
01 – Il monologo di Paola Cortellesi per il 2 giugno: “Promesse fatte a donne coraggiose non mantenute”
02 – Francesca Luci*: Stragi di soldati e civili e fosforo sui villaggi: in Libano tutto è nel mirino
03 – 2 giugno 1946 – Tutto quello che ieri sera, in Piazza del Quirinale, davanti al Presidente Mattarella ed alla Premier Giorgia Meloni c’era da dire sugli 80 anni di vita della nostra Repubblica lo ha detto la straordinaria regista e attrice Paola Cortellesi non a caso pluripremiata per il suo capolavoro “C’è ancora domani” che proprio il tema del 2 giugno e della lotta per l’emancipazione femminile tocca. Discorso lungo ma credetemi val la pena di leggerlo tutto d’un fiato.
04 – Teresa Barone*: Pensioni estere e vitalizi: il Fisco chiarisce dove si pagano le tasse.
05 – Beda Romano*: UE – 5 Paesi (tra cui l’Italia) chiedono più protezione sui beni dalla Cina. Francia, Spagna, Lituania e Olanda, col governo di Roma, invocano il contrasto di coercizione economica e protezionismo
06 – Alfiero Grandi*: STRISCIAROSSA.IT – I danni del governo Meloni sono profondi, la società civile affianchi e stimoli l’opposizione, porti idee e proposte per l’alternativa politica. MA QUALE NUCLEARE, BOCCIATO GIÀ DA DUE REFERENDUM.
07 – Davide Malacaria *: Negoziati Russia-Ucraina del 2022: confermato il sabotaggio NATO. Ai negoziati di Istanbul dell’aprile 2022 Russia e Ucraina avevano concordato la pace, poi la Nato spinse Kiev a proseguire la guerra.
08 – Giacomo Salvini *; A Giorgia tutto è permesso ma per gli italiani solo lacrime e sangue! Non ci preoccupano solo i costi aumentati incautamente ed opportunisticamente dall’entourage di governo, quanto piuttosto il fatto che gli aumenti non abbiano sortito alcun miglioramento nella vita dei cittadini! Fatti! Non parole!..
09 – Accertamento INPS della disabilità: dal 1° giugno doppio binario per gli over 70.
PATOLOGIE CRONICHE E PROGRESSIVA RIDUZIONE ATTIVITÀ FISIOLOGICHE CON VECCHIA PROCEDURA, PER GLI ALTRI OVER 70 NUOVO ITER DI ACCERTAMENTO DISABILITÀ.
10 – Colombia al bivio: la destra di De La Espriella avanti di misura, Cepeda contesta il risultato e rinvia il verdetto al ballottaggio – La sfida decisiva sarà il 21 giugno e si annuncia come un referendum di fatto sulle politiche del presidente di sinistra Gustavo Petro. (Redazione Pagine Esteri) *
11 – Alfiero Grandi “Il ritorno al nucleare è come una vendetta sul No al referendum”
01 – IL MONOLOGO DI PAOLA CORTELLESI PER IL 2 GIUGNO: “PROMESSE FATTE A DONNE CORAGGIOSE NON MANTENUTE”
L’INTERVENTO INTEGRALE DELLA REGISTA DI “C’È ANCORA DOMANI” IN PIAZZA DEL QUIRINALE PER GLI OTTANT’ANNI DELLA REPUBBLICA (4 minuti di lettura)
Ecco il testo del monologo con cui Paola Cortellesi, attrice e regista del capolavoro “C’è ancora domani”, ha commosso i presenti alla festa per gli ottant’anni della Repubblica in piazza del Quirinale e gli spettatori di RaiUno in tv:
OTTANT’ANNI FA NASCEVA LA REPUBBLICA ITALIANA.
Nacque dalla lotta partigiana degli uomini e delle donne della resistenza. Nacque da una scheda piegata in una cabina elettorale, da un gesto semplice e insieme rivoluzionario; dal voto di un popolo che usciva stremato dalla guerra, dalla dittatura, dalla fame e dal lutto. E nacque, per la prima volta, anche dal voto delle donne.
Dopo aver potuto esprimere la loro preferenza nelle elezioni amministrative di marzo, il 2 e 3 giugno del 1946 le italiane entrarono nei seggi per partecipare a pieno titolo alla scelta tra Monarchia e Repubblica e all’elezione dell’Assemblea Costituente. Finalmente, almeno li dentro, la loro voce aveva lo stesso peso di quella di chiunque altro.
Prima di quel momento, la maggior parte delle donne italiane era cresciuta dentro un’idea precisa di subordinazione e obbedienza. Sotto il regime fascista le donne non erano soltanto escluse dalla vita pubblica ma furono progressivamente ricondotte, anche per legge, a un unico ruolo considerato “naturale”: moglie, madre, custode del focolare.
La propaganda fascista celebrava la maternità come missione patriottica: dare figli alla nazione. Ma dietro quella retorica c’era un progetto preciso di limitazione dell’autonomia femminile.
Alle donne fu proibito di dirigere scuole medie e superiori di Insegnare materie considerate di alto profilo come filosofia e storia nei licei. l’istruzione di bambine e ragazze fu orientata verso “lavori donneschi” ovvero, mansioni domestiche.
Gli studi superiori e le professioni intellettuali venivano altamente sconsigliati, E nel caso in cui una studentessa avesse avuto l’arroganza di proseguire gli studi avrebbe comunque trovato tasse universitarie raddoppiate rispetto a quelle degli studenti.
Accanto alle norme, anche gli scritti ideologici del tempo teorizzavano la subordinazione femminile. In questi passaggi del volume “Politica della famiglia” del 1938, scritto dall’economista fascista Ferdinando Loffredo, affiora, a voler pensar male, un certo pregiudizio misogino, seppur velatamente accennato tra le righe:
«La indiscutibile minor intelligenza della donna ha impedito di comprendere che la maggiore soddisfazione può essere da essa provata solo nella famiglia»
Francesco Bei *: CORTELLESI E LE PARTIGIANE, LA MEMORIA CHE COMMUOVE LA PIAZZA DELLA REPUBBLICA
Detto ciò, con tali presupposti era facile che molte di loro si percepissero come delle nullità. Non potevano scegliere liberamente del proprio futuro, spesso non osavano nemmeno immaginarlo.
Eppure, in questo oscuro scenario di disuguaglianza ci furono ragazze giovanissime che decisero di ribellarsi; in un momento storico in cui dissentire non consisteva nel pubblicare una storia su Instagram ma voleva dire mettere a rischio la propria vita.
Adottarono un nome di battaglia come misura di sicurezza per sé e per i compagni e si unirono alle circa 300mila persone impegnate nella resistenza contro il nazifascismo.
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ERESA VERGALLI – nome di battaglia Annuska – staffetta, a 16 anni andava in bicicletta con i messaggi nascosti nelle trecce, e una piccola rivoltella nel reggipetto, per uccidersi qualora fosse caduta nelle mani dei nazisti. Non ne ebbe bisogno e dopo la guerra, girò per le campagne con il fac-simile della scheda elettorale per mostrare alle braccianti come apporre il proprio voto su questo misterioso ma importantissimo documento.
TINA ANSELMI aveva 17 anni quando fu costretta ad assistere all’impiccagione di 31 prigionieri in piazza. Decise di unirsi alla Resistenza. Dedicò poi tutta la sua vita alla tutela dei diritti civili e sociali delle donne.
IRMA BANDIERA venne catturata da una squadra fascista e seviziata in ogni modo possibile per giorni affinché rivelasse informazioni sui propri compagni. Non lo fece. Venne accecata, uccisa da una raffica di mitra e il suo corpo fu esposto pubblicamente, perché tutti vedessero qual’ era la fine che toccava ai nemici del regime. Aveva 29 anni.
Molte di quelle ragazze erano adolescenti. Non avevano ancora il diritto di voto, ma stavano già scegliendo il futuro dell’Italia. E quella scelta aveva un prezzo reale: il carcere, la tortura, la morte.
Alcune partigiane, finita la guerra, entrarono persino nell’Assemblea Costituente.
NILDE IOTTI, che aveva partecipato alla Resistenza nei Gruppi di Difesa della Donna, divenne una delle ventuno donne costituenti, e anni dopo, la prima Presidente della Camera.
TERESA MATTEI, partigiana a vent’anni, contribuì alla scrittura dell’articolo 3 della Costituzione, quello che sancisce l’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge.
Ma accanto a queste figure straordinarie c’era la moltitudine silenziosa delle donne comuni. Quelle piegate dal lavoro fin dall’infanzia, indottrinate alla sottomissione; destinate, nei casi migliori, a una vita di obbedienza e nei peggiori a subire ogni sopruso, che avevano allevato i figli nella fame e sotto i bombardamenti, lavorato nei campi, fatto code interminabili per un pezzo di pane, e poi contribuito a ricostruire un paese devastato dalla guerra. Insomma, quelle che non sarebbero finite nei libri di storia e che raramente sono state ringraziate.
Proviamo a immaginare cosa abbia significato per quei milioni di donne essere finalmente considerate cittadine: non più soltanto madri o mogli ma persone titolari di una volontà politica e di diritti.
Essere convocate, attraverso il voto, a partecipare alle decisioni che riguardavano il futuro collettivo: si saranno percepite come una goccia nel mare o come parte attiva di qualcosa di più grande? Con quale emozione avranno vissuto quel momento?
La giornalista ANNA GAROFALO raccontò così quei giorni:
«Le schede che ci arrivano a casa e ci invitano a compiere il nostro dovere hanno un’autorità silenziosa e perentoria. Le rigiriamo tra le mani e ci sembrano più preziose della tessera del pane…»
«Abbiamo tutti nel petto un vuoto da giorni d’esame, ripassiamo mentalmente la lezione: quel simbolo, quel segno, una crocetta accanto a quel nome. Stringiamo le schede come biglietti d’amore. Le conversazioni che nascono tra uomini e donne hanno un tono diverso, da pari…»
Da pari.
Con quel gesto nasceva la promessa di una Repubblica fondata sulla dignità e sull’uguaglianza. La promessa di un paese in cui si potesse parlare liberamente, dissentire, scegliere chi governa, partecipare alla vita pubblica senza paura.
Una Nazione in cui le donne potessero finalmente studiare, lavorare, votare, candidarsi, amministrare i propri beni, costruire il proprio destino fuori dall’obbedienza imposta. L’effettiva parità salariale – la libertà di camminare sole la sera o di separarsi da un compagno violento senza temere per la propria incolumità…
Ecco, queste ultime promesse non sono state ancora mantenute. Dobbiamo lavorarci. Dico “dobbiamo” perché se è vero che la sovranità appartiene al popolo allora ogni cittadino può e deve partecipare.
Molto è cambiato da allora. Ma la storia recente ci mostra con brutale chiarezza quanto velocemente il mondo possa cambiare e quel diritto conquistato ottant’anni fa continua a ricordarci che la democrazia non è qualcosa di scontato, e che ogni libertà esiste perché qualcuno ha avuto il coraggio di pretenderla.
Oggi festeggiare gli ottant’anni della Repubblica serve a tenere bene a mente quanto sia prezioso vivere in democrazia; che nessun tiranno decida per noi. Serve a ricordare da dove veniamo, a onorare il coraggio di uomini e donne che hanno combattuto per la nostra libertà e a impegnarci, ogni giorno, a meritarla.
IRMA BANDIERA prima di essere fucilata a 29 anni, fece in tempo a scrivere una lettera indirizzata a sua madre:
“Ditele che sono caduta perché quelli che verranno dopo di me possano vivere liberi come l’ho tanto voluto io stessa.”
QUELLI “DOPO DI LEI”, SIAMO NOI.
