n°41 – 18/10/25 – RASSEGNA DI NEWS NAZIONALI E INTERNAZIONALI

01 – Roberto Ciccarelli*: Manovra militare, e le banche decidono come tassarsi.
02 – Roberto Ciccarelli*: Schlein contro Meloni: «La libertà in Italia a rischio con la destra»
Poco e niente Dall’attentato a Ranucci alla legge di bilancio, effetti retorici della polarizzazione politica: «Si vergogni», «Non fare la vittima», «calunnia contro lo Stato»
03 – Jeffrey Sachs *: UNA NUOVA POLITICA ESTERA PER L’EUROPA
04 – Amnesty International. Accordo tra Israele e Hamas: il nostro commento.
05 – Jacopo Di Miceli Dagli *: Dagli Stati Uniti parte l’attacco globale all’antifascismo.
06 – LA FAO compie 80 anni, ha ancora un senso? (*)
07 – Teresa Barone*: Legge di Bilancio 2026. Manovra: fumata nera su lavoro e pensioni.
08 – Geraldina Colotti*: Latino America. La rubrica mensile di pagine esteri – America latina, in evidenza. Cuba in africa per l’incontro del MNOAL
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01 – Roberto Ciccarelli*: MANOVRA MILITARE, E LE BANCHE DECIDONO COME TASSARSI. – POCO E NIENTE IL GOVERNO VARA LA SUA QUARTA LEGGE DI BILANCIO. SI PARTE CON 12 MILIARDI A CANNONI, ESERCITI E MISSILI, POCO PIÙ DI UN CAFFÈ AL GIORNO PER I SALARI IN CRISI. INIZIA IL PERCORSO VERSO IL 5% DI PIL IN SPESA MILITARE CHE PORTERÀ A DISTRUGGERE DEFINITIVAMENTE IL WELFARE. L’IMPEGNO DEL GOVERNO A NASCONDERLO

La quarta legge di bilancio varata ieri dal governo prepara un aumento delle spese militari da 12 miliardi di euro, una volta avuta la certezza del rientro dalla procedura di infrazione europea per deficit eccessivo al 3%. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che ieri ha regalato un’estemporanea presenza in una conferenza stampa a palazzo Chigi, e il ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti, hanno precisato che i fondi ai militari saranno finanziati attraverso il progetto Safe, prestiti a lungo termine da ripagare a tassi convenienti alla Commissione Europea. E che, per ora, il premio alle lobby armate euro-atlantiche non comporterà altri tagli alla spesa sociale, in corso, né aumenterà le tasse. Accadrà dopo la fine della legislatura. Così si finanzierà l’aumento della spesa militare al 5% del Pil voluto da Nato e Trump.

«ABBIAMO UN PROBLEMA di spese per la difesa, ma anche l’esigenza di tenere in vita l’Ucraina – ha ammesso Giorgetti – Ho l’impressione che gli americani non siano molto convinti di contribuire. Fate voi i conti a chi tocca provvedere». A Meloni che paga il dazio all’alleanza con Trump. Nella prossima legge di bilancio è previsto un incremento della spesa sanitaria solo di 2 miliardi che non compensano quanto è stato perso negli ultimi anni rispetto al Pil. La spesa per la sanità privata (oggi a 41 miliardi, dice il Cnel) continuerà ad aumentare. Sta tutta qui la differenza tra il disastro italiano del welfare e l’economia di guerra verso la quale il governo Meloni sta portando l’Italia. Il confronto tra le cifre destinate dalla manovra all’uno e all’altra è impietoso.

OLTRE CHE AI MILITARI, e alle imprese alle quali ha garantito 4 miliardi di ammortamenti vari, l’esecutivo ha fatto un inchino ai banchieri. È la misura «super pop» della manovra tanto che può avere spinto persino una come Meloni a rispondere a qualche domanda dei giornalisti in conferenza stampa. Non accadeva dal gennaio di quest’anno. Dalla commedia sulla «tassa alle banche», inscenata in questi giorni, si è capito che i banchieri sono tra i pochi a decidere se e come essere tassati in Italia. Pur avendo aumentato in maniera esponenziale i profitti, grazie all’aumento dei tassi di interesse della Bce, Meloni & Co hanno evitato di disturbarli. «Nessuno è contento di essere tassato» ha detto Giorgetti che ha omesso di dire quanto sia squilibrato il sistema fiscale che punisce i salari e risparmia i profitti. Ieri il governo non è riuscito davvero a spiegare il significato del «contributo volontario» chiesto alle banche. E se nel triennio non daranno 11 miliardi alla causa, chi paga? Le coperture di questa manovra sono davvero coperte?

MELONI HA DETTO ieri di avere fatto anche cose buone. Nella manovra da 18 miliardi di euro sono previsti 1,9 miliardi che finanzieranno la detassazione dei premi di produttività del salario dei turni notturni e festivi. Ci sarebbe anche un fondo per il rinnovo dei contratti nel pubblico impiego. Colpisce l’esiguità delle risorse rispetto alla mole degli investimenti militari futuri. Ma anche rispetto alla montagna di denaro perso dai lavoratori per l’inflazione post-covid e le speculazioni sul costo dell’energia. La trovata sui salari, ha evidenziato il ministro Giorgetti, sarebbe il segno che il governo ascolta i sindacati. Si tratterebbe di uno «sconto» riservato ai salari contrattuali sotto i 28 mila euro di reddito. La misura, destinata a chi fa lavori usuranti, dimostra anche che non ci sono sufficienti risorse per garantire il dovuto a tutti i lavoratori.

L’ALTRA GAMBA dell’intervento sui salari è quella fiscale attraverso il taglio dell’Irpef dal 35% al 33% per i redditi fino ai 50 mila euro e, si è scoperto ieri nella conferenza stampa, addirittura fino ai 200 mila euro. Colpisce l’irrazionalità – oltre che l’iniquità – di una norma che pretende di intervenire fiscalmente sulla dinamica salariale, pensando che ciò basti per rilanciare i consumi e persino per risolvere il problema della produttività del lavoro. Come per il «taglio del cuneo fiscale» degli anni scorsi, queste costosissime decisioni aumenteranno il risparmio e non i consumi. A partire dai 29 mila euro di reddito si parla di un beneficio annuo 20 euro (1,70 al mese) fino ad arrivare ai 50 mila per cui c’è un beneficio annuo 440 euro: 36,70 al mese.

La redazione consiglia:
Bastano 2 caffé al giorno per risollevare i salari
ANCHE NELLE SCIOCCHEZZE c’è una logica. Quella del governo ritiene che chi ha più soldi inizierebbe a spendere di più, ma il problema è di chi ha meno e non avvertirà alcun beneficio da una misura resa impalpabile anche dal costo reale della vita. Sempre che non scatti un’aliquota Irpef più alta, aumentando il peso della tassazione, com’è già successo con le altre trovate fiscali del governo. I 2,8 miliardi necessari per il nuovo intervento sull’Irpef rischiano così di essere di nuovo vanificati. Meloni ha insistito su un’altra illusione: quella per cui oggi i salari sono più alti dell’inflazione. Lo sono solo perché l’inflazione è calata. La realtà è tutt’altra. I salari non hanno recuperato il +8,1% del 2022 e il +5,7% del 2023. Il potere d’acquisto resta più basso rispetto a quello di prima del Covid. Anche per questo il «lavoro povero» aumenta. Ci sarà la quinta rottamazione delle cartelle fiscali: durerà 9 anni con rate bimestrali di pari importo. Varrà per chi ha dichiarato, ma non versato. Con il nuovo condono lo Stato agevola il pagamento dei debiti e lascerà che ci si impoverisca con più tranquillità.

MELONI & CO. non hanno intenzione, né la possibilità, di rimediare alle conseguenze della svalutazione interna dei salari. Anche loro però non respingono l’idea di aumentarli. Il problema è il sistema politico-economico in cui prendono le decisioni. Il patto capestro di stabilità, firmato da Meloni a Bruxelles, respinge ogni tentativo di fare politica dei salari. Ieri Giorgetti ha di nuovo fatto l’elogio del record di avanzo primario di bilancio accumulato dalla sua gestione. Non serve a diminuire il debito pubblico record, blocca gli investimenti, ammazza i salari. Ma serve a gonfiare il petto davanti alle agenzie di rating.
LE PENSIONI sono l’altra prova della subalternità delle destre all’egemonia neoliberale. Nella manovra c’è l’elemosina di 20 euro ai pensionati al minimo, ma soprattutto l’innalzamento dell’età pensionabile: un mese nel 2027, due dal 2028. Così si passerà presto da 67 a 70 anni. L’idea è lavorare peggio, pagati male, sempre più a lungo. E dire che volevano abolire la «riforma» Fornero.
NULLA È LA MANOVRA, e non solo perché, come altre, non produrrà crescita. Non ci sono investimenti. I pochi vengono dal Pnrr, in scadenza a giugno 2026. Da questo piano saranno stornati 5 miliardi che non si riescono a spendere. Saranno usati per le coperture finanziarie della manovra, forse con il benestare di Bruxelles. Solo briciole. Il governo Meloni se le fa bastare.
*(Roberto Ciccarelli.. Filosofo e giornalista, scrive per «il manifesto».)

 

02 – Roberto Ciccarelli*: SCHLEIN CONTRO MELONI: «LA LIBERTÀ IN ITALIA A RISCHIO CON LA DESTRA» – POCO E NIENTE DALL’ATTENTATO A RANUCCI ALLA LEGGE DI BILANCIO, EFFETTI RETORICI DELLA POLARIZZAZIONE POLITICA: «SI VERGOGNI», «NON FARE LA VITTIMA», «CALUNNIA CONTRO LO STATO»

Nel pastone della politica italiana la polarizzazione è la prima regola della comunicazione. Ieri lo schema di gioco è stato questo, La segretaria del Pd Elly Schlein era ad Amsterdam per un congresso dei Socialisti europei. Dopo avere dato la sua solidarietà al giornalista Sigfrido Ranucci, vittima di un attentato, ha aggiunto: «La democrazia è a rischio, la libertà di parola è a rischio quando l’estrema destra è al governo».

«SIAMO AL PURO DELIRIO – le ha risposto la presidente del consiglio Giorgia Meloni – Vergogna, Elly Schlein, che vai in giro per il mondo a diffondere falsità e gettare ombre inaccettabili sulla nazione». In un climax retorico il ministro della difesa Guido Crosetto ieri ha parlato di «calunnia e danno gravissimo allo Stato», quasi che il governo stia preparando una denuncia contro un partito di opposizione. In un video sui social Schlein ha chiesto a Meloni: «La smetta di fare la vittima. Perché ha detto di no alle opposizioni che le hanno indicato dove prendere 5 miliardi per assumere medici e infermieri? Perché avete bloccato la nostra proposta unitaria sul salario minimo in uno dei paesi che ha i salari più bassi d’Europa?».

DAL LATO DI GIUSEPPE CONTE dei Cinque Stelle è giunto un attacco contro Meloni perché sarebbe «fuggita» dalla conferenza stampa sulla manovra per non rispondere sul fatto che i termini della pensione sono stati spostati e si resterà a lavorare più a lungo. «Si recava ai funerali di Stato dei carabinieri, non stava scappando. Conte pensi al suo partito che perde i pezzi» ha risposto Fratelli d’Italia. «Squallido, strumentalizzare i funerali dei carabinieri. Vergogna» hanno ribattuto i Cinque Stelle. Lo scontro è stato amplificato, via social e agenzie stampa, da un minestrone di reazioni fotocopia da parte di decine di ministri e parlamentari di entrambi gli schieramenti. L’obiettivo è, in questi casi, diventare l’hashtag della giornata e scalare le posizioni nei maggiori siti di informazione, sperando in una ripresa nei Tg della sera. E sui giornali di stamattina.

