5551 Nel Cile del dopo Pinochet i registi ombra pesano ancora

20080911 19:00:00 redazione-IT

Maurizio Chierici

Forse nessun giornale e nessuna tv ricorderanno l’altro 11 settembre: 35 anni fa a Santiago, dove moriva Salvador Allende travolto dal colpo di stato di Pinochet. Tremilatrecento persone sono state uccise dopo lo sfinimento della tortura. Quasi un milione di cileni hanno preso la strada dell’esilio. Per anni hanno rimpianto da lontano il sogno della democrazia che il piccolo presidente stava costruendo «dalla parte della gente non con la dittatura del popolo». Era un riformista, ecco perché veniva considerato pericoloso. La ragione resiste al tempo; la violenza degli scontri armati alla fine si esaurisce nella sconfitta. L’esempio di Allende poteva diventare devastante. E la Casa Bianca anni 70 si spaventava. Ha risolto con 12 milioni di dollari versati dall’amministrazione Nixon e distribuiti a rivoltosi e killer dal premio Nobel per la pace Henry Kissinger il quale ha preparato con cura colpo di stato e delitti eccellenti per eliminare i generali fedeli alla costituzione.

I documenti segreti resi trasparenti da Bill Clinton prima di lasciare Washington, raccontano la storia esemplare di un grande Paese terrorizzato non dal «comunismo» che a parte le marce cubane ha animato guerriglie perdenti ed élites latino americane, ma dall’idea di perdere potere nel sub continente dove gli Usa regnavano da quasi un secolo. È il timore che ha sconvolto il Cile, paese meno latino delle nazioni latine. Serviva una morte preventiva per raffreddare gli entusiasmi degli altri nazionalismi. Quasi un avviso mafioso. «I bastardi finiscono così»: Nixon batteva un pugno sul palmo dell’altra mano con la soddisfazione di chi ha strappato il dente malato. Lo ricorda l’ex ambasciatore americano a Santiago nel film-documentario di Patricio Guzmann proiettato nei circuiti alternativi. La tranquillità quasi mondana del dottor Kony, bella casa di campagna di un’amica, spiega tutte le storie dell’America inquieta. Nella real politik non c’è posto per i sentimenti. E Kony riferisce dell’incontro che ha deciso la decapitazione di Allende nello studio ovale. Era seduto tra Kissinger e il presidente. Ascoltava e riferisce come un contabile devoto. Non una piega di pietà nella sua voce. I sorrisi di un gentiluomo in pensione accompagnano parole educate ma terribili.

La fine di Allende è la ferita di una generazione che non ha smesso di celebrarlo; adesso comincia a stancarsi. Quanti quarantenni sono cresciuti nelle scuole che ne portano il nome? Sui banchi hanno saputo, ma la memoria svanisce e Allende non c’è quasi più. Tanti libri ad ogni anniversario ma per i 35 anni di nuove memorie ne è uscito appena uno. Bellissimo. «Luis», di Luis Munoz, editore Baldini Castoldi Dalai. Diario di un uomo costretto all’esilio dopo aver visto uccidere la compagna ed aver controllato umiliazioni e dolore sotto tortura. Non parlava, non si arrendeva. Ma davanti alla figlia piccola, ammanettata e stesa nuda su tavolaccio gli è mancato il coraggio. «Se tu resisti cominciamo con lei». Ed ha tradito. Si è rifatto una vita a Londra senza rivedere per 30 anni le due bambine diventate donne con bambini. Ma si è imposto di tornare a casa per accusare in tribunale gli assassini dell’amore perduto e chi lo aveva inchiodato col terribile ricatto. Faccia a faccia davanti colonnello che dava ordini e agli altri che sparavano. Rabbia e dolore e quel tormento per aver lasciato morire i compagni coi quali divideva le speranze.

