
01 – Luciana Cimino*: «Il governo vuole sostituire lo stato sociale con quello penale» – Pessimo stato Intervista a Gianfranco Pagliarulo, presidente dell’Anpi.
02 – Fabrizio Tonello*: Il regime predatorio dietro l’apparenza della legalità – Casa bianca Il presidente Usa ha trasformato il suo secondo mandato in una macchina di arricchimento che combina estorsioni tariffarie pubbliche con grandi operazioni immobiliari
03 – Alberto Negri°: Dal Golfo a Gaza è un maledetto imbroglio – La guerra grande L’annuncio di Trump di un accordo «storico» per la Striscia è funzionale alla costituzione di una coalizione araba (e internazionale) con i sauditi da schierare contro l’Iran e le milizie filo-sciite. Israele dovrebbe starne teoricamente fuori e questo sarebbe stato il senso dell’incontro avuto dal presidente Usa con Netanyahu e poco dopo con il ministro della difesa saudita
04 – Andrea Valdambrini*: Ue: la mossa dell’Italia non concordata, avrebbe dovuto avvisare
Ceuta Il commissario Brunner ridimensiona «il pericolo»: non si riscontrano flussi verso l’Europa
La Commissione Ue non è stata informata prima né ha ricevuto la dovuta notifica da parte di Roma in merito alla decisione del ministro Piantedosi di ripristinare i controlli alle frontiere marittime e aeree con la Spagna.
05 – Luciana Cimino*: In schiavitù un milione di americani, il “forced labour” è quello dello stato.
Stati uniti Detenuti sfruttati e esclusione razziale.
06 – Andrea Capocci*: Ebola fuori controllo in Rdc oltre 2.300 casi confermati
L’epidemia invisibile Teorie del complotto, il taglio di UsAid, la mancanza di un vaccino alimentano il focolaio
07 – Matteo Bortolon*; Briciole di deroga per il governo Meloni – Nuova finanza pubblica La rubrica settimanale di politica economica.
01 – Luciana Cimino*: «IL GOVERNO VUOLE SOSTITUIRE LO STATO SOCIALE CON QUELLO PENALE» – PESSIMO STATO INTERVISTA A GIANFRANCO PAGLIARULO, PRESIDENTE DELL’ANPI
IL RAZZISMO SISTEMICO DEGLI STATI UNITI E IL CLIMA DA FAR WEST CHE DA CONTRADDISTINGUE LA NAZIONE GUIDATA DA TRUMP «HA AVUTO PRESA ANCHE IN ITALIA». GIANFRANCO PAGLIARULO, PRESIDENTE DELL’ASSOCIAZIONE NAZIONALE DEI PARTIGIANI (ANPI), LEGGE NELLE VICENDE DEL GIOIELLIERE CHE SI È FATTO GIUSTIZIA DA SOLO E NELLA MORTE, MENTRE ERA NELLE MANI DELLA POLIZIA, DI ABDERRAHIM FAKIR, «UN SEGNO PESANTISSIMO DI IMBARBARIMENTO E DI AMERICANIZZAZIONE DELLA SOCIETÀ». «LE DUE STORIE, PUR MOLTO DIVERSE TRA LORO, RICORDANO QUEL CLIMA DA FAR WEST, SEMPRE PRESENTE NEGLI USA, CHE È ESPLOSO IN TUTTA LA SUA VIRULENZA CON L’ICE, IL GRUPPO DI SQUADRISTI CHE È UNA SPECIE DI GUARDIA DEL PRESIDENTE, È MOLTO PREOCCUPANTE»
COSA VI SPAVENTA?
Il governo ha tentato di sostituirsi al presidente della Repubblica per imporre la grazia all’orafo Mario Roggero. Su Fakir sono state fatte circolare notizie false, attribuendogli reati che non ha mai commesso: c’è un movimento di pancia, una nuova barbarie che fa impressione. Che nel ventre di una società si covino istinti rancorosi o di vendetta, ci può stare. La cosa grave è che questi istinti sono in gran parte sollecitati o creati dalle modalità attraverso cui diverse persone al governo comunicano. La legittima difesa viene travolta da un disegno di legge che non sarà mai approvato perché sdogana la pena di morte, appaltandola ai privati.
Meloni ha annunciato in un video la norma che prevede la punibilità dei ragazzini, una stretta dal sapore razzista perché si rivolge a quelli che loro definiscono “maranza”.
Anche questo è frutto della violenza verbale. Non solo: segnala la trasformazione della natura profonda del paese che passa da stato sociale, che trova dei compromessi sociali che migliorano le condizioni di vita e di lavoro dei cittadini, a stato penale che risolve le contraddizioni sociali attraverso la pena, con l’intervento repressivo e autoritario. I bersagli sono tutti i soggetti deboli e anche politici: i giovani, i lavoratori, le persone a basso reddito. Un lungo film cominciato pochi mesi dopo la nascita del governo con la legge anti rave, il decreto Cutro e quello Caivano, per finire con le leggi sulla sicurezza. Provvedimenti che tentano di impedire il dissenso e il conflitto sociale. Il risultato è un aumento patologico delle fattispecie di reato e delle pene per reati già esistenti.
