01 – Yuval Abraham, Rachel Szor**: Il crimine collettivo, dal vertice alla base.
02 – Cristina Piccino*: «Ritorno a Buenos Aires», sopravvivere al dolore e mantenere la memoria – Venezia 83 Chiude il concorso il film di Marco Bechis, sguardo impietoso sugli anni della dittatura di Videla
03 – Gaetano Azzariti*: Il programma sì, ma di un’altra idea di società e di democrazia – Centro sinistra Se non si affrontano le ragioni profonde per cui la sinistra, non solo in Italia, ha progressivamente perduto consenso, identità e capacità di rappresentare le fratture della società, il rischio è quello di preparare soltanto una nuova ma effimera alternanza di governo
O4 – 04 – Redazione Pagine Esteri*: Colonie israeliane, dodici Paesi passano alle sanzioni. L’Italia no, si tiene fuori – Londra, Parigi e Ottawa guidano l’iniziativa contro il commercio con gli insediamenti coloniali in Cisgiordania. L’Italia di Giorgia Meloni non aderisce. Tajani: Le decisioni devono essere prese a livello europeo
05 – Geraldina Colotti*: America Latina, In Evidenza – Dall’11 settembre 1973 a oggi: l’internazionale reazionaria che attraversa l’America Latina
06 – Roberto Livi*: Cuba, l’inviata dell’Onu: sanzioni Usa devastanti, ma per la popolazione
Embargo La missione dell’inviata del consiglio per i diritti umani, Alena Dohuan. Una smentita della tesi di Rubio su come «colpire una dittatura»: i colpiti sono i cubani.
07 – Alfiero Grandi *: Legge elettorale: la destra vuole stravolgere la Costituzione. L’opposizione torni al Referendum
01 – YUVAL ABRAHAM, RACHEL SZOR*: IL CRIMINE COLLETTIVO, DAL VERTICE ALLA BASE.
IL FILM NAZA IL GENOCIDIO DEI PALESTINESI È UN ATTO PREMEDITATO E INTENZIONALE DI CUI I SOLDATI SANNO TUTTO. DIRANNO: ABBIAMO ESEGUITO GLI ORDINI. L’OBIETTIVO È ANCHE SU TEL AVIV, LA CITTÀ-BOLLA IN CUI LA VITA VA AVANTI CON LE STRAGI A SOLI 60 CHILOMETRI
Nel corso degli ultimi tre anni, sui tetti di Tel Aviv, abbiamo condotto interviste notturne a 24 soldati israeliani che hanno avuto un ruolo attivo nell’offensiva di Israele contro Gaza. Per la maggior parte ufficiali dell’intelligence, che lavoravano davanti a degli schermi e partecipavano a distanza all’uccisione di massa dei palestinesi.
Le loro testimonianze costituiscono la base di NAZA, un nuovo documentario – prodotto dal Guardian e da James Wilson e con Jonathan Glazer come produttore esecutivo – che abbiamo diretto e presentato alla 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.
ABBIAMO INTERVISTATO questi soldati non perché fosse l’unico modo per conoscere ciò che Israele ha fatto a Gaza. Chiunque abbia visto la devastazione nella Striscia, ascoltato gli abitanti di Gaza o semplicemente preso sul serio le parole dei leader israeliani avrebbe dovuto riconoscere questa verità già anni fa.
Questo film è stato realizzato per una semplice ragione: eravamo consapevoli che le testimonianze di ufficiali e soldati dell’esercito che ha annientato Gaza – coloro che hanno condotto la sorveglianza, calcolato quante persone innocenti avrebbero probabilmente perso la vita in ciascuna abitazione e dato ripetutamente il via libera al bombardamento di intere famiglie – avrebbero reso ancora più difficile negare i crimini, una negazione che costituisce una parte di ciò che permette il perpetuarsi di tali crimini ancora oggi.
Questo è un film su un sistema: si concentra sugli ordini, sulle politiche e sui modelli operativi, non sulle deviazioni da essi. La conclusione che traiamo dalle testimonianze è chiara: l’uccisione di massa di civili palestinesi a Gaza non è stata un «tragico effetto collaterale» di una guerra contro Hamas, come viene comunemente rappresentato in Israele, bensì un atto premeditato, calcolato e intenzionale.
È per questo che una commissione dell’Onu, le principali organizzazioni per i diritti umani del mondo, studiosi palestinesi, israeliani e internazionali lo hanno descritto come un genocidio.
Il titolo del film, NAZA, acronimo ebraico di «danno collaterale», è una critica al modo in cui Israele rappresenta l’uccisione dei civili, occultando sia la conoscenza preventiva del numero di persone che con ogni probabilità verranno uccise in ciascun attacco, sia l’intento distruttivo che ha accompagnato la campagna militare fin dall’inizio.
UNO DEGLI UFFICIALI che abbiamo intervistato racconta di essere stato pienamente consapevole, in tempo reale, di centinaia di casi in cui le famiglie conducevano normalmente la propria vita – un uomo che parlava con la moglie, il suono di un programma televisivo, una preghiera, un bambino che piangeva – fin quando lui non ha dato l’autorizzazione a bombardarli. Quando gli è stato chiesto perché, ha spiegato: «Capisci che l’obiettivo è distruggere».
Vista in quest’ottica, la presenza in una determinata casa di una persona che Israele considera un obiettivo da eliminare diventa una questione «collaterale»; anzi, in molti casi, è stato rivelato che l’obiettivo non fosse neppure presente. L’uccisione stessa era il punto.
I soldati che compaiono nel film hanno tutti accettato di parlare a condizione che le loro identità venissero accuratamente celate, per paura della ritorsione di Israele per aver fatto emergere informazioni compromettenti. Alcune delle loro testimonianze erano così urgenti e sconvolgenti che le abbiamo pubblicate quasi immediatamente in una serie di inchieste investigative per +972 Magazine, Local Call e The Guardian (qui sul manifesto del 5 aprile 2024).
La maggior parte dei soldati che abbiamo intervistato appartiene a quella che viene comunemente definita l’élite socioeconomica israeliana e ha prestato servizio principalmente in prestigiose unità dell’intelligence.
