n°19 – 11/5/24 – RASSEGNA DI NEWS NAZIONALI E INTERNAZIONALI. NEWS DAI PARLAMENTARI ELETTI ALL’ESTERO

01 – Andrea Carugati*: Quando l’opposizione non si indigna – MANGANELLI DI STATO. Schlein e Conte gridano al regime se uno scrittore viene censurato in Rai, ma tacciono dopo l’ennesima repressione contro gli studenti che manifestano per il diritto di scegliere sui propri corpi.
02 – Marina Catucci*, New YORK: 143 a favore e 9 contro. L’assemblea generale Onu vota per lo stato di Palestina-medio oriente. L’ambasciatore israeliano Gilad Erdan straccia il documento: «avete aperto ai nazisti moderni»
03 – Luca Martinelli*: Decreto Agricoltura, il Quirinale stoppa il ministro Lollobrigida – GUAI DI GOVERNO. Tra i rilievi del Colle i cambiamenti al Comando unità forestali. Legamibente: «Si smantella un corpo che è la più importante polizia ambientale»
04 – Luciana Cimino*: Roccella si caccia da sola – DISSENTI CHI PARLA. Agli Stati generali della natalità la contestazione degli studenti alla ministra, annunciata da giorni. Cori e cartelli, e lei se ne va.
05 – Le divisioni nelle opposizioni aiutano la maggioranza in parlamento. Dall’inizio della legislatura molti provvedimenti sono stati approvati con un numero di voti piuttosto basso, tanto che la maggioranza ha rischiato di essere battuta.
06 – Stefano Lucarelli*: La sinistra italiana, prigioniera dell’uso dell’economia – Antonio Calafati: L’uso dell’economia. La Sinistra italiana e il capitalismo 1989-2022, in-corso-d ’opera, 2023

 

 

01 – Andrea Carugati*: QUANDO L’OPPOSIZIONE NON SI INDIGNA – MANGANELLI DI STATO. SCHLEIN E CONTE GRIDANO AL REGIME SE UNO SCRITTORE VIENE CENSURATO IN RAI, MA TACCIONO DOPO L’ENNESIMA REPRESSIONE CONTRO GLI STUDENTI CHE MANIFESTANO PER IL DIRITTO DI SCEGLIERE SUI PROPRIO CORPI.
UN SILENZIO ASSORDANTE, QUELLO DELLE OPPOSIZIONI. COME SE L’ALLARME DEMOCRATICO DOVESSE SCATTARE SE A ESSERE COLPITO È UN VOLTO NOTO. E INVECE LE ANTENNE DEVONO RESTARE BEN DRITTE QUANDO LE VITTIME SONO I PIÙ DEBOLI.

Un silenzio assordante delle opposizioni accompagna l’ennesima ingiustificabile repressione contro un gruppo di studenti delle superiori che manifestavano contro gli “Stati generali della natalità”. Eppure anche ieri a Roma, come a Pisa a febbraio, le immagini della violenza delle forze dell’ordine ai danni di un centinaio di giovanissimi disarmati sono terribili. In una di queste si vede una ragazzina con il sangue che esce da una ferita sulla testa, la maglietta bianca completamente coperta di rosso e una barella dell’ambulanza che le si avvicina.

Perché è stata colpita in modo così violento? Il ministro degli Interni Piantedosi non aveva detto di condividere il monito lanciato a febbraio dal presidente Mattarella, dopo i fatti di Pisa? «L’autorevolezza delle Forze dell’ordine non si misura sui manganelli ma sulla capacità di assicurare sicurezza tutelando, al contempo, la libertà di manifestare pubblicamente opinioni. Con i ragazzi i manganelli esprimono un fallimento», disse il capo dello Stato. Era meno di tre mesi fa. Da allora ci sono stati altri episodi di manganelli ingiustificati. Quali sono state in questi mesi le direttive impartite dal Viminale alle questure? Si è recepito il messaggio del Colle? Pare proprio di no. E qui entrano in gioco le opposizioni, ormai concentrate nella campagna delle europee.

Schlein è molto concentrata sulla campagna elettorale e, soprattutto, sul duello tv con Meloni, Conte su come non finire nel cono d’ombra della polarizzazione tra le due leader. Colpisce però la distanza tra le reazioni indignate dopo la censura Rai ad Antonio Scurati, alla viglia del 25 aprile, e il silenzio di ieri. Come se le opposizioni (tranne alcune rare eccezioni, come il dem Paolo Ciani, Massimiliano Smeriglio di Avs e qualche esponente romano di Pd e 5S che ieri si sono fatti sentire) scoprissero il regime incipiente solo quando a essere colpito è un volto noto, che sia lo scrittore o la conduttrice che ha denunciato la censura.

Se invece l’ipotetico regime se la prende con dei ragazzi delle superiori allora è meno regime, quasi ordinaria amministrazione. E del resto, giovedì, il coro di indignazione si è levato altissimo e monocorde quando una trentina di ragazzi e ragazze hanno contestato con cori e striscioni la ministra Roccella. Sdegno bipartisan. Dunque ieri avrebbero dovuto stare a casa, o andare a scuola, senza rompere troppo le scatole. Come a significare che sono solo i partiti, nella lotta di sumo in vista delle europee, a decidere cosa è grave e cosa no, quando si vedono i semi dell’autoritarismo e quando invece è meglio lasciar correre. Guarda caso, si lascia correre quando le vittime sono sconosciute, fuori dal circuito del potere. E invece una opposizione degna di questo nome dovrebbe fare l’esatto contrario: tenere le antenne più alte proprio quando la repressione colpisce i più deboli, quei giovanissimi che, guarda caso, votano sempre meno.
Conte non ha detto una parola ieri, mentre giovedì si era preoccupato di ammonire i ragazzi a lasciar parlare Roccella, singolare perbenismo per un movimento nato distribuendo «vaffanculo» senza troppe distinzioni. Mentre Schlein, che dice ogni giorno di voler cercare il voto dei disillusi, farebbe meglio a pensare meno al duello tv (a casa Vespa, tanto per confermare che il banco vince sempre e normalizza anche i leader sedicenti outsider) e molto più alle passioni politiche dei giovanissimi, da Gaza all’ambiente fino al diritto di decidere sui propri corpi. Altrimenti è inutile spendere fiumi di parole sui giovani che non votano più.
Il circuito autoreferenziale di una politica sempre più ripiegata sui sé stessa, in un risiko sempre meno interessante, si rompe se si fanno entrare i corpi e le menti di chi sa ancora esprimere un conflitto reale, ideale, anche fosse ingenuo. Altrimenti diventa tutto un minuetto da salotto televisivo. Dove gli allarmi per la democrazia non scattano per le teste rotte dalla polizia ma solo se viene sfiorato qualche amico, solitamente qualcuno che ha tutte le occasioni per manifestare il proprio dissenso e che, nel tritacarne dei media, facilmente riesce a ricoprire il ruolo dell’epurato.
Quella di ieri è stata una brutta pagina: per la polizia, per il Viminale, ma anche per le forze della cosiddetta alternativa alla destra imperante. Per fortuna, questa generazione di giovanissimi che protestano per Gaza e per i propri corpi sembra avere le spalle già robuste. E non è disposta a farsi silenziare.
*(

