n°21 – 16/05/26 – RASSEGNA DI NEWS NAZIONALI E INTERNAZIONALI.

01 – Redazione Pagine Esteri*: GAZA. MSF: “Malnutrizione causata da Israele ha avuto conseguenze devastanti su donne incinte e neonati” Medici Senza Frontiere in un rapporto denuncia che tra giugno 2025 e gennaio 2026, il 90% dei bambini nati da madri malnutrite è stato partorito prematuro.
02 – Giorgio Trucchi*: America Latina, Argentina, Honduras, In Evidenza, Stati Uniti
I file audio che svelano il piano di Trump e Netanyahu per la colonizzazione dell’America Latina.
03 – Lorenzo Lamperti*: «Fantastici accordi». Ma dal G2 emerge solo il nuovo ruolo cinese.
TAIPEI – Affari suoi La visita di Trump si conclude con la dichiarazione di Xi: «Maga e il grande rinnovamento della Cina possono andare di pari passo»
04 – Claudia Fanti*: Dal Perù profondo dei «nessuno» arriva lo sfidante di Keiko Fujimori – America latina Roberto Sánchez è il candidato della sinistra, contro di lui già si muove la procura
05 – Roberto Livi*: La Cia è sbarcata all’Avana e ci tiene a farlo sapere – L’AVANA – Cuba L’inusuale missione non segreta di John Ratcliffe per colloqui con il governo cubano. Serie d’incontri con generali e politici, che ribadiscono: «Cuba non è un pericolo per voi»
06 – Roberto Ciccarelli*: Manovra correttiva: Tajani smentito, governo in confusione. Paese reale Tra inflazione che cresce e salari a pezzi. Aumenti dalle uova alle verdure, profitti alle stelle. Trattativa continua con Bruxelles.
07 – Antonio De Lellis*: Non è comunismo, ma giustizia sociale – Nuova finanza pubblica La rubrica settimanale di politica economica. A cura di autori vari.
08 – Alfiero Grandi*: A quando un nuovo referendum sul nucleare ? Alfiero Grandi su Adista rivista – Sulla rivista dell’agenzia Adista, articolo di Alfiero Grandi sul nucleare civile che il governo vorrebbe reintrodurre in Italia, con il titolo A quando il terzo referendum sul nucleare ?
09 – Jonathan Cook* bolla di illusioni dell’Occidente su Israele – e su se stesso – sta per scoppiare – Starmer. Per decenni, due narrazioni inconciliabili su Israele e le sue motivazioni sono coesistite in parallelo.
10 – Jeffrey D. Sachs*: la guerra contro l’Iran finirà probabilmente con una ritirata americana – l’impero americano non può vincere la guerra contro l’Iran a costi finanziari, militari e politici accettabili.

 

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01 – Redazione Pagine Esteri*: GAZA. MSF: “MALNUTRIZIONE CAUSATA DA ISRAELE HA AVUTO CONSEGUENZE DEVASTANTI SU DONNE INCINTE E NEONATI” MEDICI SENZA FRONTIERE IN UN RAPPORTO DENUNCIA CHE TRA GIUGNO 2025 E GENNAIO 2026, IL 90% DEI BAMBINI NATI DA MADRI MALNUTRITE È STATO PARTORITO PREMATURO

Secondo un’analisi dei dati medici pubblicata da Medici Senza Frontiere (MSF), la malnutrizione artificiosamente provocata da Israele a Gaza ha avuto conseguenze devastanti sulle donne incinte e su quelle che allattano, sui neonati e sui bambini di età inferiore ai 6 mesi durante i periodi di intense ostilità e assedio, come quello di metà 2025.
In quattro strutture sanitarie gestite e supportate da MSF, tra la fine del 2024 e l’inizio del 2026, i team di MSF hanno registrato livelli più elevati di prematurità e mortalità tra i neonati nati da madri affette da malnutrizione durante la gravidanza, alti livelli di aborti spontanei, e un forte aumento delle interruzioni delle cure tra i bambini malnutriti.
MSF attribuisce questi dati al blocco dei beni essenziali imposto da Israele e agli attacchi alle infrastrutture civili, comprese le strutture mediche. L’insicurezza, gli sfollamenti, le restrizioni agli aiuti e l’accesso limitato al cibo e alle cure mediche hanno avuto conseguenze devastanti per la salute materna e neonatale.
MSF avverte che la situazione rimane estremamente fragile nonostante il cosiddetto cessate il fuoco ed esorta le autorità israeliane a consentire immediatamente l’ingresso senza ostacoli di assistenza e rifornimenti vitali.
LE DEVASTANTI CONSEGUENZE DELLA MALNUTRIZIONE DURANTE LA GRAVIDANZA
“La crisi di malnutrizione è interamente artificiale” afferma Mercè Rocaspana, referente medico di MSF per le emergenze. “Prima della guerra, la malnutrizione a Gaza era praticamente inesistente. Da 2 anni e mezzo, il blocco sistematico degli aiuti umanitari e delle merci commerciali, unito all’insicurezza, ha fortemente limitato l’accesso al cibo e all’acqua potabile. Le strutture sanitarie sono state costrette a chiudere e le condizioni di vita sono gravemente peggiorate. Di conseguenza, le persone più vulnerabili sono esposte a un rischio maggiore di malnutrizione”.
MSF ha analizzato i dati raccolti da 201 madri di neonati in cura nelle unità di terapia intensiva neonatale degli ospedali Al Nasser e Al Helou, a Khan Younis e Gaza City, tra giugno 2025 e gennaio 2026. Più della metà delle donne ha sofferto di malnutrizione* nel corso della gravidanza e il 25% era ancora malnutrito al momento del parto.
Il 90% dei bambini nati da madri affette da malnutrizione è nato prematuro e l’84% presentava un basso peso alla nascita — un’incidenza molto più elevata rispetto ai bambini nati da madri non malnutrite al momento del parto. La mortalità neonatale era doppia tra i neonati nati da madri affette da malnutrizione rispetto a quelli nati da madri non malnutrite.
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GLI SFOLLAMENTI E L’INSICUREZZA IMPEDISCONO LE CURE
Tra ottobre 2024 e dicembre 2025, i team di MSF hanno ammesso 513 neonati di età inferiore ai 6 mesi nei programmi ambulatoriali di alimentazione terapeutica presso le strutture sanitarie di base di Al Mawasi e Al Attar a Khan Younis. Di questi, il 91% era a rischio di ritardi nella crescita e nello sviluppo. A dicembre, 200 neonati non facevano più parte del programma: solo il 48% di loro era guarito, il 7% era deceduto, il 7% era stato indirizzato a un programma per bambini più grandi e un incredibile 32% aveva interrotto il trattamento, principalmente a causa dell’insicurezza e dello sfollamento.
“La riduzione dei ricoveri tra la fine di luglio e l’inizio di agosto 2025 ha coinciso con un periodo di intensificata insicurezza e interruzioni nella distribuzione di cibo” afferma Marina Pomares, coordinatrice medica di MSF per la Palestina. “La maggior parte delle madri ha richiesto sostegno nutrizionale anche quando ai bambini non era ancora stata diagnosticata la malnutrizione, il che riflette la diffusa insicurezza alimentare causata dal blocco imposto da Israele, che ha di fatto impedito l’ingresso di cibo a Gaza per mesi. Le famiglie hanno adottato meccanismi di adattamento, spesso dando la priorità agli uomini e ai bambini rispetto alle madri nella distribuzione del cibo limitato”.
UNA CRISI DI MALNUTRIZIONE PROVOCATA ARTIFICIOSAMENTE
Prima della guerra non esistevano reparti specializzati nell’alimentazione terapeutica. I team di MSF hanno individuato i primi casi di malnutrizione infantile nel gennaio 2024. Da allora fino a febbraio 2026, MSF ha ricoverato 4.176 bambini di età inferiore ai 15 anni – il 97% dei quali sotto i 5 anni – per malnutrizione acuta nell’ambito dei programmi ambulatoriali e di ricovero. Nello stesso periodo, 3.336 donne in gravidanza e in allattamento sono state inserite nei programmi ambulatoriali.
“Il mio figlio più piccolo è morto a 5 mesi a causa di una grave malnutrizione” racconta Mona, una donna di 23 anni curata da MSF. “Anche io ho sofferto di malnutrizione durante la gravidanza e ho avuto problemi di diarrea e debolezza. Vivo in una casa parzialmente distrutta. Mio marito era un pescatore con una piccola barca, che i bombardamenti israeliani hanno distrutto. Non abbiamo un reddito fisso”.
Il cessate il fuoco del gennaio 2025 è terminato a metà marzo 2025. Entro la fine di maggio 2025, i punti di distribuzione alimentare sono passati da circa 400 ai soli 4 della Gaza Humanitarian Foundation (GHF). Inoltre, il blocco sui camion commerciali di generi alimentari ha limitato drasticamente l’accesso al cibo. “I punti [di distribuzione alimentare] erano militarizzati e pericolosi, funzionavano a malapena o erano aperti in orari sfalsati, limitando ulteriormente l’accesso all’assistenza alimentare di cui c’era tanto bisogno” afferma José Mas, capo dell’unità di emergenza di MSF.
Nei mesi successivi, le strutture supportate da MSF hanno registrato un forte aumento dei pazienti in cerca di cure a causa delle violenze perpetrate nei punti di distribuzione alimentare e della malnutrizione legata alla privazione di cibo. Molte donne hanno anche riferito di aver vissuto uno stress e un’ansia estremi legati ai rischi significativi affrontati dai membri maschi della famiglia che tentavano di procurarsi cibo nei siti della GHF, nonché agli intensi bombardamenti aerei e agli sfollamenti che ne sono derivati. Le équipe di MSF hanno osservato un numero elevato di aborti spontanei durante questo periodo, identificando l’alto livello di stress come un fattore determinante.
LIVELLI DI MALNUTRIZIONE SENZA PRECEDENTI
Tra il 16 ottobre e il 30 novembre 2025, secondo la Classificazione integrata delle fasi di sicurezza alimentare (IPC) — che ad agosto aveva dichiarato una carestia, la prima in assoluto nella regione mediorientale — si stima che circa 3/4 della popolazione di Gaza abbiano dovuto affrontare livelli elevati di insicurezza alimentare acuta.
“Le restrizioni sistematiche imposte da Israele all’ingresso di cibo, la militarizzazione dei corridoi umanitari e dei siti di distribuzione, nonché gli attacchi mirati alle infrastrutture essenziali di Gaza hanno creato un contesto in cui la fame viene deliberatamente utilizzata come strumento di controllo sulla popolazione” dichiara José Mas, capo dell’unità di emergenza di MSF. “Sebbene l’attuale cosiddetto di cessate il fuoco abbia portato una certa stabilità alla situazione, questa rimane comunque estremamente fragile. I nostri team continuano a ricoverare nuovi pazienti per malnutrizione, poiché la popolazione di Gaza è costretta a sopportare condizioni di vita deliberatamente indegne e non ha accesso all’assistenza, al reddito e alle risorse di base. MSF chiede alle autorità israeliane, in quanto potenza occupante, e agli Stati alleati, compresi gli Stati Uniti, di facilitare l’ingresso adeguato e sostenuto di aiuti vitali per le persone che vivono a Gaza, al fine di ripristinare livelli accettabili di salute, nutrizione e dignità”.
*Nota: La malnutrizione nelle donne in gravidanza e in allattamento e nei neonati di età inferiore ai 6 mesi viene generalmente classificata come denutrizione, piuttosto che come malnutrizione acuta moderata o grave. I pazienti presentano uno «stato nutrizionale carente» o sono «a rischio nutrizionale».
*(Pagina esteri)

 

02 – Giorgio Trucchi*: AMERICA LATINA, ARGENTINA, HONDURAS, IN EVIDENZA, STATI UNITI
I FILE AUDIO CHE SVELANO IL PIANO DI TRUMP E NETANYAHU PER LA COLONIZZAZIONE DELL’AMERICA LATINA – LE REGISTRAZIONI CONFERMANO IL PROGETTO DI TRASFORMARE L’INTERA REGIONE IN UN’ENCLAVE ESTRATTIVISTA BASATA SU CARCERI DISUMANE E MANIPOLAZIONE RELIGIOSA FINANZIATA CON FONDI PUBBLICI SOTTRATTI ALLE INFRASTRUTTURE STATALI.

