
01 – A San Francisco apre il primo negozio gestito interamente da un’AI
02 – Andrea Medda*: Giorgia Meloni, scoppia il caso “Piano Mattei”: la diffida degli eredi
Un’altra situazione complicata da gestire per Giorgia Meloni. La Premier ha ricevuto una diffida tramite pec da parte degli eredi Mattei.
03 – Mongolia: Carè, grazie ad ambasciatrice Narantungalag per lavoro svolto in Italia
04 – Andrea Colombo*: Meloni può prendersela solo con se stessa. Quattro anni di errori Che ci sia anche un pizzzico di sfortuna, quella che la vittimista di palazzo Chigi lamenta ogni volta che sale su un palco, è indiscutibile. Ma la mala sorte, proprio come quella ottima, colpisce soprattutto chi le ha dato una mano.
05 – Chiara Cruciati*: La tenaglia di coloni e soldati sulla Cisgiordania: prima gli omicidi, poi i raid
Palestina Dopo le uccisioni di martedì, l’esercito assalta Al Mughayyir. Una strategia consolidata. Solo a marzo oltre 1.800 gli attacchi a comunità palestinesi, secondo direttrici precise
01 – A SAN FRANCISCO APRE IL PRIMO NEGOZIO GESTITO INTERAMENTE DA UN’AI
A SAN FRANCISCO HA APERTO IL PRIMO NEGOZIO AL MONDO CON UN’AI COME CAPO.
Il capo in questione si chiama Luna, è un agente alimentato da Claude Sonnet 4.6, e Andon Labs (una startup specializzata in agenti AI autonomi) le ha affidato un contratto d’affitto triennale e un budget di $100.000 per gestire una boutique lifestyle.
In completa autonomia, l’agente AI ha richiesto linee di credito, pubblicato annunci di lavoro, condotto colloqui telefonici e assunto due dipendenti umani…
…che tra l’altro sono i primi lavoratori a tempo pieno nella storia con un’AI come superiore diretto.
Ovviamente l’agente non è infallibile. Spesso si confonde con i turni e a volte mente ai candidati durante i colloqui. Ma comunque paga l’affitto, ordina la merce e riesce a gestire dal punto di vista manageriale il negozio.
(ndr)
02 – Andrea Medda*: GIORGIA MELONI, SCOPPIA IL CASO “PIANO MATTEI”: LA DIFFIDA DEGLI EREDI – UN’ALTRA SITUAZIONE COMPLICATA DA GESTIRE PER GIORGIA MELONI. LA PREMIER HA RICEVUTO UNA DIFFIDA TRAMITE PEC DA PARTE DEGLI EREDI MATTEI.
Non solo la recente querelle legata alle offese del propagandista russo Solovyov. Giorgia Meloni è chiamata a far fronte ad un’altra situazione potenzialmente complessa dovuta al “Piano Mattei“, ovvero il nome scelto per il piano per l’Africa. Come riportato dai principali organi di stampa, infatti, alla Premier sarebbe arrivata una pec di diffida da parte degli eredi dell’uomo, Enrico Mattei, appunto.
La Premier Giorgia Meloni ha indubbiamente fatto del piano per l’Africa, il cosiddetto “Piano Mattei”, uno degli aspetti più importanti del suo mandato al Governo. L’accordo con i paesi africani è stato siglato dalla Presidente del Consiglio il 29 gennaio 2024, in occasione del vertice Italia-Africa tenutosi a Roma.
EPPURE, PROPRIO TALE PIANO POTREBBE RITORCERSI CONTRO DI LEI. IL MOTIVO? IL NOME. COME RIPORTATO DA LA STAMPA, CITATA POI DA DIVERSI ALTRI MEDIA, LO SCORSO 27 MARZO, UNO DEI NIPOTI DI ENRICO MATTEI, LA FIGURA A CUI TUTTO È STATO ISPIRATO, HA SCRITTO UNA MAIL TRAMITE PEC A PALAZZO CHIGI CON ANNESSA DIFFIDA.
LA DIFFIDA DEGLI EREDI: COSA STA SUCCEDENDO
Stando alle informazioni trapelate, una pec con oggetto “Diffida all’utilizzo del nome di Enrico Mattei in relazione al cosiddetto ‘Piano Mattei’” è arrivata alla presidenza del Consiglio. A firmarla è stato Pietro Mattei, uno dei nipoti del fondatore dell’Eni morto nel 1962 in un incidente aereo a Bascapé. Alla base della diffida, l’erede di Mattei ha spiegato: “All’inizio ho detto ‘vediamo che fanno’. Ma adesso trovo veramente inaccettabile le politiche del governo. Sull’immigrazione, sui costi dell’energia, sui rapporti con gli Stati Uniti”.
