
01 – On. Nicola Carè*:UE-AUSTRALIA: CARÈ, INTESA STRATEGICA CHE DÀ FORZA A EUROPA E ITALIA NELL’INDO-PACIFICO.
02 – On. Nicola Carè*: CAMERA: CARÈ, RAFFORZARE ASSETTI 231 E FLUSSI TRA CONTROLLI AZIENDALI – A Montecitorio confronto tecnico su OdV, compliance e governance d’impresa.
03 – Andrea Colombo*: Una premier a metà. La messa in scena della forza senza sostanza. Oggi a me Più vipera che pitonessa. Daniela Santanchè ha comunicato le sue soffertissime dimissioni con un distillato di puro cianuro che non risparmia nessuno
04 – Anna Fabi *: Istat, crolla in Italia la fiducia dei consumatori, torna lo spettro della crisi. A marzo 2026 l’indice Istat di fiducia dei consumatori crolla a 92,6, toccando il minimo da ottobre 2023. Clima economico e futuro peggiorano.
05 – Anna Fabi*: Referendum Giustizia, il No trionfa: riforma bocciata, cosa succede ora. ( SI DOVREBBERO DIMETTERE TUTTI ha vinto l’Italia e hanno vinto i giovani ndr)
06 – Roberto Ciccarelli*: Gas, prezzi e inflazione: ora solo il meteo può aiutare Meloni – Vedo nero Lo stop del Gnl dal Qatar spinge Meloni a tornare in Algeria. Caro-carburanti senza tregua, tanti decreti: l’effetto placebo non funziona. Lagarde (Bce) non esclude l’aumento dei tassi: governi nei guai
07 – Marina Catucci*: Le 3.500 città ribelli Usa: «Facciamo male al re» – DA NEW YORK A MINNEAPOLIS Nella Grande Mela il corteo più partecipato di sempre. Il Minnesota cuore della resistenza. «No alla guerra, no all’Ice, no a Trump»: l’altra America non ha paura di protestare
08 – Luca Celada *: La minaccia è globale, la risposta anche – NO KINGS Dagli Usa di Trump al resto del mondo.
09 – Anna Fabi *:Compagnie aeree verso lo stop, ancora un mese di carburante: quali voli sono a rischio. Le compagnie aeree avvertono: carburante garantito per circa un mese a causa della guerra in Medio Oriente. A rischio i voli verso l’Asia, biglietti già più cari.
01 – On. Nicola Carè*:UE-AUSTRALIA: CARÈ, INTESA STRATEGICA CHE DÀ FORZA A EUROPA E ITALIA NELL’INDO-PACIFICO.
“L’accordo di libero scambio tra Unione europea e Australia è una notizia politica di primo piano, che arriva dopo anni di negoziato e segna una scelta chiara: rafforzare la presenza dell’Europa nell’Indo-Pacifico, consolidare il rapporto con un partner strategico come l’Australia e aprire nuove opportunità per imprese, lavoro, ricerca e innovazione”.Lo dichiara il deputato Pd Nicola Carè, eletto nella ripartizione Africa, Asia, Oceania e Antartide.
“Non siamo davanti soltanto a un’intesa commerciale. La conclusione del negoziato sul libero scambio, il nuovo partenariato su sicurezza e difesa e l’avvio del confronto sull’associazione dell’Australia a Horizon Europe compongono insieme un messaggio politico molto netto: l’Europa sceglie di investire in alleanze solide tra democrazie, nella cooperazione economica e nella sicurezza comune, in una fase internazionale segnata da instabilità, competizione strategica e ridefinizione degli equilibri globali”. “Per l’Italia questa intesa deve rappresentare una priorità concreta. Vuol dire più spazio per il nostro export, più occasioni per le imprese italiane, più collaborazione nei settori ad alto valore aggiunto, dalla transizione energetica all’innovazione, dalla ricerca alle materie prime strategiche. Vuol dire anche riconoscere il valore della presenza italiana in Australia, una comunità dinamica che da anni costruisce relazioni, opportunità e crescita”. “Chi guarda a questi accordi come a passaggi tecnici non coglie il punto politico essenziale: oggi rafforzare l’asse tra Europa e Australia significa difendere il ruolo delle democrazie aperte, sostenere regole condivise, investire in sviluppo e sicurezza in una delle aree più decisive del mondo”. “È una scelta giusta e lungimirante, che l’Italia deve accompagnare con visione, iniziativa e presenza politica. Perché il futuro dei nostri interessi economici e strategici si gioca sempre di più anche nella capacità di costruire partnership forti, credibili e durature”.
*(On./Hon. Nicola Carè – Circoscrizione Estero, Ripartizione Africa, Asia, Oceania e Antartide – Camera dei Deputati – IV Commissione Difesa)
02 – On. Nicola Carè*: CAMERA: CARÈ, RAFFORZARE ASSETTI 231 E FLUSSI TRA CONTROLLI AZIENDALI – A Montecitorio confronto tecnico su OdV, compliance e governance d’impresa.
Roma, 25 mar. – “Oggi più che mai le imprese hanno bisogno di regole chiare, controlli efficaci e strumenti moderni di prevenzione. Rafforzare gli assetti organizzativi e i flussi comunicativi tra le funzioni di controllo aziendale non è più un’opzione, ma una necessità per garantire legalità, trasparenza e competitività al nostro sistema produttivo”. Lo ha dichiarato Nicola Carè, patrocinatore dell’iniziativa, intervenendo all’incontro tecnico dal titolo “Adeguati assetti 231 e presidi di effettività: l’Organismo di Vigilanza nell’ecosistema dei controlli aziendali”, svoltosi presso la Sala Stampa della Camera dei Deputati e trasmesso in diretta streaming sul canale tv di Montecitorio. L’iniziativa, coordinata da Alessandro Parrotta, componente della Commissione ministeriale di riforma al d.lgs. 231/01, ha riunito professionisti, imprese e rappresentanti istituzionali per un confronto sul ruolo dell’Organismo di Vigilanza all’interno del sistema dei controlli societari. In apertura dei lavori, Carè ha sottolineato la crescente centralità degli assetti di compliance nella governance d’impresa, evidenziando anche la necessità di una riflessione legislativa volta a rafforzare modalità e tempistiche dei flussi informativi tra le diverse funzioni di controllo. “Il legislatore – ha aggiunto – deve accompagnare questa evoluzione, mettendo le aziende nelle condizioni di prevenire i rischi, tutelare il patrimonio e consolidare una cultura della responsabilità che sia fattore di sviluppo e non mero adempimento formale”. Nel corso del dibattito è emersa l’esigenza di un maggiore coordinamento tra i diversi presidi di controllo societario. Valeria Raimondo, penalista e componente della Commissione di riforma al d.lgs. 231/01, ha richiamato l’importanza dell’integrazione tra OdV e collegio sindacale; Marcella Vulcano, professionista incaricata dall’Autorità giudiziaria della funzione di Commissario giudiziale nelle maxi-inchieste, ha evidenziato il ruolo dell’OdV nelle situazioni di crisi e nelle procedure concorsuali; Annalisa De Vivo del CNDCEC ha posto l’attenzione sul tema dei flussi informativi e sul rapporto tra imprenditore in crisi e assetti organizzativi. Dal confronto è emersa la necessità di collocare al centro l’Organismo di Vigilanza, indicato come perno del sistema integrato dei controlli aziendali e presidio essenziale di prevenzione e legalità.