 

02 – Marina Catucci*, NEW YORK: 143 A FAVORE E 9 CONTRO. L’ASSEMBLEA GENERALE ONU VOTA PER LO STATO DI PALESTINA-MEDIO ORIENTE. L’AMBASCIATORE ISRAELIANO GILAD ERDAN STRACCIA IL DOCUMENTO: «AVETE APERTO AI NAZISTI MODERNI»

L’Assemblea generale dell’Onu ha determinato che la Palestina è «qualificata» per presentare richiesta di ammissione come membro delle Nazioni unite, e ha raccomandato al Consiglio di Sicurezza di «riconsiderare favorevolmente la questione». I voti sono stati 143 a favore, 9 contrari, tra cui Usa ed Israele, e 25 astensioni, tra le quali quelle di Italia e Ucraina,
DAL 2012 la Palestina è uno stato osservatore dell’Onu, con un effetto soprattutto simbolico che ha consentito comunque la partecipazione ai dibattiti delle Nazioni unite. Con la nuova risoluzione l’Assemblea generale ha attribuito alla Palestina nuovi «diritti e privilegi» all’interno dell’Onu.
Anche questa nuova risoluzione ha un valore più simbolico che effettivo, ma con qualche spazio di azione maggiore.
La Palestina continuerà a non poter votare le risoluzioni discusse dall’Assemblea generale, ma potrà proporre dei temi da dibattere, i suoi rappresentanti potranno partecipare alle discussioni su tutti gli argomenti e non solo a quelli legati al Medio Oriente, e prendere parte alle conferenze e ai dibattiti organizzati dalle Nazioni unite. La risoluzione ha naturalmente fatto infuriare la rappresentanza israeliana. «Avete aperto le Nazioni unite ai nazisti moderni – ha detto l’ambasciatore israeliano all’’nu Gilad Erdan – Questo giorno sarà ricordato con infamia». Erdan ha parlato di uno «stato terrorista palestinese» che sarebbe guidato «dall’Hitler dei nostri tempi. State facendo a pezzi la Carta Onu con le vostre mani. Vergognatevi», ha detto passando alcune pagine del documento in un tritacarte.
EPPURE non ci sarebbe molto di cui preoccuparsi visto che sicuramente gli Usa si serviranno del proprio veto al Consiglio di sicurezza per bloccare la questione caldeggiata dall’Assemblea .
Durante il dibattito il portavoce della missione Usa all’Onu, Nate Evans, ha dichiarato che «L’Autorità palestinese attualmente non soddisfa i criteri per l’adesione previsti dalla Carta delle Nazioni unite. Il presidente Biden è stato chiaro sul fatto che una pace sostenibile nella regione può essere raggiunta solo attraverso una soluzione a due stati», ma «resta l’opinione degli Usa che le misure unilaterali, all’Onu e sul campo, non porteranno avanti questo obiettivo». Inoltre, ha sottolineato Evans «la bozza non altera lo status della Palestina di ‘osservatore non membro’». Gli Usa hanno giustificato la propria posizione sostenendo inoltre che «l’adozione di questa risoluzione non porterà un cambiamento tangibile per i palestinesi. Non metterà fine ai combattimenti a Gaza né fornirà cibo, medicine e riparo ai civili. È qui che si concentrano gli sforzi degli Stati uniti: ottenere un cessate il fuoco e il rilascio degli ostaggi, continuando a fornire aiuti ai civili di Gaza».
Di sicuro il popolo palestinese non riceverebbe danni dall’approvazione di questa risoluzione il cui risultato sembra già scritto, ma la determinazione dell’Assemblea generale è comunque un passo avanti in un momento in cui i rapporti fra Usa ed Israele sono molto tesi, con Biden che ha minacciato di interrompere le forniture di armi se Netanyahu inizierà l’offensiva a Rafah: «Attaccare Rafah – ha detto – non sconfiggerà Hamas».
«SE DOBBIAMO restare da soli, resteremo da soli», ha dichiarato in risposta Netanyahu, lasciando Biden tra due fuochi: non apparire complice dei bombardamenti israeliani che hanno già fatto decine di migliaia di vittime palestinesi, e allo stesso tempo non dare l’impressione di abbandonare il suo alleato di lunga data. Con la sua base democratica ebraica che spinge in entrambe le direzioni.
*(Marina Catucci, giornalista)

 

03 – Luca Martinelli*: DECRETO AGRICOLTURA, IL QUIRINALE STOPPA IL MINISTRO Lollobrigida – GUAI DI GOVERNO. TRA I RILIEVI DEL COLLE I CAMBIAMENTI AL COMANDO UNITÀ FORESTALI. LEGAMIBENTE: «SI SMANTELLA UN CORPO CHE È LA PIÙ IMPORTANTE POLIZIA AMBIENTALE»

