n°38 – 19 09 202n°38 – 19 09 2026 – RASSEGNA DI NEWS NAZIONALI E INTERNAZIONALI NEWS DAI PARLAMENTARI ELETTI ALL’ESTERO.

01 – Claudia Fanti*: Scandalo bancario, in Brasile tremano giudici e politici – America Latina Coinvolto de Moraes, che fece condannare Bolsonaro. Ma anche il figlio dell’ex presidente02 – Roberto Ciccarelli*: La fine del bollo porta allo scontro con l’Ue e enti locali – Poveri ma bellici Per Bruxelles l’esenzione «strutturale» della tassa su auto e moto non può essere finanziata con il Pnrr, Giorgetti: «Sono soldi nostri». Il presidente della Toscana Giani: «Regioni compensati la metà di quanto incasserebbero»
03 – Valigia Blu*: Negazionismo climatico di Stato: Trump dà il via libera ai grandi inquinatori industriali
04 – Marco Arvati *: Come Trump sta cercando di truccare le carte per vincere le elezioni di metà mandato – La Corte Suprema blocca il piano dell’amministrazione Trump per controllare le schede elettorali inviate per posta alle elezioni di medio termine
05 – Africa, In Evidenza, Sudafrica – Gli Usa contro la riparazione dell’apartheid: nuove sanzioni al Sudafrica
6 – Filippo La Porta*: L’alterità nella lingua di un comunista sempre controcorrente – Indagini Intorno al volume «Umberto Terracini, primo fra i pari» (Mimesis) che raccoglie gli atti di un convegno al Senato. Litigò con Lenin si oppose al patto Molotov-Ribbentrop criticò Togliatti sui Patti Lateranensi
07 – Alfiero Grandi: l’alternativa alla destra tarda ad arrivare: si rischia di ripetere gli errori del 2022 -forse c’era qualche illusione eccessiva ma ora la discussione sull’alternativa costituzionale alla destra sembra in alto mare, come dopo il referendum costituzionale del 22/23 marzo scorso.

01 – Claudia Fanti*: SCANDALO BANCARIO, IN BRASILE TREMANO GIUDICI E POLITICI – AMERICA LATINA COINVOLTO DE MORAES, CHE FECE CONDANNARE BOLSONARO. MA ANCHE IL FIGLIO DELL’EX PRESIDENTE

A poco più di due settimane dalle presidenziali brasiliane, dei risultati ottenuti dal governo Lula o dei programmi dei candidati non si parla praticamente più: a dominare il dibattito politico, infatti, è la clamorosa crisi della Corte Suprema (o Supremo tribunale federale), la quale, investita in pieno dallo scandalo del Banco Master, ha mandato in fumo tutto il prestigio guadagnato con la sua difesa della democrazia dopo il tentato golpe di Jair Bolsonaro nel 2022.
La più grande frode bancaria della storia del Brasile, orchestrata dal banchiere Daniel Vorcaro, attualmente in carcere, è in realtà sotto i riflettori da quasi un anno, rivelando un’immensa rete di corruzione in cui sono cadute le principali istituzioni del paese.
Ma a far esplodere davvero lo scandalo è stata la decisione del giudice del Stf André Mendonça, di chiara fede bolsonarista, di desecretare, il primo settembre, il rapporto elaborato su sua richiesta dalla Polizia federale sulla base di materiali recuperati dal cellulare di Vorcaro: una divulgazione selettiva di documenti mirata a rivelare come il giudice Alexandre de Moraes – artefice principale della condanna di Jair Bolsonaro – avesse ricevuto favori dall’ex banchiere, compreso un contratto milionario stipulato con lo studio legale di sua moglie.

PUNTUALE era scattata la reazione di Moraes, il quale si era scagliato a sua volta contro Mendonça, con il sostegno della Procura generale, contestando la modalità con cui il suo collega aveva gestito l’indagine sul Banco Master. E che il «giudice terribilmente evangelico» – come lo aveva definito Bolsonaro per fargli un complimento – intendesse favorire la sua parte politica ci sono ben pochi dubbi.

Non a caso, quando – forzato dal presidente del Stf Edson Fachin, dalla Procura e dallo stesso governo Lula – Mendonça aveva dovuto togliere il 10 settembre il segreto istruttorio su tutti gli atti dell’indagine sul Banco Master, era emerso – sorpresa! – come la Corte Suprema stesse indagando già dal 22 luglio su Flávio Bolsonaro, nell’ambito dell’inchiesta, strettamente collegata, sui finanziamenti sospetti al film Dark Horse, il biopic su suo padre, con le accuse di peculato, falsità documentale, riciclaggio, associazione per delinquere e irregolarità negli appalti. Un’indagine che Mendonça aveva tenuto nascosta, così come il collegamento con lo scandalo di due giudici della Corte Suprema vicini all’ex presidente: Luis Fux e Kassio Nunes Marquez.
IL COINVOLGIMENTO DIRETTO del primogenito di Bolsonaro – lo «zero uno» -, il quale avrebbe chiesto a Vorcaro circa 20 milioni di euro (130 milioni di reais) per finanziare Dark Horse, dei quali circa la metà sarebbe stata versata, è stato tuttavia parecchio oscurato dal caso dei presunti collegamenti tra l’ex banchiere e Moraes. Un caso di cui si è occupata martedì scorso una storica sessione della Corte Suprema, la quale però ha deciso di rinviare (fino a un massimo di 90 giorni) la decisione sull’eventuale – e assolutamente inedita – apertura di un’indagine contro uno dei suoi membri, il nemico giurato del clan Bolsonaro e dell’amministrazione Trump.

DELLO SCANDALO ha subito approfittato Flávio Bolsonaro per rilanciare la sua versione secondo cui la Corte Suprema sarebbe un organo autoritario e corrotto allineato al governo – «Chi vota Lula vota Alexandre de Moraes», ha dichiarato in un comizio a São Paulo -, con l’ovvio corollario dell’illegalità della condanna di suo padre.
Al crollo di credibilità del Stf ha reagito anche Lula, non solo evidenziando come la maxi frode di Vorcaro abbia avuto luogo sotto il governo Bolsonaro, ma anche prendendo le distanze dai giudici – «un ministro della Corte Suprema non può essere tale per arricchirsi» – e difendendo l’introduzione di limiti di mandato per la massima istanza giudiziaria: «Nessuno dovrebbe mantenere la stessa posizione per 40 anni», ha spiegato il presidente, annunciando una profonda riforma del potere giudiziario in caso di rielezione.
UN PO’ PREOCCUPATO, tuttavia, Lula deve esserlo di sicuro, considerando l’ampio consenso tra gli analisti sul fatto che le indagini sul crack del Banco Master potrebbero danneggiare più lui che Flávio Bolsonaro, a fronte dell’associazione operata da una parte significativa dell’elettorato tra Moraes e il governo, malgrado Xandão, come viene chiamato il giudice, non possa certo essere definito di sinistra.

Del resto, dinanzi al serrato testa a testa tra i due candidati pronosticato dai sondaggi nel pressoché certo ballottaggio del 25 ottobre, basta pochissimo a spostare l’ago della bilancia a favore dell’uno e dell’altro.
Che poi ad essere direttamente coinvolto nello scandalo sia lo «zero uno» e non il presidente, che anzi ha sollecitato a più riprese la massima trasparenza nelle indagini, è solo uno dei tanti paradossi del paese.
*(Claudia Fanti: Giornalista, scrive da più di 20 anni sul settimanale Adista, collabora con “il manifesto” e con altre testate. Autore del libro “il cosmo …)

02 – Roberto Ciccarelli*: LA FINE DEL BOLLO PORTA ALLO SCONTRO CON L’UE E ENTI LOCALI – POVERI MA BELLICI PER BRUXELLES L’ESENZIONE «STRUTTURALE» DELLA TASSA SU AUTO E MOTO NON PUÒ ESSERE FINANZIATA CON IL PNRR, GIORGETTI: «SONO SOLDI NOSTRI». IL PRESIDENTE DELLA TOSCANA GIANI: «REGIONI COMPENSATI LA METÀ DI QUANTO INCASSEREBBERO»

Ammettere l’impraticabilità di una strada per giustificare l’imbocco di un vicolo cieco. È la parabola disegnata ieri dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti dall’Ecofin, dove ha richiesto con Germania, Spagna, Portogallo e Austria una tassa europea sugli extraprofitti energetici. Sul caro-carburanti, invece, Giorgetti ha dichiarato la resa: la politica di sconti sulle accise seguita dall’esecutivo fin dallo scorso marzo è diventata «insostenibile finanziariamente». Lo dimostra la mini-proroga di sole due settimane del taglio sul diesel, destinato a scendere dagli iniziali 17 centesimi a 12,2 centesimi tra il 18 e il 25 settembre, per poi prosciugarsi a 6,1 centesimi fino al 5 ottobre.
PER QUESTA RAGIONE si è preferito virare sullo stop al bollo per le auto non di lusso e confezionare una misura «pop». Ma dietro la vetrina di un intervento esplicitamente elettorale c’è un’operazione a cortissimo respiro, i cui effetti collaterali scaricheranno il conto sui servizi essenziali: la sanità e il trasporto pubblico locale di competenza di Regioni ed enti locali, ai quali il governo dovrà garantire i circa 2,36 miliardi sottratti dall’abolizione della tassa. La trovata non risolverà la crisi energetica: pur risparmiando sul bollo, gli automobilisti continueranno a spendere un patrimonio al distributore, mentre l’inflazione si mangerà i loro salari.

UN ALTRO CORTOCIRCUITO è spuntato sulle coperture rastrellate tra le pieghe del Pnrr. La Commissione europea ha fatto sapere ieri che valuterà attentamente l’operazione contabile fatta sul bollo, che dirotta fondi destinati agli investimenti per finanziare un alleggerimento fiscale. Giorgetti, a quel punto, ha abbandonato il pragmatismo ragionieristico per esibire un inedito sovranismo contabile: «I risparmi su prestiti che l’Italia ha avuto con il Pnrr sono soldi nazionali, non risorse europee – ha detto –. Sono risorse del bilancio dello Stato: il governo e soprattutto il parlamento ne dispongono come meglio ritengono».

SEMPRE AMMESSO che a Bruxelles siano d’accordo, la contraddizione resta. Meloni e Giorgetti promettono che l’abolizione del bollo sarà permanente, ma i risparmi sui fondi Pnrr sono una tantum, utili forse per coprire il solo 2027. Giorgetti ha avanzato l’ipotesi di fare cassa con la clausola di salvaguardia per la sicurezza energetica pari allo 0,3% del Pil richiesta a Bruxelles, ma non è sicuro che l’UE autorizzi l’uso di quelle risorse per cancellare un balzello automobilistico. In ogni caso la valvola di sfogo svanirà nel giro di un biennio. Questa è un’altra cambiale in bianco che il governo Meloni scarica sulla prossima legislatura.

C’È UN GIALLO SUI NUMERI. Il Ministero delle Infrastrutture ha parlato di una platea di 24,6 milioni di automobilisti con veicoli entro gli 80 kW. Per il Codacons erano veri e propri «numeri al lotto»: con un costo medio di 141 euro a bollo servirebbero infatti 3,4 miliardi, aprendo una voragine da oltre 1,2 miliardi nei conti pubblici. Nella relazione tecnica del decreto è stato invece calcolato un solo veicolo a testa. Così i beneficiari reali sono scesi a 13,2 milioni di auto e 2 milioni di moto, per 15,5 milioni di cittadini, con un costo certificato in 2,2 miliardi.

CIFRE BALLERINE che hanno spinto il presidente della Toscana Eugenio Giani a denunciare un blitz «superficiale, demagogico e chiaramente elettorale» ai danni delle Regioni. Mentre l’emiliano-romagnolo Michele de Pascale ha chiamato in causa il ministro della Salute Orazio Schillaci, chiedendo se i 5 miliardi necessari per il fondo sanitario ci saranno nella prossima legge di bilancio o se serviranno piuttosto a compensare i due miliardi sottratti al servizio sanitario.

«HA FATTO PIÙ CLAMORE l’eliminazione del bollo rispetto ai 40-50 miliardi di riduzione di tasse e contributi» si è lamentato Giorgetti. Ma il “rumore” l’ha generato la stessa premier Meloni, pretendendo lo stop al bollo, mentre la pressione fiscale reale è salita, stando ai dati Istat, al 43,1%. Un fenomeno che sarebbe stato causato per la Cgil dal drenaggio fiscale che l’esecutivo sostiene invece di avere contenuto.

LE ACROBAZIE DI MELONI & CO. sul bollo auto si spiegano con la ristrettezza delle risorse a disposizione causata dalla rigida osservanza del patto di stabilità Ue. Ma c’è anche da considerare un altro gioco delle tre carte sul tavolo degli extraprofitti. La contraddizione è stata esplicitata da Angelo Bonelli (Avs) che ha notato il tentativo del governo (non solo italiano in realtà) di affidare l’istituzione della tassa sugli extraprofitti a Bruxelles evitando di crearne almeno una a livello nazionale. Il commissario Ue all’Economia Valdis Dombrovskis non ha escluso la possibilità di farlo a livello sovranazionale ma ha di nuovo sollecitato i governi a procedere di loro iniziativa. Ma questi ultimi, a cominciare dagli italiani, non hanno alcuna intenzione di farlo. Tutt’al più organizzeranno una nuova partita di giro: a chi sta guadagnando dalla crisi sarà chiesto un «contributo» che sarà restituito fiscalmente nei prossimi anni.

