
01 – Giovanna Branca*: La sentenza: «I dazi violano la separazione dei poteri» – Corte in faccia La Ieepa (International Emergency Economic Powers Act), «non dà al presidente l’autorità per imporre le tariffe». Poche parole, ma causa di un terremoto
02 – Valerio De Stefano*: Ue modello Usa, non più cittadini ma pedine del tech-capitale – Lavoro Con la scusa della «semplificazione», l’associazione datoriale BusinessEurope lancia un’offensiva per invertire la rotta dei diritti
03 -Carè (pd): prorogato di tre anni il termine per l’iscrizione in consolato dei figli minorenni nati prima della riforma sulla cittadinanza.
04 – Andrea Cegna *: ARGENTINA. Milei scatena la “motosega” contro i diritti dei lavoratori.
05 – Duccio Facchini*: Board of Peace contro la Striscia di Gaza: l’Italia non è “osservatore” ma “complice.
06 – STATI UNITI. Oltre 4.000 sentenze contrarie. La magistratura sfida le politiche di Trump contro gli immigrati.
07 – Ola Al Asi *: GAZA. GIOVANI E ANZIANI LOTTANO PER LA RIPRESA DEGLI STUDI:*
01 – Giovanna Branca*: LA SENTENZA: «I DAZI VIOLANO LA SEPARAZIONE DEI POTERI» – CORTE IN FACCIA LA IEEPA (INTERNATIONAL EMERGENCY ECONOMIC POWERS ACT), «NON DÀ AL PRESIDENTE L’AUTORITÀ PER IMPORRE LE TARIFFE». POCHE PAROLE, MA CAUSA DI UN TERREMOTO
La Ieepa (International Emergency Economic Powers Act), «non dà al presidente l’autorità per imporre dazi». Poche parole, ma causa di un terremoto: che inghiotte il “fiore all’occhiello” della dottrina economica di Donald Trump e la sua arma di ricatto contro il mondo intero. È la Corte suprema, infatti, a stabilirlo, e cioè l’autorità principale e definitiva in materia giudiziaria.
UNA DECISIONE presa dai nove giudici con un voto di 6 a 3, ormai frequentissimo nella Corte a super maggioranza reazionaria (tre i giudici nominati dallo stesso Trump), ma che stavolta non isola le tre uniche togate liberal dalla maggioranza di destra. Ben tre giudici “conservatori” – tra cui il presidente della Corte John Roberts, che scrive la decisione di maggioranza – si uniscono infatti alle progressiste per dichiarare illegali i dazi del presidente. Il motivo è lo stesso sottolineato dalle corti di grado inferiore che si erano sinora espresse in merito: la Ieepa, una legge del 1970 che delinea gli interventi in materia economica consentiti in caso di emergenza, non consente al presidente di imporre tariffe – di più, la parola dazi non viene neanche menzionata nella legge.
Roberts è chiaro: questo potere spetta solo al parlamento. «L’articolo 1, sezione 8, della Costituzione – scrive – enumera i poteri del ramo legislativo. La prima clausola specifica che “il Congresso avrà il poteredi fissare e riscuotere tasse, diritti, imposte e dazi”. Non è un caso che questo potere appaia per primo. Il potere di imporre tasse era, come spiegato da Alexander Hamilton, “la più importante delle autorità conferite all’Unione”». Il primo dei giudici nominati da Trump durante il suo primo mandato, Neil Gorsuch, chiarisce ulteriormente nella sua opinione concorde che consentire l’imposizione dei dazi di Trump sarebbe una minaccia alla separazione dei poteri, e accentrerebbe un potere smisurato nelle mani di un solo uomo. «Questa non è la ricetta di una repubblica».
L’EMERGENZA invocata da Trump per imporre i dazi ai sensi della Ieepa era quella del fentanyl – l’accusa ai confinanti Messico e Canada di lasciar entrare la droga «cinese» sul territorio statunitense – e il deficit commerciale (fantasiosamente calcolato e riportato nell’ormai celebre tabella del Liberation Day) con i paesi esteri. «Il presidente – scrive ancora Roberts – esercita il potere straordinario di imporre dazi di importo, durata e portata illimitati. Alla luce dell’ampiezza, della storia e del contesto costituzionale dell’autorità che si attribuisce, deve identificare una chiara autorizzazione del Congresso per esercitarla».
LA SENTENZA non specifica però cosa debba essere fatto con i dazi già riscossi – in modo illegale alla luce della decisione di ieri. E sul «caos» che questa decisione scatenerà insistono i tre giudici contrari alla sentenza di ieri. Come spesso abbiamo visto accadere, i due alleati più tenaci di Trump si rivelano i due togati più eversivi, seduti alla Corte da molto prima dei suoi mandati: Samuel Alito (il giudice che esibiva nelle sue case bandiere sventolate dalla folla che ha dato l’assalto al Campidoglio il 6 gennaio 2021) e Clarence Thomas (che concordando con la sentenza che aboliva il diritto federale all’aborto scriveva che ora andava eliminato anche il matrimonio omosessuale e il diritto ai contraccettivi).
Entrambi sono contrari alla sentenza che revoca i dazi di Trump. In dissenso, insieme a loro, si esprime Brett Kavanaugh, lui sì nomina trumpiana (e ringraziato da Trump insieme ai suoi due colleghi). «La corte oggi non dice nulla – scrive Kavanaugh – sull’eventualità, e in tal caso come, il governo debba restituire i miliardi di dollari che ha raccolto dagli importatori».
E SI SPINGE OLTRE: nella sua opinione elenca le vie legali con cui il presidente può continuare a riscuotere i dazi, un’intenzione da tempo annunciata da Trump in caso di una sentenza negativa della Corte suprema. «Great alternatives», come le ha chiamate lo stesso presidente durante la sua conferenza stampa in cui ha definito i giudici «orribili», «ignoranti», «stupidi», «asset stranieri», «una disgrazia per la nazione», «traditori della Costituzione».