Il decreto legge sull’agricoltura del ministro, e primo cognato d’Italia, Francesco Lollobrigida non passa al vaglio della presidenza della Repubblica. Non lo fa, almeno, con il testo che è stato votato lunedì sera, durante un serratissimo Consiglio dei ministri, al termine di un braccio di ferro tra il cognato di Giorgia Meloni e il titolare dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin di Forza Italia.
La bomba, anticipata ieri mattina dal Foglio, è stata confermata dall’ufficio stampa del Quirinale, che segnalava interlocuzioni ancora in corso tra i due uffici legislativi. Spiega Agra Press, che dà conto della fonte quirinalizia, che «ancora non sono noti i punti sui quali sembra siano state rilevate criticità». E anche se Lollobrigida vuole apparire tranquillo («le interlocuzioni sono sempre ben accette tra i diversi livelli istituzionali, c’è ovviamente – ognuno per la propria competenza – il dovere e la necessità di ragionare su quali siano gli strumenti, gli elementi che possono essere utili a migliorare un provvedimento o semplicemente un percorso più idoneo per garantire alcuni obiettivi che un governo si deve porre attraverso il dibattito interno» ha detto il ministro in un punto stampa a margine di un’iniziativa elettorale a Gizzeria, in Calabria), senz’altro lo smacco subito su un provvedimento tanto cercato non è un buffetto.
Il Colle avrebbe espresso dei dubbi su alcune parti del provvedimento che non rispetterebbero i requisiti di necessità e urgenza, che Lollobrigida ha rispedito al mittente, sottolineando che «quando c’è una criticità c’è sempre il requisito di urgenza, specie se si tratta di provvedimenti che riguardano un settore strategico come l’agricoltura». In particolare, secondo il Foglio, le problematicità riguardano l’accorpamento della società Sistema informativo nazionale per lo sviluppo dell’agricoltura nell’Agenzia per le erogazioni in Agricoltura, cioè l’Agea, e la trasformazione del Comando unità forestali, ambientali e agroalimentari dell’Arma dei Carabinieri.
Un pericolo relativo a quest’ultimo aspetto era stato segnalato da Legambiente, che aveva parlato di «smantellamento» per un corpo che «in tutte le sue articolazioni, rappresenta unitariamente la più importante polizia ambientale a livello internazionale».
Secondo l’associazione, «spezzettarla tra diversi ministeri, trasferendola in larga parte al ministero dell’Agricoltura e lasciando a quello dell’Ambiente la dipendenza del solo Comando Tutela Ambientale e Sicurezza Energetica, come avverrà se venisse approvato il decreto, è un grave errore». Secondo il Foglio, poi, lo staff del presidente della Repubblica Mattarella avrebbe sottolineato alcuni passaggi del decreto relativi allo stop ai pannelli fotovoltaici, senz’altro l’aspetto più controverso dell’intero decreto e quello su cui si è consumato lo scontro più aspro tra i due ministeri coinvolti.
L’Alleanza per il fotovoltaico ha approfittato dell’impasse per spronare Mattarella: «Lanciamo un appello al governo e alle istituzioni affinché si valutino con attenzione i recenti interventi legislativi che stanno mettendo a rischio la transizione energetica, arrivando addirittura a bloccarla. Il governo ha, infatti, costruito una contrapposizione strumentale e nella realtà inesistente tra l’agricoltura e lo sviluppo delle energie rinnovabili. Si tratta invece di due elementi complementari e quindi perfettamente compatibili. Anzi, possono e devono procedere in simbiosi»
*(Fonte: Il Manifesto. Luca Martinelli, è giornalista, autore e attento osservatore del territorio italiano.)

 

04 – Luciana Cimino*: ROCCELLA SI CACCIA DA SOLA – DISSENTI CHI PARLA. AGLI STATI GENERALI DELLA NATALITÀ LA CONTESTAZIONE DEGLI STUDENTI ALLA MINISTRA, ANNUNCIATA DA GIORNI. CORI E CARTELLI, E LEI SE NE VA.
Come ogni anno, le contestazioni agli Stati generali della natalità erano state più che annunciate. Lo stesso Gianluigi De Palo, organizzatore dell’evento e attivista per la famiglia di lunghissimo corso, aveva commentato tre giorni fa il post su Instagram in cui il collettivo transfemminista Aracne lanciava la mobilitazione, risalente al 19 aprile scorso, chiedendo: «Come posso mettermi in contatto con voi?». Insomma tutti sapevano quando, perché e come ci sarebbero state le contestazioni, che avvengono ogni anno dato il parterre ricchissimo e i temi sensibili che vengono affrontati nei panel di discussione, e soprattutto chi le avrebbe fatte: ragazzi e ragazze delle scuole superiori.

Non erano neanche tanti, una cinquantina, dicono gli studenti, «erano 15» dichiara De Palo alla stampa, facendo sorgere di conseguenza la domanda: la ministra per la Famiglia Eugenia Roccella ha davvero abbandonato l’evento per dei cartelli e dei cori («Buuuu», «Vergogna», «ma quale stato ma quale dio, sul mio corpo decido io», «fuori i provita dai consultori») di una manciata di ragazzini nella vasta platea dell’auditorium Conciliazione? De Paolo, nello schierarsi naturalmente con la ministra («la contestazione in sala era benzina in un contesto di questo tipo») ammette però anche che «nessuno ha cacciato nessuno».

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«Voglio chiarire perché le parole sono importanti, come diceva Nanni Moretti: chi contestava la ministra Roccella voleva solo intervenire per interromperla e per avere visibilità, una volta ottenuta sono usciti, quindi noi non li abbiamo cacciati». E nessuno ha cacciato la ministra.

NEL POMERIGGIO, RIUNITI in assemblea alla Sapienza con altri collettivi transfemministi dal resto d’Italia, gli studenti sono un po’ attoniti dalla chiave narrativa usata dalla ministra: «censura». «Era una contestazione democratica – dice Mattia, del Liceo Mamiani di Roma – non abbiamo impedito a nessuno di parlare». Anche lui, come gli altri, è stato identificato dalle forze dell’ordine durante l’uscita, volontaria, dall’auditorium.

