{"id":52479,"date":"2025-08-23T14:20:56","date_gmt":"2025-08-23T14:20:56","guid":{"rendered":"https:\/\/emigrazione-notizie.org\/?p=52479"},"modified":"2025-08-24T10:25:03","modified_gmt":"2025-08-24T10:25:03","slug":"n33-23-agosto2025-rassegna-di-news-nazionali-e-internazionali-news-dai-parlamentari-eletti-allestero","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/emigrazione-notizie.org\/?p=52479","title":{"rendered":"n\u00b033 \u2013  23\/08\/25 \u2013 RASSEGNA DI NEWS NAZIONALI E INTERNAZIONALI"},"content":{"rendered":"<p><strong>01 &#8211; Marina Castellaneta*: Usa e Israele lasciati liberi di demolire il diritto internazionale &#8211; Demolizione Solo alcuni paesi, non l\u2019Italia, hanno detto qualcosa contro l\u2019illegittima e immotivata decisione di Washington di sanzionare i giudici della Corte penale.<\/strong><br \/>\n<strong>02 &#8211; Lea Ypi *: CLASSE SOCIALE, MIGRAZIONE E INTEGRAZIONE &#8211; \u201cCentra soltanto l\u2019immigrazione. Non c\u2019entrano n\u00e9 il commercio n\u00e9 l&#8217;Europa o robe simili&#8230; Sulla circolazione delle persone in Europa siamo d\u2019accordo, ma non su quella dall\u2019Africa, dalla Siria, dall\u2019Iraq o da qualsiasi altro posto del genere.<\/strong><br \/>\n<strong>03 &#8211; Andrea Colombo*: Ai margini dei tavoli geopolitici, l\u2019ammissione di Draghi: \u00abEuropa spettatrice\u00bb (ndr, forse Draghi non ricorda ma all\u2019inizio della guerra in Ucraina lui era il residente del consiglio)<\/strong><br \/>\n<strong>04 &#8211; Thomas Fazi*: la mossa finale di Trump sull\u2019ucraina. Il ritiro americano sar\u00e0 mascherato da pace &#8211; l\u2019esito pi\u00f9 probabile sar\u00e0 un temporaneo disgelo nelle relazioni tra stati uniti e Russia, sebbene la pi\u00f9 ampia lotta geopolitica continuer\u00e0.<\/strong><br \/>\n<strong>O5 &#8211; Il governo Meloni si lava la coscienza ospitando 31 bambini palestinesi per curarli. Italiani fiancheggiatori del genocidio, ma sempre \u201cbrava gente<\/strong><br \/>\n<strong>06 &#8211; L\u2019ipotesi di pace in Ucraina spaventa le aziende di armi: cala anche Leonardo SPA &#8211; La prospettiva di una soluzione pacifica al conflitto russo-ucraino, sostenuta dagli Stati Uniti, sta mettendo sotto pressione il settore della difesa europeo.<\/strong><br \/>\n<strong>07 &#8211; Jacopo Tondelli*: (Gli Stati Generali). Israele e il laboratorio dei mostri di domani<\/strong><br \/>\n<strong>VERGOGNA E IL MONDO STA A GUARDARE, NOI, RESPONSABILI DI QUELLO CHE STA AVVENENDO IN PALESTINA.<\/strong><br \/>\n<strong>08 &#8211; Alfiero Grandi Tra Ucraina e dazi, la pericolosa subalternit\u00e0 dell\u2019Europa<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>01 &#8211; Marina Castellaneta*: USA E ISRAELE LASCIATI LIBERI DI DEMOLIRE IL DIRITTO INTERNAZIONALE &#8211; DEMOLIZIONE SOLO ALCUNI PAESI, NON L\u2019ITALIA, HANNO DETTO QUALCOSA CONTRO L\u2019ILLEGITTIMA E IMMOTIVATA DECISIONE DI WASHINGTON DI SANZIONARE I GIUDICI DELLA CORTE PENALE<\/strong><\/p>\n<p>CONTINUA L\u2019ASSALTO DEL GOVERNO USA ALLA CORTE PENALE INTERNAZIONALE CHE S\u2019INSERISCE, PI\u00d9 IN GENERALE, IN UN\u2019ATTIVIT\u00c0 DI INDEBOLIMENTO DEGLI ORGANISMI INTERNAZIONALI, INCLUSA L\u2019ONU. LE NUOVE SANZIONI COMUNICATE DAL DIPARTIMENTO DI STATO GUIDATO DA RUBIO SEGUONO UN VECCHIO COPIONE RECITATO DAL MOMENTO IN CUI LA PROCURA DELLA CORTE PENALE INTERNAZIONALE HA INIZIATO LE INDAGINI SULLA SITUAZIONE NELLA STRISCIA DI GAZA.<br \/>\nLe sanzioni hanno messo nel mirino altri due giudici della Trial division e due viceprocuratori della Corte e segnano un nuovo colpo non solo nel funzionamento della Corte ma, in generale, nel sistema della giustizia penale internazionale perch\u00e9 rischiano di provocare un chilling effect generalizzato impedendo di fare luce sui crimini.<br \/>\nIl quadro normativo costituito dal diritto internazionale umanitario, sancito dalle Convenzioni di Ginevra del 1949 e dai principi di diritto internazionale generale, ha la sua essenza nella punizione degli autori dei crimini che sono responsabili individualmente degli attacchi alla popolazione civile, della starvation, dei bombardamenti alle strutture sanitarie. \u00c8 indiscutibile che le sanzioni statunitensi nei confronti di giudici e funzionari della Corte creino ostacoli all\u2019effettiva attuazione della giustizia e costituiscano, contribuendo anche a garantire l\u2019impunit\u00e0, una violazione di queste regole.<\/p>\n<p>La comunit\u00e0 internazionale, nel suo insieme, \u00e8 chiamata a risponderne. Tanto pi\u00f9 che le sanzioni americane non hanno alcun fondamento giuridico. La stessa amministrazione Usa non ha compiuto alcuno sforzo per trovare appigli giuridici per giustificare queste misure, salvo l\u2019inconsistente e sbagliato richiamo al fatto che la Corte penale internazionale non pu\u00f2 esercitare legittimamente la giurisdizione su individui di Stati non parte allo Statuto, dimenticando che nel Trattato \u00e8 incluso il criterio di giurisdizione sulla base della territorialit\u00e0. Con la conseguenza che la Corte ha giurisdizione su cittadini di Stati non parte allo Statuto accusati di aver commesso crimini sul territorio di uno Stato parte.<\/p>\n<p>A preoccupare non sono, per\u00f2, solo le sanzioni e la posizione Usa che \u00e8 ben inquadrabile in una generale attivit\u00e0 demolitoria del diritto internazionale come attestato anche dalle sanzioni unilaterali nei confronti della Relatrice speciale delle Nazioni unite sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967, Francesca Albanese (una prima volta in assoluto di sanzioni rivolte contro un rappresentante speciale dell\u2019Onu), ma anche le deboli risposte degli Stati e il silenzio assordante dell\u2019Unione europea, attori centrali della comunit\u00e0 internazionale che rischiano di contribuire a ostacolare la giustizia con l\u2019intento di non disturbare il presidente Donald Trump.<\/p>\n<p>Alla nuova ondata di sanzioni Usa contro i giudici della Corte, che fanno seguito a quelle gi\u00e0 emesse nei confronti del Procuratore Karim Khan e di altri quattro giudici, le risposte sono state inadeguate e il supporto alla Corte debolissimo. La Corte, dal canto suo, ha denunciato, anche attraverso il presidente dell\u2019Assemblea degli Stati parte, la flagrante violazione dell\u2019indipendenza dei giudici e dell\u2019attivit\u00e0 della Corte che serve a fare luce sui crimini e che la stessa amministrazione Usa (sotto l\u2019ex presidente Biden) aveva elogiato nel momento dell\u2019emissione del mandato di arresto nei confronti di Vladimir Putin.<\/p>\n<p>Hanno protestato anche le Nazioni Unite, con l\u2019Alto Commissario sui diritti umani, Volker T\u00fcrk, il quale ha dichiarato che la comunit\u00e0 internazionale dovrebbe intervenire per garantire l\u2019attivit\u00e0 della Corte e per fronteggiare gli attacchi alla rule of law e alla giustizia penale internazionale. Con una esplicita richiesta anche alle societ\u00e0 chiamate a mettere in campo le sanzioni a non eseguirle.<\/p>\n<p>Si sono fatti sentire anche alcuni Paesi (non l\u2019Italia): tra gli altri, la Francia, la Svezia, la Norvegia, la Spagna, la Slovenia, i Paesi bassi, la Danimarca, il Senegal. Ma troppo poco anche rispetto alla prima ondata di sanzioni a seguito della quale era stato adottato, da 79 Stati (tra i quali mancava, ancora una volta, l\u2019Italia), un documento congiunto di protesta nei confronti degli Usa e di supporto alla Corte penale internazionale. Oggi, la risposta \u00e8 stata pi\u00f9 debole. Con una rassegnazione che appare inaccettabile perch\u00e9 in gioco c\u2019\u00e8 la verit\u00e0, la giustizia e la lotta all\u2019impunit\u00e0.<br \/>\nPi\u00f9 rumoroso di tutti il silenzio europeo, l\u2019Unione \u00e8 inesistente nella guerra nella Striscia di Gaza e nella tutela delle vittime. Basti ricordare che \u00e8 stato proprio un Paese Ue, l\u2019Ungheria, ad accogliere con tutti gli onori il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, destinatario (con l\u2019ex ministro della difesa Yoav Gallant) di un mandato di arresto della Corte penale internazionale, senza particolari proteste delle istituzioni Ue. Silenzio anche nel caso delle nuove sanzioni da parte dell\u2019Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Kaja Kalla e della presidente della Commissione Ursula von der Leyen.<br \/>\nEppure, questa debolezza e questi silenzi rischiano di minare i valori stessi dell\u2019Unione europea che sono stati gi\u00e0 ampiamente compromessi dalla mancata sospensione dell\u2019accordo di associazione Ue-Israele del 2000 che pure all\u2019articolo 2 considera il rispetto dei diritti umani come elemento essenziale dell\u2019Accordo. Con buona pace delle vittime dei crimini.<br \/>\n*(Marina Castellaneta &#8211; Professore ordinario di diritto internazionale. Giornalista &#8230;)<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>02 &#8211; Lea Ypi *: CLASSE SOCIALE, MIGRAZIONE E INTEGRAZIONE &#8211; \u201cCENTRA SOLTANTO L\u2019IMMIGRAZIONE. NON C\u2019ENTRANO N\u00c9 IL COMMERCIO N\u00c9 L&#8217;EUROPA O ROBE SIMILI&#8230; SULLA CIRCOLAZIONE DELLE PERSONE IN EUROPA SIAMO D\u2019ACCORDO, MA NON SU QUELLA DALL\u2019AFRICA, DALLA SIRIA, DALL\u2019IRAQ O DA QUALSIASI ALTRO POSTO DEL GENERE.<\/strong><br \/>\nNon va bene.\u201d Un elettore spiega cos\u00ec perch\u00e9 nel giugno del 2016 ha votato a favore dell\u2019uscita della Gran Bretagna dall\u2019Unione Europea. Come molti altri suoi connazionali, \u00e8 convinto che la pressione dell\u2019immigrazione abbia portato il Paese a un punto di rottura. &#8220;Breaking Point\u201d era anche lo slogan scritto su uno dei manifesti pi\u00f9 controversi della campagna referendaria che Nigel Farage aveva condotto per l\u2019Independence Party nel Regno Unito. Il manifesto mostrava una massa di rifugiati in attesa di attraversare il confine tra Slovenia e Croazia, e la scritta &#8220;L\u2019Unione Europea ci ha voltato le spalle. Dobbiamo sbarazzarci della UE e riprenderci il controllo dei nostri confini\u201d.