n°33 – 13/8/2022 – RASSEGNA DI NEWS NAZIONALI E INTERNAZIONALI. NEWS DAI PARLAMENTARI ELETTI ALL’ESTERO

01 – Schirò (pd)* : il propagandismo della Meloni non si ferma nemmeno davanti ai morti. Una macchia morale e civile sulla giornata del ricordo di Marcinelle.
02 – Angela Schirò *(PD): 8 agosto: anniversario della tragedia di Marcinelle. Con 262 rintocchi di campana si è aperta la cerimonia di commemorazione del disastro minerario di Marcinelle, la più grande tragedia che ha colpito la nostra migrazione in Europa.
03 – 8 agosto: giornata del sacrificio del lavoro italiano nel mondo. 66° anniversario della tragedia di Marcinelle.
04 – On. Francesca La Marca*: LA MARCA risponde alla lettera sottoscritta da esponenti della destra italiana e pubblicata sul corriere canadese: “sulla cittadinanza il centro destra dà i numeri. Siamo alle comiche finali”
05 – Alessandro Calvi*: Dai servizi segreti a Calenda, è una campagna avvelenata, Manifesti elettorali di Giorgia Meloni in vista delle prossime elezioni politiche
06 – Intanto nel mondo.
07 – Massimo Sandal*: Cosa sappiamo finora sul vaiolo delle scimmie. Restano ancora molti interrogativi, ma sembra improbabile che il virus possa causare una nuova pandemia.
08 – Irene Doda*: la distopia digitale in Palestina. Mentre scriviamo, l’operazione breaking dawn dell’esercito israeliano contro la striscia di gaza ha causato quarantacinque vittime tra la popolazione palestinese, tra cui sedici bambini. Al momento il cessate il fuoco sembra tenere, ma non si esclude un’ulteriore escalation delle violenze nei prossimi giorni.
09 – Laura Spinney*: storia ci dice che tipo di rivoluzione nasce da una pandemia. Per prima cosa il faraone cambiò nome, da Amenhotep IV ad Akhenaton. Poi decretò che una nuova capitale dovesse essere costruita lontano dalla vecchia

 

 

01 – SCHIRÒ (PD) : IL PROPAGANDISMO DELLA MELONI NON SI FERMA NEMMENO DAVANTI AI MORTI. UNA MACCHIA MORALE E CIVILE SULLA GIORNATA DEL RICORDO DI MARCINELLE.
Credo che tutti noi che eravamo stamani a Marcinelle per ricordare i caduti del Bois du Cazier e, con loro, gli innumerevoli emigrati italiani morti sul lavoro in ogni continente e in ogni fase della diaspora italiana, abbiano condiviso interiormente un forte senso di partecipazione, solidarietà e rispetto per tutti coloro che hanno pagato con le loro vite, nelle più diverse situazioni e circostanze, il loro sogno irrealizzato di migliorare la loro condizione e quella delle loro famiglie.

Un atto di memoria e un sentimento di solidarietà che non possono subire limitazioni ed eccezioni, almeno sul piano morale e civile, se vogliamo che, oltre al valore del ricordo, il monito che viene da quelle vicende possa continuare ad essere un fattore di crescita sociale e civile, come per l’intera Europa è stata Marcinelle.

Per questo, proprio nell’ottica di una italiana all’estero, trovo molto discutibili, al limite del disgusto, i distinguo che, con intenti elettoralistici, Giorgia Meloni ha fatto sulle parole di Enrico Letta, distinguendo i caduti lontani sul cammino della speranza da quelli vicini, quelli che non sono più tornati in Italia da quelli che non vi sono arrivati o, per dirla con parole adatte alla destra italiana, i morti bianchi e i morti di altro colore.

A Giorgia Meloni risulta forse che nei cantieri del mondo dove lavoravano gli immigrati, quando uno di loro cadeva, quelli di altre etnie e provenienze si giravano da un’altra parte?
I contesti storici sono certamente diversi, ma il valore del sacrificio del lavoro e la lezione civile vanno al di là di questi contesti, sono sicuramente universali.

Proprio in queste ore Giorgia Meloni ha rilanciato la sua candidatura a premier dell’Italia se la destra vincerà le elezioni. Una cosa così un candidato premier credo che se la potesse e dovesse proprio risparmiare. E – ripeto – lo dico da figlia di emigrati nata all’estero.
*(Angela Schirò – Deputata PD – Rip. Europa – Camera dei Deputati – piazza Campo Marzio, 42 – 00186 ROMA)

 

 

02 – Angela Schirò *: 8 AGOSTO: ANNIVERSARIO DELLA TRAGEDIA DI MARCINELLE. CON 262 RINTOCCHI DI CAMPANA SI È APERTA LA CERIMONIA DI COMMEMORAZIONE DEL DISASTRO MINERARIO DI MARCINELLE, LA PIÙ GRANDE TRAGEDIA CHE HA COLPITO LA NOSTRA MIGRAZIONE IN EUROPA.
262 FURONO INFATTI I LAVORATORI PROVENIENTI DA OGNI PARTE DEL VECCHIO CONTINENTE CHE QUELL’8 AGOSTO DEL 1956 MORIRONO NELLA MINIERA DEL BOIS DU CAZIER. 136 DI LORO ERANO ITALIANI, EMIGRATI IN BELGIO.
Una cerimonia commovente e partecipata. Insieme alle famiglie dei minatori e alle loro associazioni ci siamo ritrovati in tanti: giovani e anziani, lavoratori, sindacalisti italiani e belgi, esponenti delle istituzioni e delle amministrazioni locali, delle nostre rappresentanze diplomatiche e consolari, delle associazioni italiane, degli alpini e degli studenti del Liceo romano Francesco Vivona. Presente anche il segretario del Partito Democratico, Enrico Letta e i circoli del PD del Belgio.
Ancora una volta, ma come se fosse la prima volta, ci siamo ritrovati per assolvere al nostro dovere di riconoscenza, di solidarietà umana e di memoria verso i nostri fratelli che in quel mese di agosto di sessantasei anni fa hanno perduto la loro vita e il loro futuro.
Per il valore simbolico che questa ricorrenza ha assunto, ci siamo ritrovati anche per estendere questi nostri sentimenti di reverenza e di partecipazione umana e morale a tutti gli emigrati italiani che sono morti sul lavoro, in ogni parte del mondo. Anzi – aggiungo – a tutti i migranti che sacrificano la loro vita sulle rotte della speranza, alla ricerca di un lavoro e di una dignità che le loro società di origine non sono sempre in grado di assicurare.
Marcinelle, tuttavia, non è solo un luogo di dolore, di lutto e di memorie. È anche un impulso di solidarietà, un impegno ad elevare il livello di protezione sul lavoro, una spinta a umanizzare le regole della nostra convivenza civile. Non a caso, a seguito di quella immane tragedia, non solo il lavoro nelle miniere incominciò a regredire, ma finalmente la silicosi fu riconosciuta come malattia professionale e prese slancio in tutta Europa il movimento che ha portato passo dopo passo, paese dopo paese, a realizzare un regime di welfare che nel giro di qualche decennio è diventato in tutto il mondo un modello di socialità equa ed avanzata per i tempi in cui era realizzata. Quel modello è stato rimesso in discussione dalle politiche finanziarie e oggi sul piano della tutela dei diritti dei lavoratori ci sono ancora molte cose da fare, tuttavia esso resta una stella polare capace di illuminare anche il cammino futuro.
Senza farsi portare dall’enfasi che talvolta anima i momenti commemorativi, credo si possa dire con fondatezza che lo spirito di solidarietà e di convergenza che sui temi del lavoro Marcinelle ha fatto crescere e maturare, rappresenta uno dei valori fondativi dell’Europa unita. Questo vincolo e questo senso di solidarietà, che sono restati per molto, troppo tempo latenti tra gli stati europei e talvolta nella stessa opinione pubblica, sembrano oggi conoscere una nuova stagione, fondata sulla consapevolezza che solo unendo le forze e aiutando chi ha un passo più incerto si può aiutare l’Europa nel suo complesso ad uscire dalla pesante crisi provocata dal convergere della pandemia e del deficit energetico.
Per questo, il messaggio che sento di assumere oggi è un messaggio di forza e di speranza, il senso di un dovere da assolvere nel nome degli scomparsi al Bois du Cazier: il dovere di costruire una legislazione sempre più efficace di tutela del lavoro, un sistema di welfare centrato sui diritti di cittadinanza, un vincolo di solidarietà sempre più stringente a livello europeo che consenta al nostro continente di superare le presenti difficoltà e di avere un ruolo di pace e dei equilibrio nel mondo.
*(Angela Schirò – Deputata PD – Rip. Europa – – Camera dei Deputati – Piazza Campo Marzio, 42
00186 ROMA – Tel. 06 6760 3193 – Cellulare segreteria 3394455531 – Email: schiro_a@camera.it – angela-schiro.com)