«Parlano di ipotetica censura quando da mesi c’è la repressione in ogni piazza». «Noi eravamo lì per dire che non vogliamo che il corpo delle donne venga visto come strumento per la riproduzione e che il fine ultimo della donna venga considerata la maternità – racconta Elisa – poi certo la ministra ha colto la palla al balzo». «Ha abbandonato la sala perché probabilmente non trovava più argomenti per parlare di natalità e gravidanze da forzare per dare figli alla nazione e al mercato del lavoro», dice anche un’altra studentessa. «Di certo – ragionano in assemblea- ha sfruttato la nostra azione per portare consensi dalla sua parte, la criminalizzazione del dissenso serve alla propaganda». E serve anche a nascondere i contenuti delle contestazioni.
NEI MATERIALI di promozione del convegno, assurto agli onori della cronaca lo scorso anno per le gaffe del ministro all’Agricoltura Lollobrigida sulla razza e di quello all’Istruzione Valditara, si legge, tra le altre cose, «i figli sono un dono, ma rappresentano anche un capitale umano, sociale e lavorativo». «Queste parole indicano chiaramente la linea politica che il governo intende perpetuare – denuncia la rete Aracne – il convegno è convocato, dopo mesi di silenzio, come unica risposta a un intero anno di lotte con l’obiettivo di ottenere un nuovo genere di scuola e di educazione». In più, a rendere «urgente» la contestazione specifica a Roccella, secondo i collettivi transfemministi, c’era anche il recente tentativo del governo di inserire i provita nei consultori attraverso un uso distorto del Pnrr.
IN REALTÀ IL VERO destinatario delle proteste, o per lo meno il più citato nei volantini, è Valditara, che qualche mese fa era già stato contestato dalle associazioni degli studenti per aver inviato una circolare a tutte le scuole per richiedere la «partecipazione attiva» delle classi agli Stati generali della natalità.
Un protagonismo tale che parte degli studenti si era anche convinta che l’organizzazione del convegno fosse in capo al ministero dell’Istruzione, cosa che De Palo ha avuto gioco facile a smentire. Rimane il fatto però che nella serata di ieri sia Giorgetti che Valditara hanno disdetto la loro partecipazione, prevista per oggi. Valditara ha chiesto agli organizzatori di non trasmettere il video preparato dal suo ufficio stampa per l’evento, forse temendo slogan contro lo schermo. Gli studenti e le studentesse si riuniranno comunque in corteo con altre realtà questa mattina a piazzale degli Eroi sotto lo striscione «un altro genere di educazione».
*(Fonte: il manifesto – Luciana Cimini. Giornalista professionista. Il Manifesto.)

 

05 – LE DIVISIONI NELLE OPPOSIZIONI AIUTANO LA MAGGIORANZA IN PARLAMENTO. DALL’INIZIO DELLA LEGISLATURA MOLTI PROVVEDIMENTI SONO STATI APPROVATI CON UN NUMERO DI VOTI PIUTTOSTO BASSO, TANTO CHE LA MAGGIORANZA HA RISCHIATO DI ESSERE BATTUTA.
La scarsa coesione delle opposizioni dunque sta rendendo più semplice il lavoro in aula della coalizione di governo. I voti finali sui disegni di legge sono quelli in cui i gruppi parlamentari si ricompattano. Per questo è interessante analizzare eventuali aspetti critici.

SONO 78 IN TOTALE LE VOTAZIONI FINALI IN CUI LE OPPOSIZIONI, PRESENTANDOSI IN AULA COMPATTE, AVREBBERO POTUTO METTERE IN DIFFICOLTÀ LA MAGGIORANZA.
Situazioni di questo tipo si sono verificate più spesso alla camera rispetto al senato.
In qualche caso l’opposizione ha scelto di non ostacolare alcuni provvedimenti. Su altri però avrebbe potuto fare di più.
Nelle ultime settimane abbiamo osservato come la compattezza delle forze di maggioranza in parlamento sia superiore rispetto alle opposizioni. Allo stesso tempo però occorre osservare come gli esponenti del centrodestra siano chiamati a ricoprire incarichi ulteriori. O nel governo o all’interno di altri organi parlamentari come le commissioni. Ciò fa sì che molti di loro non riescano sempre ad essere presenti in aula per votare a favore dei provvedimenti di volta in volta in discussione.
Il mancato apporto di questi parlamentari può potenzialmente creare delle difficoltà alla maggioranza. Questa infatti – nonostante il teorico ampio margine – potrebbe ritrovarsi a non avere i numeri in parlamento. Tuttavia la scarsa capacità (o la mancanza di volontà) dell’opposizione di coordinarsi per partecipare in massa al voto e affossare alcuni provvedimenti in diverse occasioni ha “salvato” la coalizione di governo.

78 LE VOTAZIONI FINALI IN CUI I VOTI FAVOREVOLI CON CUI UN DDL È STATO APPROVATO SONO STATI INFERIORI rispetto al totale dei potenziali contrari.

Si tratta, è bene precisarlo, di un ragionamento del tutto teorico. Questo presuppone infatti la contemporanea presenza in aula di tutti gli esponenti che non hanno votato la fiducia al governo Meloni e che questi votino in maniera compatta contro il provvedimento in esame. Ciò al netto delle defezioni fatte registrare nella maggioranza.
Un ragionamento che tuttavia conferma ancora una volta come la scarsa compattezza delle forze di opposizione finisca per favorire il centrodestra. Ma anche di come quest’ultimo sia meno solido di quanto si potrebbe pensare.
Dall’inizio della legislatura alla data del 17 aprile, tra camera e senato si sono tenute complessivamente quasi 12mila votazioni. Ciò considerando solo gli scrutini che si sono tenuti in assemblea. A questi andrebbero aggiunte le votazioni svolte in commissione, di cui però purtroppo non si hanno riscontri precisi.
Come abbiamo visto parlando dei voti ribelli, tuttavia non tutte le votazioni hanno la stessa rilevanza. Ad esempio, quando un parlamentare deve esprimersi su atti diversi dai disegni di legge (come ordini del giorno, mozioni o risoluzioni) o sugli emendamenti è più probabile che voti in maniera diversa rispetto al gruppo di appartenenza. Le varie forze politiche invece si ricompattano nel momento della votazione finale su un disegno di legge (Ddl).
Si tratta, come si intuisce, dell’ultimo voto che avviene in aula prima dell’approvazione di un Ddl, a seguito delle discussioni sugli emendamenti e sui singoli articoli del provvedimento. Proprio per questo motivo è molto interessante analizzare in quali occasioni, durante una votazione finale, la maggioranza ha rischiato di non avere i numeri.

