
00 – Finalmente in Italia scoprono l’acqua calda.
01 – Luciana Castellina*: Enrico Pugliese, il ricordo di una lunga amicizia
02 – Andrea Cegna*: Presidenziali in Honduras, vota anche Washington – Honduras La Casa Bianca attacca la candidata Rixi Moncada: «Comunista»
03 – Mario Pierro*: Sbilanciamoci: un’altra legge di bilancio è possibile contro il riarmo e l’austerità – La «contro finanziaria» Presentata al Senato l’iniziativa della campagna «Sbilanciamoci!»: 111 proposte, a saldo zero, da oltre 55 miliardi di euro: pace, ambiente, welfare
04 – L’ONU accusa Israele: “utilizza la tortura contro i prigionieri palestinesi”. Un rapporto delle Nazioni Unite accusa Israele di portare avanti una politica statale che “de facto” sostiene l’utilizzo della tortura nei confronti dei prigionieri palestinesi.
05 – Claudia Fanti*: In Brasile la “boiada” è legge, distruggere l’ambiente si può
06 – Iain Chambers*: La grammatica occidentale: genocidio e antisemitismo . Cuore di tenebra La gerarchizzazione razziale del mondo, che ha sostenuto per secoli l’antisemitismo in Europa e l’identificazione della presunta inferiorità di altre vite, non viene mai affrontata.
Chiaramente alcune vite contano più delle altre. Questo è razzismo ed è svelato ogni giorno nel linguaggio che esce dalle bocche dei politici, dei conduttori televisivi e di tutti gli apparati alle loro spalle
07 – John J. Mearsheimer*: Il futuro cupo dell’Europa – Questo discorso è stato pronunciato durante una conferenza tenutasi al Parlamento europeo a Bruxelles il 10 novembre 2025
00 – Finalmente in Italia scoprono l’acqua calda.
Il rapporto del Cnel che lancia l’allarme sulla fuga dei giovani dall’Italia: tra il 2011 e il 2024 hanno lasciato il nostro paese 630mila giovani, il 7% del totale. Rispetto ai giovani in arrivo dalle economie avanzate il saldo migratorio è di -441mila: nove uscite per un ingresso.
IL VALORE DEL CAPITALE UMANO EMIGRATO NEL PERIODO AMMONTA A 159,5 MILIARDI, IL 7,5% del Pil.
(ndr)
01 – Luciana Castellina*: ENRICO PUGLIESE, IL RICORDO DI UNA LUNGA AMICIZIA
Per molte ragioni: perché fra tutti sono di gran lunga la più vecchia, perché per questo sono anche la più vecchia fra gli amici di Enrico, e però anche per una ragione più personale: perché Enrico è stato per me uno fra gli amici più intimi, politicamente vicini (proprio vicini, che è di più che dire della stessa organizzazione), umanamente omogenei perché ambedue bisognosi dell’amicizia e capaci di viverla nel modo più forte, e, in aggiunta, per decenni abituati a rendere quotidiana la nostra frequentazione. Per tutte queste ragioni dovrei essere io che scrivo di Enrico Pugliese nel momento dolorosissimo della sua scomparsa, almeno per prima e col compito di raccontare nel modo migliore chi è stato Enrico e cosa è stata la sua vita, come l’ha vissuta.
Ma Enrico – e questa è stata una sua caratteristica del resto – ha avuto troppi amici carissimi e, soprattutto, molti non solo amici ma anche colleghi con cui ha cercato e lavorato e socializzato i suoi saperi, e perciò non me la sono sentita di arrogarmi il diritto di essere io che scrivevo la “memoria” principale.
Ci son infatti quelli che sono stati per Enrico fondamentali anche nel lavoro, nella ricerca comune, io sono stata una grande amica ma non anche tutto questo: perché di un’altra generazione – io quindici anni di più – e perché accademicamente nulla. Anzi molto ignorante su tutte le cose che Enrico ha scritto. E perciò ho proposto che ognuno di noi scriva di lui ma in modo succinto, ma che scriviamo tutti, in tanti.
Mi fermo qui, dunque. Solo per dirvi quanto è grande il mio dolore per la sua morte, quanto pesante l’idea che non lo rivedrò. Sapete tutti quanto è strana questa storia della morte: sono millenni che moriamo, tutti senza eccezione. E però quando ti muore una persona che è stata così importante nella tua vita, per ragioni familiari o amicali, questa scomparsa ti appare sempre contro natura, impossibile.
Io la vivo così, non riesco a rendermi conto che Enrico non c’è più. Ed è in qualche modo ovvio che sia così perché Enrico oltretutto mi ha aperto gli occhi su un pezzo di realtà di cui non avevo cognizione: il mondo rurale, in tutti gli aspetti di cui questa realtà si compone. Mi ha fatto scoprire Rossi Doria, sapere che esisteva Portici. E però anche il ’68 americano, che non è poco. Sono contenta di poter tenera nella mia vita Alessandra e Sigrid, e tutti gli amici-colleghi. Vi prego: conserviamo il collettivo Pugliese!
*(Fonte: Il Manifesto – Luciana Castellina, è una politica, giornalista e scrittrice italiana, parlamentare comunista, più volte eurodeputata, autrice di numerose pubblicazioni, presidente onoraria dell’ARCI dal 2014)
02 – Andrea Cegna*: PRESIDENZIALI IN HONDURAS, VOTA ANCHE WASHINGTON – HONDURAS LA CASA BIANCA ATTACCA LA CANDIDATA RIXI MONCADA: «COMUNISTA»
Le elezioni presidenziali in Honduras sono molto più importanti di quel che la dimensione del paese e la sua situazione economica direbbero. Stiamo parlando di uno dei paesi più poveri e diseguali del continente, dove sette persone su dieci vivono in povertà, dove l’ex presidente è in carcere negli Stati Uniti perché parte di un sistema criminale che avvolgeva e si avvolgeva allo Stato, e dove il “processo democratico” costa miliardi di lempiras in un territorio sostenuto da rimesse, economia informale e una quotidianità che si consuma tra violenza, omicidi di attivisti, precarietà estrema.
Il paese scelto dagli Usa per controllare il Centro America ed evitare che Salvador e Guatemala seguissero il vento sandinista, è stato demolito dalle fondamenta. E soffre il dominio delle multinazionali così come quello esercitato dal controllo militare statunitense.
Dentro questa realtà arrivano le presidenziali di oggi. La candidata di governo, Rixi Moncada, avvocata, ex ministra e figura storica della resistenza al golpe del 2009, rappresenta il progetto di Libre: riforma fiscale progressiva, sovranità alimentare, credito ai piccoli produttori, difesa dell’ambiente e rafforzamento dello Stato sociale. È la continuità del tentativo – parziale ma reale – della presidentessa uscente Xiomara Castro di rompere la subordinazione a Washington abolendo le zone di libero commercio (Zede), aprendo alla Cina, rivendicando un ruolo autonomo nel “sur global”. Contro di lei, Nasry “Tito” Asfura del Partido Nacional e Salvador Nasralla del Partido Liberal ripropongono il vecchio modello neoliberista che ha svenduto territorio e beni comuni e che resta nelle mani di dieci famiglie capaci di drenare l’80% della ricchezza nazionale pagando imposte irrisorie. Asfura non si libera dell’ombra di Juan Orlando Hernández, condannato per narcotraffico, mentre Nasralla, un tempo candidato di Libre, oggi è nell’alleanza dei partiti restauratori.
Ma la partita non si gioca solo in Honduras. Donald Trump, rompendo il silenzio preelettorale, ha sostenuto apertamente Asfura, ha definito Moncada «comunista» e Nasralla «quasi comunista», e annunciato il futuro indulto per Hernández: un messaggio che suona come un ricatto geopolitico e che mira a ricompattare l’oligarchia e seminare panico tra gli indecisi. Intanto un blocco di congressisti statunitensi agita lo spettro della “venezuelizzazione” del paese, mentre la Oea chiede la trasparenza che non ha mai garantito.
Sul fronte interno la fiducia è ridotta al minimo. Libre denuncia un piano dell’opposizione per sabotare il sistema di trasmissione dei dati; Moncada afferma che riconoscerà solo i verbali fotografati seggio per seggio. Il paese è sotto stato d’emergenza in 226 municipi su 298, e negli ultimi mesi sono stati assassinati campesinos nell’Aguán con una impunità che attraversa governi di ogni colore.
I sondaggi mostrano una corsa a tre dentro il margine d’errore: un pareggio tecnico tra il 24 e il 27%. E in un sistema a turno unico, senza ballottaggio, basta un voto in più per governare un paese esausto, segnato da violenza, miseria e ingerenze straniere. Tutto può succedere. In tutto questo, il voto diventa un rito svuotato ma ancora decisivo: come se miniere, basi militari, città militarizzate, violenza, omicidi di attivisti e territori depredati potessero dissolversi nella magia delle urne. E allora queste elezioni diranno non solo chi governerà, ma se in Honduras esiste ancora spazio per immaginare la possibilità di essere liberi e libere o se, ancora una volta, sarà la paura a decidere
*(Fonte: Il Manifesto -. Andrea Cegna è redattore di Radio Onda d’Urto, collaboratore di Radio Popolare, un instancabile agitatore sociale e organizzatore di concerti.)
