n°38 – 27/09/25 – RASSEGNA DI NEWS NAZIONALI E INTERNAZIONALI

00 – Andrea Fabozzi*: Tocca a loro ma ci riguarda – La flotta continua Più che appelli, serve protezione a chi è in mare.
01 – Fabrizio Rostelli*: Roger Waters, al cuore – Intervista esclusiva Il musicista inglese, storico componente dei Pink Floyd, interviene sulla Palestina, sulla Flotilla e sulla fase politica che stiamo attraversando
02 – Marina Catucci*: Davanti all’aula vuota Netanyahu mente e accusa mezzo mondo. Terra rimossa Decine di funzionari e ambasciatori lasciano l’Assemblea Onu all’arrivo del premier israeliano. Lui: «State premiando Hamas»
03 – Barbara Weisz*: Legge di Bilancio al via: il calendario 2026 e le prime misure
04 – Roberto Ciccarelli*: a – sulla pelle dei poveri: la manovra parte dai tagli ai sussidi e dalla spesa militare. b – più poveri al lavoro: in Italia ci sono i salari più bassi del g20.
05 – Vincenzo Imperitura*: La Corte dei Conti boccia il Ponte sullo Stretto – Calabria Il Cipess ha 20 giorni per rispondere ai rilievi procedurali e tecnici. Dubbi anche sui costi.
06 – Patrick Zaki*: Crepe su Camp David, Il Cairo non si fida degli Usa e teme l’espansione israeliana Egitto-Israele Alta tensione al confine. Egitto al bivio: non vuole lo scontro ma sa che ogni concessione non potrà che causarlo.

 

 

00 – Andrea Fabozzi*: TOCCA A LORO MA CI RIGUARDA – LA FLOTTA CONTINUA PIÙ CHE APPELLI, SERVE PROTEZIONE A CHI È IN MARE

LA GLOBAL SUMUD FLOTILLA NON È UNA SPEDIZIONE ITALIANA MA DI OLTRE QUARANTA PAESI. SOLO IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA ITALIANA SI È PERÒ RIVOLTO AGLI ATTIVISTI. IL MOTIVO?
LE PIAZZE DI LUNEDÌ SCORSO.
Nel nostro paese sono cresciuti solidarietà e appoggio alla causa dei palestinesi e adesso sono fortissimi. Sembrano destinati a durare. Anche grazie al coraggioso esempio della Flotilla, si è diffuso un movimento ampio, senza leadership riconoscibile, che preoccupa molto il nostro governo. Meloni, lo ha dimostrato anche l’altro giorno all’Onu, è tra le più schierate a copertura di Netanyahu.
Lo è talmente, schierata e preoccupata, da aver accusato una spedizione mondiale di essersi messa in mare solo per farle dispetto e crearle problemi. La risposta tanto netta e irrituale a questo delirio l’ha data proprio Mattarella, quando ieri ha elogiato il valore dell’iniziativa. A poche ore di distanza, la pesante smentita del Quirinale a palazzo Chigi va incassata come un (altro) successo politico del movimento. Altro che scampagnata di irresponsabili estremisti, come la racconta la destra.
Ma i pericoli sono reali. Il governo Netanyahu colpisce persino militari alleati e negoziatori, fa strage di innocenti da due anni, figurarsi se può avere scrupoli nel puntare imbarcazioni considerate nemiche. La minaccia dunque ha un nome, Israele, e va denunciata come tale: l’attacco a un’imbarcazione in acque internazionali sarebbe un (altro) atto di pirateria. Mentre la missione agisce nella piena legalità internazionale, Israele ne è già abbondantemente fuori. È a Israele che bisogna appellarsi, è Israele che bisogna fermare.
Da sempre e tanto più stavolta l’obiettivo della Flotilla va oltre la consegna di aiuti. È quello di denunciare il blocco e l’isolamento della Striscia di Gaza. Da vent’anni almeno è un blocco criminale che affama, adesso è un blocco genocida. A spezzarlo prova la Flotilla da sola, mentre i governi come il nostro collaborano con Israele. È per questo che le piazze riconoscono e sostengono la Global Sumud. Ed è per questo che quel consenso e quell’appoggio sono così importanti per tutto il movimento e vanno preservati. Più che appelli, serve protezione a chi è in mare. La decisione su come proseguire tocca a loro ma riguarda tutti noi.
*(Andrea Fabozzi – Cronista parlamentare, al manifesto dal 2001, insegnante di giornalismo a Unisob dal 2010. E’ direttore del manifesto dal 2023.)

 

01 – Fabrizio Rostelli*: Roger Waters, AL CUORE – INTERVISTA ESCLUSIVA IL MUSICISTA INGLESE, STORICO COMPONENTE DEI PINK FLOYD, INTERVIENE SULLA PALESTINA, SULLA FLOTILLA E SULLA FASE POLITICA CHE STIAMO ATTRAVERSANDO

Il suo ultimo tour «THIS IS NOT A DRILL» è forse la sintesi più alta e senza compromessi della sua creatività artistica e del suo impegno politico. Un concerto in cui l’estasi musicale accompagna il bombardamento visivo di immagini di denuncia sociale e di resistenza al capitalismo e al fascismo. «Se siete fra quelli che amano i Pink Floyd, ma non sopportano le prese di posizione politiche di Roger, potete andarvene a fanculo al bar», questo l’annuncio ad inizio concerto. Roger Waters ha la libertà di mirare al cuore, senza fronzoli. Da anni in prima fila per il sostegno al popolo palestinese, ha portato la guerra nei suoi show mostrando il video «collateral murder» nel mondo. Waters, da intellettuale, ha scelto di esporsi e prendere posizione. Dall’impegno nella campagna per la liberazione di Assange, al supporto delle comunità native contro l’oleodotto in Dakota, fino all’appello per la riapertura dell’ospedale calabrese di Cariati raccolto nel film sulla sanità pubblica C’era una volta in Italia di Greco e Melchiorre.

LA GLOBAL SUMUD FLOTILLA HA INIZIATO LA NAVIGAZIONE VERSO GAZA PER CONSEGNARE AIUTI UMANITARI. DIVERSE BARCHE SONO GIÀ STATE ATTACCATE DA DRONI PROBABILMENTE ISRAELIANI. COSA ACCADRÀ?
È molto improbabile che una qualsiasi delle imbarcazioni della flotilla riesca a consegnare cibo, latte per neonati e medicinali a Gaza, perché gli israeliani le intercetteranno tutte. Potrebbero anche uccidere qualcuno. Sai, non è accaduto nulla quando le forze speciali israeliane hanno ucciso tutte quelle persone sulla Mavi Marmara, la nave della Freedom Flotilla nel 2010. Probabilmente arresteranno tutti. Se fossero migliaia di imbarcazioni forse potrebbero riuscire a mettere in difficoltà Israele che in realtà è un paese molto piccolo. Non c’è modo di sapere cosa accadrà ma applaudo alla flotilla con tutto il cuore.