Il fedele Kavanaugh fa una lista degli statuti a cui Trump potrà appellarsi per imporre i suoi dazi: il Trade Expansion Act del 1962, il Trade Act delf1974, e il Tariff Act del 1930. Trump nella serata di ieri li ha elencati tutti, nello stesso preciso ordine, concludendo con un ringraziamento al «geniale» Brett Kavanaugh.
*( Fonte: Il Manifesto – Giovanna Branca, giornalista)
02 – Valerio De Stefano*: UE MODELLO USA, NON PIÙ CITTADINI MA PEDINE DEL TECH-CAPITALE – LAVORO CON LA SCUSA DELLA «SEMPLIFICAZIONE», L’ASSOCIAZIONE DATORIALE BUSINESSEUROPE LANCIA UN’OFFENSIVA PER INVERTIRE LA ROTTA DEI DIRITTI
Con la scusa della «semplificazione», l’associazione datoriale BusinessEurope lancia un’offensiva per invertire la rotta dei diritti. Sfrutta l’onda globale del modello tech-populista per imporre un sistema a trazione padronale, privo di trasparenza e di reali tutele.
L’Europa deve scegliere è non è una questione tecnica, si tratta di rimanere cittadini anche sul lavoro o diventare sudditi di un neo feudalesimo aziendale.
La proposta delle imprese non arriva per caso. Mentre a Bruxelles si discute di un Quality Jobs Act per migliorare, tiepidamente, la qualità dell’occupazione, la lobby aziendale gioca in attacco. Non solo per frenare ma per tornare indietro, smantellando conquiste come la trasparenza retributiva e la protezione dal management algoritmico. La strategia è chiara: passare all’incasso approfittando dell’asse tra i Ceo più reazionari della Silicon Valley e le destre europee, con le istituzioni Ue che sembrano aver smarrito la bussola del «modello sociale» e subiscono passivamente l’agenda dell’efficienza a ogni costo.
«Semplificazione» è un leitmotiv che non si fonda su alcuna prova di un reale eccesso regolatorio europeo, ma mira a nascondere un’erosione sistematica dei diritti. L’obiettivo dichiarato è un «Omnibus del mercato del lavoro» che tagli gli oneri normativi del 25%, puntando a smantellare qualsiasi avanzamento compiuto in anni recenti.
Uno dei punti più critici è il tentativo di bloccare la Direttiva sulla trasparenza retributiva. Si chiede uno Stop the Clock: un rinvio di due anni della trasposizione per inserire una «presunzione di conformità» che esime le imprese che applicano contratti collettivi dai controlli. È un modo per restituire mano libera alle aziende, riportando al segreto e all’arbitrio ciò che la norma europea aveva appena iniziato a scalfire: il diritto di sapere se si è pagati equamente.
L’attacco prosegue sul terreno della sorveglianza tecnologica. BusinessEurope preme per svuotare la Direttiva sul lavoro tramite piattaforma, restringendo le tutele solo ai sistemi che prendono decisioni «pienamente» automatizzate e definendo tutti gli altri semplici «supporti» alla decisione umana. È un’ipocrisia tecnica: in un contesto gerarchico, il «suggerimento» di un software può avere la forza di un comando vincolante, come confermano le prime sentenze della Corte di Giustizia Ue. Escludere queste pratiche dalla regolamentazione significa consegnare il lavoratore a una soggezione invisibile. In questo quadro si inserisce anche il tentativo di allentare i vincoli alla sorveglianza degli stati psicologici dei lavoratori su piattaforma, trattando la loro interiorità come un dato da ottimizzare.
La direzione indicata è evidentemente quella del mercato del lavoro statunitense: poteri datoriali quasi illimitati e lavoratori ridotti a fattori di produzione. La differenza fondamentale con gli Usa è sempre stata anche quel sistema di regole che garantisce che in Europa si rimanga «cittadini» dotati di diritti fondamentali anche quando si varca l’ingresso dell’azienda.
Con questo documento, BusinessEurope vuole abbattere il confine, puntando a un modello di orari infiniti e non misurati, chiedendo di estendere il calcolo della media oraria a dodici mesi. Calata da Bruxelles, questa misura segnerebbe la fine del diritto al riposo come lo abbiamo conosciuto: significa poter imporre picchi di lavoro massacranti per settimane, compensandoli magari mesi dopo, distruggendo ogni possibilità di conciliazione tra vita e lavoro.
Non si tratta di un’operazione tecnica di efficientamento, ma di una scelta di campo geopolitica che strizza l’occhio ai nuovi padroni del vapore tecnologico e alla loro visione autoritaria dell’innovazione. Significherebbe rinunciare all’identità stessa del progetto europeo di «economia sociale di mercato». Non basta respingere la proposta di BusinessEurope, il Quality Jobs Act va rafforzato per diventare la risposta politica a chi vuole trasformare l’Europa in una colonia del capitale tech, dove l’unico miraggio è l’efficienza misurata da un algoritmo e dove la trasparenza è considerata un lusso che le imprese non possono più permettersi.
