
01 – Marina Catucci*: Città nella morsa di Ice contro la dignità umana
02 – Fulvio Grimaldi*: Venezuela, diario di una rivoluzione. Assassinio della felicità.
03 – Carè: L’applicazione del d.lgs. 231/01 nelle società sportive
04 – Contratti e paghe, niente più alibi per il caso Italia. Salario minimo La sentenza della Corte di giustizia chiude finalmente la lunga attesa sul destino della direttiva Ue sui salari minimi adeguati.
05 – Mario Giro *: L’Africa tra esclusione e protagonismo.
06 – Anna Fabi*: Manovra 2026: il governo punta su ceto medio e rigore, opposizioni al contrattacco.
07 – Sara Tanveer *: l sindaco “desi” che parla tutte le lingue della città. America domani Ha preso posizioni nette su questioni divisive, criticando anche il premier indiano Modi
08 – Emiliano Brancaccio*: L’Italia dei forti, dove a pagare pensano i lavoratori
A conti fatti La legge di bilancio, attualmente in discussione, è un esempio cristallino di «politica dei forti»
09 – Davide Malacaria*: Venezuela. Gli Usa sono i nuovi pirati dei Caraibi – Abbiamo ripreso il titolo da un editoriale del Washington Post del 28 ottobre, perfetto per fotografare quanto sta avvenendo, con le forze statunitensi che infestano i mari del Venezuela e affondano navi e naviganti
10 – Chiara Cruciati*: La Gaza meritevole di case la sceglie Israele – Terra rimossa Nuovi dettagli sul piano Trump svelati da The Atlantic: saranno costruite comunità separate a est della linea gialla, Tel Aviv selezionerà i palestinesi ammessi. Non potranno più uscire. Per il resto della Striscia, nessuna ricostruzione in vista. Intanto, la Knesset passa in prima lettura la pena di morte per i detenuti arabi, Ben Gvir festeggia.
11 – Emanuele Giordana*: Tailandia-Cambogia, salta la “pace” di Trump. E Suharto è onorato da eroe. In Indonesia l’omaggio all’ex dittatore amico degli Usa che fece strage di comunisti.
12 – Barbara Weisz*: Semplificazioni: cambiano le regole sul rinnovo della carta d’identità
01 – Marina Catucci*: CITTÀ NELLA MORSA DI ICE CONTRO LA DIGNITÀ UMANA
NEW YORK – America oggi Chicago, un giudice ordina la liberazione di 600 immigrati – Il giudice federale Jeffrey Cummings ha ordinato il rilascio su cauzione di 615 migranti arrestati nei raid svolti in Illinois dal 2 giugno al 7 ottobre, infliggendo così un duro colpo agli sforzi di Donald Trump di espellere, nel minor tempo possibile, il maggior numero di persone dagli Stati uniti.
Secondo gli avvocati del National Immigrant Justice Center e dell’American Civil Liberties Union (Aclu) tra giugno e ottobre sono state arrestate oltre 3.000 persone nell’ambito della «Operazione Midway Blitz».
I SOSTENITORI dei diritti degli immigrati affermano che gli agenti federali stanno violando un’ordinanza del tribunale emessa nel 2022, il decreto di consenso Castañon Nava, che limita la possibilità per l’Ice di arrestare persone semplicemente per il timore che un sospettato possa fuggire prima che sia possibile ottenere un mandato nei suoi confronti.
Oltre al rilascio dei più di 600 immigrati su una cauzione di 1.500 dollari, Cummings ha ordinato che 13 persone, identificate dai querelanti come detenute illegalmente, vengano rilasciate entro 48 ore senza alcuna cauzione.
La decisione del giudice arriva in un momento in cui la situazione delle persone immigrate, in particolare a Chicago, è sempre più preoccupante per via della profilazione razziale e della progressiva erosione dei diritti costituzionali, che sembrano ormai un lontano ricordo di un’epoca passata. Intanto, la campagna di espulsioni dell’amministrazione Trump prende di mira persone di tutte le età, con arresti violenti e raid fuori dai luoghi di lavoro, dalle udienze per la regolarizzazione in tribunale, fino ai fermi nel traffico e nei parcheggi.
DA QUANDO, 57 giorni fa, il comandante della polizia di frontiera statunitense Gregory Bovino ha annunciato sui social media: «Bene, Chicago, siamo arrivati!», la città ha vissuto otto settimane di caos e paura: pattugliamenti in centro e lungo il fiume, uso di gas lacrimogeni, anche in presenza di bambini, e un impiego della forza che un giudice ha definito «scioccante».
Ora Bovino e molti dei suoi agenti dovrebbero lasciare Chicago, segnando un rallentamento dell’operazione “Midway Blitz”, almeno fino all’arrivo dell’inverno, anche se la presenza federale in primavera potrebbe quadruplicarsi.
La situazione è talmente grave che la Conferenza episcopale cattolica degli Stati uniti, riunita a Baltimora, ha pubblicato un «Messaggio speciale» durante la sua assemblea annuale — una mossa inconsueta e quasi unanime — per inquadrare la crisi in termini fortemente morali e per affrontare il tema della «deportazione di massa indiscriminata» e del conseguente clima di paura che si è diffuso nel Paese. La dichiarazione, approvata durante la conferenza, non cita esplicitamente il nome di Donald Trump, ma non ce n’è bisogno. I vescovi affermano di «opporsi alla deportazione indiscriminata di massa delle persone» e di «pregare affinché cessino la retorica disumanizzante e la violenza, sia nei confronti degli immigrati che delle forze dell’ordine». Con questa mossa i vescovi mostrano un fronte unito nel sostenere Papa Leone XIV e le sue posizioni a favore degli immigrati.
«NOI VESCOVI cattolici amiamo il nostro Paese e preghiamo per la sua pace e prosperità. Proprio per questo motivo, in questo contesto, ci sentiamo in dovere di alzare la voce in difesa della dignità umana donata da Dio».
È di poco tempo fa la notizia che, in un centro detentivo dell’Immigration and Customs Enforcement, Ice, il Broadview Ice Detention Center, situato vicino a Chicago, gli agenti hanno impedito ai sacerdoti cattolici di amministrare la comunione ai migranti detenuti. In una possibile violazione del Primo Emendamento, i funzionari federali hanno inoltre ordinato di interrompere le riunioni di preghiera che si svolgevano all’esterno del centro, dopo che ai leader religiosi era stato negato l’ingresso all’edificio per la terza volta consecutiva.
*(Marina Catucci – Corrispondente dagli Stati Uniti per Il Manifesto, documentarista, collabora con diverse radio e televisioni italiane.)
02 – Fulvio Grimaldi*: VENEZUELA, DIARIO DI UNA RIVOLUZIONE. ASSASSINIO DELLA FELICITÀ
L’ALBERGHETTO DI CARACAS SI CHIAMAVA CRISTAL. NON ME LO RICORDAVO. SE NE È RICORDATA, SANDRA, LA MNEMOSINE DI CASA.
Ma lei si chiamava Iris e non la dimentico. Siamo ai primi del nuovo millennio, in mezzo a una rivoluzione. Iris lavorava al Cristal, era un po’ sfiorita, curva e magra, il vestito lindo, ma stazzonato, liso. Adibita a funzioni di scarto, neanche cameriera, o addetta al piano. La incrociavamo nei corridoi, sempre indaffarata – e affaticata – su non si capiva bene cosa. Portava, trasportava, spazzava. Non credo avesse famiglia, era sempre lì, a tutte le ore. Ma venne il giorno della festa e il Comandante avrebbe parlato e sarebbero stati centomila ad ascoltarlo. Tutto un fremito di massa, ve lo giuro. Ti passava dentro, come toccare un filo elettrico.
Poi vidi Iris. Ma non tra i tanti, per le strade, nelle piazze, alle finestre e dai portoni. L’ho vista appoggiata a uno stipite del portone del Cristal. Trasfigurata. Nessuno la vedeva, ma lei vedeva tutti. Non più chiusa nello stinto indumento stazzonato, sfolgorava nella maglietta rossa con sopra Ugo Chavez. Come tutti là fuori. Radiosa lei, radiosa la giornata, radioso il comandante lassù sul palco che intonava “El cielo de la patria es el cielo mas divino… E centomila esplodevano nel coro. Anche Iris era radiosa. Leggera, come sospesa a mezz’aria. Poi qualcuno la richiamò dentro. La rivoluzione non aveva fatto in tempo a toccarla. Ma lei l’aveva adocchiata.
Iris, lì sullo stipite, mi ha fatto vedere la rivoluzione. E la rivoluzione profumava di felicità. Intollerabile per quelli là fuori, infelici. Oggi con i cannoni e missili puntati sulla felicità.
I miei ricordi di buona parte del mio ultimo quarto di secolo, la più felice, appunto, perché condivisa con tutto ciò che mi circondava, non saranno una grande analisi politica, sociale, ideologica, ma sono quanto del Venezuela custodisco e quanto sostiene la mia fiducia nell’uomo. Nella possibilità di uscirne, dall’oggi di Trump, Netaniahu, Meloni, von der Leyen, Paolo Mieli, Galli della Loggia- La possibilità, la certezza, del riscatto…
Il link qui sopra vi porta a “Techos de carton” di Ali Primera, il cantautore della rivoluzione sognata e voluta (morì in un molto sospetto incidente automobilistico nel 1985. Mancavano14 anni alla rivoluzione di Chavez). Un musicista di grande inventiva, un poeta, un militante. Mi dà l’impressione di qualcosa di eccelso, come un incontro magico tra Fabrizio de Andrè, Lucio Dalla e Pierangelo Bertoli.
Questa canzone, che voglio immaginare stiate ascoltando, dice “Come è triste ascoltare la pioggia sui tetti di cartone” / Come è triste la vita della mia gente nelle case di cartone / Ne scende l’operaio / Trascinando il passo per il peso del dolore/ Vedi quanto soffro/ vedi quanto pesa la sofferenza / Sopra lascia la moglie incinta/ Sotto sta la città. / Lui si perde nella sterpaglia / Oggi è come ieri / Nella sua vita senza domani…”
Arrampicati sulle colline tra il mare e Caracas e a ridosso della capitale, i ranchos, che in Brasile chiamano favelas, al tempo di questa canzone ospitavano milioni di poverissimi in migliaia di baracche di plastica, cartone, lamiera. La bonifica iniziata da Chavez, proseguita da Nicolàs Maduro, successore del Comandante dal 2013, le ha eliminate o trasformate in dignitosi quartieri. Non è che una delle trasformazioni, radicali come forse solo a Cuba e in Nicaragua, ma dalle dimensioni decuplicate, che ha fatto del Venezuela un modello di governance e di convivenza che il colonialismo di predazione è tenuto assolutamente a rimuovere.
