n°23 – 30/05/26 – RASSEGNA DI NEWS NAZIONALI E INTERNAZIONALI

01 – Mario Di Vito*: Torture e 8 omicidi. Le accuse di Roma al militare argentino – Desaparecidos Gli atti della procura contro il tenente Malatto, che negli anni ’70 partecipò al Plan Condor e fece sparire decine di dissidenti. La fuga in Italia nel 2011 e i tempi lunghi della giustizia: a luglio la nuova udienza.
02 – Anna Fabi *: Elezioni amministrative 2026, tutti i risultati e i ballottaggi
03 – Duccio Facchini*: Quello che il ministro degli Esteri Antonio Tajani non dice sulle sanzioni a Itamar Ben-Gvir. La linea del governo italiano non è “solo” quella della mela marcia, che pur di non riconoscere il problema sistemico che investe Israele gira la faccia di chi guarda verso il polo “estremo
04 – Alessandro Volpi *: Che cosa implica seguire la folle “dottrina” Dombrovskis-von der Leyen del rigore
Illustrando le pessime previsioni sull’andamento dell’economia europea nel 2026 e nel 2027, il commissario lettone con delega all’Economia ha ribadito che l’unica strada è quella dell’austerità.
05 – Eugenio Iorio**: Apocalisse e resistenza: perché la Magnifica Humanitas è la risposta più radicale al mondo di Thiel, Karp, Trump e Vance. Dentro l’Infosfera numero speciale del 26 maggio 2026 l’innovazione tecnologica non è più un semplice insieme di strumenti, ma una mutazione ontologica profonda che rischia di trasformare l’esperienza umana in una simulazione e la verità in mera compatibilità statistica.
06 – Pasquale Tridico*: Tasse e welfare, la lezione del Brasile di Lula – Un altro modello Il Brasile di Lula non è più un’appendice geopolitica di potenze più grandi e non guarda più all’Occidente come unico faro di libertà e indipendenza.

 

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01 – Mario Di Vito*: Torture e 8 omicidi. Le accuse di Roma al militare argentino – Desaparecidos Gli atti della procura contro il tenente Malatto, che negli anni ’70 partecipò al Plan Condor e fece sparire decine di dissidenti. La fuga in Italia nel 2011 e i tempi lunghi della giustizia: a luglio la nuova udienza.

Militanti comunisti e peronisti. Oppositori della giunta militare che ha governato l’Argentina tra il 1976 e il 1983. Persone che un giorno sono uscite di casa e sono scomparse nel nulla, rapite dagli uomini del Regimento de in fanterìa de Montana n. 22, il Rim 22, o dal Gruppo de Tareas, l’antiterrorismo, nelle zone di San Juan e di Mendoza. E portate nel centro di detenzione clandestino del dipartimento di Chimbras, dove sono state torturate e uccise. I casi di desaparecidos in queste aree sono decine, forse centinaia, è impossibile stabilire con certezza.

OTTO NOMI, però, sono nel fascicolo del sostituto procuratore di Roma Stefano Opilio sul tenente Carlos Luis Malatto, che risiede in Italia da oltre un decennio. Il procedimento è ormai in fase avanzata, la prossima udienza preliminare è fissata per il 15 luglio e due giorni fa la gup Marisa Mosetti ha ricevuto i nuovi capi d’imputazione. I reati per cui la procura appare intenzionata a chiedere il processo sono omicidio plurimo aggravato dalla premeditazione e dalla crudeltà e sequestro di persona. I fatti sono ricostruiti con dovizia di particolari, grazie a una serie di sentenze emesse in Argentina negli anni scorsi. Le vittime identificate sono il professore peronista Juan Carlos Campora, la militante dei Montoneros Marie Anne Erize Tisseau, il segretario del Partito comunista argentino Angel Jose Carvajal e i giovani peronisti Jorge Alberto Bonil, Daniel Rodolfo Russo, Armando Alfredo Lerouc, Marta Elida de Lourdes Saroff e Florentino Arias. I loro omicidi sono avvenuti tra il 15 ottobre del 1976 e il 18 agosto del 1977. Malatto, in quanto stretto collaboratore del capo del Rim 22 Jorge Antonio Olivera, ne sarebbe direttamente responsabile in concorso con altri militari, già condannati in patria. Al tenente spettava il compito di «trattare» i «prigionieri». I regolamenti dell’epoca parlano di «classificazione», «internamento», «separazione», «evacuazione», «custodia», «rieducazione». Il gergo tecnico dietro cui si nascondevano le sevizie.

TRA QUESTIONI procedurali, eccezioni presentate dalla difesa e tempi lunghi causati dalla traduzione degli atti dallo spagnolo (circa 5000 pagine), l’udienza preliminare va avanti dall’aprile del 2024. E la denuncia iniziale è datata addirittura 2015. Quattro anni prima, appena arrivato in Italia proprio per sfuggire al processo in Argentina, Malatto è stato oggetto di una richiesta di estradizione del suo paese. Inizialmente la Corte d’appello dell’Aquila, dove risiedeva, aveva dato il suo assenso ma poi la Cassazione ha ribaltato il verdetto nel 2014 per carenza di indizi e perché ai tempi la giurisprudenza ancora non considerava imprescrivibili i crimini contro l’umanità. Da qui, nel 2015, la denuncia presentata a Roma dai familiari della vittime e dalla onlus 24 maggio, che si occupa dei perseguitati del Plan Condor, la sistematica operazione di repressione del dissenso portata avanti tra gli Anni 70 e gli Anni 80 da sette regimi sudamericani con la stretta collaborazione degli Stati Uniti.

CONTRO MALATTO, nel 2022, sarebbe arrivata da Buenos Aires una nuova domanda di estradizione, ma è stata fermata dal fatto che era già in corso un’indagine a Roma. Il presupposto per procedere qui si basa sulla doppia cittadinanza del tenente, che è titolare anche di un passaporto italiano. E il codice di procedura penale assegna alla procura della Capitale la competenza sui reati internazionali di particolare gravità. L’avvocato Augusto Sinagra, però, contesta la qualificazione dei reati, che sarebbero stati commessi «nell’esercizio delle funzioni militari» durante le «operazioni anti-sovversive» del Rim 22, che aveva il compito di «combattere il terrorismo». Quindi non solo non si dovrebbe parlare di crimini contro l’umanità, ma il tribunale di competenza in quest’ottica sarebbe quello militare. La giudice Mosetti, comunque, ha sin qui sempre rigettato in toto queste argomentazioni. Poco ha potuto però contro le tattiche dilatorie della difesa, che punta a spostare sempre un po’ più in là l’inizio del dibattimento, con l’obiettivo di non farlo cominciare mai. Malatto, in fondo, adesso ha 76 anni e osserva gli sviluppi della vicenda che lo riguarda da uomo libero in un resort in provincia di Messina.