Si tratta di un vero e proprio piano strategico per riappropriarsi di territori, per imporre, anche militarmente, una sempre più feroce politica espansionistica e un modello economico neoliberista estrattivista, quello disegnato dall’amministrazione MAGA (Make America Great Again) e dal governo Netanyahu per America Latina, con il sostegno dell’argentino Javier Milei e come testa di ponte l’ex presidente honduregno Juan Orlando Hernández, condannato negli Stati Uniti a 45 anni di carcere per traffico di droga e poi perdonato da Trump. Obiettivo immediato è frenare l’espansione e il dominio cinese nella lavorazione dei minerali critici – controlla circa l’85% della raffinazione delle terre rare del mondo – intervenendo nelle zone di maggiore incidenza come lo è la regione latinoamericana. Ma anche riprendere protagonismo e controllo egemonico sul “cortile di casa” e destabilizzare governi e partiti progressisti e di sinistra. Corruzione, ricatti, valanghe di denaro drenato allo Stato, repressione e violenza omicida, campagne di diffamazione e killeraggio mediatico sono gli strumenti adottati dalla strategia trumpiana.

È quanto rivelano i 37 audio pubblicati da Canal RED e Hondurasgate nei giorni scorsi, che restituiscono uno scenario a dir poco inquietante per la popolazione latinoamericana. Dopo aver svelato gli intrighi dietro l’ingerenza statunitense e israeliana nelle elezioni honduregne e la grazia concessa all’ex presidente in vista di un suo ritorno in patria come possibile candidato nel 2029 e come operatore politico di Trump e della lobby israeliana nella regione, il portale web Hondurasgate ha pubblicato un secondo lotto di file audio che confermerebbero la strategia destabilizzatrice di Washington in America Latina e il ruolo dell’Honduras come enclave strategico per recuperare il controllo della regione, mediante “una combinazione di lawfare, controllo militare delle risorse strategiche, narcoterrorismo, manipolazione religiosa e mediatica”.

Sul piatto c’è l’espansione delle famigerate Zone di impiego e sviluppo economico (Zede, per la sua sigla in spagnolo), una sorta di enclave neocoloniale gestito autonomamente dal capitale multinazionale, in particolare quello nordamericano, l’installazione in questi territori di una nuova base militare statunitense, l’approvazione di una legge che incentivi l’investimento statunitense e israeliano in intelligenza artificiale e anche la costruzione di un mega carcere sulla falsariga del tristemente noto Centro di Confinamento del Terrorismo (CECOT) in El Salvador, su cui sono piovute feroci critiche per le condizioni disumane in cui vivono i reclusi e per gli oltre 500 morti denunciati dalle organizzazioni Cristosal e Socorro Jurídico Humanitario. Tra i progetti anche “l’aggiudicazione a General Motors dell’appalto per la costruzione del tratto ferroviario interoceanico” e “l’acquisto di metalli in esclusiva ad Argentina e Stati Uniti, escludendo così Cina e Canada dall’affare”, spiega in un audio il presidente Asfura a Hernández.

Una strategia che non avrebbe futuro senza un adeguato apparato repressivo pronto ad annichilire, anche fisicamente, chi non fosse d’accordo. Particolarmente perturbatore risultano gli audio in cui Hernández ordina al presidente del Congresso, il fedelissimo Tomás Zambrano, di usare qualsiasi tipo di violenza per controllare gli oppositori. “In Honduras serve la forza, la logistica e il sangue. Se vuoi controllare la gente devi reprimerla, spremerla, devi contrastare la violenza generando violenza (…) Come diceva Pablo Escobar, non essere debole, altrimenti non riesci a portare a termine il lavoro”. Fondamentale per l’ex presidente honduregno mantenersi in sella, costi quel che costi. “Non molleremo il potere e faremo tutto ciò che è necessario per tenerlo. E se la situazione precipita bisogna dare la colpa ai comunisti. Questa è la narrazione che dobbiamo imporre: sono loro i violenti che provocano, noi stiamo solo rispondendo agli attacchi”.

Per fare ciò, Hernández si sarebbe messo in contatto con l’ex generale golpista Romeo Vásquez Velásquez, condannato per l’assassinio del diciannovenne Isy Obed Murillo, primo martire della resistenza contro il colpo di Stato civico militare del 2009, e da oltre un anno latitante. In uno degli audio, l’ex capo delle Forze armate assicura di avere già il sostegno di alcuni reparti dell’esercito. “Ho solo bisogno che mi confermi la lista delle persone e iniziamo. Abbiamo le risorse (economiche), le persone, solo aspettiamo un suo ordine”.

Un ulteriore pilastro del piano strategico è costituito dall’elemento ideologico, in questo caso il coinvolgimento delle sette religiose, in particolare della chiesa evangelica. Rivolgendosi sempre a Zambrano, l’ex presidente spiega che bisogna allineare le chiese affinché manipolino la percezione che la popolazione ha del governo progressista di Xiomara Castro. “Dobbiamo far sì che la gente si dimentichi di quel governo e che pensi sia stato un disastro. Questo è uno dei modi che ci permetterà di tenerci stretto il governo”.

Creare un team di comunicazione finanziato con fondi pubblici honduregni e argentini per colpire mediaticamente i governi di Gustavo Petro (Colombia) e Claudia Sheinbaum (Messico), nonché esponenti di rilievo ed ex funzionari pubblici del Partito Libertà e Rifondazione (Honduras), è una delle strategie promosse dagli USA e che Juan Orlando Hernández fa propria, discutendone con membri del suo partito (Nacional) e dell’attuale governo honduregno. Il piano prevede l’invio all’ex presidente di circa 300 mila dollari sottratti al Ministero delle infrastrutture e servizi pubblici, per affittare un appartamento in cui istallare “un’unità di giornalismo digitale”. Il pool si occuperebbe di creare dossier ad hoc per attaccare avversari politici attraverso un nuovo portale web creato dall’entourage di Donald Trump.

“Si stanno preparando dossier contro il Messico, la Colombia e, soprattutto, contro l’Honduras, in questo caso contro la famiglia Zelaya (Manuel Zelaya 2006-2009 e Xiomara Castro 2022-2025)”, spiega in un audio Hernández all’attuale presidente Nasry Asfura. Un fatto particolarmente grave se si pensa che tra meno di un mese (31 maggio) si svolgeranno le elezioni in Colombia, dove il candidato progressista del Pacto Histórico, Iván Cepeda, è avanti in tutti i sondaggi e le minacce e i ricatti di Trump contro il Messico sono continui e persistenti. A finanziare il tutto parteciperebbe anche il governo argentino, con un apporto di 350 mila dollari, e un “grande amico messicano” di cui però non si fa il nome. “Dobbiamo avere liquidità per estirpare il cancro della sinistra dall’Honduras e dall’America Latina”, spiega Hernández in un altro audio alla vicepresidente honduregna María Antonieta Mejía.

Per Bertha Oliva, coordinatrice del Comitato dei famigliari dei detenuti scomparsi in Honduras (Cofadeh), il Paese si trova a un bivio. “Ci troviamo di fronte a uno scontro tra ricchi e poveri, a un conflitto di classe, a una collisione tra due modelli economici, tra chi concentra il potere e la ricchezza e chi deve accontentarsi delle briciole e fa fatica a sopravvivere, tra chi depreda terre, territori e beni comuni e cede la sovranità nazionale come peón dell’impero e chi resiste e lotta per un Honduras diverso, per un modello economico inclusivo, solidale, che riduce le disuguaglianze, che protegge il patrimonio nazionale e che non svende il Paese”, dice a Pagine Esteri.

La pubblicazione del terzo e ultimo blocco di audio marca la durezza del piano ordito da Washington e Tel Aviv, con Tegucigalpa come alfiere nello scacchiere latinoamericano. Per raggiungere gli obiettivi è necessario prendere d’assalto le istituzioni ed eliminare, anche fisicamente, ciò che resta della presenza di Libre. Per fare ciò vengono definite tre fasi: persecuzione e minacce contro gli avversari politici che occupano ancora cariche istituzionali, acquisto di coscienze in Parlamento per assicurarsi i voti necessari per la loro destituzione attraverso lo strumento del juicio político e la reincorporazione in posizioni di potere di personaggi del passato legati a Juan Orlando Hernández. Oltre ai nomi già citati in questo articolo, i nuovi audio coinvolgono la consigliere elettorale Cossette López Osorio, il deputato liberale (ex Libre) Jorge Calix e l’ex presidente dell’estinto Tribunale supremo elettorale, David Matamoros, artefice dei brogli del 2017, anche in quel caso legittimati da Washington, quando la repressione della polizia costò la vita ad oltre 30 persone che protestavano nelle strade dell’Honduras.

Principale bersaglio è il consigliere Marlon Ochoa, che prima, durante e dopo le elezioni del novembre scorso aveva denunciato irregolarità e brogli grossolani da parte dei due partiti tradizionali, nonché l’ingerenza di Trump. Fuggito in esilio prima di essere destituito, aveva raccontato in esclusiva a Pagine Estere di essere in possesso di informazioni circa un piano per processarlo, condannarlo, incarcerarlo e infine assassinarlo. Gli audio pubblicati da Hondurasgate ne confermano la veridicità. “Come facciamo ad andare avanti se prima non buttiamo fuori questo cabrón di Marlon (…) Deve essere l’obiettivo numero uno. Lo dico chiaro e tondo: carcere o morte”, dice Cossette López in un audio di gruppo.

In un’altra registrazione, Hernández e Zambrano discutono sulla strategia per attribuirgli la responsabilità di un crimine che contempli un mandato di cattura internazionale e la relativa cattura all’estero con l’aiuto dell’intelligence statunitense. Per raccogliere i voti necessari al suo defenestramento, invece, sarebbero stati pagati centinaia di migliaia di dollari a 12 deputati liberali. “Datemi più denaro perché io ne ho già messo troppo”, si lamenta Calix. “Ti dò 3 milioni di lempiras (113 mila dollari) dei miei soldi e altri 2 milioni (75 mila dollari) di Carlos Flores (ex presidente liberale). Ma non sono per intascarteli, come dicono che stai facendo. Sono per quei figli di puttana di deputati che si stanno tirando indietro”, risponde Cossette López.