UN CORTILE DI CASA CHE MOLLA LA CASA
Negli anni di Chavez, il contagio diffuso dall’esempio del Venezuela ha mutato la fisionomia del famigerato “cortile di casa yankee”, con la creazione di aggregazioni impegnate nell’autodeterminazione e in più equi rapporti di scambio. Il Mercosur, mercato di scambi latinoamericani, fuori e contro i criteri padronali del WTO; la CELAC, Comunità di Stati Latinoamericani e dei Caraibi, creata in alternativa all’OSA, Organizzazione degli Stati Americani, di stretta obbedienza yankee; Petrocaribe, pura munificenza solidaristica antimperialista, che provvedeva ai paesi in trincea risorse energetiche a prezzi da Black Friday. Infine e su tutto l’ALBA, Alleanza Bolivariana per le Americhe (Antigua e Barbuda, Bolivia, Cuba, Dominicana, Grenada, Nicaragua, Saint Kitts e Nevis, Saint Lucia, Saint Vincent, Grenadine e Suriname, Honduras), Stati che si sono ispirati al modello sociale e antimperialista chavista.
Un aggregato che in parte ha resistito, in parte si è lacerato e ha perso pezzi sotto il rilancio di una specie di Operazione Condor 2, a partire dalle strategie neocoloniali del Deep State e della prima presidenza Trump, caratterizzata da feroci sanzioni ai paesi disobbedienti, in primis al capofila venezuelano. Ora, col secondo Trump, il cui anelito al Nobel della pace prende la forma del moltiplicarsi esasperato di un’aggressività economica e militare urbi et orbi, pare si sia a una specie di resa dei conti tra velleità di ricupero di un impero liso e cadente, passato al gangsterismo mafioterrorista, e le roccaforti dell’emancipazione latinoamericana che resistono.
Per quel che riguarda l’eterna bestia nera dei gringos, inventato un Venezuela (dichiarato dall’ONU esente da problematica narcos) narcotrafficante, siamo all’assedio delle coste venezuelane. E colombiane, ora che ai narcopresidenti e ai paramilitari da utilizzare come contractors per le imprese sporche USA in giro per il mondo (e soprattutto contro il Venezuela), è succeduto un presidente, Gustavo Petro, solidale con Caracas e che si caratterizza già solo per aver rotto le relazioni diplomatiche con lo Stato genocidario di Israele.
Trump vi ha concentrato la più grande flotta mai vista dai tempi dell’invasione del Panama, 10.000 Marines nella colonia Puerto Rico. Ha affondato una decina di barche di pescatori chiamandoli narcotrafficanti (una sessantina di morti), si è inventato il Venezuela produttore-esportatore di Fentanyl e Maduro capo narcos di inesistenti cartelli e gli ha dedicato una taglia da 50 milioni (subito offerta al pilota dell’aereo presidenziale, che l’ha respinta), ha agevolato sedizioni sollecitando il Nobel della Pace alla golpista Maria Corina Machado, ha autorizzato la CIA (implicito il Mossad, praticissimo della regione) al lavoro sporco in Venezuela, assassinio compreso.
E sogna, al momento è un’ipotesi, di bombardare e sfasciare le strutture strategiche del Venezuela onde innescare un malessere che porti alle ennesime guarimbas (tumulti scatenati dall’opposizione ogniqualvolta le elezioni erano vinte da quello sbagliato e di cui un carattere distintivo erano i cavi d’acciaio tesi attraverso la strada, destinati a decapitare poliziotti in motocicletta). Tanto da arrivare alla sostituzione di Maduro con l’ennesimo fantoccio senza l’ombra di una qualche credibilità, tipo Juan Guaidò (subito riconosciuto anche da Roma), e al passaggio del più vasto giacimento di idrocarburi del mondo dallo Stato, cioè dal popolo, a Exxon, Chevron e cugini esteri, con la conseguente fine di quella pesante seccatura che sono il chavismo e il bolivarismo e il loro perverso modello di equità sociale e autodeterminazione.
E mica ci prova da ieri. Prima del ruggito tonitruante lanciato sulle coste venezuelane dalla Gerald Ford, la più grande portaerei del mondo, aveva cominciato a rosicchiare, a fare il topo, prendendola alla larga, tanto per vedere “che effetto che fa”. Provato a massacrare il Venezuela con una grandinata di sanzioni che nemmeno l’Iran (40.000 morti da carestie e privazione di prodotti e strumenti sanitari negli anni del primo mandato), ma che Maduro ha saputo parzialmente neutralizzare, sostenuto da Cina, Ruissia e Iran, fino addirittura a recuperare, unico in Sudamerica, l’autosufficienza alimentare.
UN PAESE DA PEZZENTE A BENESTANTE
C’ero quella volta, secondo mandato di Chavez, in cui allo stadio di Caracas decine di migliaia e alcuni paracadutisti delle FANB (Forze Armate Nazionali Bolivariane, quelle oggi, unite e coordinate con le milizie civili, mobilitate alla difesa del paese) spettacolarmente volteggianti e poi atterrati ai piedi del palco, celebravano la raggiunta alfabetizzazione del 97,8% di un popolo di 28,5 milioni. Quella dell’alfabetizzazione era la Mision Robinson. Le Misiones sono una trentina di grandi progetti strategici nella marcia verso il socialismo: casa, terra, sanità, governo locale, modellato sulla Comune di Parigi, istruzione superiore, istruzione per adulti, terra a chi la lavora, mercati dell’alimentazione a prezzi calmierati, cura veterinaria gratuita, ambiente, diritti degli indigeni….
Quando arrivai a tre anni dalla prima vittoria elettorale di Chavez e dalla nuova Costituzione (che porta forti somiglianze con la nostra e, addirittura, con quella, prodigiosamente ante litteram, della Repubblica Romana di Mazzini, Saffi e Armellini, difesa da Garibaldi), la povertà era stata già ridotta dal 54 al 27%, la disoccupazione dal 17 al 7%, l’orario di lavoro era di 6 ore e stavano sorgendo le prime delle 29 nuove università pubbliche che avrebbero sottratto alla Chiesa il controllo dell’istruzione. Se ne risentì fortemente il cardinale Pietro Parolin, allora nunzio apostolico in Venezuela e poi segretario di Stato degli ultimi due papi.
Di quel controllo, perseguito in tutto il mondo cattolico ebbi prova dove si era esercitato nel senso di non esercitarlo. Ma in mancanza dell’oggetto. Cioè della scuola, oggetto sconosciuto nelle aree degli indios della foresta. Quelli sopravvissuti a un altro intervento dei diffusori della Croce, qualche secolo fa.
Insieme a Sandra, compagna e collaboratrice nella realizzazione di documentari, percorremmo l’Amazzonia venezuelana in una leggendaria navigazione fuori dal mondo, lungo il Rio Orinoco, un fiume vasto come un mare che corre dal confine col Brasile all’Atlantico. Gli indios vivevano in grandi palafitte lungo le rive, si arrampicavano su alberi altissimi per non so quale scopo e pascolavano bufali d’acqua e quando la nostra barca, poco più di una canoa, approdò a uno di questi insediamenti, era da pochi giorni arrivato anche il primo insegnante delle Superiori da inaugurare. Un primo intervento dello Stato in una comunità della caccia e pesca che per il resto, cibo, abitazione, strumenti, era da secoli del tutto isolata e, per mancanza di strumenti e percorsi, senza la minima voce politica in capitolo.
Una fortuita coincidenza segnò il mio arrivo in Venezuela con il primo tentativo imperialista di regime change: il golpe militare dell’aprile 2002. Fu tentato da un gruppo di ufficiali, richiamati all’ordine coloniale da Washington, sfuggiti alla “rieducazione patriottica” che Chavez aveva iniziato a promuovere tra i quadri, fin da quando era colonello dei paracadutisti sotto il despota Carlos Andres Perez. Nominarono presidente Pedro Carmona, capo della Confindustria. Colpo di Stato grottesco, subito neutralizzato da una mobilitazione di massa. Sequestrato in una base militare, Chavez venne liberato a furor di popolo nel giro di 48 ore. 48 ore che ai golpisti e alla polizia non bonificata sono bastati per uccidere una sessantina di persone.
In quelle 48 ore ero su un cavalcavia che supera il grande viale che dal centro città porta alla collina di Miraflores, il palazzo presidenziale. Sotto, passava un fiume di gente diretta al palazzo, a rivendicare il ritorno del presidente. Sopra, un manipolo di uomini armati, manovalanza golpista, sparavano sulla folla in basso. Li animava una giovane donna, Maria Corina Machado, ormai ventennale esperta in golpismo, fiduciaria del Dipartimento di Stato. Oggi Premio Nobel della Pace, va invocando l’intervento militare di Trump.
Vinse il popolo, ma dovette resistere al “paro”, una serrata della società petrolifera PDVSA, ancora parte del cartello delle majors angloamericane, che paralizzò il paese per riuscire là dove i militari felloni avevano fallito. Il Chavez liberato s’era messo a girare il paese a infondere coraggio, fiducia, resistenza. Raccontò di essere stato ospitato in pieno “paro” da una vecchia signora che gli disse. “Quello che vedi bruciare nel forno è la mia ultima sedia”. Non una goccia di combustibile, di carburante doveva uscire dalle raffinerie e dai benzinai. Il governo reagì facendo aprire a forza dall’esercito le stazioni di servizio. A >Caracas, un accogliente Ufficio Giornalisti Stranieri mi aveva provvisto di lasciapassare e perfino di compagno autista con vettura, Leopoldo, uomo dei ranchos. Il “paro” doveva paralizzare il paese, soffocarne l’economia, impedire che passasse nelle mani del popolo.
MISIONES PER UN ALTRO MONDO
Con Leopoldo, muniti di taniche forniteci dal Ministero dell’Agricoltura, andammo a pizzicare la rivoluzione giovinetta dove iniziava a farsi le ossa. Da Zulia sulle Ande, a Miranda affacciata sui Caraibi, all’immenso Bolivar, balcone sul Brasile, in poco più di un mese ci facemmo buona parte dei 23 Stati della Federazione. Ricordo, nella piana dello Stato di Guàrico, il mio primo Mercal. L’omonima Mision aveva allestito in tutto il paese mercati di generi di prima necessità a prezzi ridotti di due terzi Mercati che avrebbero servito il 40% della popolazione, dal pane al riso e allo zucchero, dalle zucche alla carne e alla farina, dai meloni ai manghi, dalle uova al pollo, dai vaccini agli esami per la patente e a quelli della vista e del sangue, gratuiti questi. Dal produttore al consumatore, niente vampiri intermediari, caporali, grandi distribuzioni. Una folla stupita, elettrizzata, sorrisi ovunque: la fisionomia di tutta la rivoluzione.