Alcuni erano consapevoli di aver preso parte a gravi crimini e speravano che parlare apertamente avrebbe contribuito a penetrare i muri della negazione e della giustificazione, costringendo l’opinione pubblica israeliana a confrontarsi con ciò che, anche in suo nome, l’esercito era stato mandato a fare. Altri hanno accettato di parlare solo dopo mesi di riflessione: per senso di colpa, vergogna o persino orgoglio per quelli che consideravano i propri successi professionali.
IL NOSTRO FILM, per una scelta deliberata, non si sofferma sulle loro motivazioni. L’interesse principale è l’uccisione in sé e ciò che la rende possibile. Dedicare troppo spazio alle convinzioni morali e politiche delle nostre fonti avrebbe rischiato di spostare il centro dell’attenzione lontano dalle vittime. Rischio che non volevamo correre.
Concedere l’anonimato a persone che, secondo le loro stesse dichiarazioni, hanno preso parte a crimini orribili non è una decisione presa alla leggera. Ma, considerata la continua perpetrazione di questi crimini, abbiamo ritenuto di avere l’obbligo di rendere pubblici i loro racconti, nella speranza che potessero contribuire agli sforzi per porre fine all’offensiva.
Le testimonianze dei soldati chiamano in causa anche un sistema molto più ampio, del quale i vertici politici e militari di Israele portano la responsabilità ultima. Ci auguriamo che il film possa contribuire a ottenere l’accertamento delle responsabilità per i gravi crimini commessi da Israele e la giustizia per le loro vittime.
Ma il film non è soltanto una raccolta di testimonianze di soldati. Abbiamo anche rivolto l’obiettivo della macchina da presa verso Tel Aviv e i suoi abitanti durante la notte, interrogando la città nella quale, come una bolla, la vita quotidiana continua mentre i palestinesi vengono massacrati a soli 60 chilometri di distanza.
Attraverso il nostro sguardo sulla città dalla quale viene gestita la guerra contro Gaza, abbiamo cercato di osservare i meccanismi del conformismo che rendono possibile un’indifferenza così diffusa.
NEL FARLO, ci siamo ritrovati a porci domande che si poneva la generazione dei nostri nonni, domande che le persone in tutto il mondo si sono poste dopo aver appreso di atrocità e genocidi avvenuti altrove: come può un gruppo di esseri umani acconsentire alla completa disumanizzazione di un altro gruppo? E che aspetto ha un sistema genocidario visto dall’interno?
Negli anni a venire – forse in un’era post-Netanyahu, se mai un’epoca simile arriverà – alcune parti del campo liberale israeliano potrebbero cercare di prendere le distanze dai crimini commessi a Gaza, attribuendoli al governo di estrema destra. Sebbene questo governo porti la responsabilità principale per l’uccisione di più di 73mila persone, per la maggior parte civili, sulla scia dei criminali massacri compiuti da Hamas il 7 ottobre.
Una parte significativa di queste uccisioni è stata compiuta da soldati provenienti dal cuore stesso del campo liberale israeliano: ufficiali dell’intelligence e dell’Aeronautica che prestavano servizio nelle unità più prestigiose dell’esercito.
I piloti dell’Aeronautica potrebbero sostenere di essersi limitati a seguire gli ordini, di aver ricevuto un insieme di coordinate, sganciato la bomba ed essere tornati alla base senza sapere che cosa avessero colpito. I soldati di fanteria si difenderanno dicendo che non sempre sapevano chi stavano colpendo, in parte a causa della nebbia della guerra. Per quanto discutibili possano essere queste difese, non può esserci alcun dubbio su ciò che sapeva il personale dell’intelligence.
VEDEVANO con i propri occhi e sentivano con le proprie orecchie che le case che stavano «incriminando» erano piene di famiglie. Sapevano che le vaste quantità di «autorizzazioni NAZA» non erano collegate ad alcun obiettivo di significativo valore militare. Eppure svolgevano il loro ruolo nella macchina della morte, senza nessun atto di rifiuto o di resistenza.
Il film mostra come appare un sistema di uccisione quando si fonda sull’idea che «a Gaza non ci sono innocenti» o, come si potrebbe esprimere nel linguaggio dell’intelligence, «a Gaza non esiste la NAZA». In quanto tale, il film probabilmente minerà le posizioni dei negazionisti, di coloro che seminano dubbi e di quanti si sentono ancora a proprio agio nel vivere nella zona grigia tra il sapere e il non sapere ciò che sta accadendo a 60 chilometri a sud di Tel Aviv.
Il film, presentato a Venezia, arriverà presto a New York, prima di essere distribuito in tutto il mondo. Ma è anche rivolto verso l’interno, alla società israeliana. È stato girato interamente di notte, riflettendo la profonda oscurità nella quale è stato creato e nella quale viviamo. Ma senza un confronto onesto con ciò che è accaduto nell’oscurità, nessuno di noi sarà in grado di vedere la luce.
**(Articolo originariamente apparso sulla rivista israeliano-palestinese +972mag)
**( Yuval Abraham è un giornalista, regista, traduttore, sceneggiatore e montatore israeliano, vincitore del Premio Oscar al miglior documentario per No Other Land)
**( Rachel Szor è una regista, sceneggiatrice e direttrice della fotografia israeliana, vincitrice del Premio Oscar al miglior documentario per No Other Land.)
02 – Cristina Piccino*: «RITORNO A BUENOS AIRES», SOPRAVVIVERE AL DOLORE E MANTENERE LA MEMORIA – VENEZIA 83 CHIUDE IL CONCORSO IL FILM DI MARCO BECHIS, SGUARDO IMPIETOSO SUGLI ANNI DELLA DITTATURA DI VIDELA.
