20080805 13:57:00 redazione-IT
Reportage dal centro di prima accoglienza più grande d’Europa. I presenti sono 1.677 su 1.689 posti disponibili. Uno su quattro viene dall’Afghanistan, poi Nigeria e Somalia. 130 le donne e 43 i minori
– Cpa di Crotone, afgano un richiedente asilo su quattro
– Cpa di Crotone, presto un’interrogazione al Senato sulle condizioni sanitarie
– Sprar saturo, rifugiati abbandonati a se stessi
– Investire di più nello Sprar: la richiesta delle associazioni
CROTONE – Alle dieci del mattino il caldo sotto le tende è già insopportabile. Non c’è un filo d’aria. Il telo grigio è macchiato del sangue di dozzine di zanzare schiacciate nella notte da Ahmed e dai suoi due compagni. Vengono dal Sudan. Sono sopravvissuti al genocidio del Darfur. E dopo cinque mesi in Libia sono riusciti a imbarcarsi per Lampedusa. Da 40 giorni l’Italia li accoglie così, su materassini gialli di gommapiuma senza lenzuola. Sotto tende senza acqua corrente né elettricità. I bagni a trecento metri di distanza. La tendopoli è l’ultima novità del campo di accoglienza per richiedenti asilo più grande d’Europa.
Siamo in provincia di Crotone, il centro Sant’Anna si trova di fronte all’omonimo aeroporto, sull’altro lato della Statale 106, a metà strada tra Crotone e Isola di Capo Rizzuto. Dalla sua apertura, all’epoca degli sbarchi in Puglia dei kosovari nel 1999, da questa vecchia base dell’Aeronautica militare sono transitate circa 70.000 persone, di cui 7.000 solo nel 2007.
Al 4 agosto 2008 i presenti sono 1.677 su un totale di 1.698 posti disponibili. Circa 1.200 vengono ospitati nei 160 container gialli, verdi e blu delle quattro sezioni A, B, C e D del campo. Otto per container. Poi ci sono i 240 posti nelle 30 tende blu montate questa estate dal Ministero dell’Interno per fronteggiare l’aumento degli sbarchi in Sicilia. E quindi i 256 posti negli appartamenti del Cara (Centro accoglienza richiedenti asilo), la nuova sezione, tutta in muratura, inaugurata a maggio 2008 e dedicata in particolare alle famiglie e alle donne, sole o con figli. Poco distante, un muro in cemento armato alto circa cinque metri, circonda l’ex centro di permanenza temporanea (Cpt), chiuso nel maggio del 2007. Dal 24 aprile del 2007, per decreto ministeriale, i cancelli del Sant’Anna sono aperti dalle 8 alle 22. Per uscire basta esibire il tesserino di riconoscimento.
Due terzi degli ospiti sono stati trasferiti al Sant’Anna direttamente da Lampedusa, in aereo. Gli altri invece, essenzialmente afghani e iracheni, sono arrivati in Italia dalla Grecia, nascosti sui traghetti che partono ogni giorno da Patrasso verso i porti dell’Adriatico. Un ospite su quattro è afghano (424 sui 1.677 presenti al 4 agosto 2008). Seguono nigeriani (259 persone), somali (229), ghanesi (158), iracheni (147), eritrei (144), ivoriani (79) e togolesi (65). Ma le nazionalità presenti sono oltre 40. Rispetto allo scorso anno, sono del tutto scomparsi i nordafricani. Solo due algerini e una donna marocchina. Le donne presenti sono 130 e i minori 43. Per loro ci sono servizi ad hoc: un laboratorio per le donne, una ludoteca e una scuola di italiano per bambini.