LA MAGGIORANZA HA SEMPRE AVUTO NUMERI SOLIDI DURANTE LE QUESTIONI DI FIDUCIA.
Come già anticipato nell’introduzione, si tratta di speculazioni puramente teoriche. In primo luogo infatti occorre evidenziare che abbiamo considerato come membri dell’opposizione tutti i parlamentari che non hanno votato la fiducia al governo Meloni. Tuttavia in questa classificazione rientrano profili diversi, inclusi esponenti del gruppo misto o appartenenti alle minoranze linguistiche. Rappresentanti che non è scontato possano essere collocati in un’ipotetica coalizione alternativa all’attuale maggioranza. Come vedremo infatti, in molte occasioni i voti favorevoli di questi esponenti (ma non solo loro) si sono aggiunti a quelli della maggioranza.
Un’altra osservazione da fare è che in alcuni casi le opposizioni hanno deciso di non ostacolare provvedimenti ritenuti necessari. Ma l’elemento forse più rilevante è che gli esponenti del centrodestra, rendendosi conto di non avere i numeri, avrebbero probabilmente cercato di rinviare la votazione per chiamare a raccolta i colleghi assenti o comunque impegnati in altre attività istituzionali. In modo che anche questi potessero dare il proprio contributo per l’approvazione del Ddl.
Al di là di tali premesse tuttavia è comunque molto interessante analizzare gli esiti di queste votazioni. Molte infatti hanno riguardato provvedimenti dalla forte componente “politica”. In queste occasioni le opposizioni avrebbero potuto essere più incisive nella loro azione in aula se fossero riuscite a coordinarsi meglio, rendendo quantomeno più difficile il compito della maggioranza.
L’ANDAMENTO DEI VOTI FINALI ALLA CAMERA
Alla camera sono 163 gli esponenti che non hanno votato la fiducia al governo Meloni. Ne consegue che il centrodestra per avere l’assoluta certezza di riuscire ad approvare un provvedimento che non richieda maggioranze qualificate (come ad esempio le leggi costituzionali o di revisione costituzionale) dovrebbe mettere insieme almeno 164 voti favorevoli. Spesso però non si è rivelato necessario raggiungere questa soglia.
TUTTE LE VOTAZIONI FINALI DELLA CAMERA.
Ciò è successo in 49 occasioni. Il provvedimento approvato con il numero di voti favorevoli più basso in assoluto è la recente norma che prevede l’introduzione dell’insegnamento nelle scuole del tema della sicurezza nei luoghi di lavoro. In questo caso i “Sì” sono stati appena 121 ma sono bastati. Mentre tra le fila dell’opposizione in 68 si sono astenuti e in 92 erano assenti o comunque non hanno partecipato al voto.
Questo evidenzia come in alcuni casi la volontà dell’opposizione sia stata quella di non ostacolare un provvedimento ritenuto comunque necessario. Non si tratta dell’unico caso. In 9 occasioni infatti non si sono registrati contrari. Tra queste troviamo il voto sulla legge delega per le politiche a favore delle persone anziane, quello sulla legge delega per il voto di studenti e lavoratori fuori sede e quello sulla legge per le politiche sociali e gli enti del terzo settore.

Camera, in 34 voti finali pezzi di opposizione hanno votato a favore
Le votazioni finali alla camera in cui la maggioranza è stata “salvata” dalle divisioni interne alle opposizioni.
Nei casi presenti nel grafico in cui il numero di voti favorevoli è pari alla soglia minima richiesta, alcuni esponenti dell’opposizione hanno votato con la maggioranza. Per questo sono stati presi in considerazione per l’analisi.

Ci sono stati alcuni casi in cui addirittura esponenti dell’opposizione hanno fatto da stampella alla maggioranza.

34 I VOTI FINALI, TRA I 49 PRESI IN ESAME, IN CUI ALMENO UN ESPONENTE DELL’OPPOSIZIONE HA VOTATO A FAVORE DI UN PROVVEDIMENTO DELLA MAGGIORANZA.
In 3 occasioni gli esponenti dell’opposizione che hanno votato a favore sono stati ben 12. Si tratta della già citata legge a favore delle persone anziane, della conversione del decreto legge in materia di strumenti finanziari e della conversione del decreto legge finalizzato al potenziamento della ricostruzione nei territori del centro Italia colpiti dai terremoti del 2009 e del 2016.

IN MOLTI VOTI FINALI L’OPPOSIZIONI AVREBBE POTUTO ESSERE PIÙ INCISIVA.
Ci sono però altri casi in cui la componente “politica” del provvedimento è molto più marcata rispetto a quelli appena vista e in cui l’opposizione avrebbe potuto essere più incisiva. Tra questi possiamo citare il voto sul divieto di produzione di carne coltivata (approvata con 159 voti favorevoli, inclusi 4 provenienti dall’opposizione), quello sulla legge contro il deturpamento dei beni culturali pensata per perseguire i manifestanti per la lotta al cambiamento climatico (138 voti favorevoli), quello sulla ratifica dell’accordo Italia-Albania in materia di immigrazione (155 favorevoli) e quello riguardante l’istituzione della commissione d’inchiesta sulla gestione dell’emergenza Covid (132) che ha visto, tra gli altri, i voti favorevoli degli esponenti di Italia viva.

L’ANDAMENTO DELLE VOTAZIONI FINALI AL SENATO
Al senato invece la “soglia di sicurezza” per la maggioranza rispetto ai potenziali contrari è di 87 voti. Anche in questo caso non è stato sempre necessario superare questo valore per approvare un Ddl. È però interessante osservare che rispetto a Montecitorio in questo caso le situazioni a rischio sono state molte meno: 29 in totale.

DURANTE I VOTI FINALI LA MAGGIORANZA HA RISCHIATO MENO AL SENATO.
Questo probabilmente dipende anche dal fatto che i margini della maggioranza rispetto all’opposizione sono molto più ampi alla camera rispetto al senato. Probabilmente quindi a palazzo Madama c’è maggiore attenzione tra gli esponenti del centrodestra a essere presenti in aula nel momento delle votazioni finali.
Anche nel caso del senato si registrano situazioni in cui esponenti che non appartengono propriamente al perimetro della maggioranza hanno votato a favore di qualche provvedimento. Tra le votazioni prese in esame ciò è successo 14 volte. Tra queste, le situazioni più significative hanno riguardato il voto sulla conversione del decreto legge riguardante la presidenza italiana del G7 e quello sulla modifica delle norme sul controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento. In entrambi questi casi 8 esponenti dell’opposizione si sono espressi a favore.