Dai loro account social, Juan Orlando Hernández e Tomás Zambrano ridicolizzano quello che considerano un tentativo disperato della sinistra nazionale e internazionale per gettare fango sull’ex presidente e sul partito di governo. Canal RED e Hondurasgate rispondono con una pubblicazione dettagliata sull’audit forense realizzato su ogni audio con Phonexia Voice Inspector, il cui risultato ne conferma l’autenticità dal punto di vista acustico e biometrico.

“Il disegno è lo stesso degli anni 80”, spiega Oliva, “L’oligarchia e la politica ultraconservatrice locale si articolano con i loro simili a livello internazionale per annientare chi mette in pericolo i loro interessi. Si sta nuovamente configurando una narcodittatura che vuole governare per i prossimi decenni, sorretta dall’apparato militare e mediatico. Questo non può fare altro che generare repressione, criminalizzazione, esilio e morte”. Per la storica difensora dei diritti umani “stiamo vivendo momenti molto difficili e siamo preoccupati, ma non possiamo smettere di sognare. I popoli alla fine trionfano sempre perché hanno la ragione dalla loro parte”.
(Pagine Esteri)

 

03 – Lorenzo Lamperti*: «FANTASTICI ACCORDI». MA DAL G2 EMERGE SOLO IL NUOVO RUOLO CINESE. TAIPEI – AFFARI SUOI LA VISITA DI TRUMP SI CONCLUDE CON LA DICHIARAZIONE DI XI: «MAGA E IL GRANDE RINNOVAMENTO DELLA CINA POSSONO ANDARE DI PARI PASSO»

«Com’è andata da 1 a 10? 9,99». Donald Trump abbassa il punteggio del suo summit con Xi Jinping, rispetto al 12 che aveva enfaticamente assegnato all’incontro dello scorso ottobre a Busan, quando i due leader siglarono la tregua commerciale. Una tregua che regge, pur senza tramutarsi in un’intesa più profonda e strutturale. Il viaggio in Cina del presidente degli Stati uniti ha prodotto tanti complimenti e parole buone, ma dietro la patina di una forma più che cordiale la sostanza pare piuttosto scarna. E dire che Trump parla di «fantastici accordi» raggiunti con Xi, sui quali però emergono sin qui non molti dettagli.

LA SECONDA GIORNATA di colloqui si è aperta a Zhongnanhai, con una passeggiata nel giardino privato della residenza della leadership del Partito comunista. Qui, ha indicato i cosiddetti «cipressi intrecciati»: due alberi vecchi di secoli con tronchi e radici incrociati. Chissà, quasi a simboleggiare l’interdipendenza tra Washington e Pechino. Xi e Trump si sono poi fatti scattare una «foto dell’amicizia» e hanno tenuto un dialogo informale durante una cerimonia tradizionale del tè. Chiusura con un pranzo di lavoro a base di merluzzo tritato, polpette di aragosta, pollo Kung Pao e ravioli al vapore. Trump ha definito più volte un «onore» incontrare Xi, il quale ha ribadito che «Make America Great Again e il grande rinnovamento della nazione cinese possono andare di pari passo per lo sviluppo comune di America e Cina». Concetto ribadito dal ministero degli Esteri. Sembra un’adulazione della politica Maga, ma è anche un modo per sottolineare la parità raggiunta nei rapporti tra i due paesi.

PRIMA DI SALIRE sull’Air Force One, Trump ha parlato calorosamente col ministro degli esteri Wang Yi, appoggiandogli entrambe le mani sulle spalle. Una volta a bordo, si è lasciato andare a una serie di dichiarazioni, ribadendo in sostanza gli accordi anticipati la sera prima. La Cina si sarebbe impegnata a un aumento degli acquisti di carne bovina e soia «per decine di miliardi di dollari», ma anche di 200 jet della Boeing. Xi avrebbe «mostrato interesse» su petrolio e gas naturale liquefatto. In cambio, ci sarebbe un allentamento delle restrizioni all’export di chip di Nvidia e la creazione di un «consiglio del commercio» per facilitare gli investimenti cinesi negli Stati uniti, in settori non sensibili. Elon Musk, presente al vertice, potrebbe invece ottenere l’approvazione della guida autonoma completa di Tesla.

Non si sarebbe comunque parlato di un ulteriore taglio ai dazi, mentre tecnologia e terre rare sono destinati a restare motivo di tensione, due armi negoziali nessuno dei contendenti vuole smettere di impugnare. Il segretario di stato Marco Rubio ha dichiarato che è stata chiesta la liberazione di Jimmy Lai, il magnate dell’editoria di Hong Kong condannato a 20 anni di carcere. Il tempo dirà se ha funzionato.

SULL’IRAN, TRUMP sostiene che Xi gli ha garantito che non invierà armi a Teheran e che è disponibile a «dare un aiuto». Vaghezza anche su Taiwan, tema che Trump ha menzionato solo una volta a bordo dell’Air Force One. «La nostra politica resta invariata», ha detto, confermando di aver parlato della vendita di armi a Taipei, su cui «prenderò presto una decisione». Poi i due passaggi più critici. «Non sto cercando di permettere a qualcuno di diventare indipendente e poi dover percorrere 9.500 miglia per combattere una guerra», ha detto alla Fox. E infine: «Sulle armi dovrà parlare con la persona che guida Taiwan». Cioè Lai Ching-te, che Xi ritiene un «secessionista». Insomma, frasi contraddittorie che rischiano di allarmare sia Taipei sia Pechino.

La Cina ha confermato che Trump e Xi hanno raggiunto «una serie di nuovi consensi», ma non ha sin qui fornito maggiori specifiche. La retorica del leader e il racconto dei media confermano che per Pechino la priorità del summit era la dimostrazione dei nuovi rapporti di forza paritari con l’America.

IERI, Trump ha utilizzato nuovamente il termine G2 per definire i rapporti con Xi. Contribuiscono al messaggio anche una serie di video diventati virali sui social. Per esempio, Rubio che osserva ammirato il soffitto della Grande Sala del Popolo. Oppure Musk, che prima dichiara che il figlio sta studiando il mandarino e poi chiede un selfie col fondatore del colosso cinese degli smartphone Xiaomi. O ancora, il giornalista di Fox, Bret Baier, che gioca a ping pong con un anziano cinese in un parco. Il più citato è però Jensen Huang. L’amministratore delegato di Nvidia, colosso dei chip, è stato pizzicato mentre mangiava un piatto tipico di tagliatelle fritte in uno dei più celebri hutong di Pechino.

Se Trump ha ragione, potrebbero esserci addirittura altri tre incontri con Xi entro la fine dell’anno. Il presidente cinese è stato invitato alla Casa bianca a settembre, mentre potrebbero esserci le reciproche partecipazioni al summit Apec di Shenzhen e al G20 di Miami.

DI CERTO, già ieri Trump ha telefonato alla premier giapponese Sanae Takaichi per rassicurarla sull’alleanza tra Washington e Tokyo. Mercoledì prossimo, invece, Xi riceverà il presidente russo Vladimir Putin.
*(Lorenzo Lamperti è un giornalista professionista, di base a Taipei. Per Wired si occupa di Asia orientale,)

 

04 – Claudia Fanti*: DAL PERÙ PROFONDO DEI «NESSUNO» ARRIVA LO SFIDANTE DI KEIKO FUJIMORI – AMERICA LATINA ROBERTO SÁNCHEZ È IL CANDIDATO DELLA SINISTRA, CONTRO DI LUI GIÀ SI MUOVE LA PROCURA

IL PERÙ PROFONDO DEI “NINGUNEADOS”, TUTTI I NESSUNO DELLE AREE INTERNE IGNORATI PERSINO DAI SONDAGGI ELETTORALI, HA NUOVAMENTE BATTUTO UN COLPO. SARÀ UN LORO RAPPRESENTANTE, ROBERTO SÁNCHEZ DI JUNTOS POR EL PERÚ, VICINISSIMO ALL’EX PRESIDENTE DEPOSTO PEDRO CASTILLO, A SFIDARE AL BALLOTTAGGIO DEL 7 GIUGNO KEIKO FUJIMORI, FIGLIA DELL’EX DITTATORE, AL SUO QUARTO TENTATIVO DI ARRIVARE ALLA PRESIDENZA. ED È INDICATIVO DELL’ESTREMA FRAMMENTAZIONE POLITICA DEL PAESE CHE I DUE, INSIEME, NON ARRIVINO AL 30% DEI VOTI: 17,1% LEI E 12% LUI.

NON È STATO un cammino facile quello di Sánchez, entrato realmente in gara solo dopo la metà dello spoglio, quando, man mano che venivano conteggiati i voti provenienti dalle aree interne del paese, sempre gli ultimi ad arrivare, ha iniziato la sua sorprendente rimonta, finita poi con il sorpasso sul miliardario ed ex sindaco di Lima Rafael López Aliaga, fino ad allora secondo con il 15% delle preferenze. Da quel momento, è stato un lunghissimo testa a testa, con una manciata di voti a separare i due candidati, finché l’esiguo vantaggio di Sánchez – 12,03% contro 11,9% – non è diventato definitivo.

E MENTRE SI ATTENDE per domenica la proclamazione ufficiale, anche Porky, come si fa chiamare il miliardario di estrema destra, si è dovuto arrendere, accettando la sconfitta dopo settimane di accuse di brogli, attacchi contro le autorità elettorali, appelli alla mobilitazione di piazza e richieste di annullamento delle elezioni, malgrado nessuna prova di frode, al di là dei clamorosi problemi logistici, fosse stata riscontrata dalle autorità nazionali e dagli osservatori internazionali. «Che resti nella storia che ho combattuto fino all’ultimo respiro», ha dichiarato.
Ma per le forze di destra non tutte le speranze sono svanite. Puntuale come un orologio svizzero, si è mossa infatti la procura, che, andando a recuperare un’accusa vecchia di oltre sei anni, ha chiesto una condanna a cinque anni e quattro mesi di prigione, insieme all’inabilitazione politica, per il candidato progressista, accusato di aver dichiarato il falso all’Onpe (Ufficio nazionale per i processi elettorali) sui contributi per la campagna elettorale di Juntos por el Perú tra il 2018 e il 2020, benché la responsabilità per le presunte dichiarazioni false fosse semmai del tesoriere.

E BISOGNERÀ aspettare l’udienza del 27 maggio per sapere se Sánchez – la cui condotta da ministro del Commercio e del turismo sotto il governo Castillo non è stata, in realtà, priva di ombre – dovrà o meno affrontare un processo.

Cinque anni dopo, in ogni caso, la storia si ripete pari pari – sempre come farsa – all’interno della tragedia più vasta sofferta dal popolo peruviano. Se, nel 2021, lo scontro era tra la Señora K e Pedro Castillo, il prossimo 7 giugno sarà tra la stessa figlia di Fujimori e l’erede politico dell’ex presidente e maestro rurale, oggi in carcere con l’accusa di autogolpe. Vale a dire, di nuovo, tra le regioni urbane e costiere e quelle interne, e in particolare tra Lima, dove Keiko è in netto vantaggio, e le aree andine, dove invece ha stravinto Sánchez, anche con percentuali superiori al 40%, come a Cajamarca, a Huancavelica e ad Apurímac.