L’IMPATTO MEDIATICO DI QUESTA INIZIATIVA SULL’OPINIONE PUBBLICA È PIÙ IMPORTANTE DELLA MISSIONE IN SÉ?
Ogni giorno rimango sbalordito dal fatto che i nostri governi non abbiano fermato questo genocidio. Uno degli aspetti interessanti dello scenario che si è sviluppato negli ultimi 77 anni, è che ci sia voluto così tanto tempo prima che la gente anche solo pensasse a porre fine a tutto questo. Le ragioni sono complesse. Il modello che gli israeliani stanno usando per commettere un genocidio contro il popolo palestinese lo hanno inventato gli europei quando hanno scoperto come attraversare il mondo con grandi navi alla ricerca di pezzi di terra da rubare e di indigeni da uccidere e saccheggiare. Questo è esattamente ciò che sta facendo Israele in Palestina, ma è ciò che tutti i paesi potenti d’Europa fanno da centinaia di anni. Noi, per lo più europei bianchi, fingevamo che fosse giusto. Ciò che potrebbe essere una novità, e per questo la flotilla è importante, è che noi gente comune in tutto il mondo, il sud del mondo, stiamo iniziando a sviluppare una voce. Noi, le persone che sono sempre state vittime del colonialismo e dell’imperialismo, stiamo iniziando a parlare con i nostri cuori e le nostre menti. E la voce della ragione sta iniziando a farsi un po’ più forte. Sempre più persone stanno iniziando a dire: ‘ci preoccupiamo dei nostri fratelli e sorelle’ e in questo caso specifico, ovviamente, della difficile situazione in Palestina. Un popolo antico che ha vissuto in quella terra per migliaia di anni e che ora viene massacrato perché qualcun altro vuole la sua terra, i suoi ulivi, la sua acqua, il suo cielo. Per quanto tragico sia dover vivere questi tempi e convivere con così tanto dolore e agonia, potrebbe essere l’opportunità che la gente comune di tutto il mondo aspettava per prendere posizione contro queste manifestazioni di avidità fasciste, naziste – o come volete chiamarle – imperialiste, disumane, degradanti e disgustose, che stiamo osservando.

IL REPORT DI ALBANESE «DALL’ECONOMIA DELL’OCCUPAZIONE ALL’ECONOMIA DEL GENOCIDIO» IN QUALCHE MODO È ENTRATO NELLA TUA ULTIMA BALLATA, «SUMUD», CHE HAI DEDICATO AL POPOLO PALESTINESE. ANCHE NELLA TUA CANZONE SONO CITATE ALCUNE AZIENDE CHE STANNO TRAENDO PROFITTI DAL GENOCIDIO, COME PALANTIR, LOCKHEED, CHEVRON E EXXON. È QUESTO L’ASPETTO DI CUI PRENDERE COSCIENZA?
Gran parte della forza distruttiva della civiltà occidentale è generata dall’avidità e dalla convinzione filosofica che l’avidità sia una cosa positiva. È come l’idea economica neoliberista secondo cui il libero mercato in qualche modo ci rende liberi. Non lo fa, incoraggia la schiavitù salariale. L’unica cosa che interessa è il margine di profitto e c’è molto profitto in guerra. Come scrisse Butler nel suo opuscolo nel 1935: la guerra è un racket e da essa si possono ricavare enormi fortune. Questo è uno dei fattori, se non quello determinante, del perché viviamo in uno stato di guerra perpetua. La guerra è un ottimo modo per rubare soldi ai poveri e darli ai ricchi. È una sorta di meccanismo: tassi i poveri, o semplicemente li derubi, e dai i soldi ai ricchi. Ecco perché alla fine ci sono persone come Bezos, Musk, Zuckerberg e gli altri oligarchi che valgono centinaia di miliardi di dollari, mentre c’è gente che muore di fame, a volte a causa delle guerre create da persone così avide da non preoccuparsi delle carestie o di altre cose simili. Tutto ciò che gli interessa è riempirsi le tasche. E il loro sistema di propaganda è così potente che riescono a persuadere la gente comune che non è ricca, che non fa parte dell’oligarchia, che non guadagna soldi dalla guerra, che è un buon sistema e che dovrebbe essere sostenuto. Viviamo in tempi molto difficili e grazie al cielo abbiamo persone come Francesca Albanese che lottano per noi.

LA REPRESSIONE NEI CONFRONTI DI CHI MANIFESTA SOLIDARIETÀ CON GAZA SEMBRA STIA AUMENTANDO. PERCHÉ?
È vero, penso a tutte quelle persone arrestate a Londra, sedute in piazza tranquillamente, con i loro fogli di carta e le loro matite, a scrivere sostengo Palestine Action. Tutte in prigione! Questi manifestanti non violenti sono stati considerati un’organizzazione terroristica per aver imbrattato di vernice rossa gli uffici della Elbit Systems (azienda israeliana attiva nello sviluppo di tecnologie per il settore della difesa ndr). Fammelo ribadire: ‘Io sostengo Palestine Action’. Se tornassi in Inghilterra, cosa che farò, sarò passibile di 14 anni di carcere per aver detto questo. Ovviamente quello che stanno facendo è folle ma è così che esercitano il potere. Non so esattamente chi sia a finanziare Starmer, ma qualcuno lo fa per fargli vomitare tutte le stronzate e le bugie che lui e gli altri raccontano. Viviamo in tempi bui, ma ogni mattina quando ci alziamo siamo spinti dall’idea che dobbiamo salvare la Palestina. Questo è un punto di svolta.
È il momento in cui dobbiamo dire ‘nada mas’, ‘no’, ‘ora basta’. Possiamo farlo solo organizzando in massa i lavoratori di tutto il mondo. E stanno iniziando a farlo nei cantieri navali, sui treni, nelle strade e in altri luoghi in molti paesi. I minatori in Perù e Bolivia hanno bloccato i loro paesi fino a paralizzarli, perché i nuovi governi nazisti hanno deciso di consegnare i rispettivi paesi alle multinazionali americane per spartirseli tra Bezos, Musk o chiunque altro a cui daranno i soldi dopo averli rubati alle persone a cui quelle terre appartengono. I minatori stanno bloccando le strade e stanno resistendo. Questo si trasformerà in una battaglia sanguinosa. Ora stanno mandando delle cannoniere nel Sud dei Caraibi per minacciare il Venezuela, un paese sovrano. Perché? Perché è socialista! C’è una battaglia in corso tra la rivoluzione bolivariana in America Latina, che significa potere al popolo, e gli altri: le Boluarte e i Bolsonaro. Vogliono riempirsi le tasche proprio come gli americani predicano, ovunque, senza vergogna. Guardate come funziona alla grande in America. Ricaviamo profitti persino dalle prigioni e ne siamo orgogliosi. È geniale.
Perché pensi che ci siano più carcerati negli Stati Uniti che in qualsiasi altro paese al mondo? Perché ci sono soldi in ballo. Fondamentalmente non hanno mai abolito la schiavitù: i criminali devono lavorare gratis. Si può fare profitto quasi con tutto e se si riesce a farlo allora si sta costruendo un grande paese dove i ricchi diventano più ricchi e i poveri più poveri. Le persone poi si uccidono a vicenda. Puoi procurarti un’arma ovunque e andare a sparare a qualcuno se vuoi. È meraviglioso. È ciò che chiamiamo libertà. Sventolano la bandiera e dicono che tutti gli altri, tutti i popoli con cui siamo in guerra, sono inferiori. Sono terroristi, tutti quanti.

NEI MESI SCORSI GRUPPI DI SOLDATI DELL’IDF HANNO TRASCORSO LE VACANZE IN ALCUNI RESORT IN ITALIA. SEMBRA AVESSERO BISOGNO DI UNA PAUSA DI DECOMPRESSIONE. LO SAPEVI?
Oh, poveri cuccioli. In realtà dovrebbero stare in qualche kibbutz a imparare a lavorare la terra, a vivere insieme e a collaborare. Ma bisogna insegnargli di chi è quella terra. Questi soldati dovrebbero essere aiutati e stare negli ospedali psichiatrici. Non dovrebbero essere ospitati per rilassarsi in paesi come l’Italia. Non vogliamo i soldati dell’IDF distesi sulle spiagge, che si riposano un po’ prima di tornare a massacrare i nostri fratelli e sorelle. Tutti i nostri governi, a parte forse quello spagnolo, sono complici del genocidio e lo sostengono al 100%. Il Regno Unito, il mio paese, sostiene il genocidio ma non il popolo. Questo è vero negli Usa e probabilmente vale anche in Italia. Probabilmente è vero ovunque che il popolo non sostiene il genocidio, ma i governi sì.