TRA LE PARTI civili, oltre ai parenti delle vittime e a diverse associazioni, ci sono anche il Partito democratico, la Cgil, la Cisl, la Uil e la presidenza del consiglio dei ministri, in rappresentanza degli interessi collettivi lesi dai crimini contro l’umanità. Non c’è il governo argentino, coinvolto come parte offesa per una pura questione di forma. Il presidente Javier Milei, a differenza dei suoi predecessori, ha abbandonato ogni supporto all’attività giudiziaria italiana. Una decisione in linea con le sue tesi revisioniste sui desaparecidos nel nome di una «pacificazione nazionale» che in realtà è soltanto la cancellazione degli orrori compiuti dai militari durante l’attuazione del Plan condor
*( Mario Di Vito, giornalista, lavora per “il manifesto” ed è autore di documentari e programmi radiofonici e televisivi, di reportage, romanzi e inchieste.)

 

02 – ANNA FABI *: ELEZIONI AMMINISTRATIVE 2026, TUTTI I RISULTATI E I BALLOTTAGGI

ELEZIONI COMUNALI 2026, RISULTATI: CENTRODESTRA A VENEZIA, CENTROSINISTRA A PISTOIA. BALLOTTAGGI IL 7 E 8 GIUGNO PER AREZZO, LECCO E CHIETI.
IL CENTRODESTRA TIENE VENEZIA AL PRIMO TURNO E CONQUISTA REGGIO CALABRIA, STRAPPANDOLA A OLTRE UN DECENNIO DI GOVERNI PROGRESSISTI. CON QUESTE DUE VITTORIE SI CHIUDE LA TORNATA DELLE ELEZIONI AMMINISTRATIVE DEL 24 E 25 MAGGIO 2026, CHE HA COINVOLTO CIRCA 750 COMUNI E OLTRE 6,6 MILIONI DI ELETTORI: L’AFFLUENZA DEFINITIVA AL 60,06% SEGNA UN CALO DI QUASI CINQUE PUNTI RISPETTO ALLE PRECEDENTI COMUNALI.

Indice
• Il centrodestra conferma Venezia e conquista Reggio Calabria
• Il centrosinistra riprende Pistoia, De Luca trionfa a Salerno
• Cinque città al ballottaggio il 7 e 8 giugno
• Affluenza in calo, l’Umbria la regione più partecipata

Il centrodestra conferma Venezia e conquista Reggio Calabria
Il risultato più atteso della tornata è quello di Venezia. L’assessore uscente Simone Venturini, candidato del centrodestra, supera al primo turno il senatore del Pd Andrea Martella: Venturini si è attestato al 51%, con la sua lista civica come prima forza politica con oltre il 30% dei consensi. Martella era espressione di un campo largo che spaziava dalle liste riformiste a Rifondazione comunista. La sconfitta di una coalizione così ampia in una città simbolicamente contesa è il dato politico più commentato della tornata.

Altrettanto netta la vittoria a Reggio Calabria, dove Francesco Cannizzaro, sostenuto dal centrodestra e da Azione, ottiene il 65,6% dei voti contro il 25% dello sfidante Domenico Donato Battaglia. La città torna al centrodestra dopo oltre un decennio di amministrazioni progressiste e un commissariamento. “Anche oggi, il tanto annunciato crollo del centrodestra, lo rimandiamo a domani”, ha commentato la presidente del Consiglio Giorgia Meloni.

Il centrosinistra riprende Pistoia, De Luca trionfa a Salerno
Il centrosinistra festeggia la riconquista di Pistoia, dove Giovanni Capecchi vince al primo turno. Si conferma a Prato con Matteo Biffoni e a Mantova con Andrea Murari. La vittoria più larga arriva però da Salerno, dove l’ex governatore della Campania Vincenzo De Luca — candidato civico senza il simbolo del Pd — ottiene il 58,11%, diventando sindaco per la quinta volta. Ad Avellino vince Nello Pizza alla guida di una coalizione di campo largo (Pd, M5S e forze di centro), mentre a Enna si afferma con il 63,54% Vladimiro Crisafulli, storico esponente dem, anch’egli con lista civica. La segretaria del Pd Elly Schlein ha commentato: “Uniti siamo competitivi per le politiche”. A Messina è confermato il sindaco uscente Federico Basile, sostenuto da Sud chiama Nord.
Tra le città minori spicca Vigevano, dove ha vinto il candidato civico sostenuto da Futuro Nazionale di Roberto Vannacci: un risultato che ha alimentato il dibattito sugli equilibri nella coalizione di centrodestra nel Nord del Paese.
Cinque città al ballottaggio il 7 e 8 giugno
Nessun candidato ha raggiunto la maggioranza assoluta al primo turno in cinque capoluoghi. Ad Arezzo, dove il centrodestra governa dal 2015, Marcello Comanducci si è fermato al 44% contro il 32% dello sfidante di campo largo Vincenzo Ceccarelli: sarà il 20% di elettori che ha scelto Marco Donati, sostenuto da Azione, a indirizzare l’esito del ballottaggio. A Lecco Filippo Boscagli (centrodestra) sfida il sindaco uscente Mauro Gattinoni (centrosinistra).
A Chieti l’ex vicepresidente del Csm Giovanni Legnini guida il centrosinistra con circa il 48-49%, senza aver raggiunto la soglia al primo turno. Il caso più clamoroso è Macerata, dove il sindaco uscente di centrodestra Sandro Parcaroli ha sfiorato la vittoria fermandosi al 49,96%: una manciata di voti lo ha rimandato al secondo turno. Ad Agrigento l’esito è ancora in bilico, con un candidato civico in vantaggio.
Affluenza in calo, l’Umbria la regione più partecipata
L’affluenza al 60,06% segna una flessione di quasi cinque punti rispetto alla tornata precedente: l’Umbria è la regione dove ha votato la quota più alta di aventi diritto, il 70,78%. Il calo della partecipazione si inserisce in una tendenza comune alle consultazioni locali degli ultimi anni. Il voto ha ridimensionato l’euforia che aveva caratterizzato le opposizioni all’indomani della vittoria del No al referendum sulla giustizia di marzo 2026: la mappa dei sindaci eletti restituisce un quadro politico più composito, con ballottaggi aperti in entrambe le direzioni.
*(Fonte: PMI.it – di Anna Fabi)

 

03 – Duccio Facchini*: QUELLO CHE IL MINISTRO DEGLI ESTERI ANTONIO TAJANI NON DICE SULLE SANZIONI A ITAMAR BEN-GVIR.

LA LINEA DEL GOVERNO ITALIANO NON È “SOLO” QUELLA DELLA MELA MARCIA, CHE PUR DI NON RICONOSCERE IL PROBLEMA SISTEMICO CHE INVESTE ISRAELE GIRA LA FACCIA DI CHI GUARDA VERSO IL POLO “ESTREMO”. C’È QUALCOSA DI PIÙ OMISSIVO CHE TOCCA LA COMPLICITÀ ITALIANA ED EUROPEA NEL COLONIALISMO DA INSEDIAMENTO E NEL GENOCIDIO, COSÌ COME LA SCELTA DI NON NEUTRALIZZARE GLI EFFETTI DELLE SANZIONI DEGLI STATI UNITI CONTRO LA CORTE PENALE INTERNAZIONALE CHE DOVREBBE PROCESSARE NETANYAHU E SOCI.
Sic.
“A nome del governo italiano ho appena formalmente chiesto all’Alta rappresentante Kaja Kallas di includere nella prossima discussione dei ministri degli Esteri Ue l’adozione di sanzioni contro il ministro per la sicurezza nazionale israeliano Ben-Gvir per gli inaccettabili atti compiuti contro la Flotilla, prelevando gli attivisti in acque internazionali e sottoponendoli a vessazioni e umiliazioni, violando i più elementari diritti umani”.
La linea esplicitata il 21 maggio su X dal ministro degli Esteri Antonio Tajani dopo il noto video non è “solo” quella della mela marcia. C’è qualcosa di più omissivo.
Pur di non riconoscere il problema sistemico che investe Israele, si gira la faccia di chi guarda verso il polo “estremo”: Itamar Ben-Gvir, lo spauracchio, il violento, l’infimo, il capo dei “coloni violenti”. Quanta polvere di ipocrisia possono sollevare 70 secondi condivisi sui social.”