TUTTE LE VOTAZIONI FINALI AL SENATO.
Anche a palazzo Madama poi ci sono state delle votazioni in cui non si sono registrate posizioni contrarie ma solo astensioni. Sono 5 in totale. Rientrano in questa categoria, il voto sulla conversione del decreto legge emanato dal governo a seguito dell’alluvione che ha colpito l’isola di Ischia nel 2022 e alcune misure riguardanti gli strumenti finanziari. A questi si aggiunge anche il voto sulla conversione del decreto sui Campi Flegrei, in cui si è registrato un solo contrario.
Senato, il Ddl sul voto in condotta degli studenti approvato con soli 74 favorevoli
Le votazioni finali al senato in cui la maggioranza è stata “salvata” dalle divisioni interne alle opposizioni.
Anche al senato ci sono state altre situazioni dove il contenuto “politico” dei provvedimenti era più marcato. Come già visto alla camera però le opposizioni non sono riuscite a presentarsi in aula compatte e a votare contro. Possiamo citare, tra gli altri, il voto sulla legge di conversione del decreto flussi migratori (approvato con 84 voti favorevoli), quello sul Ddl in tema di deturpamento di beni culturali (85), quello sulla conversione del decreto legge sulla governance del cosiddetto Piano Mattei (85) e infine il voto sulla recente riforma in materia di voto in condotta per gli studenti (74). Quest’ultima è tra l’altro la norma approvata con il più basso numero di voti favorevoli dall’inizio della legislatura.

Sui quasi 5mila candidati e candidate alle prossime elezioni politiche, solo il 15% ha meno di 40 anni. Addirittura meno del 3% è under 30. Tra le liste e coalizioni che hanno presentato più candidature, sono Movimento 5 stelle e Unione popolare ad annoverare tra le loro fila il numero maggiore di giovani candidati e candidate.
In Italia sono ancora pochi i giovani in politica. In parte il problema è strutturale, visto che è la costituzione stessa a imporre dei limiti di accesso in questo senso. Tuttavia l’età degli esponenti è un importante indicatore del tasso di cambiamento della politica.
Come si configura la situazione dei candidati alle prossime elezioni politiche del 25 settembre? Analizzando i dati, vediamo che delle 4.746 persone che hanno presentato la propria candidatura, 695 hanno un’età inferiore ai 40 anni, il 14,6% del totale.

1 SU 7 I CANDIDATI ALLE ELEZIONI DI ETÀ INFERIORE AI 40 ANNI.
Una cifra che si abbassa poi considerevolmente se contiamo soltanto i giovanissimi, di età compresa tra i 20 e i 30 anni. Parliamo in questo caso di appena 134 candidati, meno del 3% del totale. Questi numeri bassi sono diretta conseguenza degli articoli 56 e 58 della costituzione, che stabiliscono come età minima per accedere alla camera e al senato rispettivamente i 25 e i 40 anni.
A essere maggiormente rappresentate sono invece le fasce intermedie e in particolare quella tra i 40 e i 60 anni. Come abbiamo già evidenziato precedentemente, sono questi i veri protagonisti della politica italiana, a tutti i livelli istituzionali.

NON È UN PAESE PER GIOVANI, NEANCHE IN POLITICA.
La maggior parte dei candidati ha tra i 40 e i 60 anni
I candidati e le candidate alle elezioni politiche del 2022, per fascia di età (2022)

SECONDO GLI ARTICOLI 56 E 58 DELLA COSTITUZIONE, L’ACCESSO AL PARLAMENTO È LIMITATO PER I PIÙ GIOVANI, RISPETTIVAMENTE ALL’ETÀ DI 25 ANNI PER LA CAMERA E DI 40 PER IL SENATO.

Alla camera, dove l’età minima di accesso è più bassa, sono candidate 134 persone di età inferiore ai 30 anni – una persona sola, Elia Francesca Martinico di Forza Italia, ha 24 anni, ma ne compirà 25 a ottobre. Mentre 561 hanno tra i 30 e i 40 anni, 558 alla camera e 3 al senato – analogamente, persone che raggiungeranno a breve la soglia d’età minima per accedere all’istituzione.

Mentre come accennato la fascia più consistente è quella di età compresa tra i 40 e i 60 anni, in cui rientra il 61,2% di tutti i candidati. Sono 1.359 i candidati di età tra i 40 e i 50 anni, e ancora più rappresentata è la categoria 50-60, in totale 1.548 persone.

51,4 ANNI L’ETÀ MEDIA DEI CANDIDATI E DELLE CANDIDATE ALLE ELEZIONI POLITICHE DEL 2022.
Una cifra più elevata rispetto alla media della popolazione italiana, che secondo l’ultimo aggiornamento Istat è, nel 2022, di 46,2 anni.
In generale come prevedibile l’età dei candidati al senato è mediamente più elevata rispetto a quella dei candidati alla camera. Ma questo non è l’unico livello di differenziazione.

I GIOVANI NELLE COALIZIONI
Per quanto l’età media all’interno delle liste principali si attesti piuttosto omogeneamente su valori compresi tra i 49 e i 52 anni, le singole liste e coalizioni hanno avuto approcci diversi nella scelta di candidare persone giovani. Alcune hanno candidato quote più elevate di under 40.

UNIONE POPOLARE E MOVIMENTO 5 STELLE HANNO LA QUOTA MAGGIORE DI UNDER 40
I candidati e le candidate alle elezioni politiche del 2022, per fascia di età (2022)
I dati riguardano le coalizioni, non le singole liste, e sono riferiti alla quota di candidati singoli (escludendo quindi le possibili candidature in più) di età inferiore ai 40 anni, rispetto al totale.
Sono in particolare Unione popolare e il Movimento 5 Stelle a proporre la quota più elevata di candidati di età inferiore ai 40 anni, rispettivamente il 21,1% (per un totale di 93 persone) e il 19,9% (78).