IN VISTA DELLA REVISIONE del deficit 2025 attesa il 22 settembre dall’Istat e dall’Eurostat, da cui dipendono i margini della manovra, il governo ha aperto un altro fronte con Bruxelles. Il vicepremier Matteo Salvini ha attaccato la sua «ideologia pseudo-green» e ha annunciato un decreto per bloccare lo stop ai diesel Euro 5 nel 2027. Poco importa se da quell’Ue «pseudo-green» l’Italia incasserà 14 miliardi per la transizione energetica, oltre ai 22 per le armi.
*(Roberto Ciccarelli). Filosofo e giornalista, scrive per «il manifesto»)

03 – VALIGIA BLU*: NEGAZIONISMO CLIMATICO DI STATO: TRUMP DÀ IL VIA LIBERA AI GRANDI INQUINATORI INDUSTRIALI

PRENDERE DECISIONI VIVENDO IN UNA REALTÀ PARALLELA CHE ADERISCE PERFETTAMENTE AI PROPRI PERNICIOSI INTERESSI FINANZIARI, STRATEGICI E INDUSTRIALI. DEVE ESSERE QUESTA LA MOLLA CHE GUIDA LE DECISIONI DELL’AMMINISTRAZIONE TRUMP CHE, IN BARBA A QUANTO RILEVANO ORMAI DISPERATAMENTE I RAPPORTI DI STUDIOSI, RICERCATORI E SCIENZIATI SUL RISCALDAMENTO GLOBALE E SUL TEMPO CHE STRINGE (E AGLI EFFETTI ORMAI SEMPRE PIÙ DEVASTANTI OVUNQUE NEL PIANETA), CONTINUA A LEGIFERARE A SUON DI NEGAZIONISMO CLIMATICO.

Il discorso aberrante di Trump all’Onu: il negazionismo climatico è parte del disegno autocratico
E così mentre il riscaldamento globale ci sta dando l’avviso di rescissione del contratto di abitabilità con la Terra, il direttore dell’Agenzia per la Protezione dell’Ambiente (EPA), Lee Zeldin, ha annunciato in un discorso durante il G20 sull’energia a Houston, che l’amministrazione Trump abolirà le norme che limitano le emissioni di gas serra delle centrali elettriche, adottate durante la presidenza Biden per ridurre il rilascio di inquinanti atmosferici come l’anidride carbonica.

Gli interventi approvati da Biden prevedevano una significativa riduzione delle emissioni di carbonio provenienti dalle centrali elettriche, dai veicoli e dagli impianti industriali. Si stimava che le norme avrebbero ridotto di 1 miliardo di tonnellate le emissioni di gas serra entro il 2047, generando benefici netti pari a 370 miliardi di dollari, e che avrebbero evitato 1.200 decessi prematuri e 360.000 attacchi d’asma nel solo 2035, grazie al miglioramento della qualità dell’aria. Ma sotto l’amministrazione Trump, l’EPA ha eliminato dai propri calcoli il beneficio in termini monetari derivante dal salvataggio di vite umane grazie alla riduzione dell’inquinamento atmosferico. E così Zeldin ha potuto sostenere che, siccome i gas serra sono di natura globale e i danni potenziali sono troppo “incerti, congetturali, remoti e contorti per essere collegati alle centrali elettriche statunitensi, questi esulano dall’autorità dell’agenzia e dal Clean Air Act in materia di regolamentazione”.

In altre parole, gli impatti delle emissioni delle centrali elettriche non sarebbero quantificabili a livello globale e pertanto non sarebbero di competenza dell’EPA. Alla luce di questa posizione, abolendo le norme dell’era Biden, l’EPA impedirà alle future amministrazioni USA di regolamentare i gas serra delle centrali elettriche.

«La realtà è che l’America produce energia in modo migliore e più pulito rispetto a qualsiasi altra parte del mondo e una centrale elettrica non dovrebbe essere presa di mira in modo così assurdo», ha affermato Zeldin.

Se approvata, la proposta potrebbe far risparmiare oltre 300 miliardi di dollari, ha dichiarato l’EPA. «Gli anni di lavoro delle amministrazioni Obama e Biden per distruggere il carbone e il gas naturale sono finiti», ha aggiunto Aaron Szabo, vicedirettore dell’EPA. «Grazie alle nostre azioni odierne, le aziende agricole e le imprese americane beneficeranno di costi dell’elettricità più bassi». Le nuove norme (che saranno sottoposte a consultazione pubblica), ha aggiunto, «garantiranno un approvvigionamento energetico accessibile e affidabile e ridurranno i costi dei trasporti, del riscaldamento, dei servizi pubblici, dell’agricoltura e dell’industria manifatturiera, rafforzando al contempo la nostra sicurezza nazionale».

Le affermazioni e i numeri esibiti dai vertici dell’EPA sono in evidente contraddizione con i dati di studi e rilevazioni scientifiche. Secondo le Nazioni Unite, i combustibili fossili, tra cui il carbone e il gas naturale, sono di gran lunga la principale causa dei cambiamenti climatici globali. Gli Stati Uniti sono attualmente il secondo maggior emettitore di gas serra che causano il riscaldamento globale, come l’anidride carbonica, dopo la Cina. E il settore energetico rappresenta circa un quarto delle emissioni statunitensi, con circa 1,5 miliardi di tonnellate di anidride carbonica equivalente all’anno, secondo le ultime stime disponibili. Ciò significa che le emissioni del settore energetico statunitense sono superiori alle emissioni totali di quasi tutti i paesi tranne una manciata.

Il gas naturale rappresenta poco più del 40% del mix di fonti energetiche degli Stati Uniti per la produzione di energia elettrica. L’uso del carbone è diminuito drasticamente negli ultimi decenni e ora rappresenta meno di un quinto delle fonti energetiche. Secondo i calcoli proprio dell’EPA, l’abolizione dei limiti d’emissione per le centrali a carbone e a gas comporterà 123 milioni di tonnellate metriche di emissioni di carbonio aggiuntive nel prossimo decennio.

Ma c’è poco da stupirsi. Trump, che ha definito il cambiamento climatico una “bufala” e una “stronzata”, sta smantellando a spron battuto le protezioni ambientali, sta abolendo le normative sulle emissioni dei tubi di scarico e degli elettrodomestici, screditando e declassando i rapporti scientifici secondo cui i gas serra sono pericolosi. A inizio anno, il presidente USA ha revocato una storica dichiarazione dell’EPA del 2009, sostenuta da una sentenza della Corte Suprema, secondo la quale i gas serra rappresentano una minaccia significativa per la salute pubblica e l’ambiente. Questa decisione è stata contestata da diversi Stati e amministrazioni locali.

L’ordine mondiale di Trump: un enorme “fottetevi tutti” rivolto al mondo intero
La strategia è lineare ed evidente: restituire forza alle industrie dei combustibili fossili, in particolare il gas naturale e il carbone, che avevano lamentato come le norme sul clima e il piano di elettrificazione del sistema energetico voluto da Biden stesse portando alla chiusura dei loro impianti e delle loro miniere. Trump ha cercato di incentivare l’uso del carbone da parte delle industrie di produzione di energia anche in altri modi, ordinando alle centrali a carbone di rimanere in servizio ben oltre le date previste per la loro dismissione. La scorsa settimana una Corte d’Appello federale ha dichiarato illegittimo un ordine dell’amministrazione che bloccava la chiusura di una centrale a carbone nel Michigan.
(Fonte. Valigia Blu valigiablu.itinfo@valigiablu.it)

04 – Marco Arvati *: COME TRUMP STA CERCANDO DI TRUCCARE LE CARTE PER VINCERE LE ELEZIONI DI METÀ MANDATO – LA CORTE SUPREMA BLOCCA IL PIANO DELL’AMMINISTRAZIONE TRUMP PER CONTROLLARE LE SCHEDE ELETTORALI INVIATE PER POSTA ALLE ELEZIONI DI MEDIO TERMINE
Aggiornamento 15 settembre 2026: La Corte Suprema ha bloccato un provvedimento dell’amministrazione Trump che avrebbe modificato radicalmente le modalità di voto per corrispondenza degli americani in vista delle elezioni di medio termine di novembre. Si tratta di una decisione dura per il presidente Trump che da tempo sostiene, senza prove, che il voto per corrispondenza sia segnato da frodi dilaganti.
La controversia ha origine in un ordine esecutivo firmato da Trump alla fine di marzo, che imponeva al Servizio Postale di elaborare nuove linee guida per il voto per corrispondenza. Diversi procuratori generali democratici, gruppi per i diritti di voto e leader nazionali del Partito Democratico hanno fatto ricorso per contestare l’ordine, sostenendo che violasse la Costituzione che attribuisce agli Stati e al Congresso la responsabilità delle elezioni. Le nuove regole avrebbero richiesto agli Stati di presentare elenchi degli elettori autorizzati a ricevere le schede elettorali per corrispondenza in modo tale che potessero votare per posta solo chi era presente in queste liste. Ma secondo i ricorrenti modificare le modalità di voto a così poche settimane dalle elezioni di medio termine avrebbe generato confusione e il “rischio significativo che a milioni di elettori in più fosse negata la possibilità di votare”.
La decisione della Corte è stata accolta con favore anche dai responsabili elettorali di sette Stati controllati dal Partito Repubblicano. Tuttavia, la battaglia legale, durata settimane, potrebbe aver generato una certa confusione e accreditare la narrazione di Trump che da tempo cerca di gettare dubbi sull’integrità del voto in un’elezione che il suo partito potrebbe perdere.
In pieno contrasto con le deleghe costituzionali, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha dichiarato ieri che i repubblicani dovrebbero nazionalizzare le elezioni, continuando a riproporre false teorie cospirative sulle frodi elettorali che, a suo dire, avrebbero portato Biden a vincere nel 2020. In realtà queste affermazioni sono parte della strategia del presidente statunitense di condizionare le elezioni di metà mandato che si terranno a novembre.

Le parole di Trump arrivano meno di una settimana dopo che l’FBI ha fatto irruzione in un ufficio elettorale a Fulton, in Georgia, con l’ordine di confiscare tutte le schede fisiche riguardanti le elezioni del 2020, i registri delle macchine elettorali e le immagini prodotte durante il conteggio. La giustificazione utilizzata per questa azione sarebbe la possibile mancata preservazione dei registri ufficiali, una frode nei confronti degli elettori.

Fulton è stata, tra la fine del 2020 e l’inizio del 2021, l’epicentro della battaglia di Donald Trump per sovvertire il risultato elettorale: da qui è partita la cosiddetta “Big Lie”, quella secondo cui il vero vincitore delle elezioni presidenziali del 2020 sarebbe stato proprio Trump (ma era questa la vera bugia). L’allora presidente aveva anche telefonato al segretario di Stato della Georgia, il repubblicano Brad Raffensperger, chiedendogli di trovare abbastanza voti, circa diecimila, per sovvertire il vantaggio di Biden, primo democratico a vincere in Georgia dal 1992. I cospirazionisti Maga hanno esultato per l’azione dell’Fbi e del Dipartimento di Giustizia: per loro sarebbe la conferma che quell’elezione è stata davvero rubata. I democratici hanno sottolineato la gravità delle perquisizioni e definito l’azione della Fbi una “sovversione del processo democratico”. Tutti i tentativi di portare il risultato delle elezioni del 2020 in tribunale sono falliti, a riprova di come fossero le asserzioni di Trump la vera bugia.

Donald Trump, durante il suo primo mandato da presidente, ha tentato in ogni modo di non certificare la netta vittoria di Joe Biden alle presidenziali del 2020, arrivando a un tentativo di golpe il 6 gennaio del 2021 per rimanere in carica: tornato al potere, ha graziato tutte le persone in carcere per avervi preso parte. A novembre si terranno le elezioni di midterm, che saranno centrali per il prosieguo della stagione trumpiana: i democratici, infatti, sono favoriti per tornare in possesso della Camera, e se ce la facessero potrebbero fare un maggiore ostruzionismo alle politiche autoritarie trumpiane e ricorrere nuovamente allo strumento dell’impeachment. Uno strumento detestato dall’attuale presidente degli Stati Uniti e che – ha detto apertamentamente ai repubblicani – in caso di sconfitta alle elezioni verrà utilizzato nuovamente contro di lui. Nonostante non ci siano i numeri perché una misura del genere passi il vaglio del Senato, Trump è stato già messo due volte sotto impeachment, ma ha fatto rimuovere da alcuni musei, come la National Portrait Gallery di Washington, i riferimenti a questi fatti.

Per poter continuare a dettare l’agenda politica, i repubblicani devono vincere le elezioni: nei giorni scorsi i democratici hanno ottenuto un successo insperato con ben 14 punti di vantaggio in un’elezione suppletiva per il Senato statale del Texas in una contea dove Trump aveva battuto Harris con 17 punti di margine. A oggi, è difficile comprendere in che contesto politico si voterà, ma quello che è certo è che il presidente si sta portando avanti, con mosse mirate a invalidare il processo elettorale, o perlomeno a porre dubbi sulla sua veridicità. Con un lavoro ampio e dettagliato, il Washington Post ha prefigurato alcuni scenari che potrebbero presentarsi.

Anche se sembra un quadro troppo fosco, non è nulla di nuovo. Già nel 2020, Donald Trump, nonostante la pandemia di Covid in corso, impose ai suoi elettori di votare solo di persona ai seggi, e non per posta: il voto per posta veniva definito “truccato” e in quanto tale andava evitato. Questo contribuì al cosiddetto “miraggio rosso”, studiato a tavolino dalla Casa Bianca: i voti ai seggi, infatti, sono conteggiati prima di quelli postali, che a volte arrivano anche giorni dopo l’Election day. Questo ha portato a una situazione in cui Trump, durante la notte elettorale, si trovava in vantaggio in tutti gli Stati chiave, e ha potuto annunciare di aver vinto, nonostante mancassero ancora milioni di voti da conteggiare. Nei giorni successivi, l’onda di voti per posta favorevoli a Biden ha ribaltato il risultato, ma oramai la “bugia” si era fatta strada tra gli elettori del presidente: Trump aveva falsamente pronosticato che i democratici avrebbero provato a truccare i risultati attraverso i voti postali, e Biden aveva vinto proprio con quei voti. Dopo le elezioni, Trump ha provato a contestare i risultati con ogni mezzo, fino all’assalto al Campidoglio: in quello stesso giorno, 147 repubblicani, tra deputati e senatori, avevano deciso di votare contro l’insediamento di Biden come presidente.