Leopoldo si commuoveva facilmente. Dal mangianastri in macchina uscivano le note di “Techos de carton”, la canzone di Ali Primera sulle drammatiche condizioni di vita nelle favelas, da dove anche lui veniva. Per la rabbia, tirava dei cazzotti al volante. La faccia era rigata dalle lacrime. Mi portò tutto fiero, ormai amicissimo, a incontrare per un caffè la sua famiglia, moglie giovanissima e già due bambini. Li vedo ancora, mentre mi salutano dalla porta di una casetta nuovissima, bianchissima di calce fresca, finalmente in muratura, bella gialla e con tetto di tegole.
Incontro Guadalupe nel mitico quartiere carachegno “23 de Enero”, avanguardia della rivoluzione urbana. Quello che già nel Caracazo del 27 febbraio 1989, aveva provato a buttare per aria il regime di Carlos Andres Perez, proconsole degli Stati Uniti, per i quali aveva privatizzato ogni cosa, dal petrolio ai minerali, alle acque, alle foreste, ai campi, ai trasporti. Anche nel 1992, anno di un tentativo insurrezionale del colonello Chavez, “23 de Enero” era stato l’innesco della lotta e la sanguinosa vittima della repressione.
Guadalupe è una militante della Coordinadora Simon Bolivar e, forte di quei precedenti, era stata alla testa dell’assedio ai golpisti del 2002. Ora partecipava al lavoro di emancipazione del grande quartiere secondo i criteri proposti da Chavez: autogestione, governo in simbiosi con la popolazione, alfabetizzazione, un’università pubblica, asili, pronti soccorsi, nuclei di sviluppo endogeno (in questo caso fabbriche di scarpe e di confezioni. In bella vista le magliette rosse con il volto di Che Guevara, o la scritta, ubiqua nel paese, “Socialismo o barbarie”).
Incrociammo Chavez in un piccolo aeroporto dello Stato di Cojedes, non ricordo dove. Gli chiesi com’era andata con quel sequestro. Mi chiese da dove venissi. Poi, affabilissimo e, come avrei notato sempre, di gioioso e allegro umore: “Ah, dall’ Italia, dove avete ammazzato il vostro presidente. Lo sapete, no, che sono stati i gringos a far ammazzate Moro? Pure qui ci stanno provando…Ma qui abbiamo una rivoluzione che sa come rispondergli, ai gringos”
E mi diede appuntamento a San Carlos, nel sud, dove avrebbe incontrato i contadini: “Quattro terratenientes avevano terre grandi quanto il tuo paese. E non ne cavavano niente, solo rendita. Gliela toglieremo…” A San Carlos mi chiamò sul palco e mi diede modo di riprenderlo da vicino, in primo piano, lui e poi le facce della sua gente, con quello che vibrava tra l’uno e gli altri (me lo ricordo bene perché ce l’ho nel mio documentario “Americas Reaparecidas”. Un altro, successivo, fatto assieme a Sandra, si intitola “L’Asse del bene”).
Il primo dei travolgenti – per la folla, come per lui, come per me – incontri con il suo popolo, lo vissi appunto a San Carlos, davanti a migliaia di campesinos sin terra in camicia o maglietta rossa bolivariana, arrivati da tutto lo Stato di Cojedes. Annunciò il passaggio della terra nelle loro mani. Più tardi distribuì dei titoli di proprietà. Con tanto di trattori., già allineati a decine lungo la strada. Avrei visto una cerimonia analoga, in un rancho sopra Caracas, quando i titoli di proprietà assegnati erano quelli delle case a coloro di cui parlava la canzone di Primera, quelli de los techos de carton. Commozione e gioia. Felicità.
QUELLI DELLA RIVOLUZIONE
Blanca Eekhout, sui vent’anni, laureanda, gestiva una radio libera sulla collina dei ranchos sopra Caracas. Un’amica negli anni. Fu decisiva, grazie all’ascolto raccolto con le sue trasmissioni a sostegno della rivoluzione e di come avrebbe cambiato la vita sotto los techos de carton, per la mobilitazione contro i golpisti e per la liberazione di Chavez. Fu un’intervista che mi diede a farmi percepire corpo e ragioni della condizione dei milioni confinati nei ranchos dai regimi precedenti e alle prospettive che il socialismo bolivariano gli apriva. La ritrovai più tardi direttrice di “Vive”, emittente bolivariana nazionale e poi ministra dell’Informazione e vicepresidente dell’Assemblea Nazionale.
I quadri del nuovo Venezuela nascevano così. Ne ho incontrato tanti. Giovanissimi. Quale diversità abissale rispetto alle facce, ai portamenti, alle competenze, al linguaggio dei nostri notabili! Oggi sono perlopiù ancora quelli, fedeli alla consegna ricevuta, anche in assenza dell’immenso carisma del comandante.
Era un Venezuela in travolgente cambiamento e maturazione, tutti marcati da un incontenibile entusiasmo, partecipati da un popolo che passava di conquista in conquista, spazzando ostacoli interni e quelli che arrivavano dai tentativi di sabotaggio. Alle prime sanzioni economiche comminate da Bush con, tra l’altro, il blocco delle importazioni di prodotti e macchinari necessari all’agricoltura, si reagì un po’ come da noi in guerra: allestendo orti in tutti gli spazi pubblici. Ricordo come, affacciandomi dall’ albergo, vidi da un giorno all’altro allargarsi ettari coltivati all’ombra di due grandi palazzi ministeriali in pieno centro.
Nello scambio con il resto del mondo, coltivato con grande impegno dalla nuova classe dirigente, si consolidava, a partire dalle proprie coscienze e conoscenze, una rivoluzione che si intendeva universale, da condividere con tutti, con lo stesso impegno che l’imperialismo metteva a far accettare i suoi principi e metodi. Si succedevano – e si succedono tuttora – le manifestazioni di solidarietà e di lotta comune, le occasioni di incontro e di scambio di esperienze, pensieri, sentimenti, progetti, forme di lotta. Personalmente potemmo partecipare, nel corso degli anni, con Chavez, sempre amatissimo e dinamicissimo protagonista e poi con Maduro, a iniziative come il Tribunale Antimperialista, il Festival Mondiale della Gioventù e degli Studenti (una festa incredibilmente gioiosa di 17.000 partecipanti da 100 paesi), il Congresso Continentale degli Indigeni, di cui (ricordo la drammatica denuncia degli indios colombiani sottoposti ai massacri dei paramilitari del presidente, sodale dei narcos e famiglio degli USA, Alvaro Uribe) e, più recentemente e di grande attualità, il Congresso Mondiale contro il Fascismo.
VENEZUELA INCONTRA IL MONDO
A Chavez, data l’immensa popolarità, ben oltre i confini del suo paese, Washington fu costretta a risparmiare un’ostilità eccessiva, che si sarebbe riverberata negativamente su nazioni e popolazioni non solo latinoamericane, paesi che guardavano al nuovo Venezuela quanto meno con rispetto. Nel 2013, alla morte prematura del comandante, su sua stessa indicazione gli succedette un operaio, il sindacalista dei trasporti Nicolàs Maduro. Su Maduro, ora al terzo mandato, corre il lemma, non è Chavez. Affermazione apodittica, nessuno lo è.
Ma è il Venezuela che è Chavez e questo conta. Nulla del retaggio di Chavez è stato abbandonato e tradito. Le misiones della radicale trasformazione sociale continuano ad operare, ma gli ostacoli posti dall’Impero e dai gaglioffi che nei governi europei ne assumono gli ordini di servizio, non potevano, dato anche il contesto regionale cambiato in negativo, non imporre rallentamenti e anche arretramenti. In particolare della diversificazione produttiva, via dalla monoeconomia petrolifera, perseguita con accanimento da Chavez. Che comunque il popolo resti compatto in difesa della sua scelta bolivariana è ampiamente confermato dall’impressionante mobilitazione civico-militare organizzata in risposta alle recenti minacce trumpiane. Washington potrà forse scassare il Venezuela, ma riprenderselo, mai.
Le sanzioni, a partire dal primo Trump, si sono fatte feroci e totalizzanti. Così come la sovversione interna, fin lì rintanata nelle roccaforti dell’imprenditoria privata sopravvissuta (in buona parte italiana, particolarmente rabbiosa e reazionaria, di cui ho avuto squallida esperienza nell’ambiente consolare di Caracas). Si calcolano in 40.000 le vittime delle sanzioni negli ultimi sei anni. Ne è derivato inevitabilmente un forte indebolimento dell’economia e, di conseguenza, una riduzione delle misure di protezione sociale.
E’ su questo terreno che Washington prova ad affondare i suoi colpi con una combinazione di pressione militare e sovversione interna, che si spera alimentata da un crescente scontento popolare. Tutto questo è al momento eminentemente un wishful thinking, un auspicio, negli ambienti oltranzisti del rilancio imperialista. Rilancio che, tra Ucraina, Medio Oriente, Africa, Indopacifico e il fronte interno segnato dalla vittoria del “socialista” Zohran Mamdani a New York, si ritrova forse con tra le mani troppi impegni. Resta il dato che per gli Stati Uniti di Trump, di Biden, di Obama, di Bush, di chiunque, e per coloro che, come noi europei, gli beliamo dietro, un Venezuela così, un qualsiasi paese così, è semplicemente inaccettabile. Va rimosso. Ne va della vita come la vogliono costoro. Quelli del Forum Economico Mondiale, di Bilderberg, di Blackrock, di Ursula.
Ci fu a Caracas, indetto da Chavez e con la sua partecipazione durante tutti i tre giorni, un convegno internazionale “In Difesa dell’Umanità”. Tema che potrebbe apparire sovradimensionato, ma che, alla luce degli sviluppi in termini di fascistizzazione e guerre a gogò, risulta oggi del tutto fondato. Chavez volle raccogliere alcune domande dal pubblico. Io glie ne feci una e questo fu, più o meno, il seguito delle battute.
F.G. Comandante, le stesse vostre camicie rosse bolivariane le portavano da noi i garibaldini. Cosa hanno in comune le due situazioni?