IL RISULTATO è una cacofonia che rende indescrivibili i contesti, le ragioni e i contenuti a favore della simulazione di un conflitto in cui ciascuno mantiene le proprie bandierine. E così il governo continua a fare propaganda, inventandosi un nemico simbolico al giorno. E l’opposizione rischia di perdersi in frullatori i retorici, vanificando le ragioni delle sue critiche. A cominciare dall’osservazione sulle «sceneggiate», così ieri le ha definite Riccardo Magi di Più Europa, messe in piedi da Meloni per nascondere i problemi strutturali della manovra e, in generale, della sua politica interna.
LO SPETTACOLO ORATORIO non è privo di fatti anche se, spesso, rischiano di passare di lato. Il commissario Ue all’Economia Valdis Dombrovskis ieri ha confermato quanto ha sostenuto il ministro dell’economia Giorgetti e ha approvato la prospettiva del governo sul riarmo. A primavera l’Italia rientrerà dalla procedura Ue per deficit eccessivo, chiederà i prestiti «Safe» (12–14 miliardi) a Bruxelles per il riarmo e finirà per attivare la clausola che esenta la spesa militare dal calcolo del deficit. Lo scopo del governo Meloni è quello fissato dalla Nato e da Trump: il 5% del Pil in armi e la distruzione del Welfare nei prossimi 10 anni. Non importa se una maggioranza meloniana non ci sarà più. Ormai questo destino sembra essere stato scritto nella pietra.
IL TESTO DEFINITIVO del governo sulla manovra, come sempre, non c’è ancora. Sarebbe stato varato dal Consiglio dei ministri di venerdì, ma le banche che attendono di vederlo per capire come, quando e perché dovrebbero pagare qualche spicciolo in più. Già si annuncia un altro incontro tra l’Abi e il ministero dell’economia per capire cosa avrebbe deciso il governo. Il problema è noto. I governi, anche quello Meloni, varano le leggi e continuano a riscriverle alla ricerca dell’ultimo compromesso a misura delle categorie di riferimento. La manovra è attesa in parlamento la prossima settimana.
IL PROBLEMA DEI BASSI SALARI, che il governo pretende di affrontare con misure costosissime dall’effetto liofilizzato come il taglio dell’Irpef persiste il problema del «drenaggio fiscale». «Senza fermare la sua macchina infernale, le detassazioni annunciate dal governo non fermeranno il drammatico impoverimento di lavoratori e pensionati» ha sostenuto il segretario confederale della Cgil Christian Ferrari.
*(*(Roberto Ciccarelli.. Filosofo e giornalista, scrive per «il manifesto».)

 

03 – Jeffrey Sachs *: UNA NUOVA POLITICA ESTERA PER L’EUROPA

1. RUSSIA, STORIA DI UNA MINACCIA INVENTATA. L’ECONOMISTA DI COLUMBIA UNIVERSITY SMONTA LA NARRAZIONE OCCIDENTALE DELLA RUSSIA COME POTENZA ESPANSIONISTA
L’Europa è intrappolata in una crisi di sicurezza ed economica, guidata dalla paura di Russia e Cina e dalla dipendenza dagli Stati Uniti. In questa prima puntata del suo saggio «Una nuova politica estera per l’Europa», il professor Jeffrey Sachs sfida la narrazione della Russia come minaccia esistenziale per l’Europa. Ricostruendo gli episodi chiave della storia russa, dall’attacco alla Prussia orientale nel 1914 all’invasione dell’Ucraina del 2022, mostra come la percezione di un’«aggressività russa» sia storicamente distorta. E sostiene che le azioni di Mosca erano dettate da motivazioni difensive, non imperialistiche

Russia. L’Unione Europea ha bisogno di una nuova politica estera fondata sui veri interessi economici e di sicurezza del continente. Oggi l’Europa si trova in una trappola economica e di sicurezza in gran parte auto-inflitta: ostilità pericolosa con la Russia, diffidenza reciproca con la Cina e una vulnerabilità estrema nei confronti degli Stati Uniti. La politica estera europea è ormai guidata quasi interamente dalla paura di Russia e Cina — una paura che ha prodotto una dipendenza di sicurezza dagli Stati Uniti.

La subordinazione dell’Europa a Washington deriva quasi esclusivamente dal timore, ingigantito, della Russia: un timore amplificato dai Paesi dell’Est con una forte impronta russofoba e da una narrazione distorta della guerra in Ucraina. Convinta che la minaccia alla propria sicurezza venga innanzitutto da Mosca, l’Ue sacrifica tutti gli altri aspetti della propria politica estera – economia, commercio, ambiente, tecnologia e diplomazia – agli interessi statunitensi. Ironia della sorte, si stringe a Washington proprio mentre gli Stati Uniti diventano più deboli, instabili, erratici, irrazionali e persino pericolosi nel loro approccio verso l’Europa, fino a minacciarne apertamente la sovranità (come avvenuto con il caso della Groenlandia).

PER TRACCIARE UNA NUOVA POLITICA ESTERA,
l’Europa dovrà superare il falso presupposto della sua estrema vulnerabilità alla Russia. La narrativa diffusa da Bruxelles, da Londra e dalla Nato sostiene che Mosca sia intrinsecamente espansionista e pronta a travolgere l’Europa non appena se ne presenti l’occasione. L’occupazione sovietica dell’Europa orientale tra il 1945 e il 1991 verrebbe addotta come prova di questa minaccia. Ma tale interpretazione distorce in profondità il comportamento russo, sia nel passato sia nel presente.

La prima parte di questo saggio mira a smontare il falso presupposto secondo cui la Russia rappresenterebbe una minaccia mortale per l’Europa. La seconda parte guarda invece a quale nuova politica estera europea potrebbe emergere, una volta superata la russofobia irrazionale.

IL FALSO PRESUPPOSTO DELL’IMPERIALISMO RUSSO VERSO OCCIDENTE
La politica estera europea poggia sull’idea che la Russia costituisca una minaccia diretta alla sicurezza del continente. Ma si tratta di un presupposto errato. La Russia, nei secoli, è stata invasa a più riprese dalle grandi potenze occidentali (in particolare Gran Bretagna, Francia, Germania e Stati Uniti negli ultimi due secoli) e ha a lungo cercato di garantirsi sicurezza attraverso una zona cuscinetto tra sé e le forze occidentali. La zona cuscinetto pesantemente contesa comprende le attuali Polonia, Ucraina, Finlandia e i Paesi Baltici. È in questa regione di frontiera fra potenze occidentali e Russia che si concentrano i principali dilemmi di sicurezza tra la Russia e l’Europa occidentale.

Le grandi guerre mosse dall’occidente contro la Russia dal 1800 in poi includono:

• L’INVASIONE FRANCESE DEL 1812 (GUERRE NAPOLEONICHE)
• L’INVASIONE ANGLO-FRANCESE DEL 1853-56 (GUERRA DI CRIMEA)
• LA DICHIARAZIONE DI GUERRA TEDESCA CONTRO LA RUSSIA DEL 1º AGOSTO 1914 (PRIMA GUERRA MONDIALE)
• L’INTERVENTO DELLE POTENZE ALLEATE NELLA GUERRA CIVILE RUSSA, 1918-1922 (GUERRA CIVILE RUSSA)
• L’INVASIONE TEDESCA DELL’URSS NEL 1941 (SECONDA GUERRA MONDIALE)
• OGNUNA DI QUESTE GUERRE HA RAPPRESENTATO UNA MINACCIA ESISTENZIALE PER LA SOPRAVVIVENZA RUSSA. DAL PUNTO DI VISTA DI MOSCA, LA MANCATA SMILITARIZZAZIONE DELLA GERMANIA DOPO LA SECONDA GUERRA MONDIALE, LA CREAZIONE DELLA NATO, L’INGRESSO DELLA GERMANIA OVEST NELL’ALLEANZA NEL 1955, L’ESPANSIONE DELLA NATO A EST DOPO IL 1991 E IL PROGRESSIVO RAFFORZAMENTO DI BASI E SISTEMI MISSILISTICI STATUNITENSI AI CONFINI ORIENTALI DELL’EUROPA HANNO COSTITUITO LE MINACCE PIÙ GRAVI ALLA SICUREZZA NAZIONALE RUSSA DALLA FINE DELLA SECONDA GUERRA MONDIALE.

La Russia, a sua volta, è avanzata verso Ovest in varie occasioni:

• L’ATTACCO ALLA PRUSSIA ORIENTALE NEL 1914
• IL PATTO MOLOTOV-VON RIBBENTROP DEL 1939, CON LA DIVISIONE DELLA POLONIA FRA LA GERMANIA E L’URSS E L’ANNESSIONE DEI PAESI BALTICI NEL 1940
• L’INVASIONE DELLA FINLANDIA NEL 1939 (GUERRA D’INVERNO)
• L’OCCUPAZIONE SOVIETICA DELL’EUROPA ORIENTALE DAL 1945 AL 1989
• L’INVASIONE RUSSA DELL’UCRAINA DEL FEBBRAIO 2022
• QUESTI EPISODI VENGONO CONSIDERATI IN EUROPA COME PROVE OGGETTIVE DELL’ESPANSIONISMO RUSSO. IN REALTÀ, QUESTA LETTURA È INGENUA, STORICAMENTE SCORRETTA E FRUTTO DI PROPAGANDA. IN TUTTI E CINQUE I CASI, MOSCA HA AGITO PER PROTEGGERE LA PROPRIA SICUREZZA NAZIONALE – SECONDO LA PROPRIA VISIONE – E NON PER AMBIZIONI IMPERIALI FINE A SÉ STESSE. È QUESTA VERITÀ DI FONDO LA CHIAVE PER SCIOGLIERE OGGI IL CONFLITTO TRA EUROPA E RUSSIA: MOSCA NON CERCA DI CONQUISTARE L’OCCIDENTE, MA DI GARANTIRE LA PROPRIA SOPRAVVIVENZA. EPPURE, L’OCCIDENTE HA A LUNGO RIFIUTATO DI RICONOSCERE, E ANCOR MENO RISPETTARE, GLI INTERESSI VITALI DI SICUREZZA RUSSI.

I PRINCIPALI CASI DI PRESUNTO IMPERIALISMO RUSSO
ANALIZZIAMO I CINQUE CASI PRINCIPALI DI PRESUNTO ESPANSIONISMO RUSSO.

IL PRIMO CASO, L’ATTACCO ALL’EUROPA ORIENTALE PRUSSIANA NEL 1914, può essere liquidato rapidamente. Fu il Reich tedesco a dichiarare guerra alla Russia il primo agosto 1914. L’ingresso dell’esercito zarista in Prussia orientale fu una diretta risposta a quella dichiarazione di guerra.

IL SECONDO CASO, L’ACCORDO TRA LA RUSSIA SOVIETICA E IL TERZO REICH DI ADOLF HITLER PER SPARTIRSI LA POLONIA NEL 1939 E L’ANNESSIONE DEI PAESI BALTICI NEL 1940, è visto come la prova più evidente della perfidia russa. Di nuovo, questa è una lettura semplicistica e fuorviante della storia. Come hanno attentamente documentato storici del calibro di E. H. Carr, Stephen Kotkin e Michael Jabara Carley, nel 1939 Stalin si rivolse a Gran Bretagna e Francia per formare un’alleanza difensiva contro Hitler, il quale aveva dichiarato la sua intenzione di condurre una guerra contro la Russia a Est (per il Lebensraum, la manodopera slava ridotta in schiavitù e la sconfitta del bolscevismo).

Ma il tentativo di Stalin di forgiare un’alleanza con le potenze occidentali fu completamente respinto. La Polonia non consentì il passaggio delle truppe sovietiche sul suolo polacco in caso di una guerra con la Germania. L’odio dell’élite occidentali per il comunismo sovietico era perlomeno tanto grande quanto la loro paura di Hitler. Infatti, un’espressione comune tra l’élite conservatrici britanniche alla fine degli anni Trenta era: «Meglio l’hitlerismo che il comunismo».
Di fronte al fallimento nell’assicurare un’alleanza difensiva, Stalin mirò allora a creare una zona cuscinetto contro l’imminente invasione tedesca dell’Urss. La spartizione della Polonia e l’annessione dei Paesi baltici furono mosse tattiche per guadagnare tempo in vista della prossima battaglia di Armageddon con gli eserciti di Hitler, che arrivò il 22 giugno 1941 con l’invasione tedesca dell’Unione Sovietica durante l’Operazione Barbarossa. La precedente spartizione della Polonia e l’annessione degli Stati baltici possono aver effettivamente ritardato l’invasione e salvato l’Unione Sovietica da una rapida sconfitta per mano di Hitler.