E, ora come allora, la destra fascista e corrotta, a cui si deve in massima parte la cronica instabilità politica peruviana, farà tutto il possibile per scongiurare la vittoria del candidato progressista – con le sue pericolose proposte di un maggiore intervento dello Stato nei settori strategici del paese – o, se dovesse andargli male anche stavolta, per impedirgli di governare, destituendolo o, come avvenuto con Castillo, costringendolo a un disperato strappo democratico.

TUTTO INDICA, intanto, che il 7 giugno sarà un altro testa a testa, con i due candidati al momento affiancati nei sondaggi. Quale dei due avrà la meglio, dipenderà soprattutto dal voto “contro”: se, cioè, si imporrà il finora assai radicato anti-fujimorismo – a causa del quale Keiko ha perso tre ballottaggi di fila – o il timore di un leader che si riveli impreparato o radicale, o entrambe le cose, come una parte significativa della popolazione ritiene sia stato Pedro Castillo.
*( Claudia Fanti, giornalista, scrive da più di 20 anni sul settimanale Adista e collabora con il Manifesto e con altre testate. Esperta di movimenti ecclesiali e sociali dell’America Latina e di ecoteologia, è co-fondatrice dell’Associazione Amig@s Movimento Senza Terra Italia e co-curatrice dell’edizione italiana dei Testi dell’Agenda Latinoamericana, tiene corsi di educazione ambientale nelle scuole e conferenze in tutto il territorio italiano sui temi legati a scienza e spiritualità. Tra le sue pubblicazioni: El Salvador)

 

05 – Roberto Livi*: LA CIA È SBARCATA ALL’AVANA E CI TIENE A FARLO SAPERE – L’AVANA – CUBA L’INUSUALE MISSIONE NON SEGRETA DI JOHN RATCLIFFE PER COLLOQUI CON IL GOVERNO CUBANO. SERIE D’INCONTRI CON GENERALI E POLITICI, CHE RIBADISCONO: «CUBA NON È UN PERICOLO PER VOI»

UNA SITUAZIONE DEL TUTTO INUSUALE SI È PRODOTTA GIOVEDÌ SCORSO. IL DIRETTORE DELLA CIA, JOHN RATCLIFFE È SBARCATO ALL’AEROPORTO DELL’AVANA DOVE, PER RICHIESTA DELL’AMMINISTRAZIONE TRUMP, SI È RIUNITO CON ALTI PERSONAGGI DEL GOVERNO CUBANO.

INUSUALE, sia per la richiesta, ma soprattutto per la pubblicità data all’avvenimento. L’agenzia spionistica nordamericana ha addirittura pubblicato una foto della riunione del suo capo, mostrando una sala da conferenze con un tavolo ovale, auricolari per la traduzione simultanea e con alcuni volti opportunamente sfumati. Ma si sa che Ratcliffe si è riunito con alti funzionari del ministero dell’Interno, tra I quali il generale di brigata Ramón Romero Curbelo (capo della divisione spionaggio), il generale Lázaro Alberto Álvarez Casas, ministro dell’Interno.

Non solo, dando seguito alle iniziative già intraprese dal segretario di Stato, Marco Rubio, il capo della Cia si è incontrato anche con Raúl Guillermo Rodríguez Castro, ormai famoso come “el Cangrejo”, il Granchio, nipote del minore dei Fratelli Castro e ufficiale del ministero degli Interni.

A tale importante ospite nordamericano, generali e politici hanno ribadito che «Cuba non rappresenta alcun pericolo per la sicurezza degli Usa», e dunque che la permanenza di Cuba nella lista nera dei Paesi che – secondo gli Usa – appoggiano il terrorismo è solo una mossa politica aggressiva, in quanto il governo dell’Avana è attivo nella lotta al terrorismo.

I DIRIGENTI CUBANI hanno anche dato assicurazioni che non permettono che il territorio cubano sia usato da potenze straniere: secondo accuse della Cia vi sarebbero a Cuba quattro stazioni di ascolto cinesi orientate a registrare anche mail e telefonate cellulari in partenza dagli Usa.

Ratcliffe ha anche incontrato nell’Ambasciata americana l’incaricato di affari Usa Mike Hammer, col quale si è fatto fotografare di fronte all’immobile diplomatico sito nel Malecón dell’Avana.

CHE COSA È «INUSUALE» di tale missione? Secondo diversi esperti, il fatto che il viaggio di Ratcliffe sia stato reso noto e soprattutto le foto diffuse del direttore della Cia. In passato, quando avvenivano, tali missioni si svolgevano sempre in un clima di riservatezza. Viene citata la visita dell’allora direttore della Cia John Brennan a Cuba nel 2015, quando incontrò l’allora colonnello Alejandro Castro Espin, figlio di Raúl e responsabile dei servizi segreti cubani. Allora la visita fu segreta ed era lo sviluppo del breve disgelo volute dal presidente Barack Obama l’anno prima.

Dunque le trattative tra l’Amministrazione Trump e I vertici cubani continuano. Ma è sugli esiti che vige nell’isola un profondo scetticismo. Da parte nordamericana si offrono aperture economiche, oltre che la possibilità di connettersi al sistema internet Starlink di Musk, ma si chiedono condizioni politiche che vengono giudicate inaccettabili da parte cubana, in quando violano la sovranità dell’isola. Su questo punto è stato chiaro il ministro degli Esteri, Bruno Rodríguez.

PIÙ POSSIBILISTA sembra essere il presidente Miguel Díaz- Canel, che da tempo ha confermato l’esistenza di colloqui, anche se ha confermato che da parte cubana non si ammette alcuna interferenza nella politica nazionale.

Mentre il segretario di Stato Marco Rubio, continua a sottolineare l’inefficienza del governo cubano e la necessità di cambiamenti politici, anche , per ora almeno e a differenza del presidente, non fa riferimento a interventi militari.

LA MISSIONE di Ratcliffe è avvenuta in una fase estremamente drammatica per Cuba. Da cinque mesi è in vigore il blocco energetico volute da Trump. Unica eccezione l’arrivo della petroliera Kolodkin, il cui greggio però è già stato consumato. Così nei giorni scorsi si è sfiorato quello che Trump vuole e che qui si teme: un collasso nella produzione elettrica.

Con due centrali in riparazione, senza combustibile si sono susseguiti tre giorni in cui all’Avana gli apagones duravano 20 ore. La riparazione di una centrale ha ieri migliorato un poco la situazione che ovviamente rimane tragica. Senza luce, senza carburante, il trasporto pubblico è quasi inesistente ormai afidato ai tricicli elettrici, i quali però funzionano per tragitti brevi. Non solo, la crisi del trasporto si trasferisce sui prezzi già alti, mentre negli ultimi giorni le provviste acquisite a caro prezzo hanno corso il rischio di andare a male per l’assenza di corrente ai frigoriferi.
*( Roberto LIVI. Ruolo attuale: Professore Ordinario Onorario; SSD: FIS/02 … Dipartimento di Fisica e Astronomia.)

 

06 – Roberto Ciccarelli*: MANOVRA CORRETTIVA: TAJANI SMENTITO, GOVERNO IN CONFUSIONE
PAESE REALE TRA INFLAZIONE CHE CRESCE E SALARI A PEZZI. AUMENTI DALLE UOVA ALLE VERDURE, PROFITTI ALLE STELLE. TRATTATIVA CONTINUA CON BRUXELLES

IL GOVERNO NON PUÒ CONTARE SU RISORSE SUFFICIENTI PER AFFRONTARE L’EMERGENZA DEL CARO ENERGIA, L’AUMENTO DELLA SPESA MILITARE E IL SOSTEGNO AI SALARI IN UN PAESE CHE TRACCHEGGIA E RISPARMIA IN VISTA DEL PEGGIO. TUTTO QUESTO ACCADE MENTRE L’IMPERIZIA, E LA CONFUSIONE, REGNANO TRA I «SOVRANISTI». IERI L’ULTIMO CONTORCIMENTO: IL VICEPREMIER ANTONIO TAJANI È STATO SMENTITO DA FONTI ANONIME TRA PALAZZO CHIGI E IL MINISTERO DELL’ECONOMIA. TAJANI AVEVA IPOTIZZATO UNA «MANOVRA CORRETTIVA» PER BRUCIARE QUALCHE ALTRO MILIARDO SUL CARO-ENERGIA, CONTRO IL PARERE DEI MASTINI DELLA COMMISSIONE EUROPEA. LA RISPOSTA: «L’IPOTESI NON È SUL TAVOLO». UNA FIGURACCIA.

La linea è un’altra: trattare con Bruxelles per allargare la clausola di salvaguardia per i fondi della difesa anche all’energia. È un lavoro tra le righe del patto di stabilità, il cappio al quale si è impiccato l’esecutivo nel 2023. Una soluzione andrà trovata già la prossima settimana quando scadrà l’ultimo sconto sul gasolio (è quasi finito quello sulla benzina). Lo scontro con l’Ue andrà avanti a lungo.
Sta di fatto che, davanti al caro-prezzi, il governo comunica un’immagine di immobilismo e impotenza. Prendiamo gli ultimi dati Istat sull’aumento dell’inflazione. Costano di più verdure, pesce, carne, legumi, uova: +5,9%. E poi, con il blocco dello stretto di Hormuz, una fiammata al 9,2% dei prezzi energetici. Ad aprile l’inflazione su base annua ha fatto un balzo al 2,7% rispetto all’1,7% di marzo. I salari, già modesti, continuano ad essere divorati dal carrello della spesa. Per una coppia con due figli +1.024 euro all‘anno, +269 per mangiare sostiene l’Unione nazionale dei consumatori.

Questi dati vanno visti in una prospettiva medio-lunga. In Italia i salari erano stati fatti a pezzi già durante e soprattutto dopo la fase acuta del Covid. Tra il 2021 e il 2025 la spesa ha prosciugato i portafogli: meno 25 per cento. E i salari sono più bassi di allora dell’8%. Nonostante gli aumenti contrattuali dell’ultimo biennio sotto il governo Meloni che non ha mancato di decontestualizzare anche questi dati, ricostruendoli in una maniera tutta sua. I fatti: a fine marzo, i contratti in attesa di rinnovo erano 29, coinvolgevano circa 4,1 milioni di dipendenti, di cui 1,2 milioni nel settore privato e 2,8 nella pubblica amministrazione. I rinnovi non hanno recuperato l’inflazione cumulata dal 2022 con la guerra russa in Ucraina.

Per capire le ragioni che stanno corrodendo la residuale credibilità dell’esecutivo vanno considerati due processi intrecciati: il declino dei salari più impoveriti d’Europa e bloccati dalla svalutazione interna dagli anni Novanta del XX secolo a favore di un aumento spettacolare dei profitti (elemento strutturale del capitalismo italiano). Poi c’è la persistenza dell’inflazione «da costi», cioè l’aumento dei prezzi dei beni primari e di quelli energetici che avviene quando le imprese scaricano su consumatori e lavoratori i loro costi. Una prova dell’esistenza di questo problema è stata data dall’Antitrust quando ha aperto un’istruttoria sulle speculazioni realizzate in questi anni dalla grande distribuzione.