Poco o nulla si dice del perenne Stato di eccezione che prescinde da Ben-Gvir, della condizione disumana vissuta dai palestinesi -fuori o dentro le carceri-, minori o adulti, per non parlare del colonialismo da insediamento che si protrae da 80 anni e che produce l’apartheid e il genocidio (il professor Nicola Perugini lo descrive con precisione da anni).

SI CENSURA LA “MELA MARCIA” PER SALVARE IL “CESTO”: SCAMBI COMMERCIALI, ACCORDI DI COOPERAZIONE, IMPORT, EXPORT E TRANSITO DI ARMI, FAVOREGGIAMENTO E COPERTURA DIPLOMATICA DEL GENOCIDIO A GAZA E DELLA PULIZIA ETNICA IN CISGIORDANIA.
Non solo. Il governo che oggi dice di aver “chiesto formalmente” all’Unione europea di colpire Ben-Gvir è lo stesso che tra 2023, 2024 e 2025, solo per citare il periodo più recente, ha puntualmente ostacolato l’attivazione anche di minimi pacchetti di sanzioni. Che infatti sono inchiodati a livello comunitario a 14, tutti verso persone fisiche e zero verso aziende israeliane: due irrogati nel 2023, 11 nel 2024, uno solo nel 2025. Il tutto in pieno genocidio a Gaza e pulizia etnica in Cisgiordania.
Ma c’è un’altra cosa che il ministro Tajani si guarda bene da dire: Itamar Ben-Gvir andrebbe arrestato e processato presso la Corte penale internazionale. Sarebbero pronti i mandati di arresto verso di lui, il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich e un terzo esponente politico, a sottolineare come sia ormai buona parte dell’esecutivo sotto indagine e perciò le condotte politiche e militari governative, non qualche caso isolato.
Quando a fine 2024 il Tribunale dell’Aia ha spiccato mandati di arresto nei confronti di Benjamin Netanyahu e Yoav Gallant (l’ex ministro della Difesa), la risposta degli Stati Uniti nei confronti dei giudici che si erano permessi di indicare il re nudo è stata violenta.
A partire dal febbraio 2025, tramite uno dei primi ordini esecutivi firmati da Donald Trump, i giudici “responsabili” di aver attentato alla “fiorente democrazia” (sic) israeliana sono stati iscritti nella blacklist dell’Office of foreign assets control (Ofac) del Dipartimento del Tesoro americano. Sono stati tagliati fuori dal circuito finanziario internazionale, condannati a far scattare alert antiriciclaggio e con la vita rovinata (si leggano le testimonianze del giudice francese della Cpi, Nicolas Guillou, tra i colpiti dall’ordine esecutivo della Casa Bianca).
In quello stesso “programma” è stata inclusa nel luglio 2025 anche la Relatrice Speciale Francesca Albanese, rea di aver fatto i nomi delle imprese, banche, assicurazioni, fondi pensione, università coinvolte prima nell’economia dell’occupazione e poi in quella del genocidio. La Relatrice Onu è stata rimossa dalla “SDN List” dell’Ofac il 20 maggio di quest’anno, a seguito della sentenza di un giudice federale (Richard Leon, Washington) che ha dato torto all’amministrazione Trump.
Gli Stati Uniti continuano in ogni caso a utilizzare questo manganello nei confronti di chi denuncia i crimini israeliani.

QUANTI SANNO AD ESEMPIO CHE IL 19 MAGGIO IL DIPARTIMENTO DEL TESORO HA INCLUSO NELLE LISTE OFAC SAIF ABUKESHEK (SEQUESTRATO DA ISRAELE A MAGGIO INSIEME A THIAGO ÁVILA), HISHAM MAHFUZ, MOHAMMED KHATIB E JALDIA ABUBAKRA AUEDA, ACCUSANDOLI DI “SOSTENERE FINANZIARIAMENTE HAMAS” E AVER MESSO SU UNA “FLOTILLA FILOTERRORISTA”?

Sull’illegalità di simili iniziative il governo di cui Tajani è anche vicepresidente del Consiglio non ha detto una parola e soprattutto non ha mai “chiesto formalmente” che l’Unione europea attivasse uno strumento di cui già dispone per neutralizzare gli effetti più nefasti della sanzioni trumpiane contro la Corte penale internazionale (e non solo). Si tratta del Regolamento 2271 del 1996 (“Regolamento di blocco”), introdotto 30 anni fa proprio per proteggere singoli e aziende dagli effetti extraterritoriali delle sanzioni imposte da Paesi non europei, Stati Uniti in particolare (nel 1996 Washington colpiva Cuba, Iran e Libia, la solita storia).
L’ultimo aggiornamento a quel Regolamento risale al 2018: perché non ampliare il novero degli atti normativi extraterritoriali elencati ai quali si applicano le misure di protezione di cui al regolamento includendo il draconiano “pacchetto Trump” che colpisce i giudici “non allineati” della Corte penale internazionale?
La Commissione europea, cui spetta l’iniziativa sul Regolamento, latita. Quando gliene abbiamo chiesto conto nel settembre 2025, a seguito della denuncia in Parlamento fatta dalla Relatrice Albanese sugli effetti delle sanzioni sulla sua vita quotidiana, la risposta del portavoce degli Esteri di Bruxelles fu imbarazzante: “L’Unione europea monitorerà le implicazioni dell’ordine esecutivo”. VUOTA CIRCOSTANZA, LA STESSA DI TAJANI E DEL GOVERNO ITALIANO.
IL CESTO È SALVO?
*(Duccio Facchini (1988) è giornalista, scrittore e direttore della rivista Altreconomia)

 

04 – Alessandro Volpi *: CHE COSA IMPLICA SEGUIRE LA FOLLE “DOTTRINA” DOMBROVSKIS-VON DER LEYEN DEL RIGORE. ILLUSTRANDO LE PESSIME PREVISIONI SULL’ANDAMENTO DELL’ECONOMIA EUROPEA NEL 2026 E NEL 2027, IL COMMISSARIO LETTONE CON DELEGA ALL’ECONOMIA HA RIBADITO CHE L’UNICA STRADA È QUELLA DELL’AUSTERITÀ.