Oggi scopriremo i Leoni della giuria presieduta da Maggie Gyllenhaal, sul Lido un po’ svuotato dove resistono i neo-cinefili di ogni proiezione, e la pioggia ha lasciato un’aria di fine estate, ognuno compila il suo palmarés. NAZA di Yuval Abraham e Rachel Szor è il titolo che più ritorna (e sarebbe davvero importante specie qui in Italia) insieme a Possible Love di Lee Chang Dong o a Woman Unknown – come sappiamo il solo titolo in gara diretto da una regista. Alba Rohrwacher in Un bon petit soldat di Stephan Brizé, nel ruolo della direttrice delle risorse umane che si distrugge per mantenere alto lo standard di resa professionale merita una Coppa Volpi ma chissà, sappiamo anche che i premi possono portarsi dietro compromessi stonati.
Colpe e fantasmi, il processo agli ex militari, i luoghi delle torture, il passato che entra all’improvviso
A CHIUDERE il concorso è arrivato ieri Ritorno a Buenos Aires (in sala il 17 settembre), ultimo dei cinque titoli italiani in gara in cui Marco Bechis lavora ancora una volta su quella «grana» poetica, politica, di vissuti e di storia che è al centro del suo cinema, cioè l’Argentina della dittatura di Videla, e il suo regime di terrore che fece sparire almeno trentamila persone, oppositori, militanti e non solo sequestrati in carceri clandestini, torturati, uccise, gettati nell’oceano per cancellarne le tracce. Una ricostruzione quella del regista che cerca ogni volta delle nuove direzioni nella necessità di mantenere viva una memoria condivisa nel presente, oggi ancora più importante di fronte al fascismo di Milei al governo. Lui, Bechis, di questa storia è parte: arrestato, torturato, libero grazie all’intervento della famiglia – lo racconta nell’io della scrittura col suo bel libro La solitudine del sovversivo (Guanda), e prima nella distanza della narrazione di Garage Olimpo, un film che è stato fondamentale in quel lavoro di consapevolezza condivisa del post dittatura, nella ricerca di una parola con cui denunciarne le azioni e i responsabili. A questo è seguito Hijos, i figli dei desaparecidos, partoriti in quelle galere, le madri le avevano uccise e i bimbi gli erano stati portati via, cresciuti dalle famiglie degli assassini.
Ritorno a Buenos Aires apre ancora un’altra prospettiva ponendosi nella traiettoria di chi è sopravvissuto alle violenze fra «colpe», fantasmi, «dettagli che vanno tenuti per sé» – come dice il personaggio di una donna – in una data importante per l’Argentina quale il 2008, quando i processi contro i crimini del regime sono resi possibili grazie anche all’annullamento della legge che li proteggeva. Il protagonista è un medico, abita a Torino, in Argentina non è più rientrato da trent’anni. Lo chiamano dall’ambasciata e dai tribunali del Paese, vorrebbero che testimoniasse, nel Garage Olimpo è rimasto a lungo, oltre due anni e per questo può aiutarli a inchiodare i colpevoli. Però Mariano Guerra (Adriano Giannini) persona solitaria, misteriosa, con la compagnia di una labrador e una figlia lontana sfugge, si intuisce che la sua esistenza l’ha organizzata per dimenticare accadimenti a lui insostenibili.
QUALE È IL LIMITE che si può sopportare, cosa è subire violenza, abuso sistematico, terrore, una sopraffazione costante che disumanizza? Il ritorno è un «nostos» in cui non ci si riconosce, quei sopravvissuti si guardano cercando di essere ignoti gli uni agli altri perché ogni ricordo può diventare un atto di accusa, e spalancare il trauma che non si è mai affrontato. Nessuno è eroe, tutti sono umani, massacrati, terrorizzati, hanno tradito, fatto nomi, ciascuno ha il suo peso – e un silenzio da mantenere col suo rancore, l’odio, lo spavento, la rimozione. Lungo questo bordo si muove Bechis assumendone i rischi, in una tensione di equilibri precisa, senza risposte facili, entrare nel dolore del trauma impone sensibilità e non giudizio. Lui si mette all’ascolto in quel processo giuridico che diviene attraverso l’esperienza del suo personaggio interiore, e che trova la sua declinazione visiva nella fisicità di Giannini, corpo contratto, piegato, rinchiuso su se stesso nella paura di affrontare quanto ha subito, di dargli un racconto, una voce. Ma è possibile reggere tanto dolore?
Intorno a lui Buenos Aires è un’altra, il passato vi entra all’improvviso, coi suoi rumori e le folgorazioni di fisionomie dell’orrore note , quegli uomini del sistema che hanno continuato a essere parte della società argentina, ne hanno permeato il tessuto rimanendo impuniti.
IN QUESTO MOVIMENTO entrano i temi degli altri film di Bechis, i figli appunto di chi è sparito in cerca di un ricordo della madre e del padre che non hanno, che possa fargli sentire la loro presenza negata dalla morte e poi dal silenzio sulla loro storia. I luoghi della tortura sono diventati musei della memoria, c’è sempre però uno scarto rispetto alla patina ufficiale che riguarda l’esperienza. Ritorno a Buenos Aires ci parla di responsabilità, di un’assunzione di ciò che si è vissuto non nella colpa, perché nel rapporto di vittima e carnefice non può trattarsi di questo. Il dire del protagonista comporta la condanna degli aguzzini e l’inizio di una liberazione personale dalla trappola di quel silenzio che soffoca. Ancora una volta Bechis cerca la voce che è denuncia e prima ancora consapevolezza, e lo fa col suo cinema non gridato, disseminato di dubbi, che procede piano. E che in questo essere fonda la propria verità.
03 – Gaetano Azzariti*: IL PROGRAMMA SÌ, MA DI UN’ALTRA IDEA DI SOCIETÀ E DI DEMOCRAZIA – CENTRO SINISTRA SE NON SI AFFRONTANO LE RAGIONI PROFONDE PER CUI LA SINISTRA, NON SOLO IN ITALIA, HA PROGRESSIVAMENTE PERDUTO CONSENSO, IDENTITÀ E CAPACITÀ DI RAPPRESENTARE LE FRATTURE DELLA SOCIETÀ, IL RISCHIO È QUELLO DI PREPARARE SOLTANTO UNA NUOVA MA EFFIMERA ALTERNANZA DI GOVERNO
Dunque, prima il programma. Bene. Ma quale programma? Sarebbe un errore strategico pensare che la costruzione di un’alternativa possa esaurirsi nella predisposizione di un elenco di proposte contrapposte a quelle dell’attuale maggioranza. Una diversa agenda e una più efficace comunicazione politica sono necessarie, ma non sufficienti. Se non si affrontano le ragioni profonde per cui la sinistra, non solo in Italia, ha progressivamente perduto consenso, identità e capacità di rappresentare le fratture della società, il rischio è quello di preparare soltanto una nuova ma effimera alternanza di governo, non una vera alternativa politica e culturale, come la storia richiede.
