
01 – Mario Di Vito*: La strage, lo stato, i fascisti. Bologna, la verità oltre il labirinto . 2 agosto 1980 Il percorso giudiziario non è stato facile, al contrario è stato lunghissimo, accidentato, talvolta contraddittorio. Frutto dei depistaggi cominciati già il giorno dell’eccidio. Le intuizioni di Occorsio e di Amato sulle connessioni tra terroristi neri e apparati dello stato trovano conferma soprattutto nella storia politica del nostro paese.
02 – Fulvio Conti per Carocci*: . Manfredi Alberti – Il ruolo delle logge e la loro messa al bando – SAGGI «Massoneria e fascismo»
03 – L’insostenibile leggerezza di von der Leyen. E compagnia – E’ difficile davvero spiegare le ragioni di questa capitolazione: non c’è altro termine per definirla. Inutile girarci intorno
04 – Luciana Cimino*: «Solo propaganda, la linea del governo è fallita» Le reazioni dell’opposizione Pd: «La premier chieda scusa». Conte: «L’esecutivo si è dimostrato ignorante»
05 – 15 per cento.
06 – Moni Ovadia*: ipocriti, fingono che il colpevole sia il solo netanyahu, dopo 77 anni di persecuzioni per sfrattare e annientare il popolo palestinese.
07 – GAZA ALLA FAME. LA MATEMATICA DELLA FAME? NEGOZIATI: È ANCORA STALLO?
A Gaza aumentano i morti per denutrizione, soprattutto tra i bambini. E si moltiplicano le critiche all’Europa che condanna ma non agisce.( ISPI, Daly Focus)
08 – GUERRA ECONOMICA*:1 agosto 2025 sancisce non l’inizio della fine, ma solo la fine dell’inizio delle guerre economiche dell’amministrazione Trump – DAZI: ALTRO GIRO DI GIOSTRA . La Casa Bianca pubblica la lista dei dazi per 92 paesi: entreranno in vigore dal 7 agosto. Per l’Europa confermata l’aliquota al 15%.
09 – Marina Catucci*: Dazi «universali» Trump all’attacco di tutto il mondo – Dazi Usa Soglia tariffaria minima al 15% per quaranta paesi, e anche oltre per altre venti nazioni. Svizzera nel mirino per i farmaci: 39%.
10 – Federico Losurdo*: Lezione brasiliana, Trump non è l’imperatore del mondo – Le cose e le parole
La contesa tra Stati Uniti e Brasile trascende le sorti processuali di Jair Bolsonaro. La vera posta in gioco è la difesa della sovranità nazionale e il crescente protagonismo dei Brics che osano sfidare l’esorbitante privilegio del dollaro. Una lezione di metodo anche per le stanche classi “dirigenti” dell’Unione europea
01 – Mario Di Vito*: LA STRAGE, LO STATO, I FASCISTI. BOLOGNA, LA VERITÀ OLTRE IL LABIRINTO . 2 AGOSTO 1980 IL PERCORSO GIUDIZIARIO NON È STATO FACILE, AL CONTRARIO È STATO LUNGHISSIMO, ACCIDENTATO, TALVOLTA CONTRADDITTORIO. FRUTTO DEI DEPISTAGGI COMINCIATI GIÀ IL GIORNO DELL’ECCIDIO. LE INTUIZIONI DI OCCORSIO E DI AMATO SULLE CONNESSIONI TRA TERRORISTI NERI E APPARATI DELLO STATO TROVANO CONFERMA SOPRATTUTTO NELLA STORIA POLITICA DEL NOSTRO PAESE
È una storia che non finisce mai quella della strage di Bologna. Anche se la vicenda giudiziaria è nella sostanza esaurita e non si vedono motivi per riscriverla, come qualcuno, soprattutto a destra, vorrebbe fare. Sono stati condannati in via definitiva gli esecutori (Valerio Fioravanti, Francesca Mambro, Luigi Ciavardini, Gilberto Cavallini e Paolo Bellini) e le ultime sentenze passate in giudicato hanno anche individuato chi ha ideato, organizzato e finanziato l’eccidio che la mattina del 2 agosto 1980 costò la vita a 85 persone e ne ferì altre 200: Licio Gelli, Umberto Ortolani, Federico Umberto D’Amato e Mario Tedeschi. Cioè la P2, i servizi segreti e i fascisti.
IL PERCORSO nei tribunali non è stato facile, anzi, al contrario, è stato lunghissimo, accidentato, talvolta contraddittorio. Frutto dei depistaggi che cominciarono il giorno stesso della strage e si sono stesi negli anni come una malattia autoimmune, perché dietro c’erano pezzi dello stato. L’ultima parola «nel nome del popolo italiano» è stata pronunciata dalla Cassazione lo scorso primo luglio quando è stato reso definitivo l’ergastolo per Bellini, ma è una conclusione che consola solo fino a un certo punto, perché, al momento del processo che alla fine ne ha individuato le responsabilità, i mandanti erano già tutti morti. È per questo che gli ultimi eredi del Msi attualmente al governo possono continuare a giocare con le parole (Meloni, un anno fa parlò di «strage che le sentenze attribuiscono a esponenti di organizzazioni di destra») quando non c’è mai stato dubbio alcuno sulla matrice fascista dell’attentato: le modalità parlano da sole e tutte le altre piste sono state smentite in maniera categorica, perché le prove non c’erano o erano state costruite a tavolino proprio con l’obiettivo di sviare le indagini.
E SE LE INTUIZIONI prima di Vittorio Occorsio (ucciso dal «comandante militare» di Ordine Nuovo Pierluigi Concutelli nel 1976) e poi di Mario Amato (fatto fuori nel 1980 dai Nar) sulle connessioni tra terroristi neri e apparati dello Stato, uniti nell’abbraccio e costantemente sull’uscio delle porte delle sedi del Msi, trovano una conferma, questa non va cercata solo nelle sentenze, ma anche – soprattutto – nella storia politica del nostro paese. Era il settembre del 1990 quando in un’intervista all’Unità Giuseppe Di Lello, allora giudice per le indagini preliminari a Palermo, disse che «tutti i delitti e le stragi commessi dai neri sono rimasti impuniti. E la colpa non è certo dei magistrati di Bologna o di quelli di Firenze che non riescono a individuare esecutori e mandanti, ma dello stato che non vuole si scopra la verità. E questo perché i crimini dei neri sono stati realizzati con coperture, deviazioni dei servizi segreti. Credo che quest’ultimo ragionamento sia valido anche per i grossi delitti di mafia». Parole pronunciate prima delle recenti riscosse giudiziarie, ma che risuonano forti oggi che la pista nera rispunta per l’omicidio di Piersanti Mattarella e per le stragi e gli omicidi mafiosi d’inizio anni ’90. Non tanto per le indagini in corso, che ovviamente faranno il loro corso, ma per l’evidenza dei depistaggi, che discendono sempre dalla stessa fonte. Anche qui siamo in presenza di fatti storicamente accertati e politicamente indiscutibili: le trame atlantiche sono (state) una realtà.
«STRAGE DI STATO» è un’espressione che nasce nel 1970 dal titolo di un libro di controinchiesta su piazza Fontana, l’evento da cui discende la cosiddetta strategia della tensione, che non fu solo una sequenza di massacri, ma anche una costellazione di depistaggi. Già per i fatti del 12 dicembre 1969 le indagini cominciarono puntando dritte verso ambienti che non c’entravano niente – gli anarchici – dando il via a un caos giudiziario comune a tutte le stragi i cui effetti si avvertono ancora oggi. Perché per smentire una falsa pista spesso ci vogliono anni e imboccare quella giusta in ritardo vuol dire muoversi in un labirinto.
L’elenco di tutti i passaggi fatti nei tribunali per l’attentato di Bologna è eloquente. Il primo processo cominciò sette anni dopo lo scoppio della bomba, nel 1987, e la Cassazione si pronunciò solo nel 1995, peraltro assolvendo Sergio Picciafuoco (neofascista che quel 2 agosto di certo era alla stazione e rimase pure ferito). Un anno prima era arrivata la sentenza di ergastolo per Fioravanti e Mambro. Si è consumato tra il 2000 e il 2003 poi il processo per i depistaggi, terminato con le assoluzioni di Massimo Carminati e Federigo Mannucci Benincasa, ex direttore del Sismi di Firenze. È durato dieci anni invece il processo a Ciavardini, minorenne all’epoca dei fatti, concluso con una condanna a trent’anni. Il terzo processo, quello che ha portato all’ergastolo per Cavallini, è andato in scena tra il 2017 e il 2020, anno in cui la procura di Bologna ha chiuso le indagine sui mandanti e i finanziatori, dalla quale è nato il processo a Bellini, chiuso il mese scorso.