E ancora: “Mattei aveva sfidato gli americani, non era il loro servo. E secondo alcune tesi potrebbe essere stato ucciso proprio per questo. Meloni invece non compra gas dai russi perché deve comprarlo da Washington e assiste inerme a un genocidio in Palestina”, ha fatto sapere sempre a La Stampa l’uomo.
Il media ha anche riportato un’altra situazione controversa legata sempre agli eredi Mattei. I familiari avrebbero presentato un’altra denuncia, questa volta all’Eni, per riavere i quadri dello zio. Le due nature morte di Morandi – datate 1919 e 1941 e in mostra fino allo scorso gennaio al Palazzo delle Esposizioni di Roma -. Secondo gli eredi queste apparterrebbero a Mattei mentre secondo Eni “fanno parte del nostro patrimonio”.
*(Fonte: NM – Andrea Medda, Università degli Studi di Cagliari, Professor Assistant)
03 – Mongolia: Carè, GRAZIE AD AMBASCIATRICE NARANTUNGALAG PER LAVORO SVOLTO IN ITALIA
ROMA, 21 APR – “Desidero rivolgere, a nome mio personale, un sincero e sentito ringraziamento a S.E. Tserendorj Narantungalag per il lavoro svolto in Italia in questi anni e per il contributo offerto al rafforzamento dei rapporti tra i nostri due Paesi”. Lo dichiara Nicola Carè, presidente della sezione bilaterale di amicizia parlamentare Italia-Mongolia, in occasione della conclusione del mandato dell’Ambasciatrice della Mongolia in Italia. “Nel corso di quasi quattro anni di servizio – aggiunge Carè – l’Ambasciatrice Narantungalag ha accompagnato con intelligenza, sensibilità istituzionale e spirito di dialogo una fase importante delle relazioni tra Italia e Mongolia, consolidando un legame fondato su rispetto, cooperazione e amicizia ”.“Il suo impegno ha rafforzato non solo il dialogo diplomatico, ma anche quello parlamentare, culturale e umano. A lei va il mio grazie più sincero; da parte dell’Italia, il saluto riconoscente di chi ne ha apprezzato la dedizione, la misura e la capacità di costruire ponti autentici tra i nostri popoli” .“Le auguro ogni bene per il futuro, certo che il segno lasciato dal suo mandato resterà vivo e prezioso nei rapporti tra Italia e Mongolia”, conclude.
*(On./Hon. Nicola Carè – Circoscrizione Estero, Ripartizione Africa, Asia, Oceania e Antartide – Camera dei Deputati – IV Commissione Difesa)
04 – Andrea Colombo*: MELONI PUÒ PRENDERSELA SOLO CON SE STESSA. QUATTRO ANNI DI ERRORI CHE CI SIA ANCHE UN PIZZZICO DI SFORTUNA, QUELLA CHE LA VITTIMISTA DI PALAZZO CHIGI LAMENTA OGNI VOLTA CHE SALE SU UN PALCO, È INDISCUTIBILE. MA LA MALA SORTE, PROPRIO COME QUELLA OTTIMA, COLPISCE SOPRATTUTTO CHI LE HA DATO UNA MANO.
Che ci sia anche un pizzzico di sfortuna, quella che la vittimista di palazzo Chigi lamenta ogni volta che sale su un palco, è indiscutibile. Ma la mala sorte, proprio come quella ottima, colpisce soprattutto chi le ha dato una mano e le ha spianato la strada. Mancare il traguardo del deficit al 3% per due soldi, dopo anni di rigore da fare invidia a Mario Monti, sembra davvero una beffa del destino.
Tanto più che quella cifretta esigua costringe a restare nella gabbia della procedura d’infrazione e porta a fondo il sogno a lungo carezzato di una finanziaria acchiappavoti. Ma se la premier non si fosse intestardita nel buttare soldi nel braccio di mare che separa l’Italia dai suoi centri in Albania oggi avrebbe la sua «manovra espansiva». Chi è causa del suo mal…
La mazzata è pioggia sull’alluvionato. La prospettiva di una crisi che nelle previsioni del commissario europeo all’Economia Jorgensen sommerà quelle del 1973 e del 2022 messe insieme, punendo l’intera Europa e l’Italia un po’ più degli altri, è da scongiuri ed esorcismi. Come segnala il mesto Giorgetti, negli ospedali da campo i ministri in veste di esausti medici militari sono sommersi da ondate di feriti gravi e «non possiamo dargli l’aspirina».