*(Paola Cortellesi, è un’attrice, sceneggiatrice e regista italiana. Attiva nel panorama televisivo e teatrale dagli anni novanta e in quello cinematografico dai primi anni 2000, parallelamente a una brillante carriera come comica, si è affermata come attrice e ha infine esordito anche come regista)
*(Francesco Bei. Giornalista, ha lavorato per periodici, tv, radio, quotidiani e agenzie di stampa tra cui Radio radicale)
02 – Francesca Luci*: STRAGI DI SOLDATI E CIVILI E FOSFORO SUI VILLAGGI: IN LIBANO TUTTO È NEL MIRINO
ORIZZONTE DI FUOCO CADE LA MASCHERA DELLA «TREGUA A ZONE»: ISRAELE SPARA SULL’ESERCITO. PROVE DELL’USO DI ARMI CHIMICHE SU AREE DENSAMENTE POPOLATE. NEL GOLFO NUOVO SCAMBIO A FUOCO TRA USA E IRAN, IL NEGOZIATO È CONGELATO
Si incrocia l’inasprimento delle tensioni drammatiche lungo due fronti critici: Libano meridionale e Golfo Persico. Gli Stati uniti non riescono a controllare il loro alleato israeliano che continua a soffocare qualsiasi speranza di pace nella regione. Mentre il governo libanese cerca di mantenere aperti i canali diplomatici con Washington, un attacco israeliano ha ucciso tre militari dell’esercito regolare, tra cui un generale di brigata e un capitano. Oltre ai tre ufficiali uccisi sulla strada Khardali-Nabatieh, il bilancio complessivo dei raid israeliani nella zona è di almeno dieci vittime.
IL PRESIDENTE LIBANESE Joseph Aoun ha condannato l’accaduto, definendolo una «flagrante violazione della sovranità nazionale» e delle norme internazionali, proprio mentre il paese è impegnato in delicati negoziati negli Stati uniti. Sembra che il presidente libanese si sia appena accorto che da settimane un terzo del paese è sotto occupazione militare israeliana e che la sovranità nazionale è da tempo violata.
Un «crimine deliberato»: Hezbollah ha definito così l’attacco israeliano, accusando le autorità statali libanesi di eccessiva debolezza e di aver fatto «concessioni gratuite» ai tavoli diplomatici di Washington. Il leader di Hezbollah, Naim Qassem, aveva già bocciato la proposta di accordo mediata tra Israele e il governo libanese. Hezbollah era rimasto escluso dai negoziati e considera l’intesa una semplice ratifica degli equilibri militari esistenti, dato che non contempla il ritiro delle forze israeliane dal territorio libanese.
La risposta israeliana non si discosta dal copione abituale: il veicolo operava in una «zona di combattimento attiva» e sarebbe stato scambiato per una minaccia. È stata aperta un0indagine e il resto si perderà nella nebbia di una assurda guerra.
Intanto, secondo le analisi di esperti, ong e video verificati dal New York Times, l’esercito israeliano sta utilizzando munizioni al fosforo bianco in diverse aree popolate del sud del Libano. Le tracce del materiale sono state osservate in città e villaggi come Nabatieh, Tiro, Qlayaa, Khiam e Yohmor. L’esercito israeliano non ha commentato i casi specifici citati. Il fosforo bianco si incendia a contatto con l’aria e può provocare ustioni gravissime, incendi e danni respiratori.
ORGANIZZAZIONI per i diritti umani e ricercatori segnalano che l’uso di queste munizioni in contesti urbani può causare incendi diffusi, danni ambientali e gravi rischi per la popolazione civile, oltre a effetti a lungo termine su suolo e vegetazione. Israele ha già fatto ricorso al fosforo bianco in conflitti precedenti, incluso Libano e Gaza, e il tema resta oggetto di controversia internazionale.
Da parte sua Teheran considera il rispetto del cessate il fuoco tra Israele e Hezbollah come una delle condizioni per un eventuale accordo di pace con Washington. Malgrado le pressioni di Trump, Israele ha ribadito che le proprie forze non si ritireranno dal Libano né sospenderanno le operazioni militari, nonostante le crescenti tensioni con gli Usa.
Tra Stati uniti e Iran continua una specie di cessate il fuoco che Trump ha definito «sparare in modo più moderato». Probabilmente il presidente americano descriveva grezzamente la tattica militare che il comando statunitense sta applicando nel Golfo Persico. Gli americani ieri hanno colpito postazioni radar iraniane nello Stretto di Hormuz dopo l’abbattimento di quattro droni lanciati da Teheran contro il traffico marittimo regionale.
L’IRAN HA RIVENDICATO attacchi missilistici contro basi Usa in Kuwait e Bahrein; Washington sostiene di aver intercettato la maggior parte dei vettori. Le parti sembrano impegnate in un continuo scambio di colpi, come se fossero ai comandi dei joystick di un videogioco, con attacchi calibrati per mantenere la pressione sull’avversario senza oltrepassare determinate soglie di escalation.
Il ministero degli esteri iraniano ha affermato che l’azione statunitense ha violato il cessate il fuoco dell’8 aprile, aggiungendo che ripetute violazioni di questo tipo dimostrano che Washington non ha alcuna intenzione di ridurre le tensioni. Ha inoltre avvertito che gli Stati uniti si assumeranno la responsabilità delle conseguenze delle loro «azioni illegali» e di qualsiasi ulteriore escalation.
Mentre continuano gli scontri periodici sul campo, un accordo sembra irraggiungibile. L’Iran continua di fatto a bloccare Hormuz e gli americani impongono il blocco navale su tutti i porti iraniani.
I media statali iraniani hanno inoltre riferito che il ministro dell’interno pakistano, Mohsin Naqvi, si trovava ieri a Teheran nell’ambito degli sforzi di mediazione. Secondo una fonte pakistana, Naqvi avrebbe consegnato un messaggio di Islamabad alla Guida suprema iraniana, Mojtaba Khamenei.
*(Francesca Luci, giornalista, si occupa principalmente di geopolitica e Medio Oriente. Profonda conoscitrice dell’Iran,)
03 – 2 giugno 1946 – TUTTO QUELLO CHE IERI SERA, IN PIAZZA DEL QUIRINALE, DAVANTI AL PRESIDENTE MATTARELLA ED ALLA PREMIER GIORGIA MELONI C’ERA DA DIRE SUGLI 80 ANNI DI VITA DELLA NOSTRA REPUBBLICA LO HA DETTO LA STRAORDINARIA REGISTA E ATTRICE PAOLA CORTELLESI NON A CASO PLURIPREMIATA PER IL SUO CAPOLAVORO “C’È ANCORA DOMANI” CHE PROPRIO IL TEMA DEL 2 GIUGNO E DELLA LOTTA PER L’EMANCIPAZIONE FEMMINILE TOCCA. DISCORSO LUNGO MA CREDETEMI VAL LA PENA DI LEGGERLO TUTTO D’UN FIATO.
“OTTANT’ANNI FA NASCEVA LA REPUBBLICA ITALIANA.
Nacque dalla lotta partigiana degli uomini e delle donne della resistenza, Nacque da una scheda piegata in una cabina elettorale, un gesto semplice e insieme rivoluzionario. Dal voto di un popolo che usciva stremato dalla guerra, dalla dittatura, dalla fame e dal lutto.
E nacque, per la prima volta, anche dal voto delle donne.
Dopo aver potuto esprimere la loro preferenza nelle elezioni amministrative di marzo, il 2 e il 3 giugno del 1946 le italiane entrarono nei seggi per partecipare a pieno titolo alla scelta tra monarchia e repubblica e all’elezione dell’assemblea costituente. Finalmente, almeno lì dentro, la loro voce aveva lo stesso peso di quella di chiunque altro.
Prima di quel momento la maggior parte delle donne italiane era cresciuta dentro un’idea precisa di subordinazione e obbedienza. Sotto il regime fascista le donne non erano soltanto escluse dalla vita pubblica ma furono progressivamente ricondotte anche per legge a un unico ruolo considerato naturale: moglie, madre, custode del focolare.
La propaganda fascista celebrava la maternità come missione patriottica: dare figli alla nazione. Ma dietro quella retorica c’era un progetto di limitazione dell’autonomia femminile. Alle donne fu proibito di dirigere scuole medie e superiori, di insegnare materie considerate di alto profilo, come filosofia e storia nei licei.
L’istruzione di bambini e ragazze fu orientata verso lavori donneschi, ovvero mansioni domestiche. Gli studi superiori e le professioni intellettuali venivano altamente sconsigliati. E nel caso in cui una studentessa avesse avuto l’arroganza di proseguire gli studi, avrebbe comunque trovato tasse universitarie raddoppiate rispetto a quelle degli studenti.
Accanto alle norme, anche gli scritti ideologici del tempo teorizzavano la subordinazione femminile.
In questi passaggi del volume “Politica della famiglia” del 1938, scritto dall’economista fascista Ferdinando Loffredo, affiora, a voler pensar male, un certo pregiudizio misogino, seppur velatamente accennato tra le righe: “La indiscutibile minor intelligenza della donna ha impedito di comprendere che la maggiore soddisfazione può essere da essa provata solo nella famiglia.
Il lavoro femminile crea nel contempo due danni: la mascolinizzazione della donna e l’aumento della disoccupazione maschile”.
In sintesi è: vengono a rubarci il lavoro. Questo concetto, devo dire, va ancora fortissimo. È un jolly da giocarsi a seconda delle categorie. Allora erano le donne. Eppure, in questo oscuro scenario di disuguaglianza, ci furono ragazze giovanissime che decisero di ribellarsi. In un momento storico in cui dissentire non consisteva nel pubblicare una storia su Instagram, ma voleva dire mettere a rischio la propria vita.
Adottarono un nome di battaglia, come misura di sicurezza per sé e per i compagni, e si unirono alle circa 300.000 persone impegnate nella resistenza contro il nazifascismo.
TERESA VERGALLI, nome di battaglia Annuska, staffetta, a 16 anni andava in bicicletta con i messaggi nascosti nelle trecce e una piccola rivoltella nel reggipetto per uccidersi qualora fosse caduta nelle mani dei nazisti. Non ne ebbe bisogno e dopo la guerra girò per le campagne con il facsimile della scheda elettorale per mostrare alle braccianti come apporre il proprio voto su questo misterioso ma importantissimo documento.
TINA ANSELMI aveva 17 anni quando fu costretta ad assistere all’impiccagione di 31 prigionieri in piazza. Decise di unirsi alla resistenza. Dedicò poi tutta la sua vita alla tutela dei diritti civili e sociali delle donne.
IRMA BANDIERA venne catturata da una squadra fascista e seviziata in ogni modo possibile per giorni affinché rivelasse informazioni sui propri compagni. Non lo fece. Venne accecata e uccisa da una raffica di mitra e il suo corpo fu esposto pubblicamente perché tutti vedessero qual era la fine che toccava ai nemici del regime. Aveva 29 anni.
Molte di quelle ragazze erano adolescenti. Molte di quelle ragazze erano adolescenti, non avevano ancora il diritto di lavoro, ma stavano già scegliendo il futuro dell’Italia. E quella scelta aveva un prezzo reale. Il carcere, la tortura, la morte.
Alcune partigiane, finita la guerra, entrarono persino nell’assemblea costituente. NILDE IOTTI, che aveva partecipato alla resistenza nei gruppi di difesa della donna, divenne una delle 21 donne costituenti e anni dopo la prima presidente della Camera. TERESA MATTEI, partigiana a 20 anni, contribuì alla scrittura dell’articolo 3 della Costituzione, quello che sancisce l’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge.
Ma accanto a queste figure straordinarie c’era la moltitudine silenziosa delle donne comuni, quelle piegate dal lavoro fin dall’infanzia, indottrinate alla sottomissione, destinate nei casi migliori a una vita di obbedienza e nei peggiori a subire ogni sopruso, che avevano allevato i figli nella fame, sotto i bombardamenti, lavorato nei campi, fatto code interminabili per un pezzo di pane e poi contribuito a ricostruire un paese devastato dalla guerra.