03 – Mario Pierro*: SBILANCIAMOCI: UN’ALTRA LEGGE DI BILANCIO È POSSIBILE CONTRO IL RIARMO E L’AUSTERITÀ – LA «CONTRO FINANZIARIA» PRESENTATA AL SENATO L’INIZIATIVA DELLA CAMPAGNA «SBILANCIAMOCI!»: 111 PROPOSTE, A SALDO ZERO, DA OLTRE 55 MILIARDI DI EURO: PACE, AMBIENTE, WELFARE
Anche quest’anno il rapporto annuale della Campagna «Sbilanciamoci!» composta da 55 realtà ha offerto un’alternativa alle leggi di bilancio scritte dal governo Meloni e ancora impantata al Senato. Quella presentata ieri al Senato è una finanziaria alternativa, a saldo zero, da oltre 55 miliardi di euro, con 111 proposte praticabili, ispirate a un «modello alternativo e realistico» di politica economica ha detto il portavoce della Campagna, Giulio Marcon.
Una cifra incomparabile rispetto all’importo modesto da 18,7 miliardi stabilito dal ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti, risultato dell’applicazione dell’austerità ancora più fanatica di quanto richiesto nel 2026 da Bruxelles. Le risorse possono essere trovate, ad esempio, tagliando o riconvertendo i sussidi ambientalmente dannosi (24 miliardi di euro), che le destre che fanno gli interessi del capitalismo fossile nemmeno nominano.
Oppure riducendo le spese per i sistemi d’arma che per la Nato dovranno crescere al 5% del Pil, tutto compreso, entro il 2035. Sbilanciamoci rompe il ricatto della lobby armata euroatlantica, e del padrino della Casa Bianca Trump. La proposta chiave è la riduzione della spesa militare, con un taglio di 4 miliardi all’acquisizione di nuovi armamenti e la riduzione degli effettivi militari. Alla sanità pubblica vanno destinati lo 0,15% del Pil nel 2026, lo 0,30% nel 2027 e lo 0,50% nel 2028. in totale: 23 miliardi per la salute dei cittadini, per evitare di ritrovarci ogni anno con 4 milioni di italiani che non hanno i soldi per curarsi.
Viene finalmente prospettata una riforma della fiscalità progressiva. Perché i lavoratori devono pagare – in termini percentuali – più tasse dei loro datori di lavoro? Sbilanciamoci parla invece di un fisco capace di generare 27 miliardi di euro in più. La misura di maggior impatto è l’introduzione di una tassa dell’1% sui patrimoni superiori a 5 milioni di euro, che da sola produrrebbe 18 miliardi di euro di gettito extra. Si propone inoltre un aumento della progressività dell’Irpef con tre nuovi scaglioni per i redditi più alti (45% tra 100 e 200mila euro, 50% tra 200 e 300mila euro, 55% sopra i 300mila euro).
Le destre al potere respingono il salario minimo. Sbilanciamoci, invece, propone circa 5,6 miliardi di euro per l’introduzione di un salario minimo agganciato all’inflazione, l’assunzione di nuovi ispettori del lavoro e la riduzione dell’orario lavorativo, superando al contempo la logica della decontribuzione per le imprese perseguita anche dal governo Meloni. Un altro miliardo di euro sarebbe destinato a interventi previdenziali, come la riduzione dell’età minima di pensionamento a 62 anni.
Nel campo ambientale e della sostenibilità, si propone la cancellazione del progetto del Ponte sullo Stretto di Messina. Si chiede anche di stanziare 1,8 miliardi per il ripristino della natura e l’adattamento climatico, e 1,7 miliardi per incentivare la de carbonizzazione dell’economia e della mobilità.
Sbilanciamoci! prevede anche un rilancio massiccio riguarda l’istruzione e la cultura, con oltre 10 miliardi di euro destinati a migliorare l’edilizia scolastica, il diritto allo studio e la promozione del supporto psicologico nelle scuole e università, oltre all’abbattimento del numero chiuso.
I partiti d’opposizione erano presenti ieri all’incontro con Sbilanciamoci! e hanno duramente contestato la Legge di Bilancio: «inadeguata e iniqua» per l’eccessiva spesa militare e l’assenza di soluzioni a disuguaglianze e crisi climatiche. Francesco Boccia (Pd) ha minacciato ostruzionismo e ricorso alla Consulta per tutelare i servizi essenziali. Tino Magni (Avs) ha accusato Palazzo Chigi e il Mef di avere esautorato il parlamento e di decidere tutto sulla manovra. Per Alessandra Maiorino (Cinque Stelle) «al governo abbiamo un consorzio di lobbisti» e quella di Sbilanciamoci! è una proposta alternativa che beneficia la maggioranza dei cittadini
*(fonte: Il Manifesto – Mario Pierro, giornalista)
04 – L’ONU accusa Israele: “UTILIZZA LA TORTURA CONTRO I PRIGIONIERI PALESTINESI”. UN RAPPORTO DELLE NAZIONI UNITE ACCUSA ISRAELE DI PORTARE AVANTI UNA POLITICA STATALE CHE “DE FACTO” SOSTIENE L’UTILIZZO DELLA TORTURA NEI CONFRONTI DEI PRIGIONIERI PALESTINESI.
Venerdì il Comitato delle Nazioni Unite contro la tortura ha affermato che il ricorso alla tortura da parte dello Stato israeliano è “organizzato e diffuso” ed è notevolmente aumentato dall’inizio delle operazioni militari contro la popolazione di Gaza nell’ottobre del 2023.
Il rapporto ha rilevato che Israele non ha una legislazione che proibisce e punisce la tortura e ha affermato che la sua legislazione consente ai funzionari pubblici di essere esentati dalla responsabilità penale in base al principio di “necessità”.
«Il comitato era profondamente preoccupato per le segnalazioni che indicavano una politica statale di fatto di tortura e maltrattamenti organizzati e diffusi durante il periodo di riferimento, che si era gravemente intensificata dal 7 ottobre 2023», recita il rapporto.
«Ha inoltre espresso la sua preoccupazione per il fatto che una serie di politiche adottate da Israele nel corso della sua continua presenza illegale nei Territori palestinesi occupati, se attuate nel modo asserito, equivarrebbero a creare condizioni di vita crudeli, disumane o degradanti per la popolazione palestinese.»
Il rapporto giunge anche mentre Israele è oggetto di diffuse critiche per un video che mostra dei soldati che uccidono a sangue freddo due uomini disarmati nella Cisgiordania occupata. Sui social media è circolato ampiamente un video, ripreso da un testimone, che mostra due uomini palestinesi uscire da un edificio con le braccia alzate e la maglietta sollevata, il che indica chiaramente che erano disarmati e non rappresentavano una minaccia per i soldati israeliani che pure si sono giustificati affermando di aver agito per “legittima difesa” perché i due uomini non avevano obbedito ai loro ordini.
Venerdì le Nazioni Unite hanno dichiarato che l’operato dei militari di Tsahal sembra essere stata una “esecuzione sommaria”. L’esecuzione sommaria è un crimine di guerra ai sensi della Convenzione di Ginevra e del diritto internazionale.
«Siamo sconvolti per la sfacciata uccisione di due palestinesi da parte della polizia di frontiera israeliana avvenuta ieri a Jenin», ha dichiarato ai giornalisti a Ginevra il portavoce dell’ufficio per i diritti umani delle Nazioni Unite, Jeremy Laurence, definendo l’accaduto «un’altra apparente esecuzione sommaria».
Il portavoce ha affermato che «gli omicidi di palestinesi da parte delle forze di sicurezza israeliane e dei coloni nella Cisgiordania occupata sono in aumento, senza che vi siano responsabilità, anche nei rari casi in cui vengono annunciate indagini».
Laurence ha affermato che il capo delle Nazioni Unite per i diritti umani, Volker Turk, chiede «indagini indipendenti, rapide ed efficaci sulle uccisioni dei palestinesi» e che i responsabili delle uccisioni e di altre violazioni nella Cisgiordania occupata «siano chiamati pienamente a rispondere delle loro azioni».
Ma il Ministro della Sicurezza Nazionale di Tel Aviv, Itamar Ben Gvir, che sovrintende alla polizia, ha pubblicamente sostenuto l’operato degli agenti della polizia di frontiera, affermando su X che i militari «hanno agito esattamente come ci si aspettava da loro» e che «i terroristi devono morire!».
Negli ultimi due anni, in Cisgiordania le forze israeliane di occupazione hanno ucciso più di mille palestinesi e ne hanno arrestati migliaia.
Le operazioni militari israeliane contro la popolazione della Cisgiordania continuano anche in queste ore. Stamattine le forze di occupazione hanno arrestato 44 palestinesi nelle città di Beit Fajjar e al-Ubeidiya, nel governatorato di Betlemme.
I soldati israeliani hanno preso d’assalto Beit Fajjar, a sud di Betlemme, in gran numero, hanno fatto irruzione e perquisito diverse case, hanno arrestato 40 residenti, li hanno interrogati sul posto e poi li hanno rilasciati. Altri quattro palestinesi sono stati arrestati ad al-Ubeidiya, a est di Betlemme.