UN’ODISSEA. Gli atti ammontano ormai a diverse decine di migliaia di pagine e per muoversi negli archivi – è notizia degli ultimi giorni – ci si serve dell’intelligenza artificiale tanta e tale è la mole di informazioni, perizie, verbali e testimonianze accumulata nel tempo. Ma al termine di questa lunga notte della Repubblica una certezza esiste: a Bologna fu una strage di stato compiuta con manovalanza fascista.
*(Mario Di Vito, giornalista, lavora per “il manifesto” ed è autore di documentari e programmi radiofonici e televisivi, di reportage, romanzi e inchieste)
02 – Fulvio Conti per Carocci*: . MANFREDI ALBERTI – IL RUOLO DELLE LOGGE E LA LORO MESSA AL BANDO – SAGGI «MASSONERIA E FASCISMO»
ANTONIO GRAMSCI PRONUNCIÒ IL SUO UNICO DISCORSO PARLAMENTARE IL 16 MAGGIO 1925, IN OCCASIONE DELLA DISCUSSIONE DELLA PRIMA DELLE «LEGGI FASCISTISSIME». SI TRATTAVA DI UN DISEGNO DI LEGGE CONTRO LE SOCIETÀ SEGRETE, MA DI FATTO CONTRO LE LOGGE MASSONICHE. IN QUEL DISCORSO IL DIRIGENTE COMUNISTA AFFERMÒ CHE METTENDO AL BANDO LA MASSONERIA – A SUO GIUDIZIO L’UNICO VERO PARTITO CHE LA BORGHESIA AVESSE MAI AVUTO – IL GOVERNO VOLEVA IN REALTÀ COLPIRE TUTTE LE ORGANIZZAZIONI POLITICHE AVVERSARIE, A COMINCIARE DA QUELLE DEL PROLETARIATO.
Gramsci si soffermò su questioni di grande rilevanza, come il ruolo politico svolto dai liberi muratori dal Risorgimento in poi, evidenziando l’ambiguità di un’istituzione che aveva saputo ospitare al suo interno significative presenze del mondo democratico e socialista, promuovendo gli ideali della laicità, ma che al contempo aveva flirtato con il movimento fascista, prima di venirne travolta.
IL COMPLESSO RAPPORTO fra il fascismo «storico» e la massoneria italiana è analizzato con grande efficacia da Fulvio Conti nel suo ultimo volume, Massoneria e fascismo. Dalla Grande Guerra alla messa al bando delle logge (Carocci, pp. 320, euro 29). Dando ampio spazio alle fonti coeve, l’autore ricostruisce i profondi cambiamenti generati dalla Grande guerra e dall’avvento delle organizzazioni politiche di massa, principalmente socialiste e cattoliche. Fu nello scenario del dopoguerra che la massoneria, al pari di altre forze politiche espressione della borghesia italiana, scelse di appoggiare apertamente in chiave anticomunista la violenza controrivoluzionaria del movimento (poi partito) fascista. Un chiaro ravvedimento della massoneria si ebbe tardivamente, solo dopo la conclamata trasformazione del fascismo in regime totalitario, nel corso del 1925. Un regime che si apprestava a fare vistose concessioni economiche e politiche alla Chiesa cattolica, violando i principi di laicità cari ai liberi muratori.
Sebbene profondamente ostile alla massoneria sin dai tempi della sua militanza socialista, Mussolini si era avvicinato a essa all’indomani del 1914, in ragione della comune posizione interventista. Finita la guerra, di fronte al «pericolo rosso» la massoneria si mostrò ambiguamente collocata fra la difesa della democrazia parlamentare e la connivenza con le espressioni più brutali della violenza fascista, almeno fino al 1923.
La vicinanza fra la massoneria e il fascismo degli albori, peraltro, è testimoniata dall’affiliazione alle logge della maggioranza dei quadrumviri della Marcia su Roma (Italo Balbo, Emilio De Bono e Michele Bianchi), come pure dei futuri segretari del partito fascista Roberto Farinacci e Achille Starace. Oggi sappiamo anche, come ci dimostra Fulvio Conti, che l’ascesa politica di Mussolini beneficiò di diversi contributi economici provenienti da ambienti massonici, dai tempi della fondazione del «Popolo d’Italia» fino alla Marcia su Roma, evento che fu sostenuto da un finanziamento da parte del Grande Oriente, una delle due principali obbedienze massoniche. Un’inquietante presenza massonica si registra anche nella gestione del delitto Matteotti, i cui mandanti ed esecutori erano affiliati all’altra grande organizzazione liberomuratoria, quella di Piazza del Gesù.
COME SPESSO ACCADE nei rivolgimenti dialettici della storia, le logge massoniche finirono con il diventare vittime della violenza fascista, che già prima della Marcia su Roma aveva cominciato a prendere di mira alcuni massoni antifascisti, come ad esempio il giurista Angelo Sraffa (padre dell’economista Piero), rettore della Bocconi, aggredito dagli squadristi nel febbraio del 1922. Nei mesi successivi vi fu un crescendo di violenze contro alcune frange della massoneria, prima di arrivare alla legge per la messa al bando di tutte le logge, che di lì a poco furono costrette a sciogliersi. Leggendo il volume di Fulvio Conti emerge con chiarezza che dietro la nascita e l’affermazione del fascismo non vi fu alcun «complotto massonico». Rimane tuttavia il fatto che la massoneria di quegli anni fu, se non il principale «partito» della borghesia, quanto meno un’espressione concreta dei colpevoli cedimenti di quella classe sociale rispetto al bellicismo, prima, e al fenomeno fascista, poi.
*( Fulvio Conti, ricercatore universitario dal 1992, professore associato dal 2001, dal 2013 è professore ordinario di Storia contemporanea)
03 – L’INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DI VON DER LEYEN. E COMPAGNIA – E’ DIFFICILE DAVVERO SPIEGARE LE RAGIONI DI QUESTA CAPITOLAZIONE: NON C’È ALTRO TERMINE PER DEFINIRLA. INUTILE GIRARCI INTORNO.
Passo dopo passo una imbelle e pavida classe dirigente europea sta affossando l’idea stessa di Europa con scelte che avranno due conseguenze certe: una accresciuta e sempre più indiscutibile dipendenza dagli USA e il costo della fiera che sarà scaricato sulle spalle dei ceti popolari e del mondo del lavoro, o perchè agli impegni si farà fronte dirottando risorse enormi dalla coesione sociale e dagli investimenti o perchè si attingerà ad un ulteriore incremento del debito che, con i suoi effetti e il suo servizio, graverà ulteriormente sui bilanci dei singoli Stati, ovvero con un mix delle due cose,
C’è una evidente scelta nel nucleo di classe dirigente raccolta intorno alla presidenza americana, altro che problemi di temperamento: gli USA si sentono in declino e minacciati e reagiscono facendo valere non la forza di una visione inclusiva e persuasiva ma la brutalità diretta del richiamo all’ordine, della forza del loro potente dispositivo militare. E dettano le condizioni. Non esistono accordi tra pari, neanche tra alleati storici: noi dettiamo legge e voi vi adeguate.
E l’Europa di adegua. Si accuccia. Minata dalle posizioni dei sovranisti che, contro l’idea stessa degli interessi nazionali sopra tutto e per ossequio politico, hanno strutturalmente indebolito ogni capacità di reazione adeguata europea: e qui davvero l’azione del Governo italiano delle destre è stata nefasta. Ma minata anche dalla debolezza politica della Germania che si è ulteriormente annichilita con il suo nuovo governo a guida centro-moderata ma con appoggio SPD. E minata dalla posizione dell’Inghilterra che pur fuori dall’UE, con l’Europa ha stabilito nuove connessioni ma al cui Governo non è parso poi vero di poter dimostrare la sua coerenza neo-atlantica.
E minata dalla mancanza di una visione politica che la faccia uscire dall’angolo in cui è.
Ha ragione da vendere Lucrezia Reichlin sul Corriere di oggi: le conseguenze di questa nefasta capitolazione saranno di lunghissimo periodo e potranno giungere, se non rapidamente corrette, a mettere in discussione la prospettiva stessa del progetto europeo in se’.
Nella strategia USA, l’Europa, terzo PIL mondiale e area ricca, diventa la gallina dalle uova d’oro sulla quale scaricare non poco della ricostruzione del primato americano. Intanto, già nello slogan MEGA c’è tutta una visione del mondo nella quale si annuncia non solo una strategia di confrontation a tutto campo con la Cina ma anche che non c’è spazio per una co-partnership europea, declassata, l’Europa, a continente di profittatori da ricondurre rapidamente all’ordine del nuovo ordine neoimperiale.