*(Valerio De Stefano. professore di Diritto del lavoro)
03 -CARÈ (PD): PROROGATO DI TRE ANNI IL TERMINE PER L’ISCRIZIONE IN CONSOLATO DEI FIGLI MINORENNI NATI PRIMA DELLA RIFORMA SULLA CITTADINANZA
Le Commissioni Affari Costituzionali e Bilancio della Camera hanno approvato, nell’ambito dell’esame del decreto “Milleproroghe”, un emendamento che estende i termini per l’iscrizione presso i Consolati dei figli minorenni di cittadini italiani residenti all’estero, nati prima dell’entrata in vigore della nuova normativa sulla cittadinanza. L’emendamento, a prima firma del collega deputato Fabio Porta e sottoscritto da tutti noi parlamentari eletti all’estero del Partito Democratico, consente di posticipare la scadenza attualmente fissata al 31 maggio 2026 di ulteriori tre anni. Il nuovo termine sarà quindi il 31 maggio 2029. “È un risultato concreto – dichiara Nicola Carè – che risponde alle esigenze delle famiglie italiane nel mondo, concedendo un margine temporale adeguato per completare le procedure consolari senza il rischio di penalizzazioni. Abbiamo ritenuto doveroso intervenire per garantire certezza dei diritti e continuità del legame con l’Italia.” Il decreto sarà sottoposto al voto di fiducia alla Camera nei prossimi giorni e successivamente trasmesso al Senato per la definitiva conversione in legge. Con questa iniziativa il Partito Democratico conferma il proprio impegno costante a tutela degli italiani all’estero e delle nuove generazioni, riaffermando una linea politica chiara e coerente nella difesa dei loro diritti.
*(On./Hon. Nicola Carè – Circoscrizione Estero, Ripartizione Africa, Asia, Oceania e Antartide Camera dei Deputati – IV Commissione Difesa)
04 – Andrea Cegna *: ARGENTINA. MILEI SCATENA LA “MOTOSEGA” CONTRO I DIRITTI DEI LAVORATORI.
“LA LEGGE SUL LAVORO SI INSERISCE PIENAMENTE NEL PROGETTO DELLA “MOTOSEGA” DI MILEI, PERCHÉ RAPPRESENTA UN TAGLIO NETTO A DIRITTI STORICI DEL LAVORO: DAL DIRITTO ALLE FERIE E AI CONGEDI, DAL DIRITTO ALL’INDENNIZZO FINO A UN’ENORME QUANTITÀ DI MODIFICHE” – DICE L’ATTIVISTA E DOCENTE UNIVERSITARIA VERÓNICA GAGO.
E continua: “È completamente connessa ad altre due riforme: la riforma dell’età di imputabilità per i minori, che si vuole abbassare a 14 anni come parte di un piano di demagogia punitiva; ed è legata anche alla riforma della Legge sui Ghiacciai, per permettere gli affari minerari estrattivisti in diverse province. Per questo la Legge sui Ghiacciai diventa una moneta di scambio: viene sacrificata in cambio dei voti dei senatori delle varie province a favore della legge sul lavoro. Bisogna quindi capire questo complesso di tre riforme: la legge sul lavoro, che significa più precarizzazione; la riforma della Legge sui Ghiacciai, che significa più estrattivismo; e la riforma dell’età di imputabilità dei minori, che significa più repressione. Per ora l’ha approvata il Senato; tra 15 giorni ci sarà la discussione alla Camera dei Deputati. In gioco c’è moltissimo. Per questo, in queste ore, c’è uno stato di agitazione e mobilitazione di diversi settori e organizzazioni per preparare di nuovo un rifiuto in vista del 25”.
Le parole di Gago sono una chiave di lettura precisa, e soprattutto necessaria: perché la legge sul lavoro non è un provvedimento isolato, non è un “aggiustamento” tecnico, non è una riforma neutra. È un pezzo di un’operazione più ampia, una strategia complessiva di governo che combina precarizzazione, estrattivismo e repressione, cucendo insieme l’agenda economica con un dispositivo disciplinare. E non è un caso che la sua approvazione al Senato sia avvenuta nella stessa notte in cui, fuori dal Parlamento, lo Stato argentino ha messo in scena un’azione repressiva di proporzioni enormi.
Tra l’11 e il 12 febbraio, mentre in aula si consumava una maratona parlamentare di oltre tredici ore, nelle strade intorno al Congresso si combatteva un’altra battaglia: quella della piazza contro la motosega sociale. Le colonne di sindacati, organizzazioni territoriali, studenti e movimenti hanno circondato il Parlamento per denunciare ciò che la legge sul lavoro rappresenta davvero: un attacco frontale alle conquiste storiche della classe lavoratrice argentina. La risposta è stata quella che questo governo ha scelto come linguaggio strutturale: violenza, militarizzazione, caccia.
La polizia federale ha caricato con lacrimogeni, proiettili di gomma, moto lanciate a tutta velocità sulla folla, corridoi di manganelli, inseguimenti, accerchiamenti. Una repressione organizzata e non improvvisata, costruita come parte della scena politica: blindare il voto, impedire che la protesta cresca, produrre paura. Il bilancio è pesantissimo: oltre 300 persone ferite e almeno 30 arrestate. Non si tratta di un “eccesso” di qualche reparto. È l’applicazione coerente di una dottrina: per Milei la violenza non è un effetto collaterale, è un’infrastruttura. La motosega non taglia soltanto bilanci e diritti: taglia anche i corpi.
Secondo l’attivista e sociologa Luci Cavallero: “Molte persone si sono mobilitate contro la riforma del lavoro chiamata, in modo ingannevole, “legge di modernizzazione del lavoro”, perché implica un arretramento storico di quasi cento anni nei diritti del lavoro conquistati dalla classe lavoratrice argentina. Per fare alcuni esempi: significa la fine dei contratti collettivi di lavoro. Significa la possibilità che la parte datoriale frammenti le indennità, che sottragga una parte del salario in caso di congedo per malattia, che si estenda la giornata lavorativa oltre le otto ore. L’arretramento è infinito ed è un attacco alle condizioni generali di vita dell’intera classe lavoratrice mondiale, perché riteniamo che questa riforma si voglia far passare in Argentina come un esperimento, come un laboratorio di ciò che poi si vorrà fare in altre parti. Per questo ci mobilitiamo: i sindacati, ma anche le organizzazioni femministe, transfemministe, ambientaliste, con lo slogan “abbasso le riforme”, perché non si tratta soltanto di una riforma del lavoro, ma si vuole far passare anche una riforma della Legge sui Ghiacciai e un abbassamento dell’età di imputabilità penale degli adolescenti. Noi ci stiamo mobilitando con lo slogan: “unire le lotte nel compito””.