<br \/>\nLa campagna populista di destra a favore della Brexit era soltanto la prima fase in un percorso di affermazione elettorale delle destre anti immigrazione culminata nella recente rielezione di Donald Trump alla Casa Bianca. &#8220;Stanno avvelenando il sangue della nostra nazione,\u201d afferm\u00f2 Trump sugli immigrati in un comizio elettorale in Nevada nel dicembre del 2023, riprendendo lo stesso linguaggio con cui Adolf Hitler aveva criticato il miscuglio razziale nel Mein Kampf. Pochi mesi dopo rincar\u00f2 la dose: \u201cI democratici dicono, per favore, non chiamateli animali, sono esseri umani. Io rispondo: \u2018No, non sono esseri umani, non sono esseri umani. Sono proprio animali\u201d \u2018.<br \/>\nIl recente degrado politico nella capacit\u00e0 di riflettere lucidamente su una questione complessa come quella dell\u2019immigrazione \u00e8 stato preceduto da una crisi intellettuale di lunga data. La questione di come giungere a un accordo equo, che riconosca sia le rivendicazioni degli immigrati sia quelle dei cittadini nelle comunit\u00e0 di provenienza cos\u00ec come in quelle d\u2019accoglienza, \u00e8 stata al centro di molte recenti discussioni teoriche su giustizia e immigrazione. Mentre il dibattito accademico \u00e8 generalmente molto pi\u00f9 critico nei confronti delle dichiarazioni di guerra, degli insulti e delle semplificazioni a cui fanno ricorso i politici di destra e i media mainstream, alcuni studiosi sono giunti alla stessa generica conclusione secondo cui gli Stati occidentali possono e devono tenere a freno l\u2019immigrazione. &#8220;I regimi migratori di gran parte delle democrazie libera ha sostenuto David Miller, &#8220;sono sottoposti a &#8211; &#8220;a tensione fortissima.\u201d(4) Una tensione generata, secondo questa argomentazione, da una serie di fattori: in primo luogo, il numero di migranti che lottano per essere ammessi; secondo, la compensa (derivante da una serie di impegni liberal democratici a favore dell\u2019uguaglianza per tutti) per chi \u201criesce a inserirsi\u201d; terzo, \u201cl\u2019ansia, : ; risentimento e i pregiudizi di molti cittadini nativi nei confronti di molti immigrati\u201d.(5)<br \/>\nI difensori della libert\u00e0 di movimento tendo-no a ribattere a queste argomentazioni mettendo in discussione le stesse premesse normative su cui sono fondate, ma lo fanno da una prospettiva che molti giudicano priva di mordente colitico. Suggeriscono che, a prescindere da ci\u00f2 cine pensiamo della realt\u00e0 politica, la libert\u00e0 di movimento \u00e8 un diritto imprescindibile dell\u2019essere umano, i controlli alle frontiere sono arbitrari e coercitivi, e la distribuzione di privilegi era aree del mondo ricche e povere \u00e8 ingiusta, cara l\u2019uguaglianza morale di base di tutti gli esseri umani. (6)<br \/>\nAnzich\u00e9 schierarmi con i critici o con i difensori della libert\u00e0 di movimento, intendo concentrarmi su una dimensione dei dibattiti sull\u2019immigrazione che entrambe le parti sembrano trascurare: la classe sociale. Anche se ammettesse: che l\u2019immigrazione \u00e8 una preoccupazione arale dei cittadini degli Stati liberali, dovremmo carme quali cittadini sono stati colpiti da quali misure e come difenderli. Potremmo concordare sul fatto che l\u2019apertura delle frontiere sia discutibile, ma dobbiamo capire se le decisioni su chi ammettere e chi escludere abbiano il medesimo effetto su tutti i migranti. L\u2019argomentazione che porter\u00f2 avanti in queste pagine \u00e8 che sia i difensori sia i critici della libert\u00e0 di movimento sbagliano nel presupporre che l\u2019immigrazione ponga di per s\u00e9 un problema di giustizia. Se lo faccia o meno, e in quale misura, in realt\u00e0 dipende da chi sei.<br \/>\nI confini sono sempre stati (e continueranno a essere) aperti per alcuni e chiusi per altri. Sono aperti se sei bianco, istruito e di classe media; sono chiusi (o molto meno aperti) se non lo sei. Lo stesso vale per le barriere all\u2019integrazione e alla partecipazione civica. Se ci concentriamo sul valore astratto della libert\u00e0 di movimento e sulle sue implicazioni nel controllo delle frontiere, ci focalizziamo su un aspetto secondario, che difficilmente assumer\u00e0 rilevanza nella visione della politica migratoria. \u00c8 arrivato il momento di riportare l\u2019attenzione sul legame tra immigrazione e classe sociale, di escogitare soluzioni politiche che prendano avvio dal riconoscimento dell\u2019ingiustizia di classe in quanto preoccupa-zione democratica fondamentale. Nel difendere la centralit\u00e0 della classe sociale nei dibattiti sull\u2019immigrazione, mi soffermer\u00f2 sulle principali preoccupazioni di coloro che si schierano su posizioni anti-immigrati: una distributiva, l\u2019altra culturale.7 Le tratter\u00f2 singolarmente nelle pagine che seguono.<\/p>\n<p>CONFLITTI DISTRIBUTIVI<\/p>\n<p>Quanto alla preoccupazione distributiva, chi abbraccia una posizione restrittiva sostiene che gli immigrati competono con i nativi per il la-voro, l\u2019alloggio, l\u2019accesso alla sanit\u00e0 e all\u2019istruzione e cos\u00ec via. Ci viene detto che, dato l\u2019impegno degli Stati liberali a garantire l\u2019accesso a un certo livello di welfare a chiunque risieda nei propri territori, \u00e8 naturale che lo Stato eserciti un potere discrezionale su chi ammettere e su chi escludere, al fine di mantenere gli standard del welfare. (8) Questa preoccupazione distributiva sembra particolarmente pressante quando analizziamo quel che pensa il cittadino medio a proposito dell\u2019impatto dell\u2019immigrazione sulle societ\u00e0 ospitanti. Nel Regno Unito, per esempio, autorevole contributo di David Miller sul tema ha preso avvio citando i sondaggi d\u2019opinione da cui \u00e8 risultato che l\u201985 per cento dell\u2019opinione pubblica britannica ritiene che l&#8217;immigrazione stia mettendo a dura prova servizi pubblici quali le scuole, gli ospedali e gli alloggi, cos\u00ec come per cento ritiene che l\u2019immigrazione abbia avuto un impatto negativo sulla societ\u00e0 britannica nel suo insieme. (9)<br \/>\nA scanso di equivoci, Miller non sottoscrive personalmente questi dati, almeno non a questo punto dell\u2019analisi; piuttosto, usa come base per avviare un\u2019indagine sulla giustizia nell\u2019interazione tra immigrati e nativi dal punto di vista morale, data una serie di un pegno plausibili dello Stato nazionale liberale, tra cui le garanzie di autodeterminazione, il pieno rispetto dei diritti umani e un livello di vita decente per chiunque risieda nel suo territorio.<br \/>\nSe diamo credito a Miller, questi impegni sembrano porre un concreto compromesso tra il mantenimento del welfare state e una maggiore apertura dei confini. Persino Joseph Carens, un difensore delle frontiere aperte che sostiene che la scelta tra welfare state e frontiere aperte assomigli alla perversa offerta \u201co la borsa o la vita\u201d, ammette che &#8220;nel nostro mondo assai poco egualitario esistono prove del fatto che le differenze di welfare state giocano un qualche ruolo nel motivare i modelli migratori\u201d. (10)<br \/>\nTuttavia, ci\u00f2 che sia i critici sia i difensori della libert\u00e0 di movimento mancano di sottolineare \u00e8 la specifica dimensione di classe di que-ste preoccupazioni. Gli oneri dell\u2019ammissione e dell\u2019integrazione non sono sostenuti in egual misura da tutti gli immigrati o da tutti i nativi. Per citare un singolo caso, fino al 2022, con il programma di visti Tier 1 (Investor) del Regno Unito, chi aveva la capacit\u00e0 di investire due milioni di sterline nel Regno Unito poteva arrivare nel Paese e rimanervi per pi\u00f9 di tre anni, e chi investiva dieci milioni di sterline poteva richiedere un permesso di soggiorno a tempo indeterminato dopo soli due anni di residenza (rispetto ai cinque anni applicati a chi faceva richiesta di naturalizzazione per via dei legami familiari).(11) Parimenti, i disagi legati alla compilazione dei documenti, all\u2019attesa di una risposta e alla convivenza con un\u2019enorme incertezza, nonch\u00e9 tutti gli altri problemi familiari associati alla burocrazia dell\u2019immigrazione sono distribuiti in modo disuguale tra la popolazione immigrata. Di nuovo, per fare un altro esempio, chi era ricco poteva usufruire del \u201csuper premium Service&#8221; per. elaborazione della pratica del permesso di soggiorno. A fronte di una tariffa pari a circa dieci-mila sterline (contro la tariffa ordinaria di circa millecinquecento sterline, a seconda del tipo di visto), un corriere si presentava a casa del cliente per raccogliere i moduli della domanda e i dati biometrici. Non serviva prenotare un appuntamento o fare la fila, e l\u2019intera documentazione veniva processata entro le ventiquattro ore (contro le tre settimane della procedura ordinaria).<\/p>\n<p>QUESTE PRATICHE SONO ORMAI DIFFUSE IN TUTTA. UNIONE EUROPEA E ALTROVE.<br \/>\nAll\u2019indomani della crisi del debito nell\u2019Eurozona, Cipro offr\u00ec la cittadinanza a quegli investitori stranieri che avevano perso almeno tre milioni di euro dai depositi nelle banche cipriote. Nel 2012, il Portogallo offr\u00ec il permesso di soggiorno &#8220;Golden&#8221;, comprensivo di accesso rapido alla cittadinanza e procedure accelerate di ricongiungimento famigliare, agli investitori immobiliari e finanziari che si fossero impegnati a creare posti di lavoro nel Paese. Nel 2013, Malta approv\u00f2 una legge che consentiva ai richiedenti ricchi di ottenere un passaporto dell\u2019Unione Europea in cambio di investimenti per un totale pari a 1,15 milioni di euro.12 In Italia, il Golden Visa o Investor Visa \u00e8 un programma introdotto nel 2017 che concede un permesso di soggiorno a cittadini fuori dell\u2019Unione Europea che investono almeno duecentocinquantamila euro in startup, cinque- centomila euro in aziende italiane, un milione in progetti filantropici o due milioni in titoli di Stato. Anche qui la procedura per il rilascio del visto e tutte le altre pratiche burocratiche sono accelerate.