 

 

03 – On. Francesca La Marca(PD)*: 8 AGOSTO: GIORNATA DEL SACRIFICIO DEL LAVORO ITALIANO NEL MONDO. 66° ANNIVERSARIO DELLA TRAGEDIA DI MARCINELLE
Oggi, in tutto il mondo, le nostre comunità si riuniscono per commemorare la “Giornata del Sacrificio del lavoro italiano nel mondo”.
Una giornata importante che ci rimanda simbolicamente al disastro minerario di Marcinelle, la più grande tragedia che ha colpito la nostra migrazione in Europa. Quell’8 agosto del 1956, nella miniera del Bois du Cazier morirono, 262 lavoratori provenienti da ogni parte del vecchio continente. 136 di loro erano italiani, emigrati in Belgio.
Marcinelle, insieme a Scofield (Utah), Monongah (West Virginia), Cherry (Illinois) e Dawson (New Messico), sono i simboli più alti e indimenticabili del sacrificio che i nostri lavoratori hanno affrontato in terra straniera per trovare risposta ad un loro fondamentale diritto: il lavoro.

Il tema del lavoro e della sua tutela, del resto, è profondamente legato alla storia della nostra emigrazione. Per questo, in questa giornata, è giusto ricordare anche tutti gli altri nostri emigrati, e sono centinaia di migliaia, che hanno messo in gioco la loro vita per il miglioramento delle loro famiglie e per lo sviluppo dei Paesi nei quali hanno trovato accoglienza.

Onorare i nostri lavoratori caduti sul lavoro significa, dunque, dare a quel sacrificio un senso più ampio e profondo. Il sacrificio dei minatori di Marcinelle indicò la necessità di cambiamenti profondi e rappresentò un impulso per fare passi in avanti nei diritti dei lavoratori, per la costruzione di un welfare europeo, per nuove e più efficaci normative sulla sicurezza e sul lavoro. Oggi, ricordare le storie dei nostri lavoratori e onorarne la memoria, significa non perdere di vista la necessità, più che mai attuale, di dare accoglimento alla piena affermazione dei diritti dei lavoratori più precari e marginalizzati. Diritti che in tutto il mondo devono essere perseguiti con attenzione e sollecitudine dalle istituzioni nazionali e internazionali e da tutte le forze politiche e sociali.
*( On./Hon. Francesca La Marca, Ph.D. – CAMERA DEI DEPUTATI – Ripartizione Nord e Centro America – – Electoral College of North and Central America)

 

 

04 – On. Francesca La Marca*: LA MARCA RISPONDE ALLA LETTERA SOTTOSCRITTA DA ESPONENTI DELLA DESTRA ITALIANA E PUBBLICATA SUL CORRIERE CANADESE: “SULLA CITTADINANZA IL CENTRO DESTRA DÀ I NUMERI. SIAMO ALLE COMICHE FINALI”
In questi giorni sta circolando sulle agenzie e sulla stampa in italiano all’estero una lettera aperta sottoscritta da esponenti dei partiti della Destra italiana residenti in diversi Paesi del continente americano, dal titolo “Il Centro-sinistra vuole limitare lo Ius sanguinis, è una vergogna”.
Tale documento, non a caso diffuso prima dell’apertura della campagna elettorale e nella fase della formazione delle liste, per giustificare il suo assunto falso, pretestuoso e vile mi chiama strumentalmente in causa, pur evitando di declinare anagraficamente il mio nome, come una delle fautrici della proposta del Centro-sinistra di limitare a due generazioni il riconoscimento della cittadinanza italiana.
Si tratta, lo ribadisco, di un’operazione strumentale e vile mirante – credo – all’unico scopo di tentare di sbarazzarsi di una presenza elettoralmente concorrenziale e, dunque, scomoda.
Venendo ai fatti e restando in casa PD, sia in questa che nella precedente legislatura, come risulta chiaramente dagli atti parlamentari, in tema di cittadinanza ho presentato due soli disegni di legge: l’uno mirante a consentire il riacquisto della cittadinanza a chi è nato in Italia e poi l’ha perduta all’estero per ragioni di lavoro in un tempo in cui non era consentito il possesso di una duplice cittadinanza; l’altro tendente, sulla scia delle ripetute e note sentenze della Corte Costituzionale e della Corte di Cassazione, a consentire anche per via amministrativa il riconoscimento della cittadinanza alla donna, e ai suoi discendenti, che l’avesse automaticamente perduta per matrimonio con cittadino straniero.

I contenuti degli articoli di queste proposte sono poi stati riproposti in forma di emendamenti, senza aggiungere nemmeno una virgola, ogni volta che si è presentata l’opportunità di raggiungere qualcuno di questi obiettivi. Per ultimo, in occasione della discussione sulla proposta di legge sul cosiddetto Ius Scholae per i figli di stranieri che abbiano compiuto in Italia un intero ciclo di studi.