*(On./Hon. Nicola Carè -Circoscrizione Estero, Ripartizione Africa, Asia, Oceania e Antartide-Camera dei Deputati – IV Commissione Difesa)
03 – Andrea Colombo*: UNA PREMIER A METÀ. LA MESSA IN SCENA DELLA FORZA SENZA SOSTANZA. OGGI A ME PIÙ VIPERA CHE PITONESSA. DANIELA SANTANCHÈ HA COMUNICATO LE SUE SOFFERTISSIME DIMISSIONI CON UN DISTILLATO DI PURO CIANURO CHE NON RISPARMIA NESSUNO
UN ATTIMO, MERITI UNA SPIEGAZIONE.
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Più vipera che pitonessa. Daniela Santanchè ha comunicato le sue soffertissime dimissioni con un distillato di puro cianuro che non risparmia nessuno. Meno di tutti la premier stessa, accusata nemmeno troppo fra le righe di cercare capri espiatori per una sconfitta di cui porta invece la principale responsabilità. Per mettere alla porta una ministra andata molto oltre la semplice impresentabilità, la premier abituata a dettare legge ha dovuto esporsi con una incresciosa richiesta pubblica imposta dalla ghigliottinanda.
POI, COME SE NON BASTASSE, HA DOVUTO SORBIRSI ANCHE LA SUA AVVELENATA RAMANZINA. QUANTO A PROVA DI FORZA LASCIA A DESIDERARE.
A mostrare la corda è però l’intera manovra decisa dalla premier e forse dettata più dall’ira e dal panico che dal freddo calcolo. Per le pulizie di pasqua non è mai troppo presto: in questo caso è decisamente troppo tardi. Daniela Santanchè ha fatto le valigie con un paio d’anni di ritardo sul dovuto e sono troppi anche se è comunque il caso di dire «finalmente» alzando i calici. Giusi Bartolozzi e Andrea Delmastro hanno lasciato via Arenula più tempestivamente ma non tanto da dissipare il poderoso dubbio che se il referendum fosse andato diversamente anche la loro sorte sarebbe stata un’altra. È un dubbio che da solo vanifica in larga misura il senso di un repulisti che avrebbe altrimenti meritato l’applauso.
Quei ritardi esiziali in realtà dicono tutto. Spiegano perché Giorgia Meloni si è decisa a fare quel che una premier davvero forte avrebbe fatto a tempo debito. Tirare le redini al suo branco di famelici underdog, avventatisi sul banchetto del potere con insaziabile e atavico appetito, la avrebbe accreditata agli occhi del suo paese molto più dei complimenti di Donald Trump. Ma appena una settimana fa quella voracità insaziabile le sembrava tutt’al più prova di veniale leggerezza.
Rimettere la «pitonessa» al suo posto, cioè fuori dal governo, avrebbe giovato alla sua immagine molto più delle battutacce con le quali si è dilettata per tre anni e mezzo. Non ne ha avvertito la necessità e non la avvertirebbe neppure adesso se la sberla elettorale non le avesse dimostrato che quell’immagine, nonostante i sondaggi che la hanno vellicata e vezzeggiata settimana dopo settimana, è invece ormai incrinata.
Il senso della sua piccola Notte dei lunghi coltelli è tutto qui: recuperare smalto, dimostrare con la mannaia di essere ancora Giorgia l’Invincibile, la leader forte e drastica che ha sempre raccontato di essere. Questione di tornaconto elettorale, non di etica politica. Manovra opportunista, non presa d’atto responsabile del problema enorme e mai affrontato che si annida nel suo governo e nel suo partito. È una manovra perdente. Somiglia davvero alla ricerca di capri espiatori denunciata dalla perfida dimissionata.
È una messa in scena della forza alla quale non corrisponde più alcuna sostanza. Il referendum non è stato un incidente di percorso, per quanto tra i più gravi: è un terremoto che obbliga a ridisegnare per intero le mappe della politica e c’è da chiedersi se la premier se ne sia resa conto o sia ancora tanto tramortita dalla sberla da illudersi di vivere nel mondo di ieri.
In quello di oggi Giorgia Meloni non ha più i mezzi per imporre la sua legge elettorale, se si parla di premierato deve guardare da un’altra parte e fingersi distratta, con gli alleati deve imparare a trattare invece di ordinare. E siccome si sa che le disgrazie non vengono mai sole ha anche le tasche troppo vuote per ricompare quel che ha perso con una finanziaria ricca di prebende. Con tanti ringraziamenti a Donald Trump, uno di quegli amici che rendono superflui i nemici dichiarati.
È vero che nessuno le chiede di sloggiare, perché nessuno, da Mattarella ai leader dell’opposizione, ha interesse e utilità nell’affrontare crisi e voto. Di qui alle elezioni politiche il posto di lavoro a palazzo Chigi è assicurato. Ma senza più alcuna ambizione, senza sperare di governare davvero.
Non significa che Giorgia Meloni sia una leader finita, pensarlo sarebbe una pericolosa illusione. Ma la forza che aveva e che ha perso può ridargliela solo chi gliela ha tolta, il popolo votante. È la democrazia, bellezza.
*( FONTE: Il Manifesto – Andrea Colombo – giornalista, scrittore e commentatore politico italiano.)
04 – Anna Fabi *: ISTAT, CROLLA IN ITALIA LA FIDUCIA DEI CONSUMATORI, TORNA LO SPETTRO DELLA CRISI.A MARZO 2026 L’INDICE ISTAT DI FIDUCIA DEI CONSUMATORI CROLLA A 92,6, TOCCANDO IL MINIMO DA OTTOBRE 2023. CLIMA ECONOMICO E FUTURO PEGGIORANO.
La guerra in Iran lasciato il segno nei bilanci emotivi delle famiglie italiane: a marzo 2026, l’indice di fiducia dei consumatori rilevato dall’Istat crolla a 92,6, il livello più basso da ottobre 2023. Il calo — quasi cinque punti rispetto ai 97,4 di febbraio — ha sorpreso anche i mercati, che attendevano un dato di 95,5. Le imprese, nel frattempo, reggono: l’indice composito del clima di fiducia delle imprese resta sostanzialmente invariato a 97,3. È la fotografia di un’Italia a due velocità, dove i cittadini guardano al futuro con crescente preoccupazione mentre il sistema produttivo non ha ancora ceduto.