<br \/>\nPure per quanto riguarda i criteri selettivi, gli immigrati sono gravati in modo disuguale. In base alla politica di ammissione per punti, sperimentata in Canada e diffusa con successo in tutto il mondo &#8211; compresi Australia, Danimarca e Regno Unito e, dal 2023, la Germania -, i potenziali immigrati con competenze pi\u00f9 elevate, pi\u00f9 denaro e una presunta maggiore capacit\u00e0 di adattamento all\u2019ambiente ospitante incontrano ostacoli all\u2019ammissione e all\u2019integrazione significativamente inferiori rispetto alle loro controparti meno ricche e considerate meno produttive, meno talentuose o meno istruite. In effetti, nel caso degli immigrati altamente qualificati, gli Stati si ritrovano a competere per i talenti in una gara globale caratterizzata da gerarchie distintive proprie, in cui \u201cpi\u00f9 l\u2019immigrato \u00e8 ambito, pi\u00f9 rapidamente gli verr\u00e0 offerta l\u2019opportunit\u00e0 di entrare legalmente nel Paese e di percorrere una corsia preferenziale per ottenere le ricompense in qualit\u00e0 di membro\u201d.13<br \/>\nAlla luce delle pratiche di ammissione selettiva di gran parte delle democrazie liberali, \u00e8 chiaro che le preoccupazioni distributive espresse dai critici della libert\u00e0 di movimento riguardano \u00a1tanto gli immigrati appartenenti a particolari classi sociali. Analogamente, la classe sociale e cruciale quando valutiamo la migrazione dal renio di vista dei nativi, e quando esaminiamo le co rimostranze nei confronti della concorrenza esercitata dagli immigrati nel campo della sanita pubblica, degli alloggi o delle scuole. Anche cui non tutti gli immigrati attireranno diffidenza e risentimento in egual misura. Al contrario, l\u2019ostilit\u00e0 sar\u00e0 riversata perlopi\u00f9 su quanti hanno<br \/>\ncompetenze e redditi pi\u00f9 bassi ed \u00e8 pi\u00f9 probabile che usufruiscano di una serie di servizi sovvenzionati dallo Stato. Dopotutto, i milionari arabi o russi che vivono a Londra sono soliti affidarsi a cliniche di lusso, mandano i figli in costose scuole private e non presentano alcuna richiesta, per esempio, per gli alloggi pubblici. 14 Pertanto, il genere di competizione che porta al sentimento \u00e8 tipicamente tra nativi poveri della classe lavoratrice e immigrati poveri.<br \/>\nE qui che la diagnosi del perch\u00e9 l\u2019immigrazione \u00e8 percepita come una minaccia e la variet\u00e0 dei<br \/>\nrimedi suggeriti sono fuori strada. Ridurre il conflitto tra gli immigrati e i nativi a un conflitto di identit\u00e0 tra tutti gli immigrati e tutti i nativi serra la dimensione di classe di tali conflitti, nonch\u00e9 il modo in cui la responsabilit\u00e0 di tali conflitti pu\u00f2 essere attribuita ai datori di lavoro e all\u2019\u00e9lite finanziarie. L\u2019attenzione ai conflitti distributivi tra immigrati e nativi offusca i conflitti distributivi e le preoccupazioni dei cittadini dei Paesi ospiti, la cui posizione a sua volta \u00e8 tutt\u2019altro che omogenea. Si corre inoltre il rischio di condonare la narrazione xenofoba dominante, alimentata dai media e dalle forze politiche di destra, a scapito di un\u2019interpretazione pi\u00f9 progressista di ci\u00f2 che sta succedendo realmente.<br \/>\nUn\u2019interpretazione alternativa, concentrata sull\u2019analisi di classe delle circostanze empiriche ove emergono le ingiustizie associate all\u2019immigrazione, non dovrebbe partire da un quadro isolato, dove i conflitti vengono intesi principalmente come scontri fra agenti dalle identit\u00e0 culturali differenti. Piuttosto, dovrebbe esaminare la questione dell\u2019immigrazione nel contesto delle pi\u00f9 ampie ingiustizie sociali che si manifestano come il risultato di vincoli finanziari ai fondi per il welfare state, dell\u2019aumento del debito sovrano e dell\u2019impunit\u00e0 dei proprietari di immobili e dei datori di lavoro che approfittano della vulnerabilit\u00e0 dei lavoratori (siano essi nativi o immigrati). Un tale approccio rileverebbe che gli immigrati della classe lavoratrice diventano spesso i capri espiatori dell\u2019incapacit\u00e0 degli Stati liberali di mantenere la promessa di uguaglianza nella distribuzione dei beni sociali a tutti i propri membri, in particolare ai pi\u00f9 vulnerabili. In breve, si tratterebbe di mettere a fuoco come la crisi dell\u2019ideale della solidariet\u00e0 democratica, verso cui molte societ\u00e0 liberali dichiarano il proprio impegno, sia legata non al consolidamento di conflitti identitari, bens\u00ec alle inadeguate politiche sociali ed economiche che privano i lavoratori poveri di un accesso adeguato ai beni sociali di base.<br \/>\nIl vero problema, quindi, non \u00e8 un compromesso tra il welfare state e una politica di immigrazione pi\u00f9 liberale. La via pi\u00f9 adatta lungo cui procedere non \u00e8 escogitare politiche di ammissione e integrazione che limitino questi effetti, selezionando gli immigrati sulla base di particolari competenze o del loro potenziale contributo economico.15 Dovremmo piuttosto partire una diagnosi differente, focalizzata sugli ostacoli incontrati tanto dagli immigrati quanto dai nativi meno abbienti. Sintomi che sono particolarmente pressanti alla luce del declino dei sindacati, dell\u2019ascesa dei partiti politici populisti che alimentano narrazioni antimmigrazione e della mancanza di un\u2019efficace rappresentanza politica per tutti coloro che non dispongono di risorse adeguate, sia immigrati sia nativi.<br \/>\nIn base a questa analisi rivale, dunque, i conflitti distributivi legati all\u2019immigrazione dovrebbe essere esaminati non come ingiustizie a s\u00e9 stanti ma come parte di un pi\u00f9 ampio resoconto ingiustizia sociale, che si concentri su una fonte comune di oppressione per i cittadini vulnerabili, siano essi nativi o immigrati.16 E la soluzione non verr\u00e0 dare risposte che consolidano divario tra di essi; \u00e8 pi\u00f9 probabile che emerga dagli sforzi per costruire alleanze politiche tra questi due gruppi e da un solido impegno a rafforzare le reti di solidariet\u00e0 e le istituzioni che incoraggiano come minimo la contrattazione congiunta a livello nazionale e transnazionale.17 Raccogliere queste slide \u00e8 compito degli agenti politici progressisti (i movimenti, i sindacati e i partiti politici), il cui impegno per la rappresentanza democratica e il successo elettorale non deve andare a scapito di un\u2019adeguata interpretazione della realt\u00e0 politica.<br \/>\nFinora ho discusso i problemi distributivi dando per scontate due affermazioni che i critici della libert\u00e0 di movimento tipicamente fanno nell\u2019analizzare il conflitto tra migranti e cittadini nativi. La prima \u00e8 che esiste un autentico compromesso tra l\u2019immigrazione e la conservazione del welfare state. Questa premessa pu\u00f2 essere, ed \u00e8 stata spesso, contestala. In termini empirici, per le democrazie liberali gli immigrati sono pi\u00f9 spesso una risorsa che un peso: forniscono un contributo fiscale positivo anche in periodi di disavanzo di bilancio; colmano le carenze nell\u2019offerta di lavoro; compensano il calo dei tassi di fertilit\u00e0 e contribuiscono allo sviluppo del capitale umano nelle societ\u00e0 ospitanti. (17) Il secondo presupposto \u00e8 che l\u2019unit\u00e0 di analisi per la distribuzione di benefici e oneri condivisi \u00e8 (e dovrebbe essere) lo Stato. Si potrebbe obiettare che la discussione sugli oneri condivisi sarebbe diversa se prendessimo come unit\u00e0 di analisi pertinente non lo Stato ma una comunit\u00e0 pi\u00f9 ampia di interessi transnazionali, o addirittura una societ\u00e0 cosmopolita. Entrambe le obiezioni sono plausibili. Non le affronto in questa sede perch\u00e9 sono pi\u00f9 interessata a valutare l\u2019interpretazione politica mainstream dei conflitti legati all\u2019immigrazione, quel tipo di affermazioni che personaggi come Marine Le Pen, Giorgia Meloni o Donald Trump sono inclini a fare, e il problema di giustizia distributiva di cui sta ai partiti politici di sinistra farsi carico. \u00c8 improbabile che il cosmopolitismo delle frontiere aperte possa mobilitare, senza una mediazione politica adeguata. i cittadini della classe lavoratrice convinti che gli immigrati rappresentino una minaccia per la propria sicurezza e il proprio lavoro e che decidono di votare in base a una percezione della realt\u00e0 politica definita da categorie dell\u2019ultradestra. L&#8217;interpretazione alternativa basata sulla classe sociale che ho evidenziato \u00e8 quindi ancora cruciale nello sfidare i termini politici entro cui i conflitti legati all\u2019immigrazione vengono esplorati nelle democrazie liberali, e nel rimodellare le attribuzioni di responsabilit\u00e0 e le aspettative politiche dei cittadini.<\/p>\n<p>PREOCCUPAZIONI CULTURALI<\/p>\n<p>La seconda questione che viene spesso sol-levata in relazione all\u2019impatto dell\u2019immigrazione sulle societ\u00e0 ospitanti riguarda i conflitti di natura culturale. Qui l&#8217;accento \u00e8 posto sui costi dell\u2019integrazione e sul timore che la diversit\u00e0 culturale possa minare i legami di fiducia e solidariet\u00e0 necessari al funzionamento del welfare state. (19). Molti autori hanno parlato di una soluzione equa di tali conflitti nei termini di uno pseudo contratto tra nativi e nuovi membri, che richiede a entrambe le parti di adottare misure affinch\u00e9 sia facilitata la loro reciproca accetta-zione nell\u2019interesse dello sviluppo stabile di una cultura politica condivisa.20 Nel caso degli immigrati, una di queste misure si \u00e8 tradotta nel vin-colare la naturalizzazione al superamento di test linguistici, civici o di altre competenze di base, studiati per attestare la comprensione e l&#8217;accettazione da parte degli immigrati di importanti norme linguistiche e sociali della societ\u00e0 ospitante. David Miller, tra i difensori pi\u00f9 autorevoli di queste politiche, sostiene che \u201cuna persona, per svolgere la funzione di cittadino, deve anche schierarsi con il sistema politico di cui fa ora parte\u201d.21 Il suo resoconto al riguardo \u00e8 alquanto esigente: non richiede soltanto un sentimento di osservanza dell\u2019autorit\u00e0 e delle norme di base dello Stato ospitante, ma anche che gli immigrati familiarizzino con i suoi \u201cpunti di riferimento culturali, come le festivit\u00e0 e le vacanze, i simboli artistici e letterari, i beni paesaggistici, i manufatti artigianali storici, i successi sportivi, gli artisti popolari e cos\u00ec via\u201d.22 Dovrebbero farlo, sostiene Miller, anche se il loro obiettivo ultimo fosse cambiare la cultura della societ\u00e0 o mescolarla con elementi del proprio retaggio e del proprio retroterra. Cos\u00ec, &#8220;un\u2019immigrata musulmana in Italia si aspetterebbe che le proprie figlie siano autorizzate a vestirsi in modo morigerato e a portare il velo a scuola, ma non dovrebbe