Aggiungo che questi disegni di legge sono del tutto in linea con quelli presentati dai colleghi del PD eletti all’estero che mi hanno preceduto fin dall’istituzione della circoscrizione Estero, in particolare con quelli avanzati dall’amico Marco Fedi. In oltre quindici anni, dunque, nessuno si è mai accorto che il PD aveva intenzione di proporre la limitazione del riconoscimento a due sole generazioni.

Perché ognuno possa valutare in termini obiettivi la veridicità di queste affermazioni, metto a disposizione questi testi, per altro pubblici, ai seguenti link (PDL 221 – PDL 222), sfidando chiunque a trovare in essi una sola parola – ripeto: UNA SOLA PAROLA – da cui si evinca la volontà dei proponenti (e indirettamente del PD) di limitare a due generazioni il riconoscimento della cittadinanza.

Ebbene, dopo 15 anni il miracolo è avvenuto. Nella seduta del 15 giugno della commissione Esteri della Camera incentrata sulla discussione dello Ius Scholae, l’on. Di San Martino Lorenzato di Ivrea, eletto all’estero per conto della Lega, ha denunciato l’intenzione del Centro-sinistra (chi? dove? quando?) di procedere alla famosa limitazione e ha puntato in particolare il dito contro la mia proposta sul riconoscimento della cittadinanza alle donne che l’abbiano perduta per matrimonio con straniero, affermando che essa limiterebbe la possibilità di ottenere la cittadinanza solo ai discendenti di seconda generazione.

Con grande imbarazzo e qualche difficoltà, trattandosi di un eletto nella circoscrizione Estero, devo dire che l’on. Lorenzato ha compreso l’esatto contrario di ciò che nel disegno di legge è detto. In esso, infatti, vi sono due affermazioni: il riconoscimento della cittadinanza alla donna che l’abbia perduta sposando uno straniero, con l’indicazione della relativa modalità amministrativa per riottenerla; la trasmissibilità della cittadinanza anche ai figli nati prima del 1948, mettendo fine in tal modo all’odiosa discriminazione tra figli nati dopo quella data e figli nati prima. L’ineffabile Lorenzato ha scambiato ciò che è un’estensione, che prelude poi a una normale applicazione dello stesso ius sanguinis, per una limitazione.

Potremmo limitarci a rilevare un caso, diciamo così, di ordinario analfabetismo giuridico, se poi il Centro-destra su un errore così marchiano non ci imbastisse una campagna propagandistica. Siamo, insomma, alle comiche finali.

Quanto alla bieca volontà di un non meglio identificato e identificabile Centro-sinistra di procedere alla limitazione di due generazioni, l’unica proposta in tal senso è venuta sporadicamente da qualche esponente del Movimento 5Stelle, poi passato al Gruppo misto. Se qualcuno intenda interloquire dialetticamente con i proponenti di tale soluzione, lo faccia pure senza evocare strumentalmente interlocutori falsi o inesistenti.

Quanto alla mia personale chiamata in causa per l’affermazione che sia “incomprensibile riconoscere la cittadinanza a persone (di terza o quarta generazione) che non hanno alcun legame con il nostro Paese”, i propagandisti falsari si dimenticano di mettere in relazione questa espressione con quella che la segue, come risulta chiaramente dal verbale, e cioè: mentre continua ad essere negata a chi in Italia è nato e poi l’ha perduta emigrando per la necessità di trovare lavoro.
Ebbene, confermo che è mia PERSONALE opinione che una contraddizione così vistosa debba essere superata, non negando la cittadinanza a chiunque, ma riaprendo finalmente i termini per fare in modo che chi è nato in Italia la possa finalmente riottenere, come dice esplicitamente la mia proposta di legge.
Per concludere, gli “addolorati” evocatori di scenari inesistenti non si illudano di potere strappare l’applauso (o il consenso) degli elettori con le comiche finali e dicano piuttosto quali risultati concreti in questa legislatura hanno portato a casa per gli italiani all’estero, per dare credibilità alle loro promesse elettorali. Serve un aiuto? Eccolo: ZERO.
*(On./Hon. Francesca La Marca, Ph.D. – CAMERA DEI DEPUTATI – Ripartizione Nord e Centro America – Electoral College of North and Central America)

 

 

05 – Alessandro Calvi*: DAI SERVIZI SEGRETI A CALENDA, È UNA CAMPAGNA AVVELENATA, MANIFESTI ELETTORALI DI GIORGIA MELONI IN VISTA DELLE PROSSIME ELEZIONI POLITICHE
C’è un’ombra sulla campagna elettorale. O, almeno, così scrivono alcuni giornali. L’ombra è quella di una grana giudiziaria pronta a esplodere per impedire al centrodestra di vincere elezioni forse già vinte. Di cosa si tratti, però, non lo spiega nessuno. Si allude. Ci si limita alle suggestioni senza offrire dettagli, quasi si trattasse di profezie più che di notizie.

Il direttore di Libero Alessandro Sallusti, per esempio, il 4 agosto ha riferito di certi ambienti non meglio precisati – “bassifondi nei quali l’olezzo è insopportabile ma c’è vita vera e nulla sfugge” – in cui si darebbe per certo “che si stanno preparando un paio di botti giudiziari, scoppio previsto fine agosto, di quelli tosti, qualcuno azzarda anche i nomi di figure politiche di primo piano nell’area di centrodestra”. E ha scritto di “dossier già pronti tolti dai cassetti e messi sul tavolo pronti per la firma”. Qualche giorno dopo Ignazio La Russa, figura di spicco di Fratelli d’Italia (FdI), a una domanda postagli dal quotidiano la Verità su una “bomba giudiziaria” pronta a esplodere da qui al voto, ha risposto che “purtroppo non possiamo escludere questa eventualità guardando le campagne elettorali del passato, e le tempeste scatenate contro Berlusconi e Salvini”.

E, a proposito di Salvini, allarmante è anche la vicenda raccontata il 28 luglio dalla Stampa. Secondo il quotidiano torinese, da alcuni documenti emergerebbero “elementi nuovi sul rapporto tra Matteo Salvini e la Russia, che illuminano di una luce inquietante anche la caduta di Mario Draghi, e gli eventi accaduti negli ultimi due mesi di vita del governo”. Sul rapporto tra Salvini e le autorità russe si è giustamente concentrato per giorni il dibattito pubblico, con toni molto duri e legittime richieste di chiarimento. C’è però anche un altro aspetto che meriterebbe di essere considerato.

Siamo solo all’inizio di una campagna che già si presenta tra le più opache che la storia repubblicana ricordi

Quelle notizie provengono infatti da “documenti d’intelligence” non meglio circostanziati. Al momento della pubblicazione non era chiaro in che genere di attività fosse impegnata la fonte interna ai servizi segreti che ha trattato quelle informazioni. Non era chiaro di che struttura si trattasse. Non ne era chiara neppure la nazionalità. Franco Gabrielli, sottosegretario con delega ai servizi, ha smentito che quell’attività fosse riferibile ai servizi segreti italiani. Il giorno successivo all’uscita della notizia, il direttore della Stampa Massimo Giannini ha fornito qualche particolare in più, scrivendo di “documenti informali di sintesi del lavoro di intelligence”. Non è molto.

