n°39 – 04-10-25 – RASSEGNA DI NEWS NAZIONALI E INTERNAZIONALI

01 – Andrea Fabozzi: * L’umanità fuori dall’angolo. C’è una strada È un paese reattivo e vitale quello che sciopera in solidarietà con Gaza
02 – Giuliano Santoro*: Un movimento eclettico e spiazzante – Non si arresta La mobilitazione permanente di questi giorni e una nuova composizione in piazza. Non funzioneranno le operazioni egemoniche, ma occorre più organizzazione.
03 – Lorenzo D’Agostino*: Derisi, picchiati, senz’acqua. Due giorni in cella in Israele – Assalto nel buio Il racconto del collaboratore del Il Manifesto, Lorenzo D’Agostino, catturato sulla Sumud Flotilla.
04 – Andrea Carugati*: «Nelle carceri di Israele le scene di Bolzaneto (**)» Flotilla I quattro parlamentari di Pd, Avs e M5S rientrati in Italia: «Ci hanno chiamato terroristi, senza acqua e al gelo e privi di assistenza legale. Preoccupati per i 15 italiani ancora detenuti, serve una forte pressione diplomatica». «Meloni? Non ci ha neppure chiamati». La portavoce Delia annuncia due esposti alla procura di Roma per sequestro di persona.
05 – Sarà un mese particolarmente denso di appuntamenti europei quello di ottobre. (*)
06 – Trump impone nuovi dazi. Cina: stop acquisti soia Usa fino a revoca. Trump annuncia dazi dal 1° ottobre su farmaci al 100% (ma nella Ue resteranno al 15%), mobili da cucina e bagno al 50% e camion al 25%. La Cina è il maggiore acquirente mondiale di soia statunitense.
I punti chiave
07 – Barbara Weisz*: a – Le anticipazioni di Governo sulla Manovra 2026 nel DPFP . B – lavoro: le richieste sindacali per la legge di bilancio 2026.
08 – Paolo Rodari*: Il poverello di Assisi «riformista». Palazzo Chigi Nel suo intervento ad Assisi, Giorgia Meloni ha definito San Francesco «un riformatore, non un rivoluzionario». Una frase rassicurante, forse utile alla narrazione politica, ma storicamente e spiritualmente discutibile.
(Ndr, quando il potere usa i santi tempi duri si prospettano al paese)
09 – Andrea Carugati*: Meloni usa San Francesco: «UOMO DI PACE MAI ESTREMISTA» LA PREMIER CONTESTATA CHIEDE DI «CAPIRE LE RAGIONI DEGLI ALTRI». POI ATTACCA LE PIAZZE PER GAZA.
10 – Silvio Messinetti*: Calabria, morire in attesa dell’ambulanza – Sanità Serafino Congi e Carlotta La Croce, due casi che hanno scosso la regione. Il governatore uscente (ricandidato) evita il tema ma le procure indagano:
11 – Paolo Di Marco *: Kirk, bufale e boomerang. Ci risiamo! Continuano a prenderci per idioti…
12 – Roberto Ciccarelli*: Non solo generale, ma generalizzato: è di nuovo sciopero

 

 

01 – Andrea Fabozzi: * L’UMANITÀ FUORI DALL’ANGOLO. C’È UNA STRADA È UN PAESE REATTIVO E VITALE QUELLO CHE SCIOPERA IN SOLIDARIETÀ CON GAZA

Sì, è vero, non può essere un corteo a duemila e più chilometri da Gaza, per quanto immenso, a interrompere il genocidio che lì si consuma da due anni. Ma proprio perché sono passati due anni, sappiamo che senza il protagonismo dei cittadini, senza una sollevazione forte ed evidente delle opinioni pubbliche mondiali la pulizia etnica dei palestinesi continuerà identica a se stessa. E resterà aperto quel baratro nel quale sta cadendo un bel pezzo della nostra umanità, non solo la Palestina.
I governi, in prima fila il nostro, lasciano fare il «lavoro sporco» a Netanyahu. Con le azioni – continuano lo scambio civile e militare con Israele, scelgono di non riconoscere lo stato di Palestina – e le omissioni – non interrompono gli accordi di collaborazione, restano acquiescenti persino di fronte all’arresto illegale e alla tortura dei connazionali imbarcati sulla Flotilla (e fortuna che il nostro Lorenzo D’Agostino ora può raccontarlo). Dunque cittadine e cittadini restano l’unica speranza per imporre una svolta, fosse anche solo per l’opportunismo dei governanti. E se questa speranza nel nostro paese ha tardato a manifestarsi più che altrove, adesso conquista l’attenzione del mondo. Per giorni ha riempito le piazze in un crescendo, una mobilitazione permanente di cui da decenni si erano perse le tracce, fino al corteo di ieri di Roma. Ma corteo non rende l’idea di quanto la città sia stata invasa, anche fuori dai percorsi programmati, da centinaia e centinaia di migliaia di persone arrivate da ovunque. Una massa con le dimensioni di quelle che cambiano, se non ancora la storia, certamente la prospettiva con cui guardare alla cronaca.
È un paese reattivo e vitale quello che sciopera in solidarietà, che non si stanca di scendere in strada, che riempie le facciate di bandiere della Palestina. Non ce la fa (più) a voltarsi dall’altra parte e non accetta che un colossale tradimento dell’umanità possa continuare così a lungo in suo nome o con la sua distrazione.
E non è l’importanza della giornata di ieri – e di tutte le precedenti giornate dal 22 di settembre – a sfuggire al governo, al contrario è il governo che fugge dalla realtà provando a raccontare le piazze come adunate di violenti. Gonfiare qualche stupido episodio che vale quanto quelli di una domenica allo stadio (benché frutto di una rabbia assai più leggibile) è il solito scontato tentativo di nascondere, con l’aiuto dell’informazione amica, la portata di una manifestazione che evidentemente fa paura.
Ed è giusto che faccia paura al governo. Perché le strade stracolme di Roma dimostrano come Meloni si trovi adesso in un angolo lontanissimo dal sentimento popolare. Dove si è messa da sola. La modalità unica che la premier ha di reagire a qualsiasi fatto non combaci con la sua propaganda, lo sperimentato vittimismo aggressivo, è clamorosamente inadatta quando si tratta di affrontare l’immenso orrore di Gaza che tutti vedono. Nessuno può credere veramente che i milioni di persone che in questi giorni hanno manifestato lo abbiano fatto per avere un giorno in più di vacanza o che in fondo «se ne fregano» dei palestinesi o della sorte della Flotilla, perché sono solo estremisti e violenti. Prigioniera ormai di questo inverosimile racconto, Meloni non può più tentare di riposizionarsi. Per cui se il movimento durerà non è difficile prevedere che la metterà seriamente in difficoltà.
Dopo la giornata di ieri proprio questo bisogna chiedersi, quanto a lungo sarà in campo questa mobilitazione. Servirà tempo per capirlo, ma intanto Roma ha dimostrato che la bandiera della Palestina sventola per tanto altro oltre alla tenace volontà di restare umani di fronte al genocidio. C’è un destino apparecchiato di sopraffazione, riarmo, guerra e devastazione ambientale. Ma c’è anche un’altra strada.
*(Fonte: Il Manifesto – Andrea Fabozzi – Cronista parlamentare, al manifesto dal 2001, insegnante di giornalismo a Unisob dal 2010. È direttore del manifesto dal 2023.)

02 – Giuliano Santoro*: UN MOVIMENTO ECLETTICO E SPIAZZANTE – NON SI ARRESTA LA MOBILITAZIONE PERMANENTE DI QUESTI GIORNI E UNA NUOVA COMPOSIZIONE IN PIAZZA. NON FUNZIONERANNO LE OPERAZIONI EGEMONICHE, MA OCCORRE PIÙ ORGANIZZAZIONE.