Meloni & Co. hanno cercato di rimediare agendo sulla leva fiscale, in particolare sull’Irpef, per aumentare gli stipendi. Queste costose trovate da 10 miliardi all’anno (in pratica quasi una legge di bilancio) hanno prodotto vantaggi minimi o nulli per i redditi medio-bassi e non hanno dato una risposta strutturale all’emergenza salariale. Del resto, non si agisce sul fisco per aumentare le paghe, per di più con una crescita dello zero virgola. Ma è proprio quello che è stato ripetuto per tutta la legislatura.

I fondamentali dell’economia muovono verso il peggio. Ieri Bankitalia ha registrato un nuovo record del debito pubblico: 3,159 miliardi, 19,5 miliardi in più nel solo mese di marzo. E se, causa inflazione, la Bce aumentasse i tassi andrebbe peggio per la prossima legge di bilancio, l’ultima di questo governo. Volevano servire troppi padroni. Faranno pagare il conto a chi non se lo può permettere.

 

07 – Antonio De Lellis*: NON È COMUNISMO, MA GIUSTIZIA SOCIALE – NUOVA FINANZA PUBBLICA LA RUBRICA SETTIMANALE DI POLITICA ECONOMICA. A CURA DI AUTORI VARI.

NON È COMUNISMO, MA IL PIÙ ELEMENTARE BUONSENSO. UNA PICCOLA PATRIMONIALE SULLO 0,1% DEI PIÙ RICCHI CAMBIEREBBE SANITÀ, ISTRUZIONE, LA SOCIETÀ INTERA. CON QUESTE PAROLE RICCARDO STAGLIANÒ STIMOLA UN DIBATTITO FONDAMENTALE.

Ma chi paga in Italia le imposte? A ben guardare i dati delle dichiarazioni Irpef 2025 si delinea il peccato dell’Irpef, ormai diventata l’imposta del lavoro dipendente e dei pensionati, che dichiarano quasi l’85% del totale. Le aliquote Irpef 2026 in Italia sono tre: 23% fino a 28.000 euro, 33% per la parte eccedente e fino a 50.000 euro, 43% per la fascia superiore di reddito. Contro le 32 aliquote presenti inizialmente nel 1974.
Oggi solo il 3,3% dei contribuenti dichiara redditi sopra i 75mila euro a fronte degli 11,3 milioni di contribuenti che non versano Irpef. Infatti ci sono categorie più benestanti che ottengono redditi da più fonti. Può succedere ad esempio che un contribuente ottiene introiti per affitti, per interessi su depositi bancari, dividendi su azioni, titoli di stato, buoni postali e redditi professionali o d’impresa calcolati forfettariamente. Se questi redditi sono tassati separatamente, le aliquote più alte non scattano mai e la progressività rimane azzoppata.

Per esempio, Piazza Affari ha distribuito quest’anno 43 miliardi di euro, una pioggia di dividendi, pagandoci imposte, il 26% se persone fisiche, il 24% se società di capitale, e fino a 1,2%. Se fossero attivi la progressività e il cumulo dei redditi, avrebbero pagato probabilmente dal 17% a quasi il 42% in più. In questo modo i più ricchi diventano sempre più ricchi aumentando la forbice sociale.

Tutto questo mentre, tra il primo trimestre 2021 e il quarto del 2025, le retribuzioni contrattuali si sono ridotte del 7,8% in termini reali. Inoltre, se c’è evasione fiscale o se non tutti pagano le imposte, secondo progressività, il debito pubblico aumenta. Perché ci sono meno risorse per sostenere gli investimenti sociali, si riduce l’avanzo primario che occorre per pagare gli interessi sui titoli di stato, obbligandoci all’indebitamento e all’anatocismo (interessi su interessi) che aumenta esponenzialmente il debito.

Eppure basterebbe utilizzare l’Isee, come metodo di determinazione della base imponibile, quindi della reale capacità contributiva di ogni contribuente e applicare delle aliquote per livelli elevati di patrimonio e reddito, come proposto da Rocco Artifoni e Francesco Gesualdi in Dossier Fisco e debito pubblicato da Cadtm. Anche un recente studio della Scuola di Sant’Anna evidenzia: un generalizzato aumento della concentrazione del reddito per le classi più abbienti (Top); le persone più povere sono quelle più colpite dalla condizione economica e sociale; la disuguaglianza colpisce maggiormente i giovani, le donne e le regioni del Sud; i patrimoni non sono tassati in base a criteri di progressività.

Ma oltre oceano non va molto meglio. Basti pensare al fisco a favore dei ricchi di Trump, ove 1% della popolazione, il più ricco, risparmierà circa mille miliardi in dieci anni grazie ai tagli fiscali concessi dal presidente Usa. Altreconomia ci dice che le quattro corporation Amazon, Alphabet, Meta e Tesla, hanno pagato un’aliquota fiscale media del 4,9% nel 2025, con Tesla e Palantir, in particolare, che hanno evitato il 100% delle tasse.

Ecco come si crea la concentrazione di capitali in mano a poche persone, andando a rafforzare quelle che Emiliano Brancaccio chiama le oligarchie capitalistiche e i tecno-padroni. Essi sottraendosi alla polis, plasmano la politica a loro immagine e somiglianza anche attraverso il controllo dei mezzi della propaganda, generando, come ha denunciato Papa Leone XIV, una manciata di tiranni che devasta il mondo con le guerre e le violenze. Mentre, dietro la cortina fumogena del caos, l’obiettivo è arricchirsi sempre di più, determinando un oltrefascismo. Con la sua terrificante ascesa dovremmo misurarci.
*( De Lellis Antonio. Laureato in economia, diplomato in Dottrina sociale della Chiesa, revisore legale dei conti, consigliere nazionale di Pax Christi Italia)

 

08 – Alfiero Grandi*: A QUANDO UN NUOVO REFERENDUM SUL NUCLEARE ? ALFIERO GRANDI SU ADISTA RIVISTA – SULLA RIVISTA DELL’AGENZIA ADISTA, ARTICOLO DI ALFIERO GRANDI SUL NUCLEARE CIVILE CHE IL GOVERNO VORREBBE REINTRODURRE IN ITALIA, CON IL TITOLO A UANDO IL TERZO REFEREDNUM SUL NUCLEARE ?

Lorenzo Bini Smaghi, BCE, in un’intervista ha detto: Il “green deal” è stato rimesso in discussione perché troppo costoso per i cittadini. Oggi ci si accorge che dipendere troppo dal fossile è ancora più costoso.
Una valutazione che affonda l’attacco della destra al green deal da cui sono derivati passi indietro importanti. Prima ancora di una valutazione sulla utilità e sui rischi del nucleare da fissione per produrre energia elettrica la sua re-introduzione aggiungerebbe un altro tassello alla dipendenza dall’estero dell’Italia.
Oggi ci si rende conto che la scelta di fondo sulle energie da fonti rinnovabili è indispensabile per contrastare il cambiamento climatico (che solo l’insostenibile posizione negazionista trumpiana può ritenere non obbligata) e ancora di più è conveniente per i costi inferiori e perché renderebbe il nostro paese sempre meno dipendente dalle crisi internazionali.
La destra purtroppo ha una visione ideologica, forse sarebbe meglio dire un pregiudizio che non riesce a mettere in discussione di fronte all’evidenza e quindi si butta su posizioni revanchiste, perde di lucidità.
Eppure l’amministratore delegato di A2A, importante impresa energetica, ha detto agli azionisti: “non riesco ad immaginare il nucleare nel funzionamento dei nostri impianti che si debbono accendere e spegnere in un’ora in caso di necessità. Se un nuvolone bloccasse il fotovoltaico Terna interverrebbe e farebbe partire gli impianti termoelettrici in un’ora. Il nucleare invece richiede investimenti che per essere ripagati dovrebbero farlo funzionare per 8 mila ore/anno”.
Sembra ripetersi il copione del referendum sulla magistratura. Giorgia Meloni ha fortemente voluto e poi ha perso il referendum costituzionale. Per inciso la vittoria del NO darà ancora dispiaceri alla destra e gli sconvolgimenti per il governo non sono finiti. Sul nucleare dopo 2 referendum abrogativi (1987 e 2011) in cui ha vinto il No con grande margine, ora il governo di destra ci riprova. E’ un tentativo di rivalsa verso i risultati referendari passati, dimenticando che la Corte costituzionale con sentenza 199/2012 (Tesauro) ha stabilito che le materie abrogate con referendum popolare non possono essere riproposte, si può tornare sull’argomento solo cambiando la sostanza dell’oggetto per non contraddire il risultato del voto popolare.
E’ chiaro che la proposta del governo, che ha iniziato la discussione alla Camera in questi giorni, ripropone il nucleare da fissione, sia pure con centrali più piccole (non poi tanto visto che si parla di 300 MW e quella chiusa sul Garigliano ne aveva 160) ma la sostanza è quella. Altro discorso sarebbe il nucleare da fusione che oggi non è disponibile, su cui continua la sperimentazione ma nessuno può dire quando sarà possibile costruire centrali di produzione. Quindi il nucleare di cui si parla è esattamente quello abrogato con voto popolare, quindi incostituzionale.

Il governo deve avere ricevuto consigli di prudenza perché insiste a dire che le (vecchie) centrali chiuse con le relative tecnologie saranno dismesse e cerca di dimostrare che si parla di roba nuova, peccato che non sia in grado di dimostrarlo come ha sottolineato il premio Nobel Giorgio Parisi nell’audizione alla Camera. E’ proprio ricordando le considerazioni di Parisi che la costituzionalista Maria Agostina Cabiddu, sempre in un’audizione alla Camera, ha dimostrato che se la materia è la stessa abrogata la legge proposta dal governo è incostituzionale.

Perché il governo si è infilato in questo cul de sac ? Perché la destra non è in grado di ammettere gli errori e tanto meno di cambiare di fronte all’evidenza, può essere sconfitta, ma non può ammettere di avere sbagliato. Questa è ideologia o almeno pregiudizio, infatti recupera le velleità di Berlusconi/Scaiola del 2009, sconfitte nel referendum del 2011.

Allora come oggi i referendum provocano scosse negli equilibri politici. Non a caso Berlusconi sei mesi dopo gettò la spugna (novembre 2011) a favore di Mario Draghi, creando un altro falso mito della destra: il complotto.

La presunzione di avere il potere assoluto in mano portò ad errori marchiani, dal nucleare ad un governo del bilancio pubblico che spinse lo spread troppo in alto per le finanze pubbliche italiane. Sarebbe statolo peggio se il governo Berlusconi avesse preso impegni con i francesi per gli Epr, visto che centrali simili hanno richiesto il triplo del tempo previsto e sono costate 4 volte di più.

Anche oggi il referendum costituzionale ha aperto una crisi politica che non si vuole ammettere e il nucleare promette di aggiungere un’ulteriore motivo di difficoltà. Nella campagna elettorale è stato raccontato dalla destra che il green deal era l’origine di tutte le malefatte della sinistra mentre il ritorno al nucleare era la panacea in materia energetica. Anche Confindustria si è fatta fregare, ora sembra più riflessiva.

Il problema è che il nucleare costa un patrimonio, non è conveniente rispetto alle fonti rinnovabili che costano molto meno, entrano in funzione con rapidità e renderebbero l’Italia più autosufficiente.