Tuttavia non tutte le donne sono accolte negli spazi più protetti del Cara. E nemmeno i bambini. Addirittura 52 donne, 19 minori e 2 neonati sono ospitati dentro i container. L’ente gestore – Caritas e Misericordia – cerca di fare del suo meglio per la gestione di un centro che ha i numeri di un piccolo paese. Ogni mercoledì vengono fatti incontri con i rappresentanti delle varie comunità nazionali. C’è una scuola che, a gruppi di 20, insegna l’italiano a 400 persone al giorno. Vengono celebrate le varie feste religiose, le feste di indipendenza, il giorno della memoria per il Darfur. C’è una piccola cappella per la preghiera e una stanza adibita a moschea. Ci sono campi da gioco. Il centro è stato addirittura visitato da oltre 300 studenti delle scuole medie e superiori della provincia. E tuttavia non c’è nemmeno una mensa. Le persone ritirano la colazione e i pasti sotto il sole, nel cortile, mantenuti in fila dagli agenti della polizia che con i manganelli indicano loro l’ordine da tenere. Si mangia nel piazzale oppure dentro i container. Comprese donne e bambini. Nei container c’è almeno l’aria condizionata, ma molti dicono di non avere lenzuola pulite né sufficiente sapone per lavarsi. (gdg),
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Cpa di Crotone, afgano un richiedente asilo su quattro
Fuggono dalla guerra ma non hanno fatto i conti con la burocrazia. Per chi è transitato in altri Stati Ue, il Regolamento Dublino II blocca l’iter della domanda d’asilo. La testimonianza di Z.K., fuggito da Baghlan
CROTONE – Nel più grande centro di accoglienza d’Europa, gli afgani sono gli ospiti più numerosi. Dei 1.677 presenti al 4 agosto 2008 nel campo di Sant’Anna, a Crotone, ben 424 provengono dall’Afganistan. Uno su quattro. Arrivano in Italia nascosti nei camion che da Patrasso, in Grecia, si imbarcano sui ferry diretti nei porti italiani dell’Adriatico, a Venezia, Ancona, Bari e Brindisi. Fino a Crotone invece li porta il passaparola. Per loro i tempi di attesa sono più lunghi degli altri richiedenti asilo. C’è chi è al Sant’Anna da cinque o sei mesi. Per lasciarsi la guerra alle spalle hanno attraversato l’Iran, scalato a piedi le montagne innevate della provincia di Van per entrare in Turchia, hanno viaggiato stipati nei camion fino a Istanbul, sfidato il mar Egeo sui gommoni diretti alle isole greche e infine rischiato la vita appesi sotto i telai dei tir imbarcati a Patrasso. Ma il più grande ostacolo devono ancora affrontarlo. È il Regolamento Dublino II. Il loro destino è appeso alla forma dei loro polpastrelli. Se la polizia di qualsiasi Stato membro europeo ha già preso le loro impronte digitali, quello Stato è responsabile della loro domanda d’asilo. In questi casi, l’Unità Dublino del Ministero dell’Interno avvia una procedura che può durare mesi. Il rischio è di essere rinviati in Grecia. Anche se in Grecia il tasso di riconoscimento dei rifugiati è dello 0,3% contro il 57% dell’Italia (10% delle domande accolte e 47% permesso di soggiorno per motivi umanitari). Norvegia, Svezia e Germania hanno sospeso il Regolamento Dublino II con la Grecia da alcuni mesi, proprio per tutelare la protezione dei rifugiati. L’Italia fa finta di niente.
Z.K. è pashtun. Viene dall’Afghanistan. E in Afghanistan ha paura di essere rimpatriato. È già successo una volta. Nell’aprile del 2007, dalla Francia, mentre tentava di raggiungere illegalmente l’Inghilterra per chiedere asilo. Mi racconta la sua storia facendomi entrare nel container verde dove vive con altri cinque afgani pashtun, al Sant’Anna. Z. era entrato in Europa dalla Slovacchia, via Ucraina. Da lì aveva attraversato l’Austria, l’Italia e la Francia. Ma prima di riuscire a trovare un passeur che lo facesse salire su uno dei camion che da Calais si imbarcano per l’Inghilterra, venne arrestato e rimpatriato. All’aeroporto di Kabul non ebbe problemi con la polizia, dice. Ma rimanere era troppo pericoloso. Z. viene da Baghlan. Trecento chilometri a nord di Kabul. Una città balzata all’onore delle cronache per la strage dei bambini, nel luglio 2007, quando un attentato contro una delegazione governativa fece 75 morti tra cui 59 scolari tra gli 8 e i 18 anni. Z. era rientrato da tre mesi. Dopo l’attentato ripartì. Stavolta attraversando l’Iran, la Turchia e la Grecia. In Italia è arrivato nascosto in un camion sbarcato a Bari il 29 aprile 2008. Le sue impronte digitali sono conosciute in Slovacchia, in Austria, in Francia, in Grecia e adesso anche in Italia. Z. aspetta la decisione dell’Unità Dublino. Z. ha paura di essere rimandato in Grecia o Slovacchia. O peggio ancora di essere rimpatriato.