Questo tipo di informazioni, per dire, non sarebbe utilizzabile neppure in tribunale. Altro sarebbe infatti se quelle notizie fossero emerse nel corso di una inchiesta della magistratura, che bene o male è assistita dalle garanzie per gli indagati. Poi, i mezzi di informazione fortunatamente seguono altre logiche, e quando si entra in possesso di una notizia questa va sempre pubblicata. Colpisce però che nessuno si sia allarmato anche per il fatto che in piena campagna elettorale siano finite sui giornali notizie contenute in “documenti informali di sintesi” provenienti da una fonte così intrinsecamente opaca come è l’intelligence, e che per di più riguardano uno dei principali candidati alle elezioni. D’altra parte, non c’è neanche chi si sia allarmato per il fatto che, a quanto ne sappiamo, servizi di sicurezza di nazionalità incerta, forse stranieri, terrebbero d’occhio attività e movimenti dei leader politici italiani.

Il rischio di una campagna elettorale costellata da episodi del genere dovrebbe essere evidente. Anche perché siamo solo all’inizio di una campagna che già si presenta tra le più opache e avvelenate che la storia repubblicana ricordi. Su ogni fronte: destra e sinistra, politica e informazione. E anzi sempre più di frequente si fatica a rintracciare il confine tra politica e informazione.

L’aria si è fatta talmente pesante che Guido Crosetto, tra i fondatori di FdI e oggi imprenditore molto ascoltato da Giorgia Meloni, ha proposto “un patto con gli avversari” per il bene del paese, poiché in autunno “vivremo momenti di difficoltà spaventosa”, con rischi addirittura di conflitti sociali da guerra civile “non solo figurata, visto quanto cresce la rabbia”. E non si capisce se sia un tentativo di stemperare i toni o se invece si tratti ancora di un’altra profezia.

D’altra parte, la campagna elettorale era iniziata con Salvini tornato a impugnare come un randello la questione dei migranti per recuperare il distacco nei confronti di Meloni e strapparle la leadership della destra, mentre Silvio Berlusconi ai parlamentari che abbandonavano Forza Italia dopo la caduta del governo augurava: “Riposino in pace”. C’è stato perfino chi ha preso di mira Renato Brunetta per il suo aspetto fisico. E poi è andata anche peggio. Gli attacchi personali e gli insulti si sono moltiplicati. Le polemiche sono state sempre contro qualcuno e mai per proporre un’idea. Sono stati ridotti ad argomento di polemica elettorale perfino i morti del disastro di Marcinelle, l’incidente avvenuto in una miniera di carbone belga nel 1956 che costò la vita a 262 minatori, dei quali 136 erano emigrati italiani.

Enrico Letta aveva annunciato con una lettera al Corriere della Sera di volersi recare a Marcinelle “per onorare quelle 262 vittime e anche, simbolicamente, tutti gli altri caduti, in altre viscere, a partire da quelle del Mediterraneo”. Ed ecco pronta Giorgia Meloni ribattere che quell’incidente avvenne in un quadro “radicalmente diverso da quello dell’attuale situazione dell’immigrazione verso l’Italia”, alla quale concorrono “ingenti flussi di immigrati irregolari che i governi di sinistra (o ai quali la sinistra ha partecipato) non hanno mai saputo né voluto arginare”.

LA FINE DELLE IDEE
Si potrebbe andare avanti a ancora a lungo con gli esempi. Ma a che servirebbe? In fondo, sono i toni e i modi della seconda repubblica, e nessuno se ne stupisce più. Anche in passato le campagne erano dure. Basterebbe ricordare che dal dopoguerra e fino agli anni ottanta del novecento a scontrarsi erano Democrazia cristiana e Partito comunista italiano, due partiti organizzati ideologicamente per rappresentare orizzonti politici e geopolitici radicalmente divergenti. Ma si trattava anche di forze popolari e interclassiste, e per questo avevano insieme natura espansiva e inclusiva. Lo scontro era di natura schiettamente politica e serviva per determinare il destino di una comunità, non soltanto quello individuale o di un gruppo raccolto attorno un interesse. Poi, è cambiato il mondo.

In Italia accadde negli anni drammatici dell’assalto stragista di Cosa nostra e delle inchieste milanesi di Mani pulite. Erano i primi anni novanta del novecento. I partiti popolari vennero spazzati via, alcuni dalle inchieste giudiziarie, altri dalla storia. Furono sostituiti da organizzazioni snelle, simili a comitati elettorali. Alle idee si sostituì il culto del leader. Si affermò un sistema bipolare muscolare, e in questo contesto le nuove formazioni politiche iniziarono a ricostruire la propria identità soprattutto contro gli avversari, non avendo molto altro da dire. In breve cambiò anche il tono della comunicazione, che si fece più rapida e spiccia perché non serviva più a rappresentare un orizzonte culturale ma a indicare il nemico. E poi cambiò anche l’informazione.

Come quelli della politica, anche i toni della informazione generalista negli anni sono diventati sempre più aspri

Spariti i giornali di partito, si è affermato un sistema misto capace di rappresentare insieme interessi politici e aziendali, a destra come a sinistra. Anch’esso su base bipolare. Si è iniziata così ad accorciare la distanza tra informazione e potere. Nella cronaca giudiziaria si sono fatte sempre più rare le inchieste vecchio stile, sostituite da carte di procura e indiscrezioni. Nelle pagine politiche, la cronaca è stata soppiantata da un nuovo genere, il retroscena, che regala al lettore la sensazione illusoria di leggere qualcosa che sia fuori dal controllo del potere.

In generale, come quelli della politica, anche i toni della informazione generalista negli anni sono diventati sempre più aspri. “La sinistra fa schifo”, è per esempio il titolo che apre la prima pagina di Libero del 5 agosto scorso. E tre giorni dopo: “Calenda Pagliaccio. Comiche a sinistra”. Ed è lo stesso direttore della stampa Massimo Giannini a definire “retroscena” e non inchiesta l’articolo sui rapporti tra Salvini e le autorità russe.