E così è l’Europa in quanto idea stessa che viene schiacciata dal peso politico ed economico impostole da Trump: in pochi mesi, 5% di incremento per le spese Nato, a cui l’Europa aggiunge 850 miliardi di euro di riarmo e ora l’Accordo testè annunciato aggiunge 600 miliardi di investimenti diretti dell’Europa negli USA ( il trasferimento cioè in blocco di tutti i nuovi progetti di apertura di centri produttivi e di servizio delle più grandi aziende europee non più in Europa ma direttamente negli Stati Uniti ); oltre 700 miliardi per acquisto di gas e petrolio americano; oltre 600 miliardi per acquisto di armi. A questo poi si aggiungono la conferma del 50% di dazi su acciaio e alluminio e il 15% praticamente lineare su tutte le esportazioni negli USA. E così, dopo aver drenato ricchezza da tutto il mondo per finanziare il suo debito, che è diventato esorbitante, ora, gli USA, drenano risorse dirette a sostegno della loro economia. Nel frattempo il dollaro ha perso con Trump circa il 15% del suo valore: questo vuol dire che già oggi per importare dall’estero gli USA devono spendere il 15% circa in più a cui si aggiunge il 15% dei dazi appena accordati. Quindi un prodotto europeo non deve scalare una barriera del 15 ma circa del 30% per raggiungere il mercato americano. Interessante oggi su questo il Manifesto con l’articolo di Luigi Pandolfi.
Se tiriamo le somme, stiamo parlando di un impegno che vale nei prossimi anni per l’Europa, più dell’equivalente dell’intero PIL italiano, oltre 2000 miliardi di euro che dall’Europa prendono la via degli USA.
UN FATTO ENORME SOTTO IL CUI PESO L’EUROPA VIENE SCHIACCIATA E VA IN FRANTUMI. ESPLODE SOCIALMENTE. E VIENE AZZERATA COME SOGGETTIVITÀ GLOBALE.
DEL TUTTO INSOSTENIBILE.
EPPURE, SU QUESTO SI STA PROCEDENDO.
A questo ci stanno conducendo le illuminate classi dirigenti della stagione neoliberista europea. Con concorso attivo ancora oggi del Partito del Socialismo Europeo che sostiene l’attuale Commissione.
Ecco quanto invece ci sarebbe bisogno di un’altra Europa, con altra visione, capace di fermare Israele nel genocidio a Gaza ( così lo definiscono anche importanti e coraggiose ONG israeliane ); capace di difendere l’Ucraina anche costruendo un proprio terreno di confronto con la Russia; capace di costruire intese con i BRICS là dove cioè invece la politica americana impedisce di guardare; capace di investire quelle risorse invece sulla costruzione di un inedito e inclusivo modello sociale; capace di investire nel recupero del gap tecnologico e di decidere alti standard di vita e di diritti a casa propria, per indurre tutti a salire a quel livello invece di scendere noi ai livelli più bassi di tutela dei diritti e del lavoro (vedi da ultimo proprio i morti di Napoli come quelli di Brandizzo di ieri e di tutti i luoghi di lavoro ).
MA CHI INCARNA OGGI QUESTA IDEA DI EUROPA COSÌ NECESSARIA MA ANCHE COSÌ LONTANA?
PICCOLI SIAMO DIVENTATI.
E gli industriali italiani si consolano chiedendo il recupero per mano pubblica dei miliardi che i dazi gli fanno perdere ( e sempre il lavoro paga….). E il PD continua nelle sue dichiarazioni giustamente polemiche con il Governo ma nulla muove nella costruzione di un altro profilo suo sull’Europa , sul suo ruolo, in discontinuità con le sue stesse posizioni del trentennio e degli ultimi trenta giorni.
Von Der Leyn rimane ancora la Presidente sua e del PSE.
I FATTI DIMOSTRANO CHE GALLEGGIARE IN TEMPO DI TEMPESTA NON SI PUÒ E LA NAVE SI SFASCIA.
*(Articolo già pubblicato su Infiniti Mondi. Bimestrale di pensieri di libertà)
04 – Luciana Cimino*: «SOLO PROPAGANDA, LA LINEA DEL GOVERNO È FALLITA» LE REAZIONI DELL’OPPOSIZIONE PD: «LA PREMIER CHIEDA SCUSA». CONTE: «L’ESECUTIVO SI È DIMOSTRATO IGNORANTE»
«Fallimento», «figuraccia internazionale», «sconfessione totale» della linea del governo sui migranti. La reazione delle opposizioni alla sentenza della Corte di Giustizia della Ue è unanime. Al netto delle parole di Carlo Calenda che gioca a distinguersi: «C’è il rischio concreto che nessun paese venga considerato sicuro», ha detto il leader di Azione. Mentre gli altri partiti accusano di «propaganda diabolica sulla pelle dei migranti» la premier Giorgia Meloni che si era spesa più volte e in prima persona sul progetto di deportazione varato dal suo esecutivo.
«Funzioneranno!», aveva urlato la presidente del consiglio qualche mese fa durante un comizio. Parole riprese dalla segretaria Pd, Elly Schlein che, durante un’iniziativa elettorale nelle Marche, ha scandito invece: «Non funzioneranno». Meloni «si prenda la responsabilità di non aver letto le leggi italiane ed europee e di aver fatto una scelta illegale con centri in Albania che calpestano i diritti fondamentali dei richiedenti asilo e per cui hanno sperperato 800 milioni», ha detto Schlein seguita a ruota dal resto del partito. «Un fallimento legale, economico, umano, in termini di politiche migratorie: la premier dovrebbe chiedere scusa», ha attaccato la dem Laura Boldrini che ricorda come l’operazione «non sia neanche serviti a ridurre i flussi migratori dato che nei primi sei mesi del 2025 gli sbarchi sono aumentati».
E la collega Rachele Scarpa, che ha compiuto nei mesi scorsi diverse ispezioni a Gjader e Shengjin, ha sottolineato come il pronunciamento della Corte Ue sui paesi sicuri costituisca «uno spartiacque: il modello Albania non è compatibile con il diritto comunitario». «Dopo il primo trasferimento a ottobre il governo avrebbe dovuto fermarsi: alla luce della sentenza i tentativi di novembre e gennaio risultano dolosi, attuati per esigenze propagandistiche», ha attaccato Scarpa. Per Avs «Meloni e Piantedosi hanno edificato un impianto privo di garanzie giuridiche, umanamente inaccettabile ed economicamente insostenibile», ha detto Angelo Bonelli. E Nicola Fratoianni: «La sentenza è un macigno sulla campagna di propaganda e di odio del governo contro migranti e giudici». Per il presidente del M5s, Giuseppe Conte, «la pronuncia era scontata, Meloni si dice scandalizzata: è una prova di ignoranza rispetto al diritto europeo». I centri in Albania sono «il più clamoroso scandalo della storia italiana» per Matteo Renzi che si concentra sui soldi pubblici sprecati, mentre Riccardo Magi chiede alla premier di chiudere «quelle inquietanti e illegali cattedrali nel deserto» e di rispettare «i diritti delle persone migranti». Anche per Prc la sentenza «smaschera l’impianto ideologico e autoritario della politica migratoria del governo».
Critiche durissime arrivano anche dalla Cei. «Il balletto di decreti e di leggi per utilizzare come hub e come cpr le strutture costose realizzate in Albania – ha osservato monsignor Gian Carlo Perego, presidente della commissione episcopale che si occupa dei migranti e della fondazione Migrantes – termina con questa dichiarazione della Corte che non lascia margini ad altre subdole manovre per allontanare il dramma di migranti in fuga dai nostri occhi e dalla nostra responsabilità costituzionale». Sulla stessa linea le associazioni che si occupano di migrazioni. Per il Tavolo Asilo e Immigrazione quella della corte è una «decisione dirompente, che smentisce in modo radicale il governo» e chiede a Meloni di «prenderne atto e cessare ogni iniziativa per la riattivazione del protocollo». Anche l’Arci esorta alla «chiusura del centro di Gjader: il cosiddetto modello Albania è stato un specchietto per le allodole, buono solo ad accumulare figuracce».
In serata arriva la difesa del guardasigilli Carlo Nordio che attacca le toghe: «Il sindacato del giudice dev’essere effettivo e motivato e non sembra che questo sia sempre avvenuto».
*( Fonte: Il Manifesto – Luciana Cimino. giornalista,Ha lavorato per lunghi anni all’Unità e scritto per diversi giornali. Oggi si occupa di comunicazione e di qualità dell’informazione nella più importante agenzia italiana: HDRÀ)
05 – 15 PER CENTO* : LO PSEUDO-ACCORDO COMMERCIALE TRA UNIONE EUROPEA E STATI UNITI, RAGGIUNTO IN SCOZIA SOTTO LA SUPERVISIONE DI URSULA VON DER LEYEN E DONALD TRUMP A POCHE ORE DI DISTANZA DALLA FIGURA BARBINA RIMEDIATA DALLA DELEGAZIONE EUROPEA IN CINA, CONTINUA A FAR DISCUTERE.