IL TERZO CASO, LA GUERRA D’INVERNO DELLA RUSSIA CONTRO LA FINLANDIA, È CONSIDERATO ALLO STESSO MODO IN EUROPA OCCIDENTALE (e soprattutto in Finlandia) come una prova della natura espansionistica della Russia. Eppure, ancora una volta, la motivazione fondamentale dell’Unione sovietica era difensiva, non offensiva. Mosca temeva che l’invasione tedesca potesse avvenire in parte attraverso la Finlandia e che Leningrado sarebbe stata rapidamente conquistata da Hitler.
Per questo l’Unione sovietica propose alla Finlandia uno scambio territoriale (cedendo in particolare l’Istmo diCarelia e alcune isole del Golfo di Finlandia in cambio di terre sovietiche) in modo da proteggere la seconda città del Paese. La Finlandia rifiutò tale proposta e l’Unione Sovietica invase la Finlandia il 30 novembre 1939. Successivamente, la Finlandia si unì agli eserciti di Hitler nella guerra contro l’Unione Sovietica durante la cosiddetta «Guerra di continuazione» tra il 1941 e il 1944.

IL QUARTO CASO, L’OCCUPAZIONE SOVIETICA DELL’EUROPA ORIENTALE (E IL MANTENIMENTO DEL CONTROLLO SUGLI STATI BALTICI) DURANTE LA GUERRA FREDDA, È CONSIDERATO IN EUROPA COME UN’ULTERIORE, amara prova della minaccia fondamentale alla sicurezza del continente da parte della Russia.L’occupazione sovietica fu senza dubbio brutale, ma anche in questo caso aveva una motivazione difensiva che viene completamente trascurata nella narrazione dell’Europa occidentale e americana.

L’URSS AVEVA PAGATO IL PREZZO PIÙ ALTO PER LA VITTORIA SU HITLER, PERDENDO L’INCREDIBILE NUMERO DI 27 MILIONI DI MORTI DURANTE LA GUERRA.
Al termine del conflitto, la Russia aveva una richiesta primaria alla fine della guerra: che i suoi interessi di sicurezza fossero garantiti da un trattato che la proteggesse da future minacce provenienti dalla Germania e, più in generale, dall’Occidente. L’Occidente, guidato ora dagli Stati Uniti, rifiutò questa fondamentale richiesta di sicurezza. La Guerra fredda è il risultato del rifiuto occidentale di rispettare le fondamentali preoccupazioni di sicurezza della Russia. Naturalmente, la storia della Guerra fredda raccontata dalla narrazione occidentale è esattamente l’opposto: che la Guerra fredda era stata causata unicamente dai tentativi bellicosi della Russia di conquistare il mondo!

Ecco l’effettiva storia, ben nota agli storici ma quasi completamente ignorata dal pubblico negli Stati Uniti e in Europa. Alla fine della guerra, l’Unione Sovietica cercò un trattato di pace che stabilisse una Germania unificata, neutrale e smilitarizzata. Alla Conferenza di Potsdam nel luglio 1945, a cui parteciparono i leader di Unione Sovietica, Regno Unito e Stati Uniti, le tre potenze alleate concordarono il «completo disarmo e smilitarizzazione e disarmo della Germania e l’eliminazione o il controllo di tutta l’industria tedesca che potesse essere utilizzata per la produzione militare». La Germania sarebbe stata unificata, pacificata e smilitarizzata. Tutto ciò sarebbe stato garantito da un trattato per porre fine alla guerra. In realtà, Stati Uniti e Regno Unito lavorarono diligentemente per minare questo principio fondamentale.

A partire dal maggio 1945, Winston Churchill incaricò il suo Capo di Stato Maggiore di elaborare un piano di guerra per lanciare un attacco a sorpresa contro l’Unione Sovietica a metà del 1945, con il nome in codice Operazione impensabile. Sebbene una simile guerra fosse considerata impraticabile dai pianificatori militari britannici, l’idea che americani e britannici dovessero prepararsi a un’imminente guerra con l’Unione Sovietica si radicò rapidamente. I pianificatori militari stimarono che il periodo più probabile per tale guerra sarebbe stato nei primi anni Cinquanta.
L’obiettivo di Churchill, a quanto pare, era impedire che Polonia e altri Paesi dell’Europa orientale cadessero sotto la sfera di influenza sovietica. Anche negli Stati Uniti, a poche settimane dalla resa della Germania nel maggio 1945 i principali pianificatori militari cominciarono a considerare l’Unione Sovietica come il prossimo nemico dell’America. Stati Uniti e Regno Unito reclutarono rapidamente scienziati nazisti e alti funzionari dell’intelligence (come Reinhard Gehlen, un leader nazista che sarebbe stato sostenuto da Washington per creare l’agenzia di intelligence tedesca del Dopoguerra) per iniziare a pianificare la futura guerra con l’Unione Sovietica.

La Guerra fredda scoppiò principalmente perché americani e britannici rifiutarono la riunificazione e la smilitarizzazione della Germania come concordato a Potsdam. Invece, le potenze occidentali abbandonarono il progetto di riunificazione tedesca per formare la Repubblica Federale di Germania (Rft o Germania Ovest) a partire dalle tre zone di occupazione controllate da Stati Uniti, Regno Unito e Francia. La Rft sarebbe stata re industrializzata e rimilitarizzata sotto l’egida americana. Nel 1955, la Germania Ovest fu ammessa nella Nato.

Sebbene gli storici discutano appassionatamente su chi abbia rispettato o meno gli accordi di Potsdam (ad esempio, con l’Occidente che evidenzia il rifiuto sovietico di permettere un governo realmente rappresentativo in Polonia, come concordato a Potsdam), non c’è dubbio che la rimilitarizzazione della Repubblica federale di Germania da parte dell’Occidente sia stata la causa principale della Guerra fredda.

Nel 1952, Stalin propose una riunificazione della Germania basata sulla neutralità e sulla smilitarizzazione. Questa proposta fu rifiutata dagli Stati Uniti. Nel 1955, l’Unione Sovietica e l’Austria concordarono che l’Unione Sovietica avrebbe ritirato le sue forze di occupazione dall’Austria in cambio dell’impegno di quest’ultima a mantenere una neutralità permanente. Il Trattato di Stato austriaco fu firmato il 15 maggio 1955 dall’Unione Sovietica, dagli Stati Uniti, dalla Francia e dal Regno Unito, insieme all’Austria, ponendo così fine all’occupazione.
L’obiettivo dell’Unione Sovietica non era solo risolvere le tensioni sull’Austria, ma anche mostrare agli Stati Uniti un modello di successo di ritiro sovietico dall’Europa associato alla neutralità. Ancora una volta, gli Stati Uniti respinsero l’appello sovietico di porre fine alla Guerra fredda basato sulla neutralità e sulla smilitarizzazione della Germania. Fino al 1957, il massimo esperto americano di questioni sovietiche, George Kennan, nella sua terza CONFERENZA REITH PER LA BBC LANCIAVA UN APPELLO PUBBLICO E INFERVORATO AFFINCHÉ GLI STATI UNITI CONCORDASSERO CON L’UNIONE SOVIETICA UN RITIRO RECIPROCO DELLE TRUPPE DALL’EUROPA.

L’Unione Sovietica, sottolineava Kennan, non mirava né era interessata a un’invasione militare dell’Europa occidentale. Ma i Cold warriors statunitensi, guidati da John Foster Dulles, non ne vollero sapere. È nessun trattato di pace con la Germania per porre fine alla Seconda guerra mondiale fu firmato fino alla riunificazione tedesca del 1990.
Vale la pena sottolineare che l’Unione Sovietica rispettò la neutralità dell’Austria dopo il 1955 e anche quella degli altri Paesi neutrali d’Europa (tra cui Svezia, Finlandia, Svizzera, Irlanda, Spagna e Portogallo). Il presidente finlandese Alexander Stubb ha recentemente dichiarato che l’Ucraina dovrebbe rifiutare la neutralità basandosi sulla negativa esperienza della Finlandia (con la neutralità finlandese terminata nel 2024, quando il Paese è entrato nella Nato). Si tratta di un’idea bizzarra. La Finlandia, durante il periodo di neutralità, rimase in pace, raggiunse una notevole prosperità economica e si collocò ai vertici mondiali della felicità (secondo il World Happiness Report).

IL PRESIDENTE JOHN F. KENNEDY MOSTRÒ UNA STRADA POSSIBILE PER PORRE FINE ALLA GUERRA FREDDA, basata sul rispetto reciproco degli interessi di sicurezza di tutte le parti. Kennedy bloccò il tentativo del cancelliere tedesco Konrad Adenauer di acquisire armi nucleari dalla Francia e placò in tal modo le preoccupazioni sovietiche riguardo a una Germania dotata di armi nucleari. Su questa base, JFK negoziò con successo il Trattato di divieto parziale dei test nucleari con il suo omologo sovietico Nikita Chruščëv. Kennedy fu molto probabilmente assassinato alcuni mesi dopo da un gruppo di agenti della Cia a causa della sua iniziativa di pace.
Documenti resi pubblici nel 2025 confermano il sospetto di lunga data che Lee Harvey Oswald fosse direttamente gestito da James Angleton, un alto funzionario della Cia. La successiva apertura degli Stati Uniti verso la pace con l’Unione Sovietica fu guidata da Richard Nixon. Anch’egli fu rovesciato dagli eventi del Watergate, che presentano anch’essi indizi di un’operazione della CIA mai del tutto chiarita.

MIKHAIL GORBAČËV MISE FINE ALLA GUERRA FREDDA SMANTELLANDO UNILATERALMENTE IL PATTO DI VARSAVIA e promuovendo attivamente la democratizzazione dell’Europa orientale. Ho partecipato ad alcuni di quegli eventi e ho assistito personalmente ad alcune delle iniziative di pace di Gorbačëv. Nell’estate del 1989, per esempio, Gorbačëv disse alla leadership comunista della Polonia di formare un governo di coalizione con le forze dell’opposizione guidate dal movimento Solidarność. La fine del Patto di Varsavia e la democratizzazione dell’Europa orientale, tutte guidate da Gorbačëv, indussero rapidamente il cancelliere tedesco Helmut Kohl a chiedere la riunificazione della Germania.
Ciò portò ai trattati di riunificazione del 1990 tra Rft e Rdt, e al cosiddetto Trattato 2+4 tra le due Germanie e le quattro potenze alleate: Stati Uniti, Regno Unito, Francia e Unione Sovietica. Nel febbraio 1990, Stati Uniti e Germania promisero chiaramente a Gorbačëv che la Nato «non si sarebbe spostata neppure di un pollice verso Est» nel contesto della riunificazione tedesca, un fatto che ora viene ampiamente negato dalle potenze occidentali ma che è facilmente verificabile. Quella promessa chiave di non procedere con l’allargamento della Nato fu fatta in diverse occasioni, ma non fu inclusa nel testo dell’Accordo 2+4, poiché quell’accordo riguardava la riunificazione della Germania e non l’espansione a Est della Nato.

IL QUINTO CASO, L’INVASIONE RUSSA DELL’UCRAINA NEL FEBBRAIO 2022, è ancora una volta considerato in Occidente come prova dell’incorreggibile imperialismo russo verso Ovest. L’espressione preferita dai media occidentali, dai commentatori e dai propagandisti è che l’invasione russa sia stata «non provocata» e quindi prova la ferrea volontà di Putin non solo di ristabilire l’Impero russo, ma di avanzare ulteriormente verso Ovest, il che significherebbe che l’Europa dovrebbe prepararsi alla guerra con la Russia. Questa è una menzogna gigantesca e assurda, ma viene ripetuta così spesso dai media mainstream da essere ampiamente creduta in Europa.

IN REALTÀ, L’INVASIONE RUSSA DEL FEBBRAIO 2022 FU PROVOCATA DALL’OCCIDENTE IN MANIERA COSÌ EVIDENTE CHE SI SOSPETTA CHE SI TRATTÒ EFFETTIVAMENTE DI UN DISEGNO AMERICANO PER ATTIRARE I RUSSI IN GUERRA AL FINE DI SCONFIGGERE O INDEBOLIRE LA RUSSIA. Si tratta di un’affermazione credibile, come conferma una lunga serie di dichiarazioni di numerosi funzionari statunitensi. Dopo l’invasione, il Segretario alla Difesa degli Stati Uniti Lloyd Austin dichiarò che l’obiettivo di Washington era «vedere la Russia indebolita al punto da non poter più compiere il tipo di azioni che ha fatto invadendo l’Ucraina. L’Ucraina può vincere se dispone dell’equipaggiamento giusto e del sostegno adeguato».
La provocazione americana predominante nei confronti della Russia fu l’espansione della Nato verso Est, contrariamente alle promesse del 1990, con un obiettivo importante: circondare la Russia con stati della Nato nella regione del Mar Nero, rendendo così la Russia incapace di proiettare la sua potenza navale di base in Crimea nel Mediterraneo orientale e in Medio Oriente. In sostanza, l’obiettivo degli Stati Uniti era lo stesso di Lord Palmerston e di Napoleone III durante la Guerra di Crimea: bandire la flotta russa dal Mar Nero.
Fra i membri della Nato ci sarebbero state Ucraina, Romania, Bulgaria, Turchia e Georgia, formando così un cappio per strangolare la potenza navale russa nel Mar Nero. Zbigniew Brzezinski descrisse questa strategia nel suo libro del 1997 The Grand Chessboard, dove affermava che la Russia si sarebbe sicuramente piegata alla volontà occidentale, poiché non aveva altra scelta. Brzezinski respinse specificamente l’idea che la Russia si sarebbe mai alleata con la Cina contro l’Europa.