Insomma: quelle che non sarebbero finite nei libri di storia e che raramente sono state ringraziate. Proviamo a immaginare cosa abbia significato per quei milioni di donne essere finalmente considerate cittadine, non più soltanto madri o mogli, ma persone. Titolari di una volontà politica e di diritti, essere convocate attraverso il voto a partecipare alle decisioni che riguardavano il futuro collettivo.
Si saranno percepite come gocce nel mare o come parte attiva di qualcosa di più grande? Con quale emozione avranno vissuto quel momento? La giornalista Anna Garofalo raccontò così quei giorni: “Le schede che ci arrivano a casa e ci invitano a compiere il nostro dovere hanno un’autorità silenziosa e perentoria. Le rigiriamo tra le mani e ci sembrano più preziose della tessera del pane.
Abbiamo tutti nel petto un vuoto da giorni d’esame. Ripassiamo mentalmente la lezione, quel simbolo, quel segno, una crocetta accanto a quel nome. Stringiamo le schede come biglietti d’amore. Le conversazioni che nascono tra uomini e donne hanno un tono diverso, da pari”.
DA PARI. Con quel gesto nasceva la promessa di una repubblica fondata sulla dignità e sull’uguaglianza. La promessa di un paese in cui si potesse parlare liberamente, di sentire scegliere chi governa, partecipare alla vita pubblica senza paura. Una nazione in cui le donne potessero finalmente studiare, lavorare, votare, candidarsi, amministrare i propri beni, costruire il proprio destino fuori dall’obbedienza imposta.
L’effettiva parità salariale, la libertà di camminare sole la sera o di separarsi da un compagno violento senza temere per la propria incolumità. Ecco, queste ultime promesse non sono state ancora mantenute. Dobbiamo lavorarci.
Dico “DOBBIAMO” perché se è vero che la sovranità appartiene al popolo, allora ogni cittadino può e deve fare la sua parte. Molto è cambiato da allora. Ma la storia recente ci mostra con brutale chiarezza quanto velocemente il mondo possa cambiare. E quel diritto conquistato 80 anni fa continua a ricordarci che la democrazia non è qualcosa di scontato e che ogni libertà esiste perché qualcuno ha avuto il coraggio di pretenderla.
Oggi, festeggiare gli 80 anni della Repubblica Serve a tenere bene a mente quanto sia prezioso vivere in democrazia, che nessun tiranno decida per noi. Serve a ricordare da dove veniamo, a onorare il coraggio di uomini e donne che hanno combattuto per la nostra libertà e a impegnarci ogni giorno a meritarla.
IRMA BANDIERA, prima di essere fucilata a 29 anni, fece in tempo a scrivere una lettera indirizzata a sua madre: ‘Ditele che sono caduta perché quelli che verranno dopo di me possano vivere liberi come l’ho tanto voluto io stessa’ Quelli dopo di lei siamo noi”.
Purtroppo Giorgia applaudire solo alla parata. Avresti fatto bene ad applaudire a Paola. Applaudire forte.
*(NdR)
04 – Teresa Barone*: PENSIONI ESTERE E VITALIZI: IL FISCO CHIARISCE DOVE SI PAGANO LE TASSE.
PENSIONI E VITALIZI DEI RESIDENTI ALL’ESTERO: IL FISCO CHIARISCE DOVE SI PAGANO LE IMPOSTE TRA ITALIA, LUSSEMBURGO, FRANCIA E TUNISIA.
Tre nuovi interpelli dell’Agenzia delle Entrate intervengono sulla tassazione di pensioni estere, pensioni italiane pagate a residenti all’estero e vitalizi, chiarendo quando il reddito va assoggettato a imposta in Italia, quando spetta allo Stato estero e quando la doppia imposizione viene corretta con il credito d’imposta. I casi esaminati riguardano una pensione ENPAM pagata a una contribuente residente in Lussemburgo, un trattamento francese percepito da un soggetto che trasferisce la residenza in Italia e un assegno vitalizio erogato a un ex consigliere regionale residente in Tunisia.
Indice
TASSE SULLE PENSIONI ESTERE O PER RESIDENTI ALL’ESTERO
PENSIONE INPS CON LIBERA PROFESSIONE: DUE TASSAZIONI
PENSIONE ESTERA CON CREDITO D’IMPOSTA IN ITALIA
VITALIZIO ALL’ESTERO SENZA IMPOSTA ITALIANA
TASSE SULLE PENSIONI ESTERE O PER RESIDENTI ALL’ESTERO
Pensionati INPS all’estero: accertamenti 202619 Marzo 2026Le risposte n. 112, 113 e 114 del 2026 confermano che la tassazione delle pensioni estere dipende dalla natura del reddito, dallo Stato di residenza fiscale del percettore e dalla Convenzione contro le doppie imposizioni applicabile. La stessa pensione può essere trattata in modo diverso se deriva da libera professione, lavoro pubblico, sicurezza sociale o cariche elettive. Il criterio di base è la qualificazione giuridica del reddito. Occorre verificare quale attività ha generato il trattamento e quale norma convenzionale regola quella fattispecie.
PENSIONE INPS CON LIBERA PROFESSIONE: DUE TASSAZIONI
Con la risposta n. 112/2026, l’Agenzia delle Entrate esamina il caso di una contribuente residente in Lussemburgo che percepisce una pensione ENPAM erogata dall’INPS, maturata attraverso attività svolte in Italia sia come libera professionista sia come medico specialista ambulatoriale presso una ASL.
Secondo il Fisco, la quota collegata alla libera professione medica e all’iscrizione all’Albo non deriva da un cessato impiego. Per questa parte trova applicazione l’articolo 22 della Convenzione tra Italia e Lussemburgo, con tassazione esclusiva nello Stato di residenza, quindi in Lussemburgo. Diverso il trattamento della quota riferita all’attività ambulatoriale prestata presso la ASL. In questo caso il reddito viene ricondotto alle pensioni pubbliche disciplinate dall’articolo 19 della Convenzione e resta imponibile in Italia, come Stato della fonte.
PENSIONE ESTERA CON CREDITO D’IMPOSTA IN ITALIA
La risposta n. 113/2026 riguarda un contribuente che intende trasferire la residenza fiscale in Italia e percepisce una pensione dalla CNIEG, maturata per il precedente lavoro presso EDF, società francese del settore elettrico poi interamente controllata dallo Stato. L’Agenzia esclude che la natura pubblica assunta da EDF determini automaticamente la tassazione esclusiva in Francia. Il trattamento rientra tra le prestazioni di sicurezza sociale già qualificate dall’accordo amichevole Italia-Francia del 20 dicembre 2000 e ricade nell’articolo 18, paragrafo 2, della Convenzione bilaterale.
La conseguenza è una tassazione concorrente tra Francia e Italia. La Francia applica il prelievo come Stato della fonte, mentre l’Italia tassa il reddito in base alla residenza del contribuente. La doppia imposizione viene corretta attraverso il credito d’imposta sui redditi prodotti all’estero previsto dall’articolo 165 del TUIR.
VITALIZIO ALL’ESTERO SENZA IMPOSTA ITALIANA
Pensionati INPS all’estero: stretta per il rientro3 Marzo 2026La risposta n. 114/2026 affronta il caso di un ex consigliere regionale residente fiscalmente in Tunisia e titolare di un assegno vitalizio erogato da una Regione italiana dopo la cessazione della carica elettiva. Per l’Agenzia delle Entrate, il vitalizio non viene qualificato come pensione. Ai fini del TUIR rientra tra le indennità per la cessazione di cariche elettive, ma per i soggetti non residenti assume rilievo solo se il reddito è considerato prodotto nel territorio dello Stato secondo l’articolo 23 del TUIR.
Nel caso esaminato, l’assegno non rientra tra i redditi imponibili in Italia per i non residenti. L’imposta italiana quindi non è dovuta e la valutazione sulla Convenzione tra Italia e Tunisia viene assorbita dalla disciplina interna.
*(Fonte: PMI.It – Teresa Barone, Giornalista pubblicista, collabora da molti anni con PMI.it occupandosi di imprese e green economy, mondo del lavoro e nuove tecnologie applicate al business)
05 – Beda Romano*: UE – 5 PAESI (TRA CUI L’ITALIA) CHIEDONO PIÙ PROTEZIONE SUI BENI DALLA CINA. FRANCIA, SPAGNA, LITUANIA E OLANDA, COL GOVERNO DI ROMA, INVOCANO IL CONTRASTO DI COERCIZIONE ECONOMICA E PROTEZIONISMO
BRUXELLES – Cinque paesi, tra cui la Francia e l’Italia, hanno suggerito all’Unione europea di rafforzare gli strumenti di protezione del mercato unico, in un contesto nel quale si moltiplicano le forme di coercizione economica e di protezionismo commerciale. La proposta è stata firmata anche dalla Spagna, dalla Lituania e dall’Olanda, un paese quest’ultimo tradizionalmente liberista. L’iniziativa giunge mentre si discute sempre più del rischio di deindustrializzazione del continente.
«Alcuni dei principali partner commerciali dell’Unione europea stanno venendo meno al quadro multilaterale, imponendo nuove barriere commerciali o contribuendo a una sovraccapacità industriale sistemica e strutturale», si legge nel documento di sette pagine fatto circolare qui a Bruxelles nel fine settimana. «Questa situazione ha avuto un impatto diretto sull’industria europea, che ha perso un milione di posti di lavoro tra il 2019 e il 2025».
In questo contesto, spiegano i paesi firmatari, «spetta all’Unione ripristinare le condizioni di parità di trattamento, sia sul proprio mercato che nei rapporti con i propri partner, affinché gli scambi commerciali possano prosperare e la concorrenza possa svolgere appieno il proprio ruolo all’interno di un quadro giuridico sicuro». Lo sguardo corre alla Cina, che per via della sua straordinaria forza esportatrice sta contribuendo a un processo di deindustrializzazione dell’Europa.
I cinque paesi membri propongono alcune misure. La prima è di rafforzare il personale della Commissione europea incaricato di monitorare i casi di protezionismo e di concorrenza sleale. La seconda è di moltiplicare le indagini dinanzi a crisi settoriali. Misure di salvaguardie dovrebbero essere utilizzate a titolo complementare rispetto ai dazi introdotti in risposta a dumping o a sussidi. Il documento suggerisce di utilizzare misure di salvaguardie anche a titolo temporaneo e per periodi lunghi.
«Alcuni paesi terzi ricorrono a pratiche sempre più ambigue e complesse per eludere i dazi doganali dell’Unione europea», si legge nella proposta fatta circolare nel fine settimana. «Sebbene talvolta costituiscano un chiaro caso di elusione, alcune di queste pratiche non possono essere affrontate dalla Commissione europea alla luce delle norme vigenti e dell’uso che ne viene attualmente fatto».
Sul fronte normativo, i cinque governi propongono quindi «piccoli cambiamenti chirurgici», in particolare per quanto riguarda l’assemblaggio dei prodotti. La proposta mette in evidenza alcuni casi relativi ai biocarburanti americani e all’acciaio indonesiano e sostiene che le norme sul contenuto locale dovrebbero essere inasprite per impedire ai paesi di ricorrere a stabilimenti all’estero per l’assemblaggio dei prodotti al fine di eludere i dazi commerciali.
Il documento è particolarmente dettagliato e tecnico nelle sue proposte. Politicamente riflette un irrigidimento delle posizioni di molti paesi nei confronti della Cina. Sarà interessante capire la reazione tedesca che in questi anni ha sempre agito con cautela nei confronti di Pechino, tenuto conto degli stretti rapporti economici. Proprio del tema cinese dovrebbe discutere questa settimana il collegio dei commissari.