Più di due milioni di persone in piazza, i flussi produttivi bloccati, l’agenda politica costretta a inseguire. Lo sciopero generale, parola quasi vintage che consideravamo legata al mito novecentesco, ritrova senso in una giornata di inizio autunno che contiene diverse indicazioni, più di qualche promessa e alcune domande aperte. Si farà, come è inevitabile e giusto che sia, un bilancio di questo movimento per Gaza e la Flotilla, delle sue forme organizzative, delle scelte estetiche, della composizione di classe e delle componenti generazionali. La verità è che questi livelli si intrecciano ora più che mai, perché è difficile discernere tra collocazione produttiva e attitudine comunicativa, tra dati anagrafici e metodi di coordinamento.
OGNI MOVIMENTO ha un suo rapporto col tempo e col passato. L’altro giorno, ad esempio, parlando in conferenza stampa alla camera, lo storico esponente dei Cobas Vincenzo Miliucci si è trovato assieme a Guido Lutrario di Usb e a Maurizio Landini della Cgil a parlare di questo sciopero generale. Di per sé la fotografia rappresentava un evento. Ma bisognava ascoltarlo, Miliucci. Bisognava sentire uno che viene da via dei Volsci, che ha visto da vicino gli attentati dinamitardi filoisraeliani a Radio Onda Rossa (era il 1982) e vissuto gli alti e bassi dell’appoggio alla causa palestinese, citare il socialista Gino Giugni sul diritto di sciopero e papa Bergoglio sulla terza guerra mondiale a pezzi. Ciò serve a capire la natura eclettica di queste giornate. Ulteriore segnale: se fai notare a uno dei giovanissimi che gli eredi di quelli che mezzo secolo fa cacciarono Lama dalla Sapienza hanno fatto uno sciopero generale con i discendenti di Lama, questo ti guarda come se stai parlando delle guerre puniche. Tuttavia, chi ha i capelli bianchi, chi c’era fin dalla prima intifada, constata con soddisfazione che dopo anni le piazze sono finalmente piene perché i giovani sovrastano i vecchi.
A PROPOSITO di generazioni che si accavallano, nel tentativo di trovare un precedente in molti richiamano alle mobilitazioni contro la guerra in Vietnam. Le analogie sono suggestive, a partire dall’incontro tra lavoratori e studenti attorno a un tema legato alla solidarietà internazionalista. C’è però una differenza sostanziale, che introduce un altro elemento utile a capire cosa accade. Il Vietnam suscitava entusiasmi perché la vittoria era percepita, cosa che effettivamente accadde, come a portata di mano. In questo caso, ci si batte per una causa che parrebbe perduta in partenza. Se la bandiera del Vietnam era il simbolo della rivoluzione che contagiava l’intero pianeta, quella della Palestina è il simbolo delle vittime che cercano disperatamente di sopravvivere. La sumud, la persistenza tenace, non è la ricerca del grande balzo in avanti che interrompe il corso lineare della storia. È la tignosa affermazione della vita e della lotta. Collocata nei contesti metropolitani, nella prospettiva no future dei figli della generazione precaria resi ancora più precari dal collasso climatico e dalla guerra, questa tenacia indica una strada: la mobilitazione permanente e i cortei che si succedono senza sosta che avevamo visto nelle lotte francesi degli scorsi anni.
IN ITALIA la temporalità delle piazze è storicamente scandita dalla forma «corteo nazionale», oggetto di attesa spasmodica e appuntamento ciclico nel corso del quale regolare i conti e misurare i rapporti di forza. Invece, le piazze di cui parliamo, i quattro giorni di mobilitazione, sono luoghi da abitare in forma quasi permanente, luoghi del conflitto e della convivialità. Le maree che invadono le città le avevamo viste di recente con le fiammate del movimento transfemminista Non una di meno o con l’insorgenza ambientalista dei Friday for future. Qui tuttavia coesistono le tante anime e l’unità di intenti, le articolazioni delle sigle e il macro-contenitore: diverse soggettività sotto una bandiera. Che ha scoperto man mano di avere un nemico nel governo Meloni, destinatario di slogan crescenti. L’esecutivo fino a poche settimane fa era percepito come il comprimario del villain, il piccoletto in cattiva fede che sghignazza accanto al cattivo più grosso. La presidente del consiglio sarebbe rimasta in quella posizione di comodo se non avesse tirato fuori antichi traumi della destra contro i movimenti di massa, per dileggiare e lanciare segnali di disprezzo a milioni di italiani. Non è difficile capire il motivo: in poco tempo l’equipaggio di terra della Flotilla ha rianimato lo strumento dello sciopero, spazzato via le paure generate dal decreto sicurezza, messo in difensiva Meloni sul terreno della politica estera, quello sul quale si sentiva più sicura.
PER RIEMPIRE l’interminabile vuoto dei movimenti italiani c’è voluto un collante che è costituito da un fattore complesso, sfuggente, ma decisivo: la credibilità. Ci voleva un esempio pratico, 400 uomini donne da ogni parte del mondo su 40 barche in mezzo al mare, per costruire una cornice che tenesse insieme la goccia che scava nella vita quotidiana dell’everyday politics e la potenza degli scenari globali. È una dimensione tipica delle lotte single issue ma capace di inglobare tantissime vertenze. Qui si colloca un movimento plurale che non può essere mortificato da tentativi egemonici. E che tuttavia ha la necessità di non illudersi che basti la spontanea indignazione per tenere botta nei prossimi tempi.
*(Giuliano Santoro –giornalista, è arrivato al manifesto occupandosi di politica al tempo della crisi della rappresentanza.)

 

03 – Lorenzo D’Agostino*: DERISI, PICCHIATI, SENZ’ACQUA. DUE GIORNI IN CELLA IN ISRAELE – ASSALTO NEL BUIO IL RACCONTO DEL COLLABORATORE DEL IL MANIFESTO, LORENZO D’AGOSTINO, CATTURATO SULLA SUMUD FLOTILLA.
SIAMO STATI INTERCETTATI ALLE 1.58 DI GIOVEDÌ. SULLA MIA BARCA, LA HIO, PARTE DELLA MISSIONE DELLA GLOBAL SUMUD FLOTILLA, SONO SALITI CINQUE SOLDATI ISRAELIANI, I MITRA SPIANATI CON I LASER PUNTATI SU DI NOI. UN MESE ESATTO DOPO LA PARTENZA DA BARCELLONA.
A bordo i militari ci hanno consentito di andare in bagno e di mangiare, di bere e di fumare. Hanno dirottato la barca verso il porto di Ashdod. Siamo rimasti attraccati al molo un paio d’ore. Prima di farci scendere, un soldato ha voluto parlare con il nostro capitano: «My friend, my friend, listen to me, questa ti piacerà: quando i nani proiettano ombre lunghe vuol dire che il sole è basso». È l’ultima cosa che ci ha detto.
MENTRE SCENDEVAMO, ho sentito qualcuno dalle altre barche della missione gridare: la polizia sarà peggio. Ho toccato piede a terra e, senza nemmeno rendermi conto, un agente mi ha preso il braccio e me lo ha girato dietro la schiena, per farmi più male possibile. Poi ci hanno fatto mettere seduti sul pavimento, su una spianata di cemento.

GRETA THUNBERG È STATA AVVOLTA NELLA BANDIERA ISRAELIANA, COME FOSSE UN TROFEO DI GUERRA. L’HANNO MESSA SEDUTA IN UN ANGOLO, GLI AGENTI LA CIRCONDAVANO E SI SCATTAVANO SELFIE
È lì che hanno raccolto tutti. Poco prima di me, era scesa Greta Thunberg. Una ragazza di ventidue anni, una donna coraggiosa. L’hanno avvolta nella bandiera israeliana, come fosse un trofeo di guerra. L’hanno messa seduta in un angolo, un poliziotto le diceva che quello lì era uno «special place for a special girl». Altri agenti le si sono messi intorno e si sono scattati dei selfie con Greta costretta dentro la bandiera.
Poi si sono accaniti contro un’altra ragazza, Hanan. L’hanno obbligata a sedersi davanti alla bandiera israeliana, perché la guardasse. Hanno preso a calci le persone, ci hanno ordinato di piegare la testa, guardare a terra, chi alzava lo sguardo veniva messo in ginocchio. Un attivista più anziano si è urinato addosso. Qualsiasi oggetto richiamasse la Palestina veniva strappato via, preso, buttato a terra e calpestato. Hanno strappato a tutti i braccialetti ai polsi. Una ragazza è stata trascinata a terra perché il braccialetto non si rompeva. Non era nemmeno la bandiera palestinese, era quella somala.
SONO RIMASTO sul cemento un paio d’ore, altri molto di più, cinque o sei ore. Hanno chiesto i passaporti degli italiani e ci hanno fatto passare dal controllo immigrazione. Lì mi hanno aperto lo zaino: tutto quello che richiamava la Palestina, veniva preso e buttato nella spazzatura. Nella mia borsa hanno trovato anche una copia del Corano e sono impazziti, come in un cortocircuito: si sono convinti che fossi di fede musulmana e per due ore ogni poliziotto che mi passava davanti mi derideva.
Nella trousse, hanno trovato delle salviette umide di colore rosa e mi hanno detto «sei una femmina», ridevano, si davano pacche sulle spalle. Dopo il controllo di frontiera, ci hanno fatto spogliare, lasciandoci addosso solo le mutande. Abbiamo subito due interrogatori, soltanto in uno dei due era presente un’avvocata. Ci hanno chiesto se volessimo essere deportati, e alla fine l’annuncio: si va in galera. È lì che è arrivato Itamar Ben Gvir, il ministro della sicurezza nazionale di Israele. Ci stava aspettando ad Ashdod per assicurarsi che fossimo trattati come terroristi perché pensava che lo fossimo.
Ce lo ha urlato, che siamo dei terroristi. Ce l’avevo proprio davanti. Di fronte a lui gli agenti israeliani hanno voluto mostrarsi feroci: ci hanno messo una benda sugli occhi e le fascette di plastica ai polsi, strettissime.
CI HANNO FATTO salire su un blindato, con addosso solo una maglietta leggera: l’aria condizionata era accesa al massimo, era davvero freddo. Nel nostro blindato, c’era un ragazzo scozzese, è riuscito a liberarsi delle fascette e con l’aiuto di un italiano, Marco, le ha allentate a tutti. Quando abbiamo visto i compagni scendere dagli altri blindati, avevano le mani viola. Alcuni le fascette le avevano addosso fin dall’intercettazione: si sono fatti tutto il viaggio verso il carcere con le mani legate. Dalle due del mattino alle quattro del pomeriggio.
LA PRIMA NOTTE non ci hanno permesso di dormire: venivano a svegliarci e ci facevano alzare tutti in piedi, oppure usavano gli altoparlanti. La seconda notte ci hanno fatto cambiare le celle. Non ci hanno mai dato acqua minerale, c’era soltanto l’acqua del rubinetto, usciva caldissima. Abbiamo protestato, sbattuto sulle porte di ferro, gridato «Palestina libera», cantato «Bella Ciao».
Nella seconda cella con me c’era il vice ministro degli esteri turco dell’epoca di Ahmet Davutoglu. Aveva il braccio rotto, era gonfio. Si è fasciato da solo perché non gli hanno dato né fasce né antidolorifici. Le medicine non le hanno date a nessuno, nemmeno a un uomo che soffriva di epilessia. Abbiamo protestato, chiesto un medico. Il secondo giorno è arrivata l’assistenza consolare: la console italiana ci ha chiesto se avessimo subito abusi e ci ha detto che, se avessimo firmato la deportazione, ci avrebbero rimandato in Italia il giorno dopo.
Molti si sono convinti a firmare ma non so cosa sia successo a chi non lo ha fatto, ci sono ancora quindici italiani in cella. Io ho firmato: era un documento in cui accettavo di rinunciare al processo e di essere deportato entro settantadue ore. Nessuna ammissione di colpevolezza.
HANNO CONDOTTO nuovi interrogatori. A farci domande era un giudice, senza avvocato. Lo abbiamo chiesto, un legale, hanno risposto che non era necessario, era solo una chiacchierata. Siamo comunque rimasti in silenzio. Io ho soltanto detto di essere un giornalista, nell’esercizio della mia professione, e che non avrei parlato di altro senza un avvocato o assistenza consolare. Mi hanno chiesto perché volessi andare a Gaza, se non sapessi che esisteva un blocco su Gaza. Ad altri hanno fatto altre domande più «politiche», chiedevano dei Fratelli musulmani.
La notte successiva le guardie sono state più violente. La console italiana era andata via da poco, era venuta a raccogliere altre «firme» per la deportazione, quando sono arrivate le forze speciali. Hanno spalancato le celle, ci hanno puntato i fucili addosso con i laser e hanno fatto l’appello. In alcune celle gli hanno aizzato contro i cani. In una cella hanno trovato una scritta, «Palestine»: l’avevano lasciata i detenuti usando dei pezzetti di peperone avanzato e l’acqua del rubinetto. Per cancellarla, i poliziotti hanno lanciato secchiate di varechina, la notte i prigionieri hanno dormito con i materassi impregnati.
QUELLA NOTTE, per rappresaglia, hanno ridistribuito le celle, eravamo in dieci, siamo diventati quindici, così che non ci fosse posto per tutti. Abbiamo girato i materassi per poter poggiarci sopra tutti la testa. Nella mia cella c’erano Maso Notarianni e un consigliere del Partito democratico della Lombardia, Paolo Romano.
Ho avuto la sensazione di trovarmi in un luogo davvero barbaro e speravo davvero che questa barbarie finisse presto.
Ieri mattina, molto presto, ci hanno svegliato e ci hanno caricato sullo stesso blindato del viaggio di andata. Immaginavamo ci stessero portando in aeroporto, ma spiavamo comunque i cartelli dalle fessure del blindato, temevamo ci potessero trasferire in un altro centro di detenzione.
IL VIAGGIO è durato tre ore, era caldissimo, non si respirava. Abbiamo chiesto dell’acqua, ci hanno detto che ormai eravamo quasi a destinazione. In aeroporto, a Eliat. Ci hanno messo su un aereo, destinazione Istanbul. Lì ci hanno accolto festosi, una propaganda in stile Erdogan: una parlamentare del suo partito ci ha accolto con vestiti nuovi, scarpe per tutti e kefieh. In tarda serata siamo saliti sull’ultimo aereo, direzione Roma.
*(Fonte: Il Manifesto – Lorenzo D’Agostino – Giornalista investigativo specializzato in politiche di frontiera)