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2. UNA NUOVA POLITICA ESTERA PER L’EUROPA
L’Europa deve ritrovare una propria voce nel mondo, liberandosi dalla dipendenza strategica dagli Stati Uniti e dalla logica militare della Nato. Lo sostiene Jeffrey Sachs nella seconda parte del suo saggio, pubblicato da Krisis in italiano. Il professore statunitense invita gli europei a riportare la diplomazia al centro della loro politica estera, promuovendo cooperazione e sviluppo sostenibile con Russia, Cina, India e Africa. Per Jeffrey Sachs, solo un’Unione europea autonoma, capace di guidare la transizione verde e di rafforzare il multilateralismo, può contribuire alla sicurezza globale e a un ordine internazionale più equilibrato
L’intero periodo successivo alla dissoluzione dell’Unione Sovietica nel 1991 è stato segnato da una hybris occidentale – come l’ha definita lo storico Jonathan Haslam nel suo magistrale resoconto – durante la quale Stati Uniti ed Europa hanno creduto di poter spingere la Nato e i sistemi d’arma americani (come i missili Aegis) sempre più a Est, senza tener minimamente conto delle legittime preoccupazioni della Russia per la propria sicurezza nazionale.
L’elenco delle provocazioni occidentali è troppo lungo per essere esposto nei dettagli, ma se ne può tracciare una sintesi nei seguenti punti.

LE PROVOCAZIONI OCCIDENTALI IN OTTO PUNTI
Primo: contrariamente alle promesse fatte nel 1990, gli Stati Uniti iniziarono l’espansione verso Est della Nato con gli annunci del presidente Bill Clinton nel 1994. All’epoca, il segretario alla Difesa William Perry arrivò a considerare le dimissioni per la sconsideratezza delle azioni degli Stati Uniti, contrarie alle promesse fatte in precedenza.
LA PRIMA ONDATA DI ALLARGAMENTO DELLA NATO AVVENNE NEL 1999, INCLUDENDO POLONIA, Ungheria e Repubblica Ceca. In quello stesso anno, le forze della Nato bombardarono la Serbia, alleata della Russia, per 78 giorni, smembrandola e installando rapidamente una grande base militare Usa nella provincia secessionista del Kosovo.
Nel 2004 arrivò la seconda ondata di espansione, con sette nuovi membri, tra cui i Paesi baltici, confinanti direttamente con la Russia, e due Paesi affacciati sul Mar Nero: Bulgaria e Romania. Nel 2008, la maggior parte dei Paesi dell’Unione Europea riconobbe il Kosovo come Stato indipendente, nonostante le continue dichiarazioni europee secondo cui «i confini in Europa sono sacri».

SECONDO: GLI STATI UNITI ABBANDONARONO IL QUADRO DI CONTROLLO DEGLI ARMAMENTI NUCLEARI, uscendo unilateralmente dal Trattato Anti-Missili Balistici (Abm) nel 2002. Nel 2019, Washington fece lo stesso abbandonando il Trattato sulle Forze Nucleari a Medio Raggio (Inf). Nonostante le vigorose obiezioni della Russia, gli Stati Uniti iniziarono a installare sistemi antimissile balistici in Polonia e Romania e nel gennaio 2022 si riservarono il diritto di dispiegarne anche in Ucraina.

TERZO: GLI STATI UNITI SI INFILTRARONO PROFONDAMENTE NELLA POLITICA INTERNA UCRAINA, spendendo miliardi di dollari per plasmare l’opinione pubblica, creare mezzi di comunicazione e orientare la politica interna del Paese. Le elezioni del 2004-2005 in Ucraina sono ampiamente considerate una «rivoluzione colorata» sostenuta dagli Stati Uniti, che utilizzarono la propria influenza, palese e occulta, e i propri finanziamenti per favorire i candidati filoamericani. Nel 2013–2014, Washington ebbe un ruolo diretto nel finanziare le proteste di Maidan e nel sostenere il violento colpo di stato che rovesciò il presidente Viktor Yanukovych, favorevole alla neutralità, aprendo così la strada a un governo ucraino orientato verso la Nato. Per inciso, fui invitato a visitare Maidan poco dopo il colpo di stato del 22 febbraio 2014 che depose Yanukovych; un’ong statunitense, profondamente coinvolta negli eventi, mi spiegò direttamente il ruolo dei finanziamenti americani nel sostegno alle proteste.

QUARTO: A PARTIRE DAL 2008, NONOSTANTE L’OPPOSIZIONE DI DIVERSI LEADER EUROPEI, gli Stati Uniti spinsero la Nato a impegnarsi ufficialmente ad allargarsi a Ucraina e Georgia. All’epoca, l’ambasciatore americano a Mosca, William J. Burns, inviò a Washington un dispaccio ormai famoso intitolato «Nyet Means Nyet: Russia’s Nato Enlargement Redlines» (Nyet significa Nyet: le linee rosse della Russia sull’allargamento della Nato, ndr), in cui spiegava che l’intera classe politica russa era fermamente contraria all’estensione della Nato all’Ucraina e temeva che tale mossa avrebbe provocato disordini civili nel Paese.

QUINTO: DOPO IL COLPO DI STATO DI MAIDAN, le regioni dell’Ucraina orientale a maggioranza russa (il Donbass) si staccarono dal nuovo governo filo-occidentale insediato dal golpe. Russia e Germania negoziarono rapidamente gli Accordi di Minsk, secondo i quali le due regioni separatiste (Donetsk e Lugansk) sarebbero rimaste parte dell’Ucraina, ma con ampia autonomia locale, sul modello della regione di lingua tedesca dell’Alto Adige in Italia. Il secondo accordo, Minsk II, sostenuto anche dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu, avrebbe potuto porre fine al conflitto; ma il governo di Kiev, con l’appoggio di Washington, decise di non applicare l’autonomia. Il mancato rispetto di Minsk II avvelenò i rapporti diplomatici tra Russia e Occidente.

SESTO: GLI STATI UNITI AMPLIARONO COSTANTEMENTE L’ESERCITO UCRAINO (tra truppe attive e riservisti) fino a circa un milione di uomini nel 2020. L’Ucraina, insieme ai suoi battaglioni paramilitari di estrema destra (come Azov e Pravyj Sektor), condusse ripetuti attacchi contro le due regioni separatiste, con migliaia di vittime civili nel Donbass a causa dei bombardamenti ucraini.
SETTIMO: ALLA FINE DEL 2021, LA RUSSIA PROPOSE AGLI STATI UNITI una bozza di Accordo di sicurezza Russia-Usa, chiedendo principalmente la fine dell’espansione della Nato. Gli Stati Uniti respinsero la proposta e ribadirono la politica della «porta aperta» dell’Alleanza, secondo la quale Paesi terzi, come la Russia, non avrebbero voce in capitolo sull’allargamento della Nato. Gli Stati Uniti e i Paesi europei ribadirono ripetutamente l’eventuale adesione dell’Ucraina alla Nato. Secondo quanto riferito, il Segretario di Stato statunitense avrebbe detto al Ministro degli Esteri russo, nel gennaio 2022, che gli Stati Uniti si riservavano il diritto di dispiegare missili a medio raggio in Ucraina, nonostante le obiezioni di Mosca.
OTTAVO: DOPO L’INVASIONE RUSSA DEL 24 FEBBRAIO 2022, l’Ucraina accettò rapidamente di avviare negoziati di pace basati su un ritorno alla neutralità. I colloqui si svolsero a Istanbul, con la mediazione della Turchia. Alla fine del marzo 2022, Russia e Ucraina pubblicarono un memorandum congiunto che segnalava progressi verso un accordo di pace. Il 15 aprile fu presentata una bozza di accordo che si avvicinava molto a una soluzione complessiva.
In quel momento, gli Stati Uniti intervennero e comunicarono agli ucraini che non avrebbero sostenuto l’intesa, ma che avrebbero invece appoggiato l’Ucraina nel continuare la guerra

GLI ALTI COSTI DI UNA POLITICA ESTERA FALLITA
La Russia non ha mai avanzato rivendicazioni territoriali contro i Paesi dell’Europa occidentale, né li ha minacciati – se non nel contesto del diritto di rappresaglia contro eventuali attacchi missilistici lanciati sul proprio territorio con assistenza occidentale. Fino al colpo di Stato di Maidan del 2014, la Russia non aveva espresso alcuna pretesa territoriale nemmeno sull’Ucraina.
Dopo il 2014, e fino alla fine del 2022, l’unica richiesta territoriale di Mosca riguardava la Crimea, per evitare che la base navale russa di Sebastopoli cadesse sotto controllo occidentale.
Solo dopo il fallimento del processo di pace di Istanbul – affondato dall’intervento degli Stati Uniti – la Russia ha dichiarato l’annessione delle quattro regioni ucraine di Donetsk, Lugansk, Kherson e Zaporizhzhia. Oggi, gli obiettivi dichiarati di guerra di Mosca restano limitati: la neutralità dell’Ucraina, una parziale smilitarizzazione, la rinuncia definitiva all’adesione alla Nato e il riconoscimento del passaggio alla Russia della Crimea e delle quattro regioni citate, che costituisce circa il 19% del territorio ucraino del 1991.
Questi non sono segnali di un imperialismo russo rivolto a Ovest e non sono neanche richieste non provocate. Gli obiettivi bellici russi derivano da oltre 30 anni di proteste contro l’espansione a Est della Nato, l’armamento dell’Ucraina, l’abbandono americano dei trattati sul controllo delle armi nucleari e l’ingerenza profonda dell’Occidente nella politica interna ucraina, culminata nel colpo di Stato del 2014 che ha posto Mosca e la Nato su una rotta di collisione diretta.
L’Europa ha scelto di interpretare gli eventi degli ultimi 30 anni come prova dell’inesorabile espansionismo russo, proprio come l’Occidente sosteneva che la Guerra fredda fosse responsabilità esclusiva dell’Unione Sovietica, quando in realtà l’Urss aveva proposto più volte vie di pace basate sulla neutralità, l’unificazione e il disarmo della Germania.
Così come durante la Guerra fredda, anche oggi l’Occidente ha preferito provocare la Russia invece di riconoscere le sue comprensibili preoccupazioni per la sicurezza. Ogni azione russa è stata letta nella chiave più negativa possibile, come segno di malafede o aggressività, senza mai riconoscere il punto di vista della Russia nel dibattito. Si tratta di un esempio lampante del classico dilemma della sicurezza, in cui gli avversari non si ascoltano, danno per scontato il peggio e agiscono in modo aggressivo sulla base di supposizioni errate.
La scelta europea di interpretare la Guerra fredda e il post Guerra fredda da questa prospettiva piena di pregiudizi ha avuto per l’Europa un prezzo altissimo e i costi continuano a crescere. Ciò che più conta è che l’Europa si è convinta di essere totalmente dipendente dagli Stati Uniti per la propria sicurezza. Se davvero la Russia fosse irrimediabilmente espansionista, allora Washington sarebbe davvero il salvatore necessario dell’Europa. Ma se, al contrario, il comportamento russo fosse sempre stato espressione di legittime preoccupazioni di sicurezza, allora la Guerra fredda con tutta probabilità si sarebbe potuta concludere decenni fa sul modello della neutralità austriaca e l’era post Guerra fredda sarebbe potuto diventare un periodo di pace e di fiducia crescente tra Russia ed Europa.
In realtà, le economie di Europa e Russia sono altamente complementari. La Russia è ricca di materie prime (agricole, minerarie, energetiche) e di competenze ingegneristiche, mentre l’Europa ospita industrie ad alta intensità energetica e tecnologie avanzate chiave. Da tempo gli Stati Uniti si oppongono ai crescenti legami commerciali tra Europa e Russia, nati da questa naturale complementarità. Washington vede l’industria energetica russa come un concorrente diretto del settore energetico statunitense e più in generale vede solidi legami commerciali e negli investimenti tra Germania e Russia come una minaccia al predominio politico ed economico degli Stati Uniti in Europa occidentale.
Per queste ragioni, gli Stati Uniti si sono opposti ai gasdotti Nord Stream 1 e 2 ben prima del conflitto ucraino. Per queste ragioni, Joe Biden promise esplicitamente che avrebbe messo fine al Nord Stream 2 – come poi avvenne – in caso di invasione russa dell’Ucraina. L’opposizione americana ai Nord Stream e ai rapporti energetici russo-tedeschi era dettata da un principio generale: UE e Russia dovevano essere mantenute a distanza, affinché gli Stati Uniti non perdessero la loro influenza in Europa.