L’Unione europea registra da tempo un deficit commerciale nel settore dei beni con la Cina. Nel 2025 il disavanzo è aumentato del 2,7% annuo, attestandosi a 359,9 miliardi di euro. In termini di volume, il deficit è salito da 44,8 milioni di tonnellate nel 2024 a 58,1 milioni di tonnellate nel 2025. Nel periodo 2015-2025, il deficit commerciale della Ue nei confronti della Cina è aumentato di oltre cinque volte (5,2 volte) in volume, mentre è più che raddoppiato in valore (2,4 volte).
(Fonte: 24Ore – Beda Romano, è un giornalista e scrittore italiano)
06 – Alfiero Grandi*: STRISCIAROSSA.IT – I DANNI DEL GOVERNO MELONI SONO PROFONDI, LA SOCIETÀ CIVILE AFFIANCHI E STIMOLI L’OPPOSIZIONE, PORTI IDEE E PROPOSTE PER L’ALTERNATIVA POLITICA. MA QUALE NUCLEARE, BOCCIATO GIÀ DA DUE REFERENDUM.
Il recente voto amministrativo è meno brutto di come l’informazione l’ha presentato, (vedi Ciliberto su Strisciarossa due giorni fa) è curioso che siano altre testate, attente e meno corrive alla propaganda meloniana, a correggere le esagerazioni, inoltre c’è il ballottaggio tra non molto, il totale si farà alla fine.
Certo si può concordare con chi mette in luce la differenza abissale tra la spinta potenziale messa in evidenza dal referendum costituzionale del 22/23 marzo, al punto da suscitare qualche entusiasmo di troppo, e questo esito che non segnala lo sfondamento dell’opposizione, semmai è una guerra di posizione, con sfumature che non rientrano nei canoni consueti. Evitiamo il contrario dell’entusiasmo post referendario.
UNA RIFLESSIONE PROFONDA SULLA COSTITUZIONE
I giovani e una parte importante di quanti si erano astenuti in precedenza hanno fatto la differenza nel referendum. Le ragioni confluite nel risultato finale sono più di una ma riguardano un segnale di discontinuità che si voleva dare al paese. Anzitutto sulla Costituzione. Dovrebbe essere chiara la velleità di chi ha cercato di manometterla, contraddicendo il ruolo strategico della Costituzione, che è un insieme di principi, valori, ruoli istituzionali attentamente vagliati, scritti in modo semplice, comprensibile ai più.
Negli ultimi decenni troppo volte si è sbagliato a dare per scontato che la Costituzione al riparo da attacchi. Errore blu. La prima conseguenza ora dovrebbe essere proporre la Costituzione come materia scolastica insieme alla storia del periodo in cui fu scritta dopo la cacciata dei nazifascisti. Se è il fondamento dello stare insieme in Italia va almeno fatta conoscere, capire.
Cambiarla non è una scelta banale. Quella americana è stata modificata 27 volte con emendamenti, importanti ma la struttura di fondo dura da 250 anni. In Italia negli ultimi 40 anni ci sono stati ripetuti tentativi di autonominarsi “nipoti” costituenti, con risultati deludenti, se è vero che l’autonomia regionale differenziata scritta dal centro sinistra nel titolo V’è stata interpretata da Calderoli in modo eversivo per l’unità e la solidarietà nazionale. Il tentativo è ancora in corso, anche dopo le sentenze della Corte costituzionale.
Ci si dovrà ancora misurare con questo problema perché la Lega è ora alla canna del gas e vede nell’autonomia regionale differenziata un’offa per prendere respiro. Vedremo se Vannacci dopo avere fatto il vice di Salvini difenderà l’unità nazionale, che per ora è trattabile anche per Fratelli d’Italia. Curiosa questa nostra destra (di governo?) che non difende l’unità nazionale e che pur di restare al potere mette in difficoltà realtà importanti nel mezzogiorno dove governa o ha un peso rilevante.
IL DISASTRO AMBIENTALE
L’opposizione deve precisare cosa pensa di fare nella prossima legislatura, se avrà la maggioranza, sulla Costituzione. Alcune modifiche dei “nipoti” costituenti meriterebbero di essere cambiate, penso all’articolo 81, modificato con inutile zelo inserendo in Costituzione il pareggio di bilancio, mai attuato né da chi l’ha voluto, né da chi si è opposto allora ma ha cambiato idea quando è arrivato al governo come Giorgia Meloni, che non avendo risorse se la prende con quell’Europa che ha dato all’Italia gran parte dei 194 miliardi di euro, a fondo perduto e prestiti a lungo termine. Tuttavia il governo sta cercando, con faccia di bronzo rara, flessibilità nei conti dall’Europa, senza chiedersi se un’immissione di quattrini europei così massiccia non abbia avuto destinazioni sbagliate
Guardiamo all’ambiente, devastato e fragile, messo in secondo piano rispetto al ponte sullo stretto, insegna ormai abbandonata.
La destra al governo è stata un disastro per i risultati ma non poteva fare altro perché è arrivata al governo con poche idee forti quanto sbagliate. Ad esempio che il contrasto al cambiamento climatico era (trumpianamente) da rivedere.
C’è uno scritto illuminante di Giorgia Meloni nella prefazione al libro del sodale Procaccini, non c’è una risposta positiva nemmeno per sbaglio, solo la convinzione che è tutto sbagliato e tutto da rifare quello che hanno fatto prima. Il risultato è che dopo la campagna contro le auto elettriche ed ibride in nome della neutralità tecnologica si è arrivati comunque alla crisi delle auto endotermiche e a importare dalla Cina le auto elettriche, come era già avvenuto per i pannelli Ftv. Il mercato va guidato, indirizzato, non subito dal governo, altrimenti le imprese vanno in confusione, preda di spinte contrastanti. Un pericoloso rivoluzionario come Donat Cattin diceva più o meno così.
QUALE SVILUPPO? QUALE INDUSTRIA?
I neomercatisti dovrebbero guardare attenzione a questo presidente americano, il meno liberale di sempre, che concepisce tutto come affari e tornaconto, meglio se anche personali, ovviamente via le regole. Orsini di Confindustria è patetico nell’attacco alla burocrazia di Bruxelles, fonte di ogni nefandezza, in tandem (ora) con Meloni, dimentica che le imprese hanno lavorato per togliere le regole e ottenere il fai da te, ci sono purtroppo riuscite e hanno trovato dei “giganti al governo” come i Ministri dello sviluppo e dell’ambiente che stanno distruggendo la manifattura italiana. Chi è causa del suo mal… in realtà purtroppo questo riguarda tutti noi.
Dal disastro della destra non deriva automaticamente consenso all’opposizione tanto più che a volte sembra fin troppo articolata. Schlein è testardamente unitaria ma non basta a risolvere il problema. Per questo se la spinta del referendum, fatta di obiettivi precisi e alti come la Costituzione, di unità dello schieramento del no pur con ruoli ben distinti e un’autonomia dei soggetti che non ha danneggiato il risultato. Ciascuno ha fatto la sua parte. Insegnamento da tenere a mente anche nei prossimi appuntamenti. Giovani ed ex astenuti hanno capito e si sono recati a votare, più o meno 3 milioni hanno fatto la differenza.
PENSIAMO, DA SUBITO, ALLE PROSSIME POLITICHE, E AI PROGRAMMI
Il prossimo appuntamento saranno le elezioni politiche. Questo governo prima se ne va meglio è, tirarla in lunga favorisce Giorgia Meloni ma l’Italia ci rimette, se occorre un provvedimento tampone per garantire la fine della legislatura qualche mese prima si faccia, costerà comunque meno che continuare così.
Viste le difficoltà dell’opposizione è giunto il momento che dalla società, dalle competenze intellettuali, dall’associazionismo diffuso vengano contributi per il programma dell’alternativa. Se non è richiesto facciamolo comunque. Facciamo riposare la Costituzione, evitiamo interventi nella prossima legislatura, se non spinti dall’esigenza di risolvere la differenza tra rappresentanza e governabilità che se la destra riesce ad approvare una nuova legge elettorale può diventare un problema perché entrano in sofferenza i quorum di garanzia (elezione del Presidente della Repubblica in primis). Lasciamo perdere l’argomento della destra che altrimenti torna il Draghi di turno, se Forza Italia e la Lega non lo volevano quel governo non ci sarebbe stato, solo FdI con il 4% era fuori e nessuno si era preoccupato.
La verità è che conquistato il governo la destra non lo vuole mollare e si inventa di tutto pur di restarci.
Cambiare la Costituzione per risolvere difficoltà politiche dei partiti è uno sport che deve finire. Il fatto stesso che esista il problema conferma che la differenza tra i padri costituenti e i nipoti è un abisso.
MA QUALE NUCLEARE, BOCCIATO GIÀ DA DUE REFERENDUM
La destra sta ormai mettendo nella caldaia del suo vaporetto la mobilia pregiata. Sul nucleare vuole approvare una legge comunque, anche il tentativo di togliere poteri a regioni, enti locali, associazioni, cittadini velocizzerà più di tanto, Giorgia Meloni pensa di militarizzare l’Italia per imporre l’insediamento di 15/20 centrali “piccole”?
Dopo il referendum costituzionale sarebbe un delitto democratico decidere di buttare nella spazzatura i risultati di due referendum abrogativi che a maggioranza degli aventi diritto al voto hanno detto no. La Corte costituzionale ha chiarito che le leggi non possono reintrodurre quello che i referendum hanno abrogato. Il governo sta cercando di dimostrare l’indimostrabile: che questo nucleare da fissione è diverso da quello dei referendum. Giorgio Parisi, che se ne intende, si è già espresso. Le modifiche tecnologiche non cambiano la sostanza delle centrali nucleari da fissione. Saranno più sicure? Fatecele vedere, controllare, verificare, ecc.
IL NUCLEARE DA FUSIONE SAREBBE UN’ALTRA STORIA MA PER ORA NON È DISPONIBILE.
I CITTADINI, LE ASSOCIAZIONI, INIZINO A DISCUTERE SUBITO
Questa destra revanchista e senza idee vuole riesumare il nucleare come fece Berlusconi, come ha fatto con la magistratura. Sarà necessario un terzo referendum abrogativo? Il governo sa che nel 2027 il referendum non ci può essere perché si voterà per le politiche, ma se tutti i tentativi di fermarlo dovessero fallire sarebbe comunque necessario promuoverlo.
La Costituzione va attuata nella prossima legislatura (pace, lavoro, diritti, ecc.) visto che il referendum l’ha difesa efficacemente, ma ci sono questioni come fare funzionare la giustizia per i cittadini, l’intelligenza artificiale da controllare, regolare, sviluppare senza creare una nuova frattura sociale (come ha detto il Papa), un fisco progressivo non come oggi che premia il 5% più ricco e la progressività è diluita da imposte sostitutive piatte, investimenti fondamentali: scuola e sanità, servizi per le fasce più deboli. Insomma libertà si e uguaglianza pure, rimuovendo gli ostacoli come afferma la Costituzione.
Iniziamo come cittadini a fare circolare elaborazioni, proposte che potrebbero essere parte del programma dell’alternativa. Se non ora quando?
*(Fonte. Sostieni strisciarossa.it – Alfiero Grandi
07 – Davide Malacaria *: NEGOZIATI RUSSIA-UCRAINA DEL 2022: CONFERMATO IL SABOTAGGIO NATO. AI NEGOZIATI DI ISTANBUL DELL’APRILE 2022 RUSSIA E UCRAINA AVEVANO CONCORDATO LA PACE, POI LA NATO SPINSE KIEV A PROSEGUIRE LA GUERRA.
A quanto avvenne allora abbiano dedicato varie note, ma il nuovo libro di Richard Sakwa, The Russo-Ukrainian War: Follies of Empire” pone un sigillo irrevocabile a tale realtà denegata. Ted Snider, su The American Conservative, riporta ampi brani del volume, che riprendiamo di seguito.