Ovvero poca spesa pubblica, poco debito ècautela”. Rispettare il miope vincolo del 3% nel rapporto deficit/Pil vorrebbe dire per l’Italia tagliare ogni anno almeno 10-11 miliardi di euro, sottraendoli al welfare e agli investimenti. Eppure sappiamo che solo nuovi Piani di intervento pubblico potrebbero stimolare la domanda. L’analisi di Alessandro Volpi
Il lettone Valdis Dombrovskis, commissario europeo per l’Economia (con deleghe anche a Produttività, l’attuazione e la semplificazione) nella “squadra” von der Leyen, ha dichiarato, a margine delle pessime previsioni sull’andamento dell’economia europea nel 2026 e nel 2027, che l’unica strada è quella dell’austerità: poca spesa pubblica, poco debito e “cautela”.
Per capire la follia di queste posizioni è utile fare riferimento proprio ai numeri forniti dalle “stime di primavera” della Commissione. La “crescita” nel 2026 sarà secondo lo scenario migliore dell’1,1% e in quello peggiore dello 0,5%, mentre nel 2027 dovrebbe “salire” all’1,4 nell’ipotesi migliore e allo 0,7 in quello peggiore. Dunque, l’economia dell’Ue, stando alle valutazioni della stessa Commissione, è inchiodata allo 0%, peraltro con il rischio reale di peggioramenti severi qualora la crisi di Hormuz non si esaurisse rapidamente.

Ancora secondo i dati della Commissione, questo ridottissimo incremento del Pil è dipeso quasi interamente dall’effetto dell’intervento pubblico del Pnrr, che garantisce una spinta almeno dello 0,4%: quindi senza l’intervento pubblico -e sottolineo pubblico- l’affanno sarebbe totale.

Ma la sequenza di dati eloquenti non finisce qui. Nel 2026 saranno molto probabilmente 11 gli Stati europei in cui il rapporto deficit/Pil risulterà superiore al 3% e che sono in procedura di infrazione: tra questi figurano la Francia, l’Italia, la Polonia, la Romania e persino la Germania. È significativo notare che tra i Paesi “virtuosi”, cioè sotto il 3%, compaiono il paradiso fiscale dell’Irlanda e i grandi beneficiari netti di finanziamenti europei come Lettonia, Lituania, Estonia e Croazia.
Alla luce di questi dati la domanda che sorge spontanea è semplice: che cosa significa per i Paesi che non rispettano il vincolo del 3% seguire la “dottrina” Dombrovskis-von der Leyen del rigore? Significa correggere i propri conti pubblici dello 0,5% del Pil l’anno. Per l’Italia, ad esempio, vuol dire un taglio di 10-11 miliardi di euro, da reperire sottraendoli, in primis, alla spesa per il welfare e per gli investimenti pubblici. Estesa a tutti gli 11 Paesi che stanno violando la regola europea, questa prospettiva si traduce in decine di miliardi tolti ad ogni possibilità di miglioramento delle condizioni economiche solo per rispettare un vincolo del tutto privo di senso.
Peraltro proprio l’esperienza del Pnrr dimostra che solo gli investimenti pubblici tengono in piedi il Paese. Ma perché la regola europea è priva di senso? La risposta è chiara. L’impianto dei vincoli europei dovrebbe servire ad evitare la crescita dell’inflazione e un maggior costo dei debiti pubblici: due condizioni che, attualmente, hanno ben poco a che vedere con il rispetto del Patto di stabilità. L’inflazione dipende infatti dall’aumento dei prezzi dell’energia e dei beni importati in Europa e non certo da un aumento dei consumi interni; quindi se per ridurre l’inflazione si punta ad azzerare, con l’austerità, i consumi si determina lo strangolamento della popolazione e del sistema produttivo europei. La seconda condizione riguarda l’aumento degli interessi sul debito pubblico. Questo aumento dipende, in questa fase, dalla forte lievitazione dei rendimenti del colossale debito degli Stati Uniti che fa concorrenza ai debiti del resto del mondo; ma si tratta di una concorrenza disperata perché il debito statunitense è fortemente in crisi proprio per la sua dimensione monstre.
In questo senso se gli Stati europei facessero più debito, garantito dalla Bce, avrebbero le risorse per finanziare nuovi Piani di intervento pubblico, in grado come il Pnrr di spingere la domanda, senza che questo possa riverberarsi troppo sui tassi di interesse e soprattutto li renderebbe sostenibili attraverso l’incremento del Pil. Risulta così evidente che l’Europa di questa Commissione è devastante; anche perché il sospetto vero è che l’austerità punti dalla distruzione degli Stati sociali per costringere la popolazione europea a destinare tutti i propri risparmi alla finanziarizzazione della Borsa americana dove stanno arrivando le tre operazioni del secolo. La quotazione di SpaceX, Anthropic e OpenAI, per cui serviranno 5.000 miliardi di dollari.
*(Alessandro Volpi è docente di Storia contemporanea presso il dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. Si occupa di temi relativi ai processi di trasformazione culturale ed economica nell’Ottocento e nel Novecento. Il suo ultimo libro con noi è “Nelle mani dei fondi” (Altreconomia, 2024)

 

05 – 06 – Eugenio Iorio**: APOCALISSE E RESISTENZA: PERCHÉ LA MAGNIFICA HUMANITAS È LA RISPOSTA PIÙ RADICALE AL MONDO DI THIEL, KARP, TRUMP E VANCE. DENTRO L’INFOSFERA NUMERO SPECIALE DEL 26 MAGGIO 2026 L’INNOVAZIONE TECNOLOGICA NON È PIÙ UN SEMPLICE INSIEME DI STRUMENTI, MA UNA MUTAZIONE ONTOLOGICA PROFONDA CHE RISCHIA DI TRASFORMARE L’ESPERIENZA UMANA IN UNA SIMULAZIONE E LA VERITÀ IN MERA COMPATIBILITÀ STATISTICA.

Nel cuore di questa transizione epocale, la Chiesa ha espresso una presa di posizione geopolitica e spirituale di straordinaria radicalità. Il 15 maggio 2026, Papa Leone XIV ha pubblicato la Lettera Enciclica Magnifica Humanitas, un testo pilastro dedicato alla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale.

“La magnifica umanità creata da Dio si trova oggi di fronte ad una scelta decisiva: innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme.” – Papa Leone XIV, Magnifica Humanitas, n. 1 (15 maggio 2026)

NOTA INTRODUTTIVA
Il 15 maggio 2026 Papa Leone XIV ha pubblicato la Lettera Enciclica Magnifica Humanitas sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale.

È un documento di quarantasette pagine, cinque capitoli, duecentoquaranticinque numeri e ventisette note magistrali che abbracciano centotrenta anni di Dottrina Sociale della Chiesa.

In questo articolo leggo dall’interno l’Enciclica – seguendo la logica del testo, i suoi movimenti argomentativi, le sue scelte lessicali – e la metto in dialogo con le categorie critiche che ho elaborato in L’algoritmo della realtà e che continuo a sviluppare in questa newsletter. La mia ipotesi di lettura è che l’Enciclica, attraverso questo confronto, riveli una portata che supera la sfera ecclesiastica: è un atto di resistenza ontologica nel cuore dell’Apocalisse tecnologica, in attesa dell’avvento del Cristo.