ITALEXIT HA LA QUOTA PIÙ BASSA DI CANDIDATI GIOVANI.
Tra le due coalizioni, è il centro-sinistra a presentare più candidati giovani, per un totale di 169 persone (il 17% del totale). Il centro-destra raggiunge invece quota 12,3% (136 candidati). Cifre leggermente più elevate le registra Azione – Italia viva (13,9% per un totale di 57 giovani), mentre all’ultimo posto da questo punto di vista troviamo Italexit, con 41 candidati di meno di 40 anni, pari all’11,7% del totale.
Per quanto riguarda poi i giovanissimi, tra i 20 e i 30 anni, oltre il 64% si trova tra la coalizione del centrosinistra (38 persone) e le liste di Unione popolare (33). Il Movimento 5 Stelle invece si distingue per l’elevata quota di candidati di età compresa tra i 30 e i 40 anni (72 su 391).

QUANTI GIOVANI SONO CANDIDATI COME CAPILISTA?
Un aspetto centrale della questione dell’accesso giovanile alle istituzioni è anche la posizione in cui la candidatura è posta nel listino plurinominale, al di là del dato quantitativo sulle candidature giovani. Andiamo quindi a vedere quanti sono i giovani capilista – considerando quindi soltanto i seggi plurinominali, che secondo la legge elettorale rosatellum costituiscono i 5/8 del totale.

12% DEI CAPILISTA HA MENO DI 40 ANNI.
OVVERO 90 PERSONE SU 750. MENTRE 228 HANNO TRA I 40 E 9 50 ANNI, 255 TRA I 50 E I 60, E 139 TRA I 60 E I 70. NELLA FASCIA 70-80 RIENTRANO 36 CANDIDATI CAPILISTA E 2 HANNO PIÙ DI 80 ANNI.
Tale ragionamento sui capilista può essere fatto anche sui candidati ai seggi uninominali, eletti con metodo maggioritario. Analizzando i dati non emergono però differenze significative rispetto alla situazione dei capilista al plurinominale. Inoltre, bisogna evidenziare che la posizione del candidato all’uninominale è più complessa, e strategicamente molto vincolata alle singole liste e coalizioni.
OLTRE IL 20% DEI CAPILISTA DEL MOVIMENTO 5 STELLE È UNDER 40
I CAPILISTA CANDIDATI ALLE ELEZIONI POLITICHE DEL 2022, PER FASCIA D’ETÀ E COALIZIONE DI APPARTENENZA
I dati sono riferiti ai capilista candidati ai seggi plurinominali, divisi per lista di appartenenza. Abbiamo escluso i candidati ai seggi uninominali, che seguono logiche differenti.
È il Movimento 5 Stelle a riportare la quota più alta di giovani rispetto al totale, con 14 capilista sotto i 40 anni rispetto ai 67 totali (il 20,9%). Segue Unione popolare con 10 candidati under 40 (il 14,5%) e lo stesso centro-sinistra (12,4%).
Ancora una volta, è Italexit a registrare il record negativo, con appena 5 capilista under 40 su 54 (9,3%). Praticamente pari Azione – Italia viva, con 5 su 62 (9,6% del totale) e la coalizione del centro-destra, con 25 (9,7%).
Per quanto riguarda invece gli over 60, il dato più elevato lo registra Unione popolare con il 33,3% (23 capilista), seguita dal centro-destra (27,5%). Infine la fascia intermedia, tra i 40 e i 60 anni, che come abbiamo detto è la più rappresentata, ha la maggiore incidenza in Azione – Italia viva (il 76,9% dei capilista candidati ha un’età compresa tra i 40 e i 60 anni) e in Italexit (75,9%).
*(FONTE: elaborazione e dati openpolis, ultimo aggiornamento: venerdì 19 aprile 2024)

 

06 – Stefano Lucarelli*: LA SINISTRA ITALIANA, PRIGIONIERA DELL’USO DELL’ECONOMIA – ANTONIO CALAFATI: L’USO DELL’ECONOMIA. LA SINISTRA ITALIANA E IL CAPITALISMO 1989-2022, IN-CORSO-D ’OPERA, 2023

È UN BREVE VIAGGIO QUELLO CHE SI COMPIE IN QUESTO LIBRO, PER COMPRENDERE CIÒ CHE È ACCADUTO ALLA SINISTRA ITALIANA DOPO LA CADUTA DEL MURO DI BERLINO, PER MOSTRARE CHE LA SUA METAMORFOSI È STATA UN TRADIMENTO DELLE RAGIONI DEL SOCIALISMO E DELLA DEMOCRAZIA”.
L’economia politica come scienza nasce per interpretare il capitalismo. Un modo di produzione capace di rivoluzionare non solo l’organizzazione del lavoro, di dare un senso nuovo alla produttività, di concepire e realizzare città industriali, ma anche di determinare nuove contraddizioni sociali. È questo il punto di partenza del ragionamento che Antonio Calafati sviluppa nel suo ultimo libro, tessendo una trama, per certi versi inattesa ma estremamente coerente, fra le retoriche della scienza economica contemporanea, che egli svela grazie una lettura rigorosa dei Classici e in particolare di Adam Smith, e il sentiero di sviluppo intrapreso, e forse concluso, dalla Sinistra italiana.
L’economia politica come scienza nasce per interpretare il capitalismo. Un modo di produzione capace di rivoluzionare non solo l’organizzazione del lavoro, di dare un senso nuovo alla produttività, di concepire e realizzare città industriali, ma anche di determinare nuove contraddizioni sociali.
È questo il punto di partenza del ragionamento che Antonio Calafati sviluppa nel suo ultimo libro, tessendo una trama, per certi versi inattesa ma estremamente coerente, fra le retoriche della scienza economica contemporanea, che egli svela grazie una lettura rigorosa dei Classici e in particolare di Adam Smith, e il sentiero di sviluppo intrapreso, e forse concluso, dalla Sinistra italiana.
Economista formatosi alla scuola di Giorgio Fuà ad Ancona, Calafati è autore di ricerche importanti nel campo dell’economia dello sviluppo locale e dell’analisi delle politiche pubbliche. Tra questi occorre ricordare almeno il libro “Economie in cerca di città, La questione urbana in Italia” (Donzelli, 2009) e il saggio “Aree interne: crescita e sviluppo economico” scritto insieme a Fabrizio Barca all’interno del documento ministeriale principale in cui venne definita la Strategia Nazionale per le Aree Interne nel 2014.
L’attenzione inconsueta che questo studioso ha dedicato nella sua vita intellettuale all’intreccio fra dinamica economica strutturale e dinamica istituzionale (in una prospettiva critica ma non riconducibile alle scuole sraffiane, postkeynesiane e men che meno marxiste) costituisce il presupposto de “L’uso dell’economia”. E può essere molto significativo per il lettore di questo pamphlet (un tascabile di 156 pagine scritto con lucidità e consapevolezza, persino con l’ambizione di vincere l’amarezza del presente) ritornare sulle opere passate di Calafati su richiamate. Infatti, il libro del 2009 e l’analisi delle aree interne da lui condotta nella squadra di studiosi impegnata presso il Ministero dello Sviluppo Economico rappresentano probabilmente i due momenti principali in cui questo scienziato sociale dalla forte vocazione politica ha cercato di mettersi al servizio delle istituzioni.