Sakwa osserva che “‘sette degli otto membri della delegazione [ucraina] confermano che a Istanbul era stato raggiunto un accordo di pace dettagliato’. L’ottavo non lo confermò perché non poté: Denis Kireev fu assassinato dai servizi segreti ucraini al suo ritorno a Kiev dai colloqui in Bielorussia”. “
David Arakhamia, leader del partito Servi del Popolo di Zelensky al parlamento ucraino, era uno dei due capi della delegazione negoziale ucraina. Arakhamia ha confermato l’esistenza di una sorta di accordo, che a suo dire avrebbe firmato personalmente. Ha aggiunto che la Russia era ‘disposta a porre fine alla guerra se avessimo accettato la neutralità e ci fossimo impegnati a non aderire alla NATO’. Secondo Arakhamia i colloqui furono un successo, attribuendo loro un punteggio di ‘8 su 10’ riguardo la soddisfazione degli obiettivi prefissati”. “
Alexey Arestovych, all’epoca consigliere dell’ufficio del presidente dell’Ucraina e membro della squadra negoziale ucraina a Istanbul, afferma che i colloqui di Istanbul furono un successo […]. E li valuta in modo ancora più ottimistico di Arakhamia, affermando che l’accordo di Istanbul era pronto al 90% e che ciò che restava da definire era ‘la questione del numero di forze armate ucraine in tempo di pace’, aggiungendo che, al ritorno da Istanbul, la squadra negoziale ucraina ‘stappò lo champagne’”. “
Oleksandr Chalyi, ex viceministro degli Esteri e membro del team negoziale, afferma che le delegazioni ‘hanno redatto il cosiddetto Comunicato di Istanbul. Eravamo molto vicini, tra metà e fine aprile, a far finire la guerra con una soluzione pacifica’. Aggiunge che Putin ‘ha dimostrato un sincero impegno per trovare un compromesso realistico e raggiungere la pace’. Putin, afferma, ‘ha fatto tutto il possibile per raggiungere un’intesa con l’Ucraina’ è voleva veramente trovare una soluzione pacifica’. Chalyi afferma che i due team negoziali ‘erano riusciti a trovare un compromesso molto concreto’ e che Putin aveva ‘deciso personalmente di accettare il testo di quel comunicato’”.
Quanti hanno rivelato tale denegata realtà concordano sul fatto che a mandare in fumo l’accordo fu il premier britannico Boris Johnson, inviato a Kiev dalla Nato a tale scopo. Sawka ricorda come Ukrainska Pravda abbia “riportato che il 9 aprile 2022 Johnson si recò a Kiev per dire a Zelensky che con Putin ‘era necessario continuare a fare pressione, non negoziare’ e che, sebbene l’Ucraina fosse pronta a firmare un’intesa con la Russia, ‘l’Occidente non era altrettanto pronto’. Arakhamia ha confermato la notizia, affermando: ‘Al nostro ritorno da Istanbul, Boris Johnson giunse a Kiev e disse che non avremmo firmato assolutamente niente e che dovevamo semplicemente combattere’”. “
Meno nota del viaggio di Johnson a Kiev è la precedente telefonata, durante la quale Johnson, scrive Sakwa, disse a Zelensky che il Regno Unito ‘non si sarebbe fatto garante [dell’intesa] e lo esortò a rifiutare l’accordò. Lungi dall’essere una posizione isolata, secondo Sakwa, l’opposizione all’accordo con l’Ucraina ‘era stata decisa dai leader occidentali (Johnson, Biden, Scholz, Macron e il primo ministro italiano Mario Draghi) in una telefonata collettiva [tenuta] il 29 marzo, il giorno dei colloqui di Istanbul’”. “
L’ostacolo posto dall’Occidente a una soluzione negoziata è stato testimoniato praticamente da tutte le parti coinvolte. L’allora premier israeliano Naftali Bennett, su invito di Zelensky, mediò tra le parti. Bennett afferma che ‘c’era una buona possibilità di raggiungere un cessate il fuoco’, ma l’Occidente ‘bloccò’ [le trattative]. Secondo Bennett, ‘un cessate il fuoco era a portata di mano in quel momento, con entrambe le parti disposte a fare concessioni significative. Tuttavia, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, in particolare, interruppero il processo, optando per la continuazione della guerra’”. “
Anche l’ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder fu incaricato da Zelensky di fare da mediatore. Egli conferma la versione di Bennett: ‘Gli ucraini non accettarono la pace perché non gli era permesso. Dovevano prima chiedere il permesso agli americani per ogni cosa… Tutto veniva deciso a Washington. Questo fu fatale’”. v “La Turchia ospitò i colloqui e i funzionari turchi confermano questa versione. Il ministro degli Esteri Mevlut Cavusoglu afferma che i colloqui erano instradati verso la soluzione del conflitto, ma ‘c’erano persone all’interno degli Stati della NATO che volevano che la guerra continuasse […] per indebolire la Russia’. Il vicepresidente del partito di governo turco, Numan Kurtulmus, ha dichiarato che ‘gli Stati Uniti ritenevano che fosse di loro interesse che la prosecuzione della guerra […] Putin e Zelensky stavano per firmare, ma qualcuno non volle’”. v “Jean-Daniel Ruch, ambasciatore svizzero in Turchia durante i colloqui, stava lavorando sull’ipotesi della neutralità ucraina. Anche lui afferma: ‘L’Occidente ha interrotto i negoziati che stavano per produrre un cessate il fuoco… La tregua era a portata di mano, a dire di no sono stati gli americani e i loro alleati britannici’”. “
Persino Victoria Nuland, ex sottosegretaria di Stato americana per gli affari politici e referente per l’Ucraina nell’amministrazione Obama, ha affermato che i negoziati di Istanbul sono falliti quando delle ‘persone al di fuori dell’Ucraina’ hanno messo in discussione l’accordo”.
Da ultimo, ricorda Snider, tutto ciò è stato confermato da Yulia Mendel, al tempo addetta stampa di Zelensky, nell’intervista rilasciata a Tucker Carlson agli inizi di maggio. Senza il sabotaggio della Nato, l’Ucraina sarebbe rimasta integra e sovrana e le vittime sarebbero state contenute. Non è andata così e c’è da chiedersi se, a breve o medio termine, resterà ancora sulle cartine geografiche.
*(Fonte: InsideOver – Davide Malacaria, giornalista e blogger, ha scritto sul mensile cattolico “30giorni” e attualmente scrive sul sito di informazione “Piccole Note”)
08 – Giacomo Salvini *; A GIORGIA TUTTO È PERMESSO MA PER GLI ITALIANI SOLO LACRIME E SANGUE! NON CI PREOCCUPANO SOLO I COSTI AUMENTATI INCAUTAMENTE ED OPPORTUNISTICAMENTE DALL’ENTOURAGE DI GOVERNO, QUANTO PIUTTOSTO IL FATTO CHE GLI AUMENTI NON ABBIANO SORTITO ALCUN MIGLIORAMENTO NELLA VITA DEI CITTADINI! FATTI! NON PAROLE!
IL RENDICONTO DI PALAZZO CHIGI: NEL 2025 SPESE SU PER EVENTI, PORTABORSE E COMMISSARI
Il bilancio definitivo del 2025 firmato Meloni: variazione di 9 miliardi rispetto al previsto. I ministri chiedono più rimborsi, Il Rendiconto di Palazzo Chigi: nel 2025 spese su per eventi, portaborse e commissari
Alla fine dell’anno scorso, i collaboratori di ministri e sottosegretari potevano essere felici: nel 2025, per loro, Palazzo Chigi aveva stanziato 300mila euro in più rispetto a quanto previsto a inizio dello stesso anno. Una cifra simile per i compensi dei commissari straordinari di governo, ministri e sottosegretari che hanno viaggiato per missioni istituzionali e una piccola crescita (85mila euro) è stata attribuita anche per le loro retribuzioni. Per non parlare dei soldi stanziati in più per i consulenti e portaborse, per l’accoglienza di leader e omologhi da altri Paesi e per i vertici istituzionali sempre più “numerosi” per rispondere alla “crisi globale” del 2025. Non possono restare all’asciutto, in questo quadro, i i voli di Stato per cui è previsto un aumento di 60mila euro e i 15mila per il noleggio delle auto blu.
Dpcm ecco il bilancio ‘25
Cifre messe nero su bianco nel rendiconto finanziario della Presidenza del Consiglio approvato con decreto del presidente del Consiglio il 20 maggio scorso e firmato dalla premier Giorgia Meloni. Il dpcm con annessa relazione del segretario generale di Palazzo Chigi, che Il Fatto ha letto in anteprima, serve per certificare le spese finali del 2025 rispetto al bilancio di previsione approvato nel dicembre 2024 che invece quantificava le spese da “prevedere”.
Dalle 64 pagine di rendiconto emerge un aumento delle entrate di mezzo miliardo dovuto soprattutto ad atti legislativi che hanno portato a ingrossare il bilancio di Palazzo Chigi e una variazione di 9,4 miliardi – in linea con gli anni precedenti – delle spese tra cui 5,6 per spese correnti e 3,7 in conto capitale. In totale l’impegno di spesa finale della Presidenza del Consiglio è di 14,8 miliardi.
Più fondi per consulenti, affitto ed eventi
Tra queste, rispetto al 2024, aumenta la voce sul personale di circa 35 milioni di cui la maggior parte riguardano dirigenti e personale in prestito da altre amministrazioni, ma anche collaboratori a chiamata diretta (+400mila euro per quelli del sottosegretario al Sud Luigi Sbarra) e di strutture di missione (+6 milioni per il Pnrr e Milano-Cortina), mentre calano i fondi per i commissari straordinari e autorità di governo per la soppressione della struttura di missione sulla Zona Economica Speciale.
Aumenta anche di oltre 1 milione (arrivando a quota 115 milioni) la spesa dei “beni e servizi” di Palazzo Chigi, ovvero tutte quei fondi utilizzati per il funzionamento della Presidenza del Consiglio. Rispetto all’anno precedente, l’aumento riguarda le spese di facchinaggio e pulizia (+527mila euro), esperti e consulenti (+1,1 milioni che favoriscono i dipartimenti per l’Innovazione Tecnologica di Alessio Butti e della Disabilità di Alessandra Locatelli), eventi istituzionali (+350mila euro per i “numerosi vertici” dovuti alla “crisi globale” del 2025), strutture di missione (+80 mila euro) mentre Palazzo Chigi non è immune all’aumento dei canoni di affitto con un incremento delle spese di 289mila euro. Tagliati invece i buoni pasto, le missioni, le spese di rappresentanza e le utenze.
Casta +60 mila per i voli, 15 per auto blu e premio di Lollo
Le spese di funzionamento di Palazzo Chigi sono soprattutto sotto la voce “segretariato generale” che può contare su una variazione di 4 miliardi rispetto allo stanziamento iniziale. Tra le spese di funzionamento ci sono 84mila euro in più per le retribuzioni, 300mila per gli stipendi degli uffici di diretta collaborazione, 650mila per l’accoglienza durante gli eventi istituzionali, 60mila per i voli di Stato, 1,1 milioni per i rimborsi spese delle missioni di ministri e sottosegretari, 358mila per i commissari di governo e 350mila per l’installazione, la gestione e la manutenzione degli apparati tecnologici. Poi ci sono gli interventi mirati e una tantum che vanno dal trattamento e la gestione dei rifiuti in Campania dei commissari (+20 milioni) al premio “De Agri Cultura” (+40mila euro) fino ai 2 milioni per il Giubileo e i 6 per le cerimonie nazionali.
ESTERO I MINISTRI CHIEDONO PIÙ RIMBORSI PER LE MISSIONI
Tra i ministri senza portafogli, quasi tutti chiedono più fondi per le missioni istituzionali all’Italia e all’estero: per il titolare dei Rapporti col Parlamento Luca Ciriani sono stati stanziati 55mila euro in più rispetto al previsto, 60mila per il ministro degli Affari europei Tommaso Foti, 20mila per la ministra delle Riforme Maria Elisabetta Alberti Casellati, 27.500 per Paolo Zangrillo (Pubblica Amministrazione), 55mila per Eugenia Roccella (Famiglia e Pari Opportunità, 19mila per Alberto Barachini (Editoria) e 70mila per Nello Musumeci (Protezione civile e Mare).