Indice
FIDUCIA CONSUMATORI: IL CALO PIÙ NETTO DA OTTOBRE 2023
TUTTE LE COMPONENTI IN ROSSO, TRANNE IL RISPARMIO
GUERRA IN IRAN, CARBURANTI E BOLLETTE: LE PRESSIONI SULLE FAMIGLIE
IMPRESE: COMMERCIO AL DETTAGLIO IN SERIA DIFFICOLTÀ
I RISCHI IMMEDIATI PER I CONSUMI E LE PMI
FIDUCIA CONSUMATORI: IL CALO PIÙ NETTO DA OTTOBRE 2023
FIDUCIA CONSUMATORI: IL CALO PIÙ NETTO DA OTTOBRE 2023
I dati Istat, elaborati sulla base delle risposte raccolte nei primi quindici giorni di marzo 2026, riflettono il clima delle famiglie italiane nel pieno delle tensioni geopolitiche legate al conflitto in Medio Oriente. L’indicatore di fiducia dei consumatori scende da 97,4 a 92,6: un calo di 4,8 punti che riporta l’indice ai valori minimi dalla rilevazione di ottobre 2023, quando si era fermato a 91,1. Il risultato è uscito ben al di sotto del consensus degli analisti, fissato a 95,5. L’Istat sottolinea che il peggioramento è diffuso a tutte le componenti dell’indice, con un’unica eccezione.
TUTTE LE COMPONENTI IN ROSSO, TRANNE IL RISPARMIO
Le componenti che registrano il peggioramento più accentuato sono i giudizi e soprattutto le attese sulla situazione economica generale. Nel dettaglio delle quattro variabili sintetiche:
• IL CLIMA ECONOMICO CADE DA 99,1 A 88,1, CON UN CROLLO DI OLTRE UNDICI PUNTI IN UN SOLO MESE;
• IL CLIMA FUTURO SCENDE DA 93,1 A 85,3;
• IL CLIMA PERSONALE CALA DA 96,8 A 94,2;
• IL CLIMA CORRENTE DIMINUISCE DA 100,7 A 98,0.
L’unica componente in controtendenza riguarda l’opportunità di risparmio nella fase attuale, in rialzo. Va letto come un segnale di cautela, non di ottimismo: le famiglie tendono ad accantonare risorse quando percepiscono lo scenario come incerto e potenzialmente peggiorativo.
GUERRA IN IRAN, CARBURANTI E BOLLETTE: LE PRESSIONI SULLE FAMIGLIE
Il calo della fiducia si inserisce in un contesto di forti pressioni esogene. La raccolta dei dati è avvenuta nei primi quindici giorni di marzo, nel pieno delle tensioni legate al conflitto che coinvolge l’Iran, con ricadute dirette sui prezzi dei carburanti e sul mercato dell’energia. Per l’Unione Nazionale Consumatori si tratta del dato peggiore da ottobre 2023 — e non basterebbe il solo quadro internazionale a spiegarne la portata: a precipitare non sarebbero solo i giudizi sull’economia del Paese, ma anche quelli sulla situazione della famiglia.
A pesare sul sentiment ci sarebbero anche il ritardo del governo nell’intervenire sul rincaro dei carburanti e l’imminente aggiornamento da parte di ARERA delle tariffe della luce per il secondo trimestre 2026. Nello stesso periodo, l’OCSE ha tagliato le stime di crescita per l’Italia: +0,4% nel 2026 e +0,6% nel 2027, con un’inflazione attesa in rialzo.
IMPRESE: COMMERCIO AL DETTAGLIO IN SERIA DIFFICOLTÀ
L’indice composito del clima di fiducia delle imprese subisce solo una riduzione marginale, da 97,4 a 97,3, ma sotto la superficie i settori si muovono in direzioni opposte. Tre comparti avanzano, uno arretra:
• la manifattura sale da 88,5 a 88,8: gli imprenditori giudicano in miglioramento l’andamento degli ordini, pur attendendosi una flessione nella produzione e un calo delle scorte di prodotti finiti;
• le costruzioni avanzano da 103,1 a 103,6, con tutte le componenti in miglioramento;
• i servizi di mercato crescono da 102,1 a 102,7, con giudizi positivi sugli ordini e un generale ottimismo sull’andamento degli affari, pur con attese sugli ordini in calo;
• il commercio al dettaglio scende da 104,9 a 100,6, con tutte le componenti in peggioramento.
Un segnale di prudenza emerge anche sugli investimenti: secondo i giudizi degli imprenditori manifatturieri, nel 2026 l’ottimismo sulle variazioni degli investimenti rispetto all’anno precedente è inferiore a quello rilevato nel 2025 rispetto al 2024.
I RISCHI IMMEDIATI PER I CONSUMI E LE PMI
L’impatto più diretto sul tessuto delle piccole imprese riguarda il commercio al dettaglio. Secondo Confesercenti, la fiducia in questo comparto è crollata di oltre sette punti nei negozi di vicinato e di quattro punti nella grande distribuzione, con valori tra i più bassi degli ultimi tre anni. L’associazione stima che il rincaro di energia, gas e carburanti potrebbe sottrarre 3,9 miliardi di euro alla spesa delle famiglie già nel 2026, aggravando una dinamica dei consumi già fragile.
Le famiglie, secondo questa lettura, stanno tirando il freno a mano in risposta a uno scenario globale percepito come imprevedibile. Una parziale eccezione arriva dal turismo, ancora in dinamica positiva grazie alla stagione pasquale e ai ponti primaverili — ma si tratta di un fenomeno congiunturale e stagionale, non strutturale. Unimpresa, dal canto suo, invita a non sopravvalutare i rischi: la tenuta della fiducia delle imprese indicherebbe che le fondamenta dell’economia reale restano solide e che il sistema produttivo conserva capacità di adattamento anche di fronte a shock esterni.
*(Fonte: PMI.it – Anna Fabi)
05 – Anna Fabi*: Referendum Giustizia, il No trionfa: riforma bocciata, cosa succede ora. ( SI DOVREBBERO DIMETTERE TUTTI ha vinto l’Italia e hanno vinto i giovani ndr)
Il No vince il referendum sulla giustizia col 54%: la riforma Nordio è bocciata. Governo indebolito, campo largo in piazza. Gli scenari.
Il No al referendum sulla giustizia ha vinto con il 54% dei voti, un’affluenza record del 58,9% e un margine di quasi due milioni di schede. La riforma costituzionale voluta dal governo Meloni — separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e requirenti, doppio CSM e Alta Corte Disciplinare — è bocciata. Giorgia Meloni parla di «occasione persa» ma esclude qualsiasi ipotesi di dimissioni. Il centrosinistra esplode di gioia in piazza Barberini, a Roma, e lancia le primarie di coalizione in vista delle politiche del 2027. Il referendum sulla giustizia ha aperto una nuova stagione politica.