U.C. Lo sai, Grimaldi, che quelle camicie Garibaldi, in Argentina chiamato “el diablo” quando guidava i rivoluzionari uruguagi, le ha adottate dai macellai dell’Uruguay, perché mimetizzavano il sangue? Poi, da voi in Italia è stato un libertador al pari del nostro Simon Bolivar. Sono certo che Garibaldi si sia ispirato a Bolivar. E voi italiani dovreste ispirarvi a lui. Ricorda che la prima cosa che il nemico fa contro un popolo, è di fargli dimenticare e non fargli onorare coloro che lo hanno liberato.
*(Fulvio Grimaldi – giornalista, per antonomasia. Come per Terzani, ha avuto la “fortuna” di poter vivere momenti storici cruciali per il nostro Paesi)
03 – Carè: L’APPLICAZIONE DEL D.LGS. 231/01 NELLE SOCIETÀ SPORTIVE
SI È TENUTO PRESSO LA SALA STAMPA DELLA CAMERA DEI DEPUTATI L’INCONTRO DI STUDIO DAL TITOLO “L’APPLICAZIONE DEL D.LGS. 231/01 NELLE SOCIETÀ SPORTIVE”, promosso dall’On. Nicola Carè e dall’Ordine dei Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili di Roma. Dopo i saluti istituzionali del promotore On. Carè, il quale ha sottolineato l’indispensabilità degli assetti organizzativi per le società e soprattutto per gli enti sportivi, il dibattito ha coinvolto esponenti del diritto penale, della giustizia sportiva e della governance economica delle società professionistiche. Un tavolo composto da esperti della compliance governance. Ricco di importanti spunti di riflessioni è stato l’intervento del Procuratore Aggiunto della Repubblica, tra i massimi esperti a livello nazionale della norma 231: il Dr. Ciro Santoriello. Lo stesso ha affrontato il tema dei principi fondanti la responsabilità penale e sportiva degli Enti del settore. Secondo Santoriello, nelle società sportive “il controllo interno è elemento strutturale dell’affidabilità dell’ente”. Ha richiamato la responsabilità degli organi apicali e dei controllori interni, evidenziando come la formazione e la corretta tracciabilità dei processi decisionali sia oggi parametro fondamentale di valutazione. Il Modello ai sensi della 231 è efficace nella misura in cui gestisce adeguatamente il rischio. Mariarosa Calabretta, Avvocato e cultore della materia, ha illustrato il quadro dei reati presupposto più rilevanti nel mondo dello sport – tra cui match fixing, doping, frodi fiscali e scommesse – evidenziando come il D. Lgs. 231/01 sia oggi uno strumento indispensabile per la tutela dell’integrità delle competizioni. Carlo Ravazzin, Presidente della Commissione “Responsabilità degli Enti ex D. Lgs. 231/01” dell’ODCEC di Roma, ha approfondito in modo tecnico il ruolo dei controlli economico-finanziari nelle società sportive professionistiche, con particolare riferimento alle interazioni tra Collegio Sindacale, Revisori e Organismo di Vigilanza. Ravazzin ha rimarcato la necessità di una integrazione operativa fra gli organi di controllo al fine di garantire correttezza gestionale, sostenibilità economica e prevenzione del rischio sanzionatorio. La gestione e moderazione dei lavori è stata affidata al prof. Alessandro Parrotta, Componente della Commissione di riforma Nordio al D. Lgs. 231/01. Lo stesso, nel tratteggiare le concussioni, ha evidenziato come il modello 231 non debba essere interpretato come adempimento burocratico, bensì come strumento di governance e tutela reputazionale. Parrotta ha richiamato il recente orientamento giurisprudenziale che attribuisce rilevanza decisiva all’effettività dei modelli organizzativi, affermando che nel calcio contemporaneo, la competitività non si misura solo in campo, ma nella capacità delle società di dimostrare una architettura organizzativa solida, tracciabile e responsabile.
*(On./Hon. Nicola Carè – Circoscrizione Estero, Ripartizione Africa, Asia, Oceania e Antartide – Camera dei Deputati – IV Commissione Difesa – Presidente Sezione Bilaterale dell’Unione – Interparlamentare Italia- Mongolia – Componente Assemblea Parlamentare NATO – Presidente della Sottocommissione Difesa e Sicurezza NATO. Presidente dei Socialisti e democratici assemblea Parlamentare NATO)
04 – CONTRATTI E PAGHE, NIENTE PIÙ ALIBI PER IL CASO ITALIA. SALARIO MINIMO LA SENTENZA DELLA CORTE DI GIUSTIZIA CHIUDE FINALMENTE LA LUNGA ATTESA SUL DESTINO DELLA DIRETTIVA UE SUI SALARI MINIMI ADEGUATI.
La sentenza della Corte di giustizia chiude finalmente la lunga attesa sul destino della direttiva Ue sui salari minimi adeguati. Considerata la povertà degli obblighi che impone agli Stati, l’attesa era giustifica dal fatto che la direttiva affronta, anzi sfiora, uno dei nodi essenziali del conflitto nel lavoro: la questione salariale.
La Corte di giustizia aveva più volte rinviato la decisione, a conferma della difficoltà tecniche e politiche che essa nascondeva, lasciando con il fiato sospeso una platea di spettatori interessati che andava ben oltre gli addetti ai lavori. La decisione di confermare l’impianto della direttiva, pur eliminando due disposizioni che riguardavano i criteri e l’indicizzazione dei salari minimi quando questi ultimi vengono fissati per legge, ha dunque una valenza politica che va ben oltre quella giuridica.
L’approvazione della direttiva 2041 nel 2022 aveva polarizzato le opinioni sia rispetto all’opportunità politica sia riguardo alla legittimità della base giuridica. Proprio quest’ultimo aspetto aveva permesso il ricorso dei governi di Danimarca e Svezia – spalleggiati ahimè anche dai propri sindacati – visto che l’Ue non ha competenza normativa in materia di libertà sindacale, sciopero e retribuzione. E infatti, proprio per l’interferenza diretta dell’Ue nella determinazione delle retribuzioni, la Corte di giustizia ha annullato i due articoli citati.
Tuttavia, per quanto la decisione riduca il potenziale impatto della direttiva nei paesi dell’Ue che hanno un salario minimo individuato per legge (tutti eccezion fatta per Italia, Austria, Finlandia e i due ricorrenti), essa va salutata positivamente perché non solo si esprime in contrasto con le discutibili conclusioni dell’avvocato generale che aveva raccomandato l’annullamento intero della direttiva ma anche perché conferma la volontà dell’Ue di far sentire la propria (debole) voce nell’individuazione di salari minimi, anche in un momento storico in cui la voce sociale è spesso soffocata da quella bellica.
D’altra parte, se c’era tanto interesse a far scomparire dall’ordinamento una norma europea sui salari vuol dire che la direttiva non ha un’efficacia così ridotta. L’obiettivo di vedere annullata la norma, infatti, non era condiviso solo dai due paesi che hanno portato avanti il ricorso ma anche da quelli, come l’Italia, che hanno fatto da spettatori nella speranza che la Corte togliesse questo convitato di pietra dal dibattito politico e sindacale nazionale sui salari. Il tema, infatti, aveva finalmente acquisito una nuova centralità proprio grazie all’approvazione della direttiva, che si è inserita in un quadro economico caratterizzato da una stagnazione delle retribuzioni italiane da oltre trent’anni, certificata da tutte le ricerche internazionali.
A questo punto, la sostanziale conferma da parte della Corte di giustizia dell’impianto giuridico della direttiva non rende più giustificabile l’atteggiamento attendista da parte degli Stati membri e offre l’opportunità per mettere di nuovo sotto i riflettori la questione della sua attuazione anche nel nostro paese. Il che deve implicare una revisione del sistema di relazioni industriali, debilitato dalla (ormai) insostenibile leggerezza delle regole in materia di contrattazione collettiva. Del resto, se c’è un elemento certamente desumibile dalla direttiva, al netto delle sue ambiguità e punti oscuri, è proprio una promozione della contrattazione collettiva: solo i paesi nei quali si riscontra una copertura inferiore all’80% sono obbligati a un piano d’azione di sostegno alla contrattazione. In Italia, pur in assenza di dati ufficiali, ci sono stime di fonte Cnel (sulle quali alcuni studiosi nutrono seri dubbi) che ci attribuiscono una copertura pressoché totale, che depotenzierebbe gli effetti che la direttiva potrebbe avere nel nostro ordinamento. Una delle concrete conseguenze della sentenza della Corte sarà perciò quanto meno quella di obbligare il nostro paese a consegnare a Bruxelles dati ufficiali sulla copertura, che siano credibili e che spieghino come mai l’Italia rappresenti un’eccezione alla regola secondo cui i salari fissati contrattualmente e con un’estensione ampia darebbero vita a retribuzioni minime elevate rispetto ai salari medi.
Questi dati sembrano rafforzare la sensazione che in Italia sussista un problema di funzionamento del sistema contrattuale non meno urgente di quello salariale, e anzi a esso strettamente collegato. La direttiva potrebbe aiutare a dipanarlo, se fosse accompagnata da una volontà politica che sembra però del tutto assente. La direttiva, poi, può servire anche come strumento per contrastare quel drammatico ossimoro che è il lavoro povero, fenomeno che rappresenta la negazione assoluta dell’articolo 36 della Costituzione, secondo il quale la retribuzione dovrebbe garantire «un’esistenza libera e dignitosa» e non, a stento, una sopravvivenza. La questione è, perciò, non solo pratica ma anche di principio, riguarda cioè il valore economico che si vuole riconoscere al lavoro in un paese che nel primo articolo della sua Costituzione afferma proprio di fondarsi sul lavoro e non sul suo sfruttamento.
(ndr)
05 – Mario Giro*: L’AFRICA TRA ESCLUSIONE E PROTAGONISMO. PECHINO GUARDA ALL’ASIA, I BRICS ARRANCANO, L’OCCIDENTE È DISTRATTO. SE IL CONTINENTE RISCHIA DI RESTARE AI MARGINI DELLA NUOVA GEOPOLITICA, L’ERRORE DELLE POTENZE GLOBALI È CREDERE CHE ATTENDA DIRETTIVE.
L’Africa, invece, sceglie da sé: più autonoma, più consapevole, più indipendente Brics, o Shanghai Cooperation Organization? È la domanda che, guardando al futuro dell’Africa, molti osservatori si pongono dopo la parata di Pechino dello scorso settembre. Nel primo formato il continente trova spazio, nel secondo resta escluso. Ma il punto è un altro: il baricentro geopolitico si sta spostando verso l’Asia, terreno di sfida con gli Stati Uniti, area a più rapida crescita economica e ponte strategico verso due oceani, in particolare il Pacifico.