La guerra in Ucraina e la rottura dei rapporti con la Russia hanno inferto gravi danni all’economia europea. Le esportazioni europee verso la Russia sono crollate da circa 90 miliardi di euro nel 2021 ad appena 30 miliardi nel 2024. I costi energetici sono esplosi, mentre l’Europa è passata dal gas naturale russo, economico e fornito tramite gasdotto, al gas naturale liquefatto (Gnl) americano, molto più costoso. L’industria tedesca ha subito un declino di circa il 10% dal 2020 e sia il settore chimico sia quello automobilistico stanno soffrendo pesantemente. Il Fondo Monetario Internazionale prevede per l’Ue una crescita economica di appena l’1% nel 2025 e intorno all’1,5% per il resto del decennio.
Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha invocato un divieto permanente sulla riattivazione dei flussi di gas attraverso Nord Stream, ma si tratta quasi di un suicidio economico per la Germania. Tale presa di posizione si fonda sulla convinzione di Merz che la Russia abbia mire belliche nei confronti della Germania; ma in realtà è la Germania che sta provocando una guerra con la Russia, adottando un linguaggio guerrafondaio e avviando un massiccio riarmo.
Secondo Merz, «è necessaria una visione realistica delle aspirazioni imperialiste della Russia». E sostiene che «una parte della nostra società ha una profonda paura della guerra. Io non la condivido, ma la comprendo». Ancora più allarmante è la sua affermazione secondo cui «i mezzi della diplomazia sono esauriti» — nonostante, a quanto risulta, non abbia mai nemmeno tentato di parlare con Vladimir Putin da quando è al potere. Merz sembra inoltre ignorare volutamente quanto la diplomazia del 2022, durante il processo di Istanbul, fosse vicina a un successo – prima che gli Stati Uniti la bloccassero.

CRESCITA ECONOMICA CINESE ANTITETICA AGLI INTERESSI USA
L’approccio occidentale alla Cina rispecchia fedelmente quello adottato nei confronti della Russia.
L’Occidente tende ad attribuire alla Cina intenzioni nefaste che, sotto vari punti di vista, sono spesso proiezioni delle proprie ambizioni ostili verso la Repubblica Popolare. La rapida ascesa economica della Cina tra il 1980 e il 2010 portò i leader e gli strateghi americani a considerare la sua ulteriore crescita economica come antitetica agli interessi degli Stati Uniti.
Nel 2015, due influenti strateghi statunitensi, Robert Blackwill e Ashley Tellis, spiegarono con chiarezza che la strategia globale degli Stati Uniti mira all’egemonia americana e che la Cina costituisce una minaccia a questa egemonia per via della sua grandezza e del suo successo. Blackwill e Tellis proposero un insieme di misure da parte degli Stati Uniti e dei suoi alleati per ostacolare la futura crescita economica cinese: escludere Pechino dai nuovi blocchi commerciali dell’Asia-Pacifico, come limitare l’esportazione di tecnologie occidentali verso la Cina, imporre dazi e altre restrizioni sulle esportazioni cinesi e altre misure anti-cinesi. Da notare che tali misure non venivano giustificate da colpe specifiche della Cina, ma dal semplice fatto che la sua crescita economica era vista come incompatibile con il primato americano.
Una parte fondamentale di questa politica estera nei confronti di Russia e Cina è una guerra mediatica, volta a screditare i presunti nemici dell’Occidente. Nel caso della Cina, l’Occidente l’ha accusata di genocidio nello Xinjiang contro la popolazione uigura. Si tratta di un’accusa e gonfiata, lanciata senza seri elementi di prova, mentre l’Occidente chiude un occhio di fronte all’effettivo genocidio di decine di migliaia di palestinesi in corso a Gaza, perpetrato per mano del suo alleato israeliano.
Inoltre, la propaganda occidentale ha diffuso anche una serie di tesi assurde sull’economia cinese: la sua iniziativa infrastrutturale Belt and Road (la Nuova Via della seta, ndr), che offre finanziamenti ai Paesi in via di sviluppo per costruire infrastrutture moderne, viene etichettata come «trappola del debito». La straordinaria capacità cinese di produrre tecnologie verdi – come i pannelli solari di cui il mondo ha urgente bisogno – viene derisa dall’Occidente come «sovraccapacità» che andrebbe limitata o fermata.
Sul piano militare, il dilemma della sicurezza nei confronti della Cina è interpretato nel modo più cupo possibile, proprio come avviene con la Russia. Da tempo gli Stati Uniti proclamano la propria capacità di bloccare le rotte marittime vitali della Cina, ma poi accusano Pechino di militarismo quando risponde adottando misure per rafforzare la propria potenza navale.
Piuttosto che interpretare il rafforzamento militare della Cina come un tipico dilemma di sicurezza da affrontare con la diplomazia, la Marina statunitense dichiara di doversi prepararsi a una guerra con la Cina entro il 2027. Parallelamente, la Nato invoca sempre più spesso un ruolo attivo anche nell’Asia orientale, diretto contro la Cina. Gli alleati europei degli Stati Uniti si adeguano a questa linea aggressiva, in ambito sia commerciale sia militare.

DIECI PASSI CONCRETI PER UNA NUOVA POLITICA ESTERA
L’Europa si è cacciata da sola in un angolo, rendendosi subalterna agli Stati Uniti, rifiutando la diplomazia diretta con la Russia, perdendo la propria competitività economica attraverso le sanzioni e la guerra, impegnandosi in un massiccio e insostenibile aumento delle spese militari e recidendo i legami commerciali e d’investimento di lungo periodo sia con la Russia sia con la Cina.
Come risultato, ha debiti in crescita, stagnazione economica e un rischio crescente di guerra su larga scala. Una prospettiva che a quanto pare non spaventa il cancelliere tedesco Merz, ma che dovrebbe terrorizzare il resto di noi.

Forse il conflitto più probabile non sarà con la Russia, ma con gli stessi Stati Uniti, che sotto Trump hanno minacciato di prendersi la Groenlandia non l’avesse venduta o ceduta alla sovranità statunitense. È del tutto possibile che l’Europa finisca per ritrovarsi senza veri amici: né con la Russia né con la Cina, ma nemmeno con gli Stati Uniti, i Paesi arabi (indignati per l’indifferenza europea di fronte al genocidio israeliano a Gaza), l’Africa (ancora amareggiata dal colonialismo e del neocolonialismo europeo) e così via.
Naturalmente, un’altra via è possibile – anzi, una via altamente promettente – se i leader europei sapranno riconsiderare i veri interessi e i veri rischi per la sicurezza del continente, riportando la diplomazia al centro della politica estera europea. Propongo qui dieci passi concreti per costruire una politica estera fondata sui reali bisogni dell’Europa.

1. APRIRE UN DIALOGO DIPLOMATICO DIRETTO CON MOSCA
Il fallimento Il fallimento tangibile dell’Europa nell’avviare una diplomazia diretta con la Russia è devastante. L’Europa forse arriva persino a credere alla propria propaganda di politica estera, visto che evita di discutere direttamente le questioni fondamentali con la controparte russa. È tempo di ristabilire canali di comunicazione seri, stabili e autonomi da Washington.

2. PREPARARE UNA PACE NEGOZIATA CON LA RUSSIA
L’Europa deve prepararsi a negoziare la pace con la Russia sull’Ucraina e sulla sicurezza collettiva futura europea. Il punto fondamentale è che l’Europa dovrebbe convenire con la Russia che la guerra termini sulla base di un impegno fermo e irrevocabile a non estendere la Nato all’Ucraina, alla Georgia o ad altre aree orientali. Inoltre, l’Europa dovrebbe accettare modifiche territoriali pragmatiche in Ucraina a vantaggio della Russia.

3. RIFIUTARE LA MILITARIZZAZIONE DEI RAPPORTI CON LA CINA
L’Europa dovrebbe opporsi per esempio a ogni tentativo di estendere la Nato nell’Asia orientale.
La Cina non rappresenta alcuna minaccia per la sicurezza europea e l’Europa dovrebbe smettere di sostenere ciecamente le pretese di egemonia americana in Asia, che sono già di per sé pericolose e illusorie, anche senza il supporto europeo. Al contrario, l’Europa dovrebbe rafforzare la cooperazione commerciale, negli investimenti e sul clima con la Cina.

4. RIFORMARE LE ISTITUZIONI DELLA DIPLOMAZIA EUROPEA
L’attuale assetto è caotico e inefficace. L’Alto rappresentante dell’Ue per gli affari esteri e la politica di sicurezza serve sostanzialmente come un portavoce della russofobia, mentre la diplomazia di alto livello – nella misura in cui esiste – è guidata in modo confuso e a fasi alterne dai singoli leader europei, dall’Alto Rappresentante dell’Ue, dal Presidente della Commissione europea, dal Presidente del Consiglio europeo o da qualche combinazione variabile di questi. In breve, nessuno parla chiaramente a nome dell’Europa, poiché non esiste in primo luogo una politica estera chiara dell’Ue.

5. DISSOCIARE LA POLITICA ESTERA UE DALLA NATO
L’Europa dovrebbe riconoscere che la politica estera della Ue deve essere dissociata dalla Nato. In realtà, l’Europa non ha alcun bisogno dell’Alleanza Atlantica, dato che la Russia non ha intenzione di invadere l’Ue. L’Europa dovrebbe certamente dotarsi di una capacità difensiva autonoma, ma con costi molto inferiori al 5% del Pil – una cifra assurda, basata su una valutazione totalmente esagerata della minaccia russa. Inoltre, la difesa europea non dovrebbe coincidere con la politica estera europea, sebbene le due si siano diventate completamente confuse nel passato recente.

6. COOPERARE CON RUSSIA, INDIA E CINA
L’UE, la Russia, l’India e la Cina dovrebbero cooperare alla transizione verde, digitale e infrastrutturale dell’intero spazio eurasiatico. Lo sviluppo sostenibile dell’Eurasia rappresenta un vantaggio reciproco per Ue, Russia, India e Cina, e non può realizzarsi se non attraverso la cooperazione pacifica tra le quattro principali potenze eurasiatiche.

7. COLLABORARE CON LA BELT AND ROAD CINESE
Il Global Gateway europeo, il braccio finanziario per le infrastrutture nei Paesi extra-Ue, dovrebbe collaborare con la Belt and Road Initiative della Cina (BRI). Attualmente, il Global Gateway è presentato come un concorrente della BRI. In realtà, i due programmi dovrebbero unire le forze per cofinanziare le infrastrutture energetiche verdi, digitali e dei trasporti per l’Eurasia.

8. POTENZIARE IL FINANZIAMENTO DEL GREEN DEAL EUROPEO
L’Unione Europea dovrebbe potenziare i finanziamenti al Green Deal europeo (EGD), accelerando la transizione verso un’economia a basse emissioni di carbonio, invece di destinare circa il 5% del Pil a spese militari inutili e prive di reale beneficio per l’Europa. Un aumento degli investimenti nell’EGD porterebbe due vantaggi principali. In primis, contribuirebbe alla sicurezza climatica a livello regionale e globale. In secondo luogo, rafforzerebbe la competitività europea nelle tecnologie verdi e digitali del futuro, ponendo le basi per un nuovo modello di crescita sostenibile.

9. COLLABORARE CON L’UNIONE AFRICANA
L’UE dovrebbe avviare una stretta collaborazione con l’Unione Africana per promuovere un’ampia espansione dell’istruzione e della formazione tecnica nei Paesi membri dell’Unione Africana. Con una popolazione che passerà da 1,4 a circa 2,5 miliardi entro la metà del secolo, rispetto ai circa 450 milioni dell’Europa, il destino economico dell’Africa sarà strettamente legato a quello europeo. La chiave per la prosperità africana è un rapido sviluppo dell’istruzione superiore e delle competenze professionali.