Durante un’intervista concessa al New York Times il mese scorso, Trump ha dichiarato di essersi pentito di “non aver sequestrato le macchine elettorali negli Stati chiave nel 2020”. Inoltre, ad agosto, ha detto che avrebbe guidato un movimento per abolire a tutti i livelli il voto per posta: secondo il presidente, “un tentativo che verrebbe osteggiato dai democratici, che rubano a livelli mai visti prima”. Il punto è che la Costituzione non dà al potere federale il compito di decidere come si tiene il processo elettorale, ma ai singoli Stati. Ognuno di questi ha regole diverse su come accettare o meno il voto per posta, e infatti ogni tentativo dell’esecutivo di bloccare questa tipologia di voto è stato portato in tribunale. L’ultimo di questi avrebbe impedito di contare tutti i voti pervenuti agli uffici elettorali dopo l’Election Day, un caso che la Corte Suprema ha deciso di prendere in carico, e su cui quindi ci sarà nel futuro un verdetto ufficiale.

Intanto, già da mesi Trump ha iniziato una battaglia per ridisegnare i collegi elettorali. Una richiesta inusuale, sia perché il disegno dei collegi è di competenza statale, sia perché questi vengono disegnati ogni dieci anni, a seguito del censimento che determina anche, in base alla popolazione, l’allocazione dei seggi alla Camera per ciascuno stato. Il presidente non ha fatto mistero del perché voleva fare questa mossa: ha affermato, infatti, di volere “cinque seggi in più in Texas per i repubblicani”. Una mossa che non ha sortito gli effetti sperati, sia perché alcune delle nuove mappe sono state portate in tribunale, rendendo il processo più lento, sia perché i democratici, anziché stare a guardare, si sono mossi di conseguenza. Di fronte all’ipotesi di ridisegnare il collegio del Texas per favorire i repubblicani, infatti, il governatore della California Gavin Newsom ha risposto ridisegnando i propri collegi per avere un vantaggio per i democratici: è difficile, a oggi, stabilire quale partito otterrà più seggi da questo ridisegno, ma nessuno dei due dovrebbe ottenere un particolare vantaggio come nella speranza iniziale di Trump.

Un altro tentativo di manipolazione del processo elettorale passa dalla Corte Suprema: è infatti all’attenzione dei giudici un caso che potrebbe distruggere un passaggio chiave del Voting Rights Act del 1965, la legge che tutela il diritto di voto delle minoranze nel paese e garantisce i cosiddetti “collegi di minoranza”. In uno Stato con forte presenza di una minoranza, si pensi per esempio agli afroamericani al Sud, deve essere garantito almeno un collegio che possa eleggere un suo rappresentante al Congresso. Per questo accade che in Stati a larga maggioranza repubblicana sono le minoranze a garantire rappresentatività al partito democratico: eliminare quel passaggio significherebbe una vittoria a tappeto del partito repubblicano in alcuni Stati, cambiando in modo strutturale la composizione della Camera. La Louisiana ha presentato un esposto alla Corte per “incostituzionalità”. La decisione è attesa nelle prossime settimane, e data la vicinanza a Trump della maggioranza dei giudici c’è una buona possibilità che decidano a vantaggio del presidente. Tuttavia, più il tempo passa più diventa improbabile che i collegi possano essere ridisegnati in tempo per le elezioni di novembre: in tal caso, se ne parlerebbe per il 2028, quando ci saranno anche le presidenziali.

Nel frattempo, senza nessuna evidenza, Trump continua a ritenere disastrose le macchine per votare, che garantiscono comunque un margine d’errore più basso rispetto al conteggio umano. Il presidente vorrebbe macchine più affidabili, con standard però non presenti sul mercato, oppure tornare al conteggio manuale: un problema, anche perché gli Stati Uniti non hanno tanti scrutatori, e i pochi ufficiali elettorali stanno rinunciando da quando il voto è diventato talmente polarizzato da generare disordini.
Gli ufficiali elettorali, che gestiscono il processo di voto lavorando concretamente ai seggi, infatti, sono costantemente sotto attacco: nel 2024, secondo il Brennan Center for Justice, il 38 per cento di questi ha subito intimidazioni e abusi e molti si sono dimessi per timori riguardanti la propria sicurezza. Dopo il 2020, una dozzina di Stati a guida repubblicana ha legiferato per criminalizzare azioni compiute dagli ufficiali elettorali, come per esempio sollecitare l’invio di una scheda per posta. Nel frattempo, il Dipartimento della Sicurezza Interna, salito agli onori delle cronache per gli omicidi dell’Ice in questi giorni, ha tagliato i fondi al CISA, un’agenzia che si occupa di proteggere le elezioni da attacchi cyber e minacce fisiche.
Inoltre, il Dipartimento di Giustizia, che in questa amministrazione ha perso la sua imparzialità, sta collezionando informazioni sui cittadini: ha richiesto che 23 Stati forniscano le informazioni personali di tutti i votanti, tra cui dati sensibili come il numero di codice fiscale. Il governo ha detto che si tratterebbe di un controllo per sistemare eventuali errori, ma in molti hanno sottolineato come questi controlli incrociati rischino di togliere dalle liste votanti legittimi, o magari trovare reali errori in percentuali risibili, di nullo impatto sui risultati finali, che però servirebbero a Trump per contestare il processo elettorale in toto. Un amministratore in Texas ha affermato che circa un quarto dei cittadini della contea di Travis, con diritto di voto, è invece identificato nei database federali come “non cittadini”. C’è, inoltre, la questione di come il Dipartimento di Giustizia conserveràà questi dati, poiché non ha dato indicazioni sulla difesa da possibili attacchi hacker.
Durante il dislocamento delle milizie ICE in Minnesota, Pam Bondi aveva offerto un ritiro delle truppe in cambio della consegna dei registri elettorali. Tra l’altro, Bondi è una nota negazionista del risultato elettorale del 2020, e quando è stata interrogata al Senato per ottenere la conferma per guidare il Dipartimento di Giustizia, si è rifiutata di rispondere alla domanda su chi avesse vinto le elezioni del 2020. E non è l’unica. Il direttore dell’Fbi, Kash Patel, nel 2023 aveva parlato dei giornalisti che “hanno aiutato Biden a rubare le elezioni” e E Martin, avvocato che assiste il presidente nell’esercizio della grazia, ha definito “truccato” il processo elettorale del 2020.
Anche Steve Bannon nel suo podcast, War Room, ha toccato il tema del processo elettorale, e ha parlato di mandare agenti federali nelle città a maggioranza liberal, cercare in ogni modo di rendere illegale il voto per posta, spingere per una ridefinizione dei collegi e cercare di sopprimere l’affluenza chiedendo una prova di riconoscimento al seggio. Bannon oggi non fa parte del team di Trump, ma i suoi consigli sono del tutto simili alle mosse che la Casa Bianca ha portato avanti in questi mesi.
*(Marco Arvati – collabora con Valigia Blu su temi di attualità e politica statunitense.)

05 – AFRICA, IN EVIDENZA, SUDAFRICA – GLI USA CONTRO LA RIPARAZIONE DELL’APARTHEID: NUOVE SANZIONI AL SUDAFRICA. – GLI STATI UNITI IMPONGONO RESTRIZIONI AI VISTI CONTRO FUNZIONARI ACCUSATI DI DISCRIMINARE I BIANCHI. PRETORIA DENUNCIA UN’INGERENZA NELLE PROPRIE SCELTE DEMOCRATICHE. DIETRO LO SCONTRO CI SONO LA REDISTRIBUZIONE DELLA TERRA, LE POLITICHE DI AFFIRMATIVE ACTION E UNA CAMPAGNA DELLA DESTRA AFRIKANER ARRIVATA FINO ALLA CASA BIANCA.
Le politiche con cui il Sudafrica tenta di correggere alcune delle disuguaglianze prodotte da quasi mezzo secolo di apartheid sono diventate motivo di sanzione per gli Stati Uniti. Mercoledì 16 settembre il segretario di Stato Marco Rubio ha annunciato nuove restrizioni ai visti per funzionari sudafricani accusati da Washington di avere promosso “discriminazioni razziali” contro bianchi e altre minoranze. I nomi delle persone colpite non sono stati resi pubblici.
La risposta di Pretoria è arrivata poche ore dopo. Il ministro degli Esteri Ronald Lamola ha accusato l’amministrazione statunitense di basarsi sulla rappresentazione costruita da “gruppi marginali” che pretendono di parlare a nome degli afrikaner. Il governo ha rivendicato il proprio diritto sovrano a introdurre leggi destinate a correggere “secoli di ingiustizia razziale” e ha ricordato che superare le divisioni prodotte dall’apartheid non è una scelta ideologica dell’esecutivo, ma un mandato inscritto nella Costituzione democratica del Paese.
È il punto che scompare quasi completamente nella narrazione costruita dalla destra statunitense. A più di trent’anni dalla fine dell’apartheid, la distribuzione della ricchezza sudafricana continua infatti a riflettere profondamente la gerarchia razziale sulla quale era stato costruito il vecchio regime. Le politiche di affirmative action, il Black Economic Empowerment e la riforma fondiaria non nascono da un sistema che privilegiava storicamente la maggioranza nera, ma dal tentativo di modificare un ordine economico nel quale terra, capitale e opportunità erano stati assegnati per legge alla minoranza bianca.
L’amministrazione Donald Trump ha rovesciato questa prospettiva. Fin dall’inizio del mandato ha presentato gli afrikaner come vittime di una persecuzione razziale, rilanciando accuse di confische arbitrarie e violenze sistematiche contro gli agricoltori bianchi che Pretoria contesta. Gli Stati Uniti hanno persino aperto un canale privilegiato per accogliere afrikaner come rifugiati, mentre restringevano drasticamente l’accesso al Paese per profughi provenienti da numerose altre aree del mondo.
La questione della terra occupa il centro dello scontro. Washington contesta in particolare la legge sudafricana che consente, in circostanze limitate, espropri senza indennizzo. Il governo sostiene che la norma non autorizzi confische indiscriminate ma fornisca uno strumento per affrontare una concentrazione fondiaria che sopravvive alla segregazione legale. È proprio su questo terreno che una questione interna di giustizia redistributiva si è trasformata in uno strumento di pressione internazionale
Le restrizioni sui visti sono infatti soltanto l’ultimo tassello. Washington ha già ridotto programmi di assistenza, compresi finanziamenti sanitari, ha escluso Pretoria dal prossimo G20 di Miami e l’ambasciatore statunitense ha avvertito che le misure annunciate da Rubio rappresentano soltanto l’inizio.
Lo scontro razziale si intreccia così con una divergenza geopolitica molto più ampia. Il Sudafrica mantiene stretti rapporti con Cina e Russia all’interno dei Brics, ha rifiutato di allinearsi automaticamente alla politica estera statunitense e ha portato Israele davanti alla Corte internazionale di giustizia accusandolo di genocidio a Gaza. Pretoria è diventata uno degli Stati del Sud globale più disposti a utilizzare le istituzioni internazionali contro alleati strategici dell’Occidente.
È difficile separare completamente questa autonomia dalla crescente ostilità della Casa Bianca. Le politiche razziali sudafricane forniscono all’amministrazione Trump un terreno particolarmente efficace sul piano ideologico: consentono di trasformare misure nate per correggere gli effetti materiali dell’apartheid nella prova di una presunta persecuzione dei bianchi.
Lamola arriverà negli Stati Uniti nei prossimi giorni per l’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Lo farà mentre Washington rivendica il diritto di decidere quali politiche redistributive adottate da un altro Stato costituiscano una discriminazione sufficiente a giustificare sanzioni personali. Una controversia sui visti è diventata così una disputa molto più profonda su chi abbia il potere di stabilire come una società uscita dall’apartheid possa correggerne l’eredità
*(Fonte: Redazione Pagine Esteri)

6 – Filippo La Porta*: L’ALTERITÀ NELLA LINGUA DI UN COMUNISTA SEMPRE CONTROCORRENTE – INDAGINI INTORNO AL VOLUME «UMBERTO TERRACINI, PRIMO FRA I PARI» (MIMESIS) CHE RACCOGLIE GLI ATTI DI UN CONVEGNO AL SENATO. LITIGÒ CON LENIN SI OPPOSE AL PATTO MOLOTOV-RIBBENTROP CRITICÒ TOGLIATTI SUI PATTI LATERANENSI

Umberto Elia Terracini è una figura certamente nobile, ma un poco monumentale, polverosa. Si fatica perfino ad associare il nome a una persona fisica, a un volto. Eppure se rivediamo in Rete le sue interviste colpisce subito una cosa: parlava una lingua lievemente, felicemente straniata. C’è da credere che proprio questo minuscolo scarto dalla norma – una diversità etica oltre che linguistica -, il suo sottrarsi al lessico convenzionale della politica, costituisca oggi la sua inattuale attualità. Abbiamo imparato tutti che è veramente contemporaneo chi non coincide col proprio tempo!

MA COMINCIAMO dalla sua biografia e da un libretto uscito ora da Mimesis (pp. 88, euro 15) – Umberto Terracini, primo fra i pari (atti di un convegno svoltosi al Senato, con De Cristofaro, Violante, Casini, Bertinotti, Grasso, Boldrini, Fico, Vendola) – curato e introdotto da David Tozzo. Fa bene il curatore a parlare di un «irregolare orizzontale», e Bertinotti di un «comunista liberale» (ma si potrebbe dire «libertario»). Per definire Terracini occorre adoperare qualche ossimoro: dissidente disciplinato, contestatore responsabile, eretico entro l’ortodossia. Il dissenso ce l’ha nel carattere, nel dna e forse – grande genovese – è imparentato con il sano mugugno anarchico dei suoi concittadini De André e Ivano Fossati.

Amico di Gramsci, già nel 1921 litiga nientedimeno che con Lenin, rifiutando di piegarsi alla sua autorità (sarà espulso dall’Esecutivo dell’Internazionale). Nel 1929 contesta la linea del Cominform sulla teoria (autodistruttiva) del socialfascismo. Antifascita irriducibile – scontò 11 anni di galera sotto il fascismo) – nel 1939 si oppose al patto Molotov-Ribbentrop insieme a Camilla Ravera (in Francia Paul Nizan). Durante la Costituente, di cui fu presidente, difese anche contro Togliatti un intransigente laicismo nella discussione sui Patti Lateranensi, nei ’70 criticò il compromesso storico e avversò le leggi eccezionali sul terrorismo (morì nel 1983).