L’intesa impegna gli Usa a imporre dazi nei confronti dei beni europei del 15 anziché del 30%, ma vincola l’Unione Europea ad azzerare sostanzialmente le proprie tariffe sui prodotti statunitensi, ad importare dagli Usa vaste quantità di armi ed energia per un controvalore di 750 miliardi di dollari e ad investire 600 miliardi di dollari negli Stati Uniti. Il tutto prima che scada il mandato di Trump. Rimangono in vigore i dazi statunitensi del 50% su acciaio e alluminio e resta per il momento ignota l’entità delle barriere tariffarie su prodotti farmaceutici e semiconduttori, mentre tramonta qualsiasi prospettiva di tassa digitale europea sulle piattaforme statunitensi. Per il “vecchio continente”, si tratta di una débâcle totale, a dispetto delle valutazioni positive espresse dal primo ministro italiano Giorgia Meloni che si è posta in controtendenza rispetto alle autorità francesi e tedesche. La Von der Leyen e i suoi collaboratori, dal canto loro, si sono difesi sottolineando per tramite del portavoce della Commissione Europea al Commercio Olof Gill che, nelle trattative con gli Stati Uniti, la delegazione si è strettamente attenuta al mandato ricevuto dai singoli Paesi europei, e che l’intesa raggiunta va in ogni caso accolta con soddisfazione in quanto protettiva degli interessi comunitari e capace di scongiurare una guerra commerciale transatlantica. Senonché, Bruxelles ha pubblicato un testo chiarificatore dell’accordo appena siglato che presenta non poche difformità rispetto a quello pubblicato dalla Casa Bianca. Le divergenze riguardano in particolare i dazi su prodotti farmaceutici e semiconduttori, il tema della tassa digitale europea e la configurazione stessa dell’intesa, che secondo il documento diffuso dalla Commissione Europea non sarebbe giuridicamente vincolante. Parliamo di tutto questo assieme ad Alessandro Volpi, saggista, collaboratore di «Altraeconomia» e «Valori» e docente di Storia contemporanea presso il Dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa.
(ndr)
06 – MONI OVADIA*: IPOCRITI, FINGONO CHE IL COLPEVOLE SIA IL SOLO NETANYAHU, DOPO 77 ANNI DI PERSECUZIONI PER SFRATTARE E ANNIENTARE IL POPOLO PALESTINESE.
Troppo comodo, prendersela con il solo Netanyahu: come se fosse l’eccezione, anziché la regola (il potere violento che da quasi un secolo lavora per sfrattare e annientare i palestinesi). «Netanyahu è il cattivo? Perché, gli altri cosa hanno fatto? La Naqba l’ha fatta Ben Gurion, l’ha fatta Golda Meyr. Ben Gurion fece distruggere 500 villaggi palestinesi con un gesto della mano. Tutti i trucchi sono stati usati per depredare il popolo palestinese. C’era un progetto che appariva bello, quello del rimboschimento di quella terra: si chiamava Keren Kemet Israel, ma la sua verità è che volevano celare tutte le devastazioni e seppellire i morti che non si potevano dichiarare».
La voce dell’ebreo sefardita Salomon Ovadia, per tutti Moni, si leva stentorea come in un teatro greco: esprime dolore, sdegno, pietà. L’indignazione per la macelleria in corso rivaleggia con il furore di fronte ai sepolcri imbiancati, i governi europei sottomessi al padrone, i cittadini dormienti che assistono immobili allo sterminio, senza anestesia, di un’intera popolazione. Raccomanda il grande intellettuale ebreo: «Usate limpidamente, serenamente, la parola genocidio: perché di questo si tratta. E la cosa è talmente chiara che il primo a sdoganarla, nell’ambiente israeliano, è stato il massimo esperto di Olocausto in Israele, il professor Ramos Goldberg, che in un testo di 20 righe ha ripetuto la parola “genocidio” sei volte, e l’ultima volta ha scritto “genocidio intenzionale”».
Insiste Moni Ovadia: «Non è stato un errore, una perdita di controllo. No, questo era lo scopo: cancellare un popolo, con tutti i mezzi possibili; deportando i palestinesi, distruggendo tutta la loro cultura, tutta la loro istruzione». Niente sconti: «È dalle origini, il problema: perché quando ti presenti con lo slogan “una terra senza popolo per un popolo senza terra” vuol dire che ti vuoi sbarazzare di quel popolo che non vedi». Il popolo che non vuoi vedere, che vorresti non fosse mai esistito. Il popolo che stai letteralmente cancellando, anche con il miraggio beffardo dei due Stati: con Gaza ormai ridotta in macerie e la stessa Cisgiordania sbranata giorno per giorno dalla ferocia dei coloni.
Uno di loro, il fanatico Yigal Amir, arrivò a uccidere Rabin, l’unico leader israeliano disposto a fare la pace. «Un complotto ben costruito»: in cabina di regia «la feccia della destra ultra-reazionaria», non ostacolata da «una sedicente sinistra imbelle, incapace, bugiarda, ipocrita e complice», che ha rinunciato a pretendere verità e giustizia. Per Moni Ovadia, siamo precipitati «nella più atroce delle barbarie»: lo sterminio in atto tortura ogni giorno le coscienze ancora vive e condanna chi tace per pavidità e opportunismo.
«L’umanità ha impiegato secoli, millenni, per arrivare alla carta dei diritti universali dell’uomo; e i cosiddetti democratici occidentali hanno fatto carne di porco della legalità internazionale. Qui si tratta di scegliere: civiltà o barbarie. Di questo passo, un domani, quando oseremo invocare i diritti umani di fronte ai crimini dei peggiori dittatori, quelli ci diranno: “Ma state zitti, buffoni. Che cosa avete fatto con la Palestina? Non avete più titolo per parlare”. Noi dobbiamo guadagnarcelo di nuovo, questo titolo».
Ancora: «Non si illudano, gli indifferenti. Gramsci ce l’ha insegnato: sono i più detestabili, i più vigliacchi, perché non si assumono responsabilità. Lo stesso Dante disprezza gli ignavi: “Non ti curar di lor, ma guarda e passa”. Ebbene, chi oggi tace di fronte all’abominio verrà giudicato lo stesso: i suoi figli o i suoi nipoti gli sputeranno in faccia, per esser stato così vigliacco». Per Moni Ovadia, siamo di fronte a una barbarie mai vista, di fronte a cui è obbligatorio reagire: «Non so se avete visto la manifestazione di Amsterdam, la manifestazione di Parigi. Tocca anche a noi italiani. Eravamo paradigma di lotta: che cazzo ci è successo? Dobbiamo diventare decine di milioni, in strada. Tocca a ognuno di noi».
E che dire, di fronte a questi leader dell’Europa che si accorgono solo adesso del problema? «Da 77 anni il popolo palestinese è perseguitato, assassinato, torturato, espropriato, vessato. Dov’erano questi signori?». Militante da quarant’anni nell’ebraismo anti-sionista, Moni Ovadia rivela: «Ho ricevuto insulti, maledizioni, minacce (anche di morte). Adesso li voglio vedere in faccia, questi moderati. Non c’è peste peggiore della moderazione. Qui i moderati ci hanno regalato la mafia, la ‘ndrangheta e la camorra, ci hanno regalato la complicità in tanti crimini, il Vietnam e poi la Libia, l’Iraq, l’Afghanistan, la Siria».
«Sapete, si calcolano in 55-60 milioni le vittime dell’imperialismo statunitense e dei suoi servi leccapiedi. E poi hanno anche il coraggio di parlare del comunismo…». Riguardo a Gaza, la misura è colma: «È arrivato il momento di non accettare, su questa questione, nessun understatement. Hanno fatto una delle cose più raccapriccianti: hanno deciso il momento in cui comincia la storia, cioè il 7 ottobre, come se prima non ci fosse stato niente. Le uccisioni di bambini palestinesi, gli arresti arbitrari, i furti di terra e di acqua, i massacri, le segregazioni…».
Moni Ovadia compirà 80 anni l’anno prossimo, ma sembra un giovane leone. «Fate attenzione, perché quando cala la tensione è facile dire “Be’, adesso va un po’ meglio”. No, non c’è “un po’ meglio”». Sono stati oltrepassati tutti i limiti. «Non so se avete visto quella donna palestinese che camminava, sola, in mezzo a una strada tra le macerie. L’hanno polverizzata. Le hanno sparato addosso qualcosa, e lei si è dissolta in una nuvola di polvere. Sperimentano queste armi, sapete, anche perché non puoi seppellire la polvere. E così non possono più avere neanche quella pietas che c’era fin dai tempi della Guerra di Troia: avere il corpo del proprio caro, per piangerlo».
*(Moni Ovadia su Il Fatto Quotidiano, video: https://www.youtube.com/watch?v=-QrvMMdf65U )
07 – GAZA ALLA FAME. LA MATEMATICA DELLA FAME? NEGOZIATI: È ANCORA STALLO?