L’ineffabile Ministro Pichetto Fratin ha ammesso che prima del 2035 il nucleare non entrerebbe in funzione e che un contributo significativo potrebbe arrivare solo nel 2050. Di cosa stiamo parlando ? La crisi energetica è adesso. Le risposte debbono essere verso l’autosufficienza maggiore possibile. Quindi occorre investire nelle rinnovabili a tutto spiano per recuperare i ritardi che il governo sta accumulando perché ha costruito un percorso di autorizzazioni tortuoso e ingestibile.

Pensiamo all’eolico off shore proposto al largo di Civitavecchia, potrebbe sostituire la centrale a carbone, essere collocato fuori vista a 20/30 chilometri dalla costa. Il progetto c’è da anni, il territorio è favorevole, gli investitori hanno presentato le proposte ma è tutto fermo. Non è l’unico caso.

Le fonti rinnovabili non sono costanti ? Vero, l’eolico ha bisogno del vento e il fotovoltaico del sole ma ormai le rinnovabili in certe ora del giorno producono più di quanto si consuma, basta accumulare, per questo Terna ha preparato un piano di investimenti in accumuli e anche l’idroelettrico può essere usato per stabilizzare la rete.
Unire i punti e il disegno compare, ma questo esercizio il governo non lo fa e continua a trastullarsi con una proposta di legge sul ritorno al nucleare, per di più incostituzionale.
Quella del governo non è determinazione, è mandare a sbattere l’Italia, come è già accaduto con il gas Usa che costa molto di più.
Il governo dovrebbe preparare un piano di emergenza sull’energia che rimetta in moto tutti gli investimenti possibili, l’Unione europea ha chiarito che ci sono fondi a disposizione. Si potrebbe riprendere un progetto interrotto bruscamente sull’auto elettrica, che arriva dalla Cina anziché essere prodotta in Italia, mentre i nostri stabilimenti vengono messi in cig, per ora. Senza dimenticare che Enel aveva previsto lo stabilimento di Catania, il più grande d’Europa, per rientrare nel fotovoltaico da protagonista e sono tanti i settori delle rinnovabili in cui si possono ottenere risultati importanti e con potenzialità produttive. Pensiamo all’ex Ilva, le pale eoliche richiedono acciaio e qualcuno deve produrlo, da tempo ci sono proposte per offrire all’ex Ilva risanata un nuovo spazio produttivo, ne ha parlato recentemente anche un’iniziativa di Lega ambiente.
Un governo serio dovrebbe mettere insieme tutte le idee e le potenzialità e favorire investimenti mirati come parte di un’unica politica energetica, ma l’ideologia del nemico da battere lo blocca e quindi lo ritroviamo a blaterare di nucleare, che se dovesse diventare legge troverebbe ovviamente una risposta adeguata di chi non ha dimenticato i rischi del nucleare da fissione, è il 40° dell’esplosione di Chernobyl. Questo governo ha azzerato il lavoro fin qui fatto per lo stoccaggio delle scorie radioattive e ora vorrebbe far costruire nuove centrali che produrrebbero nuove scorie che si sommerebbero a quelle che abbiamo sparso in Italia senza la necessaria sicurezza e in Europa dove paghiamo salato.
Dulcis in fundo: le piccole centrali da disseminare in Italia, qua e là, non hanno prototipi verificabili, di cosa stiamo parlando ? Non si sa. Il progetto di legge del governo è un rovo intricato di deleghe pressoché in bianco al governo.
Nessuno si meravigli se si arriverà al terzo referendum abrogativo sul nucleare, con buona pace di Calenda.
*( Alfiero Grandi – è un politico e sindacalista italiano. Deputato della Repubblica Italiana. Durata mandato, 2001 – 2006.)

 

09 – Jonathan Cook* BOLLA DI ILLUSIONI DELL’OCCIDENTE SU ISRAELE – E SU SE STESSO – STA PER SCOPPIARE – STARMER. PER DECENNI, DUE NARRAZIONI INCONCILIABILI SU ISRAELE E LE SUE MOTIVAZIONI SONO COESISTITE IN PARALLELO.

DA UN LATO, LA NARRAZIONE UFFICIALE OCCIDENTALE RITRAE UN CORAGGIOSO E ASSEDIATO STATO DI ISRAELE “EBRAICO”, DISPERATAMENTE IMPEGNATO A RAGGIUNGERE LA PACE CON I SUOI OSTILI VICINI ARABI. ANCORA OGGI, QUESTA NARRAZIONE DOMINA IL PANORAMA POLITICO, MEDIATICO E ACCADEMICO.

Più e più volte, o almeno così ci viene detto, Israele ha teso un ramoscello d’ulivo agli “arabi”, cercando l’accettazione, ma è sempre stato respinto.

Un sottotesto in gran parte inespresso suggerisce che i regimi presumibilmente irrazionali, sanguinari e antisemiti di tutta la regione avrebbero portato a termine il programma di sterminio nazista se non fosse stato per la protezione umanitaria offerta dall’Occidente a una minoranza vulnerabile.

La contro-narrazione palestinese, condivisa in gran parte del resto del mondo, viene soffocata nel silenzio in Occidente come una “calunnia del sangue” antisemita.

Il libro presenta Israele come uno stato etnicamente suprematista, fortemente militarizzato, armato dagli Stati Uniti e dall’Europa, determinato all’espansione, alle espulsioni di massa e al furto di terre.

Secondo questa interpretazione, l’Occidente ha impiantato Israele come avamposto militare coloniale, con lo scopo di sottomettere la popolazione palestinese autoctona e terrorizzare gli stati confinanti, costringendoli alla resa attraverso dimostrazioni di forza implacabili e schiaccianti.

I palestinesi non possono raggiungere la pace né alcun tipo di accordo, perché Israele persegue solo la conquista, il dominio e l’annientamento. Non è possibile alcuna via di mezzo.

La prova, fanno notare i palestinesi, è il persistente rifiuto di Israele di definire i propri confini. Con la crescita della sua potenza militare decennio dopo decennio, sono emerse agende politiche sempre più estreme, che chiedono non solo l’annessione da parte di Israele degli ultimi lembi di territorio palestinese illegalmente occupato, ma anche l’espansione verso stati confinanti come il Libano e la Siria.

Ubriaco di potere
Ecco due narrazioni contrastanti in cui ciascuna parte si presenta come vittima dell’altra.

A due anni e mezzo dall’inizio di una serie di guerre israeliane contro i popoli di Gaza, Iran e Libano, come si stanno evolvendo queste due prospettive?

Israele appare come un “pacificatore frustrato” che si scontra con avversari barbari, o come uno “stato canaglia” la cui aggressione decennale ha provocato proprio quella violenza di rappresaglia sfruttata per giustificare le sue continue guerre?

Israele è un piccolo e riluttante stato-fortezza che si difende, oppure un cliente militare occidentale talmente inebriato dal proprio potere da non riuscire a limitare le proprie ambizioni territoriali più di quanto un grande squalo bianco possa smettere di nuotare?

La verità è che gli ultimi 30 mesi hanno messo in luce in modo lampante non solo ciò che Israele è sempre stato, ma, per estensione, anche ciò che i nostri stessi stati occidentali aspiravano a ottenere attraverso il loro cliente prediletto in Medio Oriente.

Il mese scorso, in un momento di imprudenza, Christian Turner, successore di Peter Mandelson come ambasciatore britannico negli Stati Uniti, ha detto ad alta voce ciò che tutti pensavano in silenzio. Washington, il centro nevralgico dell’impero occidentale, ha affermato, non nutriva una profonda lealtà verso i suoi alleati, fatta eccezione per uno.

Ignaro che le sue parole venissero registrate, disse a un gruppo di studenti in visita: “Credo che ci sia probabilmente un solo Paese che ha un rapporto speciale con gli Stati Uniti, e quello è probabilmente Israele“.

Questo rapporto speciale richiede che la classe politica e mediatica degli altri stati clienti di Washington, come la Gran Bretagna, proteggano la Sparta occidentale in Medio Oriente da qualsiasi esame critico.

Le atrocità commesse da Israele sono diventate così evidenti che il governo britannico ha annunciato il mese scorso la chiusura dell’unità del Ministero degli Esteri incaricata di monitorare i crimini di guerra, adducendo la necessità di tagli, piuttosto che rischiare di esporre ulteriormente la propria complicità in tali crimini.

Se il governo britannico si rifiuta di monitorare i crimini di guerra di Israele, non aspettatevi di più dai media mainstream.

Da mesi Israele sta radendo al suolo villaggio dopo villaggio nel sud del Libano, costringendo milioni di abitanti ad abbandonare terre abitate per millenni dai loro antenati, e la cosa non suscita quasi alcuna reazione nei nostri politici e nei nostri media.

Israele sta distruggendo le riserve idriche di Gaza, come già fatto in precedenza con gli ospedali e il sistema sanitario della piccola enclave, garantendo un’ulteriore diffusione della malattia, e i nostri politici e media non ne parlano quasi per niente.

Israele uccide giornalisti e personale di soccorso a Gaza e in Libano settimana dopo settimana, mese dopo mese, e la classe politica e i media non battono ciglio.

Israele dichiara unilateralmente “linee gialle ” a Gaza e in Libano, delimitando confini ampliati che formalizzano il furto di terre altrui, e questo diventa immediatamente la nuova normalità.

Israele viola continuamente i cessate il fuoco a Gaza e in Libano, diffondendo miseria e alimentando ulteriore rabbia e amarezza, e ancora una volta i nostri politici e i nostri media chiudono un occhio.

Quali testate giornalistiche occidentali stanno mettendo in evidenza un dato sorprendentemente rivelatore: Israele ora occupa una porzione di Libano maggiore di quella occupata dalla Russia in Ucraina?
Pregiudizi dei media
Un’analisi condotta il mese scorso dal gruppo di monitoraggio dei media Newscord ha confermato ricerche precedenti: i media britannici evitano accuratamente di nominare “pulizia etnica” e “genocidio” quando a perpetrarli è Israele, e non la Russia.
Confrontando la copertura mediatica delle testate giornalistiche britanniche più “autorevoli” – la BBC, il Guardian e Sky – con quella di Al Jazeera, lo studio ha rilevato che i media del Regno Unito scelgono sistematicamente di minimizzare la responsabilità di Israele per i suoi crimini.
Israele è stato identificato come responsabile degli attacchi a Gaza solo in circa la metà dei notiziari britannici, a differenza di quasi il 90% di quelli di Al Jazeera. Come ha osservato Newscord: “Nella metà dei casi, ai lettori della BBC non viene detto chi ha ucciso la persona citata nella notizia“.
Ciò è stato illustrato in modo lampante da un famigerato titolo della BBC: “Hind Rajab, 6 anni, trovata morta a Gaza giorni dopo le telefonate di richiesta di aiuto“.
Di fatto, un carro armato israeliano ha crivellato di colpi un’auto ferma, nonostante l’esercito israeliano sapesse da ore che al suo interno si trovava una ragazzina palestinese, unica sopravvissuta a un precedente attacco, che i soccorritori stavano disperatamente cercando di raggiungere. Israele ha ucciso anche i membri della squadra di soccorso.
Un altro dato rivelatore emerso dalla ricerca di Newscord è che quattro reportage su cinque della BBC sulle vittime causate dagli attacchi israeliani utilizzavano la complessa forma passiva, anziché quella attiva, chiaramente con l’intento di minimizzare la colpevolezza e la brutalità di Israele.
I media britannici hanno inoltre attivamente minimizzato l’enormità del bilancio delle vittime palestinesi a Gaza, attribuendo regolarmente le cifre a un ministero della salute “affiliato ad Hamas“, sebbene i numeri, attualmente ben oltre 70.000 palestinesi, siano quasi certamente una sottostima considerevole, data la precoce distruzione del governo dell’enclave da parte di Israele e la sua capacità di contare i morti.
Il fatto che le Nazioni Unite abbiano ritenuto credibili i dati relativi a Gaza è stato menzionato solo nello 0,6% dei rapporti.
Intento genocida
Analogamente, la BBC e il Guardian hanno scelto di umanizzare i prigionieri israeliani di Hamas con una frequenza doppia rispetto ai prigionieri palestinesi dello Stato israeliano.
L’inadeguatezza di questo doppio standard è sottolineata dalle continue insinuazioni di politici e media secondo cui Hamas avrebbe “decapitato bambini” e commesso stupri sistematici il 7 ottobre 2023, più di due anni dopo che tali affermazioni erano state completamente smentite.
Si confronti questa situazione con l’efficace insabbiamento da parte dei media del rapporto di Euro-Med Monitor del mese scorso sulla ripugnante pratica, da parte dell’esercito israeliano, di violentare prigioniere palestinesi con cani addestrati proprio a questo scopo.
Sono giunte numerose testimonianze di palestinesi tenuti prigionieri da Israele che denunciano stupri e abusi sessuali sistematici, confermate da gruppi per i diritti umani e dalle testimonianze di soldati e medici israeliani che hanno denunciato tali abusi. Ben poco di tutto ciò trova spazio nei media occidentali.