NON OCCORRE ricominciare da capo, ma serve avere il coraggio di una radicale autocritica. La sinistra ha pagato a caro prezzo le proprie scelte. Per troppo tempo ha pensato che la propria credibilità dovesse essere conquistata occupando lo spazio politico dell’avversario, attenuando la propria diversità, assumendo come inevitabili molte delle compatibilità economiche, sociali e istituzionali imposte dal pensiero dominante. Si è cercato di governare la realtà adattandosi ad essa, sino a perdere progressivamente la capacità di trasformarla.
È accaduto così che, sull’immigrazione, si siano inseguite le politiche securitarie della destra; che sul terreno economico e sociale si siano accettate le privatizzazioni selvagge, la sacralità del profitto a scapito della precarizzazione del lavoro, la subordinazione dei servizi pubblici alle logiche aziendalistiche. Persino sul piano istituzionale sono state assecondate – anzi spesso promosse – le pulsioni maggioritarie, plebiscitarie e governiste, nella convinzione che la stabilità dell’esecutivo fosse il principale parametro della efficienza di una democrazia. La conseguenza è stata paradossale: nel tentativo di apparire moderata e responsabile, la sinistra ha finito per far venir meno le ragioni della propria esistenza.
Non si può aspettare ancora, è arrivato il momento di ribaltare i tavoli. Non per riproporre nostalgicamente un passato che non può tornare, né per votarsi ad una generica radicalità verbale, ma per rispondere ad una domanda politica fondamentale, l’unica che da senso all’essere “di sinistra”: come si costruisce una società nella quale l’eguaglianza sociale e le libertà fondamentali non siano solo promesse, ma il criterio effettivo dell’azione pubblica?
ED È QUI CHE la Costituzione può tornare a essere il punto di partenza. Non come repertorio di principi solenni da celebrare nelle occasioni ufficiali, ma come base per definire un programma politico radicale. Direi il più “rivoluzionario” che la sinistra possa assumere. Proprio perché non propone una trasformazione astratta della società, ma contiene in nuce un progetto di emancipazione che è ancora largamente incompiuto ed è rivolto al futuro.
L’articolo 3, con l’impegno della Repubblica a rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano di fatto la libertà e l’eguaglianza, dovrebbe tornare a essere il centro di una politica di trasformazione sociale. E lo stesso vale per l’articolo 2, con il riconoscimento dei diritti inviolabili e dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.
ENTRO QUESTA prospettiva potrebbe essere ripensate l’intera azione politica, costruito un programma di radicale trasformazione sociale, una rinascita di civiltà, per superare la barbarie del presente. Rispondendo, da sinistra, alla rabbia e al distacco di un popolo sperduto e confuso; ormai preda di una destra che sta fagocitando il mondo, in mancanza di alternative di civiltà.
Così sarebbe per la questione dell’immigrazione. Alla paura del diverso e alla continua evocazione dell’ordine pubblico deve essere contrapposta una politica fondata sulla dignità della persona e sulla solidarietà. Ciò non significa negare la necessità di regolare i flussi migratori, ma semplicemente ricordare una verità: regolare non significa respingere. Una politica razionale dei flussi non può essere confusa con le politiche di chiusura e di esternalizzazione delle frontiere che, con diverse intensità, hanno caratterizzato i governi degli ultimi anni, compresi quelli di centrosinistra. La dignità non può essere sospesa davanti a una frontiera. La chiusura di strutture degradanti come i CPR non può essere intesa come misura estrema, ma condizione ineludibile e parte integrante di una diversa politica dell’accoglienza, capace di coniugare il governo dei fenomeni migratori con il rispetto incondizionato dei diritti fondamentali.
LO STESSO rovesciamento di prospettiva dovrebbe investire istruzione, lavoro e sanità. Per troppo tempo abbiamo guardato alle strutture prima che alle persone: la scuola e l’università come aziende da rendere efficienti, l’ospedale come organizzazione da razionalizzare, l’impresa come macchina produttiva da rendere competitiva. Ma la Costituzione impone un’altra gerarchia. Al centro devono tornare gli studenti, i lavoratori, i malati, le persone concrete. L’efficienza delle strutture è un mezzo; la garanzia dei diritti fondamentali è il fine.
Anche la contrapposizione artificiale tra diritti sociali e diritti civili deve essere definitivamente superata. La polemica contro la “follia” del “woke”, quando viene utilizzata per contrapporre gli eccessi etici o puramente simbolici nel campo dei diritti civili a scapito dei diritti sociali e la centralità dell’agenda sociale, finisce per riprodurre una falsa alternativa. La Costituzione richiede la massima espansione e la reciproca integrazione di entrambi. Una politica costituzionale consapevole deve tenere insieme diritti civili e sociali.
INFINE, OCCORRE avere il coraggio di rimettere in discussione anche il paradigma istituzionale dominante degli ultimi trent’anni. La sinistra ha spesso inseguito l’idea che una democrazia moderna dovesse essere necessariamente una democrazia maggioritaria, nella quale tutto ruota intorno alla stabilità del governo e alla personalizzazione della leadership. Ma la democrazia costituzionale italiana nasce da un’altra idea: quella che si fonda sulla rappresentanza e celebra il pluralismo; che legittima ed esalta il conflitto sociale per poi trovare in Parlamento la sua composizione.
È dunque tempo di riscoprire il Parlamento come luogo nel quale la pluralità sociale diventa pluralità politica e nel quale la ricerca del compromesso non costituisce una patologia della democrazia, ma una sua virtù. Da qui la necessità di tornare a discutere seriamente di una legge elettorale proporzionale, capace di restituire rappresentanza alle diverse articolazioni della società e di sottrarre la politica alla semplificazione artificiale prodotta dal maggioritario.