Controcorrente sempre: durante la Guerra dei Sei giorni, lui di famiglia ebraica, volle difendere il diritto di Israele all’esistenza. Sui fatti di Ungheria accettò la disciplina di partito ma con un grave travaglio che espresse solo nelle sedi interne, mentre più tardi solidarizzò con Dubcek: il socialismo non si può imporre dall’alto! Va bene, resisteva per motivi generazionali a capire il ’68 – «gli studenti devono studiare!» -, ma si accorse presto che la parte migliore di quel movimento studiava tanto, oltre a lottare. Paladino convinto del Parlamento come spazio del conflitto regolato, contro il feticcio della governabilità, e difensore delle garanzie liberali contro ogni appello all’emergenza.

SINGOLARE CHE UNO COME LUI, si potrebbe dire «ontologicamente» comunista, possa aiutarci oggi a vedere meglio i tratti illiberali del governo Meloni! Favorevole a tutte le forme di democrazia diretta e sostenitore di ogni referendum. Filo rosso della sua biografia politica è infine un impegno pacifista costante, da quando venne arrestato nel 1916 per propaganda contro la guerra. Va inoltre ricordato che nel 1978 era favorevole a salvare la vita a Moro.

Ma proviamo a riflettere su un aspetto, prima citato, e qui sfiorato solo da Vendola: il suo italiano «di stampo ottocentesco» (in fondo era nato in quel secolo). Dunque, la sua intrattabile «diversità» linguistica. Usava una lingua a tratti anacronistica, e una sintassi elaborata. Ma – e questo è il punto – era una lingua che oltre ad essere innovativa gli apparteneva, apparteneva alla sua storia oltre che ai suoi studi. Lì c’è la sua alterità, estraneità a cliché e automatismi. Ad esempio: non dice solo «ingiustizie della società» ma «ingiustizie e malvagità della società». «Malvagità»? Chi userebbe una parola del genere oggi? Eppure trattiene per un istante di più l’attenzione di chi ascolta. Non chiedo a Elly Schlein di usarla, ma i leader della nostra sinistra non dovrebbero provare a dire i loro programmi con parole proprie, magari ritraducendoli, riformulandoli? Non sarebbero più comunicativi?

C’è in Rete un’intervista a Terracini di Minoli, 1980. A un certo punto gli chiede quale sia lo scopo della democrazia, o almeno quello che loro, i padri costituenti, si prefiggevano. Risposta: «sviluppare la benevolenza delle genti». Ora, sappiamo che la democrazia vive fisiologicamente del conflitto, e ci hanno quasi convinto che lo schema amico-nemico del nazi Carl Schmitt è il massimo di lucidità filosofica, ma il fine ultimo della politica non è il conflitto, la guerra tra le genti. Una volta Pasolini disse che tutta la poesia, molto semplicemente, consiste in questo: trasformare l’odio in amore. Ottimo punto di partenza per qualsiasi definizione successiva. Ecco, Terracini ci ha fatto intravedere, per un attimo e senza volerlo, il lato poetico della democrazia.

07 – Alfiero Grandi: L’ALTERNATIVA ALLA DESTRA TARDA AD ARRIVARE: SI RISCHIA DI RIPETERE GLI ERRORI DEL 2022 -FORSE C’ERA QUALCHE ILLUSIONE ECCESSIVA MA ORA LA DISCUSSIONE SULL’ALTERNATIVA COSTITUZIONALE ALLA DESTRA SEMBRA IN ALTO MARE, COME DOPO IL REFERENDUM COSTITUZIONALE DEL 22/23 MARZO SCORSO.
HO LETTO LE SENSATE CONSIDERAZIONI DI GOFFREDO BETTINI MA LE TROVO TROPPO RASSICURANTI, LA SITUAZIONE È SERIA E VA AFFRONTATA CON RISPOSTE CHIARE, NON SI PUÒ CONTINUARE CON UN SUSSEGUIRSI DI STOP AND GO.
OCCORRE RIPARTIRE DAI FONDAMENTALI, NON SONO BARUFFE CHIOZZOTTE.

Non dobbiamo ritrovarci con la nefasta divisione che ha portato alla sconfitta nel 2022. Non avere calcato la mano sugli errori commessi nel 2022 forse porta a sottovalutare la gravità del ripeterli. Non solo perseverare sarebbe diabolico ma far vincere ancora questa destra, che abbiamo conosciuto nelle sue pulsioni antidemocratiche, perfino eversive, porterebbe ad uno stravolgimento della Costituzione e dell’assetto democratico che ha retto, malgrado diverse tragedie, per 80 anni.
Occorre lavorare a una alternativa costituzionale
Qualcuno sta dimenticando la modifica costituzionale detta premierato? La destra vorrebbe almeno un succedaneo del presidenzialismo, che oggi – dopo la sconfitta nel referendum – cerca di approvare ad ogni costo nella forma di una nuova legge elettorale. Anche il “moderato” Tajani esiste in quanto Giorgia Meloni lo ritiene suo proconsole in Forza Italia e infatti il ministro voterà la proposta di FdI.
Siamo al tentativo di blindare, qualunque sia il risultato elettorale effettivo, questa destra al potere. Per fortuna a volte i calcoli sono sbagliati, vedi porcellum. Non tutti hanno apprezzato il risultato straordinario del referendum del 22/23 marzo: nel sud le percentuali dei no sono state le più alte perché alla destra è mancata parte del suo elettorato, non convinto dell’attacco alla magistratura (hanno scritto: il sud ha tradito il governo); i giovani hanno votato a maggioranza no, rendendo possibili 5 milioni di voti in più a favore del no.
Dopo 5 mesi non c’è ancora un’iniziativa per raccogliere questa spinta formidabile, non a caso i sondaggi segnalano spostamenti di decimali, non coerenti con la valanga dei no.
Questo è il primo punto che la coalizione alternativa deve affrontare, sia pure con ritardo, rivolgendosi a questa formidabile spinta per chiedere appoggio e per interpretarne le istanze. Schlein anzitutto deve rivolgersi a questo patrimonio politico, non diverso da quello che l’ha eletta.

La prima istanza è la Costituzione. Dopo averla difesa occorre attuarla, concretizzandone i principi e i valori, realizzando il concetto che “la repubblica rimuove gli ostacoli”, non solo lo stato ma tutte le istituzioni con una leale collaborazione, che non c’è nell’autonomia regionale differenziata portata avanti da Calderoli in disprezzo delle sentenze della Corte costituzionale.

Questa destra ha scritto nella legge elettorale che nella scheda deve esserci il nome del candidato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, obbligatorio per tutte le coalizioni, ma consapevole dello stravolgimento della Costituzione riconosce – bontà sua – che vanno fatti salvi i poteri del Presidente della Repubblica di nominare il capo del governo, una ovvietà ma che segnala il pericolo. Fino a quando Giorgia Meloni non avrà preso il posto di Mattarella. La destra afferma che verrà rispettato l’articolo 67 ma questa proposta di legge nega la libertà di voto dei parlamentari.

Il disegno della destra è chiaro: eleggere Meloni presidente della Repubblica nel 2029

Chiaro il disegno? Eleggere Meloni Presidente della Repubblica nel 2029 per avere la possibilità di modificare la composizione del Csm e della Corte costituzionale, puntando ad una congrua maggioranza parlamentare ottenuta anche per pochi voti o per meccanismi elettorali inventati per restare al potere.

In sostanza: le prossime elezioni saranno decisive per il futuro della democrazia in Italia, senza trascurare il contributo che potrebbe dare a sconfiggere l’offensiva Maga, una destra tecnoautoritaria di cui Trump è l’interprete peggiore.

Per questo l’alternativa non può che essere di natura costituzionale contro la destra che la vuole stravolgere, affossare. Naturalmente i valori debbono prendere forma e diventare scelte politiche concrete. Prima delle primarie, ove si decida di farle, occorre concentrarsi sull’alternativa politica. Sbagliare questa volta sarebbe più pesante della vittoria “regalata” nel 2022.

Non c’è alternativa a vincere le elezioni con qualunque legge elettorale, quindi occorre suscitare una reazione popolare, di massa, forte, agguerrita, unitaria come nel referendum del marzo scorso, chiedendo a chi ha votato No di contribuire a sconfiggere la destra, primo passo urgente.

Non è la prima volta che l’attuale opposizione non riesce a interpretare una spinta popolare. Altre volte una spinta referendaria non è stata capita, il nucleare è tra queste. La destra vuole approvare la sua assurda legge per tornare al nucleare, ma deve trovare un contrasto che abbia la forza politica necessaria, denunciando che con una legge si vogliono stravolgere i risultati di ben due tornate referendarie (1987 e 2011) vinte con la maggioranza degli aventi diritto al voto. Questo pone una grande questione democratica da sottoporre alla Corte costituzionale. È lecito con legge abolire due risultati referendari? costringendo a promuovere un terzo referendum? Non è questa una grande questione democratica e costituzionale? La destra anche in questo caso vuole stravolgere la Costituzione.

L’alleanza per l’alternativa costituzionale deve mettere ordine nel percorso e negli argomenti per arrivare ad un progetto politico di legislatura, prima delle primarie, possibili solo sulla base di un patto di coalizione.

La questione pace si pone con forza. Il disastro Trump sta portando ad un rischio per la pace nel mondo. Occorre ricostruire con proposte ed iniziative la credibilità delle sedi mondiali, a partire dall’Onu. Senza un nuovo ordine, con regole definite, aggiornate, da fare rispettare continuerebbe la situazione nevrotica e distruttiva attuale, nella quale emergono solo i reciproci riconoscimenti o contrasti delle grandi potenze. Un’iniziativa per la pace si impone e va costruita con un’iniziativa corale, lavorando con altri stati. Sarebbe importante un ruolo dell’Europa, ma oggi non lo ha e le resistenze delle destre europee, istigate dalla nefasta influenza Maga, potrebbero non consentire all’Europa di svolgere il ruolo che le spetterebbe. Per questo una verifica nella coalizione che ha eletto Von der Leyen si impone per correggere uno slittamento a destra, il cui simbolo più evidente è che dopo aver attaccato il green deal come fonte di ogni nefandezza ci troviamo con la crisi delle auto tradizionali e con una temibile concorrenza cinese sulle auto elettriche.

La destra ha fatto perdere all’Italia 5 anni. La crisi dell’auto è colpa sua. L’Europa è in crisi per le fobie delle destre alla ricerca di un nemico e prigioniere di ideologie antistoriche.

Per questo va detto che l’Italia lavorerà per fermare il riarmo, per razionalizzare la difesa europea, bloccando la distorsione dell’economia verso le armi e la guerra.

Le risorse debbono andare a sviluppo, clima, occupazione, nuovo stato sociale. Va rifiutata la via trumpiana al riarmo per vendere più armi Usa, avanzando proposte per il disastro di Gaza e della Palestina da gestire attraverso sedi internazionali legittime, per una soluzione equilibrata in Ucraina puntando a convincere la Russia a correggere gli errori dell’aggressione, per una soluzione concordata della guerra in Iran, per regolare le troppe aree di guerra nel mondo. No alla logica della grande potenze che imprimono una distorsione tecno capitalistica che entra in collisione con la stessa democrazia.

Il mondo deve fermarsi a riflettere per prendere decisioni per la pace, disarmata e disarmante, come ha giustamente chiesto papa Leone XIV. Altrimenti i rischi sono enormi. Per la tenuta della democrazia anzitutto, perchè si profilano evidenti logiche da nuove crociate, all’esterno e all’interno.
Le elezioni in Italia saranno parte di queste alternative in campo per fermare le destre e difendere la democrazia.
Il clima è passato da essere al centro dell’attenzione internazionale per iniziative condivise ad iniziative che favoriscono la” esplosione” climatica della terra. La destra è protagonista del rilancio dei fossili più nucleare, l’alternativa netta è 100% fonti rinnovabili prima possibile.
Occorre bloccare il riarmo – le 800.000 armi finite alla malavita in Ucraina sono un allarme rosso – riaprire i canali di confronto e di accordo, per questo un’iniziativa di pace deve iniziare dall’Ucraina con una conferenza internazionale di pace sul modello Helsinky 1975 e con una gestione Onu della striscia di Gaza, togliendo di mezzo la finzione trumpiana che sta causando morti e distruzione come e peggio di prima.
In sostanza occorre indicare le vie concrete dell’alternativa alla destra.
Ci sono tanti altri punti di fondo: lo strazio del sistema fiscale lo rende incapace di mantenere unitarietà, progressività e aiuto alle fasce sociali più deboli; il sistema sanitario nazionale è a rischio implosione che vuol dire privatizzazione all’americana (Crisanti), di cui l’autonomia regionale differenziata è un ulteriore tassello; istruzione e ricerca sono ai materassi; un nuovo stato sociale di cui faccia parte un lavoro dignitoso e retribuito in modo da fare rientrare i giovani dall’estero e da difendere il potere di acquisto di chi lavora, la qualità del suo impegno; una politica industriale che abbia il coraggio di avere nello stato un protagonista del nuovo, a partire dall’ex Ilva, che rischia di finire male.

Sui punti dirimenti occorre chiamare le persone, le associazioni più svariate a discutere, a partecipare, a sostenere l’alternativa costituzionale, per questo occorre che conoscano la piattaforma che vengano chiamate a sostenere, ad aiutare; a decidere le scelte, a lottare se necessario.