Bisognerebbe ricorrere a rimedi adeguati, come la flessibilità invocata dal ministro. Non è colpa del governo italiano se Bruxelles da quell’orecchio non ci ha mai sentito e si ostina nell’errore con baldanzoso spirito suicida. Però quelle regole capestro il governo italiano le ha accettate e firmate di buon grado in cambio del sorriso di Ursula von der Leyen. Meloni, in fondo, era arrivata al potere promettendo di dire qualche no. Senza pretendere eccessiva coerenza si poteva evitare la prosternazione.
Le disgrazie si sa che non vengono mai sole e la premier dovrà forse fare presto i conti con un altro guaio. Il fattaccio del dl Sicurezza si lascerà dietro ferite non cicatrizzate. Il presidente è stato costretto, in nome di quel che a torto o a ragione considera il male minore, ad accettare una soluzione pasticciata, ai confini del farsesco. Impossibile credere che non ci saranno strascichi.
Sempre che vada tutto bene e non è detto: il dl Sicurezza da domani sarà legge, il decretino ammazza-decretone invece lo sarà definitivamente solo fra due mesi e se al momento della conversione il disperato cavallo pazzo leghista dovesse imbizzarrirsi e mitragliare emendamenti il quadro sarebbe da si salvi chi può. Il rischio è limitato.
Però è un fatto che la maggioranza stenti a partorire quel dl già concordato, fatichi ad avere ragione delle bizze leghiste e la cosa non depone bene. Ma quella trappola la destra se la è costruita tutta da sola e la premier ha anche avuto il coraggio di rivendicare il demenziale strafalcione definendolo «norma di buon senso».
La sconfitta referendaria probabilmente la presidentissima non poteva evitarla, anche se pubblicizzare una riforma di ispirazione garantista promettendo più galera per tutti non è stata la più brillante delle idee. Ma il guaio grosso è che, oltre la riforma affossata dagli elettori, in tre anni e passa il governo che voleva passare alla storia non ha fatto niente se non vivacchiare alla democristiana di bassissimo livello, impegnandosi soprattutto a sfamare gli allupati distribuendo poltrone. Non si può dire che nel frattempo abbia imparato qualcosa: di fronte alle nomine di ieri avrebbero storto il naso persino gli andreottiani di quarta fila.
Per quanto evidenti fossero i limiti di Donald Trump, la nostra premier non poteva certo prevedere che si sarebbe rivelato tanto fuori controllo e forse anche di testa da costringerla a ripararsi tra le braccia del nemico Macron, con la coda tra le gambe e in veste di parente povera. Ma nessuno la costringeva a tentare l’assurda acrobazia «equidistante» camminando su una fune dalla quale non poteva che precipitare
L’esito è che oggi i soli involontari aiuti la premier li riceve dall’ex amico americano con le sue sberle e dal tiranno russo un tempo preso a modello che la fa insultare in diretta tv. Ironia storica impareggiabile.
La realtà è che nel complesso Giorgia Meloni ha goduto di una fortuna da vincita miliardaria al lotto. Enrico Letta le ha regalato una vittoria schiacciante che con le sue forze non avrebbe mai ottenuto. La guerra in Ucraina le ha aperto i salotti di tutto l’occidente. Nessun leader si era mai trovato miracolosamente tra le mani strumenti così potenti. Li ha usati per scavarsi la fossa e può prendersela solo con se stessa.
*(Fonte: Il Manifesto, Andrea Colombo – è un giornalista, scrittore e commentatore politico italiano.)
05 – Chiara Cruciati*: LA TENAGLIA DI COLONI E SOLDATI SULLA CISGIORDANIA: PRIMA GLI OMICIDI, POI I RAID – PALESTINA DOPO LE UCCISIONI DI MARTEDÌ, L’ESERCITO ASSALTA AL MUGHAYYIR. UNA STRATEGIA CONSOLIDATA. SOLO A MARZO OLTRE 1.800 GLI ATTACCHI A COMUNITÀ PALESTINESI, SECONDO DIRETTRICI PRECISE
È una strategia a tenaglia quella che soffoca la Cisgiordania, specchio di una simbiosi tra movimento dei coloni e autorità israeliane ormai acclarato. Succede che prima arrivino i coloni, poi l’esercito, ma accade anche il contrario: i militari spianano la strada agli attacchi dei coloni.