Questa repressione, infatti, non è separabile dal contenuto della legge sul lavoro. È la sua premessa materiale. Perché quando un governo non riesce a costruire consenso sociale attorno a ciò che sta facendo, deve costruire disciplina. Quando non riesce a convincere, deve imporre. E quando ciò che propone è una vendetta contro le lotte operaie, allora la vendetta deve essere difesa con la forza.
La legge sul lavoro approvata in Senato è il tentativo più avanzato di Milei di riscrivere i rapporti di forza tra capitale e lavoro. È il passaggio dal discorso alla struttura: dalla propaganda della “libertà” alla normalizzazione del ricatto. E avviene in un momento politicamente preciso: dopo le elezioni di ottobre e la nuova composizione parlamentare, il governo prova a usare fino in fondo i numeri e le alleanze costruite con settori dell’opposizione, con blocchi provinciali e con quelle parti del sistema politico che hanno scelto di diventare la stampella “istituzionale” del progetto mileista.
Non è un caso che il governo abbia parlato di “cambio storico” e di “fine dell’industria del giudizio”. Il suo obiettivo non è ridurre i conflitti: è ridurre la possibilità di farli esplodere. Non vuole meno contenziosi perché vuole più giustizia: li vuole ridurre perché vuole un lavoro più docile, più ricattabile, più individualizzato. E il punto più profondo è proprio questo: la legge non si limita a precarizzare. Cerca di costruire un modello in cui il conflitto collettivo diventa impossibile, e dove ogni rapporto di lavoro si trasforma in un contratto privato tra una persona sola e un’impresa armata di potere economico.
È qui che la lettura di Gago torna decisiva, e va ripresa fino in fondo: “Se questa legge venisse approvata, sarebbe una vittoria impressionante del governo: della sua capacità di articolare e dirigere altre forze politiche, di negoziare con le burocrazie sindacali e di stabilire un modello per cui ormai la parola “precarietà” non basta più a descrivere ciò che si sta modificando. Oltre a questioni molto concrete — come il fatto che i salari possano essere pagati attraverso fintech, cioè tramite piattaforme finanziarie — c’è una serie di misure che sono davvero una vendetta contro la storia delle lotte operaie in questo paese, una vendetta contro chi svolge compiti di cura, una vendetta contro le forme con cui in Argentina si è lottato storicamente per il riconoscimento, per esempio, delle economie popolari”.
In questa frase c’è tutto: la legge sul lavoro come vittoria politica, non solo economica. Come prova di forza, non come provvedimento. Come dispositivo di governo, non come “riforma”.
Perché dentro questa legge c’è un attacco sistematico alle tutele che, per decenni, hanno funzionato come argine minimo contro l’arbitrio padronale: ferie, congedi, indennità, contrattazione collettiva, diritto di sciopero, possibilità di organizzarsi in fabbrica e nei luoghi di lavoro. La legge spinge verso un modello in cui gli accordi aziendali e perfino quelli individuali possono prevalere sui contratti collettivi nazionali, anche se peggiorativi. Significa aprire la porta a una pratica già nota: chiamare le persone una per una, far firmare, imporre condizioni. Legalizzare il ricatto e trasformarlo in normalità.
Questa legge può diventare realtà grazie al risultato elettorale dell’ottobre passato? Per Luci Cavallero: “Si è creata una combinazione di diversi elementi. Da un lato, è innegabile la legittimità — seppur scarsa — che conferisce il risultato elettorale dell’anno scorso. Il tentativo di portare avanti queste riforme durante l’estate argentina è un altro elemento da considerare. È importante capire che loro vogliono portare avanti una riforma che cambia i rapporti di lavoro in Argentina quasi senza dibattito, in sessioni straordinarie e presentando il testo definitivo del progetto a pochi minuti dalla votazione. L’altro elemento centrale oggi è la scarsa capacità di opposizione delle centrali sindacali, che in molti casi si vedono costrette — sotto pressione delle basi — a scegliere pratiche di lotta; ma la loro debolezza fa sì che, di fatto, la legge sia avanzata, insieme all’esaurimento dopo anni di mobilitazioni nelle strade”.
Allo stesso tempo, la fine dell’ultraattività dei contratti collettivi — cioè il principio per cui un contratto continua a valere finché non se ne negozia uno nuovo — mette i sindacati in una condizione strutturale di debolezza: se non rinegozi in tempi stretti, perdi. Se non accetti, il pavimento si sgretola. È un modo per trasformare ogni rinnovo contrattuale in una guerra di logoramento, dove la forza non sta nella mobilitazione ma nella capacità di resistere al ricatto del tempo.
Poi c’è la questione dell’orario: il “banco ore”, che sposta l’asse dallo straordinario pagato allo straordinario “accumulato”, compensato in futuro, gestibile e negoziabile in modo asimmetrico. Anche qui, la parola “flessibilità” serve a mascherare un fatto semplice: il tempo di vita viene risucchiato nel tempo produttivo, e restituito solo quando conviene al comando. In un contesto di precarietà generalizzata, non è uno strumento di libertà: è una trappola.