La destra vuole un capo che decide su tutto, perché mai l’alternativa costituzionale dovrebbe seguirla su questo stravolgimento costituzionale? Certo sarebbe utile una legge elettorale che consenta ad elettrici ed elettori di scegliere i rappresentanti, mentre il testo della maggioranza non lo farà, ma resta l’imperativo categorico che occorre vincere le elezioni comunque e si può fare solo su una chiara alternativa alla destra di Giorgia Meloni.
*(Fonte: Strisciarossa – Alfiero Grandi giornalista)
6 – RASSEGNA DI NEWS NAZIONALI E INTERNAZIONALI NEWS DAI PARLAMENTARI ELETTI ALL’ESTE
01 – Claudia Fanti*: Scandalo bancario, in Brasile tremano giudici e politici – America Latina Coinvolto de Moraes, che fece condannare Bolsonaro. Ma anche il figlio dell’ex presidente02 – Roberto Ciccarelli*: La fine del bollo porta allo scontro con l’Ue e enti locali – Poveri ma bellici Per Bruxelles l’esenzione «strutturale» della tassa su auto e moto non può essere finanziata con il Pnrr, Giorgetti: «Sono soldi nostri». Il presidente della Toscana Giani: «Regioni compensati la metà di quanto incasserebbero»
03 – Valigia Blu*: Negazionismo climatico di Stato: Trump dà il via libera ai grandi inquinatori industriali
04 – Marco Arvati *: Come Trump sta cercando di truccare le carte per vincere le elezioni di metà mandato – La Corte Suprema blocca il piano dell’amministrazione Trump per controllare le schede elettorali inviate per posta alle elezioni di medio termine
05 – Africa, In Evidenza, Sudafrica – Gli Usa contro la riparazione dell’apartheid: nuove sanzioni al Sudafrica
6 – Filippo La Porta*: L’alterità nella lingua di un comunista sempre controcorrente – Indagini Intorno al volume «Umberto Terracini, primo fra i pari» (Mimesis) che raccoglie gli atti di un convegno al Senato. Litigò con Lenin si oppose al patto Molotov-Ribbentrop criticò Togliatti sui Patti Lateranensi
07 – Alfiero Grandi: l’alternativa alla destra tarda ad arrivare: si rischia di ripetere gli errori del 2022 -forse c’era qualche illusione eccessiva ma ora la discussione sull’alternativa costituzionale alla destra sembra in alto mare, come dopo il referendum costituzionale del 22/23 marzo scorso.

01 – Claudia Fanti*: SCANDALO BANCARIO, IN BRASILE TREMANO GIUDICI E POLITICI – AMERICA LATINA COINVOLTO DE MORAES, CHE FECE CONDANNARE BOLSONARO. MA ANCHE IL FIGLIO DELL’EX PRESIDENTE

A poco più di due settimane dalle presidenziali brasiliane, dei risultati ottenuti dal governo Lula o dei programmi dei candidati non si parla praticamente più: a dominare il dibattito politico, infatti, è la clamorosa crisi della Corte Suprema (o Supremo tribunale federale), la quale, investita in pieno dallo scandalo del Banco Master, ha mandato in fumo tutto il prestigio guadagnato con la sua difesa della democrazia dopo il tentato golpe di Jair Bolsonaro nel 2022.
La più grande frode bancaria della storia del Brasile, orchestrata dal banchiere Daniel Vorcaro, attualmente in carcere, è in realtà sotto i riflettori da quasi un anno, rivelando un’immensa rete di corruzione in cui sono cadute le principali istituzioni del paese.
Ma a far esplodere davvero lo scandalo è stata la decisione del giudice del Stf André Mendonça, di chiara fede bolsonarista, di desecretare, il primo settembre, il rapporto elaborato su sua richiesta dalla Polizia federale sulla base di materiali recuperati dal cellulare di Vorcaro: una divulgazione selettiva di documenti mirata a rivelare come il giudice Alexandre de Moraes – artefice principale della condanna di Jair Bolsonaro – avesse ricevuto favori dall’ex banchiere, compreso un contratto milionario stipulato con lo studio legale di sua moglie.

PUNTUALE era scattata la reazione di Moraes, il quale si era scagliato a sua volta contro Mendonça, con il sostegno della Procura generale, contestando la modalità con cui il suo collega aveva gestito l’indagine sul Banco Master. E che il «giudice terribilmente evangelico» – come lo aveva definito Bolsonaro per fargli un complimento – intendesse favorire la sua parte politica ci sono ben pochi dubbi.

Non a caso, quando – forzato dal presidente del Stf Edson Fachin, dalla Procura e dallo stesso governo Lula – Mendonça aveva dovuto togliere il 10 settembre il segreto istruttorio su tutti gli atti dell’indagine sul Banco Master, era emerso – sorpresa! – come la Corte Suprema stesse indagando già dal 22 luglio su Flávio Bolsonaro, nell’ambito dell’inchiesta, strettamente collegata, sui finanziamenti sospetti al film Dark Horse, il biopic su suo padre, con le accuse di peculato, falsità documentale, riciclaggio, associazione per delinquere e irregolarità negli appalti. Un’indagine che Mendonça aveva tenuto nascosta, così come il collegamento con lo scandalo di due giudici della Corte Suprema vicini all’ex presidente: Luis Fux e Kassio Nunes Marquez.
IL COINVOLGIMENTO DIRETTO del primogenito di Bolsonaro – lo «zero uno» -, il quale avrebbe chiesto a Vorcaro circa 20 milioni di euro (130 milioni di reais) per finanziare Dark Horse, dei quali circa la metà sarebbe stata versata, è stato tuttavia parecchio oscurato dal caso dei presunti collegamenti tra l’ex banchiere e Moraes. Un caso di cui si è occupata martedì scorso una storica sessione della Corte Suprema, la quale però ha deciso di rinviare (fino a un massimo di 90 giorni) la decisione sull’eventuale – e assolutamente inedita – apertura di un’indagine contro uno dei suoi membri, il nemico giurato del clan Bolsonaro e dell’amministrazione Trump.

DELLO SCANDALO ha subito approfittato Flávio Bolsonaro per rilanciare la sua versione secondo cui la Corte Suprema sarebbe un organo autoritario e corrotto allineato al governo – «Chi vota Lula vota Alexandre de Moraes», ha dichiarato in un comizio a São Paulo -, con l’ovvio corollario dell’illegalità della condanna di suo padre.
Al crollo di credibilità del Stf ha reagito anche Lula, non solo evidenziando come la maxi frode di Vorcaro abbia avuto luogo sotto il governo Bolsonaro, ma anche prendendo le distanze dai giudici – «un ministro della Corte Suprema non può essere tale per arricchirsi» – e difendendo l’introduzione di limiti di mandato per la massima istanza giudiziaria: «Nessuno dovrebbe mantenere la stessa posizione per 40 anni», ha spiegato il presidente, annunciando una profonda riforma del potere giudiziario in caso di rielezione.
UN PO’ PREOCCUPATO, tuttavia, Lula deve esserlo di sicuro, considerando l’ampio consenso tra gli analisti sul fatto che le indagini sul crack del Banco Master potrebbero danneggiare più lui che Flávio Bolsonaro, a fronte dell’associazione operata da una parte significativa dell’elettorato tra Moraes e il governo, malgrado Xandão, come viene chiamato il giudice, non possa certo essere definito di sinistra.

Del resto, dinanzi al serrato testa a testa tra i due candidati pronosticato dai sondaggi nel pressoché certo ballottaggio del 25 ottobre, basta pochissimo a spostare l’ago della bilancia a favore dell’uno e dell’altro.
Che poi ad essere direttamente coinvolto nello scandalo sia lo «zero uno» e non il presidente, che anzi ha sollecitato a più riprese la massima trasparenza nelle indagini, è solo uno dei tanti paradossi del paese.
*(Claudia Fanti: Giornalista, scrive da più di 20 anni sul settimanale Adista, collabora con “il manifesto” e con altre testate. Autore del libro “il cosmo …)

02 – Roberto Ciccarelli*: LA FINE DEL BOLLO PORTA ALLO SCONTRO CON L’UE E ENTI LOCALI – POVERI MA BELLICI PER BRUXELLES L’ESENZIONE «STRUTTURALE» DELLA TASSA SU AUTO E MOTO NON PUÒ ESSERE FINANZIATA CON IL PNRR, GIORGETTI: «SONO SOLDI NOSTRI». IL PRESIDENTE DELLA TOSCANA GIANI: «REGIONI COMPENSATI LA METÀ DI QUANTO INCASSEREBBERO»

Ammettere l’impraticabilità di una strada per giustificare l’imbocco di un vicolo cieco. È la parabola disegnata ieri dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti dall’Ecofin, dove ha richiesto con Germania, Spagna, Portogallo e Austria una tassa europea sugli extraprofitti energetici. Sul caro-carburanti, invece, Giorgetti ha dichiarato la resa: la politica di sconti sulle accise seguita dall’esecutivo fin dallo scorso marzo è diventata «insostenibile finanziariamente». Lo dimostra la mini-proroga di sole due settimane del taglio sul diesel, destinato a scendere dagli iniziali 17 centesimi a 12,2 centesimi tra il 18 e il 25 settembre, per poi prosciugarsi a 6,1 centesimi fino al 5 ottobre.
PER QUESTA RAGIONE si è preferito virare sullo stop al bollo per le auto non di lusso e confezionare una misura «pop». Ma dietro la vetrina di un intervento esplicitamente elettorale c’è un’operazione a cortissimo respiro, i cui effetti collaterali scaricheranno il conto sui servizi essenziali: la sanità e il trasporto pubblico locale di competenza di Regioni ed enti locali, ai quali il governo dovrà garantire i circa 2,36 miliardi sottratti dall’abolizione della tassa. La trovata non risolverà la crisi energetica: pur risparmiando sul bollo, gli automobilisti continueranno a spendere un patrimonio al distributore, mentre l’inflazione si mangerà i loro salari.

UN ALTRO CORTOCIRCUITO è spuntato sulle coperture rastrellate tra le pieghe del Pnrr. La Commissione europea ha fatto sapere ieri che valuterà attentamente l’operazione contabile fatta sul bollo, che dirotta fondi destinati agli investimenti per finanziare un alleggerimento fiscale. Giorgetti, a quel punto, ha abbandonato il pragmatismo ragionieristico per esibire un inedito sovranismo contabile: «I risparmi su prestiti che l’Italia ha avuto con il Pnrr sono soldi nazionali, non risorse europee – ha detto –. Sono risorse del bilancio dello Stato: il governo e soprattutto il parlamento ne dispongono come meglio ritengono».

SEMPRE AMMESSO che a Bruxelles siano d’accordo, la contraddizione resta. Meloni e Giorgetti promettono che l’abolizione del bollo sarà permanente, ma i risparmi sui fondi Pnrr sono una tantum, utili forse per coprire il solo 2027. Giorgetti ha avanzato l’ipotesi di fare cassa con la clausola di salvaguardia per la sicurezza energetica pari allo 0,3% del Pil richiesta a Bruxelles, ma non è sicuro che l’UE autorizzi l’uso di quelle risorse per cancellare un balzello automobilistico. In ogni caso la valvola di sfogo svanirà nel giro di un biennio. Questa è un’altra cambiale in bianco che il governo Meloni scarica sulla prossima legislatura.

C’È UN GIALLO SUI NUMERI. Il Ministero delle Infrastrutture ha parlato di una platea di 24,6 milioni di automobilisti con veicoli entro gli 80 kW. Per il Codacons erano veri e propri «numeri al lotto»: con un costo medio di 141 euro a bollo servirebbero infatti 3,4 miliardi, aprendo una voragine da oltre 1,2 miliardi nei conti pubblici. Nella relazione tecnica del decreto è stato invece calcolato un solo veicolo a testa. Così i beneficiari reali sono scesi a 13,2 milioni di auto e 2 milioni di moto, per 15,5 milioni di cittadini, con un costo certificato in 2,2 miliardi.

CIFRE BALLERINE che hanno spinto il presidente della Toscana Eugenio Giani a denunciare un blitz «superficiale, demagogico e chiaramente elettorale» ai danni delle Regioni. Mentre l’emiliano-romagnolo Michele de Pascale ha chiamato in causa il ministro della Salute Orazio Schillaci, chiedendo se i 5 miliardi necessari per il fondo sanitario ci saranno nella prossima legge di bilancio o se serviranno piuttosto a compensare i due miliardi sottratti al servizio sanitario.

«HA FATTO PIÙ CLAMORE l’eliminazione del bollo rispetto ai 40-50 miliardi di riduzione di tasse e contributi» si è lamentato Giorgetti. Ma il “rumore” l’ha generato la stessa premier Meloni, pretendendo lo stop al bollo, mentre la pressione fiscale reale è salita, stando ai dati Istat, al 43,1%. Un fenomeno che sarebbe stato causato per la Cgil dal drenaggio fiscale che l’esecutivo sostiene invece di avere contenuto.

LE ACROBAZIE DI MELONI & CO. sul bollo auto si spiegano con la ristrettezza delle risorse a disposizione causata dalla rigida osservanza del patto di stabilità Ue. Ma c’è anche da considerare un altro gioco delle tre carte sul tavolo degli extraprofitti. La contraddizione è stata esplicitata da Angelo Bonelli (Avs) che ha notato il tentativo del governo (non solo italiano in realtà) di affidare l’istituzione della tassa sugli extraprofitti a Bruxelles evitando di crearne almeno una a livello nazionale. Il commissario Ue all’Economia Valdis Dombrovskis non ha escluso la possibilità di farlo a livello sovranazionale ma ha di nuovo sollecitato i governi a procedere di loro iniziativa. Ma questi ultimi, a cominciare dagli italiani, non hanno alcuna intenzione di farlo. Tutt’al più organizzeranno una nuova partita di giro: a chi sta guadagnando dalla crisi sarà chiesto un «contributo» che sarà restituito fiscalmente nei prossimi anni.