Già perché alcuni richiedenti asilo politico afgani hanno ricevuto una risposta negativa dalla Commissione territoriale di Crotone per il riconoscimento dello status di rifugiato. Perché provenienti da zone dell’Afghanistan ritenute sicure dalla Commissione stessa, quali ad esempio Kabul. Difficile definire sicuro un Paese dove, nei primi sette mesi del 2008, secondo Peace Reporter, la guerra ha fatto almeno 3.513 vittime. Per questo un centinaio di afgani hanno recentemente protestato sotto il Tribunale di Catanzaro, con uno sciopero della fame protratto dal 16 al 18 giugno 2008. Molti di loro sono in attesa dei risultati dell’Unità Dublino da più di quattro mesi. Dalla protesta sono passati quasi due mesi. E ancora non hanno avuto risposte. Non sanno chi sarà lo Stato competente a ricevere la loro istanza di asilo, e hanno paura di essere rimandati in Afghanistan. (gdg),
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Cpa di Crotone, presto un’interrogazione al Senato sulle condizioni sanitarie
A cura delle senatrici Mazzucconi e Bianchi (Pd). Critiche sull’accoglienza delle donne, preoccupazione sulle condizioni dei container e della tendopoli, sulla mancanza di una mensa e di assistenza legale
CROTONE – Le senatrici Daniela Mazzucconi (Pd) e Dorina Bianchi (Pd) lavorano ad un’interrogazione parlamentare sulle condizioni del centro di accoglienza Sant’Anna di Crotone. Accompagnate da rappresentanti delle associazioni locali impegnate nella promozione dei diritti dei migranti – raccolte nel Coordinamento Baobab – le parlamentari hanno visitato il centro lo scorso 18 luglio. Il rapporto della visita, diffuso dal Coordinamento Baobab, giudica “preoccupanti” le condizioni di accoglienza nei container e nella tendopoli. Critiche sono state espresse anche sull’accoglienza delle donne e sull’assistenza sanitaria. Nonché sugli eccessivi tempi di attesa per i casi Dublino II, ovvero quei richiedenti asilo politico – soprattutto afgani – che attendono il responso della Commissione Dublino che deve decidere quale Stato europeo sia competente della loro domanda di protezione, essendo già transitati in un altro Stato membro prima di raggiungere l’Italia. Durante la visita, le senatrici hanno riscontrato la presenza di 10 richiedenti asilo afgani in un unico container, mantenuto in “pessime condizioni”: “le lenzuola (monouso) sono sporche e lacerate. Alcuni materassi sono sul pavimento, senza rete e senza lenzuola. Dentro il caldo è soffocante a causa di un guasto al condizionatore”. Alcuni degli ospiti vivono in queste condizioni da marzo 2008. La permanenza media al centro – secondo il rapporto – è di quattro, cinque mesi.
Nessuno degli ospiti si è lamentato con la delegazione delle parlamentari per il cibo, sebbene non esista una mensa e i pasti vengano consumati all’aperto o nei container. È piuttosto sul fronte sanitario che lamentano gravi carenze. “Visite rifiutate, maltrattamenti e mancanza di cure” si legge nel rapporto. Alcuni ospiti sostengono che “per qualsiasi tipo di problema danno a tutti la stessa medicina”. Un ragazzo iracheno, disabile per una ferita da mina alla gamba destra, è stato visitato solo grazie all’intervento della senatrice Mazzucconi, dopo che aveva inutilmente chiesto più volte una visita. Il medico ha sostenuto che il ragazzo, per una “preoccupante devascolarizzazione” adesso rischia “l’amputazione dell’arto”. Gli ospiti hanno poi dichiarato alla delegazione “di aver ricevuto dal loro ingresso nel Centro un solo paio di lenzuola e che solo ogni dieci giorni ricevono un sapone e uno shampo monouso”, mentre la convenzione della Prefettura con l’ente gestore prevede due cambi a settimana delle lenzuola e una distribuzione quotidiana di shampoo e sapone.
Per quanto riguarda l’assistenza legale, gli ospiti hanno dichiarato alle parlamentari “di non ricevere nessun tipo di informazione in materia legale e di non essere informati circa i loro diritti”. Alcuni hanno riferito “di essersi rivolti agli operatori legali del centro, ma di non aver ottenuto consulenza, soprattutto per presentare i ricorsi”. Per questo molti si rivolgono ad avvocati esterni al Centro. Chi invece ha ottenuto una decisione positiva da parte della Commissione per il riconoscimento dello status di rifugiato, deve attendere oltre un mese prima di poter ritirare il permesso di soggiorno e il titolo di viaggio e lasciare il campo.
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Sprar saturo, rifugiati abbandonati a se stessi
Misericordie e Caritas ricevono un’indennità di 30 euro al giorno per ogni richiedente asilo. Con 1.698 posti disponibili al Cpa di Crotone, significa circa 18 milioni di euro l’anno. Ma dopo la prima accoglienza nessuna integrazione
CROTONE – Sono arrivati i militari. Annunciati dal pacchetto sicurezza, cento uomini in mimetica, distribuiti su tre turni, da ieri presidiano il centro di prima accoglienza per immigrati di Sant’Anna, a Crotone. Stanno di piantone lungo la rete all’ingresso, sotto il sole, appoggiati alle portiere dei fuoristrada dell’esercito. A vigilare la struttura ci sono anche polizia, carabinieri e guardia di ginanza. La situazione è la stessa negli altri centri di prima accoglienza. Ma a Crotone non è l’unica novità. Da un anno è quotidianamente presente all’interno della struttura anche un rappresentante dell’Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati. Ciononostante i tempi di attesa per il riconoscimento dello status di rifugiato continuano a superare i tre mesi. E i tempi raddoppiano per i casi Dublino. La commissione territoriale ha sede all’interno del campo, come pure l’Ufficio immigrazione della polizia, ma ciò non abbrevia le lungaggini burocratiche. E intanto gli ospiti sono costretti a aspettare, senza la possibilità di lavorare né di mantenersi. Sono costretti a essere assistiti.
