20080915 09:42:00 redazione-IT
La trattativa tra governo, Cai e sindacati è ripresa in mattinata: i tempi per evitare il fallimento dell’Alitalia sono stretti e l’ostacolo maggiore resta il contratto dei piloti e degli assistenti di volo. Nella notte è stato trovato un accordo quadro. Da Cgil, Cisl, Uil e Ugl un primo sì al piano: la condivisione di un accordo quadro, limitata al piano industriale, per poi trattare ancora sul nuovo contratto di lavoro. Un documento nato da un confronto non aperto a tutte le sigle, e per questo motivo giudicato «inutile e provocatorio», niente più che «carta straccia», dalle sigle autonome che rappresentano la maggior parte dei piloti e degli assistenti di volo: Anpac, Up, Avia, Anpav e SdL, che con documento unitario contestano «la scellerata messa in scena del sindacato confederale e del ministero del Lavoro tesa a produrre un documento precostituito da sottoporre alle rappresentanze indipendenti del gruppo Alitalia».
È «carta straccia» per la SdL. Mentre per i piloti dell’Anpac è «molto grave la chiusura di un accordo senza aver coinvolto le sigle che rappresentano la grande maggioranza dei lavoratori del gruppo Alitalia». Duro l’attacco al ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi: una gestione «scellerata», per le sigle autonome.
Sacconi è invece soddisfatto dell’intesa raggiunta dopo ore di confronto, con i segretari generali della Cgil Guglielmo Epifani, della Cisl Raffaele Bonanni, della Uil Luigi Angeletti, e dell’Ugl Renata Polverini, e con i vertici della Cai, la società creata dalla cordata di imprenditori italiani nell’ambito del piano di salvataggio per Alitalia. L’intesa, dice il ministro del Lavoro, è «una solida base di partenza per il futuro della compagnia di bandiera». Ed anche il ministro dei Trasporti, Altero Matteoli, è soddisfatto di «una giornata sicuramente faticosa in cui – dice – abbiamo raggiunto qualche risultato». Il confronto è durato per ore ed ore nella sede del ministero del Lavoro. Ed è andato avanti anche nella notte mentre le altre sigle sindacali attendevano, presso una sede secondaria del ministero, l’inizio della trattativa formale con tutte le organizzazioni sindacali, convocata prima alle 18 di domenica sera, poi alle 19, poi slittata ancora alle 22. E mai avviata. Il confronto proseguirà oggi alle 11, con un nuovo incontro con Cgil, Cisl, Uil e Ugl. Alle altre sigle è stata preannunciata una convocazione per un incontro che, probabilmente, si terrà nel primo pomeriggio.
Dai contenuti dell’accordo quadro emerge che salgono da 11.500 a 12.500 le assunzioni previste nella nuova Alitalia (1.550 piloti, 3.300 assistenti di volo e 7.650 fra operai, impiegati, quadri e dirigenti). Il piano prevede una capitalizzazione iniziale di un miliardo e l’obiettivo di raggiungere il break even operativo in due anni. L’accordo conferma poi l’impiego alla stabilità dell’azionariato per 5 anni, o al mantenimento del controllo in caso di quotazione in Borsa, comunque non prima di tre anni. E l’obiettivo di un accordo con un partner internazionale che entri con una quota di minoranza.
Per il leader della Cgil, Guglielmo Epifani, è stato fatto un primo passo ed ora «senza ultimatum si continuerà a lavorare fino a quando – dice – riusciremo a trovare un accordo». Qualche centinaio di dipendenti di Alitalia ha atteso fino a tarda notte, in strada, l’avvio della trattativa formale che poi non è partita: fischi e contestazioni per il commissario straordinario di Alitalia, Augusto Fantozzi, ma anche slogan contro il presidente del Consiglio ed il ministro del Lavoro, ed un forte pressing sui sindacati perchè non accettino il piano proposto.
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COMMENTI:
Alitalia, Operazione bidone
di Nicola Cacace
Che Berlusconi non abbia avuto avuto remore ad usare Alitalia in campagna elettorale è triste ma in linea con la cattive abitudini italiche. Che egli oggi persista nella sua spregiudicata campagna per sottrarsi alle responsabilità di una amara «frittata» è grave.
Che poi accusi «la sinistra di influenzare alcune categorie di dipendenti di Alitalia» è semplicemente scandaloso. Tutto questo significa due cose: o il presidente del Consiglio non sa come uscire da questa terribile empasse o il presidente del Consiglio prende per stupidi i lavoratori di Alitalia e 60 milioni di cittadini.