Se queste, per sommi capi, sono le caratteristiche delle campagne elettorali della seconda repubblica, ebbene li ritroviamo tutti nello spettacolo offerto nelle ultime settimane dalla politica, e soprattutto dal centrosinistra, a partire dalla necessità di proclamare la consueta emergenza democratica, individuando un nemico che in questo caso è rappresentato non più da Silvio Berlusconi o da Matteo Salvini, ma da Giorgia Meloni.
Che Meloni sia di destra è noto da sempre, e di una destra che spesso si manifesta come radicale e allarmante. Sono ancora nell’aria le sue parole a un recente comizio della destra spagnola di Vox, per le quali poi si è dovuta parzialmente scusare. Tuttavia, poiché i voti Fratelli d’Italia li prende proprio per quella ragione, ripetere ossessivamente che sia fascista non serve a molto, se non a preparare l’abituale richiesta di voto utile degli ultimi giorni. E nel frattempo per provare a tenere unita una coalizione così eterogenea da essere implosa da sé dopo pochi giorni di campagna elettorale, un po’ per mancanza di una linea politica chiara, un po’ per i tatticismi e il radicale individualismo di molti dei suoi leader, tra i quali Carlo Calenda.
Proprio Calenda, peraltro, dopo aver rotto l’accordo con Enrico Letta, è andato al Tg5 a spiegare che “il Pd ha fatto prima un patto con noi e poi ha fatto un patto, con contenuti contrari, con chi ha votato 55 volte contro la fiducia a Draghi, con chi dice di no a tutto, al termovalorizzatore, con chi in fondo è comunista, perché poi, alla fine della fiera è questo”.
Povero Calenda, faceva quasi tenerezza nel suo aver ricondotto se stesso a una così inavvertita normalità da piccolo Berlusconi. Tuttavia no, alla fine della fiera non ci sono più i comunisti. Alla fine della fiera pare non esserci più nulla, nessuna idea, soltanto insulti e grida. Considerati i suoi protagonisti e lo spettacolo che stanno offrendo, questa campagna elettorale è insomma l’apoteosi della seconda repubblica, e insieme la rappresentazione del suo radicale fallimento.
*( Fonte Internazionale, Alessandro Calvi, È un giornalista italiano. Ha scritto per il Riformista e il Messaggero)

 

 

06 – Intanto nel mondo
Ucraina-Russia
I ministri degli esteri del G7 hanno chiesto alla Russia di restituire immediatamente all’Ucraina il controllo della centrale nucleare di Zaporižžja e accusano Mosca di mettere in pericolo l’intera regione. Durante la settimana l’impianto e l’area circostante sono stati oggetto di bombardamenti, ma Russia e Ucraina si incolpano l’un l’altra per gli attacchi. Il complesso, il più grande d’Europa, è sotto occupazione russa dall’inizio di marzo, anche se lo gestiscono ancora i tecnici ucraini.

Francia
Un incendio “mostruoso” sta devastando la regione di Landiras, vicino alla zona vinicola di Bordeaux, ha dichiarato il 10 agosto Gregory Allione del corpo francese dei vigili del fuoco. Questa settimana gli incendi hanno devastato la regione della Gironda, vicino a Bordeaux, nel sud-ovest della Francia, distruggendo case e costringendo diecimila residenti a lasciare le loro abitazioni.

Stati Uniti
L’ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha rifiutato di rispondere alle domande della procuratrice dello stato di New York sulle dichiarazioni al fisco della sua azienda. La Trump organization è accusata di aver ingannato le autorità sul valore dei suoi beni per ottenere prestiti favorevoli e agevolazioni fiscali. Trump nega di aver commesso illeciti e ha definito l’indagine civile una “caccia alle streghe”.

Cina
Il 10 agosto l’ambasciatore cinese in visita a Mosca ha definito gli Stati Uniti il “principale istigatore” della guerra in Ucraina e ha accusato Washington di voler “schiacciare” la Russia. L’ambasciatore Zhang Hanhui ha affermato che gli Stati Uniti hanno messo la Russia all’angolo con l’espansione dell’alleanza di difesa della Nato e con il sostegno alle forze che cercano di allineare l’Ucraina all’Unione europea.

Sierra Leone
Le proteste contro il costo della vita sono sfociate in una rivolta nella capitale Freetown il 10 agosto, con due agenti delle forze di sicurezza picchiati a morte da una folla che chiedeva l’allontanamento del presidente, che in serata ha invitato la popolazione a “mantenere la calma”. In una trasmissione in diretta nazionale, il vicepresidente Mohamed Juldeh Jalloh ha annunciato un coprifuoco su tutto il territorio nazionale.

Argentina
Diverse migliaia di persone hanno manifestato il 10 agosto a Buenos Aires, alcune delle quali si sono accampate per tutta la notte davanti alla presidenza, per chiedere al ministro dell’economia Sergio Massa salari più alti. Si prevede che l’indice di inflazione di luglio eroderà ulteriormente il potere d’acquisto degli argentini.
*(Fonte da “Internazionale “)

 

 

07 – Massimo Sandal*: COSA SAPPIAMO FINORA SUL VAIOLO DELLE SCIMMIE. RESTANO ANCORA MOLTI INTERROGATIVI, MA SEMBRA IMPROBABILE CHE IL VIRUS POSSA CAUSARE UNA NUOVA PANDEMIA.
Dal 7 maggio, quando a un viaggiatore britannico di ritorno dalla Nigeria è stato diagnosticato il vaiolo delle scimmie, sono stati registrati almeno trecento casi in 22 paesi non africani tra cui l’Italia. Il primo di questi è stato diagnosticato il 19 maggio all’Istituto Spallanzani di Roma, in un giovane rientrato da una vacanza alle Canarie. I casi italiani sono saliti rapidamente a dieci.

Il vaiolo delle scimmie è un virus noto dagli anni cinquanta, ed era già comparso in Europa nel 2018. Ma è la prima volta che si diffonde in modo sostenuto fuori dall’Africa occidentale e centrale, dove è endemico dal 1970. Di norma infatti viene contratto dagli animali – non solo scimmie, a dispetto del nome, più spesso roditori e ghiri africani – mentre è più difficile che passi da persona a persona.

Non si sa ancora perché il virus si stia diffondendo proprio ora. Il virus sembra simile ai ceppi finora noti e comunque i poxvirus, la famiglia a cui appartengono sia il vaiolo delle scimmie sia il vaiolo umano, in generale tendono a mutare meno facilmente rispetto ai virus a rna come il sars-cov-2. Ma alcuni virologi, tra cui Trevor Bedford dell’istituto Fred Hutchinson di Seattle e Stefan Rothenburg dell’Università della California, non escludono che si tratti di un ceppo più capace di trasmettersi da persona a persona, e sostengono che i poxvirus possono evolversi rapidamente. Sono però ipotesi ancora da dimostrare.

La trasmissione

Il virus si trasmette tramite contatto fisico ravvicinato, inclusi i rapporti sessuali, ma anche tramite oggetti contaminati, per esempio le lenzuola, che possono essere ancora infettivi a distanza di molti mesi. Non sembra che si trasmetta per via aerea. Il ministero della salute in ogni caso raccomanda di indossare la mascherina ffp2 per gli operatori sanitari a contatto con i contagiati. Secondo il Centro europeo per il controllo delle malattie, esiste il sospetto che il contagio si sia diffuso tramite rapporti sessuali con più partner.