Fra Smith, Engels e Tocqueville
Non voglio presentare ai potenziali lettori di questo testo una sintesi delle tesi sostenute da Calafati. Voglio invece invitarli alla lettura e alla discussione de “L’uso dell’economia” perché lo ritengo uno dei libri più importanti scritti negli ultimi anni. Fra i motivi c’è la grande cura con cui l’autore recupera aspetti essenziali dell’opera smithiana. Concetti centrali di un libro che non si legge più, che sono messi nel cassetto dai ciarlatani sedicenti conoscitori de “La Ricchezza delle Nazioni” facenti insistentemente capolino sui nostri media: il significato di sussistenza economica, l’equilibrio sostanziale del mercato del lavoro e soprattutto la questione urbana.

“Le città che diventano metropoli – che si industrializzano e nelle quali si manifesta l’ascesa del capitalismo – sono luoghi senza natura.” (p. 32)
È attraverso l’analisi dei luoghi dell’abitare umano e delle trasformazioni violente che li interessano (passando per Engels e Tocqueville grazie alla giusta considerazione delle indagini sul campo che il coautore del Manifesto del partito comunista e l’autore de La democrazia in America condussero a Manchester negli anni Quaranta dell’Ottocento) che Calafati offre al lettore una prospettiva sempre più radicalmente politica per svelare le contraddizioni odierne della politica progressista:
“Nelle città si dovrebbe andare anche oggi, e sarebbe sufficiente osservare come la Sinistra italiana le narra e governa per capire in cosa sia consistita la sua metamorfosi.” (p. 43)
Cambiamenti
Le metamorfosi della Sinistra italiana stanno tutte nel percorso che conduce dal capitalismo sociale al capitalismo sovrano. Nel linguaggio scelto da Calafati, il primo è un modello che “sembrava riscattare le democrazie europee dai loro tragici errori” (p. 50), regolamentando la terra, la moneta e il lavoro, riconosciuti come aspetti del vivere che non possono essere ridotti a merci, come notava Karl Polanyi.
Il capitalismo sovrano si afferma proprio quando il capitalismo sociale avrebbe potuto intraprendere un nuovo corso (si legga a tal proposito molto attentamente il capitolo 4 del libro di Calafati) e nasce da una falsa rappresentazione della realtà. Sta qui l’uso dell’economia, l’uso cioè al contempo di un sapere che si vorrebbe tutto scientifico (e che ingabbia ogni critica dell’economia politica) e dei rapporti materiali che si instaurano tra i gruppi sociali impegnati nella produzione e nello scambio che vengono piegati alle logiche di un mercato deregolato.
“Il paradigma mercatista che la Sinistra ha adottato è quello scientista, nel quale la disconnessione tra economia e società ha trovato la sua formalizzazione.
Non ammette dubbi sulla validità dei modelli di effetti utilizzati per valutare le politiche che propone”. (p. 91)
Questo atteggiamento che ha giustificato l’adozione di politiche economiche molto approssimative ha contribuito a realizzare anche in Italia un’agonizzante ricerca della crescita economica senza considerare la rilevanza che la sussistenza economica, l’equilibrio sostanziale sul mercato del lavoro, la questione urbana, la regolamentazione della terra e della moneta hanno se si ha a cuore il governo dei dis-equilibri che un modo di produzione vocato a continue rivoluzioni industriali genera.
Dove nasce la Sinistra (e dove potrebbe rinascere)
L’immagine più forte che Calafati ci regala è affidata alle parole seguenti:
“La Sinistra è nata sulle strade di Manchester nel vortice della Rivoluzione industriale, quando lo sguardo etico incontra le sofferenze inflitte dall’organizzazione capitalistica del lavoro.
È nata rifiutando una prospettiva che declassa quelle sofferenze a (meritati) destini individuali, da affidare alla storia. E quando l’élite intellettuale della Sinistra smette di andare in cerca delle sofferenze altrui per consegnarle come priorità all’agenda politica, diventa inutile – e inutile lo è diventata” (p. 130)
Lascio ai lettori il piacere – e il dovere – di ricercare in questo pamphlet le giustificazioni logiche e storiche che l’autore individua per supportare una tesi così severa, nella speranza che si diffonda almeno l’abitudine di chiamare le cose con il proprio nome: capitalismo è il nome del sistema economico in cui viviamo; la Sinistra italiana è invece una coppia di parole che non dà nome a nulla di vero – come scriveva già il 25 Aprile del 2003 nel suo ultimo articolo Luigi Pintor:
“La sinistra rappresentativa […] è fuori scena. Non sono una opposizione e una alternativa e neppure una alternanza, per usare questo gergo.
Hanno raggiunto un grado di subalternità e soggezione non solo alle politiche della destra ma al suo punto di vista e alla sua mentalità nel quadro internazionale e interno”.
Eppure, la fuoriuscita dalle retoriche dell’economia e il ripristino di un sapere economico per guardare la realtà contraddittoria che caratterizza il capitalismo è il presupposto per un uso altro dell’economia e per un mondo diverso possibile.
*(Stefano Lucarelli è professore di politica economica presso l’Università degli Studi di Bergamo. Ha pubblicato saggi su varie riviste accademiche, ..)

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