E c’è un elemento che dice molto della fase: il pagamento dei salari attraverso fintech, piattaforme finanziarie. Non è un dettaglio tecnico. È un salto di paradigma. Significa inserire ancora più profondamente la vita di chi lavora dentro la finanziarizzazione, dentro l’estrazione di valore attraverso il debito, le commissioni, l’intermediazione digitale. È l’idea che il salario non sia più un diritto ma un flusso da catturare, da monetizzare, da mettere a profitto. E qui la “motosega” non taglia soltanto diritti: apre un canale di estrazione finanziaria permanente.
Ma soprattutto: la legge sul lavoro non può essere letta da sola. È parte di quel complesso di tre riforme che Gago descrive con lucidità: precarizzazione, estrattivismo, repressione. Da una parte la legge sul lavoro, che abbassa le tutele e spezza la forza collettiva. Dall’altra la riforma della Legge sui Ghiacciai, che serve a liberare il campo per l’estrattivismo minerario in più province: un saccheggio ambientale presentato come “sviluppo”, e usato come moneta di scambio per raccogliere voti territoriali. E infine l’abbassamento dell’età di imputabilità a 14 anni: la demagogia punitiva come strumento per governare la povertà e la crisi sociale prodotta dallo stesso programma economico.
Il governo Milei costruisce così un modello coerente: toglie diritti nel lavoro, apre territori all’estrazione, e prepara la repressione per gestire l’esplosione sociale. È un progetto che non promette benessere, promette disciplina. Non promette futuro, promette obbedienza. Non promette lavoro, promette sopravvivenza.
Per questo il passaggio alla Camera dei Deputati, previsto tra circa quindici giorni e con una data già al centro della mobilitazione — il 25 febbraio — non è un voto qualunque. È uno snodo. Se la legge venisse approvata definitivamente, sarebbe un trionfo politico del governo, la dimostrazione che Milei non solo può tagliare, ma può farlo costruendo maggioranze, articolando altre forze politiche, piegando il Parlamento, negoziando con settori delle burocrazie sindacali, e soprattutto imponendo un modello sociale dove la precarietà non è più una condizione: è un destino.
Ed è qui che si capisce perché la piazza è stata repressa con quella ferocia. Perché chi governa sa benissimo che questa legge sul lavoro non passa “per consenso”: passa perché viene protetta. Passa perché viene imposta. Passa perché la motosega sociale deve tagliare prima che la società trovi il modo di fermarla.
Oggi in Argentina c’è agitazione e mobilitazione. Non per una generica opposizione morale, ma perché la posta in gioco è concreta: ferie, congedi, indennità, sciopero, contratti, vita quotidiana. È la possibilità stessa di resistere. È la possibilità stessa di vivere.
E allora la domanda non è se la legge sul lavoro sia “moderna” o “antica”. La domanda è: a chi serve. E la risposta è già scritta nella notte del Senato e nel gas fuori dal Congresso. Serve a chi vuole un’Argentina dove il lavoro non sia più un terreno di diritti e conflitto, ma un terreno di comando. Serve a chi vuole cancellare la storia delle lotte operaie. Serve a chi vuole vendetta contro chi cura, contro chi si organizza, contro chi sopravvive nelle economie popolari. Serve a chi vuole un paese in cui la violenza diventa politica ordinaria.
La motosega sociale è questa: una legge sul lavoro scritta contro chi lavora, difesa con la polizia, scambiata con l’estrattivismo, e accompagnata dalla demagogia punitiva. Un progetto distruttivo, totale. E proprio per questo, un progetto che può essere fermato solo da ciò che Milei teme davvero: la forza collettiva, organizzata, determinata, capace di trasformare la piazza in un veto sociale.
*(Fonte: Pagine Estere – Andrea Cegna, giornalista freelance che collabora tra altro con Il Manifesto, Radio Onda d’Urto, Il Fatto Quotidiano, Radio Popolare, Atlante delle Guerre e Radio Città Fujiko.)
05 – di Duccio Facchini*: BOARD OF PEACE CONTRO LA STRISCIA DI GAZA: L’ITALIA NON È “OSSERVATORE” MA “COMPLICE”
IL 19 FEBBRAIO SI TERRÀ A WASHINGTON LA PRIMA RIUNIONE DELL’INIZIATIVA COLONIALE PROMOSSA DAGLI USA, IL PRIMO FORNITORE DELLE ARMI SCAGLIATE CONTRO I PALESTINESI. IL GOVERNO MELONI ANNUNCIA LA PARTECIPAZIONE “NELLO SPIRITO DELL’ARTICOLO 11 DELLA COSTITUZIONE” E TACE ANCORA SULLE FORNITURE DI MATERIALE D’ARMAMENTO A TEL AVIV E SUL PROVVEDIMENTO CHE AVREBBE POTUTO SOSPENDERE O REVOCARE L’EXPORT DI LEONARDO AUTORIZZATO PRIMA DEL 7 OTTOBRE 2023
Intervenendo alla Camera dei deputati martedì 17 febbraio, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha fatto sapere che l’Italia parteciperà in qualità di “osservatore” alla prima riunione del “Board of Peace” istituito dall’amministrazione Trump per la “stabilizzazione” (così ha detto il ministro) della Striscia di Gaza, in programma giovedì 19 febbraio a Washington. Non c’è alcuna forzatura istituzionale, ha assicurato il vicepresidente del Consiglio, e il posto verrà occupato in “stretta osservanza dei principi della nostra Costituzione”.
Del resto “l’assenza del nostro Paese a un tavolo in cui si discute di pace, sicurezza e stabilità nel Mediterraneo sarebbe non solo politicamente incomprensibile -ha detto in aula Tajani- ma anche contrario alla lettera e allo spirito dello stesso articolo 11 della nostra Costituzione, laddove sancisce il ripudio della guerra come mezzo di risoluzione delle controversie”.