10. SOSTENERE IL NUOVO ORDINE MONDIALE MULTIPOLARE
L’Unione Europea, insieme ai paesi dei Brics, dovrebbe dire chiaramente agli Stati Uniti che il futuro ordine mondiale non si fonda sull’egemonia, ma sul diritto internazionale e sulla Carta delle Nazioni Unite. Questa rappresenta l’unica strada verso una sicurezza autentica per l’Europa e per il mondo. La dipendenza dagli Stati Uniti e dalla Nato è una pericolosa illusione, tanto più alla luce dell’instabilità degli stessi Stati Uniti. Al contrario, un rinnovato impegno per la Carta dell’Onu può porre fine alle guerre (per esempio, ponendo fine all’impunità di Israele e dando attuazione alle sentenze della Corte Internazionale di Giustizia sulla soluzione a due Stati) e per prevenire futuri conflitti.

Articolo originale pubblicato su: https://www.cirsd.org/en/horizons/horizons-summer-2025–issue-no-31/a-new-foreign-policy-for-europe (traduzione a cura di Krisis ).

*(Jeffrey D. Sachs: Economista di fama mondiale, è un leader nell’ambito dello sviluppo sostenibile. Direttore del Center for Sustainable Development alla Columbia University, presiede anche il Sustainable Development Solutions Network dell’ONU. È autore di numerosi libri, tra cui i bestseller The End of Poverty e The Price of Civilization. Ha collaborato con diversi Segretari generali dell’ONU e ha ricevuto prestigiosi riconoscimenti internazionali.)

 

04 – Amnesty International. ACCORDO TRA ISRAELE E HAMAS: IL NOSTRO COMMENTO.
LA NOTTE TRA L’8 E IL 9 OTTOBRE 2025 ISRAELE E HAMAS HANNO ACCETTATO LA PRIMA FASE DELL’ACCORDO SUL CESSATE IL FUOCO CHE, SECONDO QUANTO RIFERITO DA FONTI D’INFORMAZIONE, RIGUARDA L’IMMEDIATA APERTURA DI CINQUE PUNTI D’INGRESSO DEGLI AIUTI UMANITARI VERSO LA STRISCIA DI GAZA, IL RAPIDO RITORNO A CASA DI TUTTI GLI OSTAGGI IN VITA, ISRAELIANI E DI ALTRE NAZIONALITÀ, IN CAMBIO DI PRIGIONIERI PALESTINESI E IL PARZIALE RITIRO DELLE FORZE ARMATE ISRAELIANE DALLA STRISCIA DI GAZA.
“Per oltre due milioni di persone palestinesi della Striscia di Gaza occupata, che da due anni subiscono un’agonizzante sofferenza, incessanti bombardamenti e una sistematica carestia nel contesto dell’attuale genocidio israeliano, per le persone tenute in ostaggio dai gruppi armati palestinesi e per quelle detenute arbitrariamente in Israele, un accordo che potrebbe porre fine agli orrori degli ultimi due anni arriva crudelmente in ritardo e non cancellerà ciò che hanno subito. In molti ora controlleranno da vicino che non si tratterà solo di un altro breve momento di sollievo”, ha dichiarato Agnès Callamard, segretaria generale di Amnesty International.
“Mettre in pausa o ridurre temporaneamente gli attacchi e permettere a una goccia di aiuti umanitari di entrare nella Striscia di Gaza non è abbastanza. Devono esserci una totale cessazione delle ostilità e la completa rimozione del blocco israeliano. Israele deve consentire il flusso, senza ostacoli, di forniture basilari quali cibo, medicine, carburante e materiali per la ricostruzione in tutte le zone della Striscia di Gaza così come il ripristino dei servizi essenziali in modo da assicurare la sopravvivenza di una popolazione che sta annaspando a causa della fame, delle ripetute ondate di sfollamenti di massa e di una campagna di annichilimento. A ciò devono aggiungersi il ritiro delle forze armate israeliane dalla Striscia di Gaza e interventi urgenti per ricostruire e riparare infrastrutture fondamentali in tutto il territorio”, ha aggiunto Callamard.

“TUTTE LE PERSONE PALESTINESI CHE SONO STATE COSTRETTE A SFOLLARE ALL’INTERNO DELLA STRISCIA DI GAZA, LA MAGGIOR PARTE DI LORO PIÙ VOLTE, DEVONO POTER TORNARE NELLE LORO TERRE SENZA CHE ISRAELE STABILISCA CHI PUÒ E CHI NON PUÒ FARVI RIENTRO”, HA SOTTOLINEATO CALLAMARD.
“Hamas e gli altri gruppi armati palestinesi devono rimettere in libertà le persone in ostaggio, ponendo finalmente termine a un incubo durato due anni. Israele deve scarcerare tutte le persone palestinesi sottoposte a detenzione arbitraria, comprese quelle detenute senza accusa né processo o in quanto combattenti illegali, in particolare gli operatori sanitari ingiustamente arrestati solo per aver prestato cure mediche”, ha proseguito Callamard.
“Perché un accordo sul cessate il fuoco sia duraturo, occorre che sia solidamente basato sul rispetto dei diritti umani e del diritto internazionale e includa l’immediata fine del genocidio di Israele contro la popolazione palestinese della Striscia di Gaza e misure concrete per porre termine all’occupazione illegale di tutto il Territorio palestinese occupato e per smantellare il sistema di apartheid”, ha commentato Callamard.
“È triste constatare che tutto questo è assente nel cosiddetto ‘piano di pace Trump’, che non chiede giustizia e riparazione per le vittime dei crimini di atrocità né chiama a risponderne i responsabili. Fermare il ciclo della sofferenza e delle atrocità richiede la fine di un’impunità radicata nel tempo, che è al centro delle ricorrenti violazioni dei diritti umani tanto in Israele quanto nel Territorio palestinese occupato. Gli stati devono tener fede ai loro obblighi di diritto internazionale e portare di fronte alla giustizia i responsabili di crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio”, ha rimarcato Callamard.
“Il progetto israeliano di imporre un ‘perimetro di sicurezza’, ossia una zona cuscinetto nella parte della Striscia di Gaza dove si trovano i terreni più fertili, rafforzerà ulteriormente il sistema di apartheid, l’occupazione e l’ingiustizia. Qualunque ipotesi di affidare a terzi l’occupazione della Striscia di Gaza senza assicurare la libertà di movimento col resto del Territorio occupato non farà altro che aggravare la frammentazione territoriale che è alla base del sistema israeliano di apartheid. Allo stesso modo, ogni misura destinata ad alterare la composizione demografica e la geografia di altre zone del Territorio occupato, ossia la Cisgiordania e Gerusalemme Est, dev’essere immediatamente annullata”, ha evidenziato Callamard.
“L’attuale piano non assicura una partecipazione attiva e degna di questo nome delle persone palestinesi alle decisioni sul futuro del Territorio palestinese occupato, sul modo in cui esse saranno governate e su come potranno esercitare i loro diritti umani. Un piano che ripeta gli errori e i fallimenti del passato, ignorando i diritti umani e le cause di fondo dell’ingiustizia, non garantirà un futuro giusto e sostenibile a tutte le persone che vivono in Israele e nel Territorio palestinese occupato. Dopo due anni di vergognosi doppi standard e di veti che hanno paralizzato il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite mentre avveniva un genocidio in diretta mondiale, è giunto il momento di cogliere l’opportunità di porre fine a questo orrore, rimediare agli sbagli fatti e salvare ciò che è rimasto della nostra comune umanità”, ha concluso Callamard.
(Red. Amnesty International)

 