A GAZA AUMENTANO I MORTI PER DENUTRIZIONE, SOPRATTUTTO TRA I BAMBINI. E SI MOLTIPLICANO LE CRITICHE ALL’EUROPA CHE CONDANNA MA NON AGISCE.( ISPI, DALY FOCUS)
Dopo 22 mesi di combattimenti, raid aerei, sfollamenti ripetuti, spari sulla folla affamata stipata davanti ai centri di distribuzione degli aiuti, è la fame l’ultima, micidiale, arma di guerra scatenata contro i palestinesi a Gaza. Se le testimonianze e le immagini, agghiaccianti, che provengono dalla Striscia non fossero abbastanza, a certificare lo sterminio in corso, che colpisce soprattutto i più vulnerabili tra i civili – bambini, anziani e malati – sono le Nazioni unite. Il World Food Programme ha dichiarato questa settimana che la crisi alimentare nell’enclave ha raggiunto “nuovi e sorprendenti livelli di disperazione, con un terzo della popolazione che non mangia da diversi giorni consecutivi”. Il numero dei bambini morti di malnutrizione è aumentato drasticamente negli ultimi giorni. Molti non avevano patologie preesistenti, sono semplicemente morti di inedia. “Non so come altro definirla se non fame di massa, ed è causata dall’uomo, questo è molto chiaro”, ha dichiarato il direttore dell’Organizzazione Mondiale della Sanità Tedros Adhanom Ghebreyesus, durante una conferenza stampa da Ginevra. Alcuni giorni prima, era stata l’Agence France-Press (AFP) a lanciare l’allarme, avvertendo che “senza un intervento immediato, anche gli ultimi giornalisti a Gaza moriranno”, aggiungendo che la maggior parte di loro, “non ha più la capacità fisica di spostarsi nell’enclave per svolgere il proprio lavoro e che teme di “apprendere della loro morte da un momento all’altro”. In una lettera oltre 109 agenzie, tra cui Medici Senza Frontiere, Oxfam International e Amnesty International, denunciano che è il governo israeliano a impedire alle organizzazioni umanitarie di distribuire gli aiuti salvavita. “Abbiamo cibo. Abbiamo aiuti. Eppure non possiamo consegnarli. E il motivo è semplice: le autorità israeliane ci bloccano”, ha detto Bushra Khalidi di Oxfam chiedendo un cessate il fuoco immediato, l’apertura di tutti i valichi di frontiera e il libero flusso di aiuti umanitari.
LA MATEMATICA DELLA FAME?
Le accuse di usare la fame “come arma di guerra” sono state puntualmente respinte da Israele che ha invece replicato che a Gaza arriva cibo a sufficienza e che la scarsità di cibo è orchestrata da Hamas e della cattiva gestione delle organizzazioni umanitarie. Eppure, sono gli stessi numeri forniti dalla Gaza Humanitarian foundation (GHF) a confermare la drammatica carestia che Israele si ostina a negare. La controversa organizzazione, che di fatto detiene il monopolio della distribuzione di aiuti nella Striscia, sostiene infatti di aver già consegnato più di 85 milioni di pasti. Ma, come spiega il quotidiano Ha’aretz, calcolando gli abitanti di Gaza, i pasti da fornire avrebbero dovuto essere più del quadruplo. “Questo divario è solo la punta dell’iceberg della matematica della fame”, scrive Ha’aretz, secondo cui i punti di distribuzione gestiti da GHF sono aperti appena 15 minuti al giorno. E gli orari di apertura non vengono mai resi noti in anticipo, costringendo migliaia di persone a circondare i centri tutto il giorno nella speranza di riuscire a procurarsi un po’ di cibo. In questo clima di incertezza che aleggia sull’intero sistema di distribuzione, le strade limitrofe rischiano di trasformarsi in trappole mortali. Ogni giorno decine di persone vengono colpite dal fuoco di soldati e contractors, incaricati in teoria di gestire la sicurezza dei centri. Più di mille palestinesi sono stati uccisi nella calca presso dei centri di distribuzione o vicino ai camion che trasportavano cibo dal 26 maggio – data in cui la GHF ha cominciato a operare a Gaza – ad oggi.
NEGOZIATI: È ANCORA STALLO?
Intanto alla drammatica “guerra per fame” che si consuma nella Striscia, si alternano le notizie sempre meno incoraggianti che arrivano dai negoziati. Dopo l’ottimismo filtrato nei giorni scorsi i colloqui per un cessate il fuoco sono stati bruscamente interrotti da Israele e Stati Uniti che hanno annunciato il ritiro dei loro negoziatori da Doha. L’inviato statunitense Steve Witkoff ha accusato Hamas di “non agire in buona fede”. Secondo quanto riportato dai media israeliani, la proposta di Hamas includeva richieste sul numero di prigionieri da scambiare, sulle agenzie autorizzate a distribuire aiuti a Gaza e sulla fine definitiva del conflitto piuttosto che un cessate il fuoco temporaneo. Secondo il sito Axios, Hamas avrebbe chiesto a Israele di rilasciare 200 palestinesi che stanno scontando una condanna all’ergastolo per aver ucciso israeliani, anziché i 125 previsti dalla proposta, e 2mila palestinesi detenuti a Gaza dopo il 7 ottobre, anziché i 1200 proposti. Il Forum delle famiglie degli ostaggi israeliani ha criticato un’altra “occasione persa” per il rilascio di una quota dei 20 ostaggi ritenuti ancora in vita e dei corpi di quelli deceduti in oltre 20 mesi di sequestro dal 7 ottobre 2023. Il passo indietro di Usa e Israele ha già innescato le prime reazioni diplomatiche, con il premier britannico Keir Starmer che annuncia una chiamata di emergenza su Gaza con Francia e Germania. La fame a Gaza “è intollerabile”, ha detto Starmer, anticipando che i leder discuteranno di come “fermare le uccisioni e portare il cibo alle persone che ne hanno disperato bisogno”. Dal canto suo, il presidente francese Emanuel Macron ha annunciato che a settembre la Francia riconoscerà lo Stato di Palestina.
*( Fonte: ISPI, Daly Focus)
08 – GUERRA ECONOMICA*:1 agosto 2025 sancisce non l’inizio della fine, ma solo la fine dell’inizio delle guerre economiche dell’amministrazione Trump – DAZI: ALTRO GIRO DI GIOSTRA . La Casa Bianca pubblica la lista dei dazi per 92 paesi: entreranno in vigore dal 7 agosto. Per l’Europa confermata l’aliquota al 15%.
Donald Trump firma un ordine esecutivo che impone dazi dal 10% al 41% sulle importazioni da decine di partner commerciali degli Stati Uniti, dimostrando di voler proseguire l’escalation di una guerra commerciale globale senza precedenti nella storia moderna. A differenza di quanto annunciato in precedenza le tariffe non entreranno in vigore a partire da oggi ma dal 7 agosto, per dare tempo agli uffici doganali di attrezzarsi, spiegano dalla Casa Bianca, ponendo fine a mesi di contrattazioni, accordi e rinvii. Le tariffe annunciate riflettono infatti le intese stipulate di recente con governi che hanno offerto concessioni favorevoli agli Stati Uniti. Paesi come Bolivia, Ecuador, Islanda e Nigeria vedranno le loro esportazioni soggette a dazi doganali del 15%, mentre altri, tra cui Sri Lanka, Taiwan e Vietnam, saranno soggetti a un’aliquota del 20%. Per l’India, l’aliquota tariffaria sarà del 25% mentre tra i partner a cui Trump ha applicato i dazi più pesanti figura il Brasile, soggetto a un dazio del 50% per il trattamento riservato all’ex presidente Jair Bolsonaro, alleato di Trump, e accusato di aver incitato un colpo di stato. Il Canada invece ha visto aumentare la sua aliquota dal 25 al 35% tra ieri e oggi, dopo aver annunciato di voler riconoscere lo Stato di Palestina. Punita anche la Svizzera con una tariffa più alta di quella dichiarata il 2 aprile, al 39%. Tra gli Stati più penalizzati figurano anche il Sudafrica al 30% e la Serbia al 35%. Così facendo, il presidente Usa è convinto di poter ‘riequilibrare’ un ordine commerciale a suo parere fortemente svantaggioso per gli Usa – generando nuove entrate con cui sostituire gli ingenti tagli fiscali approvati dalla sua amministrazione, e facendo pressione sulle aziende perché producano una maggior quantità dei loro prodotti all’interno degli Stati Uniti. Resta da vedere se il suo azzardo avrà successo: una scommessa il cui esito potrebbe avere gravi conseguenze per l’economia statunitense e non solo.
COSA CAMBIA PER L’EUROPA?