Uno su due otterrà una protezione umanitaria o lo status di rifugiato. Dopodichè sarà abbandonato a se stesso. Sì perché i circuiti del Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar) sono saturi. A malapena riescono a garantire una seconda accoglienza ai casi vulnerabili, come donne sole e famiglie. I posti disponibili sono 3.000. Nel 2007, soltanto da Crotone, sono transitati 7.000 richiedenti asilo. Non c’è altro da aggiungere. È la prassi a Crotone come negli altri centri di prima accoglienza d’Italia. Dopo mesi trascorsi dentro i container o sotto le tende, con o senza un permesso di soggiorno si viene semplicemente accompagnati alla stazione ferroviaria più vicina, con in tasca un biglietto per le città del nord e qualche indirizzo utile. Così si vanno ad alimentare le sacche del lavoro nero nell’agricoltura del sud o nell’edilizia del nord, come pure i ghetti delle periferie delle grandi città, dove finiscono per abitare questi nuovi cittadini. E allora gli sforzi di tanti operatori sociali di buona volontà diventano inutili. Schiacciati sotto un sistema che non funziona, che crea clandestinità e marginalità, ma che fa guadagnare tanti. A partire dagli enti gestori dei centri di prima accoglienza.
La Prefettura di Crotone ha siglato diverse convenzioni per la gestione del Sant’Anna. Il comune di Isola di Capo Rizzuto si occupa della manutenzione mentre l’assistenza sanitaria è affidata all’Asl n. 5 di Crotone. La gestione dei servizi, dei pasti, dell’assistenza e dell’orientamento è invece affidata a una cordata formata dall’associazione delle Misericordie e la Caritas diocesana. La gestione del Sant’Anna vale milioni di euro. Per ogni ospite l’ente gestore riceve un’indennità di circa 30 euro al giorno. Con 1.698 posti disponibili significa 50.000 euro al giorno. Che in un anno fanno 18 milioni di euro. Come a dire che se in un anno transitano 7.000 persone dal centro, per ognuna di loro lo Stato spende circa 2.500 euro per poi riportarli al punto di partenza. Da soli in terra straniera. (gdg),
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”Investire di più nello Sprar”: la richiesta delle associazioni
Il coordinamento Baobab di Cosenza chiede che siano aumentati i posti per la seconda accoglienza e che siano bloccate le espulsioni di richiedenti asilo afgani, ”perché nessuna area del Paese può essere considerata sicura”
ROMA – Proporre la richiesta di radicamento della competenza dello Stato Italiano sui casi Dublino presenti sul territorio ormai da diversi mesi, e sollecitare la Commissione Nazionale a dare indicazioni affinché le Commissioni Territoriali competenti garantiscano misure di protezione a tutti i richiedenti asilo afgani presenti in Italia in quanto non esistono aree di questo Paese che possano essere ritenute sicure. Queste le richieste del Coordinamento Baobab, dopo la visita, con le senatrici Mazzucconi e Bianchi, del centro di accoglienza Sant’Anna a Crotone e del centro di identificazione e espulsione di Lamezia Terme, lo scorso 18 luglio.
Il coordinamento Baobab, nato nel 2005, riunisce associazioni della provincia di Cosenza che si occupano delle problematiche riguardanti il mondo dei migranti (Azione Cattolica, Comunità di Sant’Egidio, Suore di Maria Bambina, Movimento Giovanile Missionario, Kasbah, InformaImmigrati, comunità rumena, filippina, albanese e brasiliana). Le associazioni cosentine, oltre alle critiche, propongono un maggiore investimento nelle strutture di seconda accoglienza del Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar). “Le strutture Sprar – sostiene il coordinamento Baobab -, a differenza delle strutture di detenzione, avviano percorsi di accoglienza volti ad un pieno inserimento socio-economico delle persone”. E costano di meno. Accogliere un richiedente asilo in strutture di seconda accoglienza costa, secondo Baobab – in media il 60% in meno che trattenere uno straniero all’interno di strutture di carattere detentivo o semi detentivo. Tuttavia la capacità ricettiva dello Sprar è troppo esigua rispetto alle reali esigenze. A fronte delle 14.050 richieste di asilo presentate nel 2007 infatti, i posti disponibili sono solamente 3.000. (gdg)
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EmiNews 2008
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