COME SI SUPERA QUESTA FASE?
Tutte le forze democratiche e costituzionali devono fare un salto di qualità sia nella parte di contrapposizione che in quella di proposizione. Ciò richiede un’alleanza che non parta solo dei partiti ma dalle associazioni dei cittadini, un ampio fronte di forze che contrasti in ogni modo questo degrado autoritario del paese e contemporaneamente avanzi delle proposte di attuazione della Costituzione. Bisogna ricostruire il paese dal punto di vista economico e sociale. E anche morale, dato che le guerre sono state normalizzate.
Oggi ci saranno centinaia di appuntamenti in tutta Italia per la pastasciutta antifascista che ricorda la grande festa organizzata dalla famiglia Cervi nel 1943 per la caduta del regime fascista. Perché quest’anno l’Anpi l’ha dedicata alla Costituzione?
È sotto attacco da tempo ma oggi è oggetto di tentativi manipolatori e stravolgenti. La questione più urgente è la nuova legge elettorale che determinerebbe conseguenze pesantissime per il futuro della democrazia. Se si unisce con il resto, a partire dall’autonomia differenziata, ci si rende conto che c’è un disegno per demolire la Costituzione. Capisco che a questa subcultura “anti – antifascista” che viene promossa dal governo, questa iniziativa possa dare fastidio.
*(Fonte: Il Manifesto. Luciana Cimino, è una giornalista de il manifesto. Si occupa di politica e lavoro)
02 – Fabrizio Tonello*: IL REGIME PREDATORIO DIETRO L’APPARENZA DELLA LEGALITÀ – CASA BIANCA IL PRESIDENTE USA HA TRASFORMATO IL SUO SECONDO MANDATO IN UNA MACCHINA DI ARRICCHIMENTO CHE COMBINA ESTORSIONI TARIFFARIE PUBBLICHE CON GRANDI OPERAZIONI IMMOBILIARI
Fate girare un mappamondo e poi puntate un dito a caso: ci sono buone probabilità che qualsiasi angolo del mondo abbiate toccato, Trump vi abbia applicato dazi unilaterali. E probabilità altrettanto buone che sia un posto dove Trump e la sua famiglia hanno affari. Il presidente Usa ha trasformato il suo secondo mandato in una macchina di arricchimento che combina estorsioni tariffarie pubbliche sulla base dei più fantasiosi motivi (l’ultimo, i dazi come lotta al «lavoro forzato»), perturbazione sistematica dei mercati internazionali, monetizzazione privata del ruolo presidenziale, regolamentazioni “fatte in casa” (per esempio sulle criptovalute) e, naturalmente, uso sistematico delle relazioni politiche per operazioni immobiliari. Non si tratta di corruzione episodica: è piuttosto un regime predatorio, dietro un velo di legalità formale.
Le fortune personali e familiari sono illuminanti. Prima di tutto ci sono le criptovalute e la finanza amica. Nel solo 2025 Trump ha dichiarato un reddito di circa 2,2 miliardi di dollari, di cui 1,4 miliardi provenienti da attività legate alle criptovalute. Buona parte viene da World Liberty Financial, società cripto cofondata dai figli Eric Trump e Donald Trump Jr.: oltre 500 milioni di dollari di entrate presidenziali. Si sa che la stessa amministrazione Trump controlla direttamente la regolazione del settore. Poi c’è l’uso del marchio Trump su scala globale, che continua a generare decine di milioni di dollari (almeno 23 nel periodo recente) grazie alla visibilità del boss. Naturalmente Trump continua a incassare anche dividendi/plusvalenze da vari strumenti finanziari e reti politico-affaristiche legate a Peter Thiel o ad altre figure vicine al trumpismo.
Da parte sua Melania ha incassato oltre 10 milioni di dollari per i diritti del documentario Melania prodotto da Amazon, più circa 6 milioni di proventi da libro di memorie e merchandising. Jared Kushner e Ivanka Trump sono al centro di un maxi-progetto di resort di lusso a Sazan in Albania, con un investimento stimato tra 1,4 e 4 miliardi di euro, su aree protette ad alto valore ambientale. Il governo albanese ha concesso alla società legata a Kushner lo status di «investitore strategico», con corsie preferenziali e condizioni agevolate, mentre i cittadini albanesi continuano la loro protesta in difesa della laguna e dei fenicotteri.
Truth Social e l’ecosistema mediatico legato a Trump hanno un forte impatto sui mercati ogni volta che il presidente annuncia decisioni politiche: il petrolio va su o giù in relazione agli annunci di nuovi bombardamenti o, al contrario, promesse di «tregua». Si tratta di una piattaforma usata come strumento di market moving più che come semplice canale politico. In questi giorni si parla di un progetto di abbonamento privilegiato, per la modica cifra di 100.000 dollari per ricevere in anticipo le notizie di Truth Social: in pratica uno schema di insider trading strutturale che permetta di monetizzare la prevedibilità (o imprevedibilità) delle sue uscite.
Siamo di fronte alla corruzione classica degli imperi in decadenza o piuttosto a un regime predatorio?