I Brics, intanto, arrancano. Brasile e Sudafrica, pur critici verso l’Occidente, restano legati a sistemi democratici e a una cultura dei diritti che non combacia con le impostazioni autoritarie di Mosca e Pechino. Il caso sudafricano è emblematico: l’Anc ha storicamente portato con sé un fondo ideologico radicale, mitigato dalla leadership di Mandela e dalla Commissione Verità e Riconciliazione guidata dall’arcivescovo Desmond Tutu.
MA SE DA UN LATO IL SUDAFRICA HA PROMOSSO EMPOWERMENT economico e “black business”, dall’altro ha interiorizzato le istanze globali sui diritti umani e sulle nuove sensibilità sociali, finendo spesso in rotta di collisione con Mosca e Pechino. Pretoria rimane comunque l’unica vera potenza africana con proiezione globale, al punto di suscitare tanto l’ostilità trumpiana (con l’accusa infondata di “genocidio bianco”) quanto l’irritazione russa, visto che non può ignorare gli obblighi assunti con la Corte penale internazionale (il che ha obbligato Putin a saltare l’ultima riunione dei Brics a Pretoria).
In Asia lo scenario è più lineare: Mosca trova un terreno naturale per la sua vocazione “asiatista”, l’alleanza con Pechino si rafforza e l’Africa rischia di scivolare ai margini della nuova architettura globale, come già accadeva con l’Occidente. Le formule “African Renaissance” e “African Solutions for African Problems” hanno trovato eco simbolica ma scarsa applicazione concreta. Né Stati Uniti, né Europa, né Cina, né Russia sembrano voler mettere le mani nelle crisi africane.
La guerra in Sudan ne è un esempio lampante: da una parte ci sono le forze armate (Saf) del generale al- Burhan, presidente del Paese; dall’altra le milizie assai irregolari delle Forze di supporto rapido (Rsf) dell’ex janjaweed Hemetti. La comunità internazionale dovrebbe scegliere chi riconoscere, ma preferisce non farlo. Emirati, generale libico Haftar e Ciad sostengono Hemetti.
L’Egitto dovrebbe sostenere le Saf ma si tiene in equilibrio, come l’Arabia Saudita. A quella guerra nessuno vuol mettere mano per cercare soluzioni, ma tutti hanno interessi da preservare. L’Unione Europea ha detto che riconoscerà le Saf come governo de facto, un piccolo avanzamento. Le Rsf lamentano di essere lasciate da parte in vari formati internazionali sulla crisi, anche se godono di sostegno emiratino. La Cina resta defilata, pur avendo interessi strategici. Gli Stati Uniti hanno tentato, ai tempi di
Biden, una triangolazione con Riyadh, senza risultati.
E l’Italia? Alcuni Paesi africani la percepiscono come un partner meno minaccioso delle grandi potenze e più incline al dialogo.
È il terreno sul quale si inserisce il Piano Mattei, che punta ad aiutare l’Africa a trasformare in loco le proprie materie prime, favorendo industrializzazione e valore aggiunto. Un obiettivo di lungo periodo, che richiederà decenni prima di mostrare effetti concreti.
La verità è che l’errore più grande di Occidente e Asia è credere che l’Africa sia ancora in attesa di direttive. In realtà il continente si muove da solo, com’è giusto che sia: più indipendente, più consapevole, più autonomo. Non chiede più tutela né paternalismo.
Decide, sceglie, a volte sbaglia – ma sono errori propri, non imposti. È un dato che il mondo deve imparare a baccettare. L’Africa tra esclusione e protagonismo.
*(Fonte: rivista Africa. Mario Giro è un politico e diplomatico italiano)
06 – Anna Fabi*: MANOVRA 2026: IL GOVERNO PUNTA SU CETO MEDIO E RIGORE, OPPOSIZIONI AL CONTRATTACCO.
LE OPPOSIZIONI – TRA CUI PARTITO DEMOCRATICO, MOVIMENTO 5 STELLE E EUROPA VERDE – HANNO CONTESTATO LA MANOVRA DEFINENDOLA «UN REGALO AI PIÙ RICCHI». PER LA SEGRETARIA DEL PARTITO DEMOCRATICO, ELLY SCHLEIN, «IL MINISTERO DOVREBBE GUARDARE I DATI DELL’ISTAT» E NON QUELLI “DEL PD”. «IL GOVERNO CONTINUA A FARE PROPAGANDA». (NDR FILEF ROMA)
Durante le audizioni parlamentari emergono le principali misure della Legge di Bilancio, le posizioni in campo e gli emendamenti più probabili.
La Legge di Bilancio 2026 si avvia verso la fase finale di approvazione con un pacchetto stimato fra 18 e 19 miliardi di euro, destinato a sostenere il reddito medio e gli investimenti in un contesto di conti pubblici sotto pressione. Davanti alle commissioni Bilancio di Camera e Senato sono state illustrate le misure principali, sono emerse le critiche di istituti come Banca d’Italia e Istat, e il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha rilasciato dichiarazioni molto chiare.
Le audizioni parlamentari – con le partecipazioni di istituti come Istat, Banca d’Italia e l’Ufficio parlamentare di bilancio (UPB) – hanno messo in evidenza sia le potenzialità delle misure in Manovra 2026 sia le criticità rimaste aperte.
Indice:
LE MISURE IN MANOVRA 2026 E I LORO EFFETTI
GOVERNO FERMO SU TAGLIO IRPEF E RIGORE FISCALE
RICHIESTE E CRITICHE DALLE OPPOSIZIONI E NELLE AUDIZIONI
EMENDAMENTI: DOVE SI GIOCHERÀ LA PARTITA PARLAMENTARE
LE MISURE IN MANOVRA 2026 E I LORO EFFETTI
• Taglio IRPEF: i risparmi del secondo scaglione al 33%
• La Manovra 2026 appare come un equilibrio delicato tra la volontà di alleggerire la pressione fiscale sul ceto medio e la necessità di contenere il debito pubblico. Sul fronte della spesa, è pensata per stimolare investimenti ma in un quadro con margini limitati: secondo Confindustria servirebbero 8 miliardi all’anno per Industria 4.0, ma la manovra ne prevede circa 4 per il 2026.
• Taglio IRPEF: riduzione dell’aliquota al 33% per la fascia tra 28 mila e 50 mila euro; benefici stimati in circa 230-400 euro annui per contribuente, minor gettito ~2,9-3 mld.
• Incremento cedolare secca sugli affitti brevi: destinato a recuperare gettito e riequilibrare mercato immobiliare.
• Contributo di banche e assicurazioni: due settori indicati come “pagatori” nel triennio 2026-28, con oneri stimati in oltre 4-5 miliardi.
• Le famiglie con reddito medio-alto potrebbero beneficiare in misura più marcata del taglio IRPEF, mentre le fasce più basse rischiano di restare ai margini.
• Per le imprese, soprattutto quelle orientate agli investimenti e all’innovazione, il potenziale stimolo è presente ma la dotazione sembra inferiore alle attese.
• Gli enti locali continuano a lamentare vincoli che ostacolano l’erogazione dei servizi.
GOVERNO FERMO SU TAGLIO IRPEF E RIGORE FISCALE, ha ribadito i tre pilastri della manovra: un approccio “crescita & stabilità”, il sostegno al reddito medio e la preservazione del rigore sui conti pubblici. Tra le misure centrali figura il nuovo taglio dell’aliquota IRPEF per la fascia di reddito tra 28 mila e 50 mila euro (da 35% a 33%), stimato in un minor gettito di circa 2,9-3 miliardi all’anno.
Giorgetti ha difeso la scelta affermando che si tratta di «un intervento volto a tutelare i contribuenti con redditi medi», evidenziando che il fiscal drag era stato contenuto fino a 35 mila euro e che ora si vuole rispondere anche alle fasce poco protette.
Siamo intervenuti sul ceto medio perché i ceti più svantaggiati sono stati negli anni scorsi attenzionati», ha detto, evidenziando la volontà di mantenere il rigore mentre si supportano le fasce di reddito medio.
In particolare, ha spiegato che il taglio IRPEF per redditi fra 28 mila e 50 mila euro «tuteliamo i redditi medi» e che l’intervento non è destinato ai “ricchi” secondo la definizione del governo. «Sono intervenuti… sul ceto medio… e abbiamo coperto anche la fascia fino a 50 mila euro», ha affermato.
Sulle imprese e gli investimenti, il ministro ha dichiarato che «sugli iper-ammortamenti e super ammortamenti cercheremo una soluzione» perché «danno un impulso quasi automatico per rinnovare e investire: renderli pluriennali sarebbe una bella cosa».
RICHIESTE E CRITICHE DALLE OPPOSIZIONI E NELLE AUDIZIONI
• Istat e UPB hanno evidenziato che oltre l’85% delle risorse del taglio IRPEF finirebbero ai due quinti più ricchi della distribuzione del reddito. Le istituzioni di controllo economico hanno messo in luce che il taglio IRPEF «beneficerà maggiormente le famiglie più ricche», con l’85 % delle risorse concentrate nei quinti più alti della distribuzione del reddito.
• Le audizioni di enti locali e autonomie territoriali hanno inoltre segnalato rischi di indebolimento dei servizi essenziali. ANCI e UPI hanno denunciato che la legge di bilancio non affronta adeguatamente la finanza locale, con tagli di spesa corrente stimati in 460 milioni per il 2026 e criticità sulla copertura dei LEP (Livelli Essenziali delle Prestazioni).
• Le opposizioni – tra cui Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e Europa Verde – hanno contestato la manovra definendola «un regalo ai più ricchi». Per la segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, «il ministero dovrebbe guardare i dati dell’Istat» e non quelli “del Pd”. «Il governo continua a fare propaganda», ha attaccato.
EMENDAMENTI: DOVE SI GIOCHERÀ LA PARTITA PARLAMENTARE
Le audizioni parlamentari sono ufficialmente chiuse e i relatori sono stati nominati: il termine per la presentazione degli emendamenti è fissato al 14 novembre. Nella fase iniziale della discussione, gli emendamenti più attesi riguardano diversi capitoli della manovra. Oltre al dibattito sul taglio dell’IRPEF e sul contributo a carico del settore bancario, si chiede un pacchetto di correttivi su pensioni, affitti e finanza locale.
Per il capitolo previdenza, tra le proposte c’è un intervento di incremento delle pensioni minime, con un possibile aumento di 20 euro mensili, e l’estensione dell’APE Sociale a nuove categorie di lavoratori. Sul fronte delle locazioni, i gruppi di maggioranza stanno valutando una revisione della misura che porta la cedolare secca dal 21% al 26% per gli affitti brevi: l’obiettivo sarebbe ridurre l’impatto per chi affitta un solo immobile o non utilizza piattaforme digitali di intermediazione.