Indice
IL RISULTATO PIÙ NETTO DEL PREVISTO
DIFESA DELLA COSTITUZIONE, IL MOTORE DEL VOTO NO
IL CAMPO LARGO FESTEGGIA E GUARDA GIÀ AL 2027
MELONI RIMANE MA L’AURA DI INVINCIBILITÀ SI INCRINA
LA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA È SEPOLTA
IL 2027 SI AVVICINA E NASCE UNA NUOVA PARTITA POLITICA
IL RISULTATO PIÙ NETTO DEL PREVISTO
Gli instant poll alla chiusura dei seggi davano il No tra il 49,5% e il 53,5%. Il risultato definitivo si è assestato sul 53,7% — circa 15 milioni di voti contrari alla riforma della giustizia contro 13 milioni di favorevoli — con uno scarto di quasi due milioni di schede che rende il verdetto difficile da rileggere come semplice voto sul merito di una norma tecnica.
Il dato che più ha sorpreso è il 58,9% di partecipazione: la seconda affluenza più alta nella storia dei referendum costituzionali italiani, e la nona su 23 tornate referendarie dal 1946 a oggi. Per confronto: al referendum abrogativo del 2025 su lavoro e cittadinanza aveva votato il 29,8%; alle europee del 2024 il 49,7%. La mobilitazione del fronte del No ha ampiamente superato il bacino elettorale tradizionale dei partiti che lo sostenevano, segnale che il voto ha intercettato qualcosa di più largo delle appartenenze politiche consolidate.
La geografia del voto è altrettanto eloquente. Il No ha prevalso in tutte le regioni italiane tranne tre — Veneto, Lombardia e Friuli-Venezia Giulia, tradizionali bastioni del centrodestra — e ha raggiunto il risultato più alto in Campania, con il 67% dei contrari alla riforma. A Roma il No ha toccato il 60,31%, con un’affluenza del 64,25%, superiore alla media nazionale. Il dato generazionale è forse il più dirompente: nella fascia 18-34 anni i voti contro la riforma hanno raggiunto il 61%.
RISULTATI REFERENDUM
Difesa della Costituzione, il motore del voto No
L’analisi del voto prodotta da YouTrend alla chiusura dei seggi sgombra il campo da letture semplicistiche. Il 61% dei votanti No ha indicato come motivazione principale il desiderio di non modificare la Costituzione: un orientamento conservativo-istituzionale che trascende la contrapposizione governo-opposizione. Al secondo posto il contrasto al sorteggio dei componenti dei nuovi CSM (39%). Solo al terzo posto il voto di opposizione al governo Meloni, indicato dal 31% dei No.
La riforma, approvata dal Parlamento nell’ottobre 2025 senza raggiungere la maggioranza dei due terzi necessaria a evitare il referendum, prevedeva tre modifiche strutturali all’ordinamento giudiziario: la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, elevata a principio costituzionale; lo sdoppiamento del CSM nell’istituzione di un doppio organo di autogoverno, uno per i magistrati giudicanti e uno per i requirenti; e la nascita di un’Alta Corte Disciplinare.
I sostenitori del Sì — centrodestra compatto, più Azione e una parte marginale di +Europa — avevano argomentato che la riforma avrebbe garantito la terzietà del giudice e ridotto il peso delle correnti interne alla magistratura. L’opposizione aveva ribattuto che la riforma avrebbe indebolito l’autonomia delle toghe, frammentandone l’autogoverno e aprendo spazi di influenza del potere politico sulla magistratura. A vincere è stata la seconda lettura — ma con una motivazione prevalente che ha poco di ideologico e molto di istituzionale. Il procuratore antimafia Nicola Gratteri ha parlato di «segnale forte e chiaro: la società civile è viva e pronta a mobilitarsi quando sono in gioco principi fondamentali».
Il fronte del Sì aveva anche tentato, nelle ultime settimane di campagna, di agitare argomenti più emotivi — il rischio che la bocciatura della riforma avrebbe favorito la scarcerazione di detenuti pericolosi. Una strategia che, stando ai dati sull’affluenza e sulla distribuzione del voto, si è rivelata controproducente: secondo l’istituto Piepoli, la rimonta del No è coincisa esattamente con il momento in cui la premier è entrata in campagna con temi divisivi estranei al merito della riforma.
IL CAMPO LARGO FESTEGGIA E GUARDA GIÀ AL 2027
Migliaia di persone in piazza Barberini a Roma, cortei spontanei a Milano, Napoli, Catania, Palermo. La vittoria del No ha trasformato la serata elettorale in qualcosa che assomigliava a una festa di piazza con bandiere della Cgil, cori di «Bella ciao» e striscioni con la scritta «L’Italia che resiste ancora». La segretaria del Pd Elly Schlein ha sintetizzato così il significato del risultato: «ARRIVA UN MESSAGGIO POLITICO CHIARO. C’È GIÀ UNA MAGGIORANZA ALTERNATIVA AL GOVERNO. QUESTO VOTO CI CONSEGNA UNA GRANDE RESPONSABILITÀ».
Il leader del M5S Giuseppe Conte, reduce da una campagna referendaria molto attiva, ha parlato di «avviso di sfratto» per il governo. Nicola Fratoianni di Alleanza Verdi-Sinistra ha chiesto «coraggio, poca ambiguità e stop ai tentennamenti» nella costruzione di una proposta alternativa. Il segretario generale della Cgil Maurizio Landini ha convocato la piazza come simbolo di «una nuova primavera del Paese».
La notizia politica più rilevante, tuttavia, è arrivata quasi in contemporanea dai tre leader principali del campo avverso al governo: Matteo Renzi, Giuseppe Conte ed Elly Schlein hanno evocato le primarie di coalizione in vista delle politiche del 2027. Una convergenza accelerata dalla vittoria referendaria, ma che sconta già le prime tensioni: Riccardo Magi di Più Europa ha invitato a «non pensare subito allo strumento delle primarie», preferendo costruire prima una proposta programmatica condivisa. La posizione di Azione — che aveva sostenuto il Sì con Carlo Calenda, rimasto isolato dal resto dell’opposizione — e quella di Italia Viva, che aveva lasciato libertà di voto ai propri elettori, rendono la ricomposizione del campo largo più complicata di quanto i festeggiamenti di piazza suggeriscano.
MELONI RIMANE MA L’AURA DI INVINCIBILITÀ SI INCRINA
Giorgia Meloni è stata la prima leader della maggioranza a farsi fotografare al seggio domenica 22 marzo e la prima a commentare il risultato con un videomessaggio sui social: «Gli italiani hanno deciso. Rispettiamo questa decisione. Resta il rammarico per un’occasione persa di modernizzare l’Italia, ma questo non cambia il nostro impegno a lavorare per il bene della nazione». Nessuna ipotesi di dimissioni — esclusa fin dall’inizio della campagna e riconfermata dopo il voto. Renzi le ha consigliato in modo diretto di «avere il coraggio di dimettersi come feci io» dopo la sconfitta del 2016: una frecciata rimasta, per ora, senza risposta.
La stampa internazionale ha letto il risultato in modo più severo rispetto alla versione ufficiale del governo. Politico.eu ha scritto che la sconfitta «indebolirà probabilmente la posizione politica del primo ministro in vista delle elezioni generali». Euractiv ha parlato di «duro colpo politico». Le Monde ha citato un politologo britannico dell’Università del Surrey secondo cui «l’immagine di invincibilità di Meloni si incrina».