LA CORRUZIONE EPISODICA, SEMPRE ESISTITA NEGLI STATI UNITI ANCHE IN FORMA LEGALIZZATA (LOBBY) SI CARATTERIZZA PER SCAMBI LIMITATI: UNA TANGENTE PER UN CONTRATTO, UN FAVORE PER UNA NOMINA, UN APPALTO IN CAMBIO DI UN FINANZIAMENTO POLITICO.
Il regime predatorio è, invece, quello in cui il gruppo dirigente utilizza in modo sistematico e strutturale il potere pubblico per estrarre rendite, ridefinendo le regole per normalizzare il proprio arricchimento. La linea di separazione tra Stato e patrimonio privato scompare: le scelte di politica pubblica sono disegnate in funzione degli interessi economici della cerchia al potere.
Il caso Trump quindi appare come uno dei modelli di “plutocrazia regolatoria”, in cui l’élite economica controlla direttamente la produzione di regole di mercato. Ci sono i precedenti di regimi ibridi (Ungheria, Russia) nei quali il leader e la sua cerchia privatizzano gradualmente segmenti dello Stato e del territorio, conservando forme elettorali e parvenza di legalità. La differenza statunitense sta nel fatto che questi meccanismi emergono dentro un ordinamento dove rimangono ancora controparti (stampa, parte della magistratura, sistema federale), che pongono limiti e producono almeno trasparenza ex post (dichiarazioni patrimoniali, inchieste su Kushner in Albania, ecc.). Tuttavia, la normalizzazione di conflitti di interessi di questa scala sposta l’asticella di ciò che è considerato “accettabile” nella relazione tra ricchezza privata e potere esecutivo.
*( Fabrizio Tonello (1951) insegna Scienza dell’Opinione Pubblica presso l’università di Padova. Ha insegnato anche nel Dipartimento di Scienze della Comunicazione)
03 – Alberto Negri°: DAL GOLFO A GAZA È UN MALEDETTO IMBROGLIO – LA GUERRA GRANDE L’ANNUNCIO DI TRUMP DI UN ACCORDO «STORICO» PER LA STRISCIA È FUNZIONALE ALLA COSTITUZIONE DI UNA COALIZIONE ARABA (E INTERNAZIONALE) CON I SAUDITI DA SCHIERARE CONTRO L’IRAN E LE MILIZIE FILO-SCIITE. ISRAELE DOVREBBE STARNE TEORICAMENTE FUORI E QUESTO SAREBBE STATO IL SENSO DELL’INCONTRO AVUTO DAL PRESIDENTE USA CON NETANYAHU E POCO DOPO CON IL MINISTRO DELLA DIFESA SAUDITA
Il fronte diplomatico e militare si allarga con la solita sperimentata trappola di Trump per i palestinesi. Ma l’imbroglio riguarda anche l’Italia che, all’insaputa del Parlamento – occultata di soppiatto tra le audizioni delle commissioni esteri e difesa – ha dispiegato da mesi una missione «difensiva», militari, aerei e mezzi in Arabia saudita (oltre che in Kuwait, Bahrein, Emirati e Qatar). Una sorta di task force fantasma.
Tutto questo mentre la guerra nel Golfo si complica con esiti forse imprevedibili. I sauditi – sostenuti dall’Occidente – si sono scoperti una vocazione prussiana bombardando in Iraq con gli Usa e si preparano a un’offensiva in Yemen. Riyadh lancia così una coalizione multinazionale per la difesa marittima sostenuta da 14 stati (tra cui Turchia, Pakistan, Egitto) e chiede agli europei (Germania, Francia, Regno unito e Italia) di aderire a una coalizione per il Mar Rosso dove l’Ue ha già una missione navale (Aspides, a guida italiana) e non è ancora chiaro se gli Houthi yemeniti stiano attuando un blocco generale o diretto soltanto contro l’Arabia saudita.
ECCO COME SI SPIEGA l’annuncio di Trump di un accordo «storico» per Gaza: è funzionale alla costituzione di una coalizione araba (e internazionale) con i sauditi da schierare contro l’Iran e le milizie filo-sciite. Israele dovrebbe starne teoricamente fuori e questo sarebbe stato il senso dell’incontro avuto da Trump con Netanyahu e poco dopo con il ministro della difesa saudita Khalid bin Salman.
I tempi stringono e il presidente Usa, scriveva ieri Haaretz, si fida sempre meno di Bibi e dei suoi piani sull’Iran, falliti finora miseramente. Che poi i sauditi dicano di non volere una escalation fa parte anche del gioco di Trump il quale vuole tenersi aperte almeno due opzioni, quella militare di attacco su larga scala all’Iran, e quella diplomatica, per raggiungere un eventuale accordo con Teheran, proclamare vittoria e ritirarsi, la soluzione – già troppo rinviata – che gli consentirebbe di presentarsi alle elezioni di medio termine con un conflitto chiuso.
E lo Stretto di Hormuz? Per risolvere il problema che mette al tappeto l’economia mondiale la soluzione del premier israeliano è semplice: «Non credo che alla fine della guerra gli stretti rappresenteranno una leva così potente, perché gli stati del Golfo sposteranno le pipeline dallo Stretto di Hormuz al Mar Rosso e da lì a Israele nel Mediterraneo», ha dichiarato Netanyahu in un’intervista ad Abc News.