Sempre questa mattina Tsahal ha compiuto delle incursioni nei villaggi di Al-Lubban al-Gharbi e Rantis, a nord-ovest di Ramallah, arrestando 11 palestinesi, per lo più ex prigionieri.
Ieri sera, invece, le forze israeliane hanno effettuato delle incursioni e istituito posti di blocco nelle città di Aqraba e Sebastia, nella zona di Nablus. Alcuni testimoni hanno anche riferito all’agenzia Wafa che le truppe israeliane hanno istituito un posto di blocco all’ingresso orientale di Qalqilya.
Questa mattina, intanto, alcuni medici hanno riferito che un cittadino palestinese è stato ucciso dal fuoco israeliano nei pressi della cosiddetta linea gialla nel quartiere Zeitoun di Gaza City.
La linea gialla a Gaza delimita l’area in cui le truppe israeliane possono rimanere secondo il piano di cessate il fuoco. Si tratta di un confine operativo imposto dall’esercito israeliano che, da quando il cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti è entrato in vigore il 10 ottobre, si è trasformato in una zona a movimento limitato.
Sabato proprio lungo la linea gialla un drone israeliano ha ucciso due bambini palestinesi di otto e dieci anni – Fadi e Joumaa Tamer Abu Assi – che stavano raccogliendo della legna per scaldarsi. I soldati israeliani hanno affermato che due “sospettati” sono stati eliminati dopo che “si sono avvicinati alle truppe che operavano nella Striscia di Gaza meridionale, rappresentando una minaccia immediata”.
Giovedì è stata invece rilasciata a Khan Younis Tasneem al-Hams, una infermiera di 22 anni che era stata rapita all’inizio di quest’anno a Gaza da alcuni membri delle cosiddette “Forze popolari”, come si fa chiamare la banda di Abu Shabab, che poi l’avrebbe consegnata alle forze israeliane che hanno utilizzato la sua detenzione arbitraria per operare pressioni sul padre, un medico palestinese arrestato in precedenza, durante gli interrogatori.
*(Fonte: Pagine Esteri)
05 – Claudia Fanti*: IN BRASILE LA “BOIADA” È LEGGE, DISTRUGGERE L’AMBIENTE SI PUÒ
NON HA DAVVERO PERSO TEMPO LA LOBBY LEGATA ALL’AGRIBUSINESS AD ACCANTONARE QUALSIASI ASPIRAZIONE FINTO-GREEN: APPENA SPENTI I RIFLETTORI SULLA COP 30 – QUELLA CHE SECONDO LULA AVREBBE DOVUTO ESSERE LA MIGLIORE DELLA STORIA -, HA RIBALTATO CON TEMPISMO PERFETTO 56 DEI 63 VETI CHE LULA AVEVA POSTO AD AGOSTO SUL COSIDDETTO “PROGETTO DI LEGGE DELLA DEVASTAZIONE”, SFERRANDO IL COLPO DECISIVO AI GIÀ SOFFERENTI ECOSISTEMI BRASILIANI.
Determinante, in questa offensiva, è stato il presidente del Senato Davi Alcolumbre, il quale ha messo in agenda la votazione con la massima fretta, facendo saltare al Pl da Devastação una lunga fila, e meritandosi per questo i più vivi complimenti da parte della lobby ruralista.
RISULTATO della votazione di giovedì: il Brasile ha praticamente perso la sua legislazione ambientale. Il sogno di ogni latifondista e di ogni impresa estrattivista è diventato realtà.
Respingendo la quasi totalità dei veti di Lula, il Congresso ha infatti trasformato in legge la peggiore versione del Pl 2.159/2021, con tutti i suoi punti più critici, a cominciare dalla cosiddetta Lac (Licença ambiental por Adesão e Compromisso), grazie a cui, per la maggior parte delle iniziative imprenditoriali, ad eccezione solo di quelle ad alto impatto ambientale, sarà sufficiente l’autocertificazione: basterà compilare un formulario su internet, dichiarando che la propria attività non presenta rischi per l’ambiente. Un click e via, senza bisogno di studi di impatto ambientale.
Mentre un altro punto assai criticato, quello relativo alla Lae (Licença Ambiental Especial) – una procedura semplificata di autorizzazione ambientale per tutte le opere considerate politicamente rilevanti, a prescindere da quale sia il loro impatto – è stato incluso in una misura provvisoria che sarà discussa la prossima settimana. Introdotta con un emendamento ad hoc, nella decisiva votazione al Senato del 21 maggio scorso, da Alcolumbre, deciso a velocizzare lo sfruttamento petrolifero a Foz do Amazonas, nel “suo” Amapá, la Lae spiana la strada a progetti contestatissimi come la BR-319, l’autostrada che collega Manaus a Porto Velho.
Ma oltre a rendere estremamente più semplice e rapida la concessione delle autorizzazioni ambientali e a ridimensionare in maniera drastica gli studi di impatto ambientale, la legge calpesta i diritti delle comunità indigene e quilombolas, indebolisce la protezione della Mata Atlântica, riduce al minimo il ruolo degli organismi di salvaguardia della natura e consente a stati e municipi di rilasciare le autorizzazioni con la massima discrezionalità.
QUANDO il famigerato ex ministro dell’Ambiente del governo Bolsonaro Ricardo Salles esortava a «passar a boiada», cioè ad azzerare la legislazione ambientale come se ci passasse sopra una mandria di buoi, pensava esattamente a questo. Ironia della storia, la boiada è passata sotto la presidenza Lula, il cui governo – proprio quello su cui i popoli indigeni avevano riposto le loro speranze – è tutt’altro che esente da responsabilità.
Che vari dei suoi esponenti non fossero pregiudizialmente contrari al progetto di legge, limitandosi semmai a prendere le distanze solo dai suoi aspetti più rovinosi, è cosa nota. Non a caso, come rivelato dal portale ambientalista Sumaúma, il documento preparato dall’ufficio del capogruppo governativo al Senato orientava lo scorso maggio a esprimere un voto «favorevole con aggiustamenti». Non un granché come strategia di contrasto.
COSICCHÉ, QUANDO ALLA FINE SI È CERCATO DI CONTENERE IL DISASTRO, COME HA TENTATO DI FARE LULA PONENDO 63 VETI AL PROGETTO, ERA ORMAI TROPPO TARDI PER ARGINARE LA BOIADA.
INUTILI si sono rivelati gli sforzi della ministra dell’Ambiente Marina Silva, la quale non ha nascosto il suo «lutto», denunciando la demolizione di un’impalcatura legislativa che aveva impiegato quarant’anni per consolidarsi – e proprio nel momento in cui il Brasile affronta le conseguenze sempre più severe del cambiamento climatico, tra ondate di calore, siccità, incendi, piogge torrenziali e trombe d’aria – e aprendo la possibilità di un ricorso alla giustizia: non è possibile, ha detto, passare impunemente «sopra l’articolo 225 della Costituzione», in base a cui tutti i cittadini hanno diritto a un ambiente ecologicamente equilibrato.
E a rivolgersi alla giustizia saranno di certo varie organizzazioni, come l’Observatório do Clima, convinte dell’evidente incostituzionalità di molti punti della nuova legge e decise a non rassegnarsi allo «sterminio del futur0.
*(Fonte: Il Manifesto. Claudia Fanti. Giornalista, scrive da più di 20 anni sul settimanale Adista, collabora con “il manifesto” e con altre testate)
06 – Iain Chambers*: LA GRAMMATICA OCCIDENTALE: GENOCIDIO E ANTISEMITISMO. CUORE DI TENEBRA LA GERARCHIZZAZIONE RAZZIALE DEL MONDO, CHE HA SOSTENUTO PER SECOLI L’ANTISEMITISMO IN EUROPA E L’IDENTIFICAZIONE DELLA PRESUNTA INFERIORITÀ DI ALTRE VITE, NON VIENE MAI AFFRONTATA.
CHIARAMENTE ALCUNE VITE CONTANO PIÙ DELLE ALTRE. QUESTO È RAZZISMO ED È SVELATO OGNI GIORNO NEL LINGUAGGIO CHE ESCE DALLE BOCCHE DEI POLITICI, DEI CONDUTTORI TELEVISIVI E DI TUTTI GLI APPARATI ALLE LORO SPALLE
Ormai, l’Occidente vede in Israele non tanto uno degli esiti violenti e dolenti del suo razzismo, il risultato contorto del suo antisemitismo storico, quanto il baluardo della civiltà occidentale. Così funziona come uno scudo contro qualsiasi critica allo stato coloniale sionista, e l’Olocausto viene trasformato in un monumento metafisico che blocca ogni critica all’autorità morale dell’Occidente. Ambedue – Israele e il custode occidentale (in particolare quello tedesco) dell’Olocausto – sono esclusi dai giudici della storia.
Emersa dalla negazione del genocidio in atto nel Mediterraneo orientale, come quella della Nakba e dei tanti genocidi che hanno segnato la nostra modernità, si è instaurato un meccanismo, da destra a sinistra, che mira a controllare e indirizzare gli spazi della discussione pubblica.