IN ITALIA, LA CRITICA PIÙ DIRETTA È VENUTA DALL’INTERNO DELLA STESSA MAGGIORANZA: IL VICEPRESIDENTE DELLA CAMERA GIORGIO MULÈ HA AMMESSO CHE «PIÙ CHE UN REFERENDUM SULLA SEPARAZIONE DELLE CARRIERE, È DIVENTATO UN REFERENDUM SUL GOVERNO MELONI SÌ O MELONI NO».
La lettura preferita dal fedelissimo della premier Giovanbattista Fazzolari è diversa: «In situazioni di grande incertezza i cittadini non vogliono fare salti nel vuoto e preferiscono lo status quo». Una chiave di lettura che, politicamente, ha il vantaggio di non chiamare in causa la leadership — ma che fatica a reggere di fronte a un’affluenza del 59%, la più alta nelle ultime tornate elettorali nazionali. Il braccio destro della premier predica «serenità» e «maggiore compattezza» della coalizione, consapevole che il centrodestra è entrato in una lunga stagione di campagna elettorale.
I sondaggi effettuati contestualmente al voto chiariscono la frattura: il 54% degli italiani ritiene che Meloni debba continuare a guidare il governo anche dopo la sconfitta, il 26% chiede le dimissioni. Ma tra chi ha votato No, il 47% vorrebbe che la premier lasciasse: un dato che segnala quanto il referendum, pur non essendo formalmente un voto di fiducia, abbia finito per esserlo nella percezione di una parte rilevante dell’elettorato.
LA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA È SEPOLTA
La vittoria del No non equivale a un’approvazione dello stato attuale della giustizia italiana. Molti tra i sostenitori del No lo hanno detto con chiarezza nel corso della campagna. Il presidente delle Acli Emiliano Manfredonia ha commentato il risultato come «un monito chiaro: la Costituzione non si cambia a colpi di maggioranza. Se si interviene sulla Carta, lo si fa insieme, con il più ampio consenso possibile». Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha preso atto del risultato con sobrietà: «Abbiamo impiegato tutte le nostre energie per spiegare la complessità di questa riforma». Il vicepremier Antonio Tajani ha aggiunto: «La riforma della giustizia rimane un tema aperto. Non rinunceremo a occuparcene».
Sul piano giuridico, la bocciatura referendaria significa che la legge costituzionale non entra in vigore e che la Costituzione resta invariata. Se il governo vorrà riproporre una riforma della magistratura, dovrà ripercorrere l’intero iter di revisione costituzionale dall’inizio: doppia approvazione di Camera e Senato, con la necessità — per evitare un nuovo referendum — di raggiungere la maggioranza dei due terzi in entrambe le Camere nelle seconde deliberazioni. Una condizione che, nell’attuale composizione parlamentare e con le opposizioni più coese di prima, appare fuori portata nel breve periodo.
Restano però aperti i nodi che avevano giustificato il percorso riformatore: il peso delle correnti interne alla magistratura, il rapporto tra toghe e politica, le inefficienze del sistema disciplinare. Il CSM unico, l’organo di autogoverno della magistratura, continuerà a funzionare secondo le regole attuali. Il dibattito su come intervenire — con riforme ordinarie invece che costituzionali, e con un metodo diverso da quello della contrapposizione frontale — resta aperto e, probabilmente, si riaprirà già nelle prossime settimane.
IL 2027 SI AVVICINA E NASCE UNA NUOVA PARTITA POLITICA
Le elezioni politiche sono attese entro la fine del 2027. Il referendum ha accelerato i tempi di una campagna elettorale che, secondo più di un esponente della stessa maggioranza, «durerà un anno». Per il centrodestra l’obiettivo è restare compatto su un programma di governo che giustifichi il mandato ricevuto nel 2022, senza cedere alla pressione di un campo avverso che per la prima volta, dall’insediamento di Meloni a Palazzo Chigi, si presenta con slancio politico alle spalle. La parola d’ordine nei corridoi della maggioranza è «non farsi rosolare» e non lasciare al centrosinistra il tempo di costruire un’alternativa credibile.
Per il campo largo la sfida è opposta: trasformare una vittoria referendaria — ottenuta su un tema di garanzia istituzionale, non su un programma di governo — in una coalizione politica strutturata e credibile. Le primarie evocate nella notte del 23 marzo restano un cantiere aperto, con tensioni già visibili tra chi vuole accelerare e chi preferisce costruire prima una proposta programmatica condivisa. La questione della legge elettorale, che il governo sta ridisegnando e su cui le opposizioni hanno già alzato i toni, potrebbe diventare il terreno di scontro più aspro dei prossimi mesi: cambiare le regole del gioco a un anno dalle elezioni è una mossa ad alto rischio politico per chiunque la faccia.
Sullo sfondo rimane il dato più difficile da ignorare: nella fascia 18-34 anni i voti No hanno raggiunto il 61%. Un segnale generazionale che le opposizioni leggono come una grande opportunità politica e che il centrodestra dovrà imparare ad ascoltare, se vuole competere nel 2027 senza affidarsi soltanto alla frammentazione del campo avversario. La nuova partita politica italiana è appena cominciata.
*( Fonte: PMI.it. Anna Fabi, giornalista)
06 – Roberto Ciccarelli*: GAS, PREZZI E INFLAZIONE: ORA SOLO IL METEO PUÒ AIUTARE MELONI – VEDO NERO LO STOP DEL GNL DAL QATAR SPINGE MELONI A TORNARE IN ALGERIA. CARO-CARBURANTI SENZA TREGUA, TANTI DECRETI: L’EFFETTO PLACEBO NON FUNZIONA. LAGARDE (BCE) NON ESCLUDE L’AUMENTO DEI TASSI: GOVERNI NEI GUAI
Bollette, carburanti e veleni: i contestati successi di Meloni
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Lo stop del gas del Qatar per la guerra di Trump e di Netanyahu contro l’Iran sta spingendo la competizione per ottenere di più dall’Algeria. Ieri l’Italia ha bruciato sul tempo la Spagna di Sanchez. Giorgia Meloni ha incontrato il presidente Abdelmadjid Tebboune per ricevere rassicurazioni sulle consegne future contrattualizzate da Draghi nel 2022 e ottenere forniture aggiuntive di gas a prezzi fissi. Eni e Sonatrach, le due compagnie di bandiera, continueranno a lavorare per l’estrazione e lo sfruttamento di nuove fonti fossili algerine: lo shale gas e le trivellazioni offshore in mare.
ANZICHÉ PUNTARE sull’autonomia energetica basata sulle rinnovabili e l’elettrificazione, il governo aumenta la dipendenza da forniture esterne di energie fossili. E, in più, secondo il think tank ECCO si espone l’Algeria a futuri shock economici, data la sua elevata dipendenza dalle esportazioni energetiche verso il mercato europeo. I soldi ci sarebbero anche per comprare il tempo, per esempio gli oltre 4 miliardi di euro provenienti dalle aste del sistema europeo ETS (Emission Trading System) che però sono usate per finanziare l’austerità, quella che è presentata come il fiore all’occhiello di un governo in crisi politica dopo il rovescio prodotto dal No al referendum sulla giustizia.