IL PIANO è già in atto – i sauditi esportano dal Mar Rosso cinque milioni di barili al giorno che passano da Suez – ma Riyadh deve liberarsi degli Houthi e delle milizie irachene filo-iraniane. Quindi Usa e Arabia saudita hanno condotto insieme attacchi contro le Forze di Mobilitazione popolare irachene, fondate nel 2014 per combattere l’Isis.
Perché? Nel settembre del 2019 i sauditi subirono uno spiacevole choc quando fu lanciata una flotta di droni contro i suoi impianti petroliferi più vitali, Abqaiq e Khurais, che misero fuori uso metà delle esportazioni di petrolio. All’epoca si ipotizzò che l’attacco fosse degli Houthi yemeniti, poi si scoprì che gli attacchi erano arrivati dalle milizie filo-iraniane in Iraq.
Nel Golfo è in corso una guerra per proteggere le riserve saudite di petrolio. E ci partecipano, secondo le indiscrezioni di stampa, quasi tutte le potenze europee. I sauditi presentano la loro svolta «prussiana» come una reazione a specifici attentati piuttosto che come un ingresso nella più ampia guerra tra Stati uniti e Israele contro l’Iran. Ma gli attacchi congiunti con gli Usa in Iraq hanno segnato la prima volta in cui il regno ha riconosciuto un coinvolgimento diretto nella guerra, nonostante l’Arabia saudita avesse già condotto attacchi segreti contro l’Iran all’inizio del conflitto.
Qual è l’obiettivo di queste manovre? Gli attacchi di Usa e sauditi in Iraq stanno spingendo la regione in un territorio inesplorato e complicano una guerra che si sta allargando in maniera imprevedibile. Ecco che allora bisogna creare, nell’ottica degli Stati uniti e dei loro alleati, un terreno favorevole coinvolgendo altri stati in una coalizione internazionale. Quindi se si vuole almeno trascinare gli arabi e gli europei più riluttanti dalla propria parte bisogna pur fare qualche cosa.
PRIMA TRUMP ha offerto a Riyadh il nucleare civile ma lo ha immediatamente condizionato al riconoscimento di Israele. Non un gran successo, soprattutto per l’opposizione israeliana. E ora il presidente americano risfodera la terra del martirio e del genocidio, la Striscia di Gaza, con un mirabolante accordo per il disarmo di Hamas collegato al ritiro di Israele che occupa con truppe, muri e barriere più del 70% del territorio. Ma Israele accetta il ritiro solo con il totale disarmo di Hamas. Nel migliore dei casi è un processo complesso con lo schieramento di una forza internazionale che potrebbe durare un anno.
La realtà nuda e cruda: con le elezioni alle porte a ottobre si esclude che Netanyahu faccia qualsiasi concessione. Ed ecco che la guerra del Golfo si trasforma per i palestinesi in una trappola, un maledetto imbroglio, nella Striscia e in tutto il Medio Oriente.
*( Alberto Negri è giornalista inviato speciale del “Sole 24 Ore”, per il quale da oltre trent’anni viaggia come corrispondente di guerra in Medio Oriente, Balcani, Africa, Asia centrale.)
04 – Andrea Valdambrini*: UE: LA MOSSA DELL’ITALIA NON CONCORDATA, AVREBBE DOVUTO AVVISARE – CEUTA IL COMMISSARIO BRUNNER RIDIMENSIONA «IL PERICOLO»: NON SI RISCONTRANO FLUSSI VERSO L’EUROPA – LA COMMISSIONE UE NON È STATA INFORMATA PRIMA NÉ HA RICEVUTO LA DOVUTA NOTIFICA DA PARTE DI ROMA IN MERITO ALLA DECISIONE DEL MINISTRO PIANTEDOSI DI RIPRISTINARE I CONTROLLI ALLE FRONTIERE MARITTIME E AEREE CON LA SPAGNA.
Lo conferma al manifesto il portavoce dell’esecutivo Ue per gli Affari interni, Guillaume Mercier. Bruxelles chiarisce come il quadro giuridico europeo consenta agli Stati membri di reintrodurre controlli alle frontiere interne dell’area Schengen, a patto che siano di natura eccezionale e temporanea come previsto dall’articolo 25 del Codice frontiere Schengen. Questo passo del governo deve essere anche accompagnato da una spiegazione alle istituzioni europee. In questo caso occorre spiegare «in che modo la situazione di Ceuta costituisca una minaccia grave per il paese». Già ieri sera oltre 48mila migranti su 50mila avevano fatto ritorno volontariamente in Marocco, il che ridimensiona fortemente la presunta crisi.