Ulteriori emendamenti puntano a rafforzare il sostegno agli enti locali e ai territori, con un possibile incremento dei fondi per i Livelli Essenziali delle Prestazioni e per i programmi di edilizia residenziale sociale. Si discute anche di un correttivo al Fondo di coesione per accelerare i progetti nelle regioni del Mezzogiorno. Nella fase finale del dibattito parlamentare per i possibili correttivi potrebbero trovare posto anche:
• ritocchi al taglio IRPEF per rendere il beneficio ancor più progressivo, guardando alle fasce medio-basse;
• misure a sostegno degli enti locali, ad esempio un incremento dei fondi per i LEP o la stabilizzazione delle dotazioni per Comuni e Province;
• limatura sul contributo da banche e assicurazioni, con diluizione o misure compensative per evitare effetti negativi sul credito;
• aggiustamenti sugli incentivi alle imprese, con emendamenti mirati ad aumentare la dotazione per investimenti industriali.
Come abbiamo visto, il governo punta su alcuni interventi simbolici, ma le critiche sollevate in audizione e le richieste di emendamento indicano che la partita parlamentare sarà intensa. La definizione finale del testo, con il rispetto dei saldi e l’attuazione concreta delle misure, sarà il vero banco di prova.
Il margine di manovra resta comunque limitato: il “tesoretto” disponibile per le modifiche è stimato in circa 100 milioni di euro annui, da destinare con equilibrio per non alterare i saldi di bilancio fissati dal governo.
Nessun intervento per il recupero dell’evasione fiscale e nessun accenno alla spesa per il riarmo. (ndr Filef Roma)
*(Fonte: PMI.it Anna Fabi, giornalista)
07 – Sara Tanveer *: IL SINDACO “DESI” CHE PARLA TUTTE LE LINGUE DELLA CITTÀ. AMERICA DOMANI HA PRESO POSIZIONI NETTE SU QUESTIONI DIVISIVE, CRITICANDO ANCHE IL PREMIER INDIANO MODI
Zohran Kwame Mamdani, 34 anni, è il primo sindaco musulmano èdesi” di New York. Desi è un aggettivo che viene dal sanscrito desa (terra, patria) e indica chiunque abbia radici nel subcontinente indiano. Un termine usato per autodefinirsi e per riconoscersi a vicenda, superando i confini nazionali.
Mamdani ha usato questa identità per organizzare le comunità diasporiche della Grande Mela e la sua storia familiare lo ha aiutato. Sua madre è l’acclamata regista Mira Nair (Moonsoon Wedding, Mississippi Masala) e suo padre è Mahmood Mamdani, accademico ugandese di origine gujarati che insegna alla Columbia University. I nonni paterni erano nati in Tanganyka, attuale Tanzania. Zohran è solo l’ultimo discendente di una lunga linea di indo-africani.
DOPO L’ABOLIZIONE formale della schiavitù nella prima metà dell’Ottocento, il Raj britannico trasferì lavoratori indiani nelle colonie africane da sfruttare come manodopera, seguiti dai commercianti liberi. La famiglia Mamdani apparteneva ai Khoja, musulmani sciiti gujarati attivi nel commercio. Nel 1972 il dittatore Idi Amin espulse circa 50 mila cittadini di origine indiana dall’Uganda. Anche i Mamdani furono esiliati e trovarono rifugio nel Regno Unito. Riuscirono a tornare solo dopo la caduta del regime.
La storia che lo ha preceduto la porta nel suo secondo nome, Kwame, un omaggio al presidente ghanese panafricanista Kwame Nkrumah.
In campagna elettorale Mamdani ha saputo usare sapientemente la sua identità desi e migrante. Parlando fluentemente hindi e urdu è riuscito a comunicare direttamente con le comunità del subcontinente. Ha usato dolci come il mishti doi bengalese e il lassi per spiegare i programmi e le modalità di voto. Ha citato Bollywood, mimando Shah Rukh Khan, usando le trame dei film per parlare di giustizia economica.
Ma l’elemento principale è stato organizzativo. Ha evitato i tradizionali notabili delle comunità e ha puntato sulle donne: le aunties. Le zie, le madri, le nonne dei quartieri hanno fatto campagna nei seminterrati dei luoghi di culto, nelle cucine, nei negozi e nelle strade. Nel discorso di vittoria Mamdani ha ringraziato le «aunties che hanno bussato porta a porta fino a quando i piedi non gli hanno fatto male». Sono state loro le intermediarie, perché la sua politica parlava ai bisogni dei lavoratori immigrati: il tassista pakistano, l’assistente domestica sudamericana, il proprietario di bodega yemenita.
MAMDANI HA ESTESO la strategia oltre il subcontinente rivendicando. Ha parlato spagnolo nei quartieri latino-americani, ha partecipato a eventi delle varie comunità africane, ha parlato arabo anche per rivendicare la sua identità musulmana e ha ricevuto supporto anche dalle comunità ebraiche. Il risultato è stata una coalizione che ha attraversato confini etnici, religiosi e generazionali. Cinquantamila volontari hanno lavorato con le aunties dei quartieri popolari. Mamdani ha costruito l’alleanza su una piattaforma radicata nell’interesse collettivo. «Queste sono questioni musulmane – ha detto – perché promuovono il bene comune».
Ha preso posizioni nette su questioni divisive. Ha criticato il primo ministro indiano Narendra Modi, descrivendolo come anti-musulmano e responsabile del pogrom del Gujarat del 2002 in quanto ai tempi era governatore dello Stato di cui la famiglia Mamdani è originaria. Parole che hanno provocato polemiche in India, ma Mamdani ha inquadrato la critica attorno all’idea di un’India pluralista, sottolineando di rappresentare tutti i newyorkesi indipendentemente dalle loro opinioni su Modi.
«ARRIVA UN MOMENTO, (…) in cui usciamo dal vecchio per entrare nel nuovo, in cui un’epoca finisce e l’anima di una nazione, a lungo repressa, trova voce». Questa citazione di Nehru è una rivendicazione: le diaspore del subcontinente indiano possono costruire potere politico mantenendo le proprie radici culturali.
L’identità desi di Mamdani non è estetica, ma è un linguaggio che gli ha permesso di parlare a comunità diverse che hanno un’esperienza comune: essere lavoratori immigrati in una città dove il costo della vita è insostenibile.
Negli Stati Uniti di Trump Mamdani ha vinto usando la sua identità diasporica come strumento di organizzazione. Non nascondendo le proprie radici, ma costruendoci sopra un progetto politico radicale.
*(Fonte: Il Manifesto – Sara Tanveer, scrittrice, giornalista e attivista freelance italo-pakistana residente in Italia)
08 – Emiliano Brancaccio*: L’ITALIA DEI FORTI, DOVE A PAGARE PENSANO I LAVORATORI A CONTI FATTI LA LEGGE DI BILANCIO, ATTUALMENTE IN DISCUSSIONE, È UN ESEMPIO CRISTALLINO DI «POLITICA DEI FORTI»
L’ITALIA È DEI FORTI, E I FORTI NON HANNO BISOGNO DI GIUSTIZIA. SE GIORGIA MELONI E SOCI AVESSERO VOGLIA DI RACCONTARE LA VERITÀ, IN QUESTA PARAFRASI LETTERARIA POTREBBERO RACCHIUDERE L’ESSENZA DELLA LORO AZIONE DI GOVERNO.
La legge di bilancio, attualmente in discussione, è un esempio cristallino di «politica dei forti».
Da lungo tempo l’Italia è uno dei paesi più iniqui al mondo. Stando ai dati della Banca Mondiale, siamo all’82esimo posto assoluto in termini di indici di disuguaglianza, superati anche da moltissimi paesi meno sviluppati: dalla Grecia alla Romania, dalla Tunisia al Bangladesh.
LA DISUGUAGLIANZA NAZIONALE SI REGISTRA IN MODO SIGNIFICATIVO ALL’INTERNO DI CIASCUNA CLASSE SOCIALE. PER ESEMPIO, TRA I LAVORATORI DIPENDENTI, LA FORBICE TRA DIRIGENTI E OPERAI È TRA LE PIÙ ACCENTUATE NEL MONDO AVANZATO.
Ma ancor più rilevante è la divaricazione tra le diverse classi sociali. Dal 1990, in Italia la quota salari e stipendi sul reddito nazionale è precipitata di quasi 10 punti percentuali, a vantaggio di profitti e rendite. Gli ultimi anni d’inflazione hanno contribuito ad aggravare il quadro.
In un tale, pauperistico scenario, l’azione di governo potrebbe essere indirizzata a mitigare le divergenze. Il ministro Giorgetti ha provato a sostenere che esattamente questo sarebbe l’obiettivo della manovra in corso: tutelare le fasce più deboli, mitigare i carichi fiscali sui ceti medio-bassi, rimediare alla perdita di potere d’acquisto causata dal carovita. Verrebbe da credergli sulla parola, se non fosse per il fatto che le sue dichiarazioni confortanti risultano smentite dai dati.
Indicativa, in questo senso, è la valutazione che sta emergendo dalle audizioni parlamentari degli esperti chiamati a commentare la legge di bilancio. Il presidente dell’Istat e il rappresentante di Bankitalia hanno concordato che il beneficio medio delle risorse messe a disposizione dalla manovra è modesto, non superiore all’uno percento del reddito disponibile. Ma soprattutto, hanno segnalato che oltre l’85% delle risorse saranno destinate alle famiglie dei due quintili più ricchi della popolazione. In particolare, il 20% di famiglie più ricche riceverà 411 euro all’anno in più, a fronte di appena 102 euro per il venti percento di famiglie più povere. Per la presidente dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio è possibile individuare in modo ancor più chiaro i beneficiari della manovra. Circa il 50% del risparmio di imposta andrà ai contribuenti più ricchi, che rappresentano l’8% del totale. Suddividendo per mansioni, mentre gli operai guadagneranno appena 23 euro, i dirigenti godranno di uno sgravio di 408 euro all’anno.
Ma c’è anche un aspetto ulteriore, che finora non è emerso dalle audizioni. Si tratta dell’effetto che verrà dagli sgravi sui futuri aumenti contrattuali. Le misure del governo, infatti, non prevedono verifiche sull’entità effettiva degli aumenti salariali. Questo significa che gli imprenditori potranno concedere incrementi retributivi modesti, contando sul fatto che questi saranno poi integrati dalle detrazioni. Per esempio, supponiamo che si trovi un accordo su 100 euro netti di aumento salariale, che in base alle ordinarie imposte corrispondono a 140 lordi. Ebbene, con i nuovi provvedimenti del governo, le imprese potrebbero pagare appena 105 euro lordi, visto che al netto diventerebbero comunque 100. Il risultato finale è che le imprese risparmiano sui rinnovi contrattuali, con un pesante aggravio sul bilancio statale.