Newscord mette in luce un ulteriore problema, più subdolo, che distorce la copertura mediatica occidentale: l’omissione di fatti accertati ma scomodi, che presenterebbero Israele sotto una luce depravata, ovvero veritiera.
Ad esempio, osserva Newscord, la BBC ha completamente omesso di riportare tutte, tranne una, delle centinaia di dichiarazioni chiaramente genocidarie pronunciate da funzionari israeliani, a partire dal Primo Ministro Benjamin Netanyahu.
È facile capirne il motivo. Le autorità giudiziarie solitamente faticano a stabilire con certezza se si tratti di genocidio perché, aspetto cruciale, ciò dipende dalla capacità di intuire l’intento, che in genere è celato da chi commette le atrocità.
Nel caso di Israele, le sue azioni a Gaza non solo sembrano configurarsi come un genocidio, ma i suoi leader sono stati chiarissimi nell’affermare che tali azioni sono finalizzate a un genocidio. Un comportamento del genere si riscontra solo in chi è inebriato da un senso di impunità.
Ancora una volta, i media britannici si sono debitamente assunti il compito di proteggere Israele da qualsiasi rischio legale, il tutto nell’interesse di un’informazione obiettiva, si capisce.

Una vecchia storia

Non c’è niente di nuovo. È la stessa storia da prima della violenta creazione di Israele nella patria palestinese nel 1948 , quando l’80% della popolazione autoctona fu sottoposta a pulizia etnica da Israele nel nuovo Stato autoproclamatosi “ebraico”. O da quando, per usare il linguaggio ingannevole impiegato dalle élite politiche, mediatiche e accademiche occidentali, circa 750.000 palestinesi “fuggirono“.
L’obiettivo è stato quello di creare e mantenere una bolla di illusione per il pubblico occidentale, una bolla in cui i nostri crimini – e quelli dei nostri alleati – rimangono invisibili ai nostri occhi.
A questo proposito, si noti la decisa esclusione di Israele da parte del governo britannico da una recente inchiesta “indipendente” condotta dall’ex funzionario di Whitehall, Philip Rycroft, sulle influenze finanziarie straniere maligne nella politica britannica. Naturalmente, è stata la Russia a finire principalmente sotto i riflettori.
Come prevedibile, ad aprile il governo di Keir Starmer ha respinto una petizione firmata da oltre 114.000 persone che chiedeva un’analoga inchiesta pubblica sull’influenza della potente lobby israeliana.
Ciò non ha destato sorpresa, dato che qualsiasi indagine di questo tipo avrebbe rischiato di portare alla luce le centinaia di migliaia di sterline che Starmer e i suoi ministri avrebbero ricevuto da lobbisti filo-israeliani.
La stessa classe politica e mediatica britannica, così restia a indagare sulla nefasta influenza della lobby filo-israeliana, ignora anche la sistematica distruzione di villaggi e infrastrutture da parte di Israele nel sud del Libano, in flagrante violazione di un presunto cessate il fuoco.
I soldati israeliani hanno dichiarato ai media locali che il loro compito è quello di colpire indiscriminatamente tutte le strutture, siano esse civili o “terroristiche”, con l’obiettivo di impedire agli abitanti libanesi di tornare nei loro villaggi.
Ciò è in linea con l’annuncio di Israele di non avere intenzione di ritirarsi al termine dei combattimenti e con i piani diffusi di colonizzazione dei territori occupati in Libano con insediamenti ebrei.
Se non fosse per i video di Israele che fa saltare in aria le comunità libanesi, emersi sui social media nonostante la censura algoritmica, forse non verremmo a conoscenza dei vasti sforzi di Israele per attuare una pulizia etnica nel sud del Libano.

In risposta a questi video, il Guardian ha pubblicato un raro reportage “mainstream” sulla campagna di distruzione, edulcorando l’orrore provato dalle famiglie libanesi che scoprivano le proprie case distrutte, insieme a ricordi e cimeli di inestimabile valore. Questa esperienza è stata descritta dal giornale – in modo assurdo – come “agrodolce“.

I critici evidenziano uno schema ricorrente. Israele non sta radendo al suolo solo il Libano meridionale; negli ultimi 30 mesi ha raso al suolo quasi tutti gli edifici anche a Gaza.

Ma il modello per entrambi ha origini ben più antiche, come ogni palestinese apprende fin dalla tenera età.
Dopo aver espulso la maggior parte dei palestinesi dalle loro case nel 1948, Israele ha trascorso anni a radere al suolo circa 500 villaggi uno dopo l’altro, mentre i leader israeliani affermavano pubblicamente di implorare i rifugiati di tornare e i leader occidentali esaltavano Israele come “l’unica democrazia” in Medio Oriente.
Le espulsioni che l’Occidente continua a fingere non siano avvenute ottant’anni fa vengono ora trasmesse in diretta streaming. Questa volta, è impossibile negarle, così come è impossibile negare l’agenda coloniale e suprematista che si cela dietro di esse.
Denigrare il messaggero
Se il messaggio insito nelle atrocità commesse da Israele non può più essere fatto sparire, ripulito o normalizzato – come accadeva in un’epoca precedente alle notizie in tempo reale 24 ore su 24 e ai social media – allora è necessaria una strategia diversa: demonizzare il messaggero.
Questo è il compito politico del nostro tempo.
La sinistra antirazzista viene demonizzata come “bigotta antisemita” per aver cercato di far scoppiare la bolla di illusioni che da tempo avvolge l’Occidente, denunciando a gran voce sia le atrocità commesse da Israele, presumibilmente in nome degli ebrei, sia la complicità dei propri governi in tali atrocità.
Il mese scorso, il governo di Starmer ha fatto approvare alla Camera dei Comuni una legge che consente alla polizia di vietare le proteste che causano “disturbi cumulativi”, ovvero proteste ripetute come quelle contro il genocidio israeliano a Gaza. I media non hanno battuto ciglio.
L’aggressione subita questa settimana da due uomini ebrei a Golders Green, presumibilmente per mano di un individuo affetto da disturbi mentali con una lunga storia di violenza, viene rapidamente strumentalizzata dai principali partiti per preparare restrizioni ancora più severe al diritto di protestare.
I cittadini britannici che cercano di fermare i crimini di guerra israeliani, sia prendendo di mira le fabbriche di morte israeliane situate nel Regno Unito, sia esibendo cartelli a sostegno di questo tipo di azione diretta, continuano a essere trattati come “terroristi”, anche dopo una sentenza del tribunale che ha dichiarato illegale la messa al bando di Palestine Action.
Poiché le giurie si dimostrano spesso restie a emettere sentenze di condanna, lo Stato britannico sta apertamente cercando di influenzare i verdetti a proprio favore. Alle giurie viene impedito di conoscere le ragioni per cui sono state prese di mira le fabbriche di armi israeliane, la principale linea di difesa dell’imputato. I giudici istruiscono le giurie a condannare.
I cittadini che manifestano silenziosamente con cartelli fuori dal tribunale vengono arrestati per aver ricordato alle giurie un diritto consolidato dalla legge di disobbedire a tali istruzioni, seguire la propria coscienza e assolvere l’imputato: un abuso di potere da parte della polizia che contravviene a centinaia di anni di precedenti legali e che i tribunali sembrano sempre più disposti a tollerare.
Esistono delle reticenze, debitamente rispettate dai media, su altre pratiche illecite segrete ideate per aiutare il governo britannico a ottenere i verdetti necessari a fermare l’attivismo contro il genocidio. Lo sappiamo solo perché la deputata del vostro partito, Zarah Sultana, ha usato l’immunità parlamentare per portare la questione all’attenzione del pubblico.

È significativo che questa settimana, nel processo di ripetizione a carico di sei imputati di Palestine Action, cinque di loro abbiano rinunciato ai propri avvocati per le arringhe finali. Hanno fatto notare, con tono cupo, che i loro rappresentanti legali non potevano tutelarli adeguatamente a causa di “decisioni prese dal tribunale”.
Nel frattempo, il governo Starmer sta portando avanti i piani per sbarazzarsi definitivamente delle giurie problematiche e lasciare che siano giudici più affidabili a decidere da soli questi processi politici farsa.