 

04 – Andrea Carugati*: «NELLE CARCERI DI ISRAELE LE SCENE DI BOLZANETO (**)» FLOTILLA I QUATTRO PARLAMENTARI DI PD, AVS E M5S RIENTRATI IN ITALIA: «CI HANNO CHIAMATO TERRORISTI, SENZA ACQUA E AL GELO E PRIVI DI ASSISTENZA LEGALE. PREOCCUPATI PER I 15 ITALIANI ANCORA DETENUTI, SERVE UNA FORTE PRESSIONE DIPLOMATICA». «MELONI? NON CI HA NEPPURE CHIAMATI». LA PORTAVOCE DELIA ANNUNCIA DUE ESPOSTI ALLA PROCURA DI ROMA PER SEQUESTRO DI PERSONA.
I Stanchi, impauriti, ma combattivi. I quattro parlamentari italiani della Flotilla si presentano in conferenza stampa con un pensiero fisso: i compagni ancora detenuti nelle carceri israeliane, fuori da ogni diritto (una quindicina dopo il rientro di 26 ieri notte). «Il nostro appello è a rilasciare tutti i connazionali detenuti. La pressione diplomatica deve essere molto forte», dice Arturo Scotto del Pd. Lo ripetono anche gli altri tre, la dem Annalisa Corrado, Benedetta Scuderi di Avs e Paolo Croatti del M5S.
Raccontano le ore passate nelle mani della polizia di Ben Gvir come un incubo, «ci hanno trattato come pacchi postali, nessuno ci ha dato spiegazioni, nessuna possibilità di comunicare con l’esterno, abbiamo avuto difficoltà anche ad avere acqua o l’accesso ai servizi igienici». Ma ammettono che il loro racconto è incompleto, quasi un’autocensura: «Ci sono altri ancora detenuti». Scotto spiega le ragioni della prudenza: «La polizia israeliana è Ben Gvir e la deriva di quel paese è cilena. Alcune scene che abbiamo visto ricordano Bolzaneto, a Genova nel 2001, e i più vecchi tra di noi lo ricordano bene».
La portavoce italiana del Global Movement to Gaza, Maria Elena Delia, ha annunciato due esposti alla procura di Roma da parte della Flotilla: il primo per il sequestro degli attivisti, il secondo per l’attacco subito in acque internazionali circa una settimana fa. «Gli attivisti sono stati detenuti illegalmente senza alcuna base giuridica, prelevati dalla Marina militare israeliana senza che avessero commesso alcun reato. Sono stati sequestrati, non arrestati perché l’arresto presuppone un’ipotesi di reato. In prigione sono stati negati i diritti basilari di difesa e la fornitura di beni e servizi fondamentali». Per Delia il trattamento subìto è l’occasione per denunciare «quello che accade da anni ai palestinesi che vengono arrestati e detenuti per anni subendo trattamenti disumani».
«Siamo arrivati a 35 miglia da Gaza e non era scontato», dice Scotto. «Quelle miglia non abbiamo potuto percorrerle perché i governio europei nion hanno fatto una vera pressione su Netanyahu». «Meloni dice che avremmo interferito sul piano di pace? La menzogna più grave. Lo spiraglio di pace è figlio della mobilitazione di milioni di persone nel mondo, non certo dei governi. E un premier non può sindacare sull’attività dei parlamentari».

I quattro raccontano gli interrogatori, i medicinali buttati, i cellulari e le carte di credito sequestrate. «Non abbiamo potuto decidere nulla, neppure il fatto di essere rispediti per primi in Italia», racconta Corrado. «Abbiamo solo ottenuto, dopo un video in cui dicevamo di stare bene, che venisse portata dell’acqua agli altri della Flotilla». Niente sonno, gli attivisti sono stati sballottati da un furgone all’altro, tenuti al gelo dell’aria condizionata «senza poter avere neppure una maglia», racconta Scuderi. «Israele sta venendo meno a qualsiasi forma di stato di diritto», l’accusa. «Perché il governo italiano tolleri questa situazione va chiesto a Meloni: la premier dandoci degli irresponsabili ha messo in pericolo la nostra incolumità».
«Attorno a noi c’erano sempre almeno 40 persone armate», dice Corrado. «Ci hanno chiamato terroristi e ci hanno minacciato», spiega Croatti, «sole le piazze ci hanno protetto». Il personale dell’ambasciata italiana si è palesato all’aeroporto, poco prima del volo di rientro. Poi gli insulti dei cittadini israeliani nello scalo e durante il volo verso Roma. «Ci facevano il dito medio, ci insultavano», dice Corrado. «Ma gli assistenti di volo ci hanno portato dei taralli e qualcuno, in aereo, ha detto agli altri di smetterla». Quanto agli aiuti sulle barche, «sono stati sequestrati dai militari, non abbiamo idea di dove siano finiti». Dopo il rientro, la premier non li ha chiamati. «Crosetto però è sempre stato in contatto con noi e lo ringraziamo», dice Scotto.
*(Fonte: Il Manifesto – Andrea Carugati – Giornalista professionista, fotografo, autore di libri, produttore cinema e tv. Ho lavorato per ANSA per oltre vent’anni in qualità prima di redattore.)
**(Bolzaneto è un quartiere di Genova, storicamente noto per essere stato al centro di un grave evento di violenza e maltrattamento ai danni di manifestanti durante il G8 del 2001, avvenuto nella caserma dei Carabinieri locale. Questo evento è tristemente noto come lo “Stato di reclusione a Bolzaneto” e ha portato alla condanna di alcuni pubblici ufficiali. Governo di destra)

05 – SARÀ UN MESE PARTICOLARMENTE DENSO DI APPUNTAMENTI EUROPEI QUELLO DI OTTOBRE. (*)
Al di là delle elezioni nazionali previste in Olanda e in Repubblica Ceca, le prossime settimane saranno segnate da due vertici europei e da due mozioni di sfiducia nei confronti della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. L’establishment europeo è drammaticamente in bilico tra la consapevolezza di quanto l’Unione sia ormai indispensabile in un mondo in grave sconvolgimento e la perdurante tentazione di perseguire la via nazionale, spesso ritenuta più semplice e più rassicurante.
Nel vertice di mercoledì a Copenaghen, i capi di Stato e di governo discuteranno di difesa, e in concreto del nuovo muro anti-droni diventato urgente mentre non passa quasi giorno senza che velivoli manovrati da terra o da nave sorvolino pericolosamente il territorio comunitario. C’è chi crede che la nuova barriera si presti a una collaborazione tra i Ventisette, tenuto conto che lo spazio aereo è senza confini e quindi bene comune.
La vulnerabilità dei Paesi membri presi singolarmente salta agli occhi e potrebbe indurre a nuova unità. In ultima analisi, maggiore coesione tra i Ventisette potrebbe forse aiutare la stessa presidente von der Leyen, la cui gestione è criticata insistentemente e da più parti.
(*) ndr

 

06 – TRUMP IMPONE NUOVI DAZI. CINA: STOP ACQUISTI SOIA USA FINO A REVOCA. TRUMP ANNUNCIA DAZI DAL 1° OTTOBRE SU FARMACI AL 100% (MA NELLA UE RESTERANNO AL 15%), MOBILI DA CUCINA E BAGNO AL 50% E CAMION AL 25%. LA CINA È IL MAGGIORE ACQUIRENTE MONDIALE DI SOIA STATUNITENSE.
I punti chiave
UE: «SU FARMACI LIMITE 15% A DAZI È POLIZZA ASSICURATIVA»
LE TARIFFE FARMACEUTICHE AL 100% NON SI APPLICHERANNO A UE E GIAPPONE
CINA SOSPENDE ACQUISTI SOIA USA FINO A REVOCA DAZI
Nuova raffica di dazi annunciati dal presidente Usa Donald Trump, in vigore dal primo ottobre. Scatteranno dazi al 50% per i mobili da cucina, da bagno e prodotti correlati. La decisione è stata presa, sostiene Trump, perché gli Stati Uniti sono «inondati da questi prodotti che arrivano da altri paesi. È ingiusto e dobbiamo proteggere, per motivi di sicurezza nazionale, il processo manifatturiero».
Colpiti anche i farmaci: «Imporremo dazi al 100% su qualsiasi prodotto farmaceutico di marca o brevettato, a meno che un’azienda non stia costruendo il proprio stabilimento di produzione farmaceutica in America», annuncia il presidente Usa sul suo social Truth, precisando che «la costruzione sarà definita come un cantiere in fase di avvio e/o di costruzione. Pertanto, non ci saranno dazi su questi prodotti farmaceutici se la costruzione è iniziata».