IL SEGNALE che le cose si stanno mettendo male è giunto ieri dalla presidente della Banca Centrale Europea Christine Lagarde. L’aumento dei prezzi dell’energia porterà con ogni probabilità a un sussulto dell’inflazione; in questa prospettiva Francoforte potrebbe aumentare, anche dello 0,25%, i tassi di interesse. E ciò avverrebbe anche se la guerra statunitense-israeliana durasse ancora per poco. Bisogna impedire che la crescita dei prezzi si consolidi ma, aumentando il costo del denaro, aumenterebbero gli interessi sul debito pubblico. Questa ipotesi è stata giudicata «grave» dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, per cui «aumentare i tassi non serve contro il caro-energia». Le banche centrali non stampano il petrolio, in compenso agiscono in modo da favorire l’inflazione da profitti com’è già accaduto con la guerra russa in Ucraina nel 2022.
IL CENTRO STUDI di Confindustria ha confermato che il Pil italiano crescerà quest’anno appena dello 0,5%. Se invece la guerra dovesse prolungarsi fino al secondo trimestre, il Pil sarebbe stimato in stagnazione, o addirittura in recessione se la guerra durasse fino al quarto trimestre. L’inflazione potrebbe toccare il 3% a causa dei rincari energetici. A rischio è uno degli obiettivi del governo: l’uscita dalla procedura europea di infrazione per deficit eccessivo, già complicata e da verificare il prossimo 22 aprile con i dati Eurostat. L’uscita sarebbe rimandata e il governo non sarebbe in grado di rispettare gli impegni ad aumentare la spesa per le armi promessa a Trump, alla Nato e alla Commissione Europea. L’esecutivo vorrebbe accelerare sul riarmo per accreditarsi presso i partner atlantici, ma la crisi rende politicamente insostenibile questa prospettiva. È a rischio l’ultima legge di bilancio di cui si è favoleggiato dall’autunno scorso.
IERI È STATO IL TERZO giorno di rialzo per i prezzi dei carburanti alla pompa, dopo l’effetto del taglio delle accise deciso nel tentativo di risollevare le vane speranze elettorali. E per l’Unione dei Consumatori, Codacons e Federconsumatori mancherebbero tre giorni all’esaurimento delle risorse stornate dal governo alla spesa sociale per fare lo sconto di 24,4 centesimi fino al 7 aprile. Il giorno dopo il prezzo medio del gasolio, se i rialzi proseguiranno all’attuale velocità, schizzerà sopra i 2,5 euro al litro in tutta Italia. In questa dinamica fuori controllo che ha messo a tappeto il governo già ora si calcola una spesa di +282,60 euro annui per i pieni di carburante e +247,40 euro annui sui beni trasportati.
CHE IL GOVERNO stia andando avanti senza una direzione chiara è stato confermato dalla convocazione del Consiglio dei ministri sul dl Fiscale dove non ci sarà un nuovo tampone contro il caro-prezzi. A livello parlamentare il decreto carburanti approvato prima del referendum, e incardinato in commissione Finanze del Senato, è stato rinviato alla prossima settimana. E, mentre si aspettano ulteriori misure, è stato comunicato che il “decreto bollette”, già superato, approderà alla Camera lunedì 30 marzo. Insomma, si stanno discutendo due provvedimenti inefficaci, mentre il governo è alla ricerca di altre risorse da utilizzare come ha fatto con quelle tolte ai ministeri, a cominciare dalla sanità.
UN RAGGIO DI LUCE giunge dalle stime di Terna sul ritorno all’ora legale tra il 28 e il 29 marzo. Lo spostamento delle lancette comporterà un risparmio di circa 80 milioni di euro, grazie a un minor consumo di energia elettrica di circa 302 milioni di kWh, pari al fabbisogno annuo di 115mila famiglie. Sperano nella bella stagione, quella che per il governo è alle spalle.
07 – Marina Catucci*: Le 3.500 città ribelli Usa: «Facciamo male al re» – DA NEW YORK A MINNEAPOLIS Nella Grande Mela il corteo più partecipato di sempre. Il Minnesota cuore della resistenza. «No alla guerra, no all’Ice, no a Trump»: l’altra America non ha paura di protestare
«Stai andando alla manifestazione?», chiede la prima persona che incontriamo appena uscite di casa. Dopo pochi passi, la domanda non si pone più, perché tutte le persone che si stanno dirigendo verso la metropolitana, nonostante manchino due ore all’inizio del corteo, hanno cartelli inequivocabili: «No alla guerra, no all’Ice, no a Trump».
ALLE 13.50, Letitia James, procuratrice generale dello Stato, Jumaane Williams, difensore civico della città, Robert De Niro, il reverendo Al Sharpton e Padma Lakshmi si erano già schierati in prima fila tra la folla, dietro striscioni dipinti a mano con la scritta: «Proteggiamo la nostra democrazia – Il popolo prima dei miliardari – Proteggiamo i nostri vicini». E si sono uniti ai membri del sindacato e ai newyorkesi di tutte le età perché, a differenza delle precedenti manifestazioni No Kings, partecipate più dai senior che dagli junior, questo terzo corteo è anagraficamente trasversale. «Vorrei un mondo migliore – ci dicono dei ragazzi del Queens – Pare che dobbiamo iniziare a costruirlo da soli».
La manifestazione era stata preannunciata come una delle più partecipate di sempre. Mentre New York e la East Coast cominciavano a marciare, erano già arrivate le notizie e le foto dei cortei che si erano svolte nel resto del mondo con lo stesso messaggio: No Kings, nessun re. «Questa non è e non sarà mai una monarchia – dice Eileen, 67 anni – Non sono abituata ad andare a manifestare, ma oggi sento il bisogno di farlo, perché ci stiamo giocando la nostra stessa identità. In America diciamo ‘siamo meglio di così’. Beh, è l’ora di dimostrarlo al resto del mondo».
A New York il corteo si forma vicino a Central Park, da dove partono due spezzoni: uno si snoda su Broadway e uno sulla Seventh Avenue; quando confluiscono a Times Square, una delle piazze più grandi del mondo sembra troppo piccola per contenere quella che pare proprio essere la manifestazione più grande mai organizzata negli Stati uniti.
Intervistata per strada dai media americani, Donna Lieberman, direttrice esecutiva della New York Civil Liberties Union, ha definito Trump il «capo dei prepotenti» della nazione e ha affermato che i residenti di Minneapolis «hanno costretto l’aspirante re a ritirare le sue truppe d’assalto». «Vogliono che abbiamo paura di protestare – aveva dichiarato poche ore prima del corteo in conferenza stampa – Che abbiamo paura di non poter fare nulla per fermarli. Ma sapete una cosa? Si sbagliano di grosso».