05 – Jacopo Di Miceli *: DAGLI STATI UNITI PARTE L’ATTACCO GLOBALE ALL’ANTIFASCISMO

L’ASSASSINIO DI CHARLIE KIRK IL 10 SETTEMBRE HA INNESCATO NEGLI STATI UNITI UNA CAMPAGNA DI DEMONIZZAZIONE DELLA SINISTRA DI UNA SCALA MAI VISTA NEGLI ULTIMI DECENNI, CULMINATA NELLA DESIGNAZIONE DI “ANTIFA” – UNA POSIZIONE POLITICA, NON UN GRUPPO STRUTTURATO – COME ORGANIZZAZIONE TERRORISTICA. CON QUESTO ATTO IL PRESIDENTE DONALD TRUMP HA DATO INIZIO A UNA “TERZA PAURA ROSSA”.
Con “Paura Rossa” si intendono due specifici periodi della storia americana: nel primo (1919-1920) sindacalisti e attivisti socialisti, comunisti e anarchici (o presunti tali) furono arrestati ed espulsi per prevenire la minaccia dell’esportazione della rivoluzione russa negli Stati Uniti; nel secondo (1947-1954), anche detto “caccia alle streghe” o “maccartismo”, dal nome del senatore repubblicano Joseph McCarthy, commissioni d’inchiesta indagarono ossessivamente ed epurarono sospetti comunisti dalle istituzioni, dalle università e dall’industria culturale.
L’estrema destra sta usando la morte di Charlie Kirk per normalizzare la violenza contro gli avversari politici
Pur essendo ormai trascorsi settant’anni dalla fine della Seconda Paura Rossa, la biografia di Trump ne è legata a doppio filo: il suo mentore, l’avvocato Roy Cohn, era stato il braccio destro di McCarthy.
I parametri della Terza Paura Rossa sembrano ispirarsi in parte alle prime due – a partire dalle restrizioni alla libertà di espressione e dai raid anti-immigrazione – e in parte ai dispositivi della guerra al terrorismo dell’amministrazione Bush. Con due differenze però sostanziali: oggi il nemico è fabbricato ad arte, ed è il Presidente in persona a guidare la repressione.
I dati parlano chiaro: dal 2001 l’estremismo di sinistra ha causato circa il 5% delle vittime di violenza politica, contro il 75-80% dell’estremismo di destra. Nell’immaginario MAGA, tuttavia, un esercito di sovversivi antifascisti cospirano per devastare le città, uccidere i leader della destra e abbattere con la forza i valori americani. Lo stesso Dipartimento di Giustizia ha di recente rimosso dal proprio sito uno studio sul terrorismo interno che confermava questi dati.
Date le premesse, è quasi inutile sottolineare quanto la stessa classificazione di “Antifa” come organizzazione terroristica sia assurda.
Innanzitutto, Antifa non è un’organizzazione con leader, sedi, membri e canali ufficiali di finanziamento, ma è l’abbreviazione di “antifascismo” e rappresenta quindi un’ideologia, al più un movimento o uno stile di militanza attiva che – spiega il giornalista Christopher Mathias – si riconosce in alcuni principi: “che i gruppi fascisti debbano talvolta essere fisicamente affrontati nelle strade, che ai fascisti non debba essere permesso di organizzarsi su nessuna piattaforma e che non si possa fare affidamento sulle forze dell’ordine nella lotta al fascismo”. In ogni caso, nessun esperto di estremismo ha mai identificato Antifa con un’organizzazione definita, nemmeno il precedente direttore dell’FBI, Chris Wray.
In secondo luogo, non esiste negli Stati Uniti una legge che consenta la schedatura di organizzazioni nazionali come terroristiche, per quanto in passato ne sia stata sollecitata l’introduzione per sgominare gruppi neonazisti. In realtà, le agenzie hanno già ora in dotazione tutti gli strumenti necessari per perseguire il terrorismo interno senza pregiudicare la libertà di associazione e il diritto di parola. L’FBI, ad esempio, utilizza da tempo una simile categoria investigativa.
Benché l’ordine esecutivo di Trump si intesti un potere non previsto dalla legge, “ciò che conta” – sottolinea il think tank libertario Cato Institute – “è che l’amministrazione dichiari l’autorità di poterlo fare e che abbia migliaia di agenti delle forze dell’ordine federali pronti a eseguire gli ordini di Trump”. Nel corso di questi mesi, il presidente ha infatti già abusato dei suoi poteri, invocando una legge del 1878 per inviare la Guardia Nazionale, un corpo di riservisti sotto il comando dei governatori, a Los Angeles, Washington e Memphis con compiti di gestione dell’ordine pubblico. Dopo aver minacciato Chicago con un’azione bellica sulla falsariga di Apocalypse Now, Trump ha dispiegato le truppe a Portland, che ha descritto come “devastata dalla guerra” e assediata “da Antifa e altri terroristi interni”. Ha inoltre annunciato l’intenzione di usare le città americane come “campi d’addestramento” per l’esercito. “L’America” – ha detto ai generali riuniti a Quantico – “è invasa dall’interno”. Domenica è arrivata nel frattempo la decisione di un giudice federale che ha temporaneamente bloccato l’invio della Guardia Nazionale, perché non ci sarebbero prove a giustificarne l’intervento.
Questa retorica incendiaria riecheggia, peraltro, quella della campagna elettorale, quando Trump aveva insultato i suoi avversari politici come “parassiti” da “sradicare” e sostenuto che il paese fosse in guerra contro un nemico interno. Era, insomma, stato tutto già annunciato.
L’omicidio di Kirk e la sparatoria contro un centro di detenzione dell’ICE a Dallas, entrambi commessi da due giovani immersi più nelle sottoculture online che nella politica tradizionalmente intesa, sono stati il pretesto per accelerare la stretta autoritaria, attribuendo la radice della violenza ai “Democratici della sinistra radicale”, cioè agli oppositori. La conseguenza – prevede Steve Bannon, stratega di Trump nella prima amministrazione – è che, d’ora in poi, chiunque sembri minimizzare o istigare alla violenza – come avrebbero fatto, secondo la destra, i media e i politici di sinistra dopo l’assassinio di Kirk – sarà passibile di un’indagine federale.
In effetti, il decreto firmato da Trump prende di mira non solo “Antifa”, qualunque cosa significhi, ma anche chi vi si associa o vi agisce in coordinamento, il che riserva alle autorità un ampio potere discrezionale per identificare i presunti terroristi nazionali e la rete dei suoi sostenitori. La prima vittima, secondo le indiscrezioni raccolte dal New York Times, sarà la fondazione filantropica di George Soros – “un cattivo” che per Trump “dovrebbe essere messo in prigione” – e di suo figlio Alex, con accuse che variano dal riciclaggio di denaro al finanziamento del terrorismo.
Pochi giorni dopo, Trump ha pubblicato un memorandum – una direttiva con forza di legge, meno prestigiosa dell’ordine esecutivo, ma con il vantaggio di essere esonerata da una stima dell’impatto sul bilancio pubblico – dove entra più nel dettaglio del suo provvedimento. Qui il presidente accusa i movimenti riuniti sotto “l’ombrello dell’auto-descritto antifascismo” di tacciare di “fascismo” “i principi fondamentali americani” allo scopo di intimidire, radicalizzare ècondurre un assalto violento alle istituzioni democratiche”. Antiamericanismo, anticapitalismo, anticristianesimo, estremismo in materia di migrazione, razza e genere, e ostilità verso la concezione tradizionale di famiglia, religione e moralità sono elencati tra le spie di una possibile “condotta violenta”.
È difficile presagire come queste indicazioni, tanto più pericolose quanto più sono generiche, si tradurranno in efficacia legislativa, visti i limiti dell’azione presidenziale. Eppure, la crescente sottomissione a Trump sia del ministero della giustizia, per tradizione autonomo dal potere esecutivo, sia dell’FBI, guidata dal lealista Kash Patel, fa temere che queste linee guida saranno interpretate come priorità d’indagine dalle procure e dalle agenzie federali. L’obiettivo non è tanto ottenere condanne penali, quanto soffocare il dissenso per autocensura, paventando conseguenze terribili per i cittadini comuni.
I veri destinatari della misura “anti-terrorismo” saranno associazioni e organizzazioni no-profit, che subiranno un’emorragia di finanziamenti e donazioni, perché nessuno vorrà rischiare di essere catalogato come contributore di attività illecite. In questa strategia, osserva il giornalista Jeff Sharlet, il piano di Trump assomiglia alla legge sulle influenze straniere varata dalla Russia di Putin, che ha prima prosciugato le risorse estere delle ONG e poi le ha bandite in quanto indesiderabili.
In Europa l’offensiva trumpiana contro l’antifascismo ha subito dato alle destre il pretesto e la legittimazione per stroncare con altrettanta decisione il dissenso nelle piazze.
Trump è impegnato in una guerra culturale contro l’Europa attraverso i suoi alleati nell’estrema destra
Il primo ministro ungherese Viktor Orbán ha comunicato lo scorso 27 settembre l’inserimento dei gruppi “Antifa” nell’elenco delle organizzazioni terroristiche, una lista creata appositamente per imporre sanzioni pecuniarie o acquisire il diritto di espellere stranieri prima che commettano reati. Nel suo annuncio, Orbán ha fatto esplicito riferimento al caso dell’eurodeputata Ilaria Salis, l’attivista antifascista detenuta per oltre quindici mesi in un carcere di massima sicurezza con l’accusa di aver preso parte all’aggressione di militanti neonazisti.
Persino nel parlamento dei Paesi Bassi è stata approvata – con una maggioranza estesa al partito liberalconservatore – una mozione dell’estrema destra per chiedere al governo di designare “Antifa” come organizzazione terroristica, nonostante il parere contrario della stessa agenzia antiterrorismo. “Le cellule antifa” – si legge nel testo – «sono attive anche nel nostro Paese e minacciano i politici, interrompono le riunioni, intimidiscono studenti e giornalisti e non risparmiano l’uso della violenza”.
Per ironia della sorte, il giorno dopo il voto sulla mozione, il 20 settembre, una protesta contro l’immigrazione lanciata dall’estrema destra ha seminato il caos nelle vie dell’Aia, fino all’attacco squadristico contro la sede del partito di centro D66, che è stata presa a sassate. I disordini sono stati soprattutto provocati da hooligans, mobilitatisi in seguito all’appello per una contro-manifestazione diffuso da un falso profilo Facebook di “Antifa”, in realtà gestito dagli ambienti di estrema destra.
Il 23 settembre i partiti dell’eurogruppo dei Patrioti hanno dato una direzione comune a queste iniziative sparse, sottoscrivendo una mozione per dichiarare “Antifa” un’organizzazione terroristica attraverso una risoluzione del Parlamento Europeo. Il testo, che cita, a giustificazione della misura, l’assassinio di Charlie Kirk e presunte connessioni con George Soros, è completamente sdraiato sulla retorica MAGA. Già nel 2023, va ricordato, un gruppo di eurodeputati di estrema destra tedeschi, austriaci e francesi presentò una mozione per inserire il movimento Antifa nella lista di organizzazioni considerate terroristiche dall’Unione Europea.
In Italia alcuni esponenti della Lega, tra i partiti fondatori dei Patrioti, hanno colto la palla al balzo per organizzare un sit-in davanti alla stazione centrale di Milano, teatro degli scontri durante la manifestazione per Gaza del 22 settembre, e chiedere il bando di Antifa. Con i leghisti – tra cui i consiglieri regionali Alessandro Corbetta e Riccardo Pase, il capogruppo milanese Alessandro Verri e il coordinatore dei giovani lombardi Matteo Mauri – c’era anche Andrea Ballarati, portavoce italiano del Remigration summit, il convegno sulla remigrazione di Gallarate, cui ha partecipato un estremista di destra olandese arrestato ad agosto con l’accusa di preparare un attacco terroristico.
*(Jacopo Di Miceli – collabora con Facta, Valigia Blu e Il Fatto Quotidiano ed è curatore del progetto di divulgazione …)

 

06 – LA FAO COMPIE 80 ANNI, HA ANCORA UN SENSO? (*)

NEL 1945 FU CREATA, NELL’AMBITO ONU, PER IMPEDIRE CHE LE CRISI AGRICOLE E ALIMENTARI SCATENASSERO GUERRE. UN PROBLEMA ATTUALE.
Nel 1943, a Seconda guerra mondiale in corso, i rappresentanti di 44 Paesi si riunirono nella cittadina di Hot Springs, in Virginia (Usa): si decise di dar vita a un organismo internazionale dedicato all’agricoltura e al cibo. La memoria della grande
depressione degli anni Trenta del Novecento e la gestione di eccessi alimentari o di carestie rendevano necessario il coordinamento internazionale in un settore cruciale per la futura pace: dare risposte alle nazioni senza cibo e lottare a livello internazionale contro la fame.
Era necessario modernizzare le tecniche agricole in modo da favorire, ove possibile,
l’autosufficienza alimentare. È così che nasce la Fao, Food and Agriculture Organization, agenzia specializzata dell’Onu, nata nel 1945, e dal 1951 a Roma. L’approdo nella capitale italiana derivò dalla proposta del governo italiano (1949) di trasferire il quartier generale da Washington a Roma, offrendo gli edifici progettati nel 1938 dal regime fascista per il Ministero per l’Africa italiana.
A 80 anni dalla nascita, in un quadro di crisi del multilateralismo, e dell’Onu in particolare, la Fao conserva il suo valore: la fame non è sparita dal nostro pianeta, e le numerose crisi ne mantengono attuale la missione. Inoltre è un foro internazionale qualificato per affrontare i problemi, come quello delle coltivazioni di piante genetica- mente modificate, che richiedono regole e controllo.

ORGANISMI
Assemblea Generale: Organo principale e più rappresentativo, composto da tutti gli Stati membri.
Consiglio di Sicurezza: Ha il compito di mantenere la pace e la sicurezza internazionali.
Segretariato: L’organo amministrativo dell’ONU, guidato dal Segretario Generale.
Consiglio Economico e Sociale (ECOSOC): Si occupa del coordinamento delle attività economiche e sociali.
Consiglio di Amministrazione Fiduciaria: Sospeso le sue attività nel 1994.
Corte Internazionale di Giustizia: L’organo giudiziario principale che risolve le dispute tra Stati.
Agenzie specializzate, fondi e programmi (esempi)
UNICEF: Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia.
OMS: Organizzazione Mondiale della Sanità.
FAO: Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura.
UNHCR: Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati.
UNESCO: Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura.
UNDP: Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo.
PAM: Programma Alimentare Mondiale.
*(ndr)

 

07 – TERESA BARONE*: LEGGE DI BILANCIO 2026. MANOVRA: FUMATA NERA SU LAVORO E PENSIONI.

SCARSI GLI ESITI DELL’INCONTRO TRA GOVERNO E SINDACATI SUI CONTENUTI DELLA LEGGE DI BILANCIO 2026: NULLA DI FATTO IN MATERIA DI PENSIONI E SALARI.
Si è concluso con un nulla di fatto l’incontro tra il Governo e le organizzazioni sindacali sulla Legge di Bilancio 2026. L’unica nota positiva è che nella Manovra del prossimo anno ci sarà spazio per il taglio dell’aliquota IRPEF al 33% per i redditi fino a 50mila euro e per concedere maggiori risorse alla sanità, mentre le richieste avanzate dai sindacati (CGIL, UIL, CISL, UGL e CONFSAL) in tema di salari e pensioni sono rimaste per la maggior parte insoddisfatte. manovra 2026
Lavoro: le richieste sindacali per la Legge di Bilancio 2026
Diversamente dalle anticipazioni di stampa dei giorni scorsi, a quanto pare non ci sarà la detassazione degli aumenti contrattuali, sebbene potrebbero esserci novità in merito alla contrattazione di secondo livello.
FUMATA NERA ANCHE IN MATERIA DI PENSIONI E PER LA RICHIESTA DI SOSTENERE LA SPESA ENERGETICA A CARICO DELLE FAMIGLIE TAGLIANDO LE BOLLETTE.
Il Ministro Giancarlo Giorgetti ha ribadito la priorità del Governo: ridurre il debito, su cui pesa l’eredità del Super bonus (?) – la colpa è sempre degli altri -, ma anche uscire anticipatamente dalla procedura d’infrazione UE raggiungendo un livello di deficit non superiore al 3% del PIL. La Manovra 2026, quindi, avrà un plafond pari a non oltre 16 miliardi di euro
*(Fonte: PMI.it – Teresa Barone giornalista)

 

08 – Geraldina Colotti*: LATINOAMERICA. LA RUBRICA MENSILE DI PAGINE ESTERI – AMERICA LATINA, IN EVIDENZA. CUBA IN AFRICA PER L’INCONTRO DEL MNOAL.

Il ministro degli Esteri cubano, Bruno Rodríguez, ha iniziato un viaggio in Togo, Benin, Etiopia e Uganda con l’obiettivo di rafforzare i legami con i paesi africani e partecipare a una riunione Ministeriale di Medio Termine del Movimento dei Paesi Non Allineati (MNOAL), che si terrà a Kampala (Uganda), il 16 ottobre. Il Mnoal è la seconda più grande organizzazione internazionale intergovernativa al mondo, dopo le Nazioni Unite.