TERZA MISURA DECISA DAL PRESIDENTE USA: DAZI AL 25% SULLE IMPORTAZIONI DI CAMION PESANTI NEGLI STATI UNITI LA DECISIONE È DETTATA DALLA NECESSITÀ DI PROTEGGERE I «NOSTRI PRODUTTORI», SCRIVE SEMPRE SU
UE: «SU FARMACI LIMITE 15% A DAZI È POLIZZA ASSICURATIVA»
«Il limite tariffario globale del 15% per le esportazioni dell’Ue» inserito nell’accordo quadro su prodotti farmaceutici, legname e semiconduttori «rappresenta una polizza assicurativa che garantisce agli operatori economici Ue che non saranno applicate tariffe più elevate. L’Ue e gli Stati Uniti continuano a impegnarsi per attuare gli impegni assunti nella dichiarazione congiunta, esplorando al contempo ulteriori settori per le esenzioni e una più ampia cooperazione», sottolinea il portavoce della Commissione Ue Olof Gill, commentando l’annuncio di Trump sui nuovi farmaci nel caso in cui la produzione non avvenga in Usa.

LE TARIFFE FARMACEUTICHE AL 100% NON SI APPLICHERANNO A UE E GIAPPONE
Poco dopo il commento Ue è arrivata la conferma da parte di un funzionario della Casa Bianca: i nuovi dazi sulle importazioni di prodotti farmaceutici imposti dal presidente Donald Trump non si applicheranno ai paesi con accordi negoziati con gli Stati Uniti che contengono disposizioni sui farmaci, garantendo il sollievo promesso a economie come l’Unione Europea e il Giappone.
Secondo i termini dell’accordo quadro, i dazi sui prodotti farmaceutici provenienti dall’UE saranno limitati al 15%, ha affermato il funzionario. Anche ai farmaci giapponesi verrà applicata la tariffa stabilita nel patto, ha aggiunto il funzionario. In dettaglio, nella dichiarazione congiunta USA-Giappone si afferma che le aliquote tariffarie americane sui farmaci e sui semiconduttori giapponesi non dovrebbero superare quelle applicate ad altri paesi, tra cui l’UE.
Trump ha dichiarato giovedì che gli Stati Uniti imporranno una tariffa del 100% “su qualsiasi prodotto farmaceutico di marca o brevettato, a meno che una società NON COSTRUISCA il proprio impianto di produzione farmaceutica in America,” definita come “in fase di avvio e/o in costruzione.” Non verrà applicata alcuna tariffa “se la costruzione è iniziata”, ha scritto il presidente sui social media.
L’annuncio improvviso non includeva altri dettagli, lasciando alcune capitali straniere a chiedersi se i loro accordi con Washington si applicassero ancora alle nuove tariffe farmaceutiche. Se un’azienda annuncia che costruirà uno stabilimento negli Stati Uniti, i suoi prodotti saranno esentati mentre il Dipartimento del Commercio esamina l’annuncio e conduce un processo di approvazione, ha affermato il funzionario.
Recentemente l’amministrazione Trump ha adottato altre misure per attuare l’intesa commerciale dell’UE. All’inizio di questa settimana, gli Stati Uniti hanno tagliato i dazi sulle auto al 15%, passando dal 25% in su rispetto alle tariffe esistenti.

CINA SOSPENDE ACQUISTI SOIA USA FINO A REVOCA DAZI
Gli Stati Uniti dovrebbero revocare i dazi “irragionevoli” e creare le condizioni per un maggiore commercio bilaterale, ha dichiarato il ministero del Commercio cinese ai media americani, per consentire a Pechino di riprendere gli acquisti di soia dagli Stati Uniti.
Dopo la ritirata della coalizione occidentale nel 2021 e il ritorno del Talebani al potere, l’Afghanistan sembra tornato al Medioevo, mentre i segni e le rovine della lunga guerra sono dappertutto. In…
“Per quanto riguarda il commercio di soia, gli Stati Uniti dovrebbero adottare misure proattive per rimuovere i dazi doganali irragionevoli, creare le condizioni per espandere il commercio bilaterale e infondere maggiore stabilità e certezza nello sviluppo economico globale”, ha dichiarato il portavoce del ministero, He Yadong. La Cina è il maggiore acquirente mondiale di soia statunitense.

 

07 – Barbara Weisz*: A – LE ANTICIPAZIONI DI GOVERNO SULLA MANOVRA 2026 NEL DPFP . B – LAVORO: LE RICHIESTE SINDACALI PER LA LEGGE DI BILANCIO 2026.

A – CON IL DPFB DIVENTANO UFFICIALI I NUMERI PER IMPOSTARE LA MANOVRA 2026 E NEL COMMENTO DEL MEF SI DELINEANO LE PRIME MISURE DI SOSTEGNO A FAMIGLIE E IMPRESE.

Il ministero dell’Economia fornisce i primi dettagli ufficiali sul modo in cui il Governo sta predisponendo la Manovra 2026, dopo l’approvazione del Documento programmatico di finanza pubblica, che non presenta sorprese rispetto alle anticipazioni: taglio delle tasse al ceto medio, eventualmente altri interventi a sostegno del reddito dei lavoratori, misure di stimolo agli investimenti delle imprese, strumenti di conciliazione vita-lavoro, rifinanziamento del fondo sanitario nazionale.
Il dato più positivo è quello relativo al deficit, che nel 2025 torna al 3% delineando uno scenario
d’uscita dalla procedura europea per disavanzo eccessivo. Quello invece meno confortante riguarda la crescita rivista al ribasso di un decimo di punto sia per quest’anno (+0,5%) sia per il 2026 (+0,7%). (?)
Non si attende quindi un impatto particolarmente espansivo delle misure che saranno inserite in questa Legge di Bilancio, che pure promette di fare passi avanti sulla riforma fiscale riducendo le tasse al ceto medio e contenendo – come anticipato dal MEF – nuovi incentivi anche per le imprese.

Indice
1. IL DOCUMENTO DI FINANZA PUBBLICA DEL MEF
2. LE MISURE FISCALI ATTESE IN MANOVRA 2026
3. LE NOVITÀ 2026 PER IL LAVORO E LE IMPRESE
4. I PRIMI STANZIAMENTI CERTI

IL DOCUMENTO DI FINANZA PUBBLICA DEL MEF
Crescita economica: le nuove stime e l’impatto sulla Manovra 20262 ottobre 2025.
Vediamo innanzitutto i numeri contenuti nel documento approvato dal Consiglio dei Ministri. Quest’anno, come detto, crescita dello 0,5% e deficit al 3%, che è il tetto massimo previsto dalle regole comunitarie. Nel 2026, incremento del prodotto interno loro pari allo 0,7% e deficit al 2,8%. La curva della crescita resta debole nei due anni successivo, con incrementi limitati a un decimo di punto: +0,8% nel 2027 e +0,9% nel 2028. Il deficit invece nel 2028 si porta al 2,3% del PIL, un livello sensibilmente al di sotto del 3% che rappresenta il limite del patto di stabilità europeo.
Sono numeri che indicano finanze pubbliche relativamente in salute e che, in mancanza di nuovi scossoni, dovrebbero produrre la fuoriuscita della procedura di infrazione UE, lasciando quindi maggiori margini di manovra in termini di politiche economiche. Su questo deciderà Bruxelles, nei primi mesi del 2026, quando analizzerà i bilanci dei paesi membri UE.