DA SEMPRE PORTI IL TUO IMPEGNO POLITICO NELLA MUSICA E NEI CONCERTI. SOSTIENI IL MOVIMENTO BDS E RECENTEMENTE HAI FIRMATO L’APPELLO DI VENICE4PALESTINE. GLI ARTISTI HANNO UNA RESPONSABILITÀ?
Per molte persone del mio settore è scomodo parlare di responsabilità umana o sociale ma ce ne sono anche molte che lo fanno, penso al mio amico Brian Eno. Anni fa ho avuto una discussione con Dionne Warwick che mi ha attaccato sui giornali dicendo che avevo cercato di intimidirla per impedirle di esibirsi in Israele. Non era vero. Le ho detto: «Il popolo palestinese ti ha chiesto di boicottare Israele perché sta commettendo una pulizia etnica e tu stai dicendo di no? Puoi mostrare empatia per i tuoi fratelli e sorelle in Palestina? Immagina se quando avevi 8 anni e vivevi con i tuoi genitori un tizio armato in uniforme avesse bussato alla tua porta per dirvi di andarvene a vivere in Canada perché avrebbero preso la vostra casa. Gli avresti risposto: no, siamo americani. ‘No ora non più’ ti dicono. Tuo padre scende le scale e il tizio lo uccide davanti a te e ti dice: ‘

AVETE 2 MINUTI PER ANDARE VIA, PRENDI TUA MADRE E TUOI FRATELLI E ANDATE IN CANADA ORA’.
SE TI FOSSE SUCCESSO COME TI SENTIRESTI? È CIÒ CHE MIGLIAIA DI PALESTINESI STANNO VIVENDO E TU VUOI ANDARE A CANTARE PER LE PERSONE CHE STANNO FACENDO TUTTO QUESTO? NICK CAVE MI HA DEFINITO ‘VERGOGNOSO E CODARDO’ PERCHÉ GLI HO DETTO DI NON ANDARE A SUONARE IN ISRAELE.
È successo 15 anni fa ma non l’ho dimenticato. Quando si tratta di confrontarsi non solo con il governo israeliano, ma con la lobby israeliana nei vari paesi, c’è un prezzo da pagare. Avrei dovuto fare il mio spettacolo The Wall, una nuova produzione, alla Sphere di Las Vegas tra un paio d’anni. Ho investito molti soldi perché ho pensato che sarebbe stato fantastico ma la lobby israeliana l’ha cancellato. Hanno convinto il proprietario della Sphere a non farmi suonare. È incredibile quanto sia vasta la loro influenza. A volte si paga un prezzo per l’empatia ma mio Dio, cosa si ottiene in cambio. Non sono in grado di spiegare la sensazione positiva di provare quell’amore nel preoccuparti per gli altri e per la loro situazione difficile, ma anche per la verità. A proposito di verità voglio leggerti una cosa. Questo è il prologo del mio memoir a cui sto lavorando: Mi sono svegliato da un sogno su un futuro post-apocalittico in cui le canzoni e le storie stavano per diventare più preziose. Avevamo ancora qualche residuo di vecchia tecnologia, qualche strana serratura, ricordi di gusci di vecchi sentimenti appesi a brandelli di lacci consumati intorno alla gola. Cosa era rimasto? Qualcosa? E cosa resta in questa luminosa mattina a Bridgehampton nello scintillio dello stagno, oltre alla prima tazza di caffè? È evidente, grazie a Dio. Non che Dio esista. Questa verità, quella verità è l’amore. È solo dicendo la verità e agendo di conseguenza che possiamo esprimere il nostro amore per i nostri fratelli e sorelle.

ASSISTIAMO, PER LA PRIMA VOLTA NELLA STORIA, AD UN GENOCIDIO IN DIRETTA. COME SI FA A NON CEDERE COMPLETAMENTE ALLA RABBIA E ALLA FRUSTRAZIONE?
La mia regola è fare almeno una cosa al giorno. Se ora non stessi parlando con te starei facendo qualcos’altro. Parteciperò ad una manifestazione all’esterno dell’Onu per chiedere l’invio dei caschi blu a Gaza. Sto lavorando con un artista palestinese ad una nuova versione di Comfortably Numb con alcune parole nuove e con metà del testo in arabo. Una sorta di duetto. Il mio telefono squilla in continuazione e io rispondo. Leggo centinaia di mail ogni giorno, molti chiedono dei soldi e io glieli do. Sono stato così fortunato, non ho mai avuto un vero lavoro. Scrivo solo canzoni e suono musica. Ho avuto molto successo, ho guadagnato bene e mi sono divertito molto. Questo mi ha aiutato ad acquisire la libertà di esprimere i miei sentimenti. Faccio quello che posso ma ogni tanto devo staccare la spina altrimenti impazzirei. Devo arrendermi alla vista di bambini che muoiono di fame perché è insopportabile. Non posso mettermi un fucile in spalla, nuotare fino in Palestina e iniziare a sparare ai soldati dell’Idf ma faccio tutto ciò che posso per incoraggiare pubblicamente i nostri governi a fare la cosa giusta. Al momento, i nostri governi in Italia, in Inghilterra e negli USA stanno supportando il genocidio con entusiasmo. Ne vanno piuttosto fieri. Come riescano a conciliare questo con l’essere degli esseri umani? Non ne ho idea. Non voglio lavorare in un manicomio con persone come Trump o Starmer cercando di farli tornare sani di mente. Mi piacerebbe rinchiuderli perché rappresentano un terribile pericolo per il resto di noi esseri umani.

AL TERMINE DELL’INTERVISTA WATERS HA LANCIATO UN MESSAGGIO DIRETTAMENTE ALLA FLOTILLA:
«Il grande vantaggio che voi della flotilla avete rispetto all’Idf e all’intero stato di Israele, ed è un vantaggio enorme soprattutto perché in questo momento vi trovate in alto mare, è che avete una bussola morale da seguire. Vi sta guidando nella giusta direzione, siete un esempio per tutti noi. Io sto seguendo la vostra stessa bussola morale e miliardi di persone in tutto il mondo pensano che quello che state facendo sia grandioso. Dobbiamo però cambiare la rotta della nave dello stato perché sta navigando verso gli scogli. Non è solo lo stato di re Trump o quello di Starmer. È il nostro stato che stanno spingendo verso gli scogli perché non hanno una bussola morale. Non credono nell’amore e nella verità. Noi sì»
*(Fonte: Il Manifesto. Fabrizio Rostelli, Giornalista e videomaker. Coordinatore della redazione di Roma di Alanews. Collaboro stabilmente con Il Manifesto)

 

02 – Marina Catucci*: DAVANTI ALL’AULA VUOTA NETANYAHU MENTE E ACCUSA MEZZO MONDO. TERRA RIMOSSA DECINE DI FUNZIONARI E AMBASCIATORI LASCIANO L’ASSEMBLEA ONU ALL’ARRIVO DEL PREMIER ISRAELIANO. LUI: «STATE PREMIANDO HAMAS»