Questo è il Cile di un passato non proprio finito. Se gli eredi dei fascisti in Italia difendono il fascismo, nel Cile dove nessuno alza la voce e la malinconia accompagna la discrezione delle forme, il voto a volte non basta. Quel voto che ha mandato sulla poltrona di Allende Michelle Bachelet quando l’America Latina è cambiata per la distrazione dell’amministrazione Bush. Bandiere rosa e bandiere rosse annunciano democrazie a volte complicate, e un controllo delle risorse in grado di resistere alle pressioni delle multinazionali. Almeno, per il momento. Michelle torturata perché figlia di un generale d’aviazione fedele ad Allende. Il suo cuore si è arreso ai ferri dei carcerieri. Michelle che per ricominciare la vita ha girato il mondo. Torna appena Pinochet declina. Fa politica coi socialisti, diventa ministra della difesa nel continente dei generali. Un po’ delle alte uniformi che l’avevano perseguitata sono costrette a giurarle fedeltà: fedeltà al ministro, fedeltà al capo dello stato. Insomma, il Cile volta pagina ma senza ripulire gli angoli sporchi dell’alta borghesia. Tre anni dopo il trionfo, chi ha votato Bachelet si chiede se davvero è cambiato qualcosa o se le tragiche disuguaglianze sociali formalizzate dalla dittatura per conto degli impresari che continuano a far ballare i politici, sono solo un brutto ricordo. Se davvero la fatica del vivere della gente qualsiasi è addolcita dalle nuove regole per le quali la Bachelet sta lottando in un paese dai bilanci prosperi, management che incanta Wall Street e la borsa di Tokyo. Purtroppo la Bachelet, come ogni altro presidente della democrazia ritrovata, è prigioniera di interessi che non le consentono di trasformare l’infelicità nella speranza. La vecchia rete lega le mani di una transizione ormai più lunga della dittatura. Patricia Verdugo, giornalista e scrittrice che ha sfidato i militari ed è stata emarginata fino all’ultimo respiro (morta dieci mesi fa) da un establishment che non intende ridiscutere un solo privilegio; la Verdugo, raccontava nei libri e nelle chiacchiere con noi amici quando andavamo a trovarla per capire l’immobilità della società più moderna del continente; raccontava che ogni legge o progetto deve essere approvato dalla grande economia prima di arrivare sui banchi del parlamento. Tutto è deciso prima che la politica metta il naso. Ammorbidita la volgarità di Pinochet, la sostanza non cambia. Scuole sempre più private. Prosperano le università Cattoliche, di gran moda l’università delle Ande, Opus Dei, e poi laiche e massoniche ( portacenere e t-shirts con triangoli e compassi ). La classe dirigente che coltiva ambizioni può studiare solo lì. Difficile far carriera se la laurea è pubblica. E dalla laurea si scende ai licei: il privato garantisce il futuro negato alle scuole di stato. Ma bisogna pagare e col 36% della popolazione che tira la cinghia malgrado il trionfo di esportazioni e affari, e il 20% che suda la fine del mese, gli emarginati sono sempre gli stessi. E le poltrone e i privilegi passano di padre in figlio. Ecco le rivolte dei «pinguini», bianco e nero delle divise degli studenti. Cariche di polizia, ragazzi in galera o bastonati. Sindacati in allarme perché i conti non tornano.

Spariscono i letti dagli ospedali pubblici; si allungano i letti nelle cliniche private. E la povera Bachelet che con la laurea in medicina aveva provato a trasformare la sanità, rincorre promesse che non può esaudire. Ogni sera radio e Tv dalle proprietà cresciute con Pinochet, e ogni mattina tutti i giornali (meno La Nacion la cui distribuzione non raggiunge la periferia di Santiago) la tengono d’occhio, buone maniere cilene subito dimenticate appena la signora presidente si avvicina troppo alla gente. E la popolarità si assottiglia. E la perplessità si allarga. Bachelet che sostituisce 9 ministri; Bachelet alla cui spalle si affaccia chi ne prenderà il posto a fine mandato: Soledad Alvear, sinistra della democrazia cristiana, l’altra donna della Concertazione socialisti-Dc. Con un passato da ministro degli esteri viene annunciata da un partito i cui contorni si sono spesso confusi con i soliti interessi. Il carattere di una signora che non si arrende dovrà fare gli stessi conti della Bachelet perché i registi ombra del paese non hanno cambiato nome.

Non ci sta Gonzalo Meza Allende, figlio di Isabel (presidente della Camera dei deputati), nipote di Salvador Allende. Alla vigilia del voto che a ottobre sceglierà il sindaco di Santiago e tutti i sindaci del paese, annuncia un libro nel quale critica il modello cileno. Racconta la delusione davanti al governi di prima e ai governi che verranno: «Bisogna dar forza a questo tipo di democrazia altrimenti non cambia niente». Jaqueline, figlia minore di Pinochet, si candida a sindaco della capitale dove vive quasi metà della popolazione cilena. Non si illude di vincere, ma di contare i voti di chi non ha cambiato idea. Anche lei vuole ricominciare. 35 anni dopo il Cile riparte così.

 

 

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EmiNews 2008

 

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