LE MISURE FISCALI ATTESE IN MANOVRA 2026
Sono anche i contorni all’interno dei quali il Governo si muoverà nel mettere a punto le misure da inserire in Legge di Bilancio. Ci sono ancora circa due settimane di tempo prima dell’ufficialità, visto che l’Esecutivo tendenzialmente approva la manovra intorno a metà ottobre. Le indicazioni fornite dal Mef si concentrano su misure che evidentemente si possono dare per certe.
Con la manovra si darà luogo a una ricomposizione del prelievo fiscale riducendo l’incidenza del carico sui redditi da lavoro.
Lo si legge nel comunicato stampa del Ministero dell’Economia e Finanze a margine dell’approvazione del DPFP.
Il pacchetto fiscale in Legge di Bilancio: Rottamazione, taglio IRPEF e aiuti alle famiglie2 ottobre 2025Il riferimento è con ogni probabilità attribuibile alla riduzione dell’aliquota fiscale, dal 35 al 33%, sul secondo scaglione IRPEF. Si era ipotizzato che questa misura potesse essere accompagnata da un allargamento della platea ricompresa in questo scaglione da 50mila fino a 60mila euro ma negli ultimi giorni questo secondo passaggio è diventato più incerto.
Non ci sono invece nuovi elementi sulle misure in tema di agevolazioni edilizie: qui le attese si concentrano sulla possibilità di prorogare l’aliquota al 50% sulle ristrutturazioni e sugli interventi di riqualificazione energetica della prima casa. Da sottolineare la mancanza di riferimenti nel comunicato ufficiale del MEF ad ipotesi di Rottamazione quinquies. Non significa necessariamente che il progetto sia stato accantonato, ma va ricordata la tradizionale prudenza del ministero dell’Economia Giancarlo Giorgetti su questo punto.
=> Taglio IRPEF e rottamazione in Manovra 2026: Giorgetti prudente

LE NOVITÀ 2026 PER IL LAVORO E LE IMPRESE
Le novità per il lavoro dipendente in Manovra 202630 settembre 2025.
Attese anche altre forme di sostegno ai redditi da lavoro dipendente. L’esecutivo Meloni conferma la volontà di proseguire nel percorso di sostegno della natalità e della conciliazione vita-lavoro. Sul primo fronte potrebbero esserci novità di carattere fiscale, sul secondo disposizioni in ambito welfare.
Saranno previste anche «specifiche misure volte a stimolare gli investimenti delle imprese e a garantirne la competitività». In questo capitolo della Manovra si attende la conferma dell‘IRES premiale introdotta in via sperimentale nel 2025 con la riduzione dell’aliquota dal 24 al 20% per le imprese che reinvestono gli utili, aumentano la base occupazionale e acquistano macchinari e software innovativi. La richiesta è che diventi strutturale e sia semplificata.
Molta attesa, infine, sulle scelte di Governo in materia di credito d’imposta per la digitalizzazione e la Transizione energetica (i cosiddetti Bonus 4.0 e 5.0) e sulle misure per ridurre il costo dell’energia per le imprese.
I primi stanziamenti certi
“Sul fronte della spesa, l’unica anticipazione ufficiale riguarda il rifinanziamento del Fondo Sanitario Nazionale. Confermato anche il programma di destinare alla Difesa lo 0,15% del PIL nel 2026, lo 0,3% nel 2027 e lo 0,5% nei due anni successivi con un percorso subordinato alla fuoriuscita dalla procedura per deficit eccessivi.” (ndr, stiamo entrando in una economia di guerra)

(B) – LAVORO: LE RICHIESTE SINDACALI PER LA LEGGE DI BILANCIO 2026

IN TEMA DI LAVORO, I SINDACATI CHIEDONO RINNOVI CONTRATTUALI, DEFISCALIZZAZIONE TREDICESIMA E SALARIO DI PRODUTTIVITÀ IN LEGGE DI BILANCIO 2026.
Sostegno al ceto medio, misure per il lavoro dipendente, stimoli fiscali per i rinnovi contrattuali: sono queste, in estrema sintesi, le richieste rivolte al Governo dalla segretaria generale Cisl, Daniela Fumarola, in vista della Manovra 2026.
Sui rinnovi, peraltro, è in corso un tavolo di lavoro che dovrebbe produrre una proposta condivisa le altre sigle confederali Cgil e Uil e Confindustria. In base alle varie dichiarazioni, sembra che le parti sociali siano relativamente d’accordo sulla richiesta di arrivare il prima possibile ad aggiornare tutti i contratti scaduti, prevedendo eventualmente strumenti legislativi di stimolo, come ad esempio una defiscalizzazione.

Vediamo tutto.
MISURE PER IL CETO MEDIO IN MANOVRA 2026
RINNOVI CONTRATTUALI
SICUREZZA SUL LAVORO

MISURE PER IL CETO MEDIO IN MANOVRA 2026
Le novità per il lavoro dipendente in Manovra 2026. In generale, Fumarola auspica «misure concrete su salari e pensioni, sanità pubblica, e un’attenzione particolare al sostegno alle famiglie, alle donne e ai giovani soprattutto al Sud». Una richiesta specifica riguarda invece le tredicesime, che secondo la Cisl vanno defiscalizzate. Anche questa è una misura allo studio dei tecnici dell’esecutivo, che stanno esplorando l’applicazione di aliquote ridotte sulla mensilità di dicembre e anche su altre voci della busta paga, come gli straordinari. In realtà però Fumarola chiede che la defiscalizzazione si applichi già alle tredicesime 2025. Analoga richiesta riguarda il salario di produttività, che però prevede già una tassazione separata agevolata al 5% fino al 2027.
Bene anche l’ipotesi di taglio IRPEF sul secondo scaglione, portando l’aliquota dal 35 al 33%, e di allargarlo ai redditi fino a 60mila euro. Qui ricordiamo che in realtà su quest’ultimo punto le attese si sono intiepidite, la mancanza di risorse finanziarie potrebbe portare alla riduzione dell’aliquota abbandonando invece l’ampliamento della platea.

RINNOVI CONTRATTUALI
Per quanto riguarda la contrattazione.
Cgil e Uil insistono invece in modo più mirato su quest’ultimo punto. Il segretario generale della Cgil Maurizio Landini chiede «un provvedimento che vede la defiscalizzazione degli aumenti dei contratti nazionali». Il numero uno della Uil Pier Paolo Bombardieri presenta richiesta analoga, «per consentire alle lavoratrici e ai lavoratori di recuperare il potere d’acquisto perso in tutti questi anni».
la Cisl si dichiara d’accordo con Confindustria (come al solito ndr) sul fatto che «aumentare la produttività significa redistribuirla sulle buste paga dei lavoratori, ma per farlo bisogna intervenire sulla contrattazione, quindi occorre rinnovare tutti i contratti pubblici e privati, agevolare soprattutto la contrattazione di secondo livello e prevedere delle defiscalizzazioni».

SICUREZZA SUL LAVORO
Infine, in materia di sicurezza sul lavoro, Fumarola chiede maggiori controlli, più ispettori, un piano formativo con un potente investimento, sanzioni severe per chi non rispetta le regole. «Bisogna creare quell’alleanza ampia tra imprese, sindacati e istituzioni perché si trovino i rimedi», sottolinea.
(Fonte: PMI.it – Barbara Weisz, Giornalista professionista, esperta di questioni economiche, politiche e finanziarie, collabora da anni con numerose testate on line, quotidiani e riviste)

 

08 – Paolo Rodari*: IL POVERELLO DI ASSISI «RIFORMISTA». PALAZZO CHIGI NEL SUO INTERVENTO AD ASSISI, GIORGIA MELONI HA DEFINITO SAN FRANCESCO «UN RIFORMATORE, NON UN RIVOLUZIONARIO». UNA FRASE RASSICURANTE, FORSE UTILE ALLA NARRAZIONE POLITICA, MA STORICAMENTE E SPIRITUALMENTE DISCUTIBILE.
(Ndr, quando il potere usa i santi tempi duri si prospettano al paese)

Nel suo intervento ad Assisi, Giorgia Meloni ha definito San Francesco «un riformatore, non un rivoluzionario». Una frase rassicurante, forse utile alla narrazione politica, ma storicamente e spiritualmente discutibile.
San Francesco fu tutto fuorché un semplice correttore del sistema. Rinunciò al nome, alla famiglia, ai beni, alle strutture ecclesiastiche del suo tempo.
Non volle adattare la Chiesa al Vangelo, ma riportarla al suo nucleo più puro e scandaloso: la povertà, la fraternità universale, l’amore radicale per il creato. Questo non è riformismo: è rivolta evangelica. E non solo. Nel pieno delle Crociate, salpò con una flottiglia verso il Medio Oriente per incontrare il Sultano d’Egitto, Malik al-Kamil.
Un gesto inaudito per l’epoca, che sfidava tanto l’odio religioso quanto le logiche di guerra. Non un atto di prudenza, ma una scelta profetica, radicale e profondamente rivoluzionaria. Fu talmente rivoluzionario che ancora oggi inquieta.
Perché la sua scelta disarma, spoglia, mette a disagio tanto il potere quanto il privilegio. Forse è proprio questo che rende necessario, di tanto in tanto, addomesticarlo a parole. Ma la storia – e il Vangelo – ricordano un’altra verità.
*(Paolo Rodari – Giornalista della Radiotelevisione della Svizzera italiana, ha iniziato al Riformista, poi al Foglio, quindi inviato a Repubblica)

 

09 – Andrea Carugati*: Meloni usa San Francesco: «UOMO DI PACE MAI ESTREMISTA» LA PREMIER CONTESTATA CHIEDE DI «CAPIRE LE RAGIONI DEGLI ALTRI». POI ATTACCA LE PIAZZE PER GAZA.

Giorgia Meloni arriva ad Assisi nel giorno di San Francesco con un ramoscello d’ulivo in mano.
MA NELLE SUE PAROLE SI INTRAVEDONO LA RABBIA E LA FRUSTRAZIONE PER IL SUCCESSO DELLE MANIFESTAZIONI PER GAZA, CHE LA INDICANO COME “COMPLICE» DEI CRIMINI DI NETANYAHU”.

NEL PRATO DAVANTI alla Basilica superiore sventolano bandiere palestinesi, una anche sulla statua del santo. Qualcuno la contesta appena inizia a parlare: «Ricordo che San Francesco insegnava anche il rispetto nell’ascolto, nel comprendersi, nel capire le ragioni degli altri», la replica della premier. «San Francesco non è stato un sognatore, ma un uomo di azione, non amava i compromessi, le mezze verità, i sotterfugi, è stato estremo ma non estremista», la stoccata rivolta alle opposizioni e alle piazze. E ancora: «Insegna che la pace non si materializza quando la si invoca ma quando si costruisce con impegno, pazienza e coraggio con la forza della responsabilità e l’efficacia della ragionevolezza.
Ci auguriamo che sia quello che accade in Palestina». Per la premier il piano Trump è «una luce di pace che squarcia la tenebra della guerra e dobbiamo fare tutti quanto nelle nostre possibilità perché questa preziosa e fragile opportunità abbia successo». Poi una excusatio non petita per l’atteggiamento fin troppo morbido verso il genocidio: «Sono fiera di quanto fatto dall’Italia, in prima linea per gli aiuti umanitari e interlocutore credibile per tutti gli attori coinvolti, senza cadere nella trappola della contrapposizione frontale che molti più per interesse che per convinzione invocavano».
Segue una spruzzata di tricolore sul patrono dell’Italia: «È una delle figure fondanti dell’identità italiana, ha incarnato la somma di quel genio che rende il nostro popolo un unicum apprezzato nel mondo». «È stato uomo di pace, dialogo e confronto. Ha portato il suo messaggio dove altri non avevano osato», prosegue Meloni. «Ci insegna che si deve tentare di parlare con tutti, avversari e nemici. Dove si esaurisce il dialogo e la pazienza della relazione col diverso, con chi non ti piace o non la pensa come te, è lì che germoglia il virus della guerra».