NEW YORK – Mentre i manifestanti cercavano di circondare le Nazioni unite, il premier israeliano Benjamin Netanyahu entrava in una sala dell’Assemblea generale dell’Onu dove sedevano quasi solamente i suoi sostenitori. Quando ha raggiunto il podio i rappresentanti di decine di paesi avevano già abbandonato platealmente l’aula, ultima protesta pubblica contro Israele da parte dei leader mondiali che per tutta la settimana hanno chiesto la fine della guerra a Gaza.
Le poche potenze mondiali presenti, Canada e Regno unito, non hanno inviato i loro funzionari più alti in grado, né i loro ambasciatori all’Onu ma solo diplomatici di livello inferiore.
Condanno quei leader che, invece di condannare gli assassini, gli stupratori e i bruciatori di bambini, vogliono dare loro uno Stato nel cuore di Israele
Benjamin Netanyahu
Bibi non è mai apparso più isolato mentre, in un discorso di sfida, ha avvertito che la sua nazione «deve finire l’opera» contro Hamas a Gaza: «I leader occidentali potrebbero aver ceduto sotto la pressione ma vi garantisco una cosa: Israele non lo farà (…) Condanno quei leader che, invece di condannare gli assassini, gli stupratori e i bruciatori di bambini, vogliono dare loro uno Stato nel cuore di Israele». La soluzione dei due Stati, che la comunità internazionale ha abbracciato per decenni e in questi giorni al centro del dibattito globale, è stata subito stroncata da Netanyahu perché premierebbe Hamas: «Non accadrà», ha promesso. Ma Netanyahu ha attaccato tanto Hamas quanto i «cosiddetti moderati dell’Autorità nazionale palestinese», chiarendo che per lui non esistono moderati quando si parla di Palestina e che la narrazione dei fatti non è altro che propaganda anti-israeliana.
DAL PODIO dell’Assemblea generale il primo ministro ha affermato che il suo paese non starebbe affamando i palestinesi, anzi, starebbe distribuendo giornalmente cibo pari a 3mila calorie per persona, ma che verrebbe intercettato e distrutto da Hamas. A sostenerlo, oltre al suo piccolo gruppo di fedelissimi, non c’era quasi nessuno. Dallo stesso podio nei giorni precedenti si è più volte parlato apertamente di genocidio a Gaza, affermazione definita «bugia antisemita» da Netanyahu: più volte, ha detto, Israele ha ordinato l’evacuazione delle Striscia, cosa che la Germania nazista non ha mai fatto con gli ebrei, tralasciando che proprio tale pratica, che ha portato la maggior parte di 2,2 milioni di palestinesi a fuggire dalle proprie case almeno una volta, viene indicata come parte del genocidio a Gaza, e non come una sua confutazione.
NETANYAHU ha elogiato soltanto, e a più riprese, Donald Trump, suo principale alleato nell’approccio politico e militare nella regione, sostenendo che i cambiamenti in Medio Oriente hanno creato nuove opportunità, come i negoziati avviati da Israele con la Siria per raggiungere accordi di sicurezza con il nuovo governo del paese, guidato da un ex qaedista. Con Trump Netanyahu condivide anche lo stile sopra le righe della politica spettacolo da reality show. Dopo aver ricordato che nelle mani di Hamas ci sono ancora 20 ostaggi in vita, di cui ha letto i nomi, ha spiegato che l’intelligence israeliana ha fatto in modo che il suo discorso all’Onu venisse trasmesso da altoparlanti nella Striscia di Gaza e si è rivolto direttamente agli ostaggi in ebraico e poi in inglese: «Non vi abbiamo dimenticati, nemmeno per un secondo. Molti nel mondo non ricordano più il 7 ottobre, ma noi sì. Liberate gli ostaggi adesso – ha continuato rivolgendosi ad Hamas – Se lo fate vivrete, sennò vi daremo la caccia».
INDICANDO la propria giacca con sul bavero un Qrcode ha invitato a usare il cellulare per visualizzare le atrocità commesse il 7 ottobre. Come suo solito ha mostrato una mappa della regione, stavolta per spuntare con un pennarello nero i paesi vicini i cui leader sono stati eliminati: Yahya Sinwar a Gaza, Hassan Nasrallah in Libano, metà dei leader Houthi in Yemen, il regime di Assad in Siria, i comandanti e gli scienziati nucleari in Iran.
NELL’AULA SEMIVUOTA le affermazioni di Netanyahu sono state accolte dagli applausi di un gruppo di un centinaio di persone agghindate a festa, accreditate come ospiti vip e vestite da cocktail party più che per un evento politico alle 9 del mattino. Tutti donatori del partito di Netanyahu. Dopo l’intervento sono scesi nei sotterranei dell’Onu «per avere la possibilità di stringere la mano di Bibi», come ci dice uno di loro. Chiediamo ad alcuni cosa pensino del discorso: «Brillante, come al solito», rispondono, anche loro isolati, che aspettano il loro leader mentre fuori dall’Onu migliaia di organizzazioni ebraiche manifestavano contro quello che sta succedendo a Gaza e che chiamano «genocidio».
*(Marina Catucci. Corrispondente dagli Stati Uniti per Il Manifesto, documentarista, collabora con diverse radio e televisioni italiane.)

 

03 – Barbara Weisz*: LEGGE DI BILANCIO AL VIA: IL CALENDARIO 2026 E LE PRIME MISURE. DOCUMENTO PROGRAMMATICO DI FINANZA PUBBLICA (AL POSTO DELLA NADEF) ENTRO IL 2 OTTOBRE CON I NUMERI PER LA MANOVRA 2026: ECCO LE PRIME MISURE ALLO STUDIO.
La Commissione Bilancio del Senato ha approvato la risoluzione sul nuovo Documento Programmatico di Finanza Pubblica (DPFP), che prende il posto della NaDEF in recepimento della nuova governance economica europea. Il DEF (Documento di Economia e Finanza), infatti, ha lasciato il posto al DFP (Documento di Finanza Pubblica) e per la trasmissione al Parlamento la scadenza è il 2 ottobre.
Si tratta di una sorta di passaggio formale che dà il via alla sessione di Bilancio 2026, la quale entrerà nel vivo il 20 ottobre con l’invio alla Commissione Europea del DPB (Documento Programmatico di Bilancio), contenente le misure fondamentali della nuova manovra e la cornice dei conti pubblici nella quale si inserisce.
Vediamo come si sviluppa e con quali tempistiche.