GIÀ VENERDÌ, l’attrice Jane Fonda si era unita a giornalisti, musicisti e scrittori davanti al John F. Kennedy Center for the Performing Arts di Washington per esortare i cittadini statunitensi a «rompere il silenzio» e a «opporsi con fermezza all’autoritarismo». In una manifestazione organizzata dal Committee for the First Amendment, un collettivo di artisti che promuove la libertà di espressione, un centinaio di invitati si sono riuniti per ascoltare oratori e cantanti che si sono espressi senza sfumature contro i divieti sui libri, la censura politica e tutte le minacce alla libertà rappresentate dalla presidenza di Trump.
A JANE FONDA si sono uniti l’attore Sam Waterston, la poetessa Rupi Kaur, la sceneggiatrice comica Bess Kalb e la cantante Joan Baez. Il loro messaggio non è risuonato soltanto nelle città a guida democratica: manifestazioni No Kings si sono svolte in tutte le città degli Stati Uniti; si parla di oltre 3.500 manifestazioni, oltre 3.500 piazze piene. L’evento principale, però, è quello di Minneapolis-Saint Paul, in Minnesota. Lo Stato del Midwest è diventato un punto focale della repressione dell’immigrazione voluta da Trump a dicembre quando ha lanciato l’Operazione Metro Surge e, di conseguenza, il centro della resistenza Usa. Alla manifestazione hanno preso parte attivisti, sindacalisti e politici; c’è stato un intervento di Bernie Sanders e l’icona del rock Bruce Springsteen ha cantato insieme a Joan Baez.
IN TUTTE LE CITTÀ si sono visti i simboli di questa nuova ondata di opposizione a Trump: le rane e i costumi gonfiabili che, da Portland, Oregon, hanno preso piede nel resto degli Stati uniti, i costumi da re e le maschere di Trump con il naso da pagliaccio. «Essere qua fa male a lui e fa bene a noi – ci dicono Samuel e Ken, entrambi quarantenni – Essere circondati da altri che, come noi, vogliono dire ad alta voce che tutto quello a cui stiamo assistendo accade contro il nostro volere è importante, ci dà forza. Perché questa è una lunga maratona. Ci dimentichiamo che in una prigione di Brooklyn c’è il presidente di uno Stato sudamericano che abbiamo rapito. Intanto si bombarda l’Iran e si fanno pressioni inaccettabili su Cuba. Ma ci pensi che, da quando Trump è tornato alla Casa bianca, è passato solo poco più di un anno?».
*(Fonte: Il Manifesto – Marina Catucci, giornalista,
08 – LUCA CELADA *: LA MINACCIA È GLOBALE, LA RISPOSTA ANCHE – NO KINGS DAGLI USA DI TRUMP AL RESTO DEL MONDO.
NO KINGS, NO ICE, NO WAR. GLI SLOGAN HANNO UNIFICATO MIGLIAIA DI MANIFESTAZIONI CONTRO AUTORITARISMO, SUPREMATISMO E L’EGEMONISMO MILITARISTA CHE MAGA HA SCATENATO SUGLI USA E SUL MONDO.
Il terzo No Kings, dopo quelli del febbraio 2025 e dello scorso giugno, è stato il più globale, la necessaria risposta, cioè, alla globalizzazione dell’attacco kamikaze delle destre eugenetiche e post costituzionali agli ordinamenti democratici e al diritto internazionale. Sullo sfondo della guerra, più palesemente illegale perfino dell’aggressione all’Iraq, centinaia di migliaia di persone in strada hanno a tratti evocato quella «seconda potenza mondiale» che nel 2003 era scesa nelle piazze del mondo contro la guerra di Bush.
Il paragone è probabilmente incongruo alla luce delle mutazioni profonde degli ultimi vent’anni, nel modo di concepire e manipolare i consensi “nazional-popolari” e di imporre il potere quando quei movimenti si trasformano in regimi. Ma quello che la giornata di ieri ha chiaramente espresso è stata la volontà di reagire globalmente a una minaccia globale.
Il movimento decentralizzato e orizzontale espresso dal coordinamento Indivisible ha nuovamente dimostrato di saper veicolare l’opposizione diffusa, e maggioritaria ormai, alla caotica escalation del regime di Trump. Allo stesso tempo il caos “strategico” sembra confermarsi sempre più lo stato naturale del trumpismo che, oltre agli interessi di un’oligarchia rapace, è inesorabilmente legato alla personalità (e alle psicopatologie) del leader.
Mentre divampa la polveriera mediorientale a cui il sovrano americano col partner israeliano ha disinvoltamente appiccato fuoco, lui, il “king” ha continuato ad alternare discorsi deliranti (la discussione sui vantaggi dei pennarelli preferiti per le firme) ai ritocchi estetici al proprio imperio. Negli ultimi giorni Trump ha visitato Graceland, la villa di Elvis Presley a Memphis, avviando contemporaneamente nuove ristrutturazioni alla Casa bianca che, oltre alla sala da ballo e gli orpelli dorati, avrà ora pavimenti di granito nero e capitelli corinzi per somigliare presumibilmente di più alla mini-reggia kitsch del re del rock. E dopo la medaglia d’oro coniata con le sue sembianze, i dollari recheranno impressa la sua firma personale.
Venerdì il calendario presidenziale ha compreso un discorso agli agricoltori il cui comparto versa in una crisi aggravata dai dazi di Trump e ora dalle interruzioni della filiera dei fertilizzanti legate alla guerra. A loro il presidente ha promesso ulteriori sussidi pubblici ma soprattutto si è dilungato in elogi del trattore cingolato dipinto d’oro che lo staff aveva posizionato davanti alla Casa bianca a mo’ di vitello dorato.
In questo teatro quotidiano la vertiginosa miscela di ridicolo e criminale restituisce l’immagine di un sovrano squilibrato mentre la guerra con le sue ricadute sempre più plausibilmente catastrofiche ne riassume il pericolo per il mondo intero.
Mentre nelle piazze del No Kings si dava forma concreta all’urgenza del momento, alla periferia di Dallas è andato in onda il CPAC, festival e comizio annuale della galassia Maga con il prevedibile tripudio di cappelletti, paillettes e bandiere. Numerose quest’anno anche quelle dello Shah Reza Pahvlavi invocato da parti della diaspora iraniana a favore della guerra. Accanto a loro però ci sono stati anche segnali di un dissenso insolitamente esplicito da parte della corrente isolazionista Maga, insofferente alla guerra. Né sono previsti, in questa edizione, gli interventi canonici di Trump e del suo vice JD Vance.
Le fratture interne, assieme ai sondaggi che confermano l’opposizione generale alla guerra (55% contrari) sono avvisaglie di crisi. Ma è soprattutto lo tsunami economico in inesorabile avvicinamento a presagire un altrettanto inevitabile ulteriore erosione dei consensi e rafforzare la sensazione dell’inizio di una parabola discendente di cui sono però ancora ignote la durata e la traiettoria.