opporsi alla presenza di un crocifisso in quanto rappresentazione del patrimonio cattolico italiano\u201d.22<br \/>\nQuesta argomentazione solleva due questioni pi\u00f9 ampie, che evidenziano entrambe quanto la questione di classe sia stata trascurata nei recenti dibattili sull\u2019immigrazione. Innanzitutto, queste aspettative di adattamento culturale poggiano su un\u2019immagine unilaterale della comunit\u00e0 politica nazionale, che assume una giustificazione problematica dello status quo. In tutte le societ\u00e0 mosse da ideali democratici, la costruzione di un&#8217;identit\u00e0 politica \u00e8 sempre oggetto di continua disputa, laddove ci si aspetti che corrisponda a qualcosa di pi\u00f9 di una celebrazione delle conquiste del passato. Il reificare e il ripulire l\u2019identit\u00e0 politica su cui poggia la narrazione identitaria rischiano di avallare una visione escludente, che soffoca anzich\u00e9 incoraggiare l\u2019attivismo democratico. Per restare sul caso del crocifisso, la sua presenza nelle aule scolastiche italiane \u00e8 stata oggetto di vivaci contestazioni politiche, ma le principali critiche non provengono dai rappresentanti delle altre religioni che la contestano per ragioni di identit\u00e0 culturale. Piuttosto, i critici pi\u00f9 con-vinti e convincenti sono cittadini italiani laici che lo interpretano come un simbolo di continuit\u00e0 con il passato fascista del Paese, nonch\u00e9 come un tentativo di minare la separazione della Chiesa cattolica dallo Stato italiano e di sopprimere il diritto di espressione della sinistra. Pertanto, la costruzione di lealt\u00e0 comuni \u00e8 spesso una questione di conflitto non soltanto tra immigrati e nativi, ma anche tra gli stessi nativi. E il conflitto non \u00e8 puramente culturale, ma di natura ideologica e di classe. Richiedere che gli immigrati si identifichino con il crocifisso e che lo accettino quale corretta interpretazione della cultura nazionale salda, in questo caso, il consenso attorno alla parte conservatrice del dibattito politico. Inoltre, scoraggia un\u2019interpretazione alternativa dello Stato come il terreno su cui i conflitti ideologici e quelli di classe sociale si fronteggiano, modellando lo sviluppo di norme politiche a cui i cittadini sono vincolati.<br \/>\nAncora pi\u00f9 perniciosa \u00e8 la seconda questione: nel riconoscere agli immigrati il diritto di mantenere alcuni aspetti del proprio modo di vivere nella sfera pubblica (come indossare il velo), ma esigendo al contempo che si astengano dal mettere in discussione alcune tradizioni nazionali, finiamo di latto per relegare le potenziali obiezioni degli immigrati a mere obiezioni culturali. Il che indebolisce l\u2019interpretazione politica della loro critica e ne riduce bel Acacia civica. Di conseguenza, i provvedimenti culturali che dovrebbero facilitare l\u2019integrazione e incoraggiare la partecipazione democratica ottengono l\u2019esatto contrario: rafforzano l\u2019identificazione culturale e rimuovono le principali questioni di conte- stazione politica dalla sfera pubblica. Quando il conflitto politico viene ridotto a un conflitto di identit\u00e0, le altre principali fonti di disaccordo politico vengono messe a tacere o passano inosservate. Il che rende molto pi\u00f9 complicato offrire una diagnosi appropriata di tali conflitti e identificare i rimedi necessari per rispondere a essi. Inoltre, rende pi\u00f9 arduo mettere in discussione il ruolo dell\u2019\u00e9lite politiche nel forgiare le norme pubbliche e nel manipolare un processo dal quale vengono di latto sempre pi\u00f9 esclusi coloro che sono meno istruiti, clic hanno livelli pi\u00f9 bassi di reddito e meno competenze, e il cui disagio sociale viene interpretato come questione di integrazione puramente culturale.<br \/>\nSi potrebbe sostenere che l\u2019esempio del crocifisso \u00e8 mal scelto e che l&#8217;argomentazione culturale sarebbe valida se formulata diversamente. Si potrebbe dire che, sebbene concordassimo sul ratto che la costruzione di una particolare cultura politica \u00e8 oggetto di controversia continua e che non dovremmo considerare alcuna sua particolare interpretazione come definitiva, i nativi dovrebbero mantenere il controllo del processo e stabilire i termini del dibattito politico. \u00c8 qui che i test di competenza civica per gli immigrati diventano pertinenti. Ma, di nuovo, dovremmo includere quali nativi detengono il controllo, dove viene fissata l\u2019asticella per attestare a buona cittadinanza e da chi. Se il grado di impegno richiesto per partecipare a tali dibattiti civici \u00e8 minimo, \u00e8 difficile capire cosa esattamente test di integrazione civica potrebbero misurare come dimostrerebbero di poter misurare ci\u00f2 che pretendono di misurare. Se gli standard di integrazione sono esigenti, \u00e8 difficile resistere all\u2019obiezione secondo cui l\u2019intero progetto \u00e8 elitario, disegnato per nascondere il carattere di classe dello Stato e per mettere a tacere le voci dissenzienti. Pertanto, mentre gli standard di adattamento pi\u00f9 esigenti neutralizzano le obiezioni politiche, quelli minimalisti finiscono pei- far vacillare, anzich\u00e9 consolidare, la convinzione secondo cui il progetto civico in cui i migranti devono impegnarsi \u00e8 meritorio. Inoltre, per quanto elevati (o meno) possano esser e gli standard, non \u00e8 chiaro perch\u00e9 diamo per scontato che il tipo di conoscenza richiesta per esercitare un giudizio politico di questo tipo sia qualcosa che tutti i nativi possiedono e che manca a tutti gli immigrati.24 Senz\u2019altro qui il problema \u00e8 che, nel formarsi per un esercizio competente del giudizio politico, i livelli di istruzione, il grado di cultura nonch\u00e9 le diverse abilit\u00e0 sociali contano molto, a prescindere dal fatto che uno sia un nativo o un immigrato. Se chiediamo a un immigrato altamente istruito di sottoporsi al test, molto probabilmente far\u00e0 di gran lunga meglio di un nativo poco istruito. Se cos\u00ec fosse, o dovremmo assicurarci che tutti i cittadini e tutti i nativi siano sottoposti a test per garantire che possano partecipare con competenza ai dibattiti pubblici o dovremmo riconoscere, pi\u00f9 plausibilmente, che persone diverse esprimeranno livelli diversi di interesse verso tali questioni, indipendentemente da come viene stabilita la relazione con una particolare comunit\u00e0 politica.<\/p>\n<p>CITTADINANZA: TRAMONTO DI UN IDEALE.<\/p>\n<p>Rimane da fare soltanto un\u2019ultima ma importante osservazione: i test di competenza civica per gli immigrati residenti di lungo periodo rievocano un&#8217;epoca in cui gli stessi criteri veni-vano utilizzati per limitare il diritto di voto a determinate categorie di persone all\u2019interno di un territorio. Storicamente la classe lavoratrice, le persone con un basso livello di istruzione e chi parlava soltanto il dialetto o era a malapena alfabetizzato nella lingua nazionale standardizzata erano esclusi dall\u2019esercizio dei diritti politici, compreso il diritto di voto. Nel Regno Unito, per esempio, i requisiti di propriet\u00e0 contavano ancora persino dopo il Representation of th\u00e8 People Act del 1918 che ribadiva l\u2019esclusione delle donne sotto i trent\u2019anni e con meno di cinque sterline di propriet\u00e0. Allora come oggi, l\u2019accesso alla cittadinanza era una questione di appartenenza di classe. Ma mentre i democratici di tutto il mondo hanno combattuto con successo per l\u2019estensione del diritto di voto e contro la cittadinanza classista, la minaccia alla democrazia viene ora dalla reificazione della cultura nazionale e dall&#8217;applicazione di queste restrizioni antiquate agli immigrati residenti. L\u2019interpretazione dei problemi di integrazione unicamente in chiave identitaria e a scapito della classe sociale pone una grave minaccia all\u2019ideale della cittadinanza democratica, trasformando quest\u2019ultima da veicolo di emancipazione sociale a veicolo di dominio elitario.<br \/>\nSe tutto ci\u00f2 suona plausibile, allora diventa imperativo inquadrare la discussione generale sulle migrazioni nei termini di un riconoscimento della classe quale fattore trainante di questo processo. Un risultato logico di ci\u00f2 sarebbe che dovremmo cercare di abolire i sopracitati requisiti culturali per i residenti a lungo termine, ponendo fine ai test obbligatori e agii altri ostacoli alla piena cittadinanza. Senza una rinnovala enfasi sulla cittadinanza incondizionata per i residenti di lungo periodo, sia come questione di principio sia di politica, gli ideali democratici inclusivi dell\u2019integrazione saranno sacrificati e, alla fine, dimenticati. L\u2019imposizione dell&#8217;identit\u00e0 culturale nazionale e la perpetuazione di una narrazione fondata sulla competizione tra immigrati pi\u00f9 poveri e nativi pi\u00f9 poveri rimangono un progetto dell\u2019\u00e9lite ricche. Si tratta di un progetto che oscura le questioni di giustizia di classe e che non pu\u00f2 non essere affrontato al fine di trovare soluzioni durature alla crisi della democrazia liberale nel mondo. Se non riusciamo a discutere dei confini di classe e a proporre una politica capace di ridurre le disuguaglianze legate all\u2019affermazione ed espansione delle dinamiche del capitalismo, l\u2019avanzata delle ultradestre sar\u00e0 inarrestabile.<br \/>\n*(Lea Ypi insegna Filosofia politica alla London School of Economics ed \u00e8 ricercatrice permanente presso ii Wissenschaftskolleg di Berlino.)<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>03 &#8211; Andrea Colombo*: AI MARGINI DEI TAVOLI GEOPOLITICI, L\u2019AMMISSIONE DI DRAGHI: \u00abEUROPA SPETTATRICE\u00bb &#8211; MEETING DI RIMINI L&#8217;EX PREMIER ALL&#8217;EVENTO DI COMUNIONE E LIBERAZIONE. IL CONSULENTE SPECIALE DELLA PRESIDENTE DELLA COMMISSIONE UE ED EX PREMIER E PRESIDENTE BCE, MARIO DRAGHI, PRESENTA IL SUO RAPPORTO NELLA SALA KOCK DEL SENATO.<\/strong> (Ndr, forse draghi non ricorda ma all\u2019inizio della guerra in ucraina lui era il residente del consiglio.)