8424 ANZIANI EMIGRATI: Un giacimento di risorse che ci aiuta a riflettere e a cambiare

20101217 14:46:00 redazione-IT

[b]di Rodolfo Ricci (*)[/b] (da Nuovo Paese)

Il Progetto “Carers” realizzato ad Adelaide è il primo progetto finanziato dal Ministero del Lavoro italiano che affronta la vasta problematica degli anziani emigrati, sperimentando un percorso formativo rivolto a giovani italiani all’estero i quali a loro volta saranno chiamati ad offrire assistenza con competenza tecnica e capacità di comprensione e comunicazione.
La formazione di giovani che possano assistere e comunicare nella lingua madre condividendo il medesimo background culturale degli assistiti, è fortemente innovativa rispetto ai consueti approcci che non pongono la dovuta attenzione all’identità e i bisogni di comunicazione di tanti anziani emigrati che si trovano a vivere l’ultima parte della loro vita in ambienti spesso vissuti come estranei, in cui sono venuti meno quegli elementi di socializzazione che erano invece presenti nei luoghi in cui essi hanno lavorato o nelle famiglie.
Si tratta di una problematica nuova e specifica che si riscontra in tutti i paesi di seconda emigrazione, oltre che in Australia, nei paesi del nord Europa e del nord America, dove milioni di italiani sono arrivati tra gli anni ’50 e gli anni’70 del ‘900.

E’ questa generazione che oggi si trova frequentemente in situazioni di marginalità e di esclusione, anche per il carattere fortemente orientato alla produzione, alla competitività e al profitto immediato delle società di accoglienza, dove da tempo sono venuti meno quegli elementi di condivisione familiare della condizione degli anziani tipica dell’Italia di qualche decennio fa, dove la cura dei vecchi era assicurata non soltanto per questioni etiche e culturali, ma anche a fronte del servizio che essi continuavano ad assicurare ai figli o alla gestione della casa.

Al contrario, nelle nostre società, fondate essenzialmente sul riconoscimento dello status sociale dell’individuo adulto, ovviamente centrale per il sistema, le persone in età non produttiva (anziani), o non ancora produttiva (bambini), vengono vissuti non di rado come peso sociale da “esternalizzare”. Non è un caso che in tutte le vicende legate al cosiddetto equilibrio della spesa pubblica in tutti i paesi “avanzati”, si assiste a continui tentativi di riduzione di ciò che è considerato improduttivo, a partire dal lavoro di riproduzione o di cura, cioè gran parte di ciò che attiene al welfare. Dentro la crisi mondiale che stiamo attraversando, questi orientamenti sono purtroppo crescenti.

Ma la situazione degli anziani emigrati è ancora più complessa e difficile di quanto non sia quella degli anziani autoctoni. Bisogna dare atto alle realtà associative di Adelaide (Filef, Comites, Coasit) e al Consolato Italiano, di aver fatto emergere con forza questa problematica e di aver fornito le basi conoscitive e di analisi che sono state necessarie per la presentazione e l’approvazione di questo progetto da parte della Filef nazionale e dell’Istituto F.Santi.

Diverse organizzazioni della FILEF in vari paesi si stanno misurando da anni su questo versante, soprattutto realizzando occasioni permanenti di incontro tra gli anziani emigrati (circoli), in Germania, in Belgio, in Gran Bretagna, in Svizzera, anche in collaborazione con lo SPI-Cgil e altre realtà locali, mentre in Italia, Filef ed Isituto F.Santi sono state tra le prime organizzazioni a realizzare importanti iniziative formative per trasmettere alle cosiddette badanti (in gran parte donne immigrate) gli elementi basilari del lavoro di cura e assistenza in qualità di assistenti familiari.

Ma il progetto di Adelaide ha fornito un’occasione di sperimentazione molto più specifica lanciando una sfida su un versante delicato e complesso che è quello dell’assistenza sanitaria da una parte, e quello della comunicazione interculturale dall’altra, in un contesto in cui gli operatori – di origine italiana – fungono anche da mediatori sociali in grado di rapportarsi empaticamente alla cultura dell’assistito e di far valere la sua identità personale e culturale nei luoghi di accoglienza o di degenza pubblici, privati o comunitari.

E’ un approccio che diventerà indispensabile per molte collettività emigrate e in futuro prossimo anche in Italia, verso quelli che saranno gli anziani immigrati di origine africana, dell’est europeo, latinoamericani o asiatici tra qualche decennio.
Anche se oggi, in Italia, ci si trova oggi di fronte ad una situazione paradossale che vede giovani donne immigrate costituire la fonte principale di assistenza dei nostri anziani. Donne che spesso, al contrario di quanto stiamo dicendo, sono costrette a far propria, quasi introiettandola, la comune marginalità degli anziani, in condizioni di lavoro e di reddito certamente non ottimali.

Per superare in positivo la complessità di queste situazioni sarebbe necessario un nuovo paradigma in cui i saperi, la storia individuale, ed anche la dimensione di sofferenza umana propria della terza età, fossero concepite come una risorsa a disposizione delle nuove generazioni e dell’intera società.

Il contributo degli anziani al consolidamento identitario dei giovani, alla trasmissione della memoria storica, è qualcosa di fondamentale. E altrettanto importante potrebbe essere il recupero degli infiniti saperi degli anziani, in un momento in cui il modello economico e produttivo in cui viviamo mostra tutti i suoi punti deboli e le sue stridenti contraddizioni.

C’è un grande patrimonio di conoscenze che rischia di essere disperso per sempre. E non si tratta semplicemente di una questione che attiene alla cultura e alla memoria storica in senso lato, ma di saperi che possono essere di grande ausilio alla future generazioni.
Cito solo un esempio forse banale su cui lavorano i nostri colleghi di Montreal, in Canada: lì, anziani italiani insegnano ai giovani italiani e canadesi (tra diversi altri mestieri) come fare la pasta, o una pizza; chiedendo loro cosa li avesse ispirati, mi hanno risposto: “ se ti rimangono solo due dollari in tasca e compri un chilo di farina e quattro uova e impari a impastarli a dovere, puoi sopravvivere una settimana”.

Recuperare questi saperi, consegnarli al futuro, è un compito che ci riguarda tutti, singoli, famiglie, istituzioni. Un impegno che non può non essere accompagnato da una visione molto critica degli attuali standard e modelli di vita e della vigente considerazione delle persone non direttamente produttive come pesi sociali. Invece, spostando leggermente lo sguardo, ci possiamo rendere conto che abbiamo a che fare con giacimenti di risorse.

Da questo punto di vista, il tema degli anziani, consente di ridiscutere molti dei concetti e dei punti di riferimento che costituiscono il nostro pantheon post-industriale: dall’idea di progresso, sviluppo, crescita, all’idea di benessere individuale e collettivo, fino al rapporto che intercorre tra spesa sociale e PIL, tra produttività sociale e produttività economica o finanziaria.
E che garantire loro una corretta assistenza è il minimo che possiamo fare, non in modo freddo e distaccato, ma possibilmente, ascoltando.

L’augurio che mi sento di fare ai nostri 20 corsisti che hanno terminato il progetto CARERS è quello di vivere il lavoro che si apprestano a intraprendere come una grande occasione per imparare dalla lunga esperienza dei nostri anziani transmigratori.
E alle organizzazioni di Adelaide e alla nostra FILEF di allargare e approfondire l’attività verso gli anziani, nei tanti altri ambiti in cui può essere utile all’intera comunità.

(* Coordinatore nazionale FILEF e segretario FIEI)

www.filef.net

 

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