LA VERA SFIDA dell’opposizione, dunque, è quella di ricostruire un’idea di società e di democrazia. Per farlo occorre anche riconoscere che una parte della crisi attuale nasce da una sinistra che ha smesso di interrogarsi sulla propria ragione d’essere. Oggi, per ritrovare la strada perduta può essere utile provare a cercarla proprio là dove troppo spesso si è smesso di guardare: nella Costituzione. Non per creare un altro mito (la Costituzione come mito è di quanto più odioso si possa immaginare), ma per tornare ai suoi principi dimenticati: all’eguaglianza, alla solidarietà, alla dignità, al lavoro, alla rappresentanza e al pluralismo. Significa, soprattutto, tornare a pensare che la politica non debba limitarsi ad amministrare il possibile, ma possa ancora trasformare la realtà.
*(Gaetano Azzariti è stato un magistrato e politico italiano, presidente della Commissione sulla razza durante il regime fascista, ministro di Grazia e Giustizia nel primo governo Badoglio e presidente della Corte costituzionale dal 1957 al 1961.)
04 – Redazione Pagine Esteri*: COLONIE ISRAELIANE, DODICI PAESI PASSANO ALLE SANZIONI. L’ITALIA NO, SI TIENE FUORI – LONDRA, PARIGI E OTTAWA GUIDANO L’INIZIATIVA CONTRO IL COMMERCIO CON GLI INSEDIAMENTI COLONIALI IN CISGIORDANIA. L’ITALIA DI GIORGIA MELONI NON ADERISCE. TAJANI: LE DECISIONI DEVONO ESSERE PRESE A LIVELLO EUROPEO.
Pagine Esteri – È un fronte internazionale sempre più ampio quello che prova a colpire economicamente l’espansione delle colonie israeliane in Cisgiordania. Dodici Paesi, tra cui Regno Unito in testa, Francia, Canada, Spagna e Irlanda, hanno annunciato l’intenzione di introdurre restrizioni nazionali al commercio di prodotti provenienti dagli insediamenti coloniali israeliani nei Territori palestinesi occupati, denunciando l’accelerazione della colonizzazione e l’escalation della violenza dei coloni contro i palestinesi. L’Italia, invece, non c’è. Resta dalla parte del governo di estrema destra di Benyamin Netanyahu.
La dichiarazione è stata sottoscritta da Regno Unito, Francia, Canada, Danimarca, Finlandia, Islanda, Irlanda, Norvegia, Polonia, Portogallo, Spagna e Svezia. I dodici governi chiedono a Israele di «fermare immediatamente l’espansione degli insediamenti», di assicurare alla giustizia i responsabili delle violenze dei coloni e di indagare sulle accuse rivolte alle forze israeliane. I firmatari si oppongono inoltre a qualsiasi iniziativa che possa condurre all’annessione di territori palestinesi o allo sfollamento forzato della popolazione.
Una presa di posizione che arriva mentre la situazione in Cisgiordania continua ad aggravarsi per i palestinesi soggetti alle scorribande violente dei coloni e alle operazioni militari israeliane. Londra, in particolare, ha annunciato un divieto sull’importazione di merci provenienti dagli insediamenti e sanzioni contro individui e aziende che contribuiscono alla loro espansione. Il ministro degli Esteri britannico Ed Miliband ha parlato anche di una situazione di «pulizia etnica» in alcune zone della Cisgiordania, accusando il governo israeliano di avere chiuso gli occhi davanti alla violenza dei coloni e di averne sostenuto l’espulsione dei palestinesi.
La Gran Bretagna ha inoltre annunciato misure contro aziende e persone coinvolte nella costruzione, nelle infrastrutture, nei finanziamenti e nelle attività immobiliari legate agli insediamenti. Il nuovo regime di sanzioni dovrebbe entrare pienamente in vigore entro sei-nove mesi. Londra ha precisato che continuerà invece a commerciare con Israele all’interno della Linea Verde e che non intende aderire al più generale movimento BDS di boicottaggio di Israele.
La Francia ha seguito la stessa strada. Il ministro degli Esteri Jean-Noël Barrot ha affermato che Parigi interromperà gli scambi commerciali con gli insediamenti israeliani in Cisgiordania, definendo la regione «sull’orlo dell’esplosione» a causa dell’espansione incontrollata delle colonie e della violenza dei coloni estremisti. Anche Canada, Spagna, Irlanda e gli altri firmatari hanno espresso la volontà di intervenire sul commercio degli insediamenti, mentre alcuni di questi Paesi avevano già adottato misure analoghe.
La decisione rappresenta un ulteriore segnale della crescente distanza tra una parte degli alleati occidentali e il governo di Benyamin Netanyahu sulla politica israeliana nei territori occupati. La dichiarazione dei dodici Paesi richiama esplicitamente la necessità di difendere la soluzione dei due Stati e avverte che l’espansione degli insediamenti rischia di renderla sempre più difficile, se non impossibile.
E l’Italia? Roma ha scelto di non aderire all’iniziativa. Il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani, commentando da Buenos Aires la decisione britannica e degli altri undici Paesi, ha “spiegato” che l’Italia preferisce che eventuali sanzioni vengano decise collettivamente dall’Unione europea. Una spiegazione di comodo che non riesce a nascondere la politica di sostegno all’oppressione e alla negazione dei diritti dei palestinesi. «Io sono sempre per le decisioni che vengono dall’Unione europea, anche in materia commerciale, altrimenti si rischia di distorcere il mercato interno. Gli inglesi non fanno parte dell’Unione Europea», ha detto Tajani. E ha aggiunto: «È una scelta loro, però le decisioni devono essere sempre prese a livello europeo».
Il dato politico che conta è questo: mentre dodici Paesi scelgono di adottare o sostenere restrizioni al commercio con le colonie, l’Italia resta fuori. Una differenza che assume particolare rilievo perché molti dei Paesi che hanno firmato la dichiarazione sono membri dell’Unione europea e hanno deciso di procedere anche in assenza di una decisione comune dei Ventisette.