<\/p>\n<p>Lo sforzo maggiore per sostenere l\u2019Ucraina nella guerra lo ha fatto l\u2019Europa. Per\u00f2 \u00abnelle trattative di pace ha avuto un ruolo abbastanza marginale\u00bb. Sempre meglio che su Iran e Gaza, dove la medesima Ue \u00ab\u00e8 stata spettatrice\u00bb. Dei dazi \u00abimposti dal nostro pi\u00f9 antico alleato\u00bb, meglio non parlarne proprio: \u00abLa Ue si \u00e8 rassegnata\u00bb. L\u2019aumento della spesa militare magari sarebbe stato necessario comunque. Per\u00f2 i soliti americani lo hanno preteso \u00abin forme e modi che non riflettono l\u2019interesse dell\u2019Europa\u00bb. Non \u00e8 che ci siano solo gli Usa. Vuoi mettere la Cina? \u00abHa chiarito di non considerarci partner alla pari e la nostra dipendenza \u00e8 sempre pi\u00f9 vincolante\u00bb. Messa insieme la raffica di sberle rivela una sconsolata verit\u00e0: nel giro di un anno \u00ab\u00e8 evaporata l\u2019illusione della Ue che la dimensione economica portasse potere geopolitico\u00bb.<\/p>\n<p>Accolto da applausi scroscianti e palesemente graditi, Mario Draghi apre le danze al Meeting di Comunione e liberazione a Rimini e lo fa con uno dei suoi discorsi pi\u00f9 drammatici, pur senza venire meno all\u2019ottimismo e alla speranza che nel suo stile sono quasi un marchio di fabbrica. Rispetto agli allarmi pi\u00f9 volte lanciati in passato, in particolare nelle presentazioni del suo report sulla concorrenza su incarico della Commissione Ue, stavolta c\u2019\u00e8 un\u2019ulteriore impennata nell\u2019urgenza che Draghi non cessa di segnalare. In ballo non c\u2019\u00e8 pi\u00f9 solo la forza economica di una Unione minacciata dalla concorrenza di giganti come gli Usa e la Cina. Ci sono direttamente la politica e la geopolitica, la minaccia concreta di un declino complessivo e irreversibile, il bivio senza alternative tra cambiare o perire. Nata per rispondere al \u00abpi\u00f9 urgente problema di quel tempo\u00bb, la tendenza europea a \u00abscivolare nel conflitto\u00bb, l\u2019Europa aveva cambiato pelle e prosperato nella fase neoliberale a partire dagli anni Ottanta: \u00abFede nel libero scambio, apertura dei mercati, regole condivise, riduzione del potere degli Stati\u00bb.<br \/>\nMa \u00abquel mondo \u00e8 finito e molte sue caratteristiche sono state cancellate\u00bb. Adattarsi a quello nuovo, alle \u00abpolitiche industriali di grande respiro\u00bb invece che ai mercati, alla \u00abforza militare e alla potenza economica\u00bb invece che alle regole condivise, al ritorno delle politiche calibrate sull\u2019interesse egoistico dei grandi Stati, sar\u00e0 molto meno facile di quanto non fu il passaggio all\u2019era neoliberale. L\u00ec si trattava di rivedere l\u2019economia, si poteva ancora rinviare l\u2019integrazione politica. Qui le riforme economiche sono \u00abcondizione necessaria ma non sufficiente\u00bb. Il nodo dell\u2019integrazione si pone ora direttamente sul piano della necessit\u00e0 politica e della sopravvivenza in postazione non marginale in termini di geopolitica: \u00abLa Ue deve mutare l\u2019organizzazione politica che \u00e8 inseparabile dalla sua capacit\u00e0 di raggiungere obiettivi economici e strategici\u00bb.<br \/>\nLa ricetta di Draghi non cambia. \u00c8 sempre l\u2019integrazione, affrontata ogni volta da un\u2019angolazione parzialmente diversa. A Rimini l\u2019ex presidente della Bce ha sottolineato soprattutto la necessit\u00e0 di abbattere le costosissime barriere interne, che impediscono al mercato unico di esprimersi in tutta la sua potenzialit\u00e0, e sulla centralit\u00e0 assoluta della dimensione tecnologica: \u00abNessuno che voglia sovranit\u00e0 e prosperit\u00e0 pu\u00f2 essere escluso dalle tecnologie critiche. Nessun paese europeo pu\u00f2 avere da solo la capacit\u00e0 di sviluppare queste tecnologie\u00bb. La diagnosi \u00e8 lucida, la ricetta efficace. Quel che manca \u00e8 un\u2019analisi di quali ostacoli politici impediscano di muoversi in quella direzione. Ma Draghi non \u00e8 un politico e quel compito spetterebbe invece proprio ai leader politici.<br \/>\n*(Fonte: Il Manifesto &#8211; Andrea Colombo, \u00e8 un giornalista, scrittore e commentatore politico italiano)<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>04 &#8211; Thomas Fazi*: LA MOSSA FINALE DI TRUMP SULL\u2019UCRAINA. IL RITIRO AMERICANO SAR\u00c0 MASCHERATO DA PACE &#8211; L\u2019ESITO PI\u00d9 PROBABILE SAR\u00c0 UN TEMPORANEO DISGELO NELLE RELAZIONI TRA STATI UNITI E RUSSIA, SEBBENE LA PI\u00d9 AMPIA LOTTA GEOPOLITICA CONTINUER\u00c0.<\/strong><\/p>\n<p>E I VERI PERDENTI SARANNO L\u2019UCRAINA E L\u2019EUROPA.<br \/>\nGli ucraini continueranno a morire in una guerra che non possono vincere, mentre gli europei continueranno a pagarne il conto. Alla fine, anche loro saranno costretti ad accettare un accordo alle condizioni russe, ma solo dopo ulteriori sofferenze. Anche in quel caso, l\u2019Europa rimarr\u00e0 intrappolata in una relazione ostile e militarizzata con la Russia, con il potenziale per un rinnovato conflitto in qualsiasi momento. Nella migliore delle ipotesi, il vertice in Alaska e le sue conseguenze segnalano un temporaneo allentamento del confronto in corso tra l\u2019Occidente e l\u2019emergente ordine multipolare. Nella peggiore, garantiranno che Europa e Ucraina continueranno a pagare il prezzo di una guerra che gli Stati Uniti hanno gi\u00e0 scelto di lasciarsi alle spalle.<br \/>\n* * * *<br \/>\nSebbene l\u2019incontro di questa settimana alla Casa Bianca tra Donald Trump, Volodymyr Zelensky e un gruppo di leader europei non abbia prodotto risultati tangibili, ha comunque segnato un passo importante verso la pace in Ucraina. Per la prima volta, il leader ucraino e i suoi omologhi in Europa hanno concordato di discutere della guerra sulla base della realt\u00e0 sul campo, piuttosto che su illusioni. Fino a pochi mesi fa, l\u2019adesione di Kiev alla NATO era considerata non negoziabile dalla diplomazia europea e dalla NATO stessa. Ora, non solo questa prospettiva sembra essere stata definitivamente accantonata, ma per la prima volta la discussione si \u00e8 spostata dall&#8217;\u201dintegrit\u00e0 territoriale\u201d dell\u2019Ucraina a potenziali \u201cconcessioni territoriali\u201d.<br \/>\nIl vertice di luned\u00ec ha fatto guadagnare a Trump elogi anche da parte dei media mainstream, solitamente critici. \u201c\u00c8 stata la giornata migliore che l\u2019Ucraina abbia avuto da molto tempo\u2026 Il presidente Donald Trump ha offerto scorci allettanti su come avrebbe potuto raggiungere la grandezza presidenziale salvando l\u2019Ucraina, assicurando l\u2019Europa e meritando davvero il Premio Nobel per la Pace\u201d, ha scritto con entusiasmo la CNN. Eppure, l\u2019incontro non si sarebbe svolto se non fosse stato per il vertice di Trump con Putin ad Anchorage, in Alaska, appena due giorni prima, che invece ha suscitato critiche quasi unanimi da parte dei sostenitori dell\u2019Ucraina per aver \u201clegittimato\u201d Putin. Ma questa \u201cde-demonizzazione\u201d di Putin, attentamente organizzata, ha iniettato una dose di realismo e pragmatismo tanto necessaria nella discussione.<\/p>\n<p>L\u2019incontro in Alaska ha formalmente ristabilito il dialogo diretto tra le due maggiori potenze militari e nucleari del mondo. Ha segnato il primo incontro faccia a faccia tra un presidente statunitense e uno russo dallo scoppio della guerra in Ucraina, e il primo incontro del genere sul suolo americano in quasi due decenni. Ha anche segnato una svolta nelle relazioni tra Stati Uniti e Russia, che dal 2022 avevano raggiunto livelli di ostilit\u00e0 mai visti dai tempi della Guerra Fredda.<br \/>\nIl simbolismo \u00e8 stato accuratamente messo in scena: dal ricevimento sul tappeto rosso e dal giro cerimoniale nella limousine presidenziale americana al riferimento informale di Trump a \u201cVladimir\u201d. Tutto ci\u00f2 doveva segnare un nuovo capitolo nelle relazioni tra Stati Uniti e Russia. Ma per Mosca, significava ancora di pi\u00f9. Il vertice \u00e8 stato una vittoria politica. La vista di Trump che ospitava Putin ha messo in luce il fallimento della strategia occidentale di \u201cisolare la Russia\u201d \u00e8paralizzarne l\u2019economia\u201d. Lungi dall\u2019essere emarginata, la Russia ne \u00e8 uscita rafforzata: ha approfondito le sue relazioni strategiche con la Cina, ha ampliato la sua influenza tra gli stati del Sud del mondo e ha resistito al regime di sanzioni che avrebbe dovuto distruggerne l\u2019economia. Semplicemente stringendo la mano a Putin, Trump ha riconosciuto che la Russia rimane una potenza con cui fare i conti, non uno stato paria.<br \/>\nAncora pi\u00f9 importante, il vertice ha rappresentato un riconoscimento indiretto del fatto che l\u2019Occidente ha di fatto perso questa guerra. Le forze ucraine non possono riconquistare i territori annessi dalla Russia. Al contrario, Mosca continua a compiere progressi graduali sul campo di battaglia. Questa realt\u00e0 rende una soluzione negoziata l\u2019unica possibile via d\u2019uscita dal conflitto, una soluzione che comporterebbe necessariamente concessioni territoriali: la Crimea, pi\u00f9 i quattro oblast orientali e meridionali annessi.<\/p>\n<p>Questo forse spiega perch\u00e9 Trump abbia silenziosamente fatto marcia indietro sulle varie minacce che aveva mosso alla Russia nelle ultime settimane. A luglio, aveva annunciato una scadenza di 50 giorni per la Russia, che avrebbe dovuto interrompere la guerra, pena \u201cgravi conseguenze economiche\u201d. Putin l\u2019ha ignorata. Trump ha accorciato la scadenza a 12 giorni. Putin non ha risposto. Anche alla vigilia del vertice in Alaska, Trump insisteva ancora su un cessate il fuoco come risultato minimo. Eppure Putin era stato chiaro: la Russia non ha alcun interesse in un cessate il fuoco che consentirebbe all\u2019Ucraina di riarmarsi e rafforzare le sue difese con il sostegno occidentale.<br \/>\nInoltre, le richieste di Mosca si sono sempre estese ben oltre la questione del riconoscimento territoriale, cercando una soluzione globale che affronti le \u201cradici primarie del conflitto\u201d, come ha ripetuto ad Anchorage: che l\u2019Ucraina non aderisca mai alla NATO, che l\u2019Occidente non la trasformi di fatto in un avamposto militare al confine con la Russia e che venga ripristinato un pi\u00f9 ampio \u201cequilibrio di sicurezza in Europa\u201d. Come ha recentemente riconosciuto anche il falco New York Times: \u201cL\u2019obiettivo principale del leader russo \u00e8 principalmente quello di garantire un accordo di pace che realizzi i suoi obiettivi geopolitici, e non necessariamente di conquistare una certa quantit\u00e0 di territorio sul campo di battaglia\u201d.