IN VISTA DELLA REVISIONE del deficit 2025 attesa il 22 settembre dall’Istat e dall’Eurostat, da cui dipendono i margini della manovra, il governo ha aperto un altro fronte con Bruxelles. Il vicepremier Matteo Salvini ha attaccato la sua «ideologia pseudo-green» e ha annunciato un decreto per bloccare lo stop ai diesel Euro 5 nel 2027. Poco importa se da quell’Ue «pseudo-green» l’Italia incasserà 14 miliardi per la transizione energetica, oltre ai 22 per le armi.
*(Roberto Ciccarelli). Filosofo e giornalista, scrive per «il manifesto»)

03 – VALIGIA BLU*: NEGAZIONISMO CLIMATICO DI STATO: TRUMP DÀ IL VIA LIBERA AI GRANDI INQUINATORI INDUSTRIALI

PRENDERE DECISIONI VIVENDO IN UNA REALTÀ PARALLELA CHE ADERISCE PERFETTAMENTE AI PROPRI PERNICIOSI INTERESSI FINANZIARI, STRATEGICI E INDUSTRIALI. DEVE ESSERE QUESTA LA MOLLA CHE GUIDA LE DECISIONI DELL’AMMINISTRAZIONE TRUMP CHE, IN BARBA A QUANTO RILEVANO ORMAI DISPERATAMENTE I RAPPORTI DI STUDIOSI, RICERCATORI E SCIENZIATI SUL RISCALDAMENTO GLOBALE E SUL TEMPO CHE STRINGE (E AGLI EFFETTI ORMAI SEMPRE PIÙ DEVASTANTI OVUNQUE NEL PIANETA), CONTINUA A LEGIFERARE A SUON DI NEGAZIONISMO CLIMATICO.

Il discorso aberrante di Trump all’Onu: il negazionismo climatico è parte del disegno autocratico
E così mentre il riscaldamento globale ci sta dando l’avviso di rescissione del contratto di abitabilità con la Terra, il direttore dell’Agenzia per la Protezione dell’Ambiente (EPA), Lee Zeldin, ha annunciato in un discorso durante il G20 sull’energia a Houston, che l’amministrazione Trump abolirà le norme che limitano le emissioni di gas serra delle centrali elettriche, adottate durante la presidenza Biden per ridurre il rilascio di inquinanti atmosferici come l’anidride carbonica.

Gli interventi approvati da Biden prevedevano una significativa riduzione delle emissioni di carbonio provenienti dalle centrali elettriche, dai veicoli e dagli impianti industriali. Si stimava che le norme avrebbero ridotto di 1 miliardo di tonnellate le emissioni di gas serra entro il 2047, generando benefici netti pari a 370 miliardi di dollari, e che avrebbero evitato 1.200 decessi prematuri e 360.000 attacchi d’asma nel solo 2035, grazie al miglioramento della qualità dell’aria. Ma sotto l’amministrazione Trump, l’EPA ha eliminato dai propri calcoli il beneficio in termini monetari derivante dal salvataggio di vite umane grazie alla riduzione dell’inquinamento atmosferico. E così Zeldin ha potuto sostenere che, siccome i gas serra sono di natura globale e i danni potenziali sono troppo “incerti, congetturali, remoti e contorti per essere collegati alle centrali elettriche statunitensi, questi esulano dall’autorità dell’agenzia e dal Clean Air Act in materia di regolamentazione”.

In altre parole, gli impatti delle emissioni delle centrali elettriche non sarebbero quantificabili a livello globale e pertanto non sarebbero di competenza dell’EPA. Alla luce di questa posizione, abolendo le norme dell’era Biden, l’EPA impedirà alle future amministrazioni USA di regolamentare i gas serra delle centrali elettriche.

«La realtà è che l’America produce energia in modo migliore e più pulito rispetto a qualsiasi altra parte del mondo e una centrale elettrica non dovrebbe essere presa di mira in modo così assurdo», ha affermato Zeldin.

Se approvata, la proposta potrebbe far risparmiare oltre 300 miliardi di dollari, ha dichiarato l’EPA. «Gli anni di lavoro delle amministrazioni Obama e Biden per distruggere il carbone e il gas naturale sono finiti», ha aggiunto Aaron Szabo, vicedirettore dell’EPA. «Grazie alle nostre azioni odierne, le aziende agricole e le imprese americane beneficeranno di costi dell’elettricità più bassi». Le nuove norme (che saranno sottoposte a consultazione pubblica), ha aggiunto, «garantiranno un approvvigionamento energetico accessibile e affidabile e ridurranno i costi dei trasporti, del riscaldamento, dei servizi pubblici, dell’agricoltura e dell’industria manifatturiera, rafforzando al contempo la nostra sicurezza nazionale».

Le affermazioni e i numeri esibiti dai vertici dell’EPA sono in evidente contraddizione con i dati di studi e rilevazioni scientifiche. Secondo le Nazioni Unite, i combustibili fossili, tra cui il carbone e il gas naturale, sono di gran lunga la principale causa dei cambiamenti climatici globali. Gli Stati Uniti sono attualmente il secondo maggior emettitore di gas serra che causano il riscaldamento globale, come l’anidride carbonica, dopo la Cina. E il settore energetico rappresenta circa un quarto delle emissioni statunitensi, con circa 1,5 miliardi di tonnellate di anidride carbonica equivalente all’anno, secondo le ultime stime disponibili. Ciò significa che le emissioni del settore energetico statunitense sono superiori alle emissioni totali di quasi tutti i paesi tranne una manciata.

Il gas naturale rappresenta poco più del 40% del mix di fonti energetiche degli Stati Uniti per la produzione di energia elettrica. L’uso del carbone è diminuito drasticamente negli ultimi decenni e ora rappresenta meno di un quinto delle fonti energetiche. Secondo i calcoli proprio dell’EPA, l’abolizione dei limiti d’emissione per le centrali a carbone e a gas comporterà 123 milioni di tonnellate metriche di emissioni di carbonio aggiuntive nel prossimo decennio.

Ma c’è poco da stupirsi. Trump, che ha definito il cambiamento climatico una “bufala” e una “stronzata”, sta smantellando a spron battuto le protezioni ambientali, sta abolendo le normative sulle emissioni dei tubi di scarico e degli elettrodomestici, screditando e declassando i rapporti scientifici secondo cui i gas serra sono pericolosi. A inizio anno, il presidente USA ha revocato una storica dichiarazione dell’EPA del 2009, sostenuta da una sentenza della Corte Suprema, secondo la quale i gas serra rappresentano una minaccia significativa per la salute pubblica e l’ambiente. Questa decisione è stata contestata da diversi Stati e amministrazioni locali.

L’ordine mondiale di Trump: un enorme “fottetevi tutti” rivolto al mondo intero
La strategia è lineare ed evidente: restituire forza alle industrie dei combustibili fossili, in particolare il gas naturale e il carbone, che avevano lamentato come le norme sul clima e il piano di elettrificazione del sistema energetico voluto da Biden stesse portando alla chiusura dei loro impianti e delle loro miniere. Trump ha cercato di incentivare l’uso del carbone da parte delle industrie di produzione di energia anche in altri modi, ordinando alle centrali a carbone di rimanere in servizio ben oltre le date previste per la loro dismissione. La scorsa settimana una Corte d’Appello federale ha dichiarato illegittimo un ordine dell’amministrazione che bloccava la chiusura di una centrale a carbone nel Michigan.
(Fonte. Valigia Blu valigiablu.itinfo@valigiablu.it)

04 – Marco Arvati *: COME TRUMP STA CERCANDO DI TRUCCARE LE CARTE PER VINCERE LE ELEZIONI DI METÀ MANDATO – LA CORTE SUPREMA BLOCCA IL PIANO DELL’AMMINISTRAZIONE TRUMP PER CONTROLLARE LE SCHEDE ELETTORALI INVIATE PER POSTA ALLE ELEZIONI DI MEDIO TERMINE
Aggiornamento 15 settembre 2026: La Corte Suprema ha bloccato un provvedimento dell’amministrazione Trump che avrebbe modificato radicalmente le modalità di voto per corrispondenza degli americani in vista delle elezioni di medio termine di novembre. Si tratta di una decisione dura per il presidente Trump che da tempo sostiene, senza prove, che il voto per corrispondenza sia segnato da frodi dilaganti.
La controversia ha origine in un ordine esecutivo firmato da Trump alla fine di marzo, che imponeva al Servizio Postale di elaborare nuove linee guida per il voto per corrispondenza. Diversi procuratori generali democratici, gruppi per i diritti di voto e leader nazionali del Partito Democratico hanno fatto ricorso per contestare l’ordine, sostenendo che violasse la Costituzione che attribuisce agli Stati e al Congresso la responsabilità delle elezioni. Le nuove regole avrebbero richiesto agli Stati di presentare elenchi degli elettori autorizzati a ricevere le schede elettorali per corrispondenza in modo tale che potessero votare per posta solo chi era presente in queste liste. Ma secondo i ricorrenti modificare le modalità di voto a così poche settimane dalle elezioni di medio termine avrebbe generato confusione e il “rischio significativo che a milioni di elettori in più fosse negata la possibilità di votare”.
La decisione della Corte è stata accolta con favore anche dai responsabili elettorali di sette Stati controllati dal Partito Repubblicano. Tuttavia, la battaglia legale, durata settimane, potrebbe aver generato una certa confusione e accreditare la narrazione di Trump che da tempo cerca di gettare dubbi sull’integrità del voto in un’elezione che il suo partito potrebbe perdere.
In pieno contrasto con le deleghe costituzionali, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha dichiarato ieri che i repubblicani dovrebbero nazionalizzare le elezioni, continuando a riproporre false teorie cospirative sulle frodi elettorali che, a suo dire, avrebbero portato Biden a vincere nel 2020. In realtà queste affermazioni sono parte della strategia del presidente statunitense di condizionare le elezioni di metà mandato che si terranno a novembre.

Le parole di Trump arrivano meno di una settimana dopo che l’FBI ha fatto irruzione in un ufficio elettorale a Fulton, in Georgia, con l’ordine di confiscare tutte le schede fisiche riguardanti le elezioni del 2020, i registri delle macchine elettorali e le immagini prodotte durante il conteggio. La giustificazione utilizzata per questa azione sarebbe la possibile mancata preservazione dei registri ufficiali, una frode nei confronti degli elettori.

Fulton è stata, tra la fine del 2020 e l’inizio del 2021, l’epicentro della battaglia di Donald Trump per sovvertire il risultato elettorale: da qui è partita la cosiddetta “Big Lie”, quella secondo cui il vero vincitore delle elezioni presidenziali del 2020 sarebbe stato proprio Trump (ma era questa la vera bugia). L’allora presidente aveva anche telefonato al segretario di Stato della Georgia, il repubblicano Brad Raffensperger, chiedendogli di trovare abbastanza voti, circa diecimila, per sovvertire il vantaggio di Biden, primo democratico a vincere in Georgia dal 1992. I cospirazionisti Maga hanno esultato per l’azione dell’Fbi e del Dipartimento di Giustizia: per loro sarebbe la conferma che quell’elezione è stata davvero rubata. I democratici hanno sottolineato la gravità delle perquisizioni e definito l’azione della Fbi una “sovversione del processo democratico”. Tutti i tentativi di portare il risultato delle elezioni del 2020 in tribunale sono falliti, a riprova di come fossero le asserzioni di Trump la vera bugia.

Donald Trump, durante il suo primo mandato da presidente, ha tentato in ogni modo di non certificare la netta vittoria di Joe Biden alle presidenziali del 2020, arrivando a un tentativo di golpe il 6 gennaio del 2021 per rimanere in carica: tornato al potere, ha graziato tutte le persone in carcere per avervi preso parte. A novembre si terranno le elezioni di midterm, che saranno centrali per il prosieguo della stagione trumpiana: i democratici, infatti, sono favoriti per tornare in possesso della Camera, e se ce la facessero potrebbero fare un maggiore ostruzionismo alle politiche autoritarie trumpiane e ricorrere nuovamente allo strumento dell’impeachment. Uno strumento detestato dall’attuale presidente degli Stati Uniti e che – ha detto apertamentamente ai repubblicani – in caso di sconfitta alle elezioni verrà utilizzato nuovamente contro di lui. Nonostante non ci siano i numeri perché una misura del genere passi il vaglio del Senato, Trump è stato già messo due volte sotto impeachment, ma ha fatto rimuovere da alcuni musei, come la National Portrait Gallery di Washington, i riferimenti a questi fatti.

Per poter continuare a dettare l’agenda politica, i repubblicani devono vincere le elezioni: nei giorni scorsi i democratici hanno ottenuto un successo insperato con ben 14 punti di vantaggio in un’elezione suppletiva per il Senato statale del Texas in una contea dove Trump aveva battuto Harris con 17 punti di margine. A oggi, è difficile comprendere in che contesto politico si voterà, ma quello che è certo è che il presidente si sta portando avanti, con mosse mirate a invalidare il processo elettorale, o perlomeno a porre dubbi sulla sua veridicità. Con un lavoro ampio e dettagliato, il Washington Post ha prefigurato alcuni scenari che potrebbero presentarsi.

Anche se sembra un quadro troppo fosco, non è nulla di nuovo. Già nel 2020, Donald Trump, nonostante la pandemia di Covid in corso, impose ai suoi elettori di votare solo di persona ai seggi, e non per posta: il voto per posta veniva definito “truccato” e in quanto tale andava evitato. Questo contribuì al cosiddetto “miraggio rosso”, studiato a tavolino dalla Casa Bianca: i voti ai seggi, infatti, sono conteggiati prima di quelli postali, che a volte arrivano anche giorni dopo l’Election day. Questo ha portato a una situazione in cui Trump, durante la notte elettorale, si trovava in vantaggio in tutti gli Stati chiave, e ha potuto annunciare di aver vinto, nonostante mancassero ancora milioni di voti da conteggiare. Nei giorni successivi, l’onda di voti per posta favorevoli a Biden ha ribaltato il risultato, ma oramai la “bugia” si era fatta strada tra gli elettori del presidente: Trump aveva falsamente pronosticato che i democratici avrebbero provato a truccare i risultati attraverso i voti postali, e Biden aveva vinto proprio con quei voti. Dopo le elezioni, Trump ha provato a contestare i risultati con ogni mezzo, fino all’assalto al Campidoglio: in quello stesso giorno, 147 repubblicani, tra deputati e senatori, avevano deciso di votare contro l’insediamento di Biden come presidente.