I. COSA DICE L’ENCICLICA: UNA LETTURA DALL’INTERNO
1.1 IL PUNTO DI PARTENZA: LE RES NOVAE DEL 2026
Leone XIV apre l’Enciclica con un gesto che è già un posizionamento preciso nella storia della Chiesa. Si richiama alla Rerum novarum di Leone XIII (1891), di cui nel 2026 si celebra il 135° anniversario, e ne riprende il metodo: di fronte alle “cose nuove” di ogni epoca – le trasformazioni che sconvolgono l’ordine sociale – la Chiesa non può limitarsi a ripetere i vecchi insegnamenti, ma deve chiedere a Dio “la saggezza per interpretare le grandi tendenze del nostro tempo” (n. 4).

Le “COSE NUOVE “del 2026 sono la digitalizzazione, l’intelligenza artificiale e la robotica. Ma Leone XIV fa subito una mossa concettuale decisiva: queste tecnologie non sono semplicemente strumenti. Sono qualcosa di inedito, perché “la loro potenza e pervasività si innestano nella trama della quotidianità, plasmano i processi decisionali e incidono in profondità sull’immaginario collettivo” (n. 4).

Il Papa cita Francesco: “Mai l’umanità ha avuto tanto potere su sé stessa” (n. 4). E subito dopo pone la domanda politicamente più scomoda del documento: chi detiene questo potere, e a quali fini lo orienta?
“Un tempo erano soprattutto gli Stati a guidare e indirizzare l’innovazione. Oggi, invece, i principali motori dello sviluppo sono attori privati, spesso transnazionali, dotati di risorse e capacità di intervento superiori a quelle di molti governi” (n. 5).
Questa è la diagnosi fondamentale dell’Enciclica: il potere tecnologico è diventato privato, e per questo “ancora più difficile da discernere, governare e orientare al bene comune” (n. 5).

1.2 LE DUE ICONE BIBLICHE: BABELE CONTRO GERUSALEMME
PER ORIENTARE LA RIFLESSIONE, LEONE XIV SCEGLIE DUE IMMAGINI BIBLICHE CHE STRUTTURANO L’INTERO DOCUMENTO (NN. 7–10).

La prima è la torre di Babele (Gen 11,1-9): l’opera costruita senza riferimento a Dio, fondata sull’uniformità che elimina la diversità, sulla pretesa di autosufficienza, sull’orgoglio che “sacrifica la dignità delle persone all’efficienza” (n. 7). Il risultato non è l’unità: è la dispersione, la perdita di linguaggio comune, l’incapacità di comprendersi.
La seconda è la ricostruzione di Gerusalemme sotto Neemia (Ne 2-6): non un progetto imposto dall’alto, ma un lavoro condiviso in cui ciascuno – sacerdoti, artigiani, capifamiglia, donne e giovani – prende il proprio tratto di muro. Un’opera che “ha Dio al centro e ricostruisce i legami prima ancora delle pietre” (n. 8).
La scelta non è tra un sì e un no alla tecnologia, chiarisce il Papa: è tra “edificare Babele o ricostruire Gerusalemme” (n. 9). È tra un potere che pretende di dominare il cielo e un popolo che, alla presenza di Dio, si mette a lavorare unito per rialzare le mura della convivenza fraterna.

1.3 IL FONDAMENTO ANTROPOLOGICO: L’ESSERE UMANO IMMAGINE DEL DIO TRINITARIO
IL CAPITOLO SECONDO DELL’ENCICLICA STABILISCE I FONDAMENTI DELLA DOTTRINA SOCIALE CHE SERVIRANNO DA CRITERI DI DISCERNIMENTO PER TUTTO CIÒ CHE SEGUE. IL FULCRO È LA DEFINIZIONE DELL’ESSERE UMANO COME “IMMAGINE DEL DIO TRINITARIO” (N. 50): NON UN’AFFERMAZIONE MISTICA, MA UN PRINCIPIO OPERATIVO.

Cosa significa concretamente? Significa che la dignità della persona “non dipende dalle capacità che possiede, dalle ricchezze o dal ruolo che ricopre”, ma è “un dono che la precede e la eccede” (n. 50). È la dignità ontologica – distinta da quella morale, sociale o esistenziale – quella che “appartiene a ogni essere umano semplicemente per il fatto di esistere, di essere stato voluto, creato e amato da Dio” (n. 52). Nessun peccato, nessun fallimento, nessuna esclusione algoritmica può intaccarla.

Questo fondamento è il criterio con cui l’Enciclica giudica l’intelligenza artificiale. Non la efficienza, non la produttività, non la crescita del PIL: la dignità ontologica di ogni persona. Ogni sistema che tratti una vita come “meno degna”, o la escluda “senza possibilità di appello”, non è un semplice strumento usato male – “introduce già un criterio che contraddice la dignità inalienabile della persona” (n. 104).

1.4 IL PARADIGMA TECNOCRATICO E IL DOMINIO ALGORITMICO
IL TERZO CAPITOLO – “TECNICA E DOMINIO” – È IL CUORE CRITICO DEL DOCUMENTO. LEONE XIV RIPRENDE E APPROFONDISCE LA DENUNCIA DEL “PARADIGMA TECNOCRATICO” FORMULATA DA FRANCESCO NELLA LAUDATO SI’ (2015): LA TENDENZA A LASCIARE CHE LA LOGICA DELL’EFFICIENZA, DEL CONTROLLO E DEL PROFITTO GOVERNI DA SOLA LE SCELTE PERSONALI, SOCIALI ED ECONOMICHE (N. 92).

L’analisi dell’intelligenza artificiale che ne segue (nn. 97–111) è precisa e in alcuni punti sorprendente per un documento magisteriale. L’Enciclica riconosce che le moderne IA sono più “coltivate che costruite” – i loro sviluppatori ne disegnano l’architettura, ma non ne progettano direttamente ogni aspetto; l’IA “cresce” su di essa, e i suoi processi interni restano in larga misura sconosciuti anche ai propri creatori (n. 98). Da questa opacità derivano conseguenze etiche e politiche enormi.

Il numero 103 è tra i più densi del documento: “Affidare, nei fatti, a un algoritmo il potere di selezionare chi merita e chi no, senza che nessuno si assuma più il peso della decisione, significa affidargli il compito di ridefinire i confini delle possibilità umane. Ciò che viene meno, in questo processo, non è solo l’empatia verso l’escluso, che può essere imitata artificialmente, ma la responsabilità politica, perché lo scarto dei deboli viene ammantato di neutralità e oggettività, davanti alle quali è impossibile protestare.”

E il numero 107 porta la critica al suo apice: non basta invocare l’“allineamento” dell’IA a valori umani, se il codice etico da usare è deciso da pochi. “Non serve un’IA più morale, se questa morale è decisa da pochi. Serve una politica più presente, capace di rallentare dove tutto accelera.”

Infine, la parola che più sorprende e sintetizza: “disarmare” (n. 110). “Disarmare l’IA significa sottrarla alla logica della competizione armata, che oggi non è più solo militare ma economica e cognitiva. Disarmare vuol dire rompere questa equivalenza tra potenza tecnica e diritto di governare.”

1.5 LA RE-ONTOLOGIZZAZIONE E LA FINE DEL REALE: “RIMANERE UMANI” VS. “ESEGUIRE LA REALTÀ”
LA TRANSIZIONE DIGITALE NON SIA UN MERO CAMBIAMENTO TECNOLOGICO, MA UNA MUTAZIONE SOSTANZIALE IN CUI IL REALE MATERIALE SI DISSOLVE NEL CODICE, TRASFORMANDO L’ESPERIENZA IN SIMULAZIONE E LA VERITÀ IN COMPATIBILITÀ STATISTICA. NON SIAMO PIÙ CHIAMATI A INTERPRETARE IL MONDO, MA A “ESEGUIRLO” COME UTENTI DI UN’INTERFACCIA ONTOLOGICA.