La reazione israeliana alla decisione dei dodici è stata durissima. Il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar ha definito le accuse britanniche «menzogne oltraggiose» e «moralmente distorte», annunciando contromisure contro Londra. Israele ha deciso la chiusura del consolato britannico a Gerusalemme Est e ha adottato altre misure contro rappresentanti britannici. Il presidente dell’organizzazione degli insediamenti Yesha Council, Yisrael Ganz, ha invece definito il divieto britannico «antisemita» e una «vergogna morale».
Gli Stati Uniti, alleati di ferro di Tel Aviv, hanno fatto sapere che non seguiranno la strada imboccata dagli europei. Il segretario di Stato Marco Rubio ha dichiarato che Washington «ovviamente» non farà ciò che ha fatto il Regno Unito.
Il fronte contro la colonizzazione, dunque, si allarga ma resta tutt’altro che compatto. Da una parte dodici governi occidentali scelgono di colpire il commercio con gli insediamenti e di introdurre nuove misure contro chi li finanzia e li sostiene. Dall’altra Stati Uniti e Italia si chiamano fuori.
Nel frattempo, sul terreno, l’espansione degli insediamenti prosegue e la violenza dei coloni continua ad alimentare lo scontro. I dodici Paesi firmatari hanno avvertito che la situazione mette a rischio la soluzione dei due Stati. E hanno scelto di passare dalle dichiarazioni alle prime misure concrete. L’Italia ha deciso di non seguirli.
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05 – Geraldina Colotti*: AMERICA LATINA, IN EVIDENZA – DALL’11 SETTEMBRE 1973 A OGGI: L’INTERNAZIONALE REAZIONARIA CHE ATTRAVERSA L’AMERICA LATINA – DAL GOLPE CILENO SOSTENUTO DALLA DITTATURA BRASILIANA ALLA NUOVA OFFENSIVA CONTINENTALE DELLE DESTRE RADICALI: ALLEANZE POLITICHE, INTERESSI ECONOMICI, APPARATI DI SICUREZZA E ASSE CON STATI UNITI E ISRAELE RIDISEGNANO OGGI LO SCONTRO SUL FUTURO DELL’AMERICA LATINA.
Quando nel settembre del 2023 il Ministero della Giustizia brasiliano chiese ufficialmente scusa al popolo cileno per il ruolo svolto da Brasilia nel golpe del 1973, il gesto portò al centro del dibattito pubblico una verità storica a lungo rimasta coperta dal segreto di Stato. Le ricerche d’archivio desclassificate riassunte nel saggio El Brasil de Pinochet di Roberto Simon hanno dimostrato come l’abbattimento della democrazia cilena non fu soltanto il risultato dell’azione coordinata tra la CIA e le forze armate locali, ma il prodotto di una cospirazione regionale in cui la dittatura militare brasiliana agì da vera e propria avanguardia logistica, finanziaria e operativa.
I documenti mostrano come già nel 1971 esponenti della destra cilena — tra cui Sergio Onofre Jarpa del Partido Nacional — trattassero con la diplomazia e l’intelligence di Brasilia l’invio di fondi per l’acquisto di armi. Negli stessi mesi, l’incontro a Washington tra Richard Nixon e il dittatore Emílio Garrastazu Médici sanciva un patto d’area: il Brasile si offriva come braccio operativo per impedire l’affermazione di esperienze socialiste nel continente. L’ambasciatore brasiliano a Santiago, Antônio Cântaro Canto, trasformò la sede diplomatica nel centro propulsore della destabilizzazione, mappando gli ufficiali cileni favorevoli al colpo di Stato e garantendo supporto economico agli scioperi padronali. All’indomani del golpe, agenti dei servizi segreti e tecnici della tortura di Brasilia operarono nello Estadio Nacional, interrogando gli esuli brasiliani e istruendo i quadri della DINA sulle metodologie di eliminazione degli oppositori.
A cinquantatré anni da quella svolta, la cooperazione tra le forze reazionarie ha compiuto un salto di qualità, definendo una vera e propria internazionale fascista la cui strategia continentale e globale integra guerra d’informazione, lawfare, apparati paramilitari e aggressione militare diretta.
L’espressione più esplicita di questa violazione della sovranità continentale si è vista a Caracas con il sequestro del presidente Nicolás Maduro e della deputata Cilia Flores per mano di forze speciali statunitensi. Un’operazione di pirateria statale e di regime change ad alto impatto che ripropone i metodi di violazione del diritto internazionale della Guerra Fredda, aggiornati alla necessità imperiale di appropriarsi delle riserve energetiche venezuelane e di decapitare la leadership dell’alleanza bolivariana.
In Brasile, la controffensiva delle forze reazionarie in vista delle elezioni si articola attraverso una complessa alleanza tra blocchi di potere economico, corporazioni parlamentari e settori eversivi. A livello politico, l’opposizione al governo progressista si coagula attorno al Partido Liberal (PL) di Flávio Bolsonaro e alle forze del Centrão, affiancate dal dominio legislativo delle potenti frentes parlamentares: la bancada do boi (l’agribusiness esportatore e i grandi latifondisti), la bancada da bala (rappresentanti delle forze di polizia, dell’industria bellica e della militarizzazione) e la bancada evangélica (le gerarchie neopentecostali padrone di imperi mediatici e di reti di consenso di massa).
Sul piano economico, la spinta destabilizzante è sostenuta dai grandi mercati finanziari di Faria Lima a San Paolo, che impongono il dogma del rigore di bilancio per smantellare la spesa sociale, unitamente ai potentati dell’agrobusiness legati all’accaparramento delle terre e all’estrattivismo. Questa struttura istituzionale è affiancata dall’azione eversiva e territoriale delle milizie paramilitari — gruppi armati formati da ex agenti di polizia e bande di vigilantes legati alla galassia bolsonarista — che controllano interi quartieri e aree rurali, esercitando un vero e proprio controllo sociale e un’intimidazione politica diretta sui territori.