Che coraggio ad associare l’iniziativa coloniale degli Usa -il primo fornitore di armi a Tel Aviv- al “ripudio della guerra” scolpito dalla nostra tradita Costituzione.
A fare il gioco del governo italiano c’è anche la sciagurata risoluzione 2803 del 17 novembre 2025, con la quale il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha dato agibilità politica e istituzionale al violento e padronale approccio della Casa Bianca.
Ma c’è qualcosa di più oltraggioso nell’intervento del ministro, nel posizionamento del governo e -duole dirlo- nel fragoroso silenzio delle opposizioni parlamentari in aula il 17 febbraio.
Nessuno chiede più conto al Governo Meloni dell’esportazione di materiale d’armamento a Tel Aviv in pieno genocidio e del ruolo di Leonardo Spa in forza di contratti stipulati prima del 7 ottobre 2023 e mai revocati o sospesi dalla Farnesina.
Eppure a fine settembre 2025, travolto dall’indignazione pubblica, dalle mobilitazioni a sostegno della Flotilla, dal rapporto della Relatrice Onu Francesca Albanese (e, nel nostro piccolo, anche dalle inchieste di Altreconomia), l’amministratore delegato del colosso militare Roberto Cingolani aveva dichiarato testualmente al Corriere della Sera che sì, “questi contratti dobbiamo onorarli per legge, anche in questa situazione tremenda”, ma che “per fortuna adesso il ministero degli Esteri e l’Autorità Uama stanno guardando se sia possibile trovare un provvedimento che ci consenta di sospendere le vecchie licenze sulla falsariga della legge 185”.
L’ADESSO ERA IL 30 SETTEMBRE 2025. CHE FINE HA FATTO MESI DOPO QUEL PROVVEDIMENTO DI SOSPENSIONE (O REVOCA) DELLE LICENZE AUTORIZZATE IN PRECEDENZA?
La vicenda -ritenuta démodé da chi non vedeva l’ora di addormentarsi sentendo la favoletta del “cessate il fuoco” a Gaza- è invece determinante, anche in relazione all’accertamento delle responsabilità statali e personali (pubbliche e private) nel concorso in genocidio.
A fine 2025 abbiamo così inoltrato all’Autorità nazionale Uama in seno alla Farnesina guidata da Tajani un’istanza di accesso civico generalizzato per ottenere copia del decreto “paventato” dal capo di Leonardo.
L’esito è prevedibilissimo ma non per questo meno grave e scandaloso: “l’Italia in prima linea sin dal primo momento per salvare vite, alleviare le sofferenze dei civili e far tacere le armi” -per richiamare le parole di Tajani in Parlamento- si rifiuta di rispondere per non mettere “a rischio il clima di confidenzialità ed i delicati equilibri attraverso i quali deve svolgersi il dialogo tra gli Stati”.
Non si può neanche sapere se un provvedimento di revoca o sospensione esista o meno, a quasi due anni e mezzo dal 7 ottobre 2023.
“L’ostensione delle informazioni contenute nella documentazione agli atti della Uama viene ritenuta idonea a poter arrecare un pregiudizio concreto alle relazioni internazionali, in quanto consentirebbe l’immissione nella conoscenza di processi di analisi e decisioni che toccano livelli di riservatezza nella gestione delle relazioni internazionali come sopra qualificate”.
IL CAVALIERINO DEL GOVERNO ITALIANO A WASHINGTON ANDREBBE CORRETTO. NON “OSSERVATORI”, “COMPLICI”.
*(Fonte Altreconomia – Duccio Facchini scrive per il mensile Altreconomia ed è attivo nel movimento d’impegno civile)
06 – STATI UNITI. OLTRE 4.000 SENTENZE CONTRARIE. LA MAGISTRATURA SFIDA LE POLITICHE DI TRUMP CONTRO GLI IMMIGRATI.*
L’ONDA LUNGA DELLA REPRESSIONE DELL’IMMIGRAZIONE VOLUTA DALL’AMMINISTRAZIONE DEL PRESIDENTE DONALD TRUMP SI STA INFRANGENDO CONTRO UN MURO CRESCENTE DI SENTENZE GIUDIZIARIE. SECONDO UN’ANALISI CONDOTTA DALL’AGENZIA REUTERS, DALLO SCORSO OTTOBRE CENTINAIA DI GIUDICI FEDERALI IN TUTTI GLI STATI UNITI HANNO EMESSO PIÙ DI 4.400 ORDINANZE CHE DICHIARANO ILLEGALE LA DETENZIONE DI IMMIGRATI DA PARTE DEL GOVERNO. UN VERDETTO LEGALE SENZA PRECEDENTI CHE, TUTTAVIA, NON HA ARRESTATO LA MACCHINA DELL’IMMIGRATION AND CUSTOMS ENFORCEMENT (ICE).
La questione legale al centro di questa “valanga di cause” (oltre 20.200 quelle presentate dai detenuti) è apparentemente tecnica, ma dalle profonde implicazioni umanitarie. L’amministrazione Trump ha di fatto abbandonato un’interpretazione trentennale della legge federale che garantiva il diritto alla cauzione per gli immigrati già residenti negli Stati Uniti, in attesa che i loro casi fossero esaminati dal tribunale dell’immigrazione. La nuova linea dura, finalizzata a incrementare le detenzioni e accelerare le deportazioni di massa, ha portato alla reclusione a tempo indeterminato di migliaia di persone, spesso senza considerare i loro legami con la comunità, l’assenza di precedenti penali o lo status di richiedenti asilo.