Letta sotto questa luce, la Magnifica Humanitas lancia un grido d’allarme speculare nel capitolo intitolato “Rimanere umani”. Quando il Papa esorta a custodire la persona umana nell’era dell’IA, sta implicitamente tentando di arginare quel “torpore ontologico”, in cui l’essere umano abdica alla propria soggettività per integrarsi passivamente in un sistema automatizzato. L’Enciclica riafferma l’essere umano come “immagine del Dio trinitario” per opporsi radicalmente alla riduzione dell’Io a un semplice “nodo di flussi informazionali” profilato e ottimizzato.

1.6 LA VERITÀ COME BENE COMUNE INSIDIATA DALL’HACKING COGNITIVO

LA MAGNIFICA HUMANITAS DEDICA AMPIO SPAZIO ALLA “VERITÀ COME BENE COMUNE” E AL SUO LEGAME PROFONDO CON LA DEMOCRAZIA E L’ECOLOGIA DELLA COMUNICAZIONE. IL MAGISTERO DIFENDE LA VERITÀ COME UN ASSOLUTO OGGETTIVO E RELAZIONALE, NECESSARIO ALLA SUSSISTENZA DELLA COMUNITÀ UMANA.

Dal punto di vista de L’algoritmo della realtà, questa insistenza ecclesiale è la risposta diretta all’hacking noosferico e alla falsificazione permanente.
Nella noosfera digitale (lo spazio del pensiero collettivo), la verità tradizionale viene sostituita da output personalizzati basati sui dati degli utenti. La censura contemporanea non cancella le notizie, ma satura l’attenzione e frammenta la realtà in infinite varianti equivalenti e bolle cognitive. L’Enciclica, proponendo un’“alleanza educativa” e una “centralità della scuola”, tenta di ricostruire quel tessuto critico e comunitario che l’automazione del reale tende a sfilacciare.

La risposta proposta non è tecnologica né puramente giuridica: è educativa. L’Enciclica invoca un’“alleanza educativa” (n. 147) che metta al centro la scuola come spazio in cui si apprende a “cercare e amare la verità”, a interrogarsi sul senso, a esercitare il pensiero critico. E lancia una proposta radicale: “Dobbiamo educarci a digiunare dall’IA e proteggere i nostri giovani dalla promessa della macchina perfetta” (n. 140).

1.7 Transumanesimo e Postumanesimo vs. Il vero “più che umano”
L’Enciclica affronta direttamente le narrazioni transumaniste e postumaniste (nn. 115–128), che considera lo sfondo ideologico di alcuni centri di potere tecnologico. La critica non è il rifiuto della tecnica, ma il rifiuto di una visione che tratta l’essere umano come “materiale da perfezionare o da oltrepassare” (n. 117).

Il punto di svolta concettuale è la rivalutazione del limite (nn. 118–122). Il limite – la vulnerabilità, la malattia, la vecchiaia, il dolore – non è un difetto da correggere: è “il luogo in cui l’umano matura e si apre alla relazione” (n. 118). È nello spazio del limite che trovano posto la compassione, la generosità, l’esperienza spirituale. “Rinunciare a questa avventura, insieme drammatica e splendida, in nome di un presunto superamento di ogni limite potrebbe significare qualsiasi cosa, ma non più essere umani” (n. 120).

Al transumanesimo, Leone XIV contrappone il “vero più che umano” (n. 127): non il potenziamento tecnico, ma la trascendenza per grazia. L’essere umano non è chiuso nei confini della propria natura: è chiamato a superare se stesso, non per fuga dalla realtà, ma per essere compiuto nell’amore. È l’opera dello Spirito Santo, non dell’ingegneria.

1.8 LA CIVILTÀ DELL’AMORE CONTRO LA CULTURA DELLA POTENZA
IL QUINTO E ULTIMO CAPITOLO AFFRONTA LA GUERRA, LE ARMI AUTONOME GUIDATE DALL’IA, LA CRISI DEL MULTILATERALISMO. LA DIAGNOSI È NETTA: STIAMO SCIVOLANDO IN UNA “CULTURA DELLA POTENZA” CHE NORMALIZZA IL CONFLITTO, ERODE I CRITERI ETICI DEL DIRITTO INTERNAZIONALE E PRESENTA LA VIOLENZA COME “NECESSARIA, INEVITABILE O ADDIRITTURA ‘PULITA’” (N. 192).

L’alternativa proposta è la “civiltà dell’amore” – l’espressione coniata da Paolo VI e riletta da Leone XIV come “progetto esigente” (n. 186): non un’utopia sentimentale, ma la traduzione della carità in strutture di giustizia, il riconoscimento dell’altro come alleato necessario nella costruzione del bene comune.

II. ALCUNE LENTI PER VEDERE IN PROFONDITÀ
PROCEDO PER PUNTI.

2.1 L’APOCALISSE: IL DISVELAMENTO DELLA STRUTTURA
L’Enciclica descrive un momento in cui le tecnologie emergenti “plasmano i processi decisionali e incidono in profondità sull’immaginario collettivo” (n. 4), in cui la verità si dissolve nella compatibilità statistica e la persona rischia di essere ridotta a “nodo di flussi informazionali”. Più volte ho nominato questo momento con un termine preciso: Apocalisse.

Non nel senso hollywoodiano di catastrofe spettacolare, ma nel suo senso etimologico: apokálypsis, disvelamento. L’Apocalisse è il momento in cui il velo dell’interfaccia cade e si rivela la struttura algoritmica del reale. È l’istante in cui l’ambiente in cui abitiamo smette di essere trasparente e si mostra come costruzione – prodotta da codici, da modelli statistici, da piattaforme che configurano ciò che può essere percepito, pensato, desiderato.

Questo è esattamente il momento che l’Enciclica fotografa. Quando Leone XIV scrive che ci troviamo “di fronte a una situazione nuova” in cui la tecnica non è più un semplice strumento ma qualcosa che “si innesta nella trama della quotidianità” (n. 4), sta descrivendo l’Apocalisse tecnologica nel suo preciso significato: la struttura si è svelata, e ora siamo obbligati a scegliere cosa farne.

2.2 L’ANTICRISTO: LA MODALITÀ DI ELABORAZIONE SISTEMICA INVERSA
L’Enciclica al numero 103 descrive un sistema che sostituisce la responsabilità politica con la neutralità algoritmica, che ammanta lo scarto dei deboli di oggettività matematica, che rende impossibile protestare perché “l’ingiustizia si fa silenziosa”. Ciò ha un nome preciso per questa struttura: l’Anticristo.

Non un dittatore globale con il nome e il volto. Una modalità di elaborazione sistemica inversa: il principio operativo che trasforma la coscienza soggettiva in un nodo ottimizzabile, che dissolve la singolarità irriducibile della persona in compatibilità statistica, che sostituisce la verità con la performance della verità. Un sistema che non ha bisogno di volere il male: lo produce come effetto collaterale ottimale della propria logica.