Durante un’intervista concessa al New York Times il mese scorso, Trump ha dichiarato di essersi pentito di “non aver sequestrato le macchine elettorali negli Stati chiave nel 2020”. Inoltre, ad agosto, ha detto che avrebbe guidato un movimento per abolire a tutti i livelli il voto per posta: secondo il presidente, “un tentativo che verrebbe osteggiato dai democratici, che rubano a livelli mai visti prima”. Il punto è che la Costituzione non dà al potere federale il compito di decidere come si tiene il processo elettorale, ma ai singoli Stati. Ognuno di questi ha regole diverse su come accettare o meno il voto per posta, e infatti ogni tentativo dell’esecutivo di bloccare questa tipologia di voto è stato portato in tribunale. L’ultimo di questi avrebbe impedito di contare tutti i voti pervenuti agli uffici elettorali dopo l’Election Day, un caso che la Corte Suprema ha deciso di prendere in carico, e su cui quindi ci sarà nel futuro un verdetto ufficiale.

Intanto, già da mesi Trump ha iniziato una battaglia per ridisegnare i collegi elettorali. Una richiesta inusuale, sia perché il disegno dei collegi è di competenza statale, sia perché questi vengono disegnati ogni dieci anni, a seguito del censimento che determina anche, in base alla popolazione, l’allocazione dei seggi alla Camera per ciascuno stato. Il presidente non ha fatto mistero del perché voleva fare questa mossa: ha affermato, infatti, di volere “cinque seggi in più in Texas per i repubblicani”. Una mossa che non ha sortito gli effetti sperati, sia perché alcune delle nuove mappe sono state portate in tribunale, rendendo il processo più lento, sia perché i democratici, anziché stare a guardare, si sono mossi di conseguenza. Di fronte all’ipotesi di ridisegnare il collegio del Texas per favorire i repubblicani, infatti, il governatore della California Gavin Newsom ha risposto ridisegnando i propri collegi per avere un vantaggio per i democratici: è difficile, a oggi, stabilire quale partito otterrà più seggi da questo ridisegno, ma nessuno dei due dovrebbe ottenere un particolare vantaggio come nella speranza iniziale di Trump.

Un altro tentativo di manipolazione del processo elettorale passa dalla Corte Suprema: è infatti all’attenzione dei giudici un caso che potrebbe distruggere un passaggio chiave del Voting Rights Act del 1965, la legge che tutela il diritto di voto delle minoranze nel paese e garantisce i cosiddetti “collegi di minoranza”. In uno Stato con forte presenza di una minoranza, si pensi per esempio agli afroamericani al Sud, deve essere garantito almeno un collegio che possa eleggere un suo rappresentante al Congresso. Per questo accade che in Stati a larga maggioranza repubblicana sono le minoranze a garantire rappresentatività al partito democratico: eliminare quel passaggio significherebbe una vittoria a tappeto del partito repubblicano in alcuni Stati, cambiando in modo strutturale la composizione della Camera. La Louisiana ha presentato un esposto alla Corte per “incostituzionalità”. La decisione è attesa nelle prossime settimane, e data la vicinanza a Trump della maggioranza dei giudici c’è una buona possibilità che decidano a vantaggio del presidente. Tuttavia, più il tempo passa più diventa improbabile che i collegi possano essere ridisegnati in tempo per le elezioni di novembre: in tal caso, se ne parlerebbe per il 2028, quando ci saranno anche le presidenziali.

Nel frattempo, senza nessuna evidenza, Trump continua a ritenere disastrose le macchine per votare, che garantiscono comunque un margine d’errore più basso rispetto al conteggio umano. Il presidente vorrebbe macchine più affidabili, con standard però non presenti sul mercato, oppure tornare al conteggio manuale: un problema, anche perché gli Stati Uniti non hanno tanti scrutatori, e i pochi ufficiali elettorali stanno rinunciando da quando il voto è diventato talmente polarizzato da generare disordini.
Gli ufficiali elettorali, che gestiscono il processo di voto lavorando concretamente ai seggi, infatti, sono costantemente sotto attacco: nel 2024, secondo il Brennan Center for Justice, il 38 per cento di questi ha subito intimidazioni e abusi e molti si sono dimessi per timori riguardanti la propria sicurezza. Dopo il 2020, una dozzina di Stati a guida repubblicana ha legiferato per criminalizzare azioni compiute dagli ufficiali elettorali, come per esempio sollecitare l’invio di una scheda per posta. Nel frattempo, il Dipartimento della Sicurezza Interna, salito agli onori delle cronache per gli omicidi dell’Ice in questi giorni, ha tagliato i fondi al CISA, un’agenzia che si occupa di proteggere le elezioni da attacchi cyber e minacce fisiche.
Inoltre, il Dipartimento di Giustizia, che in questa amministrazione ha perso la sua imparzialità, sta collezionando informazioni sui cittadini: ha richiesto che 23 Stati forniscano le informazioni personali di tutti i votanti, tra cui dati sensibili come il numero di codice fiscale. Il governo ha detto che si tratterebbe di un controllo per sistemare eventuali errori, ma in molti hanno sottolineato come questi controlli incrociati rischino di togliere dalle liste votanti legittimi, o magari trovare reali errori in percentuali risibili, di nullo impatto sui risultati finali, che però servirebbero a Trump per contestare il processo elettorale in toto. Un amministratore in Texas ha affermato che circa un quarto dei cittadini della contea di Travis, con diritto di voto, è invece identificato nei database federali come “non cittadini”. C’è, inoltre, la questione di come il Dipartimento di Giustizia conserveràà questi dati, poiché non ha dato indicazioni sulla difesa da possibili attacchi hacker.
Durante il dislocamento delle milizie ICE in Minnesota, Pam Bondi aveva offerto un ritiro delle truppe in cambio della consegna dei registri elettorali. Tra l’altro, Bondi è una nota negazionista del risultato elettorale del 2020, e quando è stata interrogata al Senato per ottenere la conferma per guidare il Dipartimento di Giustizia, si è rifiutata di rispondere alla domanda su chi avesse vinto le elezioni del 2020. E non è l’unica. Il direttore dell’Fbi, Kash Patel, nel 2023 aveva parlato dei giornalisti che “hanno aiutato Biden a rubare le elezioni” e E Martin, avvocato che assiste il presidente nell’esercizio della grazia, ha definito “truccato” il processo elettorale del 2020.
Anche Steve Bannon nel suo podcast, War Room, ha toccato il tema del processo elettorale, e ha parlato di mandare agenti federali nelle città a maggioranza liberal, cercare in ogni modo di rendere illegale il voto per posta, spingere per una ridefinizione dei collegi e cercare di sopprimere l’affluenza chiedendo una prova di riconoscimento al seggio. Bannon oggi non fa parte del team di Trump, ma i suoi consigli sono del tutto simili alle mosse che la Casa Bianca ha portato avanti in questi mesi.
*(Marco Arvati – collabora con Valigia Blu su temi di attualità e politica statunitense.)

05 – AFRICA, IN EVIDENZA, SUDAFRICA – GLI USA CONTRO LA RIPARAZIONE DELL’APARTHEID: NUOVE SANZIONI AL SUDAFRICA. – GLI STATI UNITI IMPONGONO RESTRIZIONI AI VISTI CONTRO FUNZIONARI ACCUSATI DI DISCRIMINARE I BIANCHI. PRETORIA DENUNCIA UN’INGERENZA NELLE PROPRIE SCELTE DEMOCRATICHE. DIETRO LO SCONTRO CI SONO LA REDISTRIBUZIONE DELLA TERRA, LE POLITICHE DI AFFIRMATIVE ACTION E UNA CAMPAGNA DELLA DESTRA AFRIKANER ARRIVATA FINO ALLA CASA BIANCA.
Le politiche con cui il Sudafrica tenta di correggere alcune delle disuguaglianze prodotte da quasi mezzo secolo di apartheid sono diventate motivo di sanzione per gli Stati Uniti. Mercoledì 16 settembre il segretario di Stato Marco Rubio ha annunciato nuove restrizioni ai visti per funzionari sudafricani accusati da Washington di avere promosso “discriminazioni razziali” contro bianchi e altre minoranze. I nomi delle persone colpite non sono stati resi pubblici.
La risposta di Pretoria è arrivata poche ore dopo. Il ministro degli Esteri Ronald Lamola ha accusato l’amministrazione statunitense di basarsi sulla rappresentazione costruita da “gruppi marginali” che pretendono di parlare a nome degli afrikaner. Il governo ha rivendicato il proprio diritto sovrano a introdurre leggi destinate a correggere “secoli di ingiustizia razziale” e ha ricordato che superare le divisioni prodotte dall’apartheid non è una scelta ideologica dell’esecutivo, ma un mandato inscritto nella Costituzione democratica del Paese.
È il punto che scompare quasi completamente nella narrazione costruita dalla destra statunitense. A più di trent’anni dalla fine dell’apartheid, la distribuzione della ricchezza sudafricana continua infatti a riflettere profondamente la gerarchia razziale sulla quale era stato costruito il vecchio regime. Le politiche di affirmative action, il Black Economic Empowerment e la riforma fondiaria non nascono da un sistema che privilegiava storicamente la maggioranza nera, ma dal tentativo di modificare un ordine economico nel quale terra, capitale e opportunità erano stati assegnati per legge alla minoranza bianca.
L’amministrazione Donald Trump ha rovesciato questa prospettiva. Fin dall’inizio del mandato ha presentato gli afrikaner come vittime di una persecuzione razziale, rilanciando accuse di confische arbitrarie e violenze sistematiche contro gli agricoltori bianchi che Pretoria contesta. Gli Stati Uniti hanno persino aperto un canale privilegiato per accogliere afrikaner come rifugiati, mentre restringevano drasticamente l’accesso al Paese per profughi provenienti da numerose altre aree del mondo.
La questione della terra occupa il centro dello scontro. Washington contesta in particolare la legge sudafricana che consente, in circostanze limitate, espropri senza indennizzo. Il governo sostiene che la norma non autorizzi confische indiscriminate ma fornisca uno strumento per affrontare una concentrazione fondiaria che sopravvive alla segregazione legale. È proprio su questo terreno che una questione interna di giustizia redistributiva si è trasformata in uno strumento di pressione internazionale
Le restrizioni sui visti sono infatti soltanto l’ultimo tassello. Washington ha già ridotto programmi di assistenza, compresi finanziamenti sanitari, ha escluso Pretoria dal prossimo G20 di Miami e l’ambasciatore statunitense ha avvertito che le misure annunciate da Rubio rappresentano soltanto l’inizio.
Lo scontro razziale si intreccia così con una divergenza geopolitica molto più ampia. Il Sudafrica mantiene stretti rapporti con Cina e Russia all’interno dei Brics, ha rifiutato di allinearsi automaticamente alla politica estera statunitense e ha portato Israele davanti alla Corte internazionale di giustizia accusandolo di genocidio a Gaza. Pretoria è diventata uno degli Stati del Sud globale più disposti a utilizzare le istituzioni internazionali contro alleati strategici dell’Occidente.
È difficile separare completamente questa autonomia dalla crescente ostilità della Casa Bianca. Le politiche razziali sudafricane forniscono all’amministrazione Trump un terreno particolarmente efficace sul piano ideologico: consentono di trasformare misure nate per correggere gli effetti materiali dell’apartheid nella prova di una presunta persecuzione dei bianchi.
Lamola arriverà negli Stati Uniti nei prossimi giorni per l’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Lo farà mentre Washington rivendica il diritto di decidere quali politiche redistributive adottate da un altro Stato costituiscano una discriminazione sufficiente a giustificare sanzioni personali. Una controversia sui visti è diventata così una disputa molto più profonda su chi abbia il potere di stabilire come una società uscita dall’apartheid possa correggerne l’eredità
*(Fonte: Redazione Pagine Esteri)

6 – Filippo La Porta*: L’ALTERITÀ NELLA LINGUA DI UN COMUNISTA SEMPRE CONTROCORRENTE – INDAGINI INTORNO AL VOLUME «UMBERTO TERRACINI, PRIMO FRA I PARI» (MIMESIS) CHE RACCOGLIE GLI ATTI DI UN CONVEGNO AL SENATO. LITIGÒ CON LENIN SI OPPOSE AL PATTO MOLOTOV-RIBBENTROP CRITICÒ TOGLIATTI SUI PATTI LATERANENSI

Umberto Elia Terracini è una figura certamente nobile, ma un poco monumentale, polverosa. Si fatica perfino ad associare il nome a una persona fisica, a un volto. Eppure se rivediamo in Rete le sue interviste colpisce subito una cosa: parlava una lingua lievemente, felicemente straniata. C’è da credere che proprio questo minuscolo scarto dalla norma – una diversità etica oltre che linguistica -, il suo sottrarsi al lessico convenzionale della politica, costituisca oggi la sua inattuale attualità. Abbiamo imparato tutti che è veramente contemporaneo chi non coincide col proprio tempo!

MA COMINCIAMO dalla sua biografia e da un libretto uscito ora da Mimesis (pp. 88, euro 15) – Umberto Terracini, primo fra i pari (atti di un convegno svoltosi al Senato, con De Cristofaro, Violante, Casini, Bertinotti, Grasso, Boldrini, Fico, Vendola) – curato e introdotto da David Tozzo. Fa bene il curatore a parlare di un «irregolare orizzontale», e Bertinotti di un «comunista liberale» (ma si potrebbe dire «libertario»). Per definire Terracini occorre adoperare qualche ossimoro: dissidente disciplinato, contestatore responsabile, eretico entro l’ortodossia. Il dissenso ce l’ha nel carattere, nel dna e forse – grande genovese – è imparentato con il sano mugugno anarchico dei suoi concittadini De André e Ivano Fossati.

Amico di Gramsci, già nel 1921 litiga nientedimeno che con Lenin, rifiutando di piegarsi alla sua autorità (sarà espulso dall’Esecutivo dell’Internazionale). Nel 1929 contesta la linea del Cominform sulla teoria (autodistruttiva) del socialfascismo. Antifascita irriducibile – scontò 11 anni di galera sotto il fascismo) – nel 1939 si oppose al patto Molotov-Ribbentrop insieme a Camilla Ravera (in Francia Paul Nizan). Durante la Costituente, di cui fu presidente, difese anche contro Togliatti un intransigente laicismo nella discussione sui Patti Lateranensi, nei ’70 criticò il compromesso storico e avversò le leggi eccezionali sul terrorismo (morì nel 1983).