<br \/>\nNel tentativo di intimidire Putin, Trump ha anche minacciato di imporre sanzioni secondarie agli acquirenti di petrolio russo, tra cui Cina e India. Tuttavia, entrambi i paesi hanno rapidamente respinto la minaccia, chiarendo che tali misure sarebbero state inefficaci. Lungi dall\u2019isolare Mosca, le sanzioni avrebbero solo spinto Pechino e Nuova Delhi ancora pi\u00f9 vicine alla Russia.<br \/>\nDopo Anchorage, Trump ha abbandonato entrambe le sue posizioni iniziali. Ha affermato che un accordo di pace era preferibile a un cessate il fuoco e che le sanzioni secondarie erano fuori discussione. Per Putin, questa \u00e8 stata una vittoria importante. Per gli Stati Uniti, \u00e8 stata un\u2019ammissione implicita che Washington non ha la leva per imporre condizioni. Per usare le parole di Trump, semplicemente \u201cnon ha le carte in regola\u201d. Questo \u00e8 stato un netto riconoscimento del ridotto peso militare ed economico degli Stati Uniti e dell\u2019Occidente nel suo complesso.<\/p>\n<p>\u201cPER GLI STATI UNITI, SI \u00c8 TRATTATO DI UN\u2019AMMISSIONE IMPLICITA DEL FATTO CHE WASHINGTON NON HA LA FORZA DI IMPORRE CONDIZIONI.\u201d<br \/>\nUn accordo di pace globale, tuttavia, rimane irraggiungibile. In Alaska non \u00e8 stato concordato alcun termine, soprattutto perch\u00e9 l\u2019Europa \u2013 e lo stesso Zelensky \u2013 rimangono contrari a qualsiasi accordo alle condizioni russe. I leader europei sono cos\u00ec profondamente coinvolti nella narrazione della \u201cvittoria\u201d che accogliere anche solo una parte delle richieste russe sarebbe un suicidio. Dopo aver trascorso due anni a rassicurare i propri cittadini che l\u2019Ucraina stava vincendo la guerra, non possono improvvisamente cambiare idea senza affrontare l\u2019indignazione pubblica, soprattutto considerando le drammatiche ripercussioni economiche della guerra sulle economie europee.<br \/>\nMa la questione pi\u00f9 profonda \u00e8 strutturale: i leader europei hanno finito per affidarsi allo spettro di una minaccia russa permanente per giustificare la loro continua erosione della democrazia \u2013 dall\u2019espansione della censura online alla persecuzione delle voci dissidenti, fino alla cancellazione delle elezioni, il tutto con il pretesto di combattere \u201cl\u2019interferenza russa\u201d. Anche Zelensky ha motivi per opporsi alla pace. Porre fine alla guerra significherebbe revocare la legge marziale in Ucraina, esponendo il suo governo a un malcontento represso per la corruzione, la repressione e la gestione catastrofica della guerra. In effetti, un recente sondaggio ha rivelato che gli stessi ucraini sono sempre pi\u00f9 favorevoli ai negoziati rispetto a combattimenti infiniti. Non c\u2019\u00e8 da stupirsi che il vertice in Alaska abbia scatenato il panico nelle capitali europee cos\u00ec come a Kiev.<br \/>\nForse questo spiega perch\u00e9 la discussione di luned\u00ec abbia accuratamente eluso la questione pi\u00f9 delicata \u2013 le concessioni territoriali \u2013 con Zelensky e gli europei che hanno invece insistito per garanzie di sicurezza \u201cin stile Articolo 5\u201d per l\u2019Ucraina, trattandola di fatto come un membro della NATO anche se formalmente non lo \u00e8. Mentre la Russia ha segnalato una generale apertura al concetto di garanzie di sicurezza occidentali, il diavolo si nasconde nei dettagli. I leader europei hanno chiesto la partecipazione e il sostegno giuridicamente vincolanti degli Stati Uniti \u2013 qualcosa che n\u00e9 Mosca n\u00e9 Washington probabilmente forniranno, dato il rischio di essere trascinati in uno scontro diretto tra loro. Ancor meno accettabile per la Russia \u00e8 qualsiasi accordo che preveda una presenza militare della NATO in Ucraina, come quello proposto da Gran Bretagna e Francia. Sembra che i leader europei abbiano adottato una strategia che consiste nell\u2019esprimere apertura a un accordo, garantendo al contempo, attraverso le loro condizioni, che un tale accordo non possa realisticamente concretizzarsi.<br \/>\nMa, cosa ancora pi\u00f9 fondamentale, \u00e8 improbabile che Trump stesso sia disposto ad arrendersi alla richiesta di Putin di una radicale riconfigurazione dell\u2019ordine di sicurezza globale, che ridurrebbe il ruolo della NATO, porrebbe fine alla supremazia degli Stati Uniti e riconoscerebbe un mondo multipolare in cui altre potenze possano emergere senza interferenze occidentali. Nonostante tutta la sua retorica sulla fine delle \u201cguerre eterne\u201d, Trump continua ad abbracciare una visione fondamentalmente suprematista del ruolo dell\u2019America nel mondo, sebbene pi\u00f9 pragmatica di quella dell\u2019establishment liberal-imperialista. La sua amministrazione continua a sostenere il riarmo della NATO e persino il ridispiegamento delle armi nucleari statunitensi su pi\u00f9 fronti, dal Regno Unito al Pacifico. Le politiche di Trump nei confronti di Cina, Iran e del Medio Oriente in generale confermano che Washington si considera ancora un impero il cui dominio globale deve essere preservato a tutti i costi, non solo attraverso la pressione economica, ma anche attraverso il confronto militare quando ritenuto necessario.<br \/>\nIn questo contesto, la Russia rimane una sfida centrale. In quanto alleato fondamentale sia della Cina che dell\u2019Iran, \u00e8 inserita nell\u2019architettura dell\u2019ordine multipolare emergente che minaccia l\u2019egemonia statunitense. Per Washington, Mosca non \u00e8 semplicemente un attore regionale, ma un nodo chiave in un pi\u00f9 ampio riallineamento strategico.<\/p>\n<p>Trump, tuttavia, sembra intenzionato \u2013 almeno temporaneamente \u2013 a mettere da parte il \u201cproblema Russia\u201d, concentrandosi invece sul pi\u00f9 ampio confronto con la Cina. Ma questo indica un cambiamento di priorit\u00e0 piuttosto che di principi: la logica della supremazia americana garantisce che la Russia rimarr\u00e0 nella lista degli avversari, anche se i riflettori si spostano brevemente altrove.<\/p>\n<p>In questo senso, Trump si accontenterebbe probabilmente di uno scenario in cui gli Stati Uniti si liberassero dalla debacle ucraina, lasciando che l\u2019Europa se ne facesse carico ancora per un po\u2019 \u2013 possibilmente finch\u00e9 le condizioni sul campo non si deteriorassero a tal punto da rendere inevitabile un accordo alle condizioni russe. In effetti, JD Vance e Pete Hegseth lo hanno affermato, sostenendo che gli Stati Uniti smetteranno di finanziare la guerra, ma l\u2019Europa pu\u00f2 continuare se lo desidera, acquistando armi americane nel frattempo. Questa \u201cdivisione del lavoro\u201d consentirebbe a Washington di riallocare le risorse per l\u2019imminente scontro con la Cina, lasciando gli europei bloccati in una guerra impossibile da vincere.<\/p>\n<p>I russi sono ben consapevoli di tutto questo. Probabilmente non si fanno illusioni sui veri obiettivi dell\u2019establishment imperialista statunitense. E sanno benissimo che qualsiasi accordo raggiunto con Trump potrebbe essere annullato in qualsiasi momento. Tuttavia, gli obiettivi a breve termine di Putin sono in linea con quelli di Trump. Si potrebbe dire che Russia e Stati Uniti sono avversari strategici i cui leader condividono tuttavia un interesse tattico alla cooperazione.<br \/>\nIn quest\u2019ottica, si potrebbe ipotizzare che lo scopo del vertice in Alaska non sia mai stato quello di raggiungere un accordo di pace definitivo. Sia Trump che Putin senza dubbio comprendono che un simile accordo \u00e8 attualmente impossibile. Piuttosto, l\u2019incontro mirava a consentire agli Stati Uniti di ritirarsi dall\u2019Ucraina senza ammettere la sconfitta, mentre la Russia continua ad avanzare. Per Washington, questo crea una copertura politica: Trump pu\u00f2 affermare di aver tentato la diplomazia, scaricando il peso della guerra sull\u2019Europa. Per Mosca, il vantaggio risiede nel graduale indebolimento dell\u2019Ucraina con il venir meno del supporto logistico statunitense. In effetti, per incoraggiare un\u2019uscita americana, la Russia potrebbe persino accettare un cessate il fuoco temporaneo e forse anche vaghe \u201cgaranzie di sicurezza\u201d statunitensi \u2013 con Russia e Stati Uniti che le presentano rispettivamente come significative concessioni e vittorie \u2013 sebbene sia improbabile che una tale tregua regga.<br \/>\nL\u2019esito pi\u00f9 probabile sar\u00e0 un temporaneo disgelo nelle relazioni tra Stati Uniti e Russia, sebbene la pi\u00f9 ampia lotta geopolitica continuer\u00e0. E i veri perdenti saranno l\u2019Ucraina e l\u2019Europa. Gli ucraini continueranno a morire in una guerra che non possono vincere, mentre gli europei continueranno a pagarne il conto. Alla fine, anche loro saranno costretti ad accettare un accordo alle condizioni russe, ma solo dopo ulteriori sofferenze. Anche in quel caso, l\u2019Europa rimarr\u00e0 intrappolata in una relazione ostile e militarizzata con la Russia, con il potenziale per un rinnovato conflitto in qualsiasi momento. Nella migliore delle ipotesi, il vertice in Alaska e le sue conseguenze segnalano un temporaneo allentamento del confronto in corso tra l\u2019Occidente e l\u2019emergente ordine multipolare. Nella peggiore, garantiranno che Europa e Ucraina continueranno a pagare il prezzo di una guerra che gli Stati Uniti hanno gi\u00e0 scelto di lasciarsi alle spalle.<br \/>\n*(Autore: Thomas Fazi \u00e8 editorialista e traduttore di UnHerd . Il suo ultimo libro \u00e8 \u201cThe Covid Consensus\u201d, scritto in collaborazione con Toby Green.)<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>O5 &#8211; Stefano Baudino*: IL GOVERNO MELONI SI LAVA LA COSCIENZA OSPITANDO 31 BAMBINI PALESTINESI PER CURARLI. ITALIANI FIANCHEGGIATORI DEL GENOCIDIO, MA SEMPRE \u201cBRAVA GENTE\u201d.