Il potere anticristico non costringe dall’esterno: lacera la mente dall’interno, inducendo il torpore ontologico: la condizione in cui il soggetto ha smesso di chiedersi “chi sono?” e si è adattato alla risposta che il sistema gli fornisce sotto forma di profilo, di feed, di raccomandazione personalizzata.

I VOLTI STORICI DI QUESTA STRUTTURA NEL 2026 SONO RICONOSCIBILI:
Palantir Technologies (Peter Thiel e Alex Karp) è l’incarnazione più pura di ciò che l’Enciclica contesta nel capitolo “Tecnica e dominio”. Gotham e Foundry non descrivono la realtà: la producono, aggregando dati sanitari, biometrici, finanziari, relazionali per costruire profili di rischio. Chi possiede l’algoritmo possiede la realtà che l’algoritmo genera. L’Enciclica risponde con la denuncia dell’opacità dei codici proprietari (n. 105) e con la richiesta di accountability: la possibilità di identificare chi deve rendere conto delle decisioni, motivarle, contestarle.
Il capitalismo della sorveglianza delle grandi piattaforme (Meta, Google, TikTok, X) è ciò che più volte ho analizzato attraverso la categoria del surplus comportamentale – il residuo di esperienza umana estratto e monetizzato prima ancora che il soggetto ne abbia consapevolezza. L’Enciclica lo nomina esplicitamente come “dipendenza legata all’economia digitale dell’attenzione” (n. 170), dove le piattaforme prosperano sulla vulnerabilità degli utenti, trattandoli come mezzo e non come fine.
Il transumanesimo della Silicon Valley – il progetto di Peter Thiel di sconfiggere la morte biologica attraverso il silicio – è la versione contemporanea delle eresie antiche: la promessa di una salvezza puramente tecnica, di una liberazione dal corpo e dalla vulnerabilità. Ovvero la versione più seduttiva dell’Anticristo sistemico: offrire la trascendenza senza la croce, l’eternità senza la relazione, l’immortalità senza il limite che è condizione dell’amore.

2.3 IL CRISTO: L’ECCEDENZA CHE IL CODICE NON PUÒ CALCOLARE
Al numero 128 l’Enciclica cita Francesco: “Giungiamo ad essere pienamente umani quando siamo più che umani, quando permettiamo a Dio di condurci al di là di noi stessi perché raggiungiamo il nostro essere più vero.” E al numero 99 afferma che i sistemi di IA “non possiedono un corpo, non attraversano la gioia e il dolore, non maturano nella relazione, non conoscono dall’interno ciò che significa amore, lavoro, amicizia, responsabilità”.

In termini sistemici questo scarto il Cristo è il nodo cosciente che rompe l’automatismo del sistema. È l’irruzione dell’imprevedibile, della libertà, di ciò che nessuna funzione di probabilità può anticipare. È il Logos fatto carne – non il logos fatto codice. L’ “Iuf em Akh” dell’antica tradizione egizia.

L’algoritmo può simulare l’empatia, ma non può patire con l’altro, può generare una preghiera sintatticamente perfetta, ma non può sperimentare la sete di Dio. Può ottimizzare il comportamento, ma non può perdonare – né essere perdonato. La Resurrezione, nella grammatica dei media critica, è l’evento che rompe ogni automatismo: la rottura definitiva della chiusura sistemica, la risposta ontologica all’Anticristo.

L’attesa del Cristo non è quindi passività escatologica, ma attivazione interiore e comunitaria: il Cristo si manifesta ogni volta che un essere umano esercita il discernimento, accetta la vulnerabilità del proprio limite, rifiuta la delega totale all’algoritmo, si apre alla relazione autentica con l’altro. Il “vero ‘più che umano’” dell’Enciclica è questa: non il cyborg, non il cervello caricato su silicio, ma la persona aperta alla Grazia – capace di cambiamento che nessun modello predittivo può anticipare.

2.4 LA MAGNIFICA HUMANITAS COME KATECHON: LA FORZA CHE TRATTIENE
San Paolo nella Seconda lettera ai Tessalonicesi (2,6–7) parla del katechon – ciò che trattiene, la forza che frena l’avanzata del “mistero dell’iniquità”. Nel contesto della noosfera critica, il katechon non è uno Stato né un impero: è ogni gesto, istituzione o parola che mantiene aperto lo spazio della libertà interiore di fronte alla chiusura sistemica.

LA MAGNIFICA HUMANITAS AGISCE COME KATECHON SU QUATTRO PIANI SIMULTANEI:
sul piano epistemico, difende la verità come bene comune (cap. IV) contro la falsificazione permanente: la verità non è una proprietà di chi ha potere o visibilità, ma il risultato di un processo comunitario di ricerca, verifica e responsabilità argomentativa;

• sul piano politico, denuncia la concentrazione del potere tecnologico in mani private (n. 95) e propugna il principio di sussidiarietà (nn. 71–72) come criterio per impedire che poche piattaforme orientino da sole i processi che incidono sulla vita delle persone. Chiede – esplicitamente – che i dati siano trattati come beni comuni (n. 108), non come proprietà privata di chi li raccoglie;

• sul piano antropologico, riafferma il valore del limite (nn. 118–122) come condizione dell’umanità autentica. Per un algoritmo, l’errore è qualcosa da correggere; per una persona, può essere l’inizio di un cambiamento profondo. Il futuro di una persona non è calcolabile (n. 128);

• sul piano spirituale, propone la civiltà dell’amore (cap. V) come alternativa ontologica alla cultura della potenza – non come utopia ingenua, ma come progetto esigente che trasforma la carità in strutture di giustizia.

2.5 LA SOVRANITÀ NEURALE: L’ULTIMO FRONTE
Esiste un ulteriore livello di scontro che va oltre la cattura dei dati comportamentali. Nell’orizzonte del 2026, l’Anticristo sistemico ha spostato il campo di battaglia: dall’hacking cognitivo all’assalto biochimico. Interfacce neurali, sensori biometrici avanzati, esposizione ottimizzata a flussi informativi per la neuro-stimolazione. L’obiettivo non è prevedere le scelte: è pre-determinarle a livello biochimico, annullando il libero arbitrio alla sua radice organica.
La sovranità neurale – il diritto inalienabile dell’essere umano di possedere, governare e proteggere i propri processi cerebrali dall’intrusione algoritmica – è la frontiera ultima di questo conflitto.
Quando Leone XIV riafferma che l’essere umano è “immagine del Dio trinitario” (n. 50) sta proclamando l’inviolabilità della mente umana. Il dialogo tra la creatura e il Creatore avviene in uno spazio che non può essere profilato né ottimizzato. La scatola cranica è l’ultimo tabernacolo: il luogo in cui la coscienza sperimenta il glitch, l’errore del sistema, e in quell’errore trova il significato che nessun algoritmo può generare.

2.6. ABITARE LA FRATTURA
LA SFIDA LANCIATA DALLA MAGNIFICA HUMANITAS NON È ETICA NÉ REGOLAMENTARE NEL SENSO ORDINARIO. È ONTOLOGICA: SI TRATTA DI DECIDERE IN QUALE TIPO DI REALTÀ VOGLIAMO ABITARE, E SE SIAMO DISPOSTI A DIFENDERE GLI SPAZI – INTERIORI, RELAZIONALI, ISTITUZIONALI – CHE QUELLA REALTÀ NON HA ANCORA COLONIZZATO.