Ancora una volta Berlusconi ha dato una fregatura a tutti: alla società Alitalia che poteva essere salvata in modi economicamente e giuridicamente più dignitosi, ai 20mila lavoratori di Alitalia che avrebbero pagato prezzi sociali meno pesanti, ai 60 milioni di italiani che dovranno pagare miliardi di euro di debiti della società che invece Air France era disposta ad accollarsi, infine al Paese che al posto di una compagnia di bandiera si ritrova “cornuto e mazziato” con una società in fallimento che non può usare il potere contrattuale dell’ottavo mercato del mondo. Quello stesso potere che Air France era disposta a pagare ben più caro dei 16 capitani coraggiosi. A proposito dei quali non posso non esprimere amara perplessità per almeno per due di essi: l’Ad di Intesa Corrado Passera e il presidente di Cai Roberto Colaninno. Perché una grande banca come Intesa ha accettato di immolarsi in una vicenda così poco chiara come questa? Perché uno dei pochissimi industriali italiani che ha avuto il merito di investire i guadagni finanziari nell’industria manifatturiera, a differenza dei Benetton e Co., ha accettato di esporsi in prima persona in questa impresa?
La verità che sta venendo fuori è che questa sporca partita è stata giocata nel nome di un potente spauracchio, la “italianità” da difendere, occultando i veri obiettivi che erano il salvataggio di AirOne e delle banche che l’hanno finanziata legando ancora più strettamente a Berlusconi una ventina di industriali e banchieri in cambio di contropartite.
Come è stato scritto da autorevoli esperti rimasti senza risposta (Dragoni sul Sole 24 ore del 6 settembre): «Il progetto Fenice suona come il salvataggio di AirOne e delle banche che l’hanno finanziata, tra cui Unicredit e Morgan Stanley. Ci sarebbe più trasparenza se fosse fatta piena luce sulla reale esposizione di banca Intesa verso Toto». Perché né l’Ad né il presidente di Intesa, entrambe persone di grande spessore morale e professionale non hanno risposto alle obiezioni pubblicate sul giornale della Confindustria?
Noi speriamo ancora che l’opposizione, invece di limitarsi al solo commento politico e alle battute estemporanee sappia fare una analisi attenta di quanto sta accadendo in merito ad alcuni aspetti: a) i costi reali che pagheremo per una italianità che è e resterà solamente teorica, sia perché il famoso “lock up”, cioé l’impossibilità di vendere azioni prima di cinque anni, può essere facilmente aggirato, sia perché nessuna crisi di società europea, da Iberia a Sabena a Swiss Air, si è conclusa senza l’intervento di una compagnia aerea internazionale, come Air France, British Airways o Lufthansa; b)l’assurda equiparazione dei valori a 300 milioni di euro tra due realtà diversissime come Alitalia ed AirOne, quest’ultima fortemente indebitata; c) le banche creditrici di AirOne, di cui conosciamo solo alcuni nomi; d) se era giusto prevedere, come successo in precedenti casi di salvataggio – Iberia, Sabena e Swiss Air tra le altre – una riduzione dei costi del personale, era assurdo arrivare ad abolire diritti fondamentali come quello di anzianità; e) dopo la sospensione del titolo in Borsa, ora azioni ed obbligazioni sono carta straccia; f) gli esuberi, tra l’ipotesi Air France e quella Cai, sono quasi raddoppiati.
Infine, ma non per ultimo, perché non indignarsi nei confronti dell’accusa di Berlusconi «Prodi voleva svendere Alitalia» di fronte al disastro di oggi? E non dire invece che Berlusconi, per suoi scopi – salvare AirOne, far fare qualche buon affare a suoi amici, allargare l’area del consenso nell’ambiente industrial-bancario – sta rischiando di fregare Alitalia, 20mila lavoratori e gli italiani tutti.
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COMMENTI:
Bersani: «Alitalia, ci metteranno una pezza e sarà un disastro»
di Laura Matteucci
«Berlusconi e la destra per ragioni puramente elettorali e politiche hanno messo Alitalia su un percorso accidentale, lungo e pericoloso. Siamo in un imbuto drammatico. Un’eventuale soluzione delle prossime ore sarebbe solo una tappa, una pezza che lascerebbe aperte tonnellate di problemi. Per i mesi a venire continuo a vedere solo ostacoli e intoppi».
Berlusconi dà la colpa ai sindacati e alla sinistra, che «vuole dare uno smacco al governo». Si sente perseguitato.
«Berlusconi è il campione mondiale della faccia tosta. Non è nemmeno il caso di commentare».
Invece è il caso, parla da presidente del Consiglio.