Nei confronti delle merci provenienti dall’Europa, la Casa Bianca ha confermato un’aliquota del 15%. La scorsa settimana, il presidente aveva firmato un accordo preliminare con l’Unione Europea che stabiliva che la tariffa si sarebbe applicata alla maggior parte dei beni del blocco, tra cui automobili e prodotti farmaceutici, escludendone altri che – come acciaio e alluminio – dovrebbero restare al 50%. Come parte dell’accordo, l’Ue si era impegnata ad acquistare dagli Stati Uniti energia per un valore di 750 miliardi di dollari in tre anni e ha accettato di investire nel paese 600 miliardi di dollari in più rispetto agli attuali. Dopo che diverse capitali europee avevano sollevato perplessità sugli accordi negoziati dalla Commissione, i vertici del blocco hanno lasciato intendere che gli impegni finanziari sarebbero stati meno vincolanti di quanto dichiarato da Washington. Nella versione europea, infatti, si parla di “intenzione” da parte delle imprese a investire almeno 600 miliardi di dollari entro il 2029 in vari settori. Una formula vaga, che non garantisce il raggiungimento dell’obiettivo, poiché le aziende private potranno essere incentivate ma non obbligate a investire. Sul fronte energetico, poi, molti osservatori sottolineano come 750 miliardi di dollari in tre anni renderebbero l’Ue dipendente dagli Stati Uniti per oltre il 70% delle importazioni energetiche — una prospettiva giudicata insostenibile e rischiosa. Inoltre, incrementare drasticamente le importazioni di gas naturale liquefatto per soddisfare l’intesa appare poco realistico, visto il calo della domanda di gas in Europa e l’impossibilità per il mercato di assorbire tali volumi. Non da ultimo, per rispettare l’accordo, il Vecchio Continente dovrebbe triplicare le importazioni di petrolio, carbone e GNL dagli Usa: l’esatto contrario di quanto previsto dal Green Deal europeo.
TRUMP FRENA CONTRO LA CINA (PER ORA)?
Nel nuovo ordine esecutivo firmato da Donald Trump non ci sono novità sui dazi nei confronti della Cina. Anzi, la Casa Bianca ha confermato la tregua già in vigore, in attesa della scadenza del 12 agosto, quando dovrebbe arrivare un nuovo accordo tra Washington e Pechino. Mentre decine di altri Paesi stanno per subire l’aumento delle tariffe americane, il confronto tra le due superpotenze procede su binari separati. Questa settimana, alti funzionari cinesi e statunitensi si incontreranno a Stoccolma per proseguire i negoziati. L’intesa raggiunta a maggio — e confermata dall’ordine esecutivo — aveva sospeso per 90 giorni la raffica di aumenti decisa in primavera, che ad aprile aveva portato le imposte commerciali al 145%. A giugno c’è stato un nuovo round di colloqui, e ora il conto alla rovescia verso metà agosto è iniziato. Attualmente gli Stati Uniti applicano una tariffa base del 30% sui prodotti cinesi. Trump ha lasciato intendere che, in mancanza di un’intesa, i dazi potrebbero tornare a salire, ma ha anche assicurato che non si tornerà ai livelli record di qualche mese fa. Nel frattempo, però, è entrata in vigore una nuova misura anti-elusione: tutte le merci che le dogane americane considereranno “trasbordate” — cioè spedite in un altro Paese, riconfezionate e poi inviate negli Stati Uniti per aggirare i dazi — saranno soggette a una tariffa speciale del 40%. Il riferimento, non troppo velato, è alle merci prodotte in Cina ma fatte passare attraverso Paesi terzi per evitare i nuovi balzelli.
CRESCE LA PAURA DI UNA NUOVA ERA PROTEZIONISTA?
Gli investitori sapevano da settimane che oggi le nuove misure commerciali di Trump sarebbero entrate in vigore. Anzi, nel suo ordine esecutivo, che le posticipa di una settimana, la Casa Bianca ha mostrato più moderazione di quanto fatto in passato, abbassando molte aliquote tariffarie. Eppure, questa mattina, le borse hanno registrato un calo generalizzato e secondo i dati pubblicati venerdì dal Bureau of Labor Statistics, a giugno gli Stati Uniti hanno registrato la crescita dell’occupazione più debole degli ultimi quattro anni. Gli analisti finanziari ipotizzano che l’agenda e le politiche economiche di Trump possano iniziare a incidere tanto sui mercati finanziari quanto su quello del lavoro. Finora, la politica commerciale dell’amministrazione è stata costellata di colpi di scena: ad aprile il presidente aveva sbalordito il mondo annunciando nuovi ingenti dazi sulle importazioni, per poi sospenderne la maggior parte a causa del conseguente panico finanziario generato dal rischio di una recessione globale. Nei quattro mesi successivi, la Casa Bianca ha negoziato accordi e annunciato misure, svelato una manciata di accordi e imposto dazi unilaterali, il tutto senza enormi sconvolgimenti sui mercati. Intanto, la scadenza per l’entrata in vigore dei dazi veniva puntualmente prorogata. Ma oggi, con l’avvicinarsi definitivo del termine, la realtà dei dazi inizia a farsi sentire, consolidando la prospettiva di una rottura con decenni di libero scambio e l’inizio di una nuova era protezionistica.
IL COMMENTO – DI MORENO BERTOLDI, SENIOR ASSOCIATE RESEARCH FELLOW
“Il giorno dei “dazi reciproci” (quasi) definitivi statunitensi è infine arrivato. Oggi si chiude una fase, quella della grande incertezza generata dall’indeterminatezza del livello di questi dazi, e se ne apre un’altra, che influenzerà la dislocazione delle catene dell’offerta, le strategie di investimento da e verso gli Stati Uniti e la dinamica dei prezzi e delle quantità dei beni soggetti ai dazi. Tuttavia, sarebbe un errore pensare che in questa nuova fase l’incertezza si sia dissipata, non solo perché Trump intende continuare a utilizzare i dazi per perseguire obiettivi politici (si vedano i recenti casi del Brasile e del Canada), ma anche perché è molto probabile che la facilità con cui le controparti si sono piegate ai desiderata americani spingerà gli Stati Uniti ad avanzare nuove richieste. Di conseguenza, il 1 agosto 2025 sancisce non l’inizio della fine, ma solo la fine dell’inizio delle guerre economiche dell’amministrazione Trump-
*(Fonte: ISPI )
09 – Marina Catucci*: DAZI «UNIVERSALI» TRUMP ALL’ATTACCO DI TUTTO IL MONDO – DAZI USA SOGLIA TARIFFARIA MINIMA AL 15% PER QUARANTA PAESI, E ANCHE OLTRE PER ALTRE VENTI NAZIONI. SVIZZERA NEL MIRINO PER I FARMACI: 39%
NEW YORK – Nella notte fra il 31 Luglio e il primo agosto Donald Trump ha stabilito i nuovi dazi per tutti i paesi del mondo, inclusi quelli che avevano già negoziato degli accordi commerciali con gli Stati uniti, e che vedranno comunque aumentare le aliquote sulla stragrande maggioranza dei beni esportati in Usa. I dazi «universali» per le merci in arrivo rimarrà al 10%, vale a dire lo stesso livello implementato il 2 aprile, il Liberation day, come lo aveva chiamato il tycoon e si applicherà solo ai paesi con cui gli Stati uniti hanno un surplus commerciale.
UN’ALIQUOTA DEL 15% sarà la nuova soglia tariffaria minima per circa 40 paesi con cui gli Usa hanno un deficit commerciale, 26 paesi, invece, avranno aliquote superiori al 15%, o perché hanno concordato un quadro commerciale specifico, o perché Trump ha inviato ai loro leader una lettera in cui imponeva unilateralmente dei dazi più alti.
Per il Canada la nuova politica commerciale è entrata in vigore già ieri, e il paese si è visto applicare tasse speciali al 35%, in aumento rispetto alla soglia precedente del 25%. Il Messico ha accettato di mantenere per 90 giorni l’attuale tariffa del 25% applicata sui beni non esentati dall’accordo di libero scambio tra Stati Uniti, Messico e Canada. Ad eccezione del Canada, gli altri paesi vedranno entrare in vigore i dazi il 7 agosto, al fine di dare alla Dogana il tempo sufficiente per apportare le modifiche necessarie per riscuotere le nuove tasse. Gli unici partner commerciali che non hanno subito modifiche sono stati Regno unito, Cina e Messico, anche se l’accordo firmato con la Cina scade tra meno di due settimane, il che significa che anche queste aliquote potrebbero aumentare.
A quattro mesi dal Liberation day l’onda di indignazione che aveva sollevato l’imposizione dei dazi è solo un ricordo . Ad aprile la mossa commerciale di Trump aveva gettato i mercati finanziari nel caos ed alimentato i timori di una recessione globale, e poche ore dopo la loro entrata in vigore, Trump aveva rinviato l’applicazione dei dazi «reciproci», fissando il primo agosto come nuova scadenza. A quel punto panico e caos avevano lasciato spazio a una generica e diffusa insicurezza, per degli accordi da stipulare – a detta del presidente – caso per caso.