LA QUESTIONE dell’antisemitismo e l’insistenza sull’unicità (e non sulla specificità) dell’Olocausto servono sia a difendere le azioni dello Stato di Israele e a blindarlo da ogni critica, sia a evitare qualsiasi risposta ponderata da parte delle istituzioni occidentali riguardo alle loro responsabilità in merito alla questione palestinese e alla storia dei genocidi moderni. In questo connubio affissante di poteri ciechi e sensi di colpa irrisolti, la gerarchizzazione razziale del mondo, che ha sostenuto per secoli l’antisemitismo in Europa e l’identificazione della presunta inferiorità di altre vite, storie e culture in spazi coloniali, non viene mai affrontata.
Sarebbe da creare una prossimità scomoda tra l’antisemitismo, l’islamofobia e il razzismo nei confronti dei corpi non bianchi, che includono, ovviamente, quelli palestinesi. Chiaramente alcune vite contano più delle altre. Questo è razzismo ed è svelato ogni giorno nel linguaggio che esce dalle bocche dei politici, dei conduttori televisivi e di tutti gli apparati alle loro spalle.
Ci si trova a confrontarsi con la difesa di un’egemonia che crede ancora nella supremazia razziale. Il genocidio in atto a Gaza e il rifiuto politico di condannarlo e fermarlo ci ricordano questo passato, brutalmente presente e violentemente attuale, che irrompe tra di noi. La difesa oltranza dello Stato di Israele ci sta portando, attraverso la censura e la repressione di altre narrazioni e voci, allo scioglimento della nostra detta democrazia.
Affrontare l’apparato razzista che ha sostenuto e giustificato la colonialità della modernità occidentale ci permetterebbe di vedere nell’antisemitismo e nella questione del genocidio non tanto un’unica aberrazione del nostro ‘progresso’, quanto una parte strutturale della grammatica della nostra ‘civiltà’. Solamente quando venivano praticati su una parte razzialmente identificata della popolazione bianca sul suolo europeo, diventavano uno scandalo, come notava Aimé Césaire molti decenni fa.
Ma qui stiamo ben oltre la richiesta di un aggiustamento liberale che abbracci il multiculturalismo e promuova la legislazione antirazzista. Qui siamo in bel mezzo del capitalismo razziale e della politica economica del mondo odierno. Nell’oscurità di questa storia profonda – dove il razzismo e il genocidio sono costituenti della modernità occidentale: chiedete ai nativi americani, agli aborigeni in Australia, ai milioni dei morti nel Congo che hanno spinto Conrad a scrivere Cuore di Tenebra – l’articolazione violenta dello stato nazione moderno e la macchina brutale del capitale che richiedevano e richiedono l’appropriazione unilaterale delle risorse del mondo per riprodursi espone la costanza razziale e coloniale della questione.
L’ACCUSA di antisemitismo rivolta a chiunque critichi la politica occidentale e le pratiche genocidarie dello Stato di Israele ci consiglia ad affrontare il dispositivo del razzismo che giustifica la colonialità del potere e il suo esercizio sul pianeta. Questi sono i collegamenti che le autorità governative e istituzionali occidentali non vogliono né permettono di instaurarsi.
A questo proposito, è diventato il momento di accludere le persone e le organizzazioni delle comunità ebraiche che rifiutano di considerare l’antisemitismo come parte della sintassi del razzismo che determina gli assetti di potere del mondo odierno. Insistere sulla lettura dell’antisemitismo in questa chiave ci permette di distrarci dall’appoggio incondizionato allo stato coloniale d’apartheid che sta praticando la pulizia etnica nel Mediterraneo orientale, che è chiaramente dall’altra parte della linea di colore.
Quello che accade a Gaza e in Cisgiordania non è un conflitto; è colonialismo. Così, nella brutalità oscena delle azioni militari dell’Idf e nella violenza ideologica elaborata nell’Occidente (e soltanto in questa parte del mondo) per giustificarla, si osserva la distillazione inquietante della nostra storia.
Inoltre, in casa nostra, si intrecciano i tentativi attuali di svuotare la formazione educativa di ogni critica, con le proposte che la storia sia esclusivamente una proprietà occidentale e dove spesso, nei dipartimenti universitari, la presunta neutralità scientifica degli approcci disciplinari continua a rendere altre storie, culture e vite soltanto locali e di poco conto nella loro individualità antropologica rispetto alla grande narrazione del progresso liberale.
Questo sarebbe il progresso, come insisteva il filosofo liberale John Locke, che richiede l’eliminazione degli indigeni – delle loro storie, culture e vite – per potersi realizzare. Imponendo il proprio apparato di conoscenza (come se non fosse già ibrido e creolizzato nella sua formazione), si presenta hegelianamente come universale e come guardiano della dialettica della storia. Così si negano agli altri e alle altre il diritto di essere soggetti storici, di narrare, spiegare, proporre e vivere una modernità che non è soltanto nostra.
ANCORA UNA VOLTA, e andando ben oltre i limiti del noto concetto di orientalismo di Edward Said, si tratta di un dispositivo che, proprio nel proporre e riprodurre saperi ‘neutrali’ e scientifici, sopra i giudizi altrui, espone un dispositivo coloniale e razzista.
Perciò, attraverso il confronto con lo scudo dell’antisemitismo, e la responsabilità politica di smontarlo, emerge un altro spazio critico, un’altra storia politica che sostiene un’uscita dalla mortale coloniale del presente.
*(Iain Chambers, è un antropologo, sociologo ed esperto di studi culturali britannico.
Membro del gruppo diretto da Stuart Hall all’Università di Birmingham, Chambers è stato uno dei principali esponenti del celebre Centro per gli Studi della Cultura Contemporanea ivi fondato, che ha dato vita a una fiorente branca della sociologia anglosassone contemporanea.)
07 – John J. Mearsheimer*: IL FUTURO CUPO DELL’EUROPA – QUESTO DISCORSO È STATO PRONUNCIATO DURANTE UNA CONFERENZA TENUTASI AL PARLAMENTO EUROPEO A BRUXELLES IL 10 NOVEMBRE 2025.
L’ EUROPA È OGGI IN PROFONDA DIFFICOLTÀ, PRINCIPALMENTE A CAUSA DELLA GUERRA IN UCRAINA, CHE HA AVUTO UN RUOLO CHIAVE NEL MINARE QUELLA CHE ERA STATA UNA REGIONE IN GRAN PARTE PACIFICA. PURTROPPO, È IMPROBABILE CHE LA SITUAZIONE MIGLIORI NEGLI ANNI A VENIRE. ANZI, È PROBABILE CHE L’EUROPA SIA MENO STABILE IN FUTURO DI QUANTO NON LO SIA OGGI.
L’attuale situazione in Europa è in netto contrasto con la stabilità senza precedenti di cui l’Europa ha goduto durante il periodo unipolare, che durò all’incirca dal 1992, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, fino al 2017, quando Cina e Russia emersero come grandi potenze, trasformando l’unipolarismo in multipolarismo. Ricordiamo tutti il famoso articolo di Francis Fukuyama del 1989, “La fine della storia?”, in cui sosteneva che la democrazia liberale era destinata a diffondersi in tutto il mondo, portando con sé pace e prosperità. Questa argomentazione era ovviamente completamente sbagliata, ma molti in Occidente ci hanno creduto per oltre 20 anni. Pochi europei immaginavano, all’apice dell’unipolarismo, che l’Europa si sarebbe trovata oggi in così gravi difficoltà.
QUINDI, COSA È ANDATO STORTO?
La guerra in Ucraina, che a mio avviso è stata provocata dall’Occidente, e in particolare dagli Stati Uniti, è la causa principale dell’insicurezza europea odierna. Tuttavia, c’è un secondo fattore in gioco: lo spostamento dell’equilibrio di potere globale nel 2017 dall’unipolarismo al multipolarismo, che avrebbe sicuramente minacciato l’architettura di sicurezza in Europa. Ciononostante, ci sono buone ragioni per pensare che questo spostamento nella distribuzione del potere fosse un problema gestibile. Ma la guerra in Ucraina, unita all’avvento del multipolarismo, ha garantito grossi problemi, che difficilmente si risolveranno nel prossimo futuro.
Vorrei iniziare spiegando come la fine dell’unipolarismo minacci le fondamenta della stabilità europea. Poi discuterò degli effetti della guerra in Ucraina sull’Europa e di come questi abbiano interagito con il passaggio al multipolarismo, alterando profondamente il panorama europeo.
IL PASSAGGIO DALL’UNIPOLARITÀ ALLA MULTIPOLARITÀ
La chiave per preservare la stabilità nell’Europa occidentale durante la Guerra Fredda e in tutta Europa durante il periodo unipolare fu la presenza militare statunitense in Europa, integrata nella NATO. Gli Stati Uniti, ovviamente, hanno dominato quell’alleanza fin dall’inizio, il che ha reso quasi impossibile per gli stati membri sotto l’ombrello di sicurezza americano combattere tra loro. Di fatto, gli Stati Uniti sono stati una potente forza pacificatrice in Europa. L’élite europee di oggi riconoscono questo semplice fatto, il che spiega perché sono profondamente impegnate a mantenere le truppe americane in Europa e a mantenere una NATO dominata dagli Stati Uniti.