Sulla carta eccezionali e temporanee ma nei fatti sono tutt’altro che sporadiche le reintroduzioni dei controlli alle frontiere interne di Schengen (che prevede la libera circolazione delle persone nei paesi aderenti). Negli ultimi vent’anni se ne contano circa 500 da parte di diverse capitali. L’Italia ha ripristinato i controlli di frontiera ben 17 volte, l’ultima delle quali con la Francia in occasione delle manifestazioni No Tav. Farlo in occasione di vertici internazionali, dal G8 di Genova del 2001 in poi, è una prassi, mentre dal 2023 restano in vigore – prorogati di sei mesi in sei mesi – i controlli lungo il confine con la Slovenia. La motivazione ufficiale: prevenire il rischio di infiltrazioni terroristiche lungo la rotta balcanica. Il punto su cui però insiste l’esecutivo europeo è che Ceuta ha già uno statuto a sé, regolato da uno specifico regime previsto nel trattato di Schengen.
L’articolo 41 prevede infatti un limite alla libertà di movimento: dall’exclave spagnola in Marocco non si esce senza controlli aggiuntivi prima di raggiungere la Spagna continentale e da lì gli altri paesi Ue. Il commissario all’Immigrazione Magnus Brunner ha precisato ieri che «non si riscontrano movimenti diretti verso l’Europa e gli altri stati membri». Insomma, l’Italia faccia pure ma non se ne vede il bisogno. Se non sfugge l’aspetto pretestuoso della mossa italiana, ancora più ideologico era stato il tentativo di Meloni di espellere Madrid dall’area Schengen. L’ipotesi aveva diviso le capitali, trovando anche il sostegno del governo socialdemocratico danese di Mette Frederiksen, spesso in sintonia con Roma sui temi migratori. Preoccupata per l’impatto politico del caso Ceuta, Bruxelles è sembrata più interessata a offrire sostegno operativo che reale solidarietà a Madrid. Le immagini di Ceuta sono «inaccettabili», per von der Leyen, ma nel senso che i rimpatri, secondo le regole europee, devono essere facili e veloci. E Rabat, finanziata dall’Ue, rimane un alleato chiave per il controllo esternalizzato dei flussi migratori.
*( Andrea Valdambrini. Giornalista. Si occupo di Esteri e Unione europea. )
05 – Luciana Cimino*: IN SCHIAVITÙ UN MILIONE DI AMERICANI, IL “FORCED LABOUR” È QUELLO DELLO STATO – STATI UNITI DETENUTI SFRUTTATI E ESCLUSIONE RAZZIALE.
UNA LUNGA STORIA INEDITA IN DUE PUNTATE. IL PRIMO STORICO NUMERO IN EDICOLA DAL 29 LUGLIO. DYLAN DOG ASSIEME ALLE STORIE DI ZEROCALCARE E SHINTARO KAGO. ABBONATI ENTRO IL 5 AGOSTO PER RICEVERE LA SECONDA PUNTATA A CASA TUA.
SCHIAVISTI contro il lavoro forzato, altrui. Stavolta il pretesto degli Stati Uniti per imporre i dazi è la lotta contro il lavoro forzato. Non che il presidente degli Usa, Donald Trump, sia diventato improvvisamente socialista, men che mai ha avuto una svolta etica. Dopo la decisione della Corte Suprema che ha invalidato i dazi annunciati durante il Liberation Day del 2025, il tycoon ha trovato un escamotage: le tariffe saranno imposte ai partner che non applicano divieti adeguati contro le merci prodotte con in condizioni di para schiavitù.
Nel novero ci finiscono 60 paesi tra cui Unione europea (considerata come un’unica entità), Regno Unito, Giappone, Corea del Sud e Canada, Cina, India. Il piano prevede un sistema differenziato: ai paesi ritenuti dotati di adeguate misure sarà applicata un’aliquota del 10%, per gli altri salirà al 12,5%. Per farlo, il presidente si è servito della Section 301 del Trade Act del 1974 che intende con la locuzione “lavoro forzato” «ogni servizio estorto a qualsiasi persona sotto la minaccia di una qualsiasi sanzione». Il paradosso è che nella lista annunciata dall’Ufficio del rappresentante per il commercio Usa, Jamieson Greer, sono avvantaggiati con l’aliquota più bassa paesi come l’India o la Cina, segnalati nei rapporti dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (Ilo) come problematici proprio a causa di lavoro forzato, minorile e i ritmi estremi legati alla ricattabilità e all’indebitamento delle famiglie povere e all’economia informale. Saranno applicati anche a contesti del tutto diversi come il Canada, l’Australia, il Giappone e l’Ue che hanno legislazioni molto avanzate in tema di diritti sul lavoro. Anche se al loro interno, come in Italia (soprattutto in agricoltura ed edilizia) permangono condizioni di sfruttamento. Per Greer anche questi paesi avrebbero «standard insufficienti» in quanto incapaci di vietare l’importazione di beni prodotti in maniera irregolare.
Le contraddizioni più pesanti riguardano, però, gli stessi Stati Uniti. Sia all’esterno che al proprio interno. Mentre l’amministrazione Trump colpisce accusa i partner di violazioni etiche nella produzione, continua a stringere accordi economici rilevanti con paesi con severe criticità sui diritti umani. Per di più, gli Usa sono il paese con il numero in assoluto più alto di persone in schiavitù moderna (che si manifesta quando una persona viene sistematicamente privata della propria libertà personale a fini di sfruttamento economico o personale) di tutte le Americhe, con ben 1,1 milioni di persone coinvolte. Lo sostiene Walk Free, una ong di Perth (Australia) che ogni anno realizza il Global Slavery Index (Gsi) per fornire dati sulla vulnerabilità dei lavoratori in 160 paesi, misurando anche l’efficacia delle risposte governative.
