20160517 23:14:00 redazione-IT
[i]Professore di Storia contemporanea dei Paesi mediterranei, all’Università di Macerata, Michela Mercuri è stata intervistata da Gianni Lattanzio all’indomani del vertice di Vienna sulla Libia. Di seguito il testo dell’intervista. [/i]
[b]“D. Professoressa Mercuri, come giudica i risultati del vertice di Vienna sulla Libia?[/b]
R. L’incontro aveva alcuni obiettivi molto chiari: individuare una strategia condivisa per la lotta al Califfato e pianificare un percorso unitario per il paese.
All’interno di questi temi, poi, sarebbero dovute essere chiarite alcune questioni chiave come ad esempio il ruolo del generale Haftar, che per altro comanda ancora in Cirenaica, nel nuovo governo di concordia nazionale. Nessuna di queste questioni ha trovato una risposta e questo testimonia una evidente mancanza di linee comuni tra gli attori regionali e internazionali seduti al tavolo negoziale.
[b]D. A chi si riferisce in particolare?[/b]
R. In primo luogo alla Francia ancora piuttosto fumosa sulla sua posizione in Libia. Mentre il Ministero degli esteri sostiene formalmente il governo di unità nazionale di Serraj, la difesa è dalla parte di Haftar. Voglio solo ricordare che, oramai da tempo, sono presenti forze speciali francesi in Cirenaica a sostegno delle milizie del generale. Naturalmente, poi, va valutato anche il ruolo degli attori regionali, primi tra tutti gli Emirati Arabi e l’Egitto che, a salvaguardia dei loro interessi nell’area, continuano a finanziare ed armare Tobruk. Da ciò è facile intuire come non vi potrà essere nessuna strategia internazionale per la Libia se prima non si dirimeranno questi contrasti.
[b]D. E in tutto questo qual è la posizione dell’Italia?[/b]
R. L’Italia è stata designata fin dal vertice di Roma del 13 dicembre scorso come paese guida della coalizione. In realtà, nonostante gli sforzi compiuti dal governo e in particolare dal generale Paolo Serra, per la creazione dell’accordo politico necessario per l’insediamento di Serraj a Tripoli, questo ruolo guida non le è mai stato davvero riconosciuto, nei fatti, dai paesi alleati ed in particolare dagli Stati europei che, come ci dimostra “il caso francese”, preferiscono agire in ordine sparso nel perseguimento del proprio interesse nazionale anziché sostenere a pieno titolo la strada unitaria tracciata in sede Onu anche e soprattutto dall’Italia.
[b]D. Parlando ancora del ruolo italiano, come giudica la scelta di non inviare truppe nel paese?[/b]
R. È una scelta coerente se interpretata alla luce delle esplicite richieste del primo ministro libico che ha palesemente dichiarato di non avere bisogno di interventi esterni nella lotta al Califfato. Lo sarebbe un po’ meno, invece, se celasse un’impasse dovuta all’assenza di una strategia condivisa con gli altri attori internazionali o, peggio, se dipendesse dalle pressioni di alcuni paesi europei.
[b]D. Si è parlato però di un alleggerimento dell’embargo e di addestramento…[/b]
R. Sì, sono queste le uniche due “certezze” scaturite da Vienna, tra l’altro in risposta a specifiche richieste di Serraj. Addestrare le forze libiche e alleggerire l’embargo sulle armi, in vigore dal 2011, vorrebbe dire rafforzare la Guardia presidenziale, il neo costituito esercito formato da alcune delle milizie che sostengono il governo di unità nazionale. In ogni caso l’attuazione di questa azione presenta alcune criticità. In primo luogo l’alleggerimento dell’embargo dovrà essere votato dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite di cui fanno parte almeno due paesi con una posizione piuttosto ambigua nei confronti di Tripoli. La Francia che, come già ricordato, sostiene Haftar e la Russia che continua a ribadire la necessità di un preliminare riconoscimento del governo di unità nazionale da parte del parlamento di Tobruk, prima di esperire qualunque azione. In secondo luogo è bene essere cauti quando si decide di armare un “corpo” di cui non si conosce bene la composizione. Bisognerebbe chiedersi almeno: in che mani finiranno e contro chi saranno davvero usati gli armamenti? Se si decidesse davvero di equipaggiare l’esercito di Serraj sarebbero quantomeno necessari controlli sul terreno. Cosa non facile da attuare ma indispensabile per evitare di finire come nel 2011 quando la coalizione anti Gheddafi decise di sostenere ad occhi chiusi il Consiglio Nazionale di Transizione armando de facto milizie fuori dal suo controllo e concorrendo a causare il caos libico”.
(aise/eminews)
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