«Lui non dovrebbe dormire di notte. Proprio lui, che ha infilato Alitalia in questo disastro per pure ragioni elettorali. È totalmente irresponsabile. Gli sfuggono le proporzioni del disastro». Pierluigi Bersani, ministro ombra dell’Economia per il Pd, è esasperato. Alitalia è a un passo dal fallimento, tra incontri concitati, nuovi allarmi e, in serata, la convocazione dei sindacati da parte del governo. Ma Berlusconi, che aveva dichiarato di avere la soluzione in tasca, per cercare di salvare la faccia scarica le responsabilità sulla sinistra e sul sindacato perchè si pieghi a firmare contratti che non raggiungono neanche quelli delle compagnie low-cost».
Tra l’altro, tra le prime a rifiutare le condizioni per l’accordo ci sono le organizzazioni sindacali dei piloti, politicamente connotate a destra.
«Infatti. Comunque, lasciamo perdere destra e sinistra. Siamo di fronte a un dramma, e Berlusconi tende solo a cercare di fare bella figura a carico dei contribuenti. Vorrei capire bene quali carte il governo intenda giocare: perchè se sono carte di spesa pubblica, deve dirlo».b>
Che cosa teme?
«Se oltre a mettere a carico pubblico 1 miliardo, 1 miliardo e mezzo, si fanno provvedimenti speciali di decontribuzione dei costi del lavoro a favore delle aziende, allora attenzione: perchè in Italia ci sono crisi dappertutto, non si possono accettare condizioni differenti a seconda delle situazioni. Si andrebbe a creare un precedente, e a quel punto tutti potrebbero vantare gli stessi diritti. Giustamente».
Perché dice che un’eventuale soluzione non sarebbe comunque definitiva?
«La scelta di Berlusconi ha portato ad un progetto che non è affatto la nuova Alitalia, ma la nuova AirOne domestica e monopolistica, con capacità di azione e di investimento limitate. Si è creato un notevole scarto tra i problemi aperti e le soluzioni proposte. Per questo la situazione resta precaria, anche in prospettiva. In questo momento ci stiamo occupando del problema sociale, del passaggio drammatico che riguarda 20mila dipendenti, che non sono affatto dei privilegiati, i precari, e non dimentichiamo le migliaia di lavoratori dell’indotto. Ma poi di problemi se ne affacceranno altri in primo piano. Le procedure, innanzitutto, che fanno acqua da tutte le parti, e che coinvolgono creditori, fornitori, azionisti, obbligazionisti. Ci sono molte zone oscure in questa vicenda, e molti conflitti di interesse. Tremonti dovrà chiarire parecchie questioni: due mesi fa si è fatto garante della continuità aziendale di Alitalia, e su quella base è stato approvato il bilancio, fornitori e creditori sono rimasti immobili. Adesso invece non c’è alcuna garanzia. Morale: chi paga? Bisognerà chiarire anche il prezzo dell’operazione, e capire quanto vale davvero AirOne. Poi, la nuova società non riuscirebbe mai a dare risposte territoriali adeguate: ma come, prima una polemica infinita per i due hub di Fiumicino e Malpensa, e adesso che non ce ne sarebbe nemmeno uno tutti zitti? Del resto, chi ha smontato la soluzione Air France?».
È stato Berlusconi. Diceva di avere un’altra soluzione, che avrebbe salvaguardato l’italianità della compagnia.
«Per le prospettive industriali e strategiche, per il prezzo dell’operazione (a Air France sarebbe costata quasi 3 miliardi, senza oneri per i contribuenti), per pulizia delle procedure, quella di Air France era una soluzione indiscutibilmente migliore. La bandiera? Si sarebbe potuto investire perchè imprenditori italiani entrassero nell’azionariato. Meglio partecipare ad una cosa grande che essere padroncini di una cosa piccola».
L’atteggiamento della cordata nella trattativa è insolitamente rigido. Non è che mira al fallimento, ovvero al massimo ribasso?
«Non credo, perchè a quel punto potrebbe arrivare chiunque a bussare. Il fatto è che questa cordata ha la dimensione e la vocazione solo per un’altra AirOne, non si sta discutendo con un grande gestore di traffico aereo».
Pensa potrebbero esserci altre offerte, magari della stessa Air France?
«Penso che in queste ore convulse dovrebbe essere esperito un percorso alternativo. Perchè un conto è parlare, come prima, dell’intera Alitalia, un altro è parlare solo della “polpa”. Cambiano i termini dell’operazione, i costi, le prospettive».
www.unita.it
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EmiNews 2008
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