*(Giacomo Salvini – Fatto Quotidiano prima come corrispondente dalla Toscana e poi come cronista.)
09 – Giorgio Bianchi *: IL COMPLOTTO MONDIALE REAZIONARIO CONTRO LA SPAGNA DI SANCHEZ E I SOCIALISTI. È un copione già visto quello che si sta abbattendo in Spagna su Sanchez e il Partito Socialista Operaio Spagnolo.( Spagna, Iran e Ucraina)
Sanchez è il capo dell’unico governo occidentale che ha tenuto testa a Trump sui dazi, sulle spese per le armi, sulla guerra in Iran, l’unico che ha agito contro l’aggressività di Netanyahu. Sanchez è il presidente dell’Internazionale Socialista ed è una figura di riferimento per la sinistra internazionale. Sanchez si oppone agli USA, non è un finto socialista, servo degli USA, come Tony Blair. Non si è potuto batterlo sul piano elettorale. Allora scatta con una scelta di tempo perfetta, l’intervento di alcuni giudici spagnoli, accompagnato dal suono della grancassa della destra fascista e neofranchista.
La storia si ripete. Ogni volta che un leader progressista prova ad opporsi allo strapotere USA, fa una brutta fine. È capitato tragicamente a Salvador Allende e a Olof Palme, Oscar Lafontaine fu pugnalato e si salvò per miracolo. Antonio Costa in Portogallo fu costretto alle dimissioni, dopo aver stravinto le elezioni, grazie a un giochino sporco della magistratura che aveva equivocato su u’ omonimia. Lula in Brasile fini addirittura in carcere per impedirgli di sconfiggere la destra di Bolsonaro. Jeremy Corbyn in GB fu fatto fuori dai seguaci di Blair con false accuse di antisemitismo. Lo stesso Craxi in Italia dovette pagare lo scotto di Sigonella.
Non importa come si governi, La Spagna ha, in questo momento l’economia che va meglio in Europa, con una crescita record del PIL, un forte aumento dell’occupazione e tante riforme sociali e ambientali straordinarie.
Però si oppone a Trump e questo ai grandi poteri occulti non piace. [30/05, 16:32] +39 340 272 3688: https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/05/30/fassina-ucraina-ue-italia-costituzione/
Una informazione interessante che può aiutare a capire le dimensioni in gioco nella guerra in Europa. I Russi hanno una riserva delle forze armate pari a 32.000.000 (trentadue milioni) di soldati. Per soldato della riserva si intende chiunque abbia fatto il servizio militare, o abbia esperienza di combattimento, e sia richiamabile in azione. In pratica più di un Russo su cinque ha avuto a che fare con l’addestramento militare o ha esperienza di combattimento. È un numero enorme! Inoltre la politica di arruolamento volontario condotta per la guerra in corso ha privilegiato un altissimo tasso di rotazione sul campo proprio con l’obbiettivo di espandere ancora la massa dei Russi con esperienza di combattimento. [30/05, 17:35] +39 348 130 4330:
Dimenticavo! Non è vero che gli operatori di droni operino al di fuori dei rischi del campo di battaglia. Al contrario sono obbiettivi ambitissimi e odiatissimi da entrambe le parti ma in particolare da parte dei Russi. La ragione è proprio la lunga collana di stragi deliberate di civili, compiute da parte ucraina con i droni, tutte passate nel silenzio in occidente, nonostante le prove fornite dai Russi in sede ONU. I Russi conducono una guerra spietata ai dronisti Ucraini e la loro vita sul campo è in realtà piuttosto breve. [30/05, 17:35] +39 348 130 4330:
Bell’articolo. Aggiungo una mia considerazione derivata dall’aver visto ore di filmati di operatori di droni ucraini, seduti comodamente in bunker sotterranei altamente tecnologico e informatizzati, intenti a puntare i loro obbiettivi. Spesso soldati, fanti, Russi, appiedati e inseguiti come animali. Ma tutt’altro che raramente anche auto di civili. Le reazioni emotive dell’operatore del drone attaccante non differivano in niente da quelle di un giocatore ai videogiochi. Anzi, semmai aumentavano di intensità. Delusione e imprecazione quando il colpo falliva, il che sembra accadere in una ampia percentuale di casi per i droni FPV. Ed entusiasmo e grida e risate di soddisfazione quando il malcapitato fante nemico, o altro obbiettivo, veniva dilaniato dall’esplosione. Gli ucraini, non so dire dei Russi, hanno anche istituito un sistema di valutazione del singolo operatore basato su un punteggio. Ogni obbiettivo ha il suo valore in punti. E questi si sommano dando diritto a benefit di varia natura che premiano il dronista. Anche i civili fanno punteggio. Così accade che se un drone in perlustrazione non trova un obbiettivo militare pagante ma, magari perché ha consumato troppa batteria, non può tornare al punto di partenza, e il dronista vede un vecchio civile Russo, col suo nipotino, lo scelga come bersaglio per non perdere i punti. L’attacco ai civili, in particolare nelle zone occupate dai Russi, è sistematico e incoraggiato. E fa’ punteggio con premi. Droni di sorveglianza ispezionando i caseggiati dalle finestre e indirizzano i dronisti a colpire dove vedono movimento di civili dentro le abitazioni. Non ho elementi per giudicare con prove il comportamento della controparte Russa ma al momento mentre ci sono prove, si trovano anche di YouTube, e dichiarazioni ufficiali, fra l’altro dello stesso Zelensky, di questa strategia deliberata dell’ucciso del civile Russo non v’è ne sono del contrario. Poi ovviamente il civile ucciso in azione di guerra per circostanze particolari esiste e fa’ tragicamente parte dell’orrore della guerra. [30/05, 17:35] +39 348 130 4330:
Droni, la rivoluzione dei cieli: è la più ingiusta delle guerre
Il velivolo armato sposta il conflitto a metà strada tra guerra e operazione di polizia, la trasforma in caccia all’uomo e trasforma il nemico in selvaggina. Questa forma di violenza telecomandata cancella la faccia a faccia e perfino la percezione diretta degli obiettivi da colpire. Ed espone la società civile a rischi inediti
(Raffaele Simone – editorialedomani.it) – L’imporsi dei droni come arma riapre un capitolo di riflessione trascurato, che potremmo chiamare filosofia della guerra. Nella modernità – quando ha visto la luce un enorme numero di nuove armi – questa riflessione ha avuto diversi capitoli importanti. In Réflexions sur la guerre (“Riflessioni sulla guerra”), un saggio del 1933, Simone Weil osservò che la guerra e le armi non sono strumenti neutri, ma vanno analizzati come i mezzi di produzione di una fabbrica.
Infatti, il tipo di armamento utilizzato influisce sull’organizzazione sociale: un armamento che richiede gestione centralizzata, forte specializzazione tecnica e grandi apparati industriali si correla a uno Stato burocratico, oppressivo e militarizzato. Inoltre, nella guerra moderna l’arma cessa di essere un prolungamento del braccio del soldato. È il soldato, all’inverso, a essere subordinato a un complesso meccanismo di addestramento e di distruzione, perdendo ogni autonomia decisionale e morale (come l’operaio con la catena di montaggio).
Dominio delle macchine Uno scrupolo analogo aveva agitato Georges Bernanos, il famoso scrittore cattolico, che, nel saggio La France contre les robots (“La Francia contro i robot”, 1947), in cui attaccava in toto il crescente predominio delle macchine, sottolineava l’elemento di orrore che la guerra aerea contiene in sé: il pilota – osservava – può annientare migliaia di persone senza neanche vederne le sagome, e soprattutto senza che la sua coscienza ne esca in alcun modo turbata. «Un gentleman» notava ironicamente «può portare a termine la sua missione senza lordarsi né i polsini della camicia né l’immaginazione».
Questa linea di pensiero si approfondisce in Carl Schmitt, che la riprese in più scritti, soprattutto nell’imponente Il nomos della Terra (1950). Schmitt nota che la guerra aerea introduce nuove dimensioni, perché compie una Raumrevolution (“rivoluzione spaziale”). A differenza della guerra per terra e mare, che è «orizzontale», quella aerea è «verticale». Quindi «non ha più né teatro né spettatori», perché non si sviluppa più «in un confronto orizzontale», ma si svolge in un’asimmetria insuperabile: «Chi sta sopra» domina incontrastato «chi sta sotto», e chi sta sotto non è più un nemico alla pari, ma un «delinquente» che deve essere annientato.
La guerra per droni introduce una variante cruciale in quest’ordine di ragionamenti. “Chi sta sopra” non è più un pilota, anzi non esiste neppure. A manovrare il drone è infatti un operatore (che potrebbe non essere un militare e neanche un essere umano), a chissà quale distanza, che non vede fisicamente il suo obiettivo. Ad avviare questa riflessione è stato il filosofo francese Grégoire Chamayou, autore di un denso libro dal titolo Teoria del drone (Théorie du drone, edizioni La Fabrique), che, essendo uscito nel 2013, ben prima delle guerre che oggi allarmano il mondo, possiamo ben definire profetico.
Analizzando (nello spirito di Weil sopra menzionato) le implicazioni etiche e sociali dell’uso di quell’arma, allora ancora poco nota e pochissimo usata, Chamayou si chiede infatti: quali sono gli effetti del drone e del suo uso sulla situazione di guerra, e soprattutto sul rapporto con il nemico? Più in profondità, quali relazioni sociali prefigura, che tipo di dominio lascia intravvedere? Il drone, secondo Chamayou, è strumento di una violenza a distanza, che permette di vedere senza esser visti, toccare senza esser toccati, togliere vite senza rischiare la propria. Questa forma di violenza telecomandata, che cancella il faccia a faccia e perfino la percezione diretta del proprio obiettivo, obbliga a ripensare concetti apparentemente evidenti: avremo combattenti senza combattimento e zone di conflitto in cui le parti sono a distanza ignota. Il fatto di eliminare del tutto la simmetria nell’esposizione alla violenza modifica anche i principi convenzionali dell’ethos militare, tradizionalmente basato sul coraggio e lo spirito di sacrificio.
Per questo, il drone mette in discussione la nozione stessa di “guerra”: il drone sposta la guerra a metà strada tra guerra e operazione di polizia, la trasforma in caccia all’uomo così come trasforma il nemico in selvaggina. Per questo Chamayou segnala che la diffusione dei droni espone anche la società civile a rischi inediti. Come potrà un movimento pacifista manifestare per protesta, se corre il rischio di trovarsi di fronte a una truppa di robot programmati per annientarlo? Cosa sarà dello spirito militare, visto che gli operatori dei droni non si espongono e che combattono manovrando un joystick, come in un gioco elettronico? Per queste specificità, la guerra di droni è soggetta a valutazioni opposte. Per alcuni, il drone è l’arma dei vili, che praticamente non corrono rischi. I suoi sostenitori lo considerano invece un’arma altamente etica, visto che evita lo scontro e limita le perdite a una parte sola.
Come che sia, a me pare che la guerra per droni abbia anche un importante risvolto cognitivo (o più propriamente semiotico). Essa, infatti, continua e estende ad in un campo nuovo una fortissima tendenza della modernità digitale: favorisce la perdita del senso della realtà e l’impulso a scambiare il vero col falso, confermando l’acutissima profezia lanciata nel 1992 da Guy Debord (in La società dello spettacolo) secondo cui «nel mondo realmente rovesciato, il vero è un momento del falso».