Il report muove critiche specifiche agli Stati Uniti non solo perché continuano a importare prodotti da paesi ad altissimo rischio di sfruttamento, (esattamente come i paesi a cui impongono i dazi) ma anche perché sono anche tra i pochi posti in cui il lavoro forzato è legalmente imposto e gestito dalle autorità statali, insieme a Cina, Corea del Nord e Russia. Per Walk free e Ilo «questo esclude i detenuti dalle normali tutele del diritto del lavoro, configurando una forma di sfruttamento statale. Chi si rifiuta o non è in grado di lavorare (anche per malattia o disabilità) subisce dure ritorsioni: isolamento forzato, perdita dei contatti familiari e diniego della libertà condizionale».
Questo sistema, per le due organizzazioni dei lavoratori, «genera profitti sia per lo stato che per le aziende private colpendo in modo sproporzionato le comunità nere e migranti alimentando il fenomeno della carcerazione di massa». Lo sfruttamento è anche al di fuori delle carceri e, anche in questo caso, colpisce soprattutto i lavoratori stranieri. Non solo braccianti, come in Italia: il settore a più alto rischio negli States è il lavoro domestico. Le vittime (principalmente donne straniere) subiscono ritiro del passaporto, isolamento forzato e violenze. Senza contare che l’amministrazione Trump è «la stessa che ha smantellato i finanziamenti per combattere il lavoro forzato attraverso tagli al Bureau of International Labor Affairs e le tutele per i lavoratori», ha sottolineato la deputata democratica della California Linda Sánchez. «Prendere sul serio la questione – ha spiegato la dem- vuol dire affrontare i nostri problemi qui in patria, contrastando l’esportazione dei prodotti del lavoro carcerario americano»
*(Fonte: Il Manifesto. Luciana Cimino, è una giornalista de il manifesto. Si occupa di politica e lavoro)
06 – Andrea Capocci*: EBOLA FUORI CONTROLLO IN RDC OLTRE 2.300 CASI CONFERMATI
L’EPIDEMIA INVISIBILE TEORIE DEL COMPLOTTO, IL TAGLIO DI USAID, LA MANCANZA DI UN VACCINO ALIMENTANO IL FOCOLAIO
A DUE MESI DALL’INIZIO DELL’EPIDEMIA, IL FOCOLAIO DEL VIRUS EBOLA CHE SI È DIFFUSO NEL NORD-OVEST DELLA REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO È ANCORA FUORI CONTROLLO. I CASI REGISTRATI SONO OLTRE 2.300 E I DECESSI 930, ALL’80% CONCENTRATI NELLA PROVINCIA DELL’ITURI MA DISTRIBUITI IN ALTRE QUATTRO PROVINCE. SECONDO LE STIME DELL’ORGANIZZAZIONE MONDIALE DELLA SANITÀ I CASI IN REALTÀ POTREBBERO ESSERE TRA LE DUE E LE QUATTRO VOLTE PIÙ NUMEROSI, VISTO CHE GLI OSPEDALI NELLA ZONA SCARSEGGIANO E NON INTERCETTANO TUTTI I MALATI. PER CONTENERE LA TRASMISSIONE DEL PATOGENO, GLI OPERATORI ISOLANO LE PERSONE MALATE, MONITORANO I LORO CONTATTI E IMPONGONO RIGIDE MISURE DI SICUREZZA NEI FUNERALI CHE, CON LE FAMIGLIE CHE SI STRINGONO AL CAPEZZALE DEL MALATO, RAPPRESENTANO FORMIDABILI OCCASIONI DI PROPAGAZIONE. MA AL MOMENTO NON BASTA.
«OLTRE L’80% dei nuovi casi viene individuato al di fuori delle liste di contatti note, a dimostrazione del fatto che alcune catene di trasmissione continuano a sfuggire al monitoraggio», ha detto il direttore generale dell’Oms Tedros Adhanom Ghebreyesus incontrando i giornalisti. «Circa due terzi dei decessi si verificano in persone che non ricevono assistenza in una struttura sanitaria». La velocità di diffusione è superiore anche a quella del focolaio di Ebola del 2018-2019, il più grave della storia del Paese. Ci sono voluti 10 mesi perché l’epidemia del 2018-19 raggiungesse i 2000 casi confermati, e stavolta ne sono bastati due.
LA RISPOSTA è complicata da fattori diversi ma collegati tra loro: la diffidenza nei confronti delle istituzioni (anche quelle sanitarie) che facilita la circolazione delle teorie del complotto e spesso degenera in aggressioni, l’assenza di cure contro il ceppo virale «Bundibugyo» e i conflitti tra le milizie che da anni contendono al governo e ai peacekeepers dell’Onu il controllo del territorio.