LA PRESIDENTE DELL’UMBRIA PROIETTI: «CHI SI RICONOSCE NEL SANTO RIPUDIA LA GUERRA»

CI PENSA FRATE MARCO Moroni, CUSTODE DEL CONVENTO DI ASSISI, A RICORDARE AI PRESENTI (CON MELONI C’È IL MINISTRO DELLA CULTURA GIULI) ALCUNI FONDAMENTALI DEL PENSIERO FRANCESCANO: «LA PACE NON SI COSTRUISCE QUANDO SI CONTINUANO A FABBRICARE E COMMERCIARE ARMI. FRANCESCO RICORDA CHE NASCE DAL DISARMARE IL CUORE E DAL DEPORRE LE ARMI, SCEGLIENDO VIE DI DIALOGO E RICONCILIAZIONE». «LA FRATERNITÀ DIVENTA REALE SOLO NELLA CONDIVISIONE CON I POVERI, CON CHI È FRAGILE E CON CHI CERCA ACCOGLIENZA», HA AGGIUNTO MORONI, RICORDANDO CHE «LA CUSTODIA DEL CREATO È RESPONSABILITÀ DI TUTTI, SINGOLI E GOVERNI, PER CONSEGNARE ALLE NUOVE GENERAZIONI UN MONDO ABITABILE».

«L’Italia, che si riconosce in San Francesco, è un popolo di pace che chiede la pace e che, come ricorda la nostra Costituzione, ripudia la guerra», le parole della presidente dell’Umbria Stefania Proietti, già sindaca di Assisi. «Negli ultimi giorni – ha detto ancora la presidente umbra – numerose manifestazioni di piazza hanno testimoniato la volontà delle persone di esprimere, in maniera pacifica, un forte appello alla non violenza.
Appelli che si rinnoveranno da questa stessa piazza il 12 ottobre con la Marcia della Pace Perugia-Assisi, che unisce il sentimento pacifista di San Francesco a quello di Aldo Capitini. Queste voci devono essere ascoltate e ciascuno, nella propria sfera di responsabilità, è chiamato a fare la sua parte».
LA PREMIER, COMMENTANDO la oceanica manifestazione di Roma per la Palestina, ha scelto di concentrarsi solo sul vandalismo ai danni della statua di Giovanni Paolo II alla stazione Termini (la scritta era «fascista di merda»): «Dicono di scendere in piazza per la pace, ma poi oltraggiano la memoria di un uomo che della pace è stato un vero difensore e costruttore. Un atto indegno commesso da persone obnubilate dall’ideologia».
*(Fonte: Il Manifesto – Andrea Carugati – Giornalista professionista, fotografo, autore di libri, produttore cinema e tv. Ho lavorato per ANSA per oltre vent’anni in qualità prima di redattore.

 

10 – Silvio Messinetti*: CALABRIA, MORIRE IN ATTESA DELL’AMBULANZA – SANITÀ SERAFINO CONGI E CARLOTTA LA CROCE, DUE CASI CHE HANNO SCOSSO LA REGIONE. IL GOVERNATORE USCENTE (RICANDIDATO) EVITA IL TEMA MA LE PROCURE INDAGANO:

SAN GIOVANNI IN FIORE (CS)
È in ferie, Serafino Congi. Si gode gli ultimi scampoli delle vacanze di natale nella sua casa di san Giovanni in Fiore. Fuori, i prati nevosi incorniciano il pranzo in famiglia. Una normale mattinata di quiete silana si trasforma in tragedia. È il 3 gennaio. Serafino ha un malore. Si sente soffocare, insiste con la moglie Caterina per andare al pronto soccorso del capoluogo dell’altipiano.

Insieme alle figlie di 7 e 10 anni, i coniugi Congi si recano al nosocomio. Malgrado i sintomi e la forte agitazione gli viene assegnato solo un codice giallo. Due ore dopo i responsabili del reparto dicono che ha un infarto in corso ma l’ambulanza per trasportarlo in ospedale non può partire perché non c’è neanche un medico. Dei sei in organico ne è presente soltanto uno. Ma è impegnato in un’altra emergenza. Il destino di Serafino è segnato.

Per ore rimane in corsia senza nessuno che si possa occupare di lui nè possa trasportarlo nell’ospedale più vicino. Niente medico, niente ambulanza. E niente elisoccorso. Deve attendere il mezzo del 118 partito dall’ospedale Annunziata di Cosenza. Quando arriva è ormai buio, sono le 18.15. Serafino spira in ambulanza alle 18.50. Aveva 48 anni. A queste latitudini la sopravvivenza delle persone dipende dal luogo di residenza. E il sistema dell’emergenza-urgenza non offre alcuna garanzia nelle aree montane di Calabria.

Dove la sanità è una lotteria e solo a ridosso delle elezioni il tema riprende una certa eco. Il 26 luglio c’è stato un nuovo caso: stavolta a morire di malasanità è stata una bambina. Aveva 12 anni, si chiamava Carlotta La Croce. Ha atteso per due ore l’arrivo dell’ambulanza per essere trasferita dall’ospedale di Soverato a quello di Catanzaro. Deceduta poco dopo il ricovero.

La Procura di Catanzaro ha aperto un fascicolo d’indagine per accertare eventuali responsabilità mediche e per chiarire se il ritardo nell’arrivo del mezzo abbia influito sul decesso. Secondo quanto ricostruito nella denuncia presentata dai familiari, la 12enne aveva accusato un malore mentre si trovava nei pressi delle giostre del paese, un dolore dorsale con irradiazione allo stomaco e perdita della sensibilità alle gambe.
Le prime cure erano state prestate all’ospedale soveratese. I medici avevano disposto il trasferimento a Catanzaro per eseguire ulteriori accertamenti. Tardando l’ambulanza ad arrivare, i genitori si erano resi disponibili a fare intervenire un mezzo privato a proprie spese ma la risposta è stata: si deve aspettare la vettura da Maida. L’autoambulanza è quindi arrivata ma dopo 2 ore dalla chiamata. Giunta all’ospedale del capoluogo, la bambina avrebbe manifestato prima difficoltà respiratorie. Poi avrebbe perso coscienza fino a morire.
Anche il caso di Serafino Congi è diventato un caso giudiziario. Ma prima di tutto è un caso politico: simbolo della sanità al collasso che l’opposizione ha brandito contro il presidente uscente ed ex commissario ad acta, Roberto Occhiuto (Fi), durante l’intera campagna elettorale. A nove mesi dalla morte, la moglie Caterina Perri chiede che l’Asp di Cosenza pubblichi i risultati dell’indagine interna. «Intollerabile – dice al manifesto – giustificarsi e trincerarsi dietro l’inchiesta della procura».
Sotto l’impulso della moglie è nata l’associazione “Siamo tutti Serafino nel segno di Antigone”. Anche la segretaria dem Schlein si è rivolta all’Asp di Cosenza durante il suo comizio davanti all’ospedale di san Giovanni in Fiore: «Sostenete la richiesta di verità e giustizia di questa donna, mettete in campo trasparenza per capire come è andata quest’indagine amministrativa che è stata annunciata da otto mesi e di cui ancora non si sa nulla, perché si spera di aspettare l’inchiesta penale. Queste famiglie meritano risposte adesso, e non un presidente di regione che su questo non ha messo la faccia per dire qualcosa».
Occhiuto non commenta. La sanità è il suo tallone d’Achille. Dice che arriveranno altri 500 medici cubani. «Il 70% delle ambulanze viaggia senza medici a bordo e gli interventi della struttura commissariale che avrebbero dovuto risolvere il problema risultano inadeguati.
Sessanta ambulanze, acquistate dall’Asp di Cosenza con procedura di gara diretta e senza passare per la piattaforma Consip, sono inutilizzate e abbandonate in parcheggi nella periferia della città – sottolinea Delio di Blasi, dirigente Cgil Funzione Pubblica -. Forse perchè, dopo che l’Asp aveva speso per l’acquisto dei 60 mezzi di soccorso oltre 11 milioni, la regione ha dovuto stanziarne altri 13 per dotarli delle apparecchiature indispensabili per poter gestire un’emergenza».
*(Silvio Messinetti (Crotone 1972), avvocato e mediattivista. È collaboratore de il manifesto dal 2008, scrive di ambiente, immigrazione, politica, mafie, .)

 

11 – Paolo Di Marco *: KIRK, BUFALE E BOOMERANG. CI RISIAMO! CONTINUANO A PRENDERCI PER IDIOTI…

1- La versione ufficiale-FBI- dell’assassinio di Kirk sembra un film di Ridolini: il colpevole dichiarato, Tyler Robinson, arriva in macchina sotto l’edificio perfetto per il tiro, parcheggia e sale sul tetto con un enorme Mauser, invisibile ma supposto infilato smontato nello zainetto di 40×50 (??). Sul tetto si cambia (!sic), monta il fucile col cacciavite, spara un colpo solo mortale su Kirk che è di fronte a lui a 150m, smonta il fucile col cacciavite- che però dimentica lì, si cambia di nuovo (?!serve a far tornare i conti con le telecamere), scende dal tetto col fucilone nello zainetto (sempre invisibile), corre in vista della gente parcheggiata, si infila in un boschetto dove lascia il fucile montato (?senza il cacciavite che era rimasto sul tetto, con su il suo DNA, ma con intorno uno straccio che ha sempre il suo DNA-ma non il fucile); riprende la macchina, guida 300 miglia, appena arrivato a casa confessa tutto sui social, dove scrive anche dichiarazioni d’amore strampalate a un suo amico, poi confessa tutto al padre -che viene dichiarato ex poliziotto ma invece è imprenditore edile; il padre lo consegna subito all’FBI e incassa la taglia da un milione.
E il colpevole è subito in prima pagina con l’FBI trionfante.
Possiamo pensare che questo pasticcio mal riuscito sia dovuto al fatto che il nuovo FBI di Patel sia pasticcione e incompetente come il suo direttore, ma conviene andare a vedere i fatti da vicino.