Quei “puntini” di Welles. L’obiettivo della guerra per droni è un essere umano oppure solo una manciata di pixel che si muovono sul display del suo operatore? L’uso di droni avrò risonanze emotive in chi li manovra? Questi, infatti, somiglia a Henry Lime (il personaggio interpretato da Orson Welles nel Terzo uomo di Carol Reed, 1949), che, salito su un vagone della ruota del Prater di Vienna col suo amico Rollo Martins (che lo accusa di aver provocato la morte di tanta gente spacciando penicillina avariata), gli mostra dall’alto quei «puntini» che sono le persone laggiù, così lontane: «Guarda laggiù. Sentiresti pietà se uno di quei ‘puntini’ si fermasse per sempre?».
La guerra per droni fa un passo avanti anche rispetto a questa terribile situazione: i “puntini” di Henry Lime ormai non sono più neanche persone che si vedono da lontano, sono solo pixel su un display.
Queste immagini non provengono da un campo di concentramento del secolo scorso, ma dalla Cisgiordania, dove i palestinesi, bambini compresi, vengono rapiti e condotti in centri di tortura in pieno giorno.
Se queste immagini provenissero da un paese “nemico”, come. Iran, Cuba o Russia, le vedresti in TV a tutte le ore fino alla nausea… ma siccome provengono da “Israele”, c’è silenzio totale nei media e le immagini vengono nascoste.
REPORTAGE DA CUBA: L’ASSEDIO CONTRO LA POPOLAZIONE
Cuba è stretta dall’embargo economico decretato dagli Stati Uniti dal 1962. Nelle parole dei suoi stessi architetti, l’obiettivo dell’embargo era “provocare fame, disperazione e rovesciare il governo”.
All’atterraggio all’Avana, i passeggeri applaudono. Fuori, splende il sole, le palme immobili, l’aria tiepida. “Guardati bene intorno,” mi dice un giornalista americano che viene a Cuba da anni. “Non ti sembra strano? Sembra tutto normale. Ma in quest’isola si sta morendo di fame”.
Cuba è stretta dall’embargo economico decretato dagli Stati Uniti dal 1962, come ricorda con dovizia di particolari un signore che si aggira per le vie del centro e che un tempo intratteneva i turisti per strada facendo chiacchierare il suo pappagallo per qualche soldo. “Fu di febbraio [1962] l’ordine esecutivo del presidente Kennedy, quando firmò per imporre l’embargo … Queste sanzioni sono state riconfermate da tutte le amministrazioni successive [democratiche e repubblicane ndr.], ma Donald Trump è stato implacabile”.
Nelle parole dei suoi stessi architetti, l’obiettivo dell’embargo era “provocare fame, disperazione e rovesciare il governo”. Nel tempo…
“L’IRAN POTREBBE AVER USATO MISSILI CINESI PER ABBATTERE UN CACCIA STATUNITENSE” La Cina potrebbe aver fornito all’Iran anche un radar di allerta precoce a lungo raggio che individua aerei stealth destinati a sfuggire alla rilevazione, riferiscono persone a conoscenza della questione a NBC NewsFonte: NBC News
WASHINGTON — Il caccia F-15 abbattuto sopra il sud-ovest dell’Iran il mese scorso e ha dato il via a una pericolosa missione di salvataggio è stato probabilmente colpito da un missile cinese lanciato da spalla, hanno riferito tre persone a conoscenza della questione a NBC News.Nei primi giorni del conflitto, la Cina potrebbe aver fornito all’Iran anche un radar di allerta precoce a lungo raggio che individua aerei stealth destinati a sfuggire al rilevamento, secondo una delle persone e un funzionario statunitense a conoscenza della questione. Le autorità statunitensi stanno ancora indagando sulle circostanze legate all’abbattimento dell’F-15E Strike Eagle americano in aprile, hanno detto le fonti. È stata la prima volta in decenni che un caccia statunitense è stato abbattuto dal fuoco nemico. Non è chiaro quando l’equipaggiamento militare sia stato consegnato. Ma l’uso da parte dell’Iran di armi prodotte in Cina complica il rapporto tra gli americani e Pechino in un momento in cui il presidente Donald Trump ha cercato l’aiuto della Cina per porre fine al conflitto. Le trattative per porre fine alla guerra sono in corso mentre gli Stati Uniti continuano a lanciare quelli che definiscono attacchi “difensivi”. https://t.me/rossobruni/62429
Il senato americano ha ammesso la perdita di 44 velivoli nelle operazioni contro l’Iran. [30/05, 21:30] +39 338 675 9895: Non sono pochi, specie se con piloti a bordo. [30/05, 21:32] +39 338 675 9895: Gli americani invasori hanno cominciato a “difendersi” già dai padroni di casa invasi e sterminati.
Viva l’Ucraina nella Ue: anche quella filo-nazi di Daniela Ranieri – Il Fatto Quotidiano
Vedrete che, da qui a quando saranno pronte le carte per l’entrata ufficiale dell’Ucraina nell’Unione europea, subiremo un lavaggio del cervello d’impeto futurista al cui confronto quello per farci apprezzare la guerra era una bazzecola: “Accelerazione dell’Ue, via al dossier sull’adesione di Kiev” (Repubblica); “Dall’Europa una spinta sull’adesione dell’Ucraina” (Corriere), mentre Il Foglio dipinge una Meloni irremovibile che “ferma Salvini che dice No all’Ucraina nella Ue” (il quale Salvini fa “le bizze” secondo Rep).
Perché questa accelerazione, proprio adesso che Putin rilancia l’idea di colloqui di pace? La narrazione ufficiale adduce tre motivi (impariamoli a memoria: la formula “c’è un aggressore e c’è un aggredito” è diventata un po’ fané): la sconfitta di Orbán in Ungheria; la proposta del cancelliere tedesco Merz (quello per il quale Israele sta facendo il lavoro sporco per noi sterminando i palestinesi) di “associare” l’Ucraina, proposta rifiutata da Zelensky; la necessità di avere dalla parte dell’Europa “l’esercito più grande del Vecchio continente” (così Rep). Cioè, noi abbiamo mandato talmente tante armi all’Ucraina, e ne abbiamo talmente carenza, che ci farebbe comodo riprendercele, sempre in vista dell’imminente attacco russo all’Europa che nessuno ci ha minacciato e non è nei piani di Putin, ma che diventerebbe paradossalmente più probabile proprio nel momento dell’entrata dell’Ucraina in Europa. Forse dovremmo temere un attacco più dagli Usa che si sfilano dalla Nato e vogliono prendersi la Groenlandia (danese), ma abbiamo avuto prova di non avere governanti razionali.
Così quel che finora da parte nostra era facoltativo – difendere un Paese non Ue e non Nato in nome della “democrazia” – diventerebbe obbligatorio. Si direbbe che ai piani alti dell’Ue ci si sia accorti che un Paese armato fino ai denti e pieno di milizie incontrollabili è meglio averlo amico che costantemente alla porta con la mano tesa, soprattutto nell’ottica della Difesa comune che ci consentirebbe di recuperare un po’ della ferraglia che abbiamo comprato dagli Usa o che hanno prodotto le nostre aziende grazie allo sbarazzino provvedimento detto Asap (Act in Support of Ammunition Production) con cui l’Europa della Von der Leyen ha sottratto soldi al Pnrr per darli all’industria bellica (colpo di genio: farli rientrare sotto la seconda “r” del Pnrr, la famosa “resilienza”; scemi noi, che pensavamo servisse a rafforzare le terapie intensive).
Ma quali sono i criteri per diventare membri dell’Ue? Copia-incolliamo dal sito del Parlamento europeo: “Il primo criterio è quello di rispettare i valori democratici su cui si basa l’Unione europea. Il Paese deve avere istituzioni stabili che garantiscano la democrazia, lo stato di diritto, i diritti umani, il rispetto delle minoranze e la loro tutela. Per avviare un negoziato questa condizione è imprescindibile”. Ah, ma allora tutto a posto, potevano dircelo prima. Zelensky ha messo fuori legge gli 11 partiti d’opposizione, oscurato 3 reti televisive, istituito la legge marziale; il governo controlla la magistratura, l’esercito nazionale ingloba milizie naziste, le minoranze delle regioni russofone, vedi il Donbass, non godono degli stessi diritti degli ucraini; l’Ucraina ha l’indice di corruzione più elevato d’Europa (Transparency International) ed è al 79° posto su 108 per libertà di stampa (Index Rsf). Un concentrato di “nostri valori”. Che aspettiamo ad accoglierlo? Tanto più alla luce del fatto che il 25 maggio Zelensky ha ricevuto con tutti gli onori la salma di Andriy Melnyk, davanti alla cui tomba in terra ucraina si è inginocchiato. Chi è Melnyk? È il co-fondatore dell’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini (Onu), nata nel 1929 per l’indipendenza dall’Urss. Melnyk ammirava Mussolini, ma non il nazismo, venerato invece da un altro componente dell’Onu: Stepan Bandera.
*(Giorgio Bianchi, è un fotogiornalista, documentarista e film-maker freelance italiano. È noto principalmente per i suoi reportage dai teatri di guerra, in particolare in Siria e in Ucraina, dove si concentra sul conflitto nel Donbass)
09 – Accertamento INPS della disabilità: dal 1° giugno doppio binario per gli over 70.
PATOLOGIE CRONICHE E PROGRESSIVA RIDUZIONE ATTIVITÀ FISIOLOGICHE CON VECCHIA PROCEDURA, PER GLI ALTRI OVER 70 NUOVO ITER DI ACCERTAMENTO DISABILITÀ.
Con il messaggio n. 1750 del 27 maggio 2026, l’INPS ha fornito ai medici certificatori e ai loro assistiti le istruzioni per avviare il procedimento di accertamento della disabilità per gli over 70, aggiornate alle modifiche introdotte dal decreto legge n. 19/2026, convertito nella legge n. 50/2026, e dal Milleproroghe. Le istruzioni hanno validità dal 1° giugno 2026 e riguardano in particolare le persone con almeno 70 anni affette da patologie croniche e ingravescenti di cui all’articolo 27, comma 2, del decreto legislativo 29/2024.
Indice
1. ACCERTAMENTO DISABILITÀ PER OVER 70
2. VERIFICA CONDIZIONI E SCELTA DELLA PROCEDURA
3. DUE CONDIZIONI CLINICHE CON VECCHIA PROCEDURA
4. UNA SOLA CON NUOVO CERTIFICATO MEDICO
ACCERTAMENTO DISABILITÀ PER OVER 70
La regola generale risultante dal sovrapporsi delle diverse disposizioni normative, si legge nel documento di prassi, è che:
l’accertamento della condizione di disabilità deve seguire la procedura valutativa previgente alla riforma della disabilità di cui al decreto legislativo 62/2024, anche nei territori interessati dalla sperimentazione.
La sperimentazione della riforma sulle politiche in favore delle persone anziane è stata rinviata al 1° gennaio 2027; l’entrata a regime su tutto il territorio nazionale avverrà dal 1° gennaio 2028. Nelle province non ancora coinvolte dalla sperimentazione, la vecchia procedura si applica a tutti i richiedenti indipendentemente dall’età.
VERIFICA CONDIZIONI E SCELTA DELLA PROCEDURA
La procedura inizia con l’inserimento nel sistema di compilazione del certificato medico del codice fiscale dell’assistito. Se quest’ultimo ha almeno 70 anni e risiede in una provincia di sperimentazione, il sistema richiede al medico di attestare la presenza o l’assenza di ciascuna delle seguenti condizioni cliniche:
• la persona è affetta da almeno una patologia cronica;
• la persona presenta condizioni cliniche caratterizzate, anche in funzione dell’età anagrafica, dalla progressiva riduzione delle normali funzioni fisiologiche, suscettibili di aggravarsi con l’invecchiamento e di determinare il rischio di perdita dell’autonomia nelle attività fondamentali della vita quotidiana, tenuto conto delle specifiche condizioni sociali, ambientali e familiari.