Indice
• IL CALENDARIO DELLA MANOVRA 2026
• IL DOCUMENTO PROGRAMMATICO DI FINANZA PUBBLICA
• LO SCENARIO ECONOMICO
• LE PRIME MISURE IN LEGGE DI BILANCIO
Il CALENDARIO DELLA MANOVRA 2026
Prima della manovra economica, quest’anno va approvato il Documento Programmatico di Finanza Pubblica, che sostituisce la NaDEF e anticipa il nuovo Documento di Finanza Pubblica (che a sua volta sostituisce il DEF). Il Consiglio dei Ministri deve procedere alla sua approvazione in tempo per la trasmissione al Parlamento entro il 2 ottobre.
Nelle due settimane successive a questa approvazione, il CdM deve procedere alla predisposizione dello schema di Legge di Bilancio vero e proprio, che poi intraprenderà l’iter parlamentare da terminare in tempo per l’entrata in vigore il primo gennaio 2026. In teoria la manovra deve essere approvata entro metà ottobre, in pratica la vera scadenza è il 20 ottobre, data entro la quale va inviato a Bruxelles il Documento Programmatico di Bilancio che ne contiene le principali indicazioni.
IL DOCUMENTO PROGRAMMATICO DI FINANZA PUBBLICA
Il DPFP contiene l’aggiornamento delle previsioni a legislazione vigente riportate nel Documento di finanza pubblica 2025 (DFP 2025), le stime programmatiche, l’articolazione delle misure della Manovra 2026 e dei relativi effetti finanziari, l’aggiornamento dello stato degli impegni di riforma e investimento adottati nel Piano strutturale di bilancio di medio termine, il conto economico delle amministrazioni pubbliche articolato per sotto-settore, l’aggregato di spesa netta con indicazioni sull’andamento delle componenti sottostanti, il saldo di cassa del settore statale. E sarà accompagnato da una relazione sugli indicatori di benessere equo e sostenibile.
LO SCENARIO ECONOMICO
Quest’anno il Governo è nelle condizioni di predisporre la manovra all’insegna di una relativa tranquillità sui conti pubblici. Il costo del debito è infatti in costante discesa, con due agenzia di rating, S&P’s e Fitch, che hanno migliorato il giudizio sull’Italia. Si attende analoga decisione da parte di Moody’s in ottobre.
Le ultime stime ISTAT vedono invariata a 0,7% la previsione sulla crescita del PIL 2024 e a -3,4% quella sul deficit; rivista in lieve calo la stima sul debito, che dal 135,3% di marzo si assesta all’attuale 134,9%.
Il Governo non esclude di uscire dalla procedura di infrazione UE in anticipo rispetto al termine del 2026, riportando il target del deficit sotto il 3% del PIL.
All’insegna della tradizionale prudenza che accompagna la sua impostazione, il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ha comunque sottolineato che tutte le misure allo studio saranno valutate tenendo conto dell’esigenza di tenere sotto controllo i conti pubblici, in un contesto caratterizzato ancora da turbolenze geopolitiche e macroeconomiche che potrebbero rendere necessarie nuove spese.
LE PRIME MISURE IN LEGGE DI BILANCIO
Il dibattito politico in vista della Manovra è intanto già ampiamente avviato. Fra le misure allo studio c’è il taglio IRPEF per il secondo scaglione, con l’aliquota che scenderebbe dal 35 al 33% e la platea allargata ai redditi fino a 60mila euro, dagli attuali 50mila. Tra le ipotesi concrete c’è anche la proroga al 2026 delle detrazioni al 50% per la riqualificazione della prima casa, che altrimenti scenderebbe al 36%. Tra le misure ancora in discussione, invece, si sono; una nuova eventuale Rottamazione quinquies, l’innalzamento a 10 euro della soglia esentasse dei buoni pasto.
In materia di riforma pensioni, oltre alle possibili proroghe degli strumenti di flessibilità in uscita, si parla di un rafforzamento del meccanismo di silenzio-assenso per destinare il TFR dei neo assunti ai fondi pensione. Per le imprese si attendono le decisioni del Governo sul rinnovo o la ricalibrazione degli incentivi per la Transizione 4.0 e 5.0. Per le banche, in vista potrebbe esserci una nuova sospensione delle DTA.
*(Fonte: PMI.it – Barbara Weisz, Giornalista professionista, scrive di economia, politica e finanza per la stampa specializzata, tra testate online quotidiani e riviste a diffusione nazionale)

 

04 – Roberto Ciccarelli*: a – SULLA PELLE DEI POVERI: LA MANOVRA PARTE DAI TAGLI AI SUSSIDI E DALLA SPESA MILITARE. b- PIÙ POVERI AL LAVORO: IN ITALIA CI SONO I SALARI PIÙ BASSI DEL G20.

LEGGE DI BILANCIO L’ANALISI E LE PROPOSTE DELL’ALLEANZA CONTRO LE POVERTÀ: “DISINVESTITI COMPLESSIVAMENTE 3,2 MILIARDI, CON IL RIARMO SI RISCHIA DI ELIMINARE ALTRE RISORSE AL SOCIALE”. GIORGETTI RIVENDICA LA STABILITÀ E CHIEDE ALLE BANCHE UN «SOLLIEVO FISCALE». MELONI: «CON GLI ISTITUTI DI CREDITO DI VUOLE IL DIALOGO”. QUELLO CHE MANCA CON LE QUESTIONI SOCIALI
Tra riduzione degli stanziamenti e i risparmi sulla spesa sociale, il governo Meloni ha ridotto le risorse per finanziare le misure per il contrasto alla povertà di circa 3,2 miliardi di euro. Nella prospettiva di un aumento progressivo della spesa militare, sottoscritto dal governo Meloni con la Nato (fino al 5% del Pil entro 10 anni), e Bruxelles (il piano «RiarmUe»), altre risorse possono essere dirottate da un Welfare disastrato.
Lo ha sostenuto l’Alleanza contro la povertà, un network costituito tra gli altri da Acli, Caritas, Cgil, Cisl e Uil, ieri a Roma in un rapporto sulla povertà in Italia, discusso con le opposizioni (Furfaro, Pd; Del Barba, Italia Viva); Barzotti, M5S, Piccolotti (Avs) e della maggioranza Morgante (FdI). L’incontro è avvenuto in coincidenza con l’inizio del percorso parlamentare della legge di bilancio. Ieri il Senato ha approvato la risoluzione sul Documento programmatico di finanza pubblica che impegna il governo a presentare il testo in aula entro il 2 ottobre.
«Nel passaggio dalle vecchie alle nuove misure di contrasto alla povertà si è pressoché dimezzata la platea dei beneficiari – ha detto Antonio Russo, portavoce di Alleanza contro la povertà – Centinaia di migliaia di famiglie in condizione di gravi difficoltà si è trovata senza un sostegno economico su cui, fino a qualche tempo prima, aveva potuto contare. In questo modo, si è investito ogni anno per i poveri 1 miliardo di euro in meno». In tre anni fanno all’incirca 3,2 miliardi.
Il dato è stato analizzato nel dettaglio dallo studio presentato ieri, nonostante la scelta, da parte governativa, di rendere opachi i dati e di centellinarli ogni semestre per rendere difficile una valutazione delle politiche pubbliche. Secondo l’Alleanza contro le povertà solo il 60% dei nuclei familiari che percepivano il cosiddetto «reddito di cittadinanza» ha avuto accesso agli attuali «assegno di inclusione» è supporto formazione lavoro». Nel primo semestre 2024 i nuclei beneficiari erano 695 mila, mentre chi prendeva il «reddito di cittadinanza» erano 1.324 milioni di nuclei.
Sulla pelle dei poveri è stato dunque realizzato un taglio di 1,7 miliardi. Il fondo complessivo è passato da 8,8 miliardi a 7,1 miliardi. Quest’ultimo è in diminuzione, considerata la temporaneità di un sussidio come quello dello per la formazione e il lavoro. La significativa diminuzione è stata praticata attraverso l’uso di criteri restrittivi, definiti «categoriali». Si accede a un sussidio più cospicuo del precedente (in media 620 euro, contro i 560 del «reddito di cittadinanza»), a condizione di avere in famiglia minori, disabili, over 60 o situazioni di «svantaggio certificato». Solo la stretta sul contributo agli affitti, che di recente si è cercato di correggere, avrebbe provocato l’espulsione dal sistema di 220 mila nuclei familiari.
La spesa effettiva per l’«assegno di inclusione» è pari a circa 4,5 miliardi di euro; per il supporto di formazione e lavoro la spesa sarebbe di 250 milioni. La minore spesa darebbe pari a circa 1,1 miliardi sull’assegno di inclusione e altrettanti sul «supporto». Stando alle stime in Italia oggi una persona su 10 è in povertà assoluta, 5,7 milioni di persone, mentre cresce considerevolmente il lavoro povero causato da bassi salari, tutele sociali inesistenti e scarsi e inefficienti servizi pubblici. Le più colpite sono le famiglie numerose, e i nuclei con cittadini stranieri.
«L’Italia ha promesso un aumento vertiginoso della spesa militare – ha osservato Russo dell’Alleanza contro la povertà – Per onorare l’impegno di alzare prima al 2 per cento poi al 5% il Prodotto interno lordo destinato alle spese militari entro il 2035, l’Italia dovrà spendere, secondo l’Osservatorio Milex, ogni anno molti miliardi in più rispetto a oggi». Da dove saranno tolti questi soldi? «La prossima legge di bilancio ce lo svelerà – ha risposto Russo – ma un’idea noi già ce l’abbiamo: le spese per il sociale e quelle destinate a sostenere i più fragili saranno le prime a essere colpite. Sarebbe gravissimo se, a pagare il prezzo di questa situazione drammatica, fossero sempre gli stessi».
L’alleanza ha chiesto misure straordinarie, misura di contrasto universalistica e un tavolo tecnico-politico permanente. Problemi che sembrano lontani dal dibattito economico sulla manovra. Ieri nel suo intervento al Senato il ministro dell’Economia Giorgetti ha rivendicato la stabilità finanziaria del paese e aumenti contrattuali che però hanno recuperato solo un terzo dell’inflazione cumulata. Il suo ministero ha confermato l’intenzione di rientrare dalla procedura Ue per deficit eccessivo sotto il 3% del Pil. Si pensa sia un modo da liberare le risorse da dare alle lobby armate. Giorgetti ha insistito nel chiedere alle banche un contributo per il «sollievo fiscale». Meloni, da New York, ha promesso di aprire con loro «un confronto aperto e costruttivo». Quello che manca per le questioni sociali.