Benvenuti al rapido smantellamento dei diritti costituzionali più preziosi della Gran Bretagna, necessari, a quanto pare, soprattutto per proteggere un paese lontano che, secondo la Corte Internazionale di Giustizia, commette il crimine di apartheid contro i palestinesi e potrebbe plausibilmente commettere un genocidio a Gaza.
Lezione dolorosa
Ma, ovviamente, il governo britannico – come i governi statunitense, tedesco e francese – non sta svuotando la propria democrazia liberale solo per proteggere Israele. È costretto a tali estremi per disperazione.
L’Occidente non può più sostenere la bolla di illusioni – sulla propria superiorità morale o di civiltà – in un mondo con risorse in diminuzione, un mondo in cui le élite occidentali sono disposte a causare l’immolazione del pianeta per proteggere i profitti derivanti dai combustibili fossili, di cui si sono arricchite a dismisura.
L’agenda della “classe Epstein” è sempre più trasparente in patria e sempre più messa in discussione all’estero. Il genocidio a Gaza e la pulizia etnica in Libano hanno esaurito la legittimità morale dell’Occidente. Ora l’Iran sta lentamente erodendo il primato militare dell’Occidente.
Non sorprende che un impero statunitense ormai al tramonto, un impero costruito sul controllo dei combustibili fossili, abbia scelto come luogo della sua fine lo Stretto di Hormuz, il più grande rubinetto petrolifero del mondo.
Israele è stato effettivamente insediato nella regione otto decenni fa come uno stato-cliente fortemente militarizzato, il cui compito principale era quello di proiettare la potenza occidentale, ovvero quella statunitense, nel Medio Oriente ricco di petrolio.
Gli Stati Uniti hanno protetto Israele dalle indagini sull’oppressione dei palestinesi e sul furto della loro terra.
In cambio, il “coraggioso” Israele ha aiutato gli Stati Uniti a costruire una narrativa di comodo che richiedeva il contenimento e il rovesciamento dei governi nazionalisti laici in Medio Oriente, proteggendo al contempo monarchie retrograde che si atteggiavano a oppositori di Israele mentre segretamente cospiravano con esso.
Gli stati che si formarono nella regione, assediati e divisi, erano maturi per essere controllati. Mancavano di governi responsabili, in grado di rispondere alle esigenze dei propri cittadini e di allearsi per proteggere gli interessi della regione dalle interferenze coloniali occidentali.
Ora l’Iran sta mettendo a dura prova questo sistema, in vigore da decenni, fino a portarlo alla distruzione. Sta costringendo gli stati del Golfo a scegliere: continuare a servire gli Stati Uniti, nonostante questi abbiano dimostrato di non essere in grado di proteggerli, o allearsi con l’Iran, che si sta affermando come nuova grande potenza, imponendo dazi per il transito attraverso lo stretto?
L’Occidente sta rapidamente imparando che i droni a basso costo possono eludere persino i suoi sistemi di rilevamento più sofisticati e che poche mine e cannoniere possono bloccare gran parte del carburante da cui dipende l’economia globale.
La bolla dell’illusione è finalmente scoppiata. L’Occidente sta ricevendo la punizione che si merita da tempo. La lezione sarà davvero dolorosa.
*(Fonte: Sinistrainrete – Jonathan Cook, nato intorno al 1965, è uno scrittore britannico e giornalista freelance precedentemente residente a Nazareth, in Israele, che scrive sul conflitto israelo-palestinese. Scrive una rubrica fissa per The National of Abu Dhabi e Middle East Ey)

 

10 – Jeffrey D. Sachs*: LA GUERRA CONTRO L’IRAN FINIRÀ PROBABILMENTE CON UNA RITIRATA AMERICANA – L’IMPERO AMERICANO NON PUÒ VINCERE LA GUERRA CONTRO L’IRAN A COSTI FINANZIARI, MILITARI E POLITICI ACCETTABILI.

QUESTA NON È STATA NÉ UNA GUERRA DI NECESSITÀ, NÉ UNA GUERRA DI SCELTA. È STATA UNA GUERRA DI CAPRICCIO. LA PREMESSA DI FONDO ERA L’EGEMONIA. GLI STATI UNITI STAVANO TENTANDO DI PRESERVARE UN DOMINIO GLOBALE CHE NON POSSIEDONO PIÙ, E ISRAELE STAVA CERCANDO DI STABILIRE UN DOMINIO REGIONALE CHE NON AVRÀ MAI.
A DISTANZA DI CINQUE ANNI POSSIAMO RIPERCORRERE GLI EVENTI DEL PERIODO EMERGENZIALE 2020-3, CHE SONO STATI ESSENZIALMENTE IL TENTATIVO DI UN COLPO DI STATO GLOBALE, IN CUI PRATICAMENTE TUTTI GLI STATI HANNO AGITO SECONDO UN COPIONE?
* * * *
La guerra contro l’Iran che gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato il 28 febbraio 2026 finirà probabilmente con una ritirata americana. Gli Stati Uniti non possono continuare la guerra senza provocare conseguenze disastrose. Una nuova escalation porterebbe probabilmente alla distruzione delle infrastrutture petrolifere, del gas e di desalinizzazione della regione, causando una catastrofe globale prolungata. L’Iran può imporre in modo credibile costi che gli Stati Uniti non possono sopportare e che il mondo non dovrebbe subire.
Il piano di guerra USA-Israele era un attacco decapitante, venduto al presidente Donald Trump dal primo ministro Benjamin Netanyahu e da David Barnea, il direttore del Mossad. La premessa era che un’aggressiva campagna di bombardamenti congiunta USA-Israele avrebbe così degradato la struttura di comando del regime iraniano, il programma nucleare e l’alta leadership dell’IRGC da provocare la frattura del regime. Gli Stati Uniti e Israele avrebbero poi imposto un governo malleabile a Teheran.
Trump sembra essere stato convinto che l’Iran avrebbe seguito lo stesso percorso di quanto accaduto in Venezuela. L’operazione statunitense in Venezuela nel gennaio 2026 ha rimosso il presidente venezuelano Nicolas Maduro in quella che sembra essere stata un’operazione coordinata tra la CIA ed elementi all’interno dello Stato venezuelano. Gli Stati Uniti hanno ottenuto un regime più malleabile, mentre la maggior parte della struttura di potere venezuelana è rimasta al suo posto. Trump sembra aver creduto ingenuamente che lo stesso risultato si sarebbe verificato in Iran.
L’operazione in Iran, tuttavia, non è riuscita a produrre un regime malleabile a Teheran. L’Iran non è il Venezuela, né dal punto di vista storico, né tecnologico, né culturale, né geografico, né militare, né demografico, né geopolitico. Qualunque cosa sia successa a Caracas aveva ben poco a che fare con ciò che sarebbe accaduto a Teheran.
Il governo iraniano non si è frammentato. Il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC), lungi dall’essere decapitato, è emerso con un comando interno rafforzato e un ruolo ampliato nell’architettura della sicurezza nazionale. L’ufficio della Guida Suprema ha tenuto; l’establishment religioso ha serrato i ranghi dietro di esso; e la popolazione si è mobilitata contro l’attacco esterno.
A due mesi di distanza, Trump e Netanyahu non hanno alcun governo iraniano successore sotto il loro controllo, nessuna resa iraniana per porre fine alla guerra e nessuna via militare verso la vittoria. L’unica via, e quella che gli Stati Uniti sembrano intraprendere, è una ritirata, con l’Iran al comando dello Stretto di Hormuz e nessuna delle altre questioni tra Stati Uniti e Iran risolta.
Diverse ragioni spiegano i disastrosi errori di valutazione degli Stati Uniti e i successi dell’Iran.
In primo luogo, i leader americani hanno fondamentalmente sottovalutato l’Iran. L’Iran è una grande civiltà con 5.000 anni di storia, una cultura profonda, resilienza nazionale e orgoglio. Il governo iraniano non avrebbe ceduto alle intimidazioni e ai bombardamenti degli Stati Uniti, soprattutto considerando che gli iraniani ricordano come gli Stati Uniti abbiano distrutto la democrazia iraniana nel 1953 rovesciando un governo democraticamente eletto e instaurando uno stato di polizia che è durato 27 anni.
In secondo luogo, i leader americani hanno drammaticamente sottovalutato la sofisticazione tecnologica dell’Iran. L’Iran vanta un’ingegneria e una matematica di livello mondiale. Ha costruito una base industriale di difesa autoctona, con missili balistici avanzati, un’industria dei droni sviluppata in casa e una capacità di lancio orbitale autoctona. Il percorso di sviluppo tecnologico dell’Iran, costruito nonostante 40 anni di sanzioni sempre più severe, è uno straordinario risultato nazionale.

In terzo luogo, la tecnologia militare si è evoluta in modo da favorire l’Iran. I missili balistici iraniani costano una piccola frazione degli intercettori statunitensi schierati contro di essi. I droni iraniani costano 20.000 dollari; i missili intercettori della difesa aerea statunitense costano 4 milioni di dollari. I missili antinave iraniani, con costi nell’ordine delle centinaia di migliaia di dollari, minacciano i cacciatorpediniere statunitensi che costano 2-3 miliardi di dollari.
La rete anti-accesso e di negazione dell’area dell’Iran intorno al Golfo, la difesa aerea a più livelli, la capacità di saturazione di droni e missili e la capacità di negazione marittima nello stretto hanno reso il costo operativo dell’imposizione della volontà americana sull’Iran molto più alto di quanto gli Stati Uniti possano sostenere, soprattutto tenendo conto della distruzione di ritorsione che l’Iran può infliggere ai paesi vicini.

Quarto, il processo politico statunitense è diventato irrazionale. La guerra contro l’Iran è stata decisa da una ristretta cerchia di fedelissimi del presidente a Mar-a-Lago, senza alcun processo interagenzia formale e con un Consiglio di Sicurezza Nazionale che era stato svuotato nel corso dell’anno precedente. Il direttore del Centro Nazionale Antiterrorismo di Trump, Joe Kent, si è dimesso il 17 marzo con una lettera pubblica in cui descriveva una “camera di risonanza” utilizzata per ingannare il presidente. La guerra è stata il risultato di un sistema decisionale in cui l’apparato deliberativo era stato disattivato.
Questa non è stata né una guerra di necessità, né una guerra di scelta. È stata una guerra di capriccio. La premessa di fondo era l’egemonia. Gli Stati Uniti stavano tentando di preservare un dominio globale che non possiedono più, e Israele stava cercando di stabilire un dominio regionale che non avrà mai.
Il probabile esito finale, alla luce di tutto ciò, è che la guerra finirà con un ritorno a qualcosa di simile allo status quo ante, fatta eccezione per tre nuovi fatti sul campo. In primo luogo, l’Iran avrà il controllo operativo dello Stretto di Hormuz. In secondo luogo, la posizione deterrente dell’Iran sarà notevolmente rafforzata. In terzo luogo, la presenza militare a lungo termine degli Stati Uniti nel Golfo sarà significativamente ridotta. Le altre questioni che presumibilmente hanno spinto gli Stati Uniti ad attaccare l’Iran — il programma nucleare iraniano, i proxy regionali, l’arsenale missilistico — molto probabilmente rimarranno dove erano all’inizio della guerra.
Anche se gli Stati Uniti si ritirano, l’Iran non sfrutterà il proprio vantaggio contro i vicini. Tre ragioni spiegano il perché. Primo, l’Iran ha un interesse strategico a lungo termine nella cooperazione con i vicini del Golfo, non in una guerra continua. In secondo luogo, l’Iran non avrà alcun interesse a ricominciare una guerra che ha appena concluso con successo. In terzo luogo, l’Iran sarà frenato, se mai fosse necessario, dai suoi protettori, le grandi potenze Russia e Cina, che desiderano entrambe una regione stabile e prospera. La leadership iraniana lo capisce chiaramente e porrà fine ai combattimenti.
Trump cercherà senza dubbio di dipingere l’imminente ritiro come una grande vittoria militare e strategica. Nessuna di queste affermazioni sarà vera. La verità è che l’Iran è molto più sofisticato di quanto gli Stati Uniti avessero compreso; la decisione di entrare in guerra era irrazionale; e la tecnologia alla base della guerra si è spostata a sfavore degli Stati Uniti. L’impero americano non può vincere la guerra contro l’Iran a un costo finanziario, militare e politico accettabile. Ciò che l’America può recuperare, tuttavia, è una certa dose di razionalità. È ora che gli Stati Uniti mettano fine alle loro operazioni di cambio di regime e tornino al diritto internazionale.

*(di Jeffrey D. Sachs – è un economista e saggista statunitense. È stato direttore dell’Earth Institute alla Columbia University dal 2002 al 2016. Nel 2004 e nel 2005 è stato inserito fra i Time 100.)

 

 

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