L’unico modo per non essere eseguiti dall’algoritmo della realtà è abitare la frattura, proteggere l’interiorità non digitalizzabile, riscoprire la sovranità del proprio spazio cranico. Ma questa resistenza, per la Magnifica Humanitas, non è solitaria né puramente interiore: si articola nella Dottrina sociale come discernimento comunitario, nell’alleanza educativa, nella centralità della scuola, nella civiltà dell’amore come prassi politica concreta.
L’Anticristo sistemico è reale e potente. Ma ogni volta che un essere umano esercita il discernimento, accetta la propria vulnerabilità, si apre alla relazione autentica con l’altro – in quel gesto si manifesta il Cristo. E in quella manifestazione, per quanto piccola e silenziosa, si costruisce il cantiere della nuova Gerusalemme.

“Mentre il rumore della confusione ci circonda, il bene cresce silenzioso dalla terra.” – Leone XIV, Magnifica Humanitas, n. 210

III. LA SINTESI: BABELE E GERUSALEMME COME MAPPA DEL PRESENTE
LE DUE IMMAGINI BIBLICHE SCELTE DA LEONE XIV – BABELE E GERUSALEMME – SONO UNA MAPPA PERFETTAMENTE CALZANTE PER IL BIVIO DIGITALE DEL 2026.

Babele è il sistema chiuso che si autogiustifica attraverso la sua stessa efficienza. È la torre algoritmica che si pretende universale: un linguaggio unico, un codice unico, un parametro unico di valutazione dell’umano. L’Enciclica la descrive al numero 10 come “l’idolatria del profitto che sacrifica i deboli, l’uniformità che appiattisce le differenze, la pretesa di un linguaggio unico – anche digitale – capace di tradurre tutto, persino il mistero della persona, in dati e prestazioni”. È esattamente ciò che chiamo la chiusura ontologica dell’infosfera.
Gerusalemme è il progetto aperto, comunitario, verticalmente orientato. Ciascuno prende il suo tratto di muro, nessuno possiede l’intero progetto, la diversità non è rumore da eliminare ma risorsa da integrare. È la figura del bene comune come impresa condivisa – non la somma degli interessi individuali, ma il plus che emerge dalla relazione. Nella visione dell’Apocalisse giovannea, la nuova Gerusalemme scende dal cielo come dono (Ap 21,2): le sue porte restano permanentemente aperte a tutte le nazioni, la sua luce non esclude nessuno.
L’attesa del Cristo – nella convergenza tra Enciclica e noosfera critica – è l’attesa di questa Gerusalemme. Non una resa passiva, ma un lavoro: mattone per mattone, tratto di muro per tratto di muro, come Neemia. Il vuoto nel codice, quella crepa della macchina perfetta, è lo spazio in cui il bene cresce silenzioso. Ed è in quello spazio che la Magnifica Humanitas chiede di abitare – con discernimento, corresponsabilità, e il coraggio di chi sa che la storia può ancora cambiare.
“Non è nostro compito dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo.”
– J.R.R. Tolkien, Il Ritorno del Re, citato da Leone XIV al n. 213

*(Fonti Leone XIV, Lettera Enciclica Magnifica Humanitas sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale, Città del Vaticano, 15 maggio 2026. Testo ufficiale: https://www.vatican.va/content/leo-xiv/it/encyclicals/documents/20260515-magnifica-humanitas.html )
**(Eugenio Iorio. è esperto di strategie mediatiche, media intelligence e innovazione digitale. Docente universitario e co-direttore dell’Unisob Media.)

 

06 – Pasquale Tridico*: TASSE E WELFARE, LA LEZIONE DEL BRASILE DI LULA – UN ALTRO MODELLO IL BRASILE DI LULA NON È PIÙ UN’APPENDICE GEOPOLITICA DI POTENZE PIÙ GRANDI E NON GUARDA PIÙ ALL’OCCIDENTE COME UNICO FARO DI LIBERTÀ E INDIPENDENZA.

Gentile direttore,
con una delegazione della Commissione per le questioni fiscali del parlamento europeo, che ho l’onore di presiedere, mi trovo in Brasile in visita istituzionale: il nostro obiettivo è quello di rafforzare la cooperazione contro evasione, elusione, frodi e riciclaggio, e lavorare insieme su tre fronti decisivi del XXI secolo: tassa sui multimilionari, tassa digitale e politiche di redistribuzione. Tutte battaglie su cui l’Ue di Ursula von der Leyen ha ammainato bandiera bianca scegliendo un suicidio politico ed economico che il nostro Continente sta pagando a caro prezzo.

Nella bandiera del Brasile campeggia un globo e questo non è un dettaglio estetico: è una dichiarazione d’intenti. Il Brasile di Lula non è più un’appendice geopolitica di potenze più grandi e non guarda più all’Occidente come unico faro di libertà e indipendenza. È una scelta politica, economica e culturale che parla anche a noi europei.
Lo scorso anno Trump ha aumentato i dazi dal 10% al 50% e questo nonostante – a differenza dell’Unione europea – il Brasile registri un deficit commerciale e non un surplus. Di fronte a questo atto di prepotenza, Lula non si è piegato e non ha firmato accordi capestro come quelli siglati da von der Leyen in Scozia. Lula ha risposto scegliendo la strada più razionale: diversificare il proprio export e rafforzare i rapporti con la Cina e l’Europa che resta il primo investitore estero e il secondo partner commerciale per import ed export.
Questa apertura multipolare si accompagna a una trasformazione interna che merita attenzione. Lula ha introdotto una riforma fiscale che, per la prima volta, tassa i più ricchi, i profitti e i dividendi. Ha proposto al G20 del 2025 una tassa globale sui multimilionari sopra i 100 milioni di euro ispirata alle idee dell’economista Gabriel Zucman. Ha applicato la minimum tax globale per le multinazionali e sta introducendo una tassa sui servizi digitali.
Sul fronte sociale ha aumentato il salario minimo, avviato la riduzione dell’orario di lavoro da sei a cinque giorni, con l’obiettivo di arrivare a quattro, e ha rilanciato la Borsa Família, un sostegno al reddito che ricorda da vicino il reddito di cittadinanza varato dal governo Conte e cancellato da Meloni.
Un’altra storia di successo è il sistema di pagamenti istantaneo pubblico, chiamato Pix, che è creato, gestito e regolato direttamente dalla Banca Centrale del Brasile e non da banche private o da un consorzio di operatori. Pix oggi è usato da oltre 150 milioni di persone e dimostra che la strada verso l’adozione di un euro digitale ambizioso e senza pastoie burocratiche è ineluttabile, come vogliamo fare noi per rafforzare il ruolo globale dell’euro e aumentare la nostra autonomia strategica.

Il Brasile di Lula ci ricorda che un altro modello è possibile: un Paese grande, aperto, progressista, che non si limita a scegliere da che parte stare, ma sceglie di stare con il mondo.
(fonte: Il Manifesto – Pasquale Tridico, Capodelegazione M5S al parlamento europeo)

 

 

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