L’attuale epidemia è dovuta al ceppo virale endemico in Africa occidentale, il più mite, con una letalità dell’1-3 per cento. Nei paesi occidentali, che hanno strutture sanitarie migliori, il rischio è probabilmente inferiore e al momento non ci sono notizie di decessi fuori dall’Africa. Il vaiolo delle scimmie è comunque fastidioso e potenzialmente debilitante.

Dopo un’incubazione che va dai 5 ai 21 giorni, i primi sintomi sono febbre, dolori muscolari, stanchezza e mal di testa. Entro tre giorni inizia la formazione di pustole: un segno tipico è la loro comparsa sulla pianta di mani e piedi. Di norma la malattia si risolve in 2-4 settimane; in alcuni casi le lesioni possono lasciare cicatrici permanenti sulla pelle o lesioni alla cornea, e quindi danni alla vista. La malattia tende a essere più grave nei bambini, nelle persone positive al virus dell’hiv e nelle donne incinte, oltre che negli immunodepressi.

Vaccini ed efficacia

La buona notizia è che abbiamo già un vaccino. I vaccini per il vaiolo umano infatti hanno un’efficacia intorno all’85 per cento contro il vaiolo delle scimmie. In Italia le persone nate prima del 1977 sono già vaccinate contro il vaiolo. Ci sono indizi che il vaccino possa immunizzare per decenni, ma ufficialmente la protezione piena è garantita per soli 3-5 anni.

L’Agenzia europea del farmaco (Ema) nel 2013 ha approvato un nuovo vaccino antivaiolo, Imvanex, molto più sicuro dei vaccini storicamente usati negli anni sessanta e settanta, ora non più autorizzati. Potrà servire come profilassi per i contatti stretti e gli operatori sanitari, se somministrato entro quattro giorni dall’esposizione al virus.

In caso di emergenza comunque l’Italia, secondo fonti dell’Istituto superiore di sanità, ha a disposizione cinque milioni di dosi di vaccino, che possono salire a venticinque milioni se diluite. Quanto ai farmaci, l’unico esistente è il tecovirimat, approvato nel gennaio 2022 dall’Ema.

Restano ancora molti interrogativi, ma a meno di nuove scoperte sembra improbabile che il virus possa causare una nuova pandemia. A differenza del covid-19, il vaiolo delle scimmie si trasmette difficilmente, ha sintomi identificabili e ci sono già dei vaccini.
*( Fonte Internazionale. Massimo Sandal ,è stato ricercatore in biologia molecolare, specializzato in dinamica delle proteine)

 

 

08 – Irene Doda*: LA DISTOPIA DIGITALE IN PALESTINA. MENTRE SCRIVIAMO, L’OPERAZIONE BREAKING DAWN DELL’ESERCITO ISRAELIANO COTRO LA STRISCIA DI GAZA HA CAUSATO QUARANTACINQUE VITTIME TRA LA POPOLAZIONE PALESTINESE, TRA CUI SEDICI BAMBINI. AL MOMENTO IL CESSATE IL FUOCO SEMBRA TENERE, MA NON SI ESCLUDE UN’ULTERIORE ESCALATION DELLE VIOLENZE NEI PROSSIMI GIORNI. La macchina militare di Israele è una delle più avanzate al mondo, ed è sostenuta dai cospicui investimenti pubblici nel settore: non solo in armamenti, ma anche in tecnologie di raccolta dati e di sorveglianza.
In una recente inchiesta, The Intercept ha rivelato che due delle più grandi aziende tecnologiche al mondo, Google e Amazon, hanno venduto sofisticati strumenti di intelligenza artificiale alle forze militari israeliane, come parte del progetto Nimbus – un contratto stipulato dai due giganti del tech con il governo di Tel Aviv nella primavera del 2021. Nimbus è un gigantesco appalto di fornitura di servizi cloud del valore di circa quattro miliardi di shekel (1,2 miliardi di euro), pensato per fornire una soluzione cloud onnicomprensiva a vari enti, tra cui, ovviamente, anche le forze di difesa. I data center di Nimbus hanno sede in Israele, soggetti alla legge del paese, quindi immuni da pressioni politiche esterne.

I documenti analizzati da The Intercept, corredati da testimonianze anonime di dipendenti che hanno lavorato al progetto, svelano che Google sta vendendo all’esercito israeliano un’ampia gamma di prodotti di IA e machine learning, che rafforzerà le capacità in ambito di riconoscimento facciale, categorizzazione e tracciamento automatico di oggetti e che darà la possibilità alle forze di difesa di costruire modelli algoritmici da sfruttare per i propri scopi. Il progetto Nimbus include anche tecnologie di sentiment detection, ovvero sistemi in grado di riconoscere e discernere le emozioni di un soggetto, una tecnica generalmente non considerata particolarmente affidabile, ma comunque potenzialmente pericolosa se usata in ambito militare.

Organizzazioni internazionali come Amnesty International e Human Rights Watch hanno accusato Israele di gravi crimini contro la popolazione palestinese, inclusi persecuzioni, discriminazioni sistemiche e apartheid. Le violenze sono perpetrate anche con il supporto di una vasta rete di sorveglianza. Le forze di difesa hanno in dotazione un’applicazione per smartphone, chiamata Blue Wolf, che è in grado di collegare una foto di un sospettato con un database dell’esercito: l’applicazione restituisce poi un codice colore che informa l’ufficiale se una persona può, per esempio, essere lasciata passare a un check point. Blue Wolf è parte di un network molto sofisticato di telecamere di sorveglianza e di tecniche di riconoscimento facciale che rendono, a detta di numerosi attivisti, la società palestinese una “distopia digitale”.

Del progetto Nimbus si sa relativamente poco. Gli impiegati di Google e Amazon, tuttavia, avevano già condannato il progetto in una protesta anonima che aveva trovato spazio sulle pagine del Guardian. Chiedevano, in breve, ai loro datori di lavoro di staccare la spina a Nimbus, un’iniziativa che comportava vari rischi di violazione dei diritti umani e che avrebbe sostenuto e rafforzato l’occupazione militare israeliana.

Ha fatto molta notizia, negli ultimi mesi, la vicenda dello spyware Pegasus, un software di sorveglianza che, se installato su telefoni e smartphone è in grado di offrire un accesso quasi completo a tutte le attività di un soggetto, e che è stato usato contro attivisti e giornalisti in tutto il mondo. Pegasus è stato prodotto proprio in Israele, dall’azienda NSO, ed è stato testato sui palestinesi prima di essere esportato. Lo stato di sorveglianza in Israele continua a raffinarsi, e lo fa anche con la complicità di Big Tech.