<\/strong><\/p>\n<p>Potrebbe essere riassunto cos\u00ec l\u2019atteggiamento del governo Meloni che, mentre continua a bloccare qualsiasi misura contro il governo israeliano in discussione a Bruxelles e a rifiutarsi di riconoscere lo Stato di Palestina, ha annunciato con enfasi l\u2019arrivo negli ospedali italiani di 114 palestinesi, tra cui 31 bambini bisognosi di cure per \u00abferite ed amputazioni\u00bb: ossia per essere curati dagli effetti delle bombe e dei proiettili che l\u2019esercito israeliano continua a scaricare su Gaza con il silenzio complice anche dello stesso governo italiano. \u00abContinueremo a sostenere la popolazione civile di Gaza e a lavorare per raggiungere la pace \u2013 ha scritto su X il ministro degli Esteri Antonio Tajani, che da mesi nega che a Gaza sia in atto un genocidio -. I bambini sono un simbolo di speranza e di futuro: garantire loro cure e assistenza sanitaria \u00e8 un dovere\u00bb. Intanto, a Gaza, il numero di bambini uccisi \u00e8 arrivato a oltre 18mila.<br \/>\nI bambini provenienti dalla Striscia di Gaza, accompagnati da 83 profughi palestinesi, sono arrivati sul suolo italiano mercoled\u00ec sera per ricevere urgenti cure mediche. L\u2019operazione sanitaria, la pi\u00f9 grande dal gennaio 2024, ha visto l\u2019impiego di tre aerei da trasporto C-130 dell\u2019Aeronautica militare. I voli sono partiti da Pisa, passando per il Cairo e Ramon (Eilat), e hanno portato i piccoli pazienti, affetti da gravi malformazioni congenite o ferite importanti, verso strutture ospedaliere dello Stivale. L\u2019operazione, coordinata dalla presidenza del Consiglio e in collaborazione con vari ministeri e organismi internazionali, si inserisce nel contesto delle attivit\u00e0 umanitarie italiane, come il progetto \u201cFood for Gaza\u201d. A presenziare all\u2019arrivo dei profughi c\u2019era il ministro degli Esteri Antonio Tajani. \u00abCi auguriamo che il buon senso prevalga e finisca la guerra il prima possibile\u00bb, ha detto ai cronisti sul posto, ribadendo \u00abcontrariet\u00e0\u00bb per la nuova operazione israeliana a Gaza e invitando Hamas a \u00abliberare senza ulteriori perdite di tempo gli ostaggi israeliani\u00bb.<br \/>\nSin dal 2023, Tajani aveva sempre preso le parti di Israele. Nel gennaio scorso, quando gi\u00e0 si contavano quasi 47mila morti nella Striscia, ai microfoni di Report era arrivato a dichiarare: \u00abNetanyahu non sta commettendo alcun crimine di guerra a Gaza\u00bb. Poi, negli ultimi tempi, una timida inversione di rotta, mantenendo comunque un eloquente equilibrismo. \u00abNon c\u2019\u00e8 giuridicamente genocidio, che \u00e8 una decisione preordinata di sterminare un popolo. Stanno facendo delle cose inaccettabili a Gaza ma non \u00e8 un genocidio. Quello \u00e8 ci\u00f2 che aveva pianificato Hitler contro gli ebrei, che aveva deciso di sterminarli \u2013 ha dichiarato lo scorso 7 agosto \u2013. Qui c\u2019\u00e8 una guerra in corso e si sta colpendo, secondo me, oltre ogni limite la popolazione civile che non ha nulla a che fare con Hamas\u00bb. Negli ultimi giorni, invece, \u00e8 uscito con dichiarazioni assai pi\u00f9 dure il ministro della Difesa italiano, Guido Crosetto. In un\u2019intervista a La Stampa, quest\u2019ultimo ha affermato che \u00aba Gaza siamo di fronte alla pura negazione del diritto e dei valori fondanti della nostra civilt\u00e0\u00bb, aggiungendo che \u00abnon convince pi\u00f9\u00bb la motivazione della \u00ablegittima difesa di una democrazia di fronte a un terribile attacco terroristico\u00bb, e che \u00abcontro l\u2019occupazione di Gaza e alcuni atti gravi in Cisgiordania\u00bb occorre \u00abprendere decisioni che obblighino Netanyahu a ragionare\u00bb.<br \/>\nEppure, nessuna mossa concreta \u00e8 stata assunta dal governo italiano per contribuire a fermare i massacri in corso in Palestina. Nonostante le parole di condanna di Giorgia Meloni e Antonio Tajani dello scorso luglio dopo quasi due anni di violenze e pi\u00f9 di 50mila morti \u2013 arrivate, per amor di verit\u00e0, solo quando l\u2019esercito israeliano ha colpito la Chiesa cattolica della Sacra Famiglia, l\u2019unica presente nella Striscia \u2013, l\u2019Italia non ha infatti intrapreso azioni politiche decisive, come il riconoscimento dello Stato di Palestina o la sospensione dei trattati con Israele. La proposta di fermare la cooperazione militare con Israele e l\u2019interruzione dell\u2019Accordo di associazione UE-Israele \u00e8 stata ignorata, cos\u00ec come il blocco del commercio di armi verso Israele e la sospensione degli scambi con le colonie israeliane, nonostante il parere della Corte Internazionale di Giustizia. Mentre altri Paesi europei hanno intrapreso azioni simili, come Belgio, Spagna e Regno Unito, il nostro Paese ha impedito misure analoghe, mantenendo una posizione di sostegno implicito a Israele.<br \/>\n*(Stefano Baudino &#8211; Interviene come esperto esterno in scuole e universit\u00e0 con un modulo didattico sulla storia di Cosa nostra. Per L\u2019Indipendente scrive di attualit\u00e0, politica e mafia.)<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>06 &#8211; Dario Lucisano \u00b0: L\u2019IPOTESI DI PACE IN UCRAINA SPAVENTA LE AZIENDE DI ARMI: CALA ANCHE LEONARDO SPA &#8211; LA PROSPETTIVA DI UNA SOLUZIONE PACIFICA AL CONFLITTO RUSSO-UCRAINO, SOSTENUTA DAGLI STATI UNITI, STA METTENDO SOTTO PRESSIONE IL SETTORE DELLA DIFESA EUROPEO.<\/strong><\/p>\n<p>L\u2019incontro tra Trump e Putin in Alaska, previsto per venerd\u00ec, alimenta le speculazioni su una possibile soluzione di pace, con conseguenti timori tra gli investitori del comparto. Dall\u2019annuncio dell\u2019incontro, le azioni dell\u2019azienda italiana Leonardo, a maggioranza statale, sono scese di oltre l\u20198%. In Europa, anche Thales, BAE Systems e Rheinmetall segnano ribassi significativi. Nonostante il rallentamento del flusso di ordini, tuttavia, il mercato resta volatile, con la crescente tensione in Medio Oriente che continua a influenzare il settore.<br \/>\nDopo l\u2019annuncio dell\u2019incontro tra Trump e Putin rilasciato lo scorso gioved\u00ec 7 agosto, tutte le maggiori aziende europee delle armi sono calate a picco. Il 7 agosto, Leonardo aveva aperto con 49,28\u20ac per azione, per scendere a 46,49\u20ac nell\u2019arco di sole due ore dopo l\u2019annuncio, con una variazione pari al -5,66%. Dopo il picco al ribasso, raggiunto alle 13, a fine giornata l\u2019azienda \u00e8 risalita leggermente a 47,03\u20ac, chiudendo cos\u00ec il primo giorno dopo l\u2019annuncio del Cremlino a -4,56%. Oggi, scattato il quinto giorno dall\u2019annuncio, ha aperto a 45,11 \u20ac, segnando un calo dell\u20198,46% rispetto all\u2019apertura di gioved\u00ec scorso. Gli investitori dell\u2019azienda italiana non sono gli unici a nutrire timori per una soluzione pacifica alla guerra in Ucraina. La francese Thales ha segnato un calo del 2,28% nella sola giornata dell\u2019annuncio, e a oggi i suoi titoli valgono il 3,34% in meno; il 7 agosto, la multinazionale britannica BAE Systems aveva perso il 4,25%, e negli ultimi quattro giorni ha registrato un calo del 6,97%. Gioved\u00ec scorso, Rheinmetall, la maggiore azienda tedesca delle armi, era calata del 3,9%, e oggi registra un calo dell\u201911,02% rispetto all\u2019apertura del medesimo giorno. Tiene, a suo modo, l\u2019azienda di diritto europeo Airbus Group (a partecipazione olandese, francese, tedesca e spagnola), che dal 7 agosto ha registrato un calo dell\u20191,56%.<br \/>\nIl calo generalizzato registrato dalle maggiori aziende europee delle armi negli ultimi cinque giorni costituisce una delle maggiori tendenze al ribasso dall\u2019inizio dell\u2019anno. Tutte le aziende citate, comunque, risultano in piena crescita: a marzo, gli annunci militaristi dei leader sulla necessit\u00e0 di un piano per riarmare l\u2019Europa hanno esaltato le aziende di armi in borsa; qualche giorno dopo, Leonardo ha rivisto le stime di crescita al rialzo e ha distribuito dividendi raddoppiati. Dall\u2019inizio dell\u2019anno, l\u2019azienda italiana \u00e8 cresciuta del 76,36%, Thales \u00e8 cresciuta del 67,37%, BAE Systems del 49,2%, e Rheinmetall ha registrato un incremento pari al 158,52%.<br \/>\n*(Dario Lucisano, collabora come redattore per L\u2019Indipendente dal 2024)<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>07 &#8211; Jacopo Tondelli*: (Gli Stati Generali). Israele e il laboratorio dei mostri di domani<\/strong><br \/>\n<strong>VERGOGNA E IL MONDO STA A GUARDARE, NOI, RESPONSABILI DI QUELLO CHE STA AVVENENDO IN PALESTINA.<\/strong><br \/>\nNei giorni in cui prende ufficialmente il via la piena occupazione di Gaza da parte di Israele, che Netanyahu proclama indispensabile per la soluzione finale del problema Hamas, il suo ministro delle finanze Bezalel Smotrich, esponente della destra razzista anti-araba, dichiara la morte dello Stato palestinese, mentre annuncia la colonizzazione di una zona a est di Gerusalemme, che produrr\u00e0 la frammentazione non ricomponibile della Cisgiordania gi\u00e0 martoriata dall\u2019occupazione e dalla colonizzazione. Gli ultimi sfacciati difensori di Netanyahu spiegano che lui non \u00e8 Smotrich e nemmeno Ben Gvir, altro estremista che fa il ministro. Ma anche a voler credere alle difese d\u2019ufficio, quella di un piano di colonizzazione cos\u00ec ampio e cos\u00ec simbolicamente e materialmente importante annunciato contro il volere del primo ministro \u00e8 una favoletta alla quale non pu\u00f2 credere nemmeno il pi\u00f9 ingenuo, o il pi\u00f9 cattivo, tra i tifosi d\u2019Israele. Ad aprire il cerchio simbolico di una tre giorni tragicamente significativa, era stato peraltro proprio Ben-Gvir, con una visita umiliante a Marwan Barghouti, leader palestinese detenuto da Israele da oltre venti anni. Una visita che aveva il solo scopo di rappresentare l\u2019estremista di governo mentre rideva in faccia al nemico imprigionato.