DUE CONDIZIONI CLINICHE CON VECCHIA PROCEDURA
Se il medico certifica entrambe le condizioni, il sistema lo indirizza alla compilazione del vecchio certificato medico introduttivo e lo invita ad avvertire il paziente della necessità di abbinare al certificato la domanda amministrativa. Il paziente ha 90 giorni dal rilascio del certificato per presentare la domanda di accertamento sanitario dello stato di invalidità civile, cecità civile, sordità, sordocecità e della condizione di disabilità ai sensi della legge 104/1992. La domanda si presenta per via telematica tramite il portale INPS, con possibilità di rivolgersi a patronati o associazioni di categoria.
UNA SOLA CON NUOVO CERTIFICATO MEDICO
Riforma disabilità in 60 province23 Marzo 2026Se il medico certifica una sola delle due condizioni — o le esclude entrambe — il sistema richiede la compilazione del nuovo certificato medico introduttivo, che avvia la valutazione di base ai sensi del decreto legislativo n. 62/2024, senza necessità di ulteriori adempimenti da parte del paziente. Queste regole attuano le novità introdotte dall’articolo 4, comma 4-quater, del decreto legge n. 19/2026 e dal Milleproroghe. Per gli ulteriori dettagli procedurali, l’INPS rinvia alla circolare 42/2025.
*(Redazione PMI.it)
10 – Colombia al bivio: LA DESTRA DI DE LA ESPRIELLA AVANTI DI MISURA, CEPEDA CONTESTA IL RISULTATO E RINVIA IL VERDETTO AL BALLOTTAGGIO – LA SFIDA DECISIVA SARÀ IL 21 GIUGNO E SI ANNUNCIA COME UN REFERENDUM DI FATTO SULLE POLITICHE DEL PRESIDENTE DI SINISTRA GUSTAVO PETRO. (REDAZIONE PAGINE ESTERI) *
Pagine Esteri (nella foto fermo immagine da YouTube il candidato della sinistra Ivan Cepeda) – La Colombia si prepara a una delle elezioni più polarizzate degli ultimi decenni. Il primo turno delle presidenziali ha consegnato un risultato sorprendente sotto molti punti di vista: il candidato di destra radicale Abelardo De La Espriella ha ottenuto il 43,7% dei voti, precedendo di poco meno di due punti percentuali il senatore di sinistra Ivan Cepeda, fermo a poco sotto il 41%. Tra i due contendenti la differenza è stata di circa 668.000 voti, un margine non sufficiente a chiudere la partita prima del ballottaggio del 21 giugno.
L’esito finale è oggetto di discussione. Cepeda e i suoi alleati hanno invitato alla prudenza, sostenendo che occorre attendere la verifica formale dei risultati da parte delle commissioni elettorali. Nel suo discorso ai sostenitori riuniti a Bogotà, il parlamentare sessantatreenne ha affermato che il suo movimento sta raccogliendo informazioni su possibili irregolarità e frodi registrate in un numero ancora imprecisato di seggi.
«Stiamo verificando, attraverso il nostro meccanismo di sicurezza e di osservazione elettorale, il numero esatto delle persone coinvolte», ha dichiarato Cepeda. Secondo il candidato progressista, solo dopo il completamento delle verifiche sarà possibile esprimere una valutazione definitiva sull’esito del voto.
La sfida tra i due candidati è uno spartiacque. In gioco di fatto vi è il giudizio degli elettori sul governo del presidente Gustavo Petro, il primo leader di sinistra eletto nella storia moderna della Colombia. Dopo quattro anni caratterizzati da ambiziose riforme sociali, tensioni con il mondo imprenditoriale e risultati controversi sul fronte della sicurezza, il Paese appare diviso tra chi vuole proseguire il percorso avviato e chi si lasciare attirare dalla retorica della destra, senza dimenticare la pesante influenza degli Stati Uniti.
De La Espriella, avvocato quarantasettenne senza precedenti incarichi elettivi, ha costruito la propria candidatura presentandosi come un outsider estraneo alle tradizionali élite politiche. Il suo stile diretto e le sue proposte securitarie gli hanno attirato paragoni con il presidente salvadoregno Nayib Bukele, estremista di destra e stretto alleato di Trump. Al centro della sua campagna vi sono la promessa di una dura offensiva contro i gruppi armati, la costruzione di dieci mega-carceri e un rafforzamento delle forze dello Stato contro narcotraffico e criminalità organizzata.
Parallelamente, il candidato della destra ha cercato di ampliare il proprio consenso promettendo investimenti nell’istruzione, nell’assistenza sanitaria e nell’edilizia popolare per le fasce più povere della popolazione. De La Espriella sostiene inoltre di aver finanziato la sua campagna senza contributi di partiti politici o grandi imprese, una dichiarazione che non ha potuto essere verificata in modo indipendente.
Sul fronte opposto, Ivan Cepeda ha impostato la propria candidatura sulla continuità con molte delle riforme sociali promosse dall’attuale governo. Figlio di un dirigente comunista assassinato durante la lunga stagione della violenza politica colombiana, Cepeda è una figura storica della difesa dei diritti umani e delle vittime del conflitto armato.
Il candidato della sinistra propone di rilanciare il dialogo con i gruppi armati illegali nel tentativo di raggiungere accordi di pace più ampi, nonostante i risultati limitati ottenuti finora dalla strategia negoziale dell’amministrazione Petro. Sul piano economico intende approfondire le politiche redistributive, aumentando la tassazione dei redditi più elevati, ampliando la copertura sanitaria e assegnando un milione di ettari di terra alle vittime del conflitto interno che per oltre sessant’anni ha insanguinato il Paese.
Lo scontro tra i due candidati è stato anche se non soprattutto una battaglia ideologica. Cepeda ha definito il rivale un rappresentante del «fascismo mafioso», richiamando il suo passato professionale di avvocato. De La Espriella, dal canto suo, accusa Cepeda di voler perpetuare le politiche economiche di Petro, comprese le restrizioni ai nuovi progetti petroliferi.
Le prospettive per il secondo turno sembrano favorire De La Espriella. Diversi esponenti della destra e del centrodestra hanno già annunciato il loro sostegno a De La Espriella. Tra questi figura la senatrice Paloma Valencia, esponente vicina all’ex presidente Álvaro Uribe, che dopo aver ottenuto meno del 7% dei voti ha invitato i propri elettori a convergere sul candidato conservatore. Anche Uribe ha espresso il suo appoggio.
Tuttavia il risultato finale resta aperto. L’affluenza si è fermata al 58% dei circa 41 milioni di aventi diritto, lasciando un ampio bacino di cittadini che potrebbero essere mobilitati nelle prossime settimane. La capacità dei due candidati di convincere gli astensionisti potrebbe rivelarsi decisiva.
La campagna elettorale è stata inoltre attraversata da tensioni diplomatiche con il vicino Ecuador. Alla vigilia del voto, il ministero degli Esteri colombiano ha accusato il presidente ecuadoriano Daniel Noboa di interferenza nelle elezioni dopo che quest’ultimo aveva annunciato la futura eliminazione dei dazi commerciali bilaterali a seguito di una conversazione con De La Espriella.
Mentre le autorità elettorali completano le verifiche e le accuse di irregolarità vengono esaminate, la Colombia entra ora nella fase più delicata della campagna. Il ballottaggio del 21 giugno non deciderà soltanto il nome del prossimo presidente, ma determinerà anche se il Paese continuerà lungo il percorso di riforme inaugurato da Petro o se imboccherà una strada completamente diversa, fondata sulla sicurezza e su una marcata svolta conservatrice.
*(Pagine estere)
11 – Alfiero Grandi “IL RITORNO AL NUCLEARE È COME UNA VENDETTA SUL NO AL REFERENDUM”
REFERENDUM
DOPO LA DEBACLE, ORA CI RIPROVANO
CON UN TEMA GIÀ DECISO DALLA CORTE
Inizia alla Camera l’esame della proposta del governo per il ritorno al nucleare. Non è solo problema di politica energetica, di ambiente e di sicurezza, ma è anzitutto una grande questione di democrazia e di Costituzione.
Meloni vuole la legge entro l’estate perché le destre non sono in grado di correggere gli errori e non capiscono il risultato del referendum costituzionale che ha bocciato il loro attacco all’indipendenza della magistratura.
Se dopo l’esito del referendum costituzionale sulla magistratura passasse questo attacco frontale ai referendum abrogativi del 1987 e del 2011 si aprirebbe una crisi di credibilità democratica, istituzionale e costituzionale. Sarebbe un pessimo segnale affossare i risultati dei referendum abrogativi sul nucleare dopo il voto sulla Costituzione. Chi si è convinto che il suo voto era utile ora potrebbe ripensarci.
Sarebbe legittimo pensare ad una vendetta contro i referendum. Per di più la Corte costituzionale ha chiarito nel 2012 (sentenza 199 Tesauro) che le materie abrogate con referendum non si possono riproporre con legge e il Nobel Giorgio Parisi ha chiarito alla Camera che questo nucleare non è nuovo rispetto ai referendum abrogativi.
Il nucleare proposto sembrava essere a scopo civile ma la maggioranza ha bocciato l’emendamento che voleva escludere il nucleare per la guerra – quello negato da Trump all’Iran – e questo apre uno scenario molto più grave.
La proposta del governo è un ritorno al passato, simile all’attacco all’indipendenza della magistratura bocciato il 22/23 marzo. Ha la stessa ispirazione berlusconiana.
La legge Berlusconi approvata nel 2009 fu bocciata nel referendum abrogativo del 2011 dalla maggioranza dei votanti, come del resto nel 1987. Il ritorno al nucleare sarebbe in sostanza una rivincita sui referendum.
Questa legge non mitigherebbe le conseguenze dell’aggressione degli Usa all’Iran perché per l’entrata in funzione di una centrale servirebbero almeno 10 anni, sempre che si riesca ad avere un Smr per dimostrare che è sicuro, conveniente, accettato dalle popolazioni locali.
Gli allarmi dell’Aiea un giorno si e l’altro pure sulla centrale di Zaporigia, ora anche su Chernobyl, causa guerra in Ucraina, rendono improbabile la corsa dei Comuni a chiedere centrali.
Gli Smr non sono così piccoli visto che la centrale sul Garigliano, in smantellamento, aveva una potenza di 160 MW e gli Smr avranno potenza doppia, 300 MW.
Verranno prodotte nuove scorie radioattive mentre ancora non si sa dove metteremo quelle attuali, infatti il governo ha prudentemente lasciato quelle più pericolose in custodia, a caro prezzo, ai francesi.
Non si sa quale sarà la credibilità dell’autorità tecnica che dovrebbe garantire buon funzionamento e sicurezza delle centrali perché il governo si sta facendo assegnare deleghe pressoché in bianco. Si gioca sull’equivoco tra fissione e fusione nucleare come fossero la stessa cosa. Il governo poteva rafforzare la ricerca sulla fusione nucleare, visto che la sua utilizzazione è ancora lontana.
Il governo vuole tornare alla fissione nucleare, la stessa delle centrali chiuse, la definizione di nuova generazione serve ad ingannare la Consulta. La sostanza della fissione nucleare è la stessa, in più aumenta il rischio di attentati o conflitti, un potenziale disastro.
I costi sono taroccati. Il fotovoltaico e l’eolico costano molto meno per investimenti necessari e per l’energia prodotta. Accumuli di Terna e idroelettrico potrebbero equilibrare la rete. Il nucleare costerebbe di più.
Il materiale fissile andrebbe acquistato all’estero, forse dalla russa Rosatom che non è sanzionata.
Sarebbe preferibile evitare ad elettrici ed elettori di doversi pronunciare in un 3° referendum contro il nucleare solo perché le destre non si rassegnano ai risultati del voto popolare, creando nuove ragioni di sfiducia e di crescita dell’astensione.
*(Alfiero Grandi (Argelato, 24 luglio 1944) è un politico e sindacalista italiano. Deputato della Repubblica Italiana. Durata mandato, 2001 – 2006.)
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