*(a cura di: Irene Doda, vive a Forlì e lavora come scrittrice e giornalista freelance. Si occupa di lavoro, tecnologia e questioni di genere; spesso di tutte e tre queste cose insieme. Ha scritto per Wired, Singola, Il Tascabile e altre riviste online e cartacee)

 

 

09- Laura Spinney*: STORIA CI DICE CHE TIPO DI RIVOLUZIONE NASCE DA UNA PANDEMIA. PER PRIMA COSA IL FARAONE CAMBIÒ NOME, DA AMENHOTEP IV AD AKHENATON. POI DECRETÒ CHE UNA NUOVA CAPITALE DOVESSE ESSERE COSTRUITA LONTANO DALLA VECCHIA. IN QUESTA CITTÀ SI SAREBBE DOVUTO ADORARE UN SOLO DIO, ABBANDONANDO TUTTI GLI ALTRI: IL DIO DEL SOLE ATEN.
L’ERESIA DI AKHENATON NON DURÒ A LUNGO, E TERMINÒ CON LA SUA MORTE MENO DI VENT’ANNI DOPO. FU UNA PARENTESI NEI TREMILA ANNI DI STABILITÀ CULTURALE CHE CARATTERIZZARONO L’ANTICO EGITTO, MA LA SUA TRACCIA DURATURA NELL’ARTE E NEL PENSIERO NE FANNO UNA DELLE RIVOLUZIONI RELIGIOSE PIÙ DISCUSSE DI TUTTI I TEMPI. UNA SPIEGAZIONE COMUNE È CHE AKHENATON FOSSE STUFO DEI POTENTI SACERDOTI DELLA VECCHIA CAPITALE TEBE, CHE ADORAVANO MOLTE DIVINITÀ.

Ma se in realtà stesse fuggendo da un’epidemia? L’idea non è nuova, ma ha visto
un ritorno d’interesse con l’arrivo del covid-19. Dopo aver vissuto la peggiore pandemia dell’ultimo secolo, molti egittologi e archeologi guardano al passato con occhi nuovi. Hanno osservato in prima persona l’impatto sociale che può avere una pandemia – l’esacerbazione delle disuguaglianze, il rifiuto dell’autorità, la xenofobia e la ricerca di un senso – e si sono resi conto che questi fenomeni hanno probabilmente dei precedenti.

“Le malattie trasmissibili svolgono un ruolo culturale ed economico che si ripete nel tempo, fino ai giorni nostri”, dice Louise Hitchcock dell’università di Melbourne, in Australia. Vedendo quanto siano strettamente intrecciate le discordie sociali, le idee virali e i virus reali, Hitchcock e altri si chiedono se questo possa spiegare i principali cambiamenti culturali avvenuti nella storia, all’epoca di Akhenaton, durante la peste nera e con l’influenza del 1918.
Potrebbe anche spiegare alcuni dei venti ideologici trasversali che attraversano le nostre società odierne e che potrebbero plasmare il mondo successivo al covid 19?

Alcuni indizi dall’Egitto
Il caso della peste – intesa come malattia infettiva di proporzioni epidemiche – nell’Egitto della tarda età del bronzo ci offre per ora alcuni indizi. Nel 2012 l’egittologa statunitense Arielle Kozloff ha suggerito che ci fossero già segni di
peste nel regno del padre di Akhenaton, Amenhotep III. La studiosa ha evidenziato un vuoto di otto anni nella documentazione scritta e il fatto che Amenhotep avesse ordinato la creazione di molte statue di una dea della
guarigione dalla testa di leone, Sekhmet, più che per qualsiasi altra divinità. A un certo punto cambiò anche la sua residenza imperiale, forse nel tentativo d’isolarsi.

Nel 2020 Jorrit Kelder dell’università di Leida, nei Paesi Bassi, ha suggerito che la stessa pestilenza potrebbe aver spinto Akhenaton a intraprendere azioni più drastiche. Kelder aveva osservato come spesso le persone si siano sentite deluse dai governi che, nelle loro aspettative, avrebbero dovuto proteggerli dal covid-19. La riforma della religione egizia operata da Akhenaton nel quattordicesimo
secolo avanti Cristo “può forse essere vista come una mossa preventiva per sottolineare il fallimento, non suo, ma delle divinità tradizionali nel proteggere l’Egitto”, ha scritto. Tuttavia la nuova città di Akhenaton, Amarna, divenne rapidamente un nodo cruciale in una rete internazionale di commercio e diplomazia: una sorta di “prima epoca cosmopolita”, dice Kelder. Questa potrebbe quindi non essere sfuggita alla peste come sperava il suo fondatore. E la stessa pestilenza potrebbe aver causato la sua morte, quella della moglie Nefertiti, e quella di tre delle loro figlie.

Il Pew research center negli Stati Uniti ha riferito che un quarto degli adulti ha dichiarato che la propria fede si è rafforzata dopo lo scoppio del covid-19

La misteriosa malattia potrebbe essersi diffusa anche al di fuori dell’Egitto, soprattutto quando la gente cominciò a disertare Amarna. Hitchcock si è chiesta se questa abbia indebolito una serie di civiltà mediterranee, portando alla loro scomparsa per mano dei popoli del mare (un gruppo che imperversava nel Mediterraneo orientale) e alla fine dell’età del bronzo poco più di un secolo dopo. Lei e Kelder sottolineano di non essere egittologhe – anche se entrambe sono archeologhe che si occupano di civiltà mediterranee della tarda età del bronzo – e le loro sono solo delle ipotesi. Gli egittologi, nel frattempo, sono divisi su ciò che accadde ad Amarna.

Chi non è sorpreso che gli studiosi di storia antica la pensino in questo modo è Joel Finkelstein, cofondatore del Network contagion research institute (Ncri) di Lawrenceville, nel New Jersey, un istituto senza scopo di lucro. L’Ncri segue le tendenze dell’informazione sui social network e le mette in relazione con gli eventi del mondo reale. Dall’inizio della pandemia di covid-19, indipendentemente dagli orientamenti politici, la rete ha assistito all’ascesa di “gruppi rivoluzionari essenzialmente religiosi che rompono le relazioni con la società per dare vita a un qualcosa che inauguri un’era utopica”, afferma Finkelstein. Dopo aver costruito un seguito nel regno virtuale, l’attività di questi gruppi si è ora
riversata in quello fisico.

Trovare una religione
Anche altri hanno osservato che le persone si rivolgono alla religione in tempi di pestilenza, perfino in un’epoca come quella odierna sempre più laica. Effettuando ricerche su Google di testi di preghiera in 107 paesi, Jeanet Bentzen dell’università di Copenaghen, in Danimarca, ha riscontrato “un notevole aumento” dell’intensità delle preghiere nei primi mesi della pandemia di covid-19. Nell’aprile 2020 il Pew research center negli Stati Uniti ha riferito che un quarto degli adulti ha dichiarato che la propria fede si è rafforzata dopo lo scoppio del covid-19.