Ieri i mercati azionari sono scesi, ma il dollaro ha resistito e nel frattempo le azioni delle aziende farmaceutiche europee sono crollate in seguito alla minaccia di ritorsioni da parte di Trump, se i prezzi dei farmaci non verranno abbassati. Per questa ragione la Svizzera ha avuto un brusco risveglio venerdì, con il tasso di dazi al 39%, uno dei tassi più alti per qualsiasi nazione. Karin Keller-Sutter, presidente svizzera, ha dichiarato di aver provato a parlare con Trump giovedì, ma che «non è stato possibile raggiungere un accordo». Secondo Stefan Legge, responsabile della politica fiscale e commerciale dell’Istituto svizzero di diritto ed economia, c’è anche il rischio che ci si trascini nel panorama dell’incertezza. «Una cosa che abbiamo imparato in Svizzera è che si può parlare con chiunque alla Casa Bianca, ma è del tutto irrilevante se Trump non è d’accordo – ha dichiarato al New York Times – A Trump questo piace molto. È al centro delle decisioni, vuole essere sempre richiesto e tenere tutti in riga».
QUESTO «TENERE IN RIGA» è da intendersi in senso sempre meno commerciale e sempre più politico. Una delle ragioni dell’incremento dei dazi al Canada è da ricercare nella volontà espressa dal governo di Ottawa di riconoscere lo stato di Palestina. Dopo che il premier canadese Mark Carney ha comunicato ufficialmente che il Canada intende riconoscere la Palestina durante l’ottantesima Assemblea generale delle Nazioni unite che si terrà a settembre 2025, Trump ha subito scritto su Truth: «Wow! Il Canada ha appena annunciato che sosterrà la creazione di uno Stato palestinese. Questo renderà molto difficile per noi raggiungere un accordo commerciale con loro». Poco importa che Carney abbia specificato nel suo annuncio che il riconoscimento avverrà a patto che le autorità palestinesi attuino riforme, tengano elezioni nel 2026 senza Hamas e garantiscano la smilitarizzazione dello stato riconosciuto.
L’INCERTEZZA generata dall’umoralità punitiva di Trump comincia a farsi sentire sul mercato del lavoro, che ha mostrato segni di indebolimento. A luglio in Usa si sono aggiunti solo 73.000 posti di lavoro, un segno che un numero maggiore di imprese sta mettendo in pausa i piani di espansione di fronte all’incertezza economica creata dal tycoon.
Da settimane gli economisti ripetono che il dazi caotici, le restrizioni all’immigrazione e la riduzione dei posti di lavoro nel governo federale, avrebbero fermato la crescita statunitense, e pare che questo stia accadendo.
In risposta a queste previsioni Trump ha deciso ieri di licenziare la commissaria del Bureau of Labor Statistics (l’Istat statunitense), Erika McEntarfer, accusandola di «manipolare i dati» mensili per ragioni politiche.
*(Marina Catucci, La giornalista – corrispondente dagli Stati Uniti per Il Manifesto – è rientrata in Italia per raccontare “il socialismo e le nuove forme)
10 – Federico Losurdo*: LEZIONE BRASILIANA, TRUMP NON È L’IMPERATORE DEL MONDO – LE COSE E LE PAROLELA CONTESA TRA STATI UNITI E BRASILE TRASCENDE LE SORTI PROCESSUALI DI JAIR BOLSONARO. LA VERA POSTA IN GIOCO È LA DIFESA DELLA SOVRANITÀ NAZIONALE E IL CRESCENTE PROTAGONISMO DEI BRICS CHE OSANO SFIDARE L’ESORBITANTE PRIVILEGIO DEL DOLLARO. UNA LEZIONE DI METODO ANCHE PER LE STANCHE CLASSI “DIRIGENTI” DELL’UNIONE EUROPEA
Attualmente mi trovo in Brasile come professor visitante presso l’Università di Santa Catarina (Florianópolis). Alla ricerca di chiavi di lettura non banali per comprendere l’incandescente conflitto, non solo commerciale, tra Brasile e Stati Uniti, mi sono imbattuto nella visione di un film-documentario della regista Petra Costa (già candidata al Premio Oscar), che ha avuto vasta eco e diffusione in tutto il mondo grazie a Netflix: “Apocalipse nos Trópicos” (Apocalisse ai Tropici).
L’INFLUENZA DELLA CHIESA EVANGELICA
Il docu-film ha il merito di mettere in luce l’influenza capillare della Chiesa evangelica sulla società brasiliana, ma anche su quella statunitense, negli ultimi decenni. La regista, infatti, evoca più volte il destino parallelo tra il “padrino” Donald Trump e il suo “attendente” preferito Jair Bolsonaro.
In entrambi i Paesi, la Chiesa evangelica si è assunta la missione di costituire un’alternativa conservatrice al movimento della “teologia della liberazione”, corrente religiosa e culturale che ha rappresentato uno dei pilastri ideologici su cui si è consolidato il Partido dos Trabalhadores di Luiz Inácio Lula da Silva.
Mentre la teologia della liberazione, sviluppatasi in America Latina a partire dagli anni Sessanta, si proponeva di promuovere l’emancipazione collettiva delle classi subalterne, reinterpretando il messaggio cristiano come lotta per la giustizia sociale, la Chiesa evangelica ha progressivamente affermato una visione opposta: esorta i propri adepti a perseguire un riscatto individuale, diventando imprenditori di sé stessi e arricchendosi, con buona pace della solidarietà e del legame comunitario.
JAIR BOLSONARO E IL DISEGNO DELLA “PROVVIDENZA”
La parte centrale del documentario ricostruisce il ruolo determinante svolto dalla Chiesa evangelica nel costruire un’inedita alleanza trasversale tra segmenti sociali differenti – dall’alta e media borghesia alla potente corporazione dell’industria agro-alimentare, fino ad alcuni settori del mondo del lavoro – finalizzata a sostenere l’ascesa alla Presidenza della Repubblica di Jair Bolsonaro, il cui mandato ebbe inizio il 1° gennaio 2019. Una vittoria elettorale che uno dei più noti e iconici leader dell’evangelismo brasiliano, il pastore Silas Malafaia, non ha esitato a presentare come la realizzazione di un disegno provvidenziale.
Più prosaicamente, Jair Bolsonaro ha agito come un fedele esecutore dei desiderata di Washington, perseguendo con coerenza l’obiettivo di impedire qualsiasi ipotesi di organizzazione autonoma dello spazio latino-americano. Da un lato, ha posto fine all’ambizioso progetto di integrazione regionale promosso da Lula attraverso la creazione dell’UNASUL (Unione delle Nazioni Sudamericane); dall’altro, ha sostenuto il MERCOSUR, solo nella misura in cui esso si limitasse a essere una semplice area di libero scambio, priva di autonomia strategica e non in concorrenza con l’area economica statunitense. Non meno ostile è stato il suo atteggiamento nei confronti dei BRICS, da lui recentemente apostrofato come una «riunione di dittatori» che allontanerebbe il Brasile dai presunti valori occidentali incarnati dagli Stati Uniti.
Non sorprende, dunque, che Donald Trump abbia preso apertamente le difese di Jair Bolsonaro, senza alcuna considerazione per la sovranità della Repubblica Federale del Brasile, nel momento in cui quest’ultimo è sottoposto a processo dinanzi al Supremo Tribunal Federal (STF) per gravi reati connessi al tentativo di sovvertire violentemente il risultato elettorale del 2022. Tra i capi d’accusa figurano: associazione criminale armata, tentativo di abolizione violenta dello stato di diritto, colpo di stato e distruzione di patrimonio pubblico.
Per venire in soccorso del suo alleato, Trump ha annunciato l’introduzione di una tariffa doganale del 50% su tutte le merci importate dal Brasile, una delle aliquote più elevate imposte da Trump, peraltro in violazione della stessa Costituzione USA che attribuisce al solo Congresso l’autorità ad imporre dazi (Joseph E. Stiglitz, 2025). Secondo alcuni commentatori autorevoli, tale misura, pur apparendo punitiva, potrebbe avere un effetto paradossalmente “positivo” per l’economia brasiliana: i prodotti destinati all’export verrebbero reindirizzati al mercato interno, con un potenziale effetto deflattivo che gioverebbe soprattutto ai ceti sociali più vulnerabili, in un paese storicamente segnato da alti tassi di inflazione.
Fino agli eventi più recenti. Il 18 luglio di quest’anno, il giudice relatore del processo, Alexandre de Moraes, ha disposto misure cautelari nei confronti di Jair Bolsonaro, tra cui l’obbligo del braccialetto elettronico. Secondo l’accusa, Bolsonaro, insieme al figlio Eduardo, attualmente “rifugiatosi” negli Stati Uniti per sottrarsi all’azione della giustizia brasiliana, avrebbe agito in coordinamento con autorità governative statunitensi nel tentativo di ottenere l’imposizione di sanzioni economiche e diplomatiche contro il Brasile, al fine di condizionare l’operato di pubblici funzionari brasiliani, in aperto disprezzo della sovranità nazionale.