Controcorrente sempre: durante la Guerra dei Sei giorni, lui di famiglia ebraica, volle difendere il diritto di Israele all’esistenza. Sui fatti di Ungheria accettò la disciplina di partito ma con un grave travaglio che espresse solo nelle sedi interne, mentre più tardi solidarizzò con Dubcek: il socialismo non si può imporre dall’alto! Va bene, resisteva per motivi generazionali a capire il ’68 – «gli studenti devono studiare!» -, ma si accorse presto che la parte migliore di quel movimento studiava tanto, oltre a lottare. Paladino convinto del Parlamento come spazio del conflitto regolato, contro il feticcio della governabilità, e difensore delle garanzie liberali contro ogni appello all’emergenza.

SINGOLARE CHE UNO COME LUI, si potrebbe dire «ontologicamente» comunista, possa aiutarci oggi a vedere meglio i tratti illiberali del governo Meloni! Favorevole a tutte le forme di democrazia diretta e sostenitore di ogni referendum. Filo rosso della sua biografia politica è infine un impegno pacifista costante, da quando venne arrestato nel 1916 per propaganda contro la guerra. Va inoltre ricordato che nel 1978 era favorevole a salvare la vita a Moro.

Ma proviamo a riflettere su un aspetto, prima citato, e qui sfiorato solo da Vendola: il suo italiano «di stampo ottocentesco» (in fondo era nato in quel secolo). Dunque, la sua intrattabile «diversità» linguistica. Usava una lingua a tratti anacronistica, e una sintassi elaborata. Ma – e questo è il punto – era una lingua che oltre ad essere innovativa gli apparteneva, apparteneva alla sua storia oltre che ai suoi studi. Lì c’è la sua alterità, estraneità a cliché e automatismi. Ad esempio: non dice solo «ingiustizie della società» ma «ingiustizie e malvagità della società». «Malvagità»? Chi userebbe una parola del genere oggi? Eppure trattiene per un istante di più l’attenzione di chi ascolta. Non chiedo a Elly Schlein di usarla, ma i leader della nostra sinistra non dovrebbero provare a dire i loro programmi con parole proprie, magari ritraducendoli, riformulandoli? Non sarebbero più comunicativi?

C’è in Rete un’intervista a Terracini di Minoli, 1980. A un certo punto gli chiede quale sia lo scopo della democrazia, o almeno quello che loro, i padri costituenti, si prefiggevano. Risposta: «sviluppare la benevolenza delle genti». Ora, sappiamo che la democrazia vive fisiologicamente del conflitto, e ci hanno quasi convinto che lo schema amico-nemico del nazi Carl Schmitt è il massimo di lucidità filosofica, ma il fine ultimo della politica non è il conflitto, la guerra tra le genti. Una volta Pasolini disse che tutta la poesia, molto semplicemente, consiste in questo: trasformare l’odio in amore. Ottimo punto di partenza per qualsiasi definizione successiva. Ecco, Terracini ci ha fatto intravedere, per un attimo e senza volerlo, il lato poetico della democrazia.

07 – Alfiero Grandi: L’ALTERNATIVA ALLA DESTRA TARDA AD ARRIVARE: SI RISCHIA DI RIPETERE GLI ERRORI DEL 2022 -FORSE C’ERA QUALCHE ILLUSIONE ECCESSIVA MA ORA LA DISCUSSIONE SULL’ALTERNATIVA COSTITUZIONALE ALLA DESTRA SEMBRA IN ALTO MARE, COME DOPO IL REFERENDUM COSTITUZIONALE DEL 22/23 MARZO SCORSO.
HO LETTO LE SENSATE CONSIDERAZIONI DI GOFFREDO BETTINI MA LE TROVO TROPPO RASSICURANTI, LA SITUAZIONE È SERIA E VA AFFRONTATA CON RISPOSTE CHIARE, NON SI PUÒ CONTINUARE CON UN SUSSEGUIRSI DI STOP AND GO.
OCCORRE RIPARTIRE DAI FONDAMENTALI, NON SONO BARUFFE CHIOZZOTTE.

Non dobbiamo ritrovarci con la nefasta divisione che ha portato alla sconfitta nel 2022. Non avere calcato la mano sugli errori commessi nel 2022 forse porta a sottovalutare la gravità del ripeterli. Non solo perseverare sarebbe diabolico ma far vincere ancora questa destra, che abbiamo conosciuto nelle sue pulsioni antidemocratiche, perfino eversive, porterebbe ad uno stravolgimento della Costituzione e dell’assetto democratico che ha retto, malgrado diverse tragedie, per 80 anni.
Occorre lavorare a una alternativa costituzionale
Qualcuno sta dimenticando la modifica costituzionale detta premierato? La destra vorrebbe almeno un succedaneo del presidenzialismo, che oggi – dopo la sconfitta nel referendum – cerca di approvare ad ogni costo nella forma di una nuova legge elettorale. Anche il “moderato” Tajani esiste in quanto Giorgia Meloni lo ritiene suo proconsole in Forza Italia e infatti il ministro voterà la proposta di FdI.
Siamo al tentativo di blindare, qualunque sia il risultato elettorale effettivo, questa destra al potere. Per fortuna a volte i calcoli sono sbagliati, vedi porcellum. Non tutti hanno apprezzato il risultato straordinario del referendum del 22/23 marzo: nel sud le percentuali dei no sono state le più alte perché alla destra è mancata parte del suo elettorato, non convinto dell’attacco alla magistratura (hanno scritto: il sud ha tradito il governo); i giovani hanno votato a maggioranza no, rendendo possibili 5 milioni di voti in più a favore del no.
Dopo 5 mesi non c’è ancora un’iniziativa per raccogliere questa spinta formidabile, non a caso i sondaggi segnalano spostamenti di decimali, non coerenti con la valanga dei no.
Questo è il primo punto che la coalizione alternativa deve affrontare, sia pure con ritardo, rivolgendosi a questa formidabile spinta per chiedere appoggio e per interpretarne le istanze. Schlein anzitutto deve rivolgersi a questo patrimonio politico, non diverso da quello che l’ha eletta.

La prima istanza è la Costituzione. Dopo averla difesa occorre attuarla, concretizzandone i principi e i valori, realizzando il concetto che “la repubblica rimuove gli ostacoli”, non solo lo stato ma tutte le istituzioni con una leale collaborazione, che non c’è nell’autonomia regionale differenziata portata avanti da Calderoli in disprezzo delle sentenze della Corte costituzionale.

Questa destra ha scritto nella legge elettorale che nella scheda deve esserci il nome del candidato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, obbligatorio per tutte le coalizioni, ma consapevole dello stravolgimento della Costituzione riconosce – bontà sua – che vanno fatti salvi i poteri del Presidente della Repubblica di nominare il capo del governo, una ovvietà ma che segnala il pericolo. Fino a quando Giorgia Meloni non avrà preso il posto di Mattarella. La destra afferma che verrà rispettato l’articolo 67 ma questa proposta di legge nega la libertà di voto dei parlamentari.

Il disegno della destra è chiaro: eleggere Meloni presidente della Repubblica nel 2029

Chiaro il disegno? Eleggere Meloni Presidente della Repubblica nel 2029 per avere la possibilità di modificare la composizione del Csm e della Corte costituzionale, puntando ad una congrua maggioranza parlamentare ottenuta anche per pochi voti o per meccanismi elettorali inventati per restare al potere.

In sostanza: le prossime elezioni saranno decisive per il futuro della democrazia in Italia, senza trascurare il contributo che potrebbe dare a sconfiggere l’offensiva Maga, una destra tecnoautoritaria di cui Trump è l’interprete peggiore.

Per questo l’alternativa non può che essere di natura costituzionale contro la destra che la vuole stravolgere, affossare. Naturalmente i valori debbono prendere forma e diventare scelte politiche concrete. Prima delle primarie, ove si decida di farle, occorre concentrarsi sull’alternativa politica. Sbagliare questa volta sarebbe più pesante della vittoria “regalata” nel 2022.

Non c’è alternativa a vincere le elezioni con qualunque legge elettorale, quindi occorre suscitare una reazione popolare, di massa, forte, agguerrita, unitaria come nel referendum del marzo scorso, chiedendo a chi ha votato No di contribuire a sconfiggere la destra, primo passo urgente.

Non è la prima volta che l’attuale opposizione non riesce a interpretare una spinta popolare. Altre volte una spinta referendaria non è stata capita, il nucleare è tra queste. La destra vuole approvare la sua assurda legge per tornare al nucleare, ma deve trovare un contrasto che abbia la forza politica necessaria, denunciando che con una legge si vogliono stravolgere i risultati di ben due tornate referendarie (1987 e 2011) vinte con la maggioranza degli aventi diritto al voto. Questo pone una grande questione democratica da sottoporre alla Corte costituzionale. È lecito con legge abolire due risultati referendari? costringendo a promuovere un terzo referendum? Non è questa una grande questione democratica e costituzionale? La destra anche in questo caso vuole stravolgere la Costituzione.

L’alleanza per l’alternativa costituzionale deve mettere ordine nel percorso e negli argomenti per arrivare ad un progetto politico di legislatura, prima delle primarie, possibili solo sulla base di un patto di coalizione.

La questione pace si pone con forza. Il disastro Trump sta portando ad un rischio per la pace nel mondo. Occorre ricostruire con proposte ed iniziative la credibilità delle sedi mondiali, a partire dall’Onu. Senza un nuovo ordine, con regole definite, aggiornate, da fare rispettare continuerebbe la situazione nevrotica e distruttiva attuale, nella quale emergono solo i reciproci riconoscimenti o contrasti delle grandi potenze. Un’iniziativa per la pace si impone e va costruita con un’iniziativa corale, lavorando con altri stati. Sarebbe importante un ruolo dell’Europa, ma oggi non lo ha e le resistenze delle destre europee, istigate dalla nefasta influenza Maga, potrebbero non consentire all’Europa di svolgere il ruolo che le spetterebbe. Per questo una verifica nella coalizione che ha eletto Von der Leyen si impone per correggere uno slittamento a destra, il cui simbolo più evidente è che dopo aver attaccato il green deal come fonte di ogni nefandezza ci troviamo con la crisi delle auto tradizionali e con una temibile concorrenza cinese sulle auto elettriche.

La destra ha fatto perdere all’Italia 5 anni. La crisi dell’auto è colpa sua. L’Europa è in crisi per le fobie delle destre alla ricerca di un nemico e prigioniere di ideologie antistoriche.

Per questo va detto che l’Italia lavorerà per fermare il riarmo, per razionalizzare la difesa europea, bloccando la distorsione dell’economia verso le armi e la guerra.

Le risorse debbono andare a sviluppo, clima, occupazione, nuovo stato sociale. Va rifiutata la via trumpiana al riarmo per vendere più armi Usa, avanzando proposte per il disastro di Gaza e della Palestina da gestire attraverso sedi internazionali legittime, per una soluzione equilibrata in Ucraina puntando a convincere la Russia a correggere gli errori dell’aggressione, per una soluzione concordata della guerra in Iran, per regolare le troppe aree di guerra nel mondo. No alla logica della grande potenze che imprimono una distorsione tecno capitalistica che entra in collisione con la stessa democrazia.

Il mondo deve fermarsi a riflettere per prendere decisioni per la pace, disarmata e disarmante, come ha giustamente chiesto papa Leone XIV. Altrimenti i rischi sono enormi. Per la tenuta della democrazia anzitutto, perchè si profilano evidenti logiche da nuove crociate, all’esterno e all’interno.
Le elezioni in Italia saranno parte di queste alternative in campo per fermare le destre e difendere la democrazia.
Il clima è passato da essere al centro dell’attenzione internazionale per iniziative condivise ad iniziative che favoriscono la” esplosione” climatica della terra. La destra è protagonista del rilancio dei fossili più nucleare, l’alternativa netta è 100% fonti rinnovabili prima possibile.
Occorre bloccare il riarmo – le 800.000 armi finite alla malavita in Ucraina sono un allarme rosso – riaprire i canali di confronto e di accordo, per questo un’iniziativa di pace deve iniziare dall’Ucraina con una conferenza internazionale di pace sul modello Helsinky 1975 e con una gestione Onu della striscia di Gaza, togliendo di mezzo la finzione trumpiana che sta causando morti e distruzione come e peggio di prima.
In sostanza occorre indicare le vie concrete dell’alternativa alla destra.
Ci sono tanti altri punti di fondo: lo strazio del sistema fiscale lo rende incapace di mantenere unitarietà, progressività e aiuto alle fasce sociali più deboli; il sistema sanitario nazionale è a rischio implosione che vuol dire privatizzazione all’americana (Crisanti), di cui l’autonomia regionale differenziata è un ulteriore tassello; istruzione e ricerca sono ai materassi; un nuovo stato sociale di cui faccia parte un lavoro dignitoso e retribuito in modo da fare rientrare i giovani dall’estero e da difendere il potere di acquisto di chi lavora, la qualità del suo impegno; una politica industriale che abbia il coraggio di avere nello stato un protagonista del nuovo, a partire dall’ex Ilva, che rischia di finire male.

Sui punti dirimenti occorre chiamare le persone, le associazioni più svariate a discutere, a partecipare, a sostenere l’alternativa costituzionale, per questo occorre che conoscano la piattaforma che vengano chiamate a sostenere, ad aiutare; a decidere le scelte, a lottare se necessario.

La destra vuole un capo che decide su tutto, perché mai l’alternativa costituzionale dovrebbe seguirla su questo stravolgimento costituzionale? Certo sarebbe utile una legge elettorale che consenta ad elettrici ed elettori di scegliere i rappresentanti, mentre il testo della maggioranza non lo farà, ma resta l’imperativo categorico che occorre vincere le elezioni comunque e si può fare solo su una chiara alternativa alla destra di Giorgia Meloni.
*(Fonte: Strisciarossa – Alfiero Grandi giornalista)

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