Il villaggio di Al Mughayyir ieri era ancora in lutto quando le strade sono state invase dai veicoli blindati dell’esercito israeliano. Si stavano svolgendo i funerali delle ultime due vittime del fuoco aperto da un gruppo di coloni il giorno prima: Aws Al Naasan, di 14 anni, figlio di un martire, Hamdi, ucciso nel 2019 dai soldati; e il 32enne Jihad Abu Naim. Sono stati ammazzati nello stesso modo, colpiti alla testa da proiettili delle armi automatiche dei coloni davanti a una scuola.
MARTEDÌ LA COMUNITÀ aveva portato i loro corpi, avvolti nella bandiera palestinese, per le strade del villaggio. Ieri la processione funebre è stata presa di mira dall’esercito: granate stordenti, gas lacrimogeni e proiettili veri sparati su centinaia di persone, con i giovani che hanno risposto lanciando pietre.
È un circolo vizioso e per nulla casuale, è una tenaglia che prende di mira comunità geograficamente strategiche: il sud di Hebron, la Valle del Giordano a est, la mezzaluna di terre tra Ramallah e Nablus. Al Mughayyir è tra quelle più colpite. Svuotare i villaggi e le cittadine nelle aree considerate «rosse» dall’occupazione coloniale significa spaccare in due la Cisgiordania e creare corridoi di colonie senza soluzione di continuità.
Per questo gli attacchi dei coloni si stanno intensificando a livelli senza precedenti: secondo la Commissione contro il Muro e le Colonie dell’Autorità nazionale palestinese, solo a marzo soldati e coloni israeliani hanno compiuto oltre 1.800 attacchi. Aggressioni che sempre più spesso si rivelano mortali: ieri sera i coloni hanno ucciso un ragazzo di 29 anni, Odeh Atef Odeh Awawdeh, gli hanno sparato alla schiena nelle terre intorno al villaggio di Deir Dibwan, a est di Ramallah. Di nuovo, nella stessa mezzaluna di terre nel mirino dell’avanzata coloniale.
LA SIMBIOSI si è palesata di nuovo: mentre i coloni sparavano, l’esercito israeliano sigillava gli ingressi di Deir Dibwan, isolandolo completamente, invadeva le strade e rastrellava una trentina di palestinesi, condotti verso le camionette uno in fila all’altro. Un altro modus operandi ormai radicato: isolare le comunità, impedire l’arrivo dei soccorsi e garantire un assalto indisturbato a coloni e soldati.
Nemmeno Masafer Yatta, nel sud della Cisgiordania, ieri è stata risparmiata: i soldati hanno arrestato Rase Muhammad Nawaj’ah mentre portava al pascolo le pecore. Nelle stesse ore decine di coloni attaccavano le comunità vicine e tenevano rituali religiosi sui campi agricoli di proprietà palestinese, senza alcun intervento dell’esercito.
Le catture, o meglio i rapimenti, di palestinesi stanno diventando un altro strumento di pulizia etnica: il terrore si dissemina anche così, con la totale assenza di sicurezza individuale e collettiva e con l’umiliazione. Ne ha scritto Basel Adra – co-vincitore del premio Oscar per No other land – la scorsa settimana sulla rivista online israeliano-palestinese +972mag.
ADRA RACCONTA alcuni degli episodi più recenti, tutti simili: contadini, pastori, ragazzini rapiti mentre lavorano la terra o portano al pascolo le greggi, con un obiettivo preciso, costringerli a non uscire di casa o lasciare il proprio villaggio e quindi abbandonare le terre in mano agli avamposti israeliani illegali. A catturarli sono soggetti difficilmente identificabili: sono coloni, sono militari, sono coloni che vestono l’uniforme, sono le guardie degli insediamenti. A volte in abiti civili, a volte militari.
Spesso li picchiano, li torturano. Li legano alle jeep, con le mani bloccate dietro la schiena e una benda sugli occhi. Qualche ora dopo li rilasciano, li abbandonano nelle campagne, lontani dai loro villaggi. Non sono arresti né fermi firmati da un giudice, sono veri e propri rapimenti. A volte avvengono di notte, con irruzioni dei soldati dentro le case mentre le famiglie dormono.
Uomini e ragazzi, ma anche giovani donne, vengono trascinati via ancora in pigiama, accecati dalle torce dei fucili militari. Una strategia a tenaglia: privare dei mezzi di sostentamento e della sicurezza come strumento di pulizia etnica.
*(fonte: Il Manifesto – Chiara Cruciati, giornalista, scrive di Medio Oriente sulle pagine del quotidiano il manifesto)
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