20071220 19:00:00 redazione-IT
MONTEVIDEO – L’anno nuovo è cominciato lunedì scorso in Uruguay. L’arresto del dittatore Gregorio Alvarez che dal 1981 al 1985 ha guidato il Governo Militare ha significato per tanti l’inizio di una nuova stagione in cui anche questo paese potrà fare i conti con il suo passato – scrive Gente d’Italia quotidiano delle Americhe diretto da Mimmo Porpiglia. – L’ordine di cattura emesso dal giudice Luis Charles è arrivato alla vigilia del summit del Mercosur che ieri ha visto nella capitale tutti i leader sudamericani membri dell’organizzazione comunitaria. La notizia è stata diffusa in tarda mattinata e a sera si è svolta una manifestazione per festeggiare in una delle piazze centrali di Montevideo a cui hanno preso parte centinaia di cittadini ed organizzazioni tra cui alcune che da mesi si battono per la revoca della legge di “caducità’” che abbona molti dei crimini commessi durante la dittatura durata 12 anni (1973 -1985).
L’ex–presidente è stato ammanettato mentre si trovava nella casa di un cugino a Montevideo e non ha opposto resistenza. Quella di ieri è stata la seconda notte che ha passato nel carcere speciale per militari di Domingo Arena. “ Sono sicuro che morirò in galera” aveva dichiarato il 6 dicembre scorso in un’intervista al settimanale Busqueda, aggiungendo di essere intenzionato a raccontare i lati oscuri della storia del suo paese una volta dietro le sbarre. Per questo la sentenza del 17 dicembre è stata accolta da molti come l‘avvio di un processo di conoscenza della verità su dodici anni della dittatura uruguyana che il paese in 23 anni di ritorno della democrazia non ha ancora seriamente affrontato. Un piccolo segnale era stato dato lo scorso 10 dicembre all’apertura del Museo della Memoria, dove molte testimonianze delle violazioni dei diritti umani compiuti dal Governo Militare sono state raccolte. Eppure la sentenza contro l’ultraottantenne Goyo ha sorpreso molti che ancora lo credevano un intoccabile.
“E’ un simbolo della dittatura. Il mandante di omicidi, torture e sparizioni. Ora dobbiamo perseguire gli assassini”, ha commentato a Gente d’Italia Filomena Narducci, rappresentante del CGIE e membro del Comites, che non nasconde una profonda felicità. Anche lei come altri connazionali italo-uruguyani ha vissuto sulla propria pelle le conseguenze delle persecuzioni. Nel 1976 è stata costretta a dieci anni d’esilio. “Non poteva esserci regalo migliore per il nuovo anno. Esprimo tutta la mia soddisfazione per una sentenza che, sebbene arrivi in ritardo, è importantissima per il nostro futuro. E’ la speranza che la legge di caducità venga revocata e che i responsabili paghino. Penso soprattutto alle famiglie dei desaparecidos, al diritto che hanno di sapere dove portare un fiore per piangere i loro cari. E’ un crimine peggiore di altri questo, perché lascia un senso di lutto nei familiari e nei sopravissuti per il quale non si trova mai pace”.
Gregorio Alvarez è stato condannato perché ritenuto responsabile del trasferimento forzato il 16 maggio del 1978 di almeno 22 cittadini uruguayani che in seguito saranno uccisi, catturati in Argentina e consegnati al Paese orientale in forma clandestina. Durante le udienze del processo cominciato otto mesi fa l’ex capo dello Stato si è difeso sostenendo di non essere a conoscenza delle operazioni. Secondo il giudice Charles Alvarez invece non poteva essere estraneo ai fatti per il ruolo che svolgeva all’epoca. Nel 1978 era infatti Comandante in Capo dell’Esercito, carica che avrebbe mantenuto fino al 1979. Proprio in quell’anno il futuro dittatore firma una circolare, la 7777, in cui dichiara che “non permetterà nessuna forma di revisionismo sull’operato dei membri del suo Comando durante la guerra contro la sovversione”, e che se alcune realtà legate ai diritti umani volessero esprimere giudizi, il sottoscritto Gregorio Alvarez si sarebbe preso ogni responsabilità. Una firma che si è rivelata un boomerang. Ad esso si aggiunge un altro documento del 1978, l’ordine 7438 che vincola tutti i membri del Comando alla segretezza per tutelare le Forze del governo militare. I legali legali dell’ex Capo di Stato, Carlos Curbelo Tammaro e Pedro Montano nel corso dell’ultima udienza si sono dimessi denunciando la mancanza di garanzie per il loro assistito. Ieri e’ arrivata la risposta del pm dell’accusa Oscar Lopez Goldaracena che ha definito infondate le mozioni e ha ricordato che proprio i membri della difesa di “Goyo” si sarebbero avvalsi dell’argomentazione secondo la quale durante gli anni in cui sono stati compiuti i fatti non esisteva il delitto di “sparizione forzata”. “Lo stesso argomento usato dagli avvocati dei nazisti”, ha commentato Goldaracena. Insieme all’ordine di cattura per Goyo sono estati emessi anche quelli per l’ex ufficiale dello Stato Maggiore del Corpo dei Fucilieri Navali (FUSNA) Juan Carlos Lacerbau eseguito a Colonia del Sacramento, e per Jorge Nestor Troccoli, membro dello stesso organismo di Intelligence della Marina tuttora ricercato con un’ordine di cattura internazionale. Troccoli non si era presentato all’ultima udienza del 5 dicembre scorso.