In questo dispositivo, il ruolo degli Stati Uniti si conferma centrale: abbandonata l’esclusività delle tradizionali operazioni coperte, Washington opera attraverso il condizionamento dei mercati, l’influenza della diplomazia d’affari, il controllo sulle infrastrutture digitali e l’impiego strategico delle sanzioni economiche per tutelare la propria egemonia sulle filiere estrattive, la biodiversità e le riserve di litio dell’America Latina.
In Cile, il progetto della reazione trova il suo fulcro istituzionale nell’insediamento di José Antonio Kast alla presidenza della Repubblica e nell’egemonia del Partido Republicano. A sostenere questa fase controrivoluzionaria c’è il blocco storico dell’oligarchia finanziaria ed estrattiva — coordinato dalla Confederación de la Producción y del Comercio (CPC) e dalla Sociedad de Fomento Fabril (SOFOFA) — interessato a blindare il modello neoliberista delle AFP pensionistiche e a privatizzare definitivamente la gestione dei giacimenti di litio nel Salar d’Atacama e del rame, sbarrando la strada a qualsiasi tentativo di nazionalizzazione o controllo statale delle risorse.
A questo impianto si affiancano i potentati dei media monopolistici (il gruppo El Mercurio e Copesa) e la spinta ideologica dei gruppi ultraconservatori legati a fondazioni come la Fundación Jaime Guzmán. La strategia continentale di Kast trova la sua piattaforma di coordinamento sovranazionale nelle risoluzioni del Foro de Madrid, l’alleanza promossa dalla fondazione spagnola Disenso (legata a Vox) che riunisce le forze dell’estrema destra iberoamericana: gli accordi del Foro puntano a smantellare le strutture dell’integrazione regionale autonomista, a criminalizzare i movimenti sociali, a promuovere la militarizzazione della Macrozona Sur contro le comunità Mapuche e ad approvare risoluzioni volte a isolare gli esecutivi progressisti dell’area attraverso la narrazione della “difesa della civiltà occidentale” contro l’influenza cinese e il marxismo.
In questo quadro, il fascismo contemporaneo in America Latina — da Javier Milei in Argentina a José Antonio Kast in Cile, fino alle correnti bolsonariste in Brasile — ha trovato nel sionismo un perno ideologico, politico e militare fondamentale. Questa saldatura si articola su tre direttrici principali: la saldatura ideologica fondata sulla retorica della “guerra di civiltà”, dove il sionismo viene assunto dalle destre neofasciste come il baluardo avanzato dell’Occidente cristiano e capitalista contro il “marxismo culturale”, il multipolarismo e i popoli del Sud globale, trasformando la difesa incondizionata delle politiche colonizzatrici dello Stato d’Israele nel test di fedeltà controrivoluzionaria preteso da Washington; la cooperazione militare, di intelligence e di sicurezza privata, campo in cui Israele rappresenta da decenni il principale fornitore di tecnologia di sorveglianza come software spia e droni, unitamente a dottrine di controllo sociale e addestramento tattico per la militarizzazione delle polizie e dei gruppi paramilitari latinoamericani, che esportano direttamente nel Cono Sur il modello d’occupazione palestinese, dai metodi d’assedio nei barrios argentini e nelle favelas brasiliane fino alla repressione del popolo Mapuche in Cile; l’allineamento geopolitico in funzione anti-multipolare, attraverso cui l’asse reazionario identifica l’alleanza con il governo israeliano e gli Stati Uniti come lo strumento prioritario per spezzare l’integrazione latinoamericana promossa da organismi come CELAC, UNASUR e BRICS, imponendo una subordinazione dogmatica agli interessi atlantisti.
Di fronte a questa controffensiva reazionaria, le prese di posizione del presidente brasiliano Lula da Silva alla tribuna delle Nazioni Unite — con la denuncia esplicita del genocidio a Gaza, l’accusa della complicità occidentale nella distruzione del popolo palestinese e la condanna della “tirannia del veto” nel Consiglio di Sicurezza — rappresentano il baluardo politico e morale dell’America Latina progressista. Schierando il Brasile contro l’impunità dell’asse atlantista e sionista, Lula riafferma il ruolo del Sud globale nella difesa del diritto internazionale e della sovranità dei popoli.
Rileggere l’11 settembre 1973 attraverso le carte dell’asse tra Brasilia e Santiago dimostra che la spinta autoritaria nel Cono Sur non è mai stata un fenomeno isolato: ieri come oggi, si tratta di un dispositivo transnazionale coordinato che unisce l’ingerenza imperialista alla violenza fascista e sionista per soffocare le aspirazioni d’indipendenza e giustizia sociale dei popoli latinoamericani.
(Fonte: Pagine Esteri – Geraldina Colotti, giornalista e scrittrice, cura la versione italiana di “Le Monde diplomatique”. Esperta di America Latina, ha pubblicato saggi, raccolte di racconti e poesie.)
06 – Roberto Livi*: CUBA, L’INVIATA DELL’ONU: SANZIONI USA DEVASTANTI, MA PER LA POPOLAZIONE EMBARGO LA MISSIONE DELL’INVIATA DEL CONSIGLIO PER I DIRITTI UMANI, ALENA DOHUAN. UNA SMENTITA DELLA TESI DI RUBIO SU COME «COLPIRE UNA DITTATURA»: I COLPITI SONO I CUBANI.
Gran parte dei mass media internazionali (Italia compresa) ha riportato i dati forniti dal ministro degli esteri cubano Bruno Rodríguez sull’impatto dello strangolamento finanziario-economico e commerciale unilateralmente attuato dagli Usa contro Cuba. Secondo il ministro, dal 1° marzo dello scorso anno al fine febbraio di quest’anno, i danni causati a Cuba sono valutati a circa 8 miliardi di dollari. Con un incremento del 7% relativo agli anni precedenti. I danni totali subiti da Cuba dall’inizio dell’”embargo “(1962) sono valutati in 178,7 miliardi di dollari.
L’incremento denunciato da Rodríguez non comprende però l’Over Compliance, le raffiche di sanzioni e misure punitive (quasi 200 dalla fine di febbraio) adottate dal segretario di Stato Marco Rubio. Né il loro devastante impatto non solo sull’economia dell’isola quanto sulla vita dei circa 9,5 milioni di abitanti di Cuba. Impatto che già fa intravvedere una «crisi umanitraria».