Vale a dire, in larga misura, sugli stessi lavoratori dipendenti, che sono i massimi contribuenti del sistema. Un fenomeno simile, ancor più sconcertante, si verificherà sugli sgravi previsti per le ore straordinarie e notturne: i lavoratori accetteranno di lavorare di più e attraverso il bilancio pubblico pagheranno essi stessi la maggior parte della retribuzione aggiuntiva.
In definitiva, in assenza di controlli, ogni trasferimento dal bilancio dello stato a favore di imprese e lavoratori rischia di tradursi in un trasferimento dai lavoratori alle imprese. Di questo tipico effetto perverso della politica fiscale si discute ancora poco.
L’Italia di Meloni è dei forti. Ai deboli tocca il paradosso di farsi sfruttare di più e pagarsi da soli lo straordinario.
*(Emiliano Brancaccio è professore associato di economia politica presso il dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Napoli “Federico II”)
09 – Davide Malacaria*: VENEZUELA. GLI USA SONO I NUOVI PIRATI DEI CARAIBI – ABBIAMO RIPRESO IL TITOLO DA UN EDITORIALE DEL WASHINGTON POST DEL 28 OTTOBRE, PERFETTO PER FOTOGRAFARE QUANTO STA AVVENENDO, CON LE FORZE STATUNITENSI CHE INFESTANO I MARI DEL VENEZUELA E AFFONDANO NAVI E NAVIGANTI.
Omicidi, peraltro, niente affatto chirurgici: i video dei droni che affondano le barche dati in pasto ai media sono l’ennesima trovata propagandistica volta a magnificare l’efficienza dell’Us Army.
In realtà, come rivelato il 16 ottobre da The Intercept, per affondare le prime barche – e si presume anche le successive – sono serviti “molti attacchi missilistici” e, in un caso, il naviglio colpito è stato finito a colpi di mitragliatrice. Cambia poco per gli sfortunati naviganti, ma il particolare macchia l’immagine “chirurgica” per virare sulla ferocia.
E ancora, un articolo del New York Times, dopo aver sottolineato l’illegalità di tali azioni, che dovrebbe spingere i militari alla disobbedienza, prosegue annotando che si stanno uccidendo persone che non hanno intenzioni ostili contro gli Stati Uniti e che “potrebbero essere arrestate facilmente anziché uccise sommariamente”.
Quest’ultima annotazione, in combinato disposto con quanto accennato in precedenza sugli attacchi, evidenzia il sadismo sotteso a tale operazione: nessuna pietà per i naviganti, nonostante la Us. Navy sia perfettamente attrezzata per recuperare gli uomini in mare.
Il sospetto è che non si vogliano sopravvissuti: c’è il rischio che si scopra che non sono narcotrafficanti (d’altronde, il senatore Rand Paul ha fatto notare che il 25% delle barche fermate al largo della Florida perché ritenute dedite al narcotraffico risultano pulite).
Ma al di là, quanto accade nel mar dei Caraibi, pura pirateria secondo il diritto internazionale come annota l’editoriale del Wp citato, potrebbe essere presto dimenticato, seppellito dalle bombe che gli States minacciano di sganciare sul Venezuela.
La droga non c’entra niente, vogliono il petrolio sul quale galleggia il Paese, ma questo è chiaro a tutti anche se nessun governo occidentale ha osato mettere in dubbio la motivazione e la legittimità di questa aggressione “illegale e immotivata “, per usare il refrain utilizzato alla nausea per l’attacco russo all’Ucraina.
Né un lamento europeo si è levato per allarmare sulle mire statunitensi, che si estendono ben oltre il Venezuela, avendo ampliato la portata della minaccia anche a Messico e Colombia, di fatto mezzo continente sudamericano (perché l’altra metà intenda), nonostante gli stessi leader pigolino sull’inesistente ambizione russa a muovere guerra all’intera Europa.
Al di là delle usate ambiguità nostrane, e per tornare all’aggressione al Venezuela, più incombente rispetto alle minacce rivolte a Bogotà e Città del Messico, va registrato che gli Usa hanno rafforzato il contingente militare, portandolo a 16mila uomini, avendo preso atto che i 5mila iniziali non sarebbero stati sufficienti.
Il fatto che stiano rivedendo i piani indica che qualcosa non sta andando come pensavano. È ovvio che, sottotraccia, gli agenti della Cia, scatenata da Trump, stanno provando a portare dalla loro parte politici, generali e capi dell’intelligence, come accadde al tempo del tentato regime-change con Juan Guaidò. Ma, come allora, stanno incontrando difficoltà (sui retroscena di allora, vedi Piccolenote).
Per inciso, i 5mila soldati stanziati all’inizio del dispiegamento sono esattamente quanti allora si prevedeva di inviare in Colombia in previsione dell’attacco, come fu rivelato da un’improvvida svista dell’allora Consigliere per la Sicurezza nazionale John Bolton, che si presentò a un incontro pubblico con un foglio sul quale era appuntato il piano.
Evidentemente il piano iniziale era lo stesso ed è stato cambiato in corso d’opera. Come simile ad allora è la figura prescelta per dare un’immagine pubblica al regime-change: a Guaidò è subentrata la Nobel per la pace (sic) Corina Machado, che, come annota Strana, nel 2000 lasciò Caracas per trasferirsi negli States per partecipare a “un corso di leadership presso la Kennedy School di Harvard per poi essere selezionata per il prestigioso Global Leadership Program della Yale University. Programmi considerati utili dal governo degli Stati Uniti per preparare leader potenzialmente leali per i paesi del Terzo Mondo”. Dell’accordo poi siglato per conto del suo partito col Likud del genocida Netanyahu, di cui è fervente sostenitrice, abbiamo già scritto.
La strana signora, dopo anni di opposizione sente l’odore del potere e, insieme, del sangue, dal momento che ha chiesto agli Usa di bombardare la sua gente per cacciare Maduro. Bizzarra davvero perché, in una recentissima intervista, ha negato che in Venezuela ci sia una dittatura, smentendo tutti i media mainstream che la sostengono…
Ma, nonostante ciò, Maduro ha i giorni contati, ha concordato Trump acconsentendo a quanto chiesto/affermato da una cronista che lo intervistava. Il fatto è che, oltre a governare un Paese pieno di petrolio, ha il torto, per i neocon, di essere alleato con Cina e Russia.
E, però, Trump resta ambiguo sull’attacco, avendo già negato la sua imminenza quando era dato per certo per la notte di Halloween, e correggendo il tiro anche nell’intervista citata, aggiungendo di non credere che fosse imminente.
Probabile che non sia entusiasta della guerra che Marco Rubio e i neocon vogliono a tutti i costi, ma non sa come uscirne, soprattutto dopo aver avviato la macchina bellica. Da questo punto di vista, la sparata su un intervento in Nigeria per difendere i cristiani dai terroristi sembra appunto un tentativo di svicolare: gli Usa non possono permettersi due guerre aperte in contemporanea.
Diversi aspetti dell’intervento lo preoccupano: gli negherà il Nobel per la pace; i marines che torneranno in patria in sacchi di plastica macchieranno la sua presidenza; complicherà il rapporto con Putin.
A proposito di quest’ultimo punto, avevamo scritto che probabilmente l’incontro con Putin a Budapest era saltato a causa del Venezuela. Lo conferma un analista russo, che conferma anche come decisiva sia stata la ratifica della Duma, su sollecitazione dello zar, dell’alleanza strategica Mosca-Caracas avvenuta subito dopo la telefonata Rubio-Lavrov che avrebbe dovuto preparare l’incontro tra i due presidenti. Niet inequivocabile.
*(Fonte: Sinistrainrete – Davide Malacaria – Giornalista dal 1992, analizza le dinamiche della geopolitica internazionale sul suo sito, Piccole Note, cenni di informazione online)
10 – Chiara Cruciati*: LA GAZA MERITEVOLE DI CASE LA SCEGLIE ISRAELE – TERRA RIMOSSA NUOVI DETTAGLI SUL PIANO TRUMP SVELATI DA THE ATLANTIC: SARANNO COSTRUITE COMUNITÀ SEPARATE A EST DELLA LINEA GIALLA, TEL AVIV SELEZIONERÀ I PALESTINESI AMMESSI. NON POTRANNO PIÙ USCIRE. PER IL RESTO DELLA STRISCIA, NESSUNA RICOSTRUZIONE IN VISTA. INTANTO, LA KNESSET PASSA IN PRIMA LETTURA LA PENA DI MORTE PER I DETENUTI ARABI, BEN GVIR FESTEGGIA
Ogni nuovo dettaglio del piano Trump per Gaza che emerge da fonti anonime o dalle rivendicazioni orgogliose dei suoi fautori va nella stessa direzione: la partizione della Striscia e l’imposizione di un mandato coloniale gestito dall’asse Washington-Tel Aviv.
CHE L’AMMINISTRAZIONE statunitense – attraverso il Board of Peace a guida trumpiana – stia promuovendo una ricostruzione punitiva per i palestinesi e rassicurante per Israele era stato chiarito dagli annunci ufficiali e dall’invenzione della «linea gialla», confine immaginario che corre parallelo alla frontiera est della Striscia, sottraendole oltre la metà del territorio. Al momento la Yellow line è scarsamente segnalata da blocchi di cemento verniciati di giallo, una vaghezza che permette ai soldati di ammazzare chiunque, inconsapevolmente la oltrepassi.
È nel territorio oltre quella linea – che Israele continua a presidiare con gli stivali a terra e da cui non intende ritirarsi – che avverrà la ricostruzione: zone residenziali in cui stipare qualche decina di migliaia di palestinesi, sotto dominio israeliano diretto, mentre il resto di Gaza rimane nell’inferno di una terra resa invivibile.
The Atlantic ieri ha aggiunto un altro tassello con un’inchiesta della giornalista Hana Kiros: la selezione dei palestinesi «meritevoli» a vivere nelle zone ricostruite spetterà alle autorità israeliane. Ad affermarlo alla rivista statunitense sono fonti del Dipartimento di Stato e del governo israeliano che al progetto danno un nome: «Alternate Safe Communities», comunità di circa 6mila persone a cui fornire case, una clinica e una scuola ma separate dal resto della popolazione e passate al vaglio dai servizi segreti israeliani.