2- il primo dato è il colpo mortale: quello che si vede da tutte le riprese video è che sotto l’effetto del colpo Kirk ha un sussulto e poi si accascia sulla sinistra; il foro visibile è anch’esso sulla sinistra della gola (poco di fianco al pomo d’Adamo), grande come una monetina 10 cent; la fotocamera alle spalle di Kirk (recuperata da uno di Turning Point e mostrata a Candace Owens) non mostra alcuna traccia di sangue posteriormente.

L’FBI DICE CHE IL FORO È QUELLO DI ENTRATA DAL COLPO -L’UNICA SPIEGAZIONE COMPATIBILE COL TIRO FRONTALE E IL COLPEVOLE DICHIARATO. IL CORONER NON TROVA IL FORO D’USCITA. [1]
Il guaio è che tutti gli esperti di balistica su You Tube – dai cecchini dei Navy Seals ai cacciatori ai tiratori professionisti che conoscono il Mauser, di destra, di centro, anarchici (Marin, Vahalla, Range DayBro…) che siano – dicono tutti che la ricostruzione FBI è impossibile: quel Mauser 98, 30-06 è un fucile di origine militare (1a e 2a guerra, poi caccia) che spara colpi devastanti: un melone colpito da 150 metri esplode letteralmente, un cranio umano lo stesso, e se non prende le ossa spande profluvi di sangue e schegge; e quello che si vedrebbe sarebbe anche il corpo che per effetto dell’urto viene catapultato all’indietro.

IL RUMORE ANCHE SAREBBE BEN PIÙ FORTE DEL ‘POP’ SMORZATO CHE TUTTI SENTONO- ANCHE SE MOLTI LO SENTONO PASSARE SOPRA LA TESTA.
Il sussulto e l’accasciarsi alla sua sinistra sono solo compatibili con un colpo di un piccolo calibro (o rivoltella) proveniente dalla sua destra (e che colpisce l’orecchio poi scende alla gola).
Mazzucco (LuogoComune2) analizza nel video gli strani movimenti di 3 personaggi alla destra di Kirk prima e durante, e crede di individuare una pistola che fa fuoco da sotto l’ascella. Ma l’angolazione basso-alto torna male, anche rispetto al rumore, e anche per un professionista sarebbe un colpo di grande difficoltà.

QUELLO CHE IN OGNI CASO È INCONFUTABILE È CHE LA VERSIONE FBI NON REGGE, E IL SUO COLPEVOLE DICHIARATO È TOTALMENTE IMPROBABILE.
ANDREBBE ANCHE SOTTOLINEATO -COME CURIOSITÀ FORSE- COME NEI COMPLOTTI COI COLPEVOLI COSTRUITI A TAVOLINO IL FUCILE SIA SEMPRE EUROPEO: STAVOLTA UN MAUSER, PER KENNEDY UN CARCANO-MANNLICHER.

3- E col colpevole cade anche penosamente l’incriminazione della ‘sinistra’ per l’omicidio; dalla propaganda becera e opportunista delle nostre Angurie- mossa che una ‘sinistra’ con un minimo di palle potrebbe ora trasformare in un boomerang- fino alla messa al bando dell’antifascismo da parte di Trump: mossa per lui coerente ma giuridicamente demenziale.
Ma visto che di complotto si tratta: finto colpevole e FBI che racconta favole+assassino professionista (come dicono gli esperti citati) = complotto, sarebbe bello capire chi sono i mandanti.
Purtroppo qui le illazioni si sprecano ma i dati sono pochi. Da destra e da sinistra si punta molto il dito contro Israele, ma l’unico elemento plausibile che viene addotto sono le recenti timide critiche al genocidio ammesse nei recenti comizi…un po’ poco.
Preliminarmente però conviene mettere meglio a fuoco il personaggio: l’organizzazione di cui è stato fondatore ed efficace portavoce, Turning Point USA (punto di svolta), ha un bilancio di 80 milioni, alimentato da piccole donazioni ma anche da milionari; anonimi (e non, come il Fondo Bradley); l’organizzazione è molto vasta, con 1500 sedi in giro per le scuole degli USA e centinaia di migliaia di iscritti.
Kirk era la parte più visibile di un movimento che è qualcosa di nuovo per gli Stati Uniti: una formazione cristiana di base, radicata nelle scuole di tutti i livelli, politicizzata e socialmente impegnata (simile alla nostra Comunione e Liberazione d’antan), che sviluppa dalla base le battaglie della destra, dalla lotta all’aborto a quella ai vaccini.

È una gamba fondamentale del polipo della nuova destra, che si appoggia per le altre sugli evangelici (con i loro 30 milioni di voti per Trump), ma che sono ora movimento internazionale d’assalto in America latina (Bolsonaro e Milei frutti loro) come in Africa e Asia (in Corea hanno superato il buddismo come prima religione)) e poi sul Maga, coacervo socialmente disomogeneo ma ben unito ideologicamente e ormai anche blocco di potere. (Il fatto che – tradotto in termini nostrani – sia un mix tra Lega e FdI ci indica la presenza di meccanismi ormai simili di creazione del consenso).
Ma mentre Maga ed Evangelici sono uniti da un abbraccio diabolico ormai indissolubile (i pochi evangelici indipendenti o non di destra sono stati emarginati senza sforzo), Turning Point è un movimento indipendente che può seguire logiche autonome, soprattutto proiettato nel futuro; il che in certe situazioni poteva essere molto imbarazzante. Di più ora non sappiamo…tranne che questo pericolo è stato scongiurato.
*(Fonte: Sinistrainrete. Paolo Di Marco – è responsabile didattico e docente di diversi corsi all’interno del Master in Marketing&Sales, Master in Digital Marketing for T / EM, Master in Finanza,)

Nota
[1] Le indiscrezioni di un chirurgo vicino alla famiglia presente all’autopsia-la cui relazione sarà consegnata tra un mese privatamente- dicono tre cose:
– non c’è foro di uscita
– il proiettile è nel collo sotto la pelle
– le ossa di Kirk erano talmente dense da aver fermato un proiettile che avrebbe potuto uccidere quelli che gli stavano vicini
Qui siamo in pieno fumetto, con un Superman le cui ossa sono talmente forti da aver fermato un proiettile che viaggiava al doppio della velocità del suono e contemporaneamente talmente elastiche da averne assorbito l’urto.
Teniamo conto che i proiettili del Mauser 30-06 hanno un’energia all’uscita che varia tra i 2200 joule e i 3400 joule, col più leggero ‘scamiciato’ che all’ingresso si frammenta e distribuisce in giro la propria energia distruggendosi e distruggendo tutto il bersaglio (ma se l’han trovato non è questo), e quello più pesante incamiciato (full metal jacket) che ha una distruzione più mirata e un’energia cinetica maggiore-capace di spostare violentemente tutta la parte di bersaglio (testa o tronco) -ma dai video questo non succede per nulla.
Quindi siamo ancora in piena favolistica.’

 

12 – Albertina Sanchioni, Beatrice Sofia Urso*: La protesta invade tutte le piazze. «L’Italia sa da che parte stare»

Sono giorni di piazze piene da nord a sud: nel ricostruire quanto accade in Italia si fa prima a contare le città in cui non c’è stato un flash mob, un sit in, un corteo, un’occupazione. Ieri sciopero generale di sindacati di base, studenti e (a differenza del 22 settembre) anche della Cgil. Lo sviluppo delle manifestazioni non è stato dappertutto uguale: a Bologna il corteo ha attraversato le strade della città e ha poi occupato la A14 per quasi cinque ore. Lì le forze dell’ordine, in assetto antisommossa, hanno sparato lacrimogeni e hanno effettuato alcune cariche contro i manifestanti. Due persone sono state fermate durante gli scontri. Più di 150 mila partecipanti, che il Sindacato generale di base (Sgb) ha definito «una massa umana fatta di lavoratori, studenti, disoccupati, giovani, famiglie e anziani».
Blocco massiccio in tutta la città di Torino: la manifestazione principale è partita nella mattinata da piazza del Municipio, con più di 100 mila partecipanti. Il corteo si è poi diviso in tre per «bloccare la città in più punti». Lo spezzone in corso Francia si è fermato davanti alla sede di Leonardo, cercando di sfondare i cancelli dell’azienda. Gli agenti hanno tentato di disperdere la folla, ma il corteo è poi proseguito e si è ricongiunto agli altri spezzoni. Blocco riuscito alla sede Amazon di Brandizzo, vicino Torino. In tarda serata una nuova mobilitazione ha percorso le strade della città.

