prezzi inferiori ammonta nel caso dell’Italia a 39 miliardi di dollari. Le «vendite allo scoperto» non sono una novità. È una delle pratiche che Luciano Gallino proponeva di cancellare nella sua proposta di riforma della finanza. Si tratta di un valore in assoluto superiore a quello verificatosi nel 2008.

Ma se lo si confronta con la crescita del debito pubblico italiano, attualmente di 2766 miliardi, mille in più rispetto al tempo della crisi innescata dai subprime, la cifra risulta in percentuale ridimensionata. Altrove lo «scoperto» su cui si giocano le scommesse speculative è più accentuato: circa 81 miliardi in Francia, quasi 98 in Germania.

Ma tutto ciò non nasconde la debolezza strutturale del nostro paese, la sua maggiore esposizione al rischio di un blocco totale del gas russo, al fatto che il sostegno della Bce è comunque molto diminuito rispetto a qualche mese fa. Se ci si mette anche l’instabilità politica il quadro della maggiore fragilità dell’Italia si arricchisce di un nuovo elemento. Ed è particolarmente su questo aspetto che ha voluto insistere Draghi nel suo discorso di Rimini. In sostanza ha voluto dire che il suo governo, implementando le politiche europee, ha tracciato un solco ben preciso, dai bordi ben marcati – il Pnrr ci terrà per mano almeno fino al 2026 – dai quali un nuovo governo, anche se di diverso colore politico, ben difficilmente potrà uscire.

Insomma Draghi ha postulato – al di là di quella che sarà la sua personale collocazione futura – l’ultrattività delle sue politiche, ben al di là della morte di poco prematura dell’attuale legislatura. Sia per quanto riguarda le questioni economiche, sia per ciò che concerne la collocazione internazionale piattamente atlantista, il sostegno all’espansionismo della Nato e l’invio di armi in Ucraina. Non è un caso che Giorgia Meloni si sia subito precipitata a lanciare messaggi di cautela e di acceso filo-atlantismo alla stampa internazionale.

Intanto si moltiplicano le previsioni di una recessione connessa a stagflazione per quanto riguarda l’Europa e in misura diversa anche gli Stati Uniti. La «stagnazione secolare» non appare più una esagerazione allarmistica, ma una previsione con seri fondamenti su cui ragionare.

Ora si attendono le prossime decisioni che verranno prese a Jackson Hole, la riunione dei banchieri centrali, per quanto riguarda l’innalzamento dei tassi, l’unica medicina che viene offerta all’economia mondiale che ha in realtà ben altri problemi che non solo l’impennata dell’inflazione. Per questo bisognerebbe uscire dal perimetro politico ed economico tracciato da Draghi. Restarci dentro non significa solo dimostrare la propria inutilità, ma comporta il rischio di restarne stritolati. Non siamo più ai tempi del whatever it takes. Era già vero allora, ma adesso più che mai: le politiche monetarie non risolvono le crisi economiche e il tempo che passa dalla fase acuta di una crisi ad un’altra si sta restringendo sempre più.
E la guerra – che non si vuole fermare, ma vincere, stando alle esplicite dichiarazioni dei suoi principali protagonisti – porta con sé la distruzione dell’ambiente e l’impoverimento di grande parte delle popolazioni europee. Un tempo dalla guerra poteva nascere una rivoluzione, ora solo un pacifismo concreto può innestare un processo di trasformazione.
*( Fonte: Il Manifesto. Alfonso Gianni, è un politico italiano, occasionalmente anche saggista)

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