Vale la pena notare che, quando la Guerra Fredda finì e l’Unione Sovietica si mosse per ritirare le sue truppe dall’Europa orientale e porre fine al Patto di Varsavia, Mosca non si oppose al fatto che una NATO dominata dagli Stati Uniti rimanesse intatta. Come gli europei occidentali dell’epoca, i leader sovietici comprendevano e apprezzavano la logica pacificatrice. Tuttavia, erano fermamente contrari all’espansione della NATO, ma di questo parleremo più avanti.
Qualcuno potrebbe sostenere che l’UE, non la NATO, sia stata la causa principale della stabilità europea durante il periodo unipolare, motivo per cui l’UE, non la NATO, ha vinto il Premio Nobel per la Pace nel 2012. Ma questo è sbagliato. Sebbene l’UE sia stata un’istituzione di notevole successo, il suo successo dipende dal mantenimento della pace in Europa da parte della NATO. Capovolgendo Marx, l’istituzione politico-militare è la base o il fondamento, e l’istituzione economica è la sovrastruttura. Tutto questo per dire che, in assenza del pacificatore americano, non solo la NATO come la conosciamo scomparirà, ma anche l’UE sarà seriamente compromessa.
Durante l’unipolarismo, che durò ancora dal 1992 al 2017, gli Stati Uniti erano di gran lunga lo Stato più potente del sistema internazionale e potevano facilmente mantenere una presenza militare sostanziale in Europa. Le sue élite di politica estera, infatti, non solo volevano mantenere la NATO, ma anche espanderla espandendo l’alleanza nell’Europa orientale.
Questo mondo unipolare, tuttavia, svanì con l’avvento del multipolarismo. Gli Stati Uniti non erano più l’unica grande potenza al mondo. Cina e Russia erano ormai grandi potenze, il che significava che i politici americani dovevano pensare in modo diverso al mondo che li circondava.
Per comprendere cosa significhi la multipolarità per l’Europa, è essenziale considerare la distribuzione del potere tra le tre grandi potenze mondiali. Gli Stati Uniti sono ancora il Paese più potente del mondo, ma la Cina ha recuperato terreno ed è ora ampiamente riconosciuta come un concorrente alla pari. La sua enorme popolazione, unita alla sua straordinaria crescita economica dall’inizio degli anni ’90, l’ha trasformata in un potenziale egemone nell’Asia orientale. Per gli Stati Uniti, che sono già un egemone regionale nell’emisfero occidentale, la prospettiva che un’altra grande potenza raggiunga l’egemonia in Asia orientale o in Europa è profondamente preoccupante. Ricordiamo che gli Stati Uniti sono entrati in entrambe le guerre mondiali per impedire a Germania e Giappone di diventare egemoni regionali rispettivamente in Europa e in Asia orientale. La stessa logica si applica oggi.
La Russia è la più debole delle tre grandi potenze e, contrariamente a quanto pensano molti europei, non rappresenta una minaccia per l’intera Ucraina, tanto meno per l’Europa orientale. Dopotutto, ha trascorso gli ultimi tre anni e mezzo solo cercando di conquistare il quinto orientale dell’Ucraina. L’esercito russo non è la Wehrmacht e la Russia – a differenza dell’Unione Sovietica durante la Guerra Fredda e della Cina nell’Asia orientale oggi – non è un potenziale egemone regionale.
Data questa distribuzione del potere globale, è fondamentale per gli Stati Uniti concentrarsi sul contenimento della Cina e impedirle di dominare l’Asia orientale. Non vi è tuttavia alcuna ragione strategica impellente per cui gli Stati Uniti debbano mantenere una presenza militare significativa in Europa, dato che la Russia non rappresenta una minaccia per la sua egemonia europea. Anzi, dedicare preziose risorse di difesa all’Europa riduce le risorse disponibili per l’Asia orientale. Questa logica di base spiega la svolta statunitense verso l’Asia. Ma se un Paese si sposta verso una regione, per definizione, si allontana da un’altra regione, e quella regione è l’Europa.
C’è un’altra dimensione importante, che ha poco a che fare con l’equilibrio di potere globale, che riduce ulteriormente la probabilità che gli Stati Uniti rimangano impegnati a mantenere una presenza militare significativa in Europa. In particolare, gli Stati Uniti hanno un rapporto speciale con Israele che non ha eguali nella storia documentata. Tale legame, frutto dell’enorme potere della lobby israeliana negli Stati Uniti, non solo significa che i politici americani sosterranno Israele incondizionatamente, ma significa anche che gli Stati Uniti si impegneranno nelle guerre israeliane, direttamente o indirettamente. In breve, gli Stati Uniti continueranno ad allocare ingenti risorse militari a Israele e a impegnare ingenti forze militari proprie in Medio Oriente. Questo obbligo nei confronti di Israele crea un ulteriore incentivo a ritirare le forze statunitensi in Europa e a spingere i paesi europei a provvedere alla propria sicurezza.
In conclusione, le potenti forze strutturali associate al passaggio dall’unipolarismo al multipolarismo, unite alla peculiare relazione dell’America con Israele, hanno il potenziale per eliminare il pacificatore statunitense dall’Europa e paralizzare la NATO, il che avrebbe ovviamente gravi conseguenze negative per la sicurezza europea. È possibile, tuttavia, evitare un’uscita americana, che è sicuramente ciò che quasi tutti i leader europei desiderano. In parole povere, raggiungere questo risultato richiede strategie sagge e un’abile diplomazia su entrambe le sponde dell’Atlantico. Ma non è quello che abbiamo ottenuto finora. Invece, l’Europa e gli Stati Uniti hanno scioccamente cercato di far entrare l’Ucraina nella NATO, il che ha provocato una guerra persa con la Russia, che aumenta notevolmente le probabilità che gli Stati Uniti abbandonino l’Europa e che la NATO venga smembrata. Lasciate che vi spieghi.
CHI HA CAUSATO LA GUERRA IN UCRAINA: LA SAGGEZZA CONVENZIONALE
Per comprendere appieno le conseguenze della guerra in Ucraina, è essenziale considerarne le cause, perché il motivo per cui la Russia ha invaso l’Ucraina nel febbraio 2022 la dice lunga sugli obiettivi bellici della Russia e sugli effetti a lungo termine della guerra.
L’opinione diffusa in Occidente è che Vladimir Putin sia responsabile della guerra in Ucraina. Il suo obiettivo, secondo questa argomentazione, è conquistare tutta l’Ucraina e renderla parte di una Russia più grande. Una volta raggiunto questo obiettivo, la Russia si muoverà per creare un impero nell’Europa orientale, proprio come fece l’Unione Sovietica dopo la Seconda Guerra Mondiale. In questa storia, Putin rappresenta una minaccia mortale per l’Occidente e deve essere affrontato con la forza. In breve, Putin è un imperialista con un piano generale che si inserisce perfettamente nella ricca tradizione russa. Questa storia presenta numerosi problemi. Permettetemi di evidenziarne cinque.
In primo luogo, non ci sono prove anteriori al 24 febbraio 2022 che Putin volesse conquistare l’intera Ucraina e annetterla alla Russia. I sostenitori della saggezza convenzionale non possono indicare nulla di ciò che Putin ha scritto o detto che indichi che ritenesse la conquista dell’Ucraina un obiettivo auspicabile, che lo ritenesse fattibile e che intendesse perseguirlo.
Quando vengono contestati su questo punto, i sostenitori della saggezza convenzionale fanno riferimento all’affermazione di Putin secondo cui l’Ucraina sarebbe uno stato “artificiale” e in particolare alla sua visione secondo cui russi e ucraini sarebbero “un solo popolo”, tema centrale del suo noto articolo del 12 luglio 2021. Questi commenti, tuttavia, non dicono nulla sulle sue ragioni per andare in guerra. Anzi, quell’articolo fornisce prove significative del fatto che Putin abbia riconosciuto l’Ucraina come paese indipendente. Ad esempio, dice al popolo ucraino: “Volete fondare un vostro stato: benvenuti!”. Riguardo a come la Russia dovrebbe trattare l’Ucraina, scrive: “C’è una sola risposta: con rispetto”. Conclude il lungo articolo con le seguenti parole: “E cosa sarà l’Ucraina, spetta ai suoi cittadini deciderlo”.
Nello stesso articolo e nuovamente in un importante discorso pronunciato il 21 febbraio 2022, Putin ha sottolineato che la Russia accetta “la nuova realtà geopolitica che ha preso forma dopo la dissoluzione dell’URSS”. Ha ribadito lo stesso punto per la terza volta il 24 febbraio 2022, quando ha annunciato che la Russia avrebbe invaso l’Ucraina. Tutte queste affermazioni sono in netto contrasto con l’affermazione secondo cui Putin volesse conquistare l’Ucraina e incorporarla in una Russia più grande.