Cosa le persone cerchino nella religione in questi momenti è meno chiaro, ma è molto probabile che per molti si tratti di un ordine sociale più rigido. Michele Gelfand dell’università Stanford in California sostiene da tempo che le norme di una società s’inaspriscono in risposta a minacce ambientali come malattie, carestie e rischi naturali che richiedono un comportamento di condivisione e una
cooperazione su larga scala. Un modo per incoraggiare queste azioni è invocare un dio vendicativo che punisca i trasgressori delle norme. Nel 2021 il gruppo di Gelfand ha rilevato che nelle zone degli Stati Uniti con alti livelli storici di minacce ecologiche sono presenti anche alti livelli di fede in divinità punitive.

Quanto più alto era il tasso di mortalità durante la pandemia influenzale del 1918, tanto maggiore era la quota di voti delle città per il partito nazista all’inizio degli anni trenta

La religione non è l’unico modo per rendere una cultura più severa. In uno studio che ha coinvolto quasi 250mila persone in 47 paesi, Leor Zmigrod dell’università di Cambridge e i suoi colleghi hanno scoperto che con l’aumentare delle malattie infettive aumentano gli atteggiamenti conservatori e autoritari, anche indipendentemente da reddito, istruzione e altri fattori. È interessante notare come questa correlazione sia valida solo per le malattie trasmesse da persona a persona, piuttosto che attraverso un ospite intermedio o un vettore. Ciò suggerisce che la svolta autoritaria sia profondamente sociale e abbia a che fare con il modo in cui percepiamo le altre persone. Sebbene la ricerca sia precedente allo scoppio del covid-19, il comportamento delle persone durante l’attuale pandemia ha rafforzato questi risultati. “Questa malattia profondamente sociale, questa malattia che può essere trasmessa da altre persone, ha portato a un’ondata di autoritarismo in tutto il mondo”, afferma Zmigrod.

In un preoccupante parallelo storico, Kristian Blickle della Federal reserve di New York ha scoperto che, tra le città tedesche, quanto più alto era il tasso di mortalità durante la pandemia influenzale del 1918, tanto maggiore era la quota di voti delle città per il partito nazista all’inizio degli anni trenta, anche qui
indipendentemente da fattori come il reddito e la disoccupazione. “Esiste una reale paura del caos nei contesti [epidemici], quindi è proprio questo desiderio di severità che, a mio avviso, apre la strada al sostegno a divinità e a governi più rigidi”, afferma Gelfand. E laddove le persone cercano il controllo, aggiunge, sembra che ciò comporti il rafforzamento dei confini tra gruppi e una maggiore predilezione per quello di appartenenza. L’anno scorso Brian O’Shea dell’università di Nottingham, nel Regno Unito, e i suoi colleghi hanno riferito che il fattore principale che determina questa tendenza è l’avversione per i germi negli “estranei”, siano essi stranieri o compatrioti percepiti come appartenenti a un diverso sottogruppo etnico, religioso o di altro tipo.

Cospirazioni, stregonerie e mutazioni
Lo abbiamo visto naturalmente anche negli ultimi due anni. L’Ncri per esempio ha monitorato l’ascesa del movimento antigovernativo Boogaloo, che comprende suprematisti bianchi e neonazisti. Sebbene sia nato prima della pandemia, il gruppo ha davvero preso piede nella primavera del 2020, in occasione delle manifestazioni a favore delle riaperture negli Stati Uniti. I suoi seguaci, alcuni dei quali nel frattempo sono stati accusati di gravi reati, si sono distinti per le loro camicie hawaiane e i distintivi di Pepe the Frog, e online con meme apocalittici tra cui #dotr, ovvero “day of the rope” (giorno dell’impiccagione) e #rwds ovvero “right wing death squad” (squadra della morte di destra). Il covid-19 ha portato anche un’ondata di attacchi xenofobi contro le persone di origine asiatica e un diluvio di disinformazione antisemita online. L’antisemitismo è un tropo tradizionale in tempi di contagio, dice Finkelstein, che risale all’esodo degli ebrei dall’Egitto in seguito a una serie di pestilenze.

Il controllo e l’esclusione non sono però le uniche ragioni possibili per la coincidenza di pandemie e sconvolgimenti sociali. Nina Witoszek dell’università di Oslo, in Norvegia, e Mads Larsen dell’università della California, a Los Angeles, studiano il ruolo della narrazione nell’evoluzione culturale e ritengono che le persone ne stiano cercando una nuova. “Quando ci sentiamo minacciati, proviamo ansia”, dice Larsen. “Per attenuare l’ansia, gli esseri umani hanno bisogno di una versione dei fatti alla quale aderire”.

Affinché il cambiamento abbia luogo la società deve approfittare della perturbazione correggendo la rotta

Una pestilenza mette in discussione la “narrazione principale” diffusa dai dirigenti spirituali o laici e permette di far emergere nuove storie che spiegano dove le cose sono andate per il verso sbagliato e come porvi rimedio. In un parallelo storico con il movimento Boogaloo, alla metà del quattordicesimo secolo ci fu l’ascesa, nell’Europa meridionale, del movimento dei flagellanti, che era rimasto ai margini della società per un secolo, ma diventò molto più influente durante la peste nera. Quando la gente si chiedeva perché un dio benevolo avesse inflitto loro questa orribile malattia, i flagellanti rispondevano che la loro fede non era abbastanza forte. Vagavano di città in città, frustandosi, intimidendo sacerdoti e uccidendo ebrei. La loro non era l’unica storia in lizza per essere accettata all’epoca. C’erano anche spiegazioni cospiratorie per il flagello, dice Witoszek, e “stregonerie di ogni tipo”.

Michael Muthukrishna della London school of economics, studioso dell’evoluzione culturale, ha una visione darwiniana della questione. I traumi, come le epidemie, creano costellazioni di “mutazioni” ideologiche. Dopodiché entra in azione l’equivalente culturale della selezione naturale, che elimina le mutazioni meno adatte alla popolazione mentre altre si affermano.

Come potrebbe funzionare in pratica questa dinamica? Sia i germi sia le idee viaggiano attraverso le reti sociali umane, sostiene il sociologo e medico Nicholas Christakis dell’università Yale. Queste reti si sono evolute in modo da trovare un equilibrio ottimale tra i vantaggi e gli svantaggi dell’esposizione ad altre persone: vale a dire, principalmente, imparare da loro e non contrarre germi o idee pericolose. “La diffusione dei germi è il prezzo da pagare per la diffusione
delle idee”, afferma Christakis. Come Christakis e i suoi colleghi hanno dimostrato, usando le informazioni sugli studenti di Harvard raccolte durante la pandemia d’influenza H1N1 nel 2009, le idee possono viaggiare più velocemente dei germi e facilitare o bloccarne la diffusione. Si tratta di processi dinamici e in competizione tra loro, determinati da molti fattori. L’idea, per esempio, di rifiutare i vaccini antinfluenzali può diffondersi e persistere se promulgata da un carismatico influencer o se i confinamenti riducono l’esposizione delle persone ad altre idee. Ma diventa autolimitante se le persone muoiono e indeboliscono così la rete d’informazioni.
*( Laura Spinney, New Scientist, Regno Unito)

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