Gli attacchi a medici e infermieri avvengono spesso durante le sepolture affidate dal governo alla Croce Rossa Internazionale senza partecipazione pubblica, una misura che la popolazione ritiene spesso una forma di repressione ingiustificata.Diversi centri dedicati al trattamento dei casi di Ebola sono stati dati alle fiamme per protesta contro le procedure di isolamento. Gli attacchi documentati sono stati almeno 12 ma le tensioni sono quotidiane e aggravate dalla presenza di milizie ribelli nelle province colpite. Secondo l’ufficio di coordinamento degli affari umanitari dell’Onu gli operatori feriti finora sono stati 45. Anche chi non subisce direttamente le violenze deve abbandonare le strutture per ragioni di sicurezza, e questo facilita ulteriormente l’allargamento dell’emergenza.
NON TUTTE le milizie però remano a favore del virus. Nelle province del Nord e Sud Kivu, per ampi tratti controllate dal gruppo filo-ruandese AFC/M23, Ebola sembra essere stato contenuto dopo la scoperta di alcuni casi tra le città di Goma e Bukavu controllate dai ribelli, risalenti ormai a quattro settimane fa. AFC/M23 ha affidato la gestione delle operazioni all’epidemiologo Freddy Kaniki, medico congolese formato negli Usa dove ha partecipato in prima linea alla gestione della pandemia, che adesso riconosce il ruolo dei miliziani nel garantire «disciplina» e «rapidità» alle procedure di isolamento. Sotto la sua direzione, i ribelli hanno collaborato con le agenzie internazionali e beneficiato degli aiuti del governo ruandese nella gestione del piccolo focolaio locale. «L’AFC/M23 intende dimostrare la propria capacità di funzionare come uno Stato e di gestire una crisi sanitaria meglio del governo congolese», spiega alla Reuters Reagan Miviri del think tank indipendente Ebuteli. «Ma se l’epidemia dovesse diffondersi nelle zone di conflitto e i casi dovessero aumentare, la gestione della situazione potrebbe diventare molto più complessa».
A COMPLICARE il lavoro sul campo ci sono anche aspetti sindacali: gli operatori nell’area di Bunia, il capoluogo dell’Ituri e al centro della zona più colpita non ricevono lo stipendio dall’inizio di maggio. Il 15 luglio l’esasperazione è arrivata allo sciopero. La ragione del ritardo dei pagamenti è allo stesso tempo causa e effetto dell’epidemia: i flussi finanziari sono in buona parte bloccati dalla sospensione dei voli causata dal virus. Se anche i fondi arrivassero regolarmente, le risorse disponibili sono comunque più scarse che in passato, soprattutto dopo la decisione di Donald Trump di smantellare l’agenzia UsAid dedicata alla cooperazione internazionale. Gli aiuti appena stanziati dalla Casa bianca ammontano a 23 milioni di dollari, assai meno dei 342 milioni investiti per frenare l’epidemia 2018-2020.
La risposta sanitaria è stata lenta all’inizio del contagio, il momento cruciale secondo gli epidemiologi. Oltre alla difficoltà nella diagnosi di una variante virale poco conosciuta, hanno pesato le fake news. Secondo un’indagine svolta da ActionAid, ad esempio, oltre un terzo degli intervistati addebitava i primi decessi ai sortilegi commessi da un pastore locale. Come hanno raccontato gli operatori della Croce Rossa al New York Times, una parte della popolazione che attacca i sanitari pensa tuttora che l’infezione sia una bugia alimentata per accaparrare aiuti economici. Sui social prolifera però anche la teoria secondo cui sarebbero i soccorritori stessi a diffondere il virus e non mancano i consigli su rimedi artigianali e inutili.
MA ANCHE LA RISPOSTA farmacologica ufficiale è limitata. Nei centri clinici ai malati vengono somministrate al massimo terapie di supporto che puntano soprattutto ad aiutare il sistema immunitario a superare la malattia. I vaccini a disposizione contro il ceppo «Zaire» – quello che in passato ha colpito con più frequenza – risultano inefficaci. I primi test di un vaccino specifico messo a punto dall’università di Oxford sono iniziati ma, in caso di successo, ci vorranno alcuni mesi per la somministrazione su larga scala.
IN QUESTI GIORNI comunque è iniziata la somministrazione a titolo sperimentale di due farmaci antivirali, obeldesivir e remdesivir, entrambi sviluppati come terapie anti-Covid. Gli ebolavirus hanno diverse somiglianze con i coronavirus, e questo fa sperare che i due nuovi farmaci abbassino la mortalità. Il rischio che una persona malata viaggi in aereo da un’area in cui il reddito mensile medio è pari a trenta dollari è basso e questo forse spiega il motivo dello scarso interesse mediatico intorno al quindicesimo focolaio di Ebola in Congo in mezzo secolo. Se sette sono stati registrati nell’ultimo decennio, non è solo per i miglioramenti diagnostici. I contatti tra umani e le specie serbatoio sono diventati più probabili con la deforestazione provocata dalle attività minerarie, in buona parte gestite dalle milizie, legate soprattutto al rame e al cobalto decisivi per l’industria elettronica e di cui la Repubblica Democratica del Congo è tra i principali esportatori.