b – Roberto Ciccarelli*: PIÙ POVERI AL LAVORO: IN ITALIA CI SONO I SALARI PIÙ BASSI DEL G20 – SALARI AL MINIMO IL DISASTRO CERTIFICATO DALL’ILO È IL RISULTATO DI UNA TENDENZA STORICA DAGLI ANNI 90. IL LIVELLO DEI SALARI REALI È INFERIORE DI 8,7 PUNTI RISPETTO A QUELLI DEL 2008. E GLI AUMENTI CONTRATTUALI NON HANNO COMPENSATO LE PERDITE DEGLI ULTIMI ANNI
La crescita dei salari reali avvenuta in Italia nel 2024 non è stata sufficiente a compensare le perdite registrate nel biennio precedente, quando l’inflazione ha registrato livelli mai visti negli ultimi 40 anni. L’aumento dei salari del 2,3% non è riuscito a recuperare quanto è stato perso in potere di acquisto nel 2022 (-3,3%) e nel 2023 (-3,2%). Per l’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo), che ieri ha presentato a Roma il «Rapporto mondiale sui salari», è stato il risultato peggiore dei paesi del G20. In generale i salari nel nostro paese sono inferiori di 8,7 punti rispetto a quelli del 2008. Le meno pagate sono le donne. Il divario retributivo con gli uomini è uno dei più bassi dell’Ue. Mentre i lavoratori migranti dipendenti guadagnano in media il 26,3% in meno dei lavoratori nazionali.
L’ILO HA AVVERTITO l’esistenza di una tendenza storica in Italia. Nel 2008 è iniziata la crisi dei mutui subprime e del «debito sovrano». Poi è arrivata quella del Covid e quella dell’iper-inflazione per i mega profitti e le speculazioni sull’energia nella guerra russo-ucraina. Il lavoro è sempre pagato di meno. In realtà, sappiamo da ricerche consolidate che in Italia questa tendenza non è affatto nuova. Risale ai primi anni Novanta del XX secolo.
L’AUMENTO della parte del salario che permette di acquistare beni e servizi al netto dell’inflazione («salario reale» significa questo) è stato una goccia nel mare. Nel 2024 non è cambiata la tendenza italiana ad abbassare i salari e ad aumentare i profitti. Nel nostro paese, infatti, il sistema economico è tarato sulle fasce basse della produzione, sulla precarizzazione del lavoro, sui bassi salari ed è votato al terziario povero, all’esportazione e al sabotaggio della domanda interna. Non si ragiona sull’innovazione e sugli investimenti ma sulla competizione al ribasso sul costo del lavoro e sull’accaparramento di fondi pubblici. Quelli che si riescono a spendere. Dovrebbe essere ormai nota l’incapacità italiana di investire i fondi per la coesione territoriale (quelli che la Commissione Ue vorrebbe destinare alle armi), senza contare quelli provenienti dal Pnrr (194 miliardi) che andranno spesi entro giugno 2026.
È INTERESSANTE capire cosa ha provocato l’aumento dei «salari reali» in 12 mesi. La spiegazione si trova nei dati dell’Istat, in particolare quelli sulle retribuzioni contrattuali orarie del 2024. Le ragioni sono due: un maggiore numero di contratti nazionali è stato rinnovato. E, soprattutto, è calata l’inflazione. Questo significa che gli aumenti non hanno recuperato il potere di acquisto perduto. Ciò dimostra inoltre che l’aumento del tasso di occupazione registrato in due anni sotto il governo Meloni ha inciso in maniera marginale sui salari. Il lavoro è «povero».
PER L’ISTAT LA CRESCITA delle retribuzioni più consistente è avvenuta nel settore privato (+4,0%), soprattutto nell’industria (+4,6%); mentre si rileva una diminuzione del 14,1% per la pubblica amministrazione. I rinnovi contrattuali che ci sono stati non hanno dunque recuperato il potere di acquisto, né hanno risolto un altro problema strutturale: il mancato rinnovo dei contratti che può durare anni. Solo in parte i rinnovi recuperano i periodi di «vacanza contrattuale». Per l’Istat in questa situazione si trovavano 6,6 milioni di lavoratori, il 50,8% dei dipendenti in Italia che lavorano in 28 settori diversi.
«SERVE UNA VERTENZA sui salari – ha detto il segretario della Cgil Maurizio Landini – Non abbiamo sottoscritto i contratti pubblici per i quali il governo ha stanziato un terzo dell’inflazione e pratica l’abbassamento dei salari. Le imprese devono garantire il rispetto dei tempi del rinnovo dei contratti e prevedere aumenti salariali ben oltre l’inflazione». «C’è bisogno di attivare degli investimenti in Italia e in Europa – ha detto Pierpaolo Bombardieri, segretario Uil – Abbiamo proposto da più di due anni la possibilità di riutilizzare il programma “Sure” utilizzato nella pandemia». Oggi tuttavia militaristi di Bruxelles intendano usare gli «Eurobond» del fondo «Safe» per produrre armi. «Governo e imprese sono oggi direttamente responsabili della crisi salariale – ha sostenuto l’Unione Sindacale di Base (Usb) – Bisogna modificare il meccanismo abominevole e complice creato dal sistema introdotto alla fine del 2008, quando fu stipulato un accordo fra Confindustria e Cgil, Cisl e Uil che è diventato la base di rinnovo di tutti i contratti nazionali in Italia».
NELLA MAGGIORANZA i dati dell’Ilo ieri sono stati considerati un successo del governo. «È la dimostrazione che la strada è giusta – ha detto Marco Osnato (Fdi) – meno tasse sul lavoro, più soldi nelle buste paga e attenzione alle fasce più colpite dal caro vita». Versione contestata da Arturo Scotto (Pd) secondo il quale i salari non aumentano con i tagli delle tasse a carico del bilancio pubblico: «Serve il rinnovo dei contratti e il salario minimo». «Il caro energia e l’alta inflazione hanno fatto crollare i salari» hanno detto Pasquale Tridico e Carolina Morace (M5S).
I METALMECCANICI di Fiom, Fim e Uilm si stanno preparando allo sciopero generale unitario venerdì 28 marzo per riaprire le trattative sul contratto nazionale di categoria ferme dal 12 novembre dell’anno scorso. «Allo stato attuale siamo in presenza di un attacco all’esistenza stessa del contratto nazionale di lavoro – ha detto ieri Landini – Con un’inflazione cumulata del 18%, il governo vorrebbe imporre aumenti del 6%. Così programma la riduzione del potere di acquisto dei salari anziché tutelare il loro potere di acquisto. Anche nel settore metalmeccanico sta succedendo questo con le imprese».
«È FONDAMENTALE rinnovare il contratto – sottolineano da Fim, Fiom e Uilm – per garantire certezze ai lavoratori e alle imprese che vogliono regole chiare per difendersi dalla concorrenza sleale». Ieri a Reggio Emilia i sindacati hanno ottenuto l’appoggio del consiglio comunale. «La scelta del Comune deve fare riflettere Federmeccanica sull’urgenza di riaprire le trattative» hanno detto i segretari Alessandro Bonfatti, Simone Vecchi e Jacopo Scialla. Oltre allo sciopero venerdì prossimo ci saranno manifestazioni in tutto il paese. A Napoli il concentramento è fissato per le 9,30 in Piazza Vittoria.
*(Roberto Ciccarelli. Filosofo e giornalista, scrive per «il manifesto».)