La sentenza del giudice Charles si basa su decine di testimonianze tra cui quella di Adriana Chamorro una delle poche ad essere uscite vive dall’inferno argentino chiamato Pozo de Banfield, dove e’ rimasta rinchiusa insieme ad altri uruguayani. Nel corso della sua dichiarazione la Chamorro ha fornito dettagli sulla reclusione di circa 40 desaparecidos. Altri testimoni hanno riferito delle torture perpetrate nelle sedi del FUSNA in Uruguay, il dipartimento Fucilieri Navali guidato da Lacerbeau rinchiuso insieme a Gregorio Alvarez nel carcere di Domingo Arena da lunedi’. Il Centro Militare Uruguayano e il Circolo Ex-Ufficiali delle Forze Armate hanno intanto diramato un comunicato in cui chiedono che venga applicata la legge di caducità approvata con un referendum popolare nel 1980, durante la dittatura. “E’ stata concepita come uno strumento di riappacificazione nazionale insieme alla Legge di amnistia che ha investito anche i membri delle organizzazioni terroristiche che operarono nel nostro paese”, hanno scritto gli ex ufficiali. “Nel caso la legge dovesse decadere”, dicono, “ dovrebbe essere applicato lo stesso diritto anche nei confronti dei membri dei gruppi sovversivi che fino ad oggi non sono stati perseguiti”.
La sentenza di lunedì scorso sembra aprire proprio uno spiraglio alla revisione di quella legge. Le associazioni civili hanno raccolto già migliaia di firme per abrogarla, ma resiste una porzione del paese contraria alla sua rettifica. “Una società che sia tenuta all’oscuro della verità non può vivere, non può ricucire le ferite”, dichiara Filomena Narducci, che conserva il passaporto firmato dal Console italiano Enrico Calamai nel 1976 a Buenos Aires quando dovette scappare dal Sud America e rifugiarsi in Italia. “L’arresto del dittatore apre la strada verso la verità a cui hanno diritto tutti gli uruguayani. Il processo questa volta era per crimini commessi in relazione all’Argentina. Ora dovremmo avere il coraggio di guardare direttamente alla dittatura uruguyana per quello che è stata”.
Scheda desaparecidos
Desaparecidos sono dette le vittime della "sparizione forzata". Secondo alcune organizzazioni umanitarie in Uruguay durante la dittatura se ne sono contate almeno 140, oltre ad una sessantina di esecuzioni. La sparizione forzata e’ stata riconosciuta come crimine contro l’umanità dall’articolo 7 dello Statuto di Roma del 17 luglio 1998 per la costituzione del Tribunale Penale Internazionale e dalla risoluzione delle Nazioni Unite numero 47/133 del 18 dicembre 1992.
Per esso s’intende l’arresto, la detenzione o rapimento delle persone da parte o con l’autorizzazione, il supporto o l’acquiescenza di uno Stato o organizzazione politica, che in seguito rifiutino di riconoscere la privazione della libertà o di dare informazioni sulla sorte di tali persone o sul luogo ove le stesse si trovano, nell’intento di sottrarle alla protezione della legge per un prolungato periodo di tempo. La giustizia uruguayana persegue lo stesso crimine con la legge 18.026 che prevede dai 2 ai 25 anni di reclusione.
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EmiNews 2007
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