In reazione a tali misure, il Segretario di Stato statunitense Marco Rubio ha annunciato la revoca dei visti d’ingresso negli Stati Uniti per il giudice Alexandre de Moraes, alcuni suoi “alleati” del Supremo Tribunal Federal (STF), e i rispettivi familiari. Da ultimo (30 luglio), lo stesso Rubio ha decretato l’applicazione di sanzioni finanziarie allo stesso giudice Moraes in forza della “Legge Magnitsky” che è deputata a punire “gravi violazioni dei diritti umani”: nella specie l’asserito accanimento processuale contro Bolsonaro e una generica violazione della libertà d’espressione (leggasi imposizione di limiti contenutistici alle piattaforme sociali made in USA).
LULA DA SILVA, L’“ANTICRISTO”
La Chiesa evangelica e i settori più conservatori della società brasiliana hanno raffigurato la “miracolosa” vittoria elettorale di Lula nel 2022 come l’avvento dell’Anticristo e l’instaurazione di un “regno delle tenebre”. Una rappresentazione “apocalittica” che, con ogni probabilità, trova eco anche presso l’attuale inquilino della Casa Bianca e il suo entourage più prossimo, soprattutto alla luce della dura reazione di Lula all’aggressione commerciale promossa dagli Stati Uniti.
Vale la pena ricordare al lettore che Lula, a lungo ingiustamente perseguito dal giudice Sergio Moro, successivamente nominato Ministro della Giustizia durante la presidenza Bolsonaro, ha trascorso oltre un anno e mezzo di detenzione nel carcere di Curitiba, nello Stato del Paraná, fino all’8 novembre 2019, data in cui il Supremo Tribunal Federal (STF) ha annullato in secondo grado la sua condanna
Nonostante la sconfitta al primo turno delle elezioni presidenziali del 2022 (tenutesi a ottobre), Lula è riuscito a prevalere sul suo avversario Jair Bolsonaro nel ballottaggio, seppur con uno scarto ristretto. Va tuttavia segnalato che il Partido dos Trabalhadores, ha registrato un arretramento parlamentare, perdendo seggi sia alla Camera che al Senato.
Lula si è dimostrato particolarmente abile nel presentare all’opinione pubblica nazionale l’imposizione dei dazi del 50% e l’interferenza statunitense nel sistema giudiziario interno come un attacco alla sovranità del Brasile. Tale narrazione gli ha permesso di ottenere il sostegno di settori moderati e intellettuali del Paese, i quali, pur non condividendo l’orientamento politico del Partido dos Trabalhadores, non accettano che il Brasile venga penalizzato economicamente per ragioni riconducibili a vicende personali dell’ex presidente Bolsonaro e della sua famiglia.
Con tono fortemente polemico Lula ha inoltre dichiarato che Donald Trump è stato eletto Presidente degli Stati Uniti, non «imperatore del mondo», e che, con un solo atto, ha compromesso oltre due secoli di relazioni diplomatiche virtuose tra i due Paesi, ignorando deliberatamente la realtà emergente di un ordine mondiale multipolare nel quale i BRICS rivestono un ruolo sempre più centrale.
IL TIMORE USA PER UNA MONETA ALTERNATIVA AL DOLLARO
Il conflitto tra Brasile e Stati Uniti trascende ampiamente le vicende personali di Jair Bolsonaro. La posta in gioco è, in realtà, la sovranità nazionale del Brasile e il suo ruolo da protagonista all’interno del blocco dei BRICS, il cui vertice più recente si è tenuto poche settimane fa a Rio de Janeiro.
Come ho avuto modo di osservare in un altro contributo su fuoricollana, i BRICS, nonostante l’estrema eterogeneità economica, sociale e culturale dei Paesi membri, eterogeneità ulteriormente accentuata dall’allargamento a sette nuovi Stati (Egitto, Etiopia, Iran, Emirati Arabi Uniti e, da ultimo il 1° gennaio 2025, l’Indonesia), condividono alcuni obiettivi comuni chiaramente identificabili.
I BRICS sfidano apertamente il cosiddetto “ordine internazionale liberal-democratico fondato su regole”, ritenendo – non senza fondamento – che tali regole siano in realtà flessibili e mutevoli in funzione degli interessi geopolitici ed economici dei Paesi occidentali. Il gruppo, o quantomeno una parte significativa dei suoi membri, mira a promuovere un modello di globalizzazione più inclusivo, che non si fondi unicamente sui paradigmi della stabilità finanziaria e della competitività, ma su una logica cooperativa di tipo win-win. Tale approccio si basa sull’aspettativa di un incremento generalizzato degli scambi commerciali e della prosperità globale anche a vantaggio dei popoli che ne sono rimasti finora esclusi, attraverso la costruzione di grandi reti infrastrutturali e di connessione strategica, sul modello della cinese Belt and Road Initiative.
La sfida esplicita all’ordine fondato su “regole” si manifesta anche nella volontà, da parte dei BRICS, di costruire, per tappe progressive, un sistema economico-monetario inedito. Un progetto di lungo periodo, la cui possibile evoluzione finale potrebbe culminare nell’introduzione di una valuta comune, pensata come strumento alternativo al dominio globale del dollaro statunitense.
Paradossalmente, sono gli stessi Stati Uniti a contribuire all’accelerazione del processo di “de-dollarizzazione” (su cui Giacomo Gabellini, 2023). Le sanzioni economiche di portata eccezionale imposte alla Russia, la crescita esponenziale del debito pubblico statunitense e dei tassi di interesse sui Treasury Bonds, nonché l’incertezza crescente legata all’uso politico dei dazi, stanno progressivamente inducendo numerosi Stati a ridurre la propria esposizione debitoria nei confronti di Washington, così come a diversificare le riserve valutarie, riducendo il peso del dollaro nei propri “portafogli”.
In questo contesto, le preoccupazioni degli Stati Uniti si concretizzano anche di fronte al tentativo del Brasile di sviluppare una vera e propria Central Bank Digital Currency (Paul Krugman 2025). Un passo preliminare in tale direzione è stato rappresentato dall’introduzione, nel 2020, del sistema di pagamento digitale Pix, gestito direttamente dalla Banca Centrale del Brasile. In pochi anni, Pix ha conosciuto un’adozione straordinaria, coinvolgendo circa il 93% della popolazione adulta e ponendosi come strumento destinato a sostituire progressivamente sia il contante sia le carte di pagamento tradizionali.
Secondo l’amministrazione Trump, la sola esistenza di Pix configurerebbe una forma di concorrenza sleale nei confronti delle principali società statunitensi operanti nel settore delle carte di credito e di debito, mettendo potenzialmente in discussione il dominio tecnologico e finanziario esercitato dalle big tech americane nel mercato latino-americano e non solo.
EPILOGO, LA LEZIONE ALL’UNIONE EUROPEA
Il confronto in atto tra Brasile e Stati Uniti non si esaurisce, dunque, nello scontro politico contingente né nelle schermaglie commerciali o monetarie. Esso riflette piuttosto una frattura sistemica, che riguarda la ridefinizione delle gerarchie internazionali e la messa in discussione del primato occidentale in favore di un ordine multipolare ancora in gestazione (il gramsciano inter-regno).
In tale cornice, l’America Latina torna a essere terreno strategico di contesa, ma non più come spazio “subalterno” agli USA (il “cortile di casa” della Dottrina Monroe), bensì come soggetto attivo nella ridefinizione dei rapporti globali. Il caso brasiliano è davvero emblematico in quanto suggerisce che la sfida all’universalismo selettivo dell’ordine a guida statunitense è ormai aperta. Se tale sfida saprà concretizzarsi in istituzioni multilaterali davvero inclusive e democratiche e in processi di cooperazione fondati sul reciproco riconoscimento, si potrà intravedere, al di là dell’“apocalisse”, l’embrione di un nuovo ordine internazionale, più equo e plurale.
La lezione “brasiliana” non sembra essere stata appresa dalle classi dirigenti dell’UE, tutt’altro. Nell’incontro svoltosi in Scozia nel campo di golf di proprietà di Donald Trump, l’ineffabile Presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha accettato passivamente i diktat del presidente americano, che oltre ad imporre dazi al 15 per cento costringe la UE a impegnarsi a comprare dagli USA 750 miliardi di dollari in energia e ad investire 600 miliardi negli Stati Uniti. Ha sostenuto nitidamente l’ex Presidente della Toscana Enrico Rossi che «le imposizioni americane al vecchio continente somigliano alle riparazioni che un vincitore della guerra impone ad un paese perdente». E così prosegue: «dopo avere accettato il diktat di Trump di spendere il 5 per cento del PIL in armamenti, e quindi arricchire l’industria militare statunitense, questa ulteriore resa al presidente americano qualifica la UE come un enorme colonia degli USA, priva di autonomia e incapace di una politica commerciale.
*(Fonte: fuori Collana – Federico Losurdo – Professore Associato GIUR-05/A Diritto …Ricercatore a tempo determinato di Istituzioni di diritto pubblico presso l’Università degli Studi di Urbino Carlo Bo.)
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