In secondo luogo, Putin non aveva truppe sufficienti per conquistare l’Ucraina. Stimo che la Russia abbia invaso l’Ucraina con al massimo 190.000 uomini. Il generale Oleksandr Syrskyi, attuale comandante in capo delle forze armate ucraine, sostiene che la forza d’invasione russa fosse composta da sole 100.000 unità. Non è possibile che una forza di 100.000 o 190.000 soldati potesse conquistare, occupare e assorbire tutta l’Ucraina in una Russia più grande. Si consideri che quando la Germania invase la metà occidentale della Polonia il 1° settembre 1939, la Wehrmacht contava circa 1,5 milioni di uomini. L’Ucraina è geograficamente più di tre volte più grande della metà occidentale della Polonia nel 1939, e nel 2022 l’Ucraina aveva quasi il doppio della popolazione della Polonia quando i tedeschi la invasero. Se accettiamo la stima del generale Syrskyi secondo cui 100.000 soldati russi hanno invaso l’Ucraina nel 2022, ciò significa che la Russia aveva una forza d’invasione pari a un quindicesimo le dimensioni delle forze tedesche che entrarono in Polonia. È quel piccolo esercito russo stava invadendo un Paese molto più grande della metà occidentale della Polonia, sia in termini di estensione territoriale che di popolazione.
Si potrebbe sostenere che i leader russi pensassero che l’esercito ucraino fosse così piccolo e così indebolito da poter facilmente conquistare l’intero Paese. Ma non è così. In realtà, Putin e i suoi luogotenenti erano ben consapevoli che gli Stati Uniti e i loro alleati europei stavano armando e addestrando l’esercito ucraino fin dallo scoppio della crisi, il 22 febbraio 2014. In effetti, il grande timore di Mosca era che l’Ucraina stesse diventando di fatto un membro della NATO. Inoltre, i leader russi riconoscevano che l’esercito ucraino, più numeroso della loro forza d’invasione, stava combattendo efficacemente nel Donbass dal 2014. Avevano sicuramente capito che l’esercito ucraino non era una tigre di carta che poteva essere sconfitta rapidamente è in modo decisivo, soprattutto perché godeva del potente sostegno dell’Occidente. L’obiettivo di Putin era quello di ottenere rapidamente limitate conquiste territoriali e costringere l’Ucraina al tavolo delle trattative, cosa che è avvenuta. Questa discussione mi porta al mio terzo punto.
Subito dopo l’inizio della guerra, la Russia si è rivolta all’Ucraina per avviare negoziati volti a porre fine al conflitto e definire un modus vivendi tra i due Paesi. Questa mossa è in netto contrasto con l’affermazione secondo cui Putin volesse conquistare l’Ucraina e renderla parte della Grande Russia. I negoziati tra Kiev e Mosca sono iniziati in Bielorussia appena quattro giorni dopo l’ingresso delle truppe russe in Ucraina. La pista bielorussa è stata poi sostituita da una pista israeliana e da una di Istanbul. Le prove disponibili indicano che i russi stavano negoziando seriamente e non erano interessati ad assorbire il territorio ucraino, fatta eccezione per la Crimea, che avevano annesso nel 2014, e forse la regione del Donbass. I negoziati si sono conclusi quando gli ucraini, spinti da Gran Bretagna e Stati Uniti, si sono ritirati dai negoziati, che stavano facendo buoni progressi al momento della loro conclusione.
Inoltre, Putin riferisce che, mentre i negoziati erano in corso e stavano facendo progressi, gli è stato chiesto di ritirare le truppe russe dall’area intorno a Kiev come gesto di buona volontà, cosa che ha fatto il 29 marzo 2022. Nessun governo in Occidente o ex politico ha seriamente contestato la versione di Putin, che è in netto contrasto con l’affermazione secondo cui era intenzionato a conquistare tutta l’Ucraina.
In quarto luogo, nei mesi precedenti l’inizio della guerra, Putin ha cercato di trovare una soluzione diplomatica alla crisi incombente. Il 17 dicembre 2021, Putin ha inviato una lettera sia al presidente Joe Biden che al capo della NATO Jens Stoltenberg, proponendo una soluzione alla crisi basata su una garanzia scritta: 1) l’Ucraina non avrebbe aderito alla NATO, 2) nessuna arma offensiva sarebbe stata dislocata vicino ai confini della Russia e 3) le truppe e gli equipaggiamenti della NATO trasferiti nell’Europa orientale dal 1997 sarebbero stati riportati in Europa occidentale. Qualunque cosa si pensi della fattibilità di raggiungere un accordo sulla base delle richieste iniziali di Putin, ciò dimostra che stava cercando di evitare la guerra. Gli Stati Uniti, d’altra parte, si sono rifiutati di negoziare con Putin. A quanto pare, non erano interessati a evitare la guerra.
In quinto luogo, tralasciando l’Ucraina, non c’è la minima prova che Putin stesse contemplando la conquista di altri paesi dell’Europa orientale. Ciò non sorprende, dato che l’esercito russo non è nemmeno abbastanza numeroso da invadere l’intera Ucraina, figuriamoci tentare di conquistare gli Stati baltici, la Polonia e la Romania. Inoltre, questi paesi sono tutti membri della NATO, il che significherebbe quasi certamente una guerra con gli Stati Uniti e i loro alleati.
In sintesi, sebbene in Europa sia opinione diffusa (e sono certo anche qui al Parlamento europeo) che Putin sia un imperialista da tempo determinato a conquistare tutta l’Ucraina e poi altri paesi a ovest dell’Ucraina, praticamente tutte le prove disponibili sono in contrasto con questa prospettiva.
LA VERA CAUSA DELLA GUERRA IN UCRAINA
In effetti, gli Stati Uniti e i loro alleati europei hanno provocato la guerra. Questo non significa negare, ovviamente, che sia stata la Russia a iniziare la guerra invadendo l’Ucraina. Ma la causa profonda del conflitto è stata la decisione della NATO di includere l’Ucraina nell’alleanza, che praticamente tutti i leader russi hanno visto come una minaccia esistenziale da eliminare. Ma l’espansione della NATO non è l’unico problema, poiché fa parte di una strategia più ampia che mira a fare dell’Ucraina un baluardo occidentale al confine con la Russia. L’ingresso di Kiev nell’Unione Europea (UE) e la promozione di una rivoluzione colorata in Ucraina – in altre parole, la trasformazione in una democrazia liberale filo-occidentale – sono gli altri due aspetti di questa politica. I leader russi temono tutti e tre gli aspetti, ma temono soprattutto l’espansione della NATO. Come ha affermato Putin, “la Russia non può sentirsi al sicuro, svilupparsi ed esistere mentre affronta una minaccia permanente proveniente dal territorio dell’Ucraina di oggi”. In sostanza, non era interessato a rendere l’Ucraina parte della Russia; era interessato a garantire che non diventasse quello che lui definiva un “trampolino di lancio” per l’aggressione occidentale contro la Russia. Per far fronte a questa minaccia, il 24 febbraio 2022 Putin ha lanciato una guerra preventiva.
SU COSA SI BASA L’AFFERMAZIONE SECONDO CUI L’ESPANSIONE DELLA NATO È STATA LA CAUSA PRINCIPALE DELLA GUERRA IN UCRAINA?
In primo luogo, i leader russi, in generale, hanno ripetutamente affermato prima dell’inizio della guerra di considerare l’espansione della NATO in Ucraina una minaccia esistenziale da eliminare. Putin ha rilasciato numerose dichiarazioni pubbliche in cui ha esposto questa argomentazione prima del 24 febbraio 2022. Anche altri leader russi, tra cui il Ministro della Difesa, il Ministro degli Esteri, il Vice Ministro degli Esteri e l’ambasciatore di Mosca a Washington, hanno sottolineato la centralità dell’espansione della NATO nel causare la crisi in Ucraina. Il Ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha espresso questo punto in modo succinto in una conferenza stampa del 14 gennaio 2022: “La chiave di tutto è la garanzia che la NATO non si espanda verso est”.
In secondo luogo, la centralità del profondo timore russo dell’adesione dell’Ucraina alla NATO è dimostrata dagli eventi successivi all’inizio della guerra. Ad esempio, durante i negoziati di Istanbul, svoltisi subito dopo l’inizio dell’invasione, i leader russi hanno chiarito in modo palese che l’Ucraina avrebbe dovuto accettare la “neutralità permanente” e non avrebbe potuto aderire alla NATO. Gli ucraini hanno accettato la richiesta russa senza opporre una seria resistenza, sicuramente perché sapevano che altrimenti sarebbe stato impossibile porre fine alla guerra. Più recentemente, il 14 giugno 2024, Putin ha esposto le richieste russe per porre fine alla guerra. Una delle sue richieste principali era che Kiev dichiarasse “ufficialmente” di abbandonare i suoi “piani di adesione alla NATO”. Niente di tutto ciò sorprende, poiché la Russia ha sempre considerato l’adesione dell’Ucraina alla NATO come una minaccia esistenziale che doveva essere prevenuta a tutti i costi.
In terzo luogo, un numero considerevole di personalità influenti e stimate in Occidente si rese conto prima della guerra che l’espansione della NATO, in particolare in Ucraina, sarebbe stata vista dai leader russi come una minaccia mortale e avrebbe portato alla catastrofe.