La portata del fenomeno è impressionante. Il numero di detenuti dall’ICE ha raggiunto quota 68.000, con un aumento del 75% dall’inizio del mandato di Trump. A essere risucchiati in questo ingranaggio sono anche casi dalla drammatica umanità, che la cronaca giudiziaria ha portato alla luce. Come quello di Joseph Thomas, uno studente venezuelano di 18 anni arrestato durante un controllo stradale nel Wisconsin mentre era in auto con il padre. Entrambi sono richiedenti asilo, regolarmente autorizzati a lavorare. Eppure, sono finiti in cella, in quello che il loro avvocato ha definito un caso di “guida con la pelle scura”. Solo l’intervento del giudice capo Patrick Schiltz (nominato da George W. Bush) ha ordinato il rilascio di Joseph, sottolineando l’assenza di un mandato di cattura e di prove che giustificassero la detenzione.
Storie analoghe si ripetono in tutto il paese: un bambino ecuadoriano di cinque anni fermato nel vialetto di casa, un uomo ucraino con status umanitario temporaneo bloccato mentre andava al lavoro, un padre salvadoregno di un bambino autistico cittadino statunitense. Nessuno di loro aveva precedenti penali. Il filo conduttore è l’applicazione di una politica che, agli occhi di oltre 400 giudici (inclusi nominati da amministrazioni repubblicane), prescinde dalla legge. “È sconcertante che il Governo insista affinché questa Corte ridefinisca o ignori completamente la legge attuale, così come è chiaramente scritta”, ha tuonato il giudice Thomas Johnston della Virginia Occidentale, ordinando il rilascio di un venezuelano.
People march during an “ICE Out” protest in New York on January 23, 2026 against US Immigration and Customs Enforcement (ICE). Demonstrations against ICE grew dramatically following the killing of Renee Nicole Good, 37, by an ICE officer in Minneapolis on January 7 as the Trump administration pressed operations to catch undocumented migrants. (Photo by ANGELA WEISS / AFP)
Ciò che rende la situazione ancora più grave è la reazione dell’esecutivo di fronte a queste sconfitte legali. Non solo l’amministrazione Trump ha continuato a detenere immigrati in modo illegale, ma in numerosi casi ha anche violato gli ordini di rilascio emessi dai tribunali. Il giudice Schiltz, in Minnesota, ha denunciato che il governo ha violato 96 ordini in 76 casi distinti. A New York, il giudice Nusrat Choudhury ha scoperto che l’ICE ha trasferito un detenuto in un altro Stato dichiarando falsamente la sua posizione per eludere un’udienza. Un comportamento che, di fatto, configura un atto di sfida alla magistratura.
La replica dell’amministrazione è rivelatrice della sua strategia. Da un lato, la portavoce del Dipartimento per la Sicurezza Interna, Tricia McLaughlin, liquida i giudici come “attivisti” che ostacolano il “mandato popolare” per le deportazioni di massa. Dall’altro, si affida a una recente sentenza di una corte d’appello conservatrice di New Orleans che ha dato ragione al governo, sostenendo che le amministrazioni passate non avevano “sfruttato appieno” il potenziale della legge. Una vittoria parziale, in attesa del pronunciamento di altre corti, ma che non cancella le migliaia di sentenze contrarie già emesse.
Questa impasse legale ha conseguenze pratiche devastanti. Il Dipartimento di Giustizia è costretto a dirottare centinaia di avvocati dai processi penali per rispondere alla marea di petizioni di habeas corpus, il rimedio legale storico contro le detenzioni illegali, sancito dalla Costituzione. Nel frattempo, i detenuti restano in un limbo. Molti, come Judy Rall, moglie di un venezuelano trattenuto in Texas per un anno senza prove dei presunti legami con una gang, non possono permettersi un avvocato per presentare ricorso (le parcelle possono superare i 5.000 dollari) e sono abbandonati in un sistema che premia l’ideologica sulla giustizia.
*(Fonte: Redazione Pagine Estere)
07 – Ola Al Asi *: GAZA. GIOVANI E ANZIANI LOTTANO PER LA RIPRESA DEGLI STUDI:*
NIBAL ABU ARMANA È SEDUTA NELLA SUA TENDA, DOVE INSEGNA A MOHAMMED, IL FIGLIO DI SETTE ANNI, NOZIONI DI BASE DI ALFABETIZZAZIONE E MATEMATICA. NIBAL, 38 ANNI, MADRE DI SEI FIGLI, È COSTRETTA A FARE AFFIDAMENTO SULLA FIOCA LUCE DI UNA LAMPADA LED A BATTERIA. DOPO DUE ORE, GLI OCCHI DI NIBAL E MOHAMMED SONO ESAUSTI.
Ecco cosa significa istruzione per molti a Gaza. La maggior parte dei palestinesi nell’enclave vive come Nibal e la sua famiglia: sfollati e costretti a sopravvivere in rifugi temporanei a malapena abitabili. Ma la guerra genocida di Israele contro Gaza, che ha ucciso più di 70.000 palestinesi, dura da oltre due anni ed è improbabile che la necessaria ricostruzione avvenga a breve.
La maggior parte degli edifici scolastici è stata danneggiata o distrutta da Israele, insieme alla maggior parte delle altre strutture a Gaza. Molte delle strutture scolastiche rimaste sono ora utilizzate come rifugi per le famiglie sfollate. E gli studenti – sia i bambini a scuola che i giovani adulti all’università – hanno perso in gran parte qualsiasi forma di istruzione regolare dall’inizio della guerra nell’ottobre 2023.
“Prima della guerra, i miei figli avevano una routine: svegliarsi presto, andare a scuola, tornare a casa, pranzare, giocare, fare i compiti e andare a dormire presto”, ha detto Nibal ad Al Jazeera. “C’era un senso di disciplina”. Ora, ha detto, le giornate dei suoi figli sono scandite dai loro bisogni primari: procurarsi l’acqua, procurarsi i pasti da una mensa di beneficenza e trovare qualcosa da bruciare sul fuoco per cucinare e scaldarsi. Dopo tutto questo, rimane poco tempo durante la giornata per studiare.