E alla sensazione di disequilibrio si accompagna quella che il regime stia passando dalla gestione dei consensi alla neutralizzazione del dissenso. E che per farlo conti su uno stato di conflitto permanente. Come interpretare altrimenti il veto presidenziale al compromesso che era stato raggiunto in Senato sullo shutdown e il caos della sicurezza negli aeroporti. Trump ha ordinato che i Maga della Camera rifiutassero l’accordo se non vi fosse stato accorpata la «riforma» elettorale giustificata con gli inesistenti «massicci brogli» e scritta per esautorare gli avversari («se passa vinceremo per i prossimi 50 anni»).
È lo stesso dispositivo dell’emergenza generata ad arte per imporre la soluzione unilaterale che sembra essere stata immaginata per la guerra perseguita e innescata dopo aver stracciato il «piano d’azione congiunto globale» che nel 2015 aveva siglato un accordo multilaterale, verificabile ed effettivamente stabilizzante sul nucleare iraniano.
Il trattato che Trump è infine riuscito a sostituire con una guerra incontrollabile che esprime il modello suo e degli altri uomini che del nostro mondo vorrebbero essere re.
A loro soprattutto hanno risposto le piazze di ieri: «No Kings!»
*(Fonte: Il Manifesto – Luca Celada, giornalista)
09 – Anna Fabi *:COMPAGNIE AEREE VERSO LO STOP, ANCORA UN MESE DI CARBURANTE: QUALI VOLI SONO A RISCHIO. LE COMPAGNIE AEREE AVVERTONO: CARBURANTE GARANTITO PER CIRCA UN MESE A CAUSA DELLA GUERRA IN MEDIO ORIENTE. A RISCHIO I VOLI VERSO L’ASIA, BIGLIETTI GIÀ PIÙ CARI.
La guerra in Medio Oriente sta colpendo il settore aereo attraverso il prezzo del petrolio in aumento e la contemporanea riduzione delle scorte di carburante per far volare gli aerei. Diversi manager e dirigenti del settore hanno dichiarato al Financial Times che le scorte attuali garantiscono al massimo un altro mese di traffico regolare. Dopo, il rischio è di dover tagliare il numero di voli — soprattutto sulle rotte verso l’Asia.
Indice
LA SITUAZIONE AEROPORTO PER AEROPORTO
IL BLOCCO DELLO STRETTO DI HORMUZ
RYANAIR NON TEME TAGLI, AIR FRANCE-KLM PIANIFICA RIDUZIONI
BIGLIETTI AEREI GIÀ PIÙ CARI, VOLI SULL’ASIA a rischio
COSA RISCHIA CHI VIAGGIA PER LAVORO
LA SITUAZIONE AEROPORTO PER AEROPORTO
Il problema non è ancora emergenziale ma la finestra di sicurezza si sta restringendo. Hari Marar, amministratore delegato dell’aeroporto internazionale di Bangalore, in India, ha dichiarato che lo scalo dispone di carburante per circa 25 giorni.
Il Vietnam ha già avvertito di poter essere costretto a limitare i voli nelle prossime settimane. Diversi altri dirigenti aeroportuali hanno confermato al Financial Times scenari analoghi per i loro scali. I paesi asiatici sono i più esposti perché sono quelli che importano di più dai paesi coinvolti nel conflitto.
IL BLOCCO DELLO STRETTO DI HORMUZ
La causa strutturale del problema è la perturbazione dei traffici marittimi attraverso lo Stretto di Hormuz, il corridoio di 54 chilometri tra la penisola arabica e le coste iraniane attraverso cui transita ogni giorno circa un quinto di tutto il petrolio e gas venduti al mondo. Quando le rotte marittime si interrompono o si restringono, le forniture di carburante avio — il cherosene con cui volano gli aerei — iniziano ad assottigliarsi, prima negli aeroporti asiatici che dipendono da quelle importazioni, poi potenzialmente altrove. È un problema di rifornimento, non solo di prezzo: senza cherosene, gli aerei non decollano, indipendentemente da quanto costa il biglietto.
RYANAIR NON TEME TAGLI, AIR FRANCE-KLM PIANIFICA RIDUZIONI
L’esposizione al problema varia molto a seconda del tipo di rotte servite. Willie Walsh, ex amministratore delegato di British Airways e oggi a capo della IATA — la principale associazione internazionale del trasporto aereo — ha parlato di un problema di approvvigionamento più grave di qualsiasi situazione precedente.
Michael O’Leary, amministratore delegato di Ryanair, ha detto che la sua compagnia non prevede né carenza di carburante né tagli ai voli: Ryanair opera solo in Europa, dove le scorte per ora tengono. L’amministratore delegato di EasyJet, Kenton Jarvis, ha invece dichiarato che i propri fornitori non riescono a garantire disponibilità di carburante oltre le prossime tre settimane.
Diversa la posizione di Air France-KLM: il suo amministratore delegato Ben Smith ha dichiarato che stanno già elaborando piani per gestire la carenza, e che l’idea è di ridurre nelle prossime settimane i voli verso l’Asia. Il rischio concreto, ha spiegato Smith, è che gli aerei arrivino in Asia e non riescano a fare il rifornimento necessario per tornare, restando bloccati lì con effetti a cascata su tutto il traffico internazionale.
BIGLIETTI AEREI GIÀ PIÙ CARI, VOLI SULL’ASIA A RISCHIO
Sul fronte dei prezzi, gli effetti sono già visibili. Alcune compagnie hanno già aumentato il costo dei biglietti in risposta al rialzo del prezzo del petrolio; altre hanno cancellato voli. I biglietti aerei per voli nazionali registravano a febbraio un aumento del 37,8% su base annua, secondo i dati Istat.
Le tratte più a rischio di riduzione sono quelle intercontinentali verso Asia orientale e Sud-Est asiatico: sono le più lunghe, consumano più carburante, e i loro scali di destinazione sono anche quelli con meno scorte disponibili.
COSA RISCHIA CHI VIAGGIA PER LAVORO
Per lavoratori che guardano alle ferie estive o imprese che pianificano trasferte internazionali verso l’Asia — fiere, meeting, missioni commerciali — il consiglio è di verificare la disponibilità delle tratte con largo anticipo e di valutare politiche di flessibilità sui biglietti. Le cancellazioni di volo per cause straordinarie legate alla crisi energetica potrebbero non rientrare nei casi di rimborso automatico previsti dalla normativa europea.
Sul fronte dei costi, l’impatto del caro carburante si trasferirà progressivamente sui biglietti di tutte le tratte — non solo quelle asiatiche — attraverso i supplementi fuel surcharge che le compagnie applicano quando il prezzo del cherosene supera determinate soglie. Chi gestisce rimborsi spese o note spese legate ai trasporti aerei dovrà aspettarsi voci in aumento nelle prossime settimane.
*(Anna Fabi -Esperta di Economia, Fisco e Information Technology, scrive da anni di attualità legata al mondo delle piccole e medie imprese.)
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