Ovvero lo stesso modello applicato dalla Gaza Humanitarian Foundation che, la scorsa estate, «distribuiva» pacchi alimentari sotto il fuoco dei cecchini solo a un membro per famiglia e solo a palestinesi considerati «puliti» da Israele. Seppure «i criteri per l’approvazione restino oscuri – scrive Kiros – se una persona o i suoi parenti sono legati ad Hamas» saranno esclusi.
CHI RIENTRERÀ nella community non potrà più attraversa il confine invisibile. Lo dice la fonte del Dipartimento di Stato: «Un luogo dove le persone sono di fatto sequestrate». Il primo insediamento dovrebbe sorgere a Rafah, dopo la rimozione delle macerie e degli ordigni inesplosi, attività che sarebbe già stata appaltata a un’azienda statunitense, la Tetra Tech. Nei giorni scorsi l’amministratore delegato era in Israele a discutere il da farsi.
Dalla pulizia etnica della Riviera trumpiana si passa alla prigionia istituzionalizzata, un nuovo livello di oppressione mascherato da beneficenza che si somma al mantenimento dell’assedio israeliano, intoccabile. E si passa all’esclusione dalla ricostruzione della stragrande maggioranza della popolazione per cui, a oggi, non è previsto nemmeno un flusso di aiuti dignitoso o per lo meno in linea con quanto stabilito dagli accordi di Sharm el Sheikh a metà ottobre.
L’ultima denuncia è dell’Unicef secondo cui Israele blocca l’ingresso a 1,6 milioni di siringhe per le vaccinazioni dei bambini e ai frigo a pannelli solari per conversare le fiale, impedendo una campagna di massa. La ragione ufficiale comunicata da Israele, dice il portavoce di Unicef, Ricardo Pires, «è che le siringhe e i frigo sono considerati dual use». Tel Aviv non ha fornito dettagli in merito.
Continua a mancare anche il cibo. Quello attraversa i valichi lo fa a bordo di camion commerciali e non umanitari: significa che i prodotti vanno pagati e che ciò che finisce sul mercato non è necessariamente quello di cui una popolazione ridotta alla fame ha bisogno, come carne, uova, verdure. Mancano anche i macchinari per rimuovere le macerie, un’attività fondamentale sia a dare degna sepoltura ai corpi intrappolati tra le macerie, sia a evitare il diffondersi ulteriori di malattie e ad avviare una ricostruzione fai-da-te.
IERI LA PROTEZIONE civile è riuscita a recuperare una trentina di cadaveri, per ora senza nome, a ovest di Gaza City. Se non saranno identificati entro 48 ore, saranno sepolti in un cimitero comune a Deir al-Balah. Secondo le stime, mancano all’appello almeno 10mila palestinesi, che si aggiungono ai 70mila uccisi accertati. Un bilancio che continua a crescere a causa del fuoco israeliano che in 24 ore ha abbattuto altre tre persone (245 palestinesi uccisi dall’entrata in vigore della tregua, 529 corpi recuperati).
Intanto, mentre la Cisgiordania subiva un’ondata di attacchi incendiari dei coloni (colpite comunità e una fabbrica della nota azienda casearia al Juneidi), la Knesset approvava in prima lettura il disegno di legge che introduce la pena di morte per i sospettati di omicidio di israeliani su base nazionalistica (insomma, i palestinesi). Il ministro della sicurezza nazionale, Itamar Ben Gvir, ha festeggiato distribuendo tra gli scranni parlamentari baklava, uno dei tipici dolci arabi. Si è appropriato anche di quelli
*(Chiara Cruciati – Redattrice Esteri/vicedirettrice al manifesto)
11 – Emanuele Giordana*: TAILANDIA-CAMBOGIA, SALTA LA “PACE” DI TRUMP. E SUHARTO È ONORATO DA EROE. IN INDONESIA L’OMAGGIO ALL’EX DITTATORE AMICO DEGLI USA CHE FECE STRAGE DI COMUNISTI.
Torna a infiammarsi il Sudest asiatico con due notizie che ieri hanno caratterizzato la giornata nel quadrante orientale del continente.
La prima è che Bangkok ha sospeso l’attuazione dell’accordo di pace con la Cambogia, mediato anche dal presidente americano Trump il 26 ottobre scorso, dopo che due soldati thai sono stati feriti da una mina nella zona di confine contesa.
La seconda è che un dittatore asiatico, molto amico di tutti i presidenti americani e della Cia, è stato dichiarato eroe nazionale. Si tratta del generale ed ex presidente Suharto, morto nel 2008, in sella per 32 anni e responsabile diretto della strage di comunisti che, a partire dalla fine del 1965, venne consumata dall’esercito indonesiano sotto il suo comando ai danni del Pki, il partito comunista più numeroso del pianeta dopo quelli sovietico e cinese. Ne fecero le spese almeno 500mila civili, molti dei quali solo sospettati di simpatie comuniste.
L’AMERICA sembra dunque, come nella Storia dell’Asia, legare le due vicende. Quando infatti Cambogia e Thailandia siglarono l’accordo di cessate il fuoco a Kuala Lumpur il mese scorso, Trump usò il palcoscenico del summit dell’Asean per appuntarsi l’ennesima medaglia – come aveva già fatto in maggio per India e Pakistan – per via delle «otto guerre che la mia Amministrazione ha concluso in otto mesi… mai successo». Ma al di là delle frasi roboanti e dello spettacolo che ha indubbiamente attirato attenzione e telecamere, le cose sembravano fin dal bell’inizio molto fragili. L’Accordo di pace di Kuala Lumpur, come Trump lo aveva ribattezzato, concluso dopo un primo cessate il fuoco in luglio e una guerra tra i due regni durata cinque giorni, era infatti stato definito dal ministro degli Esteri thailandese Sihasak Phuangketkeow «un percorso verso la pace», non esattamente quanto Trump lasciava intendere. Phnom Penh aveva avuto toni più entusiasti, per via che la Cambogia, contrariamente alla Thailandia, ha sempre cercato di internazionalizzare la crisi di confine che da anni oppone i due Paesi.
NELLA REALTÀ DEI FATTI, come già era successo a luglio quando Thailandia che Cambogia si accordarono su un cessate il fuoco mediato dalla Malaysia (presidente di turno dell’associazione regionale Asean), i due Paesi avevano guardato più al timore dei dazi che alla prospettiva di un accordo di pace duraturo. E nella realtà dei fatti, se Trump ha comunque avuto un peso – tra blandizie e minacce – al primo cessate il fuoco avevano contribuito anche i cinesi. Non si fanno le cose nel Sudest asiatico ignorando Pechino.
ECCO DUNQUE CHE È BASTATA UNA MINA PER FAR DIRE AL NEO PREMIER ANUTIN CHARNVIRAKUL CHE «TUTTO DEVE ESSERE FERMATO».
Difficile che ora un tweet di Trump basti a sanare una situazione instabile, complicata da un elemento poco evidente ma non secondario: la presenza di hub illegali sulla parte cambogiana del confine dove esistono veri e propri centri di truffa digitale associati ai casinò nati come funghi negli ultimi anni e in espansione. Tra questi il Prince Group, un conglomerato appena colpito da sanzioni proprio degli Stati Uniti.
Tornando a Suharto, la decisione di onorarlo come eroe nazionale suscita polemiche da mesi da quando cioè l’attuale presidente, Prabowo Subianto che ne sposò una figlia, fece capire che voleva un posto nella Storia nazionale per il massacratore paladino dell’anticomunismo cui lui stesso deve una rapidissima (e oscura) carriera militare ma anche l’ingresso nel salotto buono di casa Suharto, quello dove giravano i soldi dell’economia clientelare e nepotista che circondava il dittatore.
IL PERSONAGGIO è stato così associato ad altri 9 eroi tra cui l’ex presidente democratico Wahid “Gusdur” e la sindacalista Marsinah, una donna che venne uccisa nel 1993 perché era andata di persona a informarsi su alcuni licenziamenti. Stuprata e torturata, ne furono ritrovati i resti giorni dopo accanto alla fabbrica. Incredibile che nello stesso quadro appaiano tre personaggi tanto diversi. Due da ricordare, l’altro di cui vergognarsi.
*(Emanuele Giordana – è un giornalista, scrittore e saggista italiano, cofondatore di Lettera22, direttore editoriale del portale atlanteguerre.it)
12 – BARBARA WEISZ*: SEMPLIFICAZIONI: CAMBIANO LE REGOLE SUL RINNOVO DELLA CARTA D’IDENTITÀ
IL MINISTRO ZANGRILLO ANNUNCIA UN NUOVO DECRETO SEMPLIFICAZIONI CHE ELIMINA IL RINNOVO DELLA CARTA D’IDENTITÀ PER GLI OVER 70 E POTENZIA LE FARMACIE.
Dopo i 70 anni non sarà più obbligatorio rinnovare la carta d’identità. Per il momento non ci sono ulteriori dettagli sulla misura annunciata dal ministro competente, Paolo Zangrillo, il quale ha chiarito che sarà inserita in un nuovo Decreto Semplificazioni.
L’obiettivo del Governo è quello di ridurre la burocrazia per i cittadini, con particolare attenzione alle persone anziane che in questo modo non dovranno più recarsi negli uffici del Comune.
Attualmente la carta d’identità resta valida per dieci anni, che scendono a cinque anni per i minorenni e a tre anni per i bambini fino a tre anni di età. Per rinnovarla bisogna andare negli uffici del Comune di residenza, seguendo procedure che non sono sempre analoghe. In tutta Italia il documento viene ormai rilasciato in formato elettronico e ci amministrazioni che lo fanno solo su appuntamento, con invio a domicilio entro sei giorni lavorativi.
Non è tuttavia ancora chiaro come sarà formulata la norma: rileva la scadenza dell’attuale documento oppure la semplificazione è destinata ad applicarsi solo alle carte d’identità rilasciate dopo i 70 anni? Ed ancora: il documento resta comunque valido per l’espatrio, oppure ai fini di questo aspetto continuerà a essere prevista una scadenza?
Il Decreto Semplificazioni dovrebbe contenere anche altre misure volte a sburocratizzare le pratiche e avvicinare la Pubblica Amministrazione ai cittadini. Fra gli altri, il potenziamento delle farmacie di servizio, con la possibilità di scegliere il medico di base in molti casi già prevista, e di effettuare vaccinazioni.
(Fonte: PMI.it – Barbara Weisz – Giornalista professionista, scrive di economia, politica e finanza per la stampa specializzata, tra testate online quotidiani e riviste a diffusione nazionale)
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