William Burns, che fino a poco tempo prima era a capo della CIA, ma che era ambasciatore statunitense a Mosca durante il vertice NATO di Bucarest dell’aprile 2008, scrisse un promemoria all’allora Segretario di Stato Condoleezza Rice che descriveva sinteticamente le intenzioni russe di portare l’Ucraina nell’alleanza. “L’ingresso dell’Ucraina nella NATO”, scrisse, “rappresenta la più luminosa di tutte le linee rosse per l’élite russa (non solo per Putin). In oltre due anni e mezzo di conversazioni con i principali attori russi, dai tirapiedi nei recessi oscuri del Cremlino ai più acuti critici progressisti di Putin, non ho ancora trovato nessuno che consideri l’Ucraina nella NATO qualcosa di diverso da una sfida diretta agli interessi russi”. La NATO, disse, “sarebbe vista… come una sfida strategica. La Russia di oggi risponderà. Le relazioni russo-ucraine si congeleranno… Creerà terreno fertile per l’ingerenza russa in Crimea e nell’Ucraina orientale”.
Burns non fu l’unico politico occidentale nel 2008 a comprendere che l’ingresso dell’Ucraina nella NATO fosse irto di pericoli. Al vertice di Bucarest, ad esempio, sia la cancelliera tedesca Angela Merkel che il presidente francese Nicolas Sarkozy si opposero a procedere con l’adesione dell’Ucraina alla NATO, perché capivano che ciò avrebbe allarmato e fatto infuriare la Russia. La Merkel ha recentemente spiegato la sua opposizione: “Ero molto sicura… che Putin non avrebbe lasciato che ciò accadesse. Dal suo punto di vista, sarebbe stata una dichiarazione di guerra”.
Vale anche la pena notare che l’ex segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg, ha dichiarato due volte prima di lasciare l’incarico che “il presidente Putin ha iniziato questa guerra perché voleva chiudere la porta della NATO e negare all’Ucraina il diritto di scegliere la propria strada”. Quasi nessuno in Occidente ha contestato questa straordinaria ammissione, e lui non l’ha ritrattata.
Per fare un ulteriore passo avanti, numerosi politici e strateghi americani si opposero alla decisione del presidente Bill Clinton di espandere la NATO durante gli anni ’90, quando la decisione era in discussione. Questi oppositori capirono fin dall’inizio che i leader russi avrebbero visto l’allargamento come una minaccia ai loro interessi vitali e che la politica avrebbe portato alla catastrofe. L’elenco degli oppositori include figure di spicco dell’establishment come George Kennan, il segretario alla Difesa di Clinton, William Perry, e il suo capo di stato maggiore congiunto, il generale John Shalikashvili, Paul Nitze, Robert Gates, Robert McNamara, Richard Pipes e Jack Matlock, solo per citarne alcuni.
La logica della posizione di Putin dovrebbe essere perfettamente comprensibile per gli americani, da tempo fedeli alla Dottrina Monroe, che stabilisce che a nessuna grande potenza lontana è consentito stringere un’alleanza con un paese dell’emisfero occidentale e dislocarvi le proprie forze militari. Gli Stati Uniti interpreterebbero tale mossa come una minaccia esistenziale e farebbero di tutto per eliminare il pericolo. Naturalmente, questo è ciò che accadde durante la crisi missilistica cubana del 1962, quando il presidente John Kennedy chiarì ai leader sovietici che i loro missili a testata nucleare avrebbero dovuto essere rimossi da Cuba. Putin è profondamente influenzato dalla stessa logica. Dopotutto, le grandi potenze non vogliono che grandi potenze lontane spostino forze militari in aree vicine al proprio territorio.
I sostenitori dell’adesione dell’Ucraina alla NATO sostengono talvolta che Mosca non avrebbe dovuto preoccuparsi dell’allargamento, perché “la NATO è un’alleanza difensiva e non rappresenta una minaccia per la Russia”. Ma non è così che i leader russi vedono l’Ucraina nella NATO, ed è ciò che pensano che conta. In sintesi, non c’è dubbio che Putin considerasse l’adesione dell’Ucraina alla NATO una minaccia esistenziale inaccettabile e fosse disposto a dichiarare guerra per impedirla, cosa che fece il 24 febbraio 2022.
IL CORSO DELLA GUERRA FINORA
Vorrei ora parlare dell’andamento della guerra. Dopo il fallimento dei negoziati di Istanbul nell’aprile 2022, il conflitto ucraino si è trasformato in una guerra di logoramento con marcate somiglianze con la Prima Guerra Mondiale sul fronte occidentale. La guerra, che è stata una brutale rissa, dura da oltre tre anni e mezzo. In questo periodo, la Russia ha formalmente annesso quattro oblast ucraini oltre alla Crimea, annessa nel 2014. Di fatto, la Russia ha finora annesso circa il 22% del territorio ucraino pre-2014, tutto nella parte orientale del Paese.
L’Occidente ha fornito un enorme sostegno all’Ucraina dallo scoppio della guerra nel 2022, facendo di tutto tranne che impegnarsi direttamente nei combattimenti. Non è un caso che i leader russi pensino che il loro Paese sia in guerra con l’Occidente. Ciononostante, Trump è determinato a limitare drasticamente il ruolo dell’America nella guerra e a scaricare l’onere del sostegno all’Ucraina sulle spalle dell’Europa.
La Russia sta chiaramente vincendo la guerra ed è probabile che prevalga. Il motivo è semplice: in una guerra di logoramento, ciascuna parte cerca di dissanguare l’altra, il che significa che la parte che ha più soldati e più potenza di fuoco ha maggiori probabilità di emergere vittoriosa. La Russia ha un vantaggio significativo su entrambi i fronti. Ad esempio, Syrskyi afferma che la Russia ha ora tre volte più truppe impegnate in guerra rispetto all’Ucraina e, in alcuni punti lungo la linea del fronte, i russi superano numericamente gli ucraini di 6:1. Infatti, secondo numerosi rapporti, l’Ucraina non ha abbastanza soldati per popolare densamente tutte le sue posizioni in prima linea, il che a volte rende facile per le forze russe penetrare le sue linee del fronte.
In termini di potenza di fuoco, per gran parte della guerra, il vantaggio della Russia nell’artiglieria – un’arma di fondamentale importanza nella guerra di logoramento – è stato segnalato come pari a 3:1, 7:1 o 10:1. La Russia dispone anche di un enorme inventario di bombe plananti ad alta precisione, che ha utilizzato con efficacia letale contro le difese ucraine, mentre Kiev ne possiede pochissime. Sebbene non vi sia dubbio che l’Ucraina disponga di una flotta di droni altamente efficace, inizialmente più efficace di quella russa, la Russia ha ribaltato la situazione nell’ultimo anno e ora ha il sopravvento sia con i droni che con l’artiglieria e le bombe plananti.
È importante sottolineare che Kiev non ha una soluzione praticabile al suo problema di manodopera, poiché ha una popolazione molto più piccola della Russia ed è afflitta da renitenti alla leva e diserzioni. Né l’Ucraina può affrontare lo squilibrio negli armamenti, principalmente perché la Russia ha una solida base industriale che produce enormi quantità di armi, mentre la base industriale ucraina è irrisoria. Per compensare, l’Ucraina dipende fortemente dall’Occidente per gli armamenti, ma i paesi occidentali non hanno la capacità produttiva necessaria per tenere il passo con la produzione russa. A peggiorare la situazione, Trump sta rallentando il flusso di armamenti americani verso l’Ucraina.
In conclusione, l’Ucraina è gravemente surclassata in termini di armamento e di uomini, il che è fatale in una guerra di logoramento. Oltre a questa situazione disastrosa sul campo di battaglia, la Russia dispone di un enorme inventario di missili e droni che utilizza per colpire in profondità l’Ucraina e distruggere infrastrutture critiche e depositi di armi. Certamente, Kiev ha la capacità di colpire obiettivi nelle profondità della Russia, ma non ha la potenza d’attacco di Mosca. Inoltre, colpire obiettivi nelle profondità della Russia avrà scarso impatto su ciò che accade sul campo di battaglia, dove questa guerra si sta svolgendo.
Le prospettive per un accordo pacifico
E le prospettive di una soluzione pacifica? Nel corso del 2025 si è molto discusso sulla ricerca di un accordo diplomatico per porre fine alla guerra. Questa discussione è dovuta in gran parte alla promessa di Trump di risolvere la guerra prima di insediarsi alla Casa Bianca o poco dopo. Ovviamente ha fallito, anzi, non ci è nemmeno andato vicino. La triste verità è che non c’è speranza di negoziare un accordo di pace significativo. Questa guerra sarà risolta sul campo di battaglia, dove è probabile che i russi ottengano una brutta vittoria che si tradurrà in un conflitto congelato con la Russia da una parte e l’Ucraina, l’Europa e gli Stati Uniti dall’altra. Lasciate che vi spieghi.
Una risoluzione diplomatica della guerra non è possibile perché le parti in conflitto hanno richieste inconciliabili. Mosca insiste sul fatto che l’Ucraina debba essere un paese neutrale, il che significa che non può far parte della NATO né ricevere garanzie di sicurezza significative dall’Occidente. I russi chiedono inoltre che l’Ucraina e l’Occidente riconoscano l’annessione della Crimea e delle quattro oblast’ dell’Ucraina orientale. La loro terza richiesta chiave è che Kiev limiti le dimensioni del suo esercito al punto da non rappresentare una minaccia militare per la Russia. Non sorprende che l’Europa, e in particolare l’Ucraina, respinga categoricamente queste richieste. L’Ucraina si rifiuta di concedere qualsiasi territorio alla Russia, mentre i leader europei e ucraini continuano a premere per l’ingresso dell’Ucraina nella NATO o almeno per consentire all’Occidente di fornire a Kiev una seria garanzia di sicurezza. Anche disarmare l’Ucraina a un livello che soddisfi Mosca è un’impresa impossibile. Non c’è modo che queste posizioni contrapposte possano essere conciliate per produrre un accordo di pace.