A Salerno nella mattina di ieri diversi manifestanti si sono diretti al varco di ponente del porto, con lo striscione «cacciamo il governo, complice del genocidio». Scontri con le forze dell’ordine di fronte ai cancelli della struttura. Un altro corteo composto da studenti e lavoratori si è svolto davanti alla prefettura e sul lungomare.
Operazione riuscita a Napoli: dopo il tentativo del giorno precedente, ieri il porto è stato occupato. Il corteo, all’altezza del varco Immacolatella, si è diviso: una parte si è diretta nella piazzola della nave Msc Edit II, proveniente da Haifa. I manifestanti hanno interdetto il traffico per qualche ora, bloccando la rampa d’accesso dell’A3 Napoli-Salerno.
L’occupazione delle superstrade è avvenuta anche in altre città: a Milano il corteo da Porta Venezia è proseguito fino a entrare in tangenziale est. La polizia ha utilizzato idranti e lacrimogeni contro la nutrita folla, che però non si è dispersa. L’occupazione delle carreggiate è continuata fin dopo le 17. I lacrimogeni sono stati usati anche a Padova contro i manifestanti che stavano cercando di rompere il cordone di sicurezza dell’interporto. I partecipanti hanno quindi arretrato e si sono sparsi nelle strade della città. La protesta è proseguita nel pomeriggio con un altro corteo: «Siamo quasi 40mila» racconta una manifestante. Anche nel resto della regione la partecipazione è stata consistente: a Venezia più di 30 mila attivisti sono confluiti sul Ponte della Libertà, bloccando l’unica strada che dalla terraferma porta alla laguna.
La mobilitazione è stata diffusa anche nel resto del paese. In Puglia cortei da Bari a Taranto, Lecce, Brindisi. A Brescia decine di migliaia di partecipanti e blocco della tangenziale.
Diverse migliaia di cittadini in piazza a Palermo. Manifestazioni anche a Messina, Trapani, Ragusa. A Catania 200 persone hanno invaso i binari della stazione centrale. «Il governo non può ignorare le piazze: siamo 150 mila in tutta l’isola», ha commentato Alfio Mannino, segretario generale Cgil Sicilia.
Soddisfazione anche in Sardegna: «Una delle manifestazioni più partecipate degli ultimi decenni». A Cagliari lungo corteo fino al consiglio regionale, dove è stata srotolata dall’ultimo piano una bandiera della Palestina. Poi un gruppo di manifestanti ha occupato i binari della stazione di Santa Gilla, traffico fermo anche sulla statale 195.
In Emilia Romagna cortei in quasi tutte le città: più di 200mila persone in piazza e grande adesione allo sciopero. In Toscana fiumi di persone: bloccato il traffico e l’interporto centrale della Toscana a Prato, mentre a Livorno il corteo ha occupato il porto. A Pisa la protesta è arrivata in aeroporto, con il blocco del traffico aereo per un breve periodo. A Firenze, dove l’università è occupata da giorni, sono scesi in piazza in 50 mila per un pacifico corteo unitario che ha riempito il capoluogo.
A Cosenza gli attivisti hanno bloccato le principali arterie cittadine, con una forte partecipazione studentesca e universitaria. «Non sono cresciuta nella mia terra perché – ha urlato dai microfoni Ahlam, una ragazza palestinese che vive in città – la mia famiglia è stata in parte sterminata e in parte costretta a scappare. Sono qui con voi per far sapere al mio popolo che sto lottando per la sua libertà ed esistenza».
A ovest, la Liguria si è mobilitata in massa, la sensibilità delle piazze è alta, visto che due ragazzi della Global Sumud Flotilla, ora fermati in Israele, sono originari proprio di queste zone. Diecimila in corteo a La Spezia, manifestazioni importanti anche a Savona e Imperia, 40mila a Genova, dove sono state bloccate per ore le stazioni ferroviarie di Principe e Sampierdarena.
*(Albertina Sanchioni, Giornalista freelance, svolgo la scuola di giornalismo Lelio Basso. Scrivo di migrazioni e diritti social – Beatrice Sofia Urso
Hanno collaborato Riccardo Bottazzo, Claudio Dionesalvi e Andrea Cegna.

 

12 – Roberto Ciccarelli*: NON SOLO GENERALE, MA GENERALIZZATO: È DI NUOVO SCIOPERO – CONTINUA UNA PRASSI CHE HA COINVOLTO ANCHE I DETENUTI DEL CARCERE DI BOLOGNA SALVINI E LA LEGA REAGISCONO E PROGETTANO L’ATTACCO A UN DIRITTO. LE DESTRE AL POTERE ACCUSANO IL COLPO E ANNUNCIANO INTERVENTI ANTI-COSTITUZIONALI
Non solo generale, ma uno sciopero generalizzato. Quest’ultima espressione è stata ripetuta ieri nei cortei che hanno unito un vasto e inedito fronte sindacale, da quello di base alla Cgil, con la potenza di un movimento diffuso che chiede la liberazione degli attivisti della Global Sumud Flotilla rapiti da Israele e contro il genocidio a Gaza. Per capire il significato di «sciopero generalizzato» bisogna raccontare quello dei detenuti del carcere bolognese della Dozza che lavorano per «Fare Imprese in Dozza», un’azienda interna all’istituto detentivo. Ieri hanno deciso di aderire allo sciopero generale.
«PER NOI RECLUSI andare a lavorare è un momento di libertà dal contesto carcerario in cui viviamo – hanno scritto in una lettera letta dal segretario della Camera del Lavoro di Bologna Michele Bulgarelli – Rinunciamo a un giorno di libertà e al nostro stipendio. Questa decisione è stata presa per manifestare tutta la nostra indignazione per il genocidio tutt’ora in atto e per supportare le persone della Flotilla arrestate con l’unica colpa di essere ambasciatori d’umanità. Questo è il minimo che possiamo fare per poter ringraziare tutti quei cittadini che ogni giorno si battono per i diritti dei detenuti».
LA PRESA DI POSIZIONE dei detenuti bolognesi restituisce la straordinaria intensità di una mobilitazione che mescola forme antiche e nuove, quelle di uno sciopero generale che riguarda i lavoratori salariati e quella generalizzata che interessa altre attività che stanno tra il lavoro e il non lavoro, anche nei luoghi della contenzione. Questo nuovo tipo di sciopero, il secondo in poco più di dieci giorni, va dunque osservato in due modi: a partire dai dati sulle adesioni alla protesta nei luoghi di lavoro e anche dalle stime su chi ha partecipato ai più dei 100 cortei da Nord a Sud: si dice due milioni di persone.

LO SCIOPERO – sostiene la Cgil – ha ricevuto un’adesione media del 60% dei lavoratori salariati nel settore pubblico e, soprattutto, in quello privato. Secondo la Fiom l’adesione alla protesta nelle fabbriche è andata oltre l’80%. In Lombardia, ad esempio, la partecipazione allo sciopero contro un attacco all’ordine costituzionale italiano, e contro la violazione del diritto internazionale, ha raggiunto punte del 100% in aziende come la Cem di Mantova negli appalti delle biblioteche di Bergamo, dell’80% nei negozi Feltrinelli di Milano, così è stato anche nel commercio e nel terziario. Nelle costruzioni la partecipazione è stata fino al 70%. I lavoratori attivi nelle strutture della Cgil devolveranno le ore trattenute per lo sciopero, pari a 100 mila euro, a iniziative umanitarie per il popolo palestinese. Numeri più bassi nei trasporti, ma significativi. Per Usb ha aderito il 50% dei lavoratori delle Ferrovie Appulo-Lucane in Puglia. A Milano hanno chiuso due linee della metropolitana, la M1 e la M3. A Roma, secondo l’Atac, in mattinata ha aderito il 27,3%. Per la Filt Cgil, a Napoli ha scioperato il 38% del personale dell’Atm. Nella scuola, l’adesione sarebbe stata solo del 7,43%, mentre per la Flc Cgil la partecipazione nelle piazze dei docenti, e soprattutto degli studenti, è stata «straordinaria». La sede romana dell’Istat è rimasta chiusa per l’adesione totale dei dipendenti allo sciopero.

LE FREDDE CIFRE, e le sterili contese sulla loro interpretazione, non riescono tuttavia a restituire il significato politico di una giornata come quella di ieri. Per paradosso, tale significato può essere colto dalla violenza della reazione del governo e, in particolare della Lega, prima con il vicepremier ministro dei trasporti Salvini e poi il sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon. Dopo avere compreso che lo sciopero, generale e generalizzato, ha spazzato via d’un colpo le contestate valutazioni della Commissione di «garanzia» degli scioperi, tra l’altro strumentalizzata dal governo, Salvini e Durigon hanno confermato l’intenzione di attaccare il diritto di sciopero con la proposta anti-costituzionale di imporre una specie di «cauzione» a chi organizza proteste e manifestazioni.

DUE SONO LE IDEE che percorrono il risentimento leghista: quella del «Chi rompe, paga» e quella di una «riforma sugli scioperi» al fine di renderli ancora più difficili da organizzare. Il collante tra la prima e la seconda idea è stato fornito dal vile riferimento a una «speculazione politica sulle vittime a Gaza». Argomentazione usata per occultare le responsabilità del governo, e la sua complicità, con il genocidio perpetrato da Israele. Uno degli argomenti più diffusi nei cortei di ieri. Anche il ministro della P.a. Paolo Zangrillo, come del resto il governo e la maggioranza, ieri hanno cercato inutilmente di isolare Maurizio Landini e la Cgil dalla pluralità irrappresentabile del movimento. «Non avevo mai visto nella mia vita rappresentanti dello Stato minacciare i cittadini se esercitano un diritto sancito dalla giustizia – ha risposto Landini – Chi sciopera dovrebbe essere invece ringraziato perché sta tenendo alto l’onore del paese».
La redazione consiglia:
Lo sciopero è politico come dice l’art. 40 della Costituzione

ESSERE CONTRO IL GENOCIDIO e contro il governo Meloni. Questo è il binomio indigesto per le destre. Lo hanno rivelato ieri sia il ministro dell’industria Urso che il presidente del Senato La Russa. Sono tutte reazioni che attestano una difficoltà, a cominciare dagli insulti di Meloni. Ciò che si teme è il coagulo della potenza del movimento pro-Gaza con l’opposizione sociale e quella sindacale. Oggi è un’eccezione, ma questa potrebbe essere una risorsa per le prossime settimane. Va registrato un dato politico. Il «decreto sicurezza», pilastro del melonismo, è inapplicabile quando nelle piazze, e sulle tangenziali, c’è un rapporto di forza di massa.
*(Roberto Ciccarelli (Bari, 1973). Filosofo e giornalista, scrive per «il manifesto».)

 

 

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