È quanto ha denunciato l’inviata del Consiglio per i Diritti umani dell’Onu Alena Dohuan dopo una sua missione in Cuba: le sanzioni e le restrizioni finanziarie degli Usa – anche secondarie, ovvero con effetti su paesi terzi – incidono direttamente e principalmente sulla vita di milioni di cubani de a pie. Dohan ha denunciato che gli strumenti finanziari usati (dagli Usa) come mezzi di pressione geopolitica portano a un deterioramento del multilateralismo, ovvero di relazioni internazionali basate su regole condivise e colpiscono in modo devastante i diritti umani.
È una netta smentita delle tesi di Marco Rubio, secondo il quale le sanzioni Usa sono dirette a colpire uno «stato dittatoriale che viola i diritti umani della popolazione». Una narrazione che inverte le responsabilità, come quella ripetuta da Trump che Cuba è uno Stato fallito. Quando sono le sanzioni Usa che violano i diritti dell’uomo e provocano il collasso economico in Cuba.
Le sanzioni – ha informato Dohan – colpiscono con effetto a cascata l’accesso a medicinali e apparecchiature mediche, carburanti, produzione industriale, operazioni bancarie, beni di prima necessità e persino aiuti umanitari. L’economia di Cuba, come pure la vita della maggioranza della popolazione, sono costrette a (dis)funzionare in perenne stato di emergenza, con tempi di programmazione sempre più corti e incerti.
Cuba diventa così un caso paradigmatico delle pericolose azioni delle sanzioni come mezzo di pressione geopolitica. È infatti possibile un ordine internazionale fondato su norme comuni quando gli strumenti economici vengono usati per isolare Stati sovrani dal sistema finanziario, economico e tecnologico internazionale? Dunque violando la sovranità e l’indipendenza di uno Stato e i diritti umani?
È la questione posta alla 63° sessione del Consiglio per i diritti umani dell’Onu (iniziata il 7 settembre) dalla relatrice (sui “mezzi coercitivi unilaterali”) Zaina Allad, direttrice del Palestine Land Studies Center dell’Università americana di Beirut. Questioni alle quali soprattutto l’Ue deve rispondere per cercare di evitare che dopo Gaza anche Cuba sia teatro di una crisi umanitaria.
*(Fonte: Il Manifesto – Roberto Livi. Giornalista da oltre cinquant’anni, nel corso della sua carriera ha lavorato per alcune delle principali testate italiane, tra cui «il manifesto)
07 – Alfiero Grandi *: LEGGE ELETTORALE: LA DESTRA VUOLE STRAVOLGERE LA COSTITUZIONE. L’OPPOSIZIONE TORNI AL REFERENDUM
CLAMOROSA RETROMARCIA DI FRATELLI D’ITALIA SULLA LEGGE ELETTORALE, MA COSÌ LA DESTRA SI AVVICINA AL TRAGUARDO. LA DESTRA, DIVISA E CONFUSA HA CHIARO SOLO CHE NON VUOLE ABBANDONARE IL POTERE CONQUISTATO PER I GRAVI ERRORI DELL’ATTUALE OPPOSIZIONE CHE SI È DIVISA NEL 2022. QUESTA LEGGE SERVE A QUESTO OBIETTIVO. VA DENUNCIATO L’USO STRUMENTALE, SI POTREBBE DIRE PRIVATO, DI UN BENE PUBBLICO COME LA LEGGE ELETTORALE CHE NON CONSENTIRÀ AGLI ELETTORI DI DECIDERE I PARLAMENTARI CHE LI DEBBONO RAPPRESENTARE.
ELEZIONI E CAMPAGNE ELETTORALI
Questa legge elettorale così è ancora più incostituzionale. La giravolta di Giorgia Meloni aumenta le ragioni di incostituzionalità. La legge impone di scrivere il nome del candidato Presidente del Consiglio per costringere il Presidente della Repubblica ad accettarlo, va contro l’articolo 92 della Costituzione, e impone a tutti i partiti di indicarlo se vogliono partecipare pienamente alla competizione elettorale.
Il voto dei cittadini non sarà più del tutto libero e tanto meno uguale perché chi vince si prende 70 deputati e 35 senatori e i nomi sono decisi dall’alto, le preferenze, dopo la rinuncia di Giorgia Meloni resteranno per una piccola riserva indiana di parlamentari.
Va sostenuta l’iniziativa della Rete per un voto libero ed uguale che sta già organizzando avvocati, cittadini sottoscrittori, iniziative politiche e finanziarie per presentare i ricorsi alla magistratura sull’incostituzionalità della legge appena entrerà in vigore. Anche i parlamentari dell’opposizione debbono partecipare alla sottoscrizione dei ricorsi insieme ai cittadini.
Nel referendum costituzionale del 22/23 marzo scorso il No ha ottenuto 5 milioni di voti in più di quelli su cui la coalizione alternativa alla destra poteva contare, sconfiggendo l’attacco alla magistratura e alla Costituzione e dimostrando che la destra può essere sconfitta.
La destra vuole stravolgere la Costituzione. La coalizione alternativa alla destra deve difendere la Costituzione, in continuità con il referendum, il cui esito ha spinto Giorgia Meloni alla furbata della legge elettorale invece del premierato.
Leggecostituzionale e diritto civile
È una legge elettorale fatta su misura per la destra, piena di trucchi che vanno smascherati, denunciandone vigorosamente l’incostituzionalità.
Questa destra vuole la donna sola al comando. L’opposizione è una coalizione democratica e deve contrastare con nettezza una legge elettorale personalistica, che coopta i parlamentari e sottrae agli elettori il diritto di scegliere da chi vogliono essere rappresentati. Senza dimenticare che con qualunque legge elettorale bisogna mandare a casa il governo Meloni. È una priorità democratica.
Roma, 11 settembre 2026
* Alfiero Grandi è vicepresidente Coordinamento per la democrazia costituzionale)
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