Oggi, i tre quarti dell’export vanno in Cina ma anche gli Usa ambiscono a una parte della torta. Una partnership con il governo congolese per lo sfruttamento delle miniere, con il prevedibile effetto di accelerare la deforestazione, era in corso di definizione. L’accordo ora è rinviato perché il virus ha bloccato i voli tra Washington e Kinshasa: è il suo modo di dirci che lo sfruttamento senza limiti non può continuare.
*(Andrea Capocci – Collabora con il quotidiano “Il Manifesto” e con la rivista “Le Scienze”.)
07 – Matteo Bortolon*; BRICIOLE DI DEROGA PER IL GOVERNO MELONI – NUOVA FINANZA PUBBLICA LA RUBRICA SETTIMANALE DI POLITICA ECONOMICA. A CURA DI AUTORI VARI
L’ITALIA STA ABBANDONANDO IL PERCORSO DI RIDUZIONE DEL DEBITO PUBBLICO PER PRIVILEGIARE CRESCITA E SOSTEGNO ALL’ECONOMIA? QUESTO IL LANCINANTE QUESITO CHE TURBA I SONNI DEI COMMENTATORI ECONOMICI DI QUESTA SETTIMANA.
A marzo scorso era comparsa la solita sfilza di articoli allarmisti che prendendo spunto dall’ultimo bollettino della Banca d’Italia agitava il problema di un debito pubblico di 52.000 euro gravanti sul capo di ogni cittadino italiano, bebè inclusi, e pregiudicando il destino delle generazioni future – chissà come mai, tale amore per i ragazzi del futuro scompare magicamente quando la minaccia futura è la guerra che i crescenti bilanci militari evocano…
Ciò che turba i sonni dei nostri soloni dell’austerità è che il 18 maggio scorso il governo italiano ha chiesto alla Commissione l’attivazione della clausola nazionale di salvaguardia. Si tratta di una deroga al Patto di Stabilità e di Crescita (Psc).
Riassumiamo lo stato dell’arte: il Psc era stato sospeso con la crisi del Covid nel 2020, e reintrodotto con alcune modifiche alcuni anni dopo. Le modifiche non sono un rovesciamento completo: in precedenza si faceva riferimento al saldo fra entrate e uscite (il famoso deficit del 3%). Nella nuova versione si guarda di più ad una grandezza chiamata spesa primaria netta; netta nel senso che esclude oltre al costo del debito pubblico (interessi) le ricadute di crisi più generali che non dipendono dalla volontà del governo in carica.
Nel 2024 appena il Psc torna in vigore scatta la procedura di infrazione, avendo l’Italia un deficit nel 2023 di oltre il 7%, quindi il governo deve scrivere un documento in cui dice come farà a rientrare nei parametri. Abbandonando la logica precedente la Commissione richiede un percorso pluriennale specificamente tarato sul paese interessato, che deve venire approvato. Il Piano strutturale di bilancio di medio termine 2025-2029 ha ricevuto luce verde dalle autorità Ue a dicembre 2024.
L’impegno di austerità dà i suoi frutti: nel 2024 e 2025 torniamo a un saldo positivo fra entrate e spese, anche se molto ridotto (+9 miliardi di euro nel ‘24 e +18 nel ‘25); la spesa per interessi invece tira giù il deficit a -70 miliardi per entrambi gli anni. Negli anni precedenti il deficit era di -162 miliardi (2022) e – 160.
Austerità ma non per le armi: nel marzo 2025 si è stabilito che tutti gli Stati membri possono aumentare la spesa per la difesa fino all’1,5% del Pil all’anno per quattro anni, fino al 2028, senza sanzioni.
È questa deroga che Meloni ha chiesto di attivare lo scorso maggio, chiedendone l’applicazione per il settore energia, che il governo sostiene essere una questione strategica.
LA COMMISSIONE HA RISPOSTO DAPPRIMA PRUDENTEMENTE, POI HA AVALLATO LO RICHIESTA.
Si parla di somme veramente ridotte: rispetto all’1,5% si utilizzerebbe lo 0,3% del pil all’anno per un periodo limitato (2026-2028) con un tetto complessivo intorno allo 0,6%. Per l’Italia significa circa 13-14 miliardi di euro complessivi. Non si tratta quindi di bloccare o invertire la logica di rientro del debito a botte di avanzi primari, ma solo di un rallentamento di tale processo. «Rientro» significa, assurdamente, riduzione progressiva e crescente verso il… 60% debito/pil. Considerando che l’Italia è al 134% l’obiettivo assume una consistenza mitica.
Martedì scorso nel corso di un incontro tra Giorgia Meloni e i vertici della maggioranza è stato annunciato che tale spazio fiscale sarà incorporato nella prossima programmazione finanziaria.
Per quanto ridotta nelle cifre la richiesta manifesta il crescere delle conseguenze della guerra all’Iran: l’energia con il riacutizzarsi delle tensioni è un importante fattore di inflazione, che secondo diversi studi potrebbe arrivare nuovamente alla doppia cifra. Non è certo un caso la frettolosa visita di Lagarde negli Usa per incontrare il nuovo governatore della Fed e il segretario al Tesoro.
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