 

05 – Vincenzo Imperitura*: LA CORTE DEI CONTI BOCCIA IL PONTE SULLO STRETTO – CALABRIA IL CIPESS HA 20 GIORNI PER RISPONDERE AI RILIEVI PROCEDURALI E TECNICI. DUBBI ANCHE SUI COSTI

OSSERVAZIONI E RICHIAMI SUL PIANO PROCEDURALE, SU QUELLO TECNICO E SU QUELLO ECONOMICO FINANZIARIO: CI SONO VOLUTI MENO DI 15 GIORNI ALLA CORTE DEI CONTI PER SMONTARE IL PROGETTO DEL PONTE SULLO STRETTO DI MESSINA.
Progetto che ora, nonostante i continui proclami del vice premier (e maggiore sponsor del ponte) Matteo Salvini sull’imminente inizio dei lavori, è costretto a tornare ai box nel tentativo di sanare le numerose prescrizioni che i giudici contabili hanno inviato al Dipe (dipartimento per la programmazione e il coordinamento della politica economica della Presidenza del consiglio) in risposta al via libera garantito dalla delibera del Cipess.
TRA LE NUMEROSE ANOMALIE sottolineate dalla magistratura contabile «risulterebbe non compiutamente assolto l’onere di motivazione, difettando anche in relazione a snodi cruciali dell’iter procedimentale una puntuale valutazione degli esiti istruttori» per una delibera che «si appalesa più come una ricognizione delle attività intestate ai diversi attori istituzionali che come una ponderazione delle risultanze di dette attività». Ossia mancano alcuni passaggi fondamentali dell’iter procedurale e, soprattutto, il Cipess si sarebbe limitato a un elenco delle attività relative al progetto piuttosto che al loro esame. In merito alle procedure super accelerate garantite al progetto dal governo Meloni nel 2023, la Corte dei Conti punta il dito sulla delibera del Consiglio dei ministri dello scorso aprile con cui «è stata approvata la relazione “Iropi” relativa ai motivi imperativi di interesse pubblico»: delibera che nascondeva il progetto ponte sotto il tappetto dell’interesse militare e che, di fatto, escludeva la sostanziale bocciatura relativa alla «valutazione di incidenza ambientale».
MA È SUL PROGETTO DEFINITIVO – e sulla sua frettolosa approvazione – che i richiami dei giudici contabili diventano ancora più sorprendenti. A partire dalle «plurime prescrizioni e raccomandazioni che risulterebbero non del tutto ottemperate» fino all’assenza di alcuni pareri fondamentali come quello del Consiglio superiore dei lavori pubblici che, si legge nel documento, «non risulta in atti». E poi il piano economico dove saltano all’occhio nelle sei pagine, che potrebbero segnare la pietra tombale del progetto fortemente contestato dalla popolazione, alcune differenze rispetto ai costi dell’opera: a partire da quelli della relazione della società di consulenza esterna Kpmg che stimava il costo del ponte in 10,48 miliardi, inferiori rispetto a quelli approvati dal quadro economico del 6 agosto scorso che ne certificava 10,51. E poi altre differenze sui costi per la sicurezza (balzati dai 97 milioni del progetto preliminare ai 206 del definitivo) e sui servizi di ingegneria, passati da 235 milioni a 340.
A PREOCCUPARE I GIUDICI (preoccupazione sottolineata anche in quasi tutti i ricorsi presentati dalle amministrazioni comunali di Reggio e Villa San Giovanni e dalle tante associazioni no ponte) lo studio relativo alle stime del traffico e al relativo piano tariffario per il pedaggio. Ma è nell’ultimo punto del documento che i giudici contabili calano quello che potrebbe essere il colpo definitivo chiedendo al Cipess «chiarimenti in merito alle valutazioni in relazione alla direttiva 24 dell’Ue»: quella cioè che impedisce a un progetto di essere approvato senza una nuova gara nell’ipotesi che gli aumenti dei costi (come nel caso del ponte sullo Stretto) siano superiori del 50% del valore del contratto iniziale. Ora il Cipess avrà 20 giorni per presentare le sue controdeduzioni o, in alternativa, «ritirare il provvedimento in sede di autotutela». Se a gettare acqua sul fuoco ci ha provato l’AD della società Ponte sullo Stretto, Piero Ciucci («siamo pronti a fornire tutti gli elementi utili per consentire alla Corte di completare l’istruttoria per la registrazione della delibera Cipess»), fanno invece festa le opposizioni: «Meloni renda pubblici tutti i documenti sul ponte – ha dichiarato da Avs Bonelli – e sostituisca Salvini al ministero». Pd e M5s parlano di «una sonora bocciatura» e di «una presa in giro colossale nei confronti di siciliani, calabresi e degli italiani tutti».
*(Fonte: Il Manifesto – Vincenzo Imperitura, giornalista professionista)

 

06 – Patrick Zaki*: CREPE SU CAMP DAVID, IL CAIRO NON SI FIDA DEGLI USA E TEME L’ESPANSIONE ISRAELIANA EGITTO-ISRAELE ALTA TENSIONE AL CONFINE. EGITTO AL BIVIO: NON VUOLE LO SCONTRO MA SA CHE OGNI CONCESSIONE NON POTRÀ CHE CAUSARLO.
Da decenni l’Egitto e Israele vivono in una condizione di “pace fredda” fondata sugli Accordi di Camp David, che hanno posto fine alle guerre dirette tra i due Paesi e garantito a Tel Aviv un fronte meridionale stabile, permettendole di concentrare le proprie energie su altri avversari regionali, in primis l’Iran e Hezbollah. Tuttavia, le turbolenze seguite al 7 ottobre – la guerra a Gaza, l’allargamento del conflitto all’Iran e il raid israeliano contro il Qatar con il tacito avallo degli Stati Uniti – hanno posto il Cairo davanti a uno scenario strategico completamente diverso, riproponendo un interrogativo antico ma oggi più pressante: i rapporti egiziano–israeliani rimarranno confinati entro i limiti di tensioni diplomatiche e scontri calcolati, oppure il momento dello scontro diretto è più vicino di quanto si immagini?