Nato ufficialmente nel 1961 a Belgrado, in piena Guerra Fredda, su iniziativa di leader come Tito e Nasser, il Mnoal oggi conta circa 120 Stati membri, rappresentando oltre i due terzi di tutti i paesi del mondo, più numerosi osservatori. I suoi obiettivi includono la promozione del multilateralismo, lo sviluppo sostenibile, l’uguaglianza economica e sociale, la lotta alla povertà e la riforma del processo decisionale internazionale (come il Consiglio di Sicurezza dell’ONU). La presidenza del Movimento è a rotazione e cambia ogni tre anni e attualmente è detenuta dall’Uganda.

“Uno spazio importante per rafforzare l’unità e i principi di sovranità, pace e sviluppo tra le nazioni che ne fanno parte – ha detto Rodríguez -, aree in cui Cuba è stata un attore impegnato sin dalla fondazione del Movimento”. Cuba – ha aggiunto – “ha mantenuto uno storico scambio accademico e sanitario con l’Africa, lasciando un’eredità significativa nella formazione di risorse umane e nella cooperazione medica, il che rappresenta un esempio di alleanza fruttuosa per affrontare sfide comuni”. Secondo i dati del Ministero della Sanità Pubblica dell’isola, a ottobre 2024, un totale di 3.633 collaboratori – tra cui 2.354 medici – prestavano servizio in 27 nazioni africane, il 50% dei Paesi del continente.

Cuba ha anche espresso la sua profonda preoccupazione e il suo rifiuto per la decisione imposta dal governo degli Stati uniti alla Repubblica Dominicana di escludere tre paesi – Cuba, Venezuela, e il Nicaragua – dal X Vertice delle Americhe, che si terrà il 4 e 5 dicembre a Punta Cana. L’unità e la difesa della Nostra America – ha detto il ministero degli Esteri cubano – passano per un Vertice emisferico senza esclusioni.

Con l’esclusione di vari paesi, si consoliderebbe invece “l’involuzione storica di questo sistema di vertici e renderebbe impossibile uno scambio rispettoso e produttivo dell’America Latina e dei Caraibi con la potenza imperialista che torna a usare la politica delle cannoniere e la Dottrina Monroe contro la nostra regione”. Se questa decisione dovesse persistere – ha detto ancora Cuba – prevarrà la subordinazione e la sottomissione al vicino vorace ed espansionista, che minaccia la pace, la sicurezza e la stabilità regionali: in aperta sfida al Proclama dell’America Latina e dei Caraibi come Zona di Pace e comunità di Stati indipendenti e sovrani in esercizio della libera determinazione, in unità basata sulla diversità.

Il 28 e 29 ottobre, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite discuterà il rapporto Necessità di porre fine al blocco economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti d’America contro Cuba, già presentato alla stampa. Il documento evidenzia che il danno in questa fase ammonta a oltre 7.556 milioni di dollari (MDD) che, rispetto al rapporto del periodo precedente, è aumentato del 49%, a causa dell’inasprimento delle misure volte a soffocare l’economia del paese.

Si sottolinea inoltre che a ciò si aggiunge la politica migratoria motivata dal governo degli Stati uniti, la quale ha accentuato i flussi migratori da Cuba, sfociando, in un calcolo obiettivo, nella perdita di personale qualificato e forza lavoro del paese, quantificata in 2.570 MDD.
Il deterioramento accumulato in queste oltre sei decadi di blocco è quantificato in 170.677 MDD, che “al valore dell’oro, per evitare le fluttuazioni del dollaro nella Banca Centrale, è equivalente a 2.103.000 MDD (due trilioni e centotré miliardi di dollari)”. Cosa avrebbe potuto fare Cuba, “al di là di quanto di buono è stato fatto in questi 60 anni, con questa cifra esorbitante, per un’economia piccola come la nostra? – ha denunciato il ministro Rodríguez, precisando che, se non ci fosse stato il bloqueo, nell’ultimo anno il Prodotto Interno Lordo di Cuba sarebbe cresciuto del 9,2%, una delle crescite più alte dell’emisfero.

IL PERÙ DI NUOVO IN “VACANCIA”
L’ex Presidente del Congresso peruviano, il deputato José Jerí di Somos Perú, ha giurato come nuovo capo di Stato. Il Congresso della Repubblica ha destituito Dina Boluarte dalla carica di presidente, invocando come principale motivazione la causa di incapacità morale permanente. È stato, quindi, nuovamente attivato il dispositivo giuridico de la “vacancia” (destituzione), un meccanismo costituzionale assai controverso e utilizzato dalla borghesia per regolare i conti fra le diverse fazioni, in lotta per il controllo dell’apparato statale: il principale strumento per l’accumulazione di capitale, attraverso concezioni minerarie, grandi appalti, eccetera.

La frequente destituzione dei presidenti (“vacancia”) è il meccanismo che la fazione dominante (il Congresso, storicamente più legato agli interessi dell’oligarchia finanziaria e mineraria) usa per riaffermare la propria egemonia sull’Esecutivo. In nove anni, sette presidenti sono stati disarcionati mediante la “vacancia”. L’ultimo, Pedro Castillo, il maestro rurale non legato alle cerchie di potere dominanti, è ancora in carcere, prima destituito per “incapacità morale”, poi accusato di pesanti reati.

Ora, con la destituzione di Boluarte e in conformità con l’articolo 115 della Costituzione, si attiva la linea di successione presidenziale. Essendo vacanti le cariche di primo e secondo vicepresidente, l’incarico di Capo dello Stato ricade immediatamente sul Presidente del Congresso, il deputato José Jerí. L’assunzione dell’incarico da parte di Jerí Oré avviene dopo che era stata presentata una mozione di sfiducia contro l’Ufficio di Presidenza del Congresso, ma non sono stati raggiunti i voti necessari per l’approvazione di tale richiesta. La gestione di Jerí Oré si è caratterizzata per un allineamento politico con le forze predominanti del Parlamento e per diverse controversie che hanno motivato indagini fiscali a suo carico.

Il suo voto come deputato fu a favore della destituzione presidenziale di Pedro Castillo nel dicembre 2022. In seguito, ha mostrato un marcato sostegno all’attuale Esecutivo, venendo segnalato come uno dei parlamentari che hanno appoggiato l’archiviazione delle indagini fiscali contro la presidente Dina Boluarte. È stato anche al centro di indagini penali, per sospetta violenza sessuale in complicità di un altro uomo.

L’assemblea plenaria del Congresso ha dibattuto fino a tarda notte quattro mozioni di destituzione promosse da diverse forze politiche che accusavano Boluarte di essere stata incapace di frenare l’ondata di sicariato, estorsioni e violenza criminale che colpisce le regioni del nord e del sud del Paese. La presidente era stata convocata per esercitare la sua difesa davanti al Parlamento, ma, conoscendo dall’interno i meccanismi della “vacancia”, non è intervenuta né ha inviato un rappresentante. Chi di “vacancia” colpisce…

Il processo è stato promosso da schieramenti che fino a pochi mesi fa sostenevano la sua permanenza, tra cui Fuerza Popular, Alianza para el Progreso, Renovación Popular, Podemos Perú, Avanza País, Acción Popular e Somos Perú. L’incapacità di Boluarte era stata “tollerata” (il Congresso l’aveva “blindata” sette volte) finché la “usurpadora” era tornata utile per schiacciare le proteste popolari del 2022-2023. Le forze conservatrici l’avevano lasciata al suo posto nonostante le indagini fiscali per i casi Rolex, chirurgia estetica e le morti durante le proteste. Ora, però, la votazione per destituirla ha superato ampiamente gli 87 voti richiesti dalla legge, segnando una rottura definitiva tra l’Esecutivo e le forze politiche che sostenevano il regime.

Nel testo della mozione si argomenta che Boluarte non ha adottato misure efficaci né politiche pubbliche chiare per frenare la criminalità, il che avrebbe configurato una condotta “omissiva” è bocciata dalla popolazione” (l’indice di gradimento di Bouluarte era già da tempo ai minimi termini). “La situazione di estorsione, sicariato e criminalità ha raggiunto livelli allarmanti”, segnala il documento approvato nell’emiciclo.

L’incapacità di Boluarte di stabilizzare il paese a fronte della crescente ondata di criminalità organizzata e di proteste popolari non garantiva la continuazione indisturbata dell’accumulazione capitalista indisturbata. E, infatti, dopo aver assunto la Presidenza della Repubblica, l’esponente di Somos Perú ha assicurato che dichiarerà guerra alla delinquenza. Al contempo, si è riferito alla “Generazione Z” e ha detto che “mostrerà loro che ci saranno cambiamenti nel paese”.

L’assunzione del potere da parte di figure allineate con il Congresso e la loro promessa di “cambiamenti” per calmare i giovani che protestano sono tentativi di canalizzare il malcontento sociale senza affrontare le radici economiche della crisi strutturale (sfruttamento e disuguaglianza), che muovono le ripetute crisi istituzionali, a colpi di “vacancia”.

CILE, NESSUNA GIUSTIZIA PER I MAPUCHE

Mentre l’America latina progressista ha celebrato la giornata della resistenza indigena, il 12 ottobre, nel Cile che si prepara alle elezioni del 16 novembre, cinque prigionieri politici Mapuche proseguono lo sciopero della fame iniziato l’8 settembre scorso, e denunciano il razzismo nel sistema giudiziario cileno. Protestano per le numerose irregolarità che hanno segnato il processo giudiziario contro di loro.

Si tratta del Caso Quilleco, in cui José Lienqueo, Oscar Cañupan, Roberto Garling, Bastián Llaitul e Axel Campos affrontano accuse pesanti, che non sono state debitamente provate, né tanto meno discusse in un tribunale in condizioni minime di giustizia. Dopo quasi due anni di custodia cautelare senza sentenza, i comuneros denunciano un sistema di criminalizzazione politica, discriminazione istituzionale e negazione dei diritti fondamentali, fra i quali: la negazione sistematica della presenza fisica degli imputati in aula, nonostante questo sia un diritto garantito dalla Costituzione cilena e dalla Convenzione 169 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL); la restrizione della partecipazione di familiari e autorità tradizionali Mapuche, in violazione al diritto a un giudizio pubblico e culturalmente pertinente.

Il processo, che era programmato per il 14 ottobre 2025, è stato arbitrariamente rinviato a febbraio 2026, una data che supera ampiamente il limite legale di due anni per mantenere una persona in custodia cautelare senza condanna.

Intanto, Karina Riquelme, l’avvocata della famiglia della difensora ambientale Mapuche Julia Chuñil, ha affermato che esiste un’intercettazione telefonica autorizzata in cui il proprietario della tenuta dove la donna è stata vista l’ultima volta rivela che fu “bruciata”. In una conferenza stampa, la parte querelante ha segnalato di aver avuto accesso alla registrazione attraverso la piattaforma della Procura in Linea, sistema dal quale, successivamente, ha denunciato di essere stata bloccata. Secondo la sua famiglia, Chuñil è stata vista l’ultima volta l’8 novembre 2024 nel settore Huichaco del comune di Máfil, Regione di Los Ríos, in circostanze sospette e dopo aver ricevuto molteplici minacce.

Sempre in Cile, è pronto per essere convertito in legge dall’Esecutivo il progetto – approvato dal Parlamento -, che introduce la qualificazione giuridica di “Assente per Scomparsa Forzata” e crea un registro speciale per queste persone, avanzando nell’approvazione di una misura attesa dai familiari delle vittime della dittatura e dalle organizzazioni per i diritti umani. Durante la sua discussione al Senato, sono state apportate modifiche al testo, eliminando la norma che conferiva alla Sottosegreteria dei Diritti Umani la facoltà di emettere risoluzioni di riconoscimento giuridico e ritirando il meccanismo standardizzato che regolava tale processo. A tal proposito, Jaime Gajardo, ministro dei Diritti Umani, ha indicato che “1.469 persone sono state vittime della sparizione forzata durante la dittatura militare e di quelle 1.496 persone abbiamo ancora 1.162 persone senza localizzare la loro sorte”.
*(Geraldina Colotti – Scrittrice nonché analista internazionale e direttrice della versione italiana di “Le Monde diplomatique”)

 

 

 

DICHIARAZIONE REDDITI 2025 | DAI IL 5X1000 A FILEF

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