Pertanto, la guerra si risolverà sul campo di battaglia. Sebbene io creda che la Russia vincerà, non otterrà una vittoria decisiva che la porterà a conquistare tutta l’Ucraina. Piuttosto, è probabile che otterrà una brutta vittoria, occupando tra il 20 e il 40% dell’Ucraina pre-2014, mentre l’Ucraina finirà per essere uno stato residuo disfunzionale che copre il territorio che la Russia non conquista. È improbabile che Mosca cerchi di conquistare tutta l’Ucraina, perché il 60% occidentale del paese è popolato da ucraini etnici che opporrebbero strenuamente resistenza a un’occupazione russa, trasformandola in un incubo per le forze di occupazione. Tutto questo per dire che il probabile esito della guerra in Ucraina è un conflitto congelato tra una Russia più grande e un’Ucraina residua sostenuta dall’Europa.
Conseguenze
Vorrei ora analizzare le probabili conseguenze della guerra in Ucraina, concentrandomi prima sulle conseguenze per l’Ucraina stessa e poi sulle conseguenze per le relazioni tra Europa e Russia. Infine, discuterò delle probabili conseguenze all’interno dell’Europa e per le relazioni transatlantiche.
Per cominciare, l’Ucraina è stata effettivamente distrutta. Ha già perso una parte sostanziale del suo territorio ed è probabile che ne perderà altra prima che i combattimenti cessino. La sua economia è a pezzi, senza prospettive di ripresa nel prossimo futuro, e secondo i miei calcoli, ha subito circa 1 milione di vittime, un numero impressionante per qualsiasi Paese, ma certamente per uno che si dice sia in una “spirale di morte demografica”. Anche la Russia ha pagato un prezzo significativo, ma non ha sofferto quanto l’Ucraina.
L’Europa rimarrà quasi certamente alleata con l’Ucraina residua nel prossimo futuro, dati i costi irrecuperabili e la profonda russofobia che pervade l’Occidente. Ma questa relazione continuativa non giocherà a vantaggio di Kiev per due motivi. In primo luogo, incentiverà Mosca a interferire negli affari interni dell’Ucraina per causarle problemi economici e politici, in modo che non rappresenti una minaccia per la Russia e non sia in grado di aderire né alla NATO né all’UE. In secondo luogo, l’impegno dell’Europa a sostenere Kiev, a prescindere da ciò, spinge i russi a conquistare quanto più territorio ucraino possibile mentre la guerra infuria, in modo da massimizzare la debolezza dello Stato ucraino residua che rimane una volta congelato il conflitto.
E le relazioni tra Europa e Russia in futuro? Probabilmente saranno velenose a perdita d’occhio. Sia gli europei che, sicuramente, gli ucraini lavoreranno per indebolire gli sforzi di Mosca per integrare i territori ucraini annessi alla Grande Russia, oltre a cercare opportunità per causare problemi economici e politici ai russi. La Russia, da parte sua, cercherà opportunità per causare problemi economici e politici all’interno dell’Europa e tra Europa e Stati Uniti. I leader russi avranno un forte incentivo a frammentare il più possibile l’Occidente, poiché l’Occidente quasi certamente punterà il suo mirino sulla Russia. E non bisogna dimenticare che la Russia lavorerà per mantenere l’Ucraina disfunzionale, mentre l’Europa lavorerà per renderla funzionale.
Le relazioni tra Europa e Russia non saranno solo velenose, ma anche pericolose. La possibilità di una guerra sarà onnipresente. Oltre al rischio che la guerra tra Ucraina e Russia possa riprendere – dopotutto, l’Ucraina rivuole indietro il territorio perduto – ci sono altri sei punti critici in cui potrebbe scoppiare una guerra che contrapponga la Russia a uno o più paesi europei. Innanzitutto, si consideri l’Artico, dove lo scioglimento dei ghiacci ha aperto le porte alla competizione per i passaggi e le risorse. Ricordiamo che sette degli otto paesi situati nell’Artico sono membri della NATO. La Russia è l’ottavo, il che significa che è in inferiorità numerica di 7 a 1 rispetto ai paesi NATO in quell’area strategicamente importante.
Il secondo punto critico è il Mar Baltico, a volte definito “lago NATO” perché è in gran parte circondato da paesi di quell’alleanza. Quel corso d’acqua, tuttavia, è di vitale interesse strategico per la Russia, così come Kaliningrad, l’enclave russa nell’Europa orientale, anch’essa circondata da paesi NATO. Il quarto punto critico è la Bielorussia, che per le sue dimensioni e la sua posizione, è strategicamente importante per la Russia quanto l’Ucraina. Europei e americani cercheranno sicuramente di insediare un governo filo-occidentale a Minsk dopo che il presidente Aleksandr Lukashenko avrà lasciato l’incarico, trasformandolo infine in un baluardo filo-occidentale al confine con la Russia.
L’Occidente è già profondamente coinvolto nella politica della Moldavia, che non solo confina con l’Ucraina, ma ospita anche una regione separatista nota come Transnistria, occupata dalle truppe russe. Il punto critico finale è il Mar Nero, di grande importanza strategica sia per la Russia che per l’Ucraina, così come per una manciata di paesi della NATO: Bulgaria, Grecia, Romania e Turchia. Come per il Mar Baltico, anche il Mar Nero presenta un elevato potenziale di crisi.
Tutto questo per dire che, anche dopo che l’Ucraina sarà diventata un conflitto congelato, Europa e Russia continueranno ad avere relazioni ostili in un contesto geopolitico pieno di focolai conflittuali. In altre parole, la minaccia di una grande guerra europea non scomparirà quando i combattimenti in Ucraina cesseranno.
Vorrei ora soffermarmi sulle conseguenze della guerra in Ucraina all’interno dell’Europa e poi sui suoi probabili effetti sulle relazioni transatlantiche. Per cominciare, non si sottolineerà mai abbastanza che una vittoria russa in Ucraina – anche se si trattasse di una brutta vittoria, come prevedo – sarebbe una sconfitta clamorosa per l’Europa. O, per dirla in parole leggermente diverse, sarebbe una sconfitta clamorosa per la NATO, profondamente coinvolta nel conflitto ucraino sin dal suo inizio nel febbraio 2014. In effetti, l’alleanza si è impegnata a sconfiggere la Russia da quando il conflitto si è trasformato in una guerra di vasta portata nel febbraio 2022.
La sconfitta della NATO porterà a recriminazioni tra gli stati membri e anche al loro interno. Chi è il responsabile di questa catastrofe avrà grande importanza per l’élite al potere in Europa e sicuramente ci sarà una forte tendenza a incolpare gli altri e a non assumersi la responsabilità. Il dibattito su “chi ha perso l’Ucraina” si svolgerà in un’Europa già dilaniata da conflitti politici sia tra i paesi che al loro interno. Oltre a queste lotte politiche, alcuni metteranno in discussione il futuro della NATO, dato che non è riuscita a tenere sotto controllo la Russia, il paese che la maggior parte dei leader europei descrive come una minaccia mortale. Sembra quasi certo che la NATO sarà molto più debole dopo la fine della guerra in Ucraina di quanto non fosse prima dell’inizio della guerra.
Qualsiasi indebolimento della NATO avrà ripercussioni negative sull’UE, poiché un ambiente di sicurezza stabile è essenziale per la prosperità dell’UE e la NATO è la chiave per la stabilità in Europa. A parte le minacce all’UE, la forte riduzione del flusso di gas e petrolio verso l’Europa dall’inizio della guerra ha gravemente danneggiato le principali economie europee e rallentato la crescita dell’intera Eurozona. Vi sono buone ragioni per ritenere che la crescita economica in tutta Europa sia ben lontana dal riprendersi completamente dalla debacle ucraina.
Una sconfitta della NATO in Ucraina potrebbe anche portare a un gioco di accuse transatlantico, soprattutto perché l’amministrazione Trump si è rifiutata di sostenere Kiev con la stessa determinazione dell’amministrazione Biden, spingendo invece gli europei ad assumersi un maggiore onere per mantenere l’Ucraina in guerra. Pertanto, quando la guerra si concluderà con una vittoria russa, Trump potrà accusare gli europei di non essersi fatti avanti, mentre i leader europei potranno accusare Trump di aver abbandonato l’Ucraina nel momento di maggiore difficoltà. Naturalmente, i rapporti di Trump con l’Europa sono da tempo controversi, quindi queste recriminazioni non faranno che peggiorare una situazione già difficile.
Poi c’è la questione fondamentale se gli Stati Uniti ridurranno significativamente la loro presenza militare in Europa o se addirittura ritireranno tutte le loro truppe.
*(John J. Mearsheimer , è un politologo statunitense, studioso di relazioni internazionali che appartiene alla scuola di pensiero realista.)
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