Dall’inizio della guerra a Gaza, l’Egitto ha tentato di svolgere il ruolo di mediatore prudente, mantenendo un equilibrio delicato tra i suoi rapporti con Washington e la sensibilità storica nei confronti di Israele, senza schierarsi apertamente con nessuna delle parti. L’obiettivo principale era contenere la crisi ai propri confini e impedirne la deflagrazione sul territorio nazionale. Tuttavia, l’ipotesi del trasferimento forzato dei palestinesi da Gaza al Sinai ha rappresentato uno shock strategico. Per il Cairo non si trattava più soltanto di un problema umanitario o negoziale, bensì di una minaccia diretta alla sicurezza nazionale: svuotare Gaza dei suoi abitanti avrebbe significato spalancare le frontiere orientali dell’Egitto a Israele e trasformare il Sinai in un teatro di conflitto esposto. Così l’Egitto si è trovato davanti a un’equazione a somma zero: difendere Gaza come cuscinetto strategico oppure affrontare Israele in uno scontro diretto su un confine che non conosce instabilità dai tempi della guerra dell’ottobre 1973.
Parallelamente, il discorso politico israeliano è tornato a indossare i panni di vecchie ambizioni. Le dichiarazioni del primo ministro Benjamin Netanyahu su una “Grande Israele” non sono più rimaste slogan elettorali, ma si sono trasformate in posizioni politiche sostenute da atti militari concreti. La presa del valico di Rafah e del corridoio di Filadelfia, nel maggio 2024, ha rappresentato per l’Egitto una violazione palese degli Accordi di Camp David e una sfida diretta alla propria sovranità orientale. Né l’uccisione, nello stesso mese, di un soldato egiziano da parte del fuoco israeliano – episodio poi circoscritto – ha fatto altro che sottolineare la fragilità della situazione e il rischio reale di un’escalation incontrollata, a dispetto degli sforzi di contenimento da entrambe le parti.
Il quadro regionale ha reso la crisi ancor più complessa. Gli anni successivi al 2014 e la firma degli Accordi di Abramo hanno segnato un evidente arretramento del ruolo egiziano nella regione a favore delle monarchie del Golfo, sostenute da ingenti risorse finanziarie e da rapporti militari privilegiati con Washington. Sembrava che il Cairo, appesantito da crisi economiche e politiche interne, avesse smarrito la sua centralità in Medio Oriente, mentre le capitali del Golfo diventavano i referenti principali della Casa Bianca. Tuttavia, l’ultima guerra ha rimescolato le carte. Stati Uniti e partner regionali hanno riconosciuto che la crisi non può essere gestita senza l’Egitto: la sua lunga esperienza con le fazioni palestinesi, i legami complessi con Hamas e la sua posizione geografica lo rendono un interlocutore imprescindibile. Ma allo stesso tempo il Cairo ha preso coscienza che le priorità americane non sono mutate: la protezione di Israele resta la bussola strategica, anche a costo di sacrificare alleati come il Qatar o altri Paesi del Golfo. Da qui è maturata una consapevolezza nuova: l’eccessiva dipendenza dall’ombrello statunitense non offre più le garanzie necessarie nei momenti critici, spingendo il presidente al-Sisi a rifiutare finora un incontro diretto con Donald Trump.
Questa presa d’atto ha indotto l’Egitto a cercare opzioni alternative. Il recente riavvicinamento diplomatico con l’Iran, incluso il sostegno agli sforzi con l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, non è stata una semplice mossa tattica, ma un messaggio politico rivolto sia a Washington che a Tel Aviv: il Cairo può riposizionarsi se le circostanze lo richiedono. Non si tratta di un’alleanza strategica a tutto campo con Teheran, ma l’apertura di nuovi canali offre all’Egitto strumenti di pressione aggiuntivi e dimostra che non è vincolato a un unico asse. In questo senso, le mosse egiziane degli ultimi mesi appaiono come una difesa su due fronti: proteggere i confini da ogni ipotesi di deportazione forzata dei palestinesi e, al contempo, tentare di recuperare un ruolo regionale eroso da decenni.
Anche il linguaggio ufficiale del Cairo ha subito un’evoluzione significativa. Nel corso della Conferenza arabo–islamica in Qatar, il presidente egiziano ha definito Israele “il nemico”: un termine assente dal lessico diplomatico egiziano da decenni. Non si è trattato di un’espressione casuale: il discorso è stato indirizzato direttamente al popolo israeliano e non al suo governo, segno che il Cairo considera ormai chiusi i canali di dialogo con Netanyahu e il suo esecutivo di destra. Contestualmente, è stata rafforzata in maniera senza precedenti la presenza militare nel Sinai, con il raddoppio di truppe e mezzi corazzati, chiaro segnale che l’Egitto non intende accettare fatti compiuti ai propri confini. Dall’altro lato, Israele ha continuato a ricorrere alla propaganda, diffondendo notizie su presunti “droni egiziani” penetrati oltre confine senza essere intercettati, con l’evidente scopo di preparare il terreno a future azioni militari. Per l’Egitto si tratta dell’ennesima tattica ben nota: creare un pretesto mediatico prima di un’aggressione.
Neppure le relazioni economiche sono rimaste immuni da tali tensioni. Netanyahu e il ministro dell’Energia Eli Cohen hanno annunciato l’intenzione di rivedere l’accordo di esportazione di gas naturale da 35 miliardi di dollari, firmato di recente con l’Egitto dai partner del giacimento Leviathan nel Mediterraneo orientale, tra cui la multinazionale americana Chevron. Non si tratta di una semplice revisione tecnica di un’intesa economica, bensì dell’indicazione di una tendenza più ampia tra i vertici israeliani a mettere in dubbio l’affidabilità dell’Egitto come partner, sia sul piano economico sia su quello della sicurezza. Per il Cairo, simili segnali costituiscono un duplice avvertimento: da un lato la minaccia a entrate energetiche fondamentali in un contesto di crisi economica acuta, dall’altro la conferma che Israele tende a considerare l’Egitto come un alleato revocabile e sottoposto a pressione, in contrasto con l’immagine di partner strategico costruita in oltre quarant’anni di “pace fredda”.
Le leve di forza e i vincoli si distribuiscono in maniera asimmetrica. L’Egitto, pur gravato da difficoltà economiche, dispone ancora di asset strategici rilevanti: il Sinai come frontiera vitale per Israele, il Canale di Suez come arteria centrale del commercio globale, la posizione geografica che unisce Asia e Africa e il suo radicato legame storico con la causa palestinese. Israele, dal canto suo, è consapevole che un’escalation con l’Egitto la trascinerebbe in una dinamica di logoramento dagli esiti incerti, soprattutto mentre è già impegnata su più fronti con Gaza, Libano e Iran. Tuttavia, Tel Aviv confida nel sostegno incondizionato di Washington e nella convinzione che il Cairo, bisognoso di assistenza economica e militare occidentale, non spinga lo scontro oltre certi limiti.
In definitiva, l’Egitto si trova oggi a un bivio strategico. Non intende precipitare in un conflitto aperto che avrebbe costi elevatissimi sul piano economico e politico, ma sa bene che ogni concessione su Gaza o l’accettazione di piani di deportazione significherebbe uno scontro inevitabile con Israele, prima o poi. Da qui il suo attivismo crescente, tanto diplomatico quanto militare, volto ad aumentare il prezzo di qualsiasi avventura israeliana e, al contempo, a mantenere viva la possibilità di mediazione.
Gli scenari futuri restano molteplici. Il più probabile è la prosecuzione di una politica di “gestione della tensione” attraverso intese tattiche sui valichi e sugli aiuti umanitari, senza giungere a una soluzione definitiva. Ma il rischio di escalation locale è sempre presente, che si tratti di un nuovo incidente di frontiera o di un’operazione israeliana nel Sinai giustificata da motivi di sicurezza. Lo scenario più pericoloso sarebbe il collasso del percorso di Camp David, con il ritorno a una situazione simile al periodo pre-1979 e il conseguente sconvolgimento degli equilibri di sicurezza regionali. In quel caso, non si tratterebbe soltanto di un conflitto bilaterale tra Il Cairo e Tel Aviv, ma di un evento capace di ridisegnare gli equilibri di potere in tutto il Medio Oriente.
Per Israele, gli Accordi di Camp David hanno garantito quarant’anni di stabilità sul fronte meridionale. Ma quella stabilità oggi non è più assicurata. Per l’Egitto, la questione non è più soltanto quella di una mediazione o di un ruolo regionale, ma di sopravvivenza, confini e sovranità. Se Israele continuerà nelle sue politiche espansionistiche, lo scontro diretto non sarà più una possibilità remota, ma una prospettiva concreta, destinata a rimescolare le carte e ad aprire una nuova fase nella storia del conflitto arabo–israeliano.
*(Patrick Zaki – Ricercatore in Diritti Umani e Studioso presso la Scuola Normale Superiore (SNS), Firenze)

 

 

Views: 93

DICHIARAZIONE REDDITI 2025 | DAI IL 5X1000 A FILEF

Lascia il primo commento

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*


Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.