Nibal, originaria del campo di Bureij ma ora residente a Nuseirat, nella Striscia di Gaza centrale, ha detto che i suoi figli hanno avuto difficoltà, soprattutto all’inizio della guerra, quando ogni forma di istruzione si è interrotta per mesi.
E ora, anche se la situazione sta migliorando, è difficile recuperare. Molti bambini più grandi, che hanno mancato l’istruzione in un periodo fondamentale della loro vita, non sono disposti a riprendere gli studi. “Il mio figlio maggiore, Hamza, ha 16 anni e rifiuta categoricamente l’idea di tornare a scuola”, ha detto Nibal. “È stato escluso dagli studi per così tanto tempo vivendo da sfollato che ha perso interesse per l’istruzione. Ha nuove responsabilità. Lavora con suo padre come facchino, aiutando le persone a trasportare le cassette degli aiuti. Si impegna a raccogliere i soldi per comprare cibo per noi e vestiti per sé”. “È cresciuto prima del tempo; si assume le responsabilità e pensa come farebbe un genitore per i suoi fratelli più piccoli”, ha detto.
Il secondo figlio di Nibal, Huzaifa, 15 anni, è desideroso di continuare a studiare, ma è incerto sul suo futuro poiché pensa che gli ci vorranno anni per recuperare il tempo perso non avendo potuto studiare adeguatamente. Per ora studia, ma è costretto a frequentare le lezioni in un’aula tenda improvvisata. “Mi stanco seduto per terra, e mi fa male la schiena e il collo mentre scrivo e guardo gli insegnanti”, ha detto Huzaifa.
Attacchi all’istruzione
Dalla guerra di Israele contro Gaza 745.000 studenti sono rimasti fuori dalla scuola, inclusi 88.000 studenti dell’istruzione superiore che sono stati costretti a sospendere gli studi. Nonostante il “cessate il fuoco” in vigore da ottobre, che Israele continua a violare, oltre il 95% degli edifici scolastici gravemente danneggiati necessita di interventi di ristrutturazione o ricostruzione, secondo le valutazioni satellitari dei danni dell’UNESCO. Almeno il 79% dei campus universitari e il 60% dei centri di formazione professionale sono stati danneggiati o distrutti.
Ahmad al-Turk, professore addetto alle pubbliche relazioni e assistente del presidente dell’Università Islamica di Gaza, ha affermato che Israele sta deliberatamente attaccando l’istruzione. “Prendere di mira i professori ha ripercussioni sulle generazioni future, soprattutto considerando l’esperienza e le competenze che questi professori possiedono nei loro campi di specializzazione”, ha affermato al-Turk. “Non c’è dubbio che l’assenza di professori competenti influisca negativamente sul rendimento degli studenti, così come sul processo di ricerca in futuro”.
Questo è particolarmente preoccupante per Raed Salha, professore presso l’Università Islamica ed esperto di pianificazione regionale e urbana. “La competenza universitaria non è qualcosa che può essere sostituita rapidamente”, ha affermato. “È una conoscenza accumulata in anni di insegnamento e ricerca. Perderla – che sia a causa di morte, sfollamento forzato o interruzioni prolungate – è una perdita devastante per gli studenti, le istituzioni accademiche e la società nel suo complesso”.
La maggior parte delle famiglie e degli studenti universitari ha difficoltà anche con il sistema di istruzione online, poiché è difficile permettersi l’acquisto di dispositivi elettronici e telefoni cellulari, anche senza considerare la debolezza della connessione internet a Gaza. “Gli insegnanti cercano di insegnare; gli studenti cercano di seguire, ma gli strumenti sono quasi inesistenti”, ha affermato Salha.
“Non possiamo ricreare l’esperienza degli studenti che escono di casa la mattina, incontrano gli amici, siedono nei cortili dell’università, nelle biblioteche, nei laboratori o partecipano ad attività ed eventi”, ha affermato. “Questa esperienza ha plasmato identità e senso di appartenenza degli studenti per generazioni. Oggi questo viene loro sottratto.”
Sfide universitarie
Lo studente universitario Osama Zimmo ha spiegato che abituarsi all’apprendimento online è stata una sfida. “Siamo diventati nomi sugli schermi, non studenti che vivono un’esperienza completa”, ha detto il ventenne studente di ingegneria civile di Gaza City. Osama si era iscritto a Ingegneria dei Sistemi Informativi presso l’Università al-Azhar di Gaza prima della guerra e aveva completato il primo anno di studi. Ma nonostante la sua passione iniziale per quel campo, è diventato difficile continuare gli studi online una volta che l’università è passata all’e-learning.
“Ho scoperto di non avere un portatile, una corrente elettrica stabile o una buona connessione internet e persino il mio telefono era vecchio e inaffidabile”, ha detto, aggiungendo che l’incertezza sulla fine della guerra e l’impatto dell’intelligenza artificiale lo hanno fatto riflettere sulla sua scelta di campo. Alla fine ha deciso di cambiare corso di laurea, iniziando un corso di laurea in ingegneria civile presso l’Università Islamica, che lo avrebbe portato a essere meno dipendente dall’elettricità e da internet.
L’Università Islamica ha ripreso le lezioni in presenza a dicembre.
“È stata una scelta di continuare piuttosto che fermarsi” sostiene Osama “Adattarsi piuttosto che cedere”. “Studiamo non perché la strada sia chiara, ma perché arrendersi è esattamente ciò che questa realtà cerca di imporci.”
*( di Ola Al Asi – Al Jazeera – traduzione di Giuseppe Ponsetti in origine per Zeitun.info)
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