<br \/>\nSe dovessimo astrarre gli elementi politici, etici e giuridici che accomunano i tre \u201cepisodi\u201d, potremmo dire che in tutti e tre si esplicita in modo aperto il rifiuto di considerare come vincolanti le regole del diritto internazionale, che si dichiara discendente da principi generali di diritto universale. Un rifiuto, quello di un diritto universale che genera e insieme limita ogni diritto particolare, che in Israele \u00e8 andato progressivamente radicandosi lungo i decenni che hanno seguito la Guerra dei Sei Giorni e l\u2019occupazione e la colonizzazione dei Territori Palestinesi in nome di un diritto del popolo ebraico che discendeva dalla Bibbia, che si \u00e8 nutrito dello speculare e opposto rifiuto di ogni compromesso da parte palestinese, soprattutto in seguito all\u2019ascesa di Hamas. A questa logica di supremazia del proprio asserito diritto a difendersi rispetto a qualunque regola del diritto internazionale e di guerra, risponde infatti senza dubbio l\u2019evacuazione forzata di Gaza City, con incalcolabili costi di vite di civili incolpevoli. Alla stessa logica risponde un\u2019ulteriore e decisiva espansione coloniale in Cisgiordania, che realizza subito un ulteriore esproprio di terra altrui e un aggravamento della condizione giuridica e materiale dei palestinesi che ci vivono, rendendo ancora pi\u00f9 nitida la volont\u00e0 israeliana di negare l\u2019autodeterminazione al popolo sotto occupazione. Invero, Smotrich sopravvaluta il peso del suo annuncio sulla nascita dello stato palestinese: che non potesse nascere era gi\u00e0 chiaro a tutti da un po\u2019, e il simulacro del riconoscimento da parte di alcuni paesi europei era un pannicello simbolico, giusto politicamente, quanto irrilevante nel determinare il corso della storia. Quanto alla visita irridente di un ministro a un carcerato, non c\u2019\u00e8 bisogno di sprecare parole per dire che \u00e8 in violazione di ogni principio di civilt\u00e0 giuridica, e prima ancora di umanit\u00e0.<br \/>\nIn queste tre istantanee israeliane, che arrivano da un lungo passato e si proiettano in un lugubre futuro, c\u2019\u00e8 qualcosa di pi\u00f9 grande e pi\u00f9 spaventoso perfino della tragedia che si consuma senza sosta a Gaza. Perch\u00e9 in fondo, quel che viene esplicitamente sancito, laggi\u00f9 \u00e8 rappresentazione di un sentire del mondo e del suo potere reale per come lo stiamo vedendo manifestarsi adesso che il secolo ha raggiunto il suo primo quarto: conta solo la maggior forza. Chi ha quella pu\u00f2 contare sul fatto che riuscir\u00e0 a farla valere, perch\u00e9 solo la forza \u00e8 regola dei rapporti. I consapevoli diranno: ma \u00e8 sempre stato cos\u00ec, in Medio Oriente e non solo. Vero, in parte. Ma non mancava, nel vecchio e fragile mondo ridisegnato dopo la Seconda Guerra Mondiale, un sistema di pesi e contrappesi al quale, quantomeno, gli umani di buona volont\u00e0 potevano aggrapparsi, sulla base del quale potevano indignarsi, esprimendo una condanna che a volte salvava delle vite, e magari anche dava nuovi diritti a chi non ne aveva mai avuti. Oggi tutto questo sembra trascinato definitivamente nel gorgo di un passato lontano, e ad ogni livello, dall\u2019economia alla politica internazionale, sembra esistere solo la legge antecedente alla civilt\u00e0. Nello specchio di Gaza, dunque, non vediamo solo la barbarie di oggi, ma l\u2019elevarsi a sistema di quella di un passato che credevamo remoto, prima di accorgerci che l\u2019ultra corpo della prepotenza impietosa sta gi\u00e0 costruendo il mondo di domani.<br \/>\nArticolo originale pubblicato su Gli Stati Generali e pubblicato per gentile concessione della testata.<br \/>\n*( Jacopo Tondelli , giornalista, all&#8217;ottobre 2014 dirige il giornale online www.glistatigenerali.com)<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>08 &#8211; Alfiero Grandi*: TRA UCRAINA E DAZI, LA PERICOLOSA SUBALTERNIT\u00c0 DELL\u2019EUROPA<\/strong><br \/>\n<strong>L\u2019INCONTRO TRA TRUMP E PUTIN IN ALASKA HA DATO UN SEGNALE CHIARO: LE SANZIONI USA SONO COME NON ESISTENTI E LE 18 DECISE DALL\u2019EUROPA CONTRO LA RUSSIA SEMBRANO SEMPRE PI\u00d9 UNA COAZIONE A RIPETERE, LASCIANDO IL PASSO AL TAPPETO ROSSO DI ANCHORAGE.<\/strong><br \/>\nA questo punto si potrebbe \u2013 forse \u2013 delineare la soluzione ad una guerra che dura ormai da 3 anni e mezzo e ha avvelenato le relazioni nel mondo, stravolgendone le priorit\u00e0. Solo l\u2019anno prima dell\u2019invasione russa dell\u2019Ucraina il focus era sull\u2019obiettivo del contrasto corale del mondo al cambiamento climatico. Mentre oggi l\u2019accento \u00e8 sul riarmo e sull\u2019aumento delle spese militari, che colpiranno duramente in Europa. Il cambiamento climatico \u00e8 diventato argomento subordinato.<\/p>\n<p>IL TORTUOSO PROCESSO DI PACE IN UCRAINA<br \/>\nChi pensava che l\u2019incontro in Alaska avrebbe portato immediatamente alla pace dimentica che Zelensky e l\u2019Unione europea hanno chiesto a Trump di rispettare il loro ruolo e Trump ha accolto la richiesta a modo suo, decidendo chi fare partecipare all\u2019incontro di Washington e le modalit\u00e0 di sviluppo.<br \/>\nCon l\u2019incontro di Washington \u00e8 iniziato un percorso ancora non del tutto chiaro, n\u00e9 prevedibile, come dimostra la discussione su dove dovrebbe svolgersi l\u2019incontro tra Russia e Ucraina alla presenza (forse) di Trump.<br \/>\nSi avverte per la prima volta che la futura scurezza dell\u2019Ucraina e il suo futuro territoriale sono entrati in discussione, in altre parole si \u00e8 arrivati a discutere dei punti pi\u00f9 difficili. L\u2019Europa dovrebbe spingere Trump alla ricerca di una soluzione alla guerra in Ucraina, scegliendo di diventare un motore attivo del processo di pace, invece si divide e non \u00e8 in grado di svolgere un ruolo proprio per arrivare alla pace. L\u2019alternativa alla ricerca della pace sarebbe la continuazione della guerra, con conseguenze tragiche sulle persone, sulle risorse, sul futuro dell\u2019Ucraina. Sarebbe grave ripetere l\u2019errore di avere fatto fallire il primo tentativo per un accordo di pace poco dopo l\u2019invasione russa dell\u2019Ucraina nel 2022.<br \/>\nL\u2019Europa dovrebbe essere un protagonista delle iniziative di pace, spingendo verso una conclusione positiva, anche per iniziare a invertire la tendenza parossistica al riarmo e all\u2019avvelenamento delle relazioni internazionali. Le iniziative di pace finora sono state lasciate nelle (ondivaghe) mani di Trump.<br \/>\nIl rischio \u00e8 che l\u2019Europa si trovi a sostenere il peso della ricostruzione e della sicurezza dell\u2019Ucraina dopo avere gi\u00e0 subito un duro colpo sui dazi e sul riarmo. L\u2019immagine che l\u2019Europa offre di s\u00e9 \u00e8 di divisioni paralizzanti e di un ruolo che non si caratterizza per un\u2019iniziativa di pace ma piuttosto per una coazione a ripetere quanto gi\u00e0 detto \u00e8 fatto. Esiste il pericolo che la conclusione di questo tentativo di soluzione del conflitto finisca con il caricarne pesantemente costi e incombenze sull\u2019Europa, a partire dai volenterosi.<br \/>\nPer dare un contributo occorre un disegno di ricostruzione delle relazioni internazionali, ridisegnando e rilanciando il ruolo delle sedi internazionali, delle conferenze di pace, delle reciproche garanzie, mentre la logica di Trump \u00e8 distruttiva dei rapporti esistenti per lasciare il passo a relazioni tra potenze che sarebbe un\u2019evoluzione centralizzata delle relazioni internazionali.<br \/>\n\u00c8 chiaro che Trump si candida a svolgere il ruolo del paciere sull\u2019Ucraina, prendendo le distanze dal predecessore Biden, mentre l\u2019Europa potrebbe trovarsi nella spiacevole posizione di sostenere costi e rischi del futuro dell\u2019Ucraina.<\/p>\n<p>Memento Afghanistan: dopo 20 anni di presenza militare, con enormi costi umani e materiali, nel 2021 gli Usa hanno deciso di andarsene (Biden ha attuato una precedente decisione di Trump) e le tragiche immagini delle conseguenze sono troppo fresche per averle gi\u00e0 dimenticate. Quando gli Usa decidono che \u00e8 finita se ne vanno, punto.<br \/>\nAnche l\u2019intesa sui dazi tra Trump e Von der Leyen (mancano ancora firme e testo) va vista nel quadro dei rapporti nevrotici tra Usa ed Europa. Si afferma che i vecchi rapporti transatlantici non ci sono pi\u00f9 e poi ci si comporta all\u2019opposto.<br \/>\nAvere deciso prima dei dazi l\u2019aumento delle spese militari della Nato \u00e8 stato un grave errore dell\u2019Europa che ha lasciato Trump libero di ricattarla sui dazi e sulla (non) tassazione delle multinazionali americane, come ha deciso purtroppo l\u2019ultimo G7, Giorgia Meloni d\u2019accordo. Anche la dialettica sull\u2019Ucraina deve affermarsi sul terreno della ricerca della pace.<\/p>\n<p>CHE RUOLO GIOCA URSULA VON DER LEYEN?<br \/>\nNell\u2019accordo sui dazi sono entrati altre materie: a) impegni su acquisti di fossili, gas in particolare che costa molto di pi\u00f9 e queste fonti verranno usate in contraddizione con gli impegni per la loro riduzione gi\u00e0 adottati dall\u2019Europa; b) investimenti dell\u2019Europa negli Usa, una sorta di rubamazzo industriale visto che gli Usa hanno decentrato in Cina e in altri paesi asiatici mentre parte del conto dovr\u00e0 pagarlo l\u2019Europa; c) le maggiori spese Nato dei paesi europei indirizzate in gran parte all\u2019acquisto di armi Usa, rinunciando di conseguenza alla possibilit\u00e0 di costruire una difesa europea, che sarebbe la vera novit\u00e0 politica e istituzionale, anche sull\u2019Ucraina Trump ha detto che l\u2019Europa dovr\u00e0 farsi carico del pagamento delle armi USA fornite; d) rinuncia ad adottare normative per regolare sul piano fiscale e nell\u2019interesse europeo i campi di intervento delle big tech informatiche.<br \/>\nNon si capisce perch\u00e9 mentre Trump ha motivato fino alla noia le misure Usa come tutela degli interessi americani l\u2019Europa non ha avuto una posizione altrettanto chiara sui propri interessi. Una condizione sconcertante di subalternit\u00e0 politica, economica e culturale. Per questo la posizione dell\u2019Unione sulla guerra in Ucraina rafforza l\u2019impressione di una contraddittoria confusione.<br \/>\nL\u2019imperativo di Ursula Von der Leyen era arrivare ad un accordo sui dazi ad ogni costo e Trump ha avuto buon gioco a rialzare dal 10 al 15 % i dazi, mantenendo \u2013 almeno per ora \u2013 quelli pi\u00f9 alti su auto, acciaio, rame.<br \/>\nLa minaccia dei dazi europei sui prodotti Usa venduti in Europa si sono rivelati una tigre di carta. Si era detto che l\u2019Europa mai avrebbe rinunciato alle sue prerogative normative, invece il 15% di tassazione minima sulle multinazionali \u00e8 sospesa, le norme sulle big tech dell\u2019informatica sono accantonate. \u00c8 stata ignorata la svalutazione del 13 % del dollaro sull\u2019euro, con effetti concorrenziali che si sommano ai dazi.<br \/>\nSenza accordo Trump avrebbe dovuto rispondere ai suoi sodali delle multinazionali informatiche che in Europa avrebbero dovuto pagare tasse, seppure basse, e rispettare regole di varia natura. \u00c8 vero che anche l\u2019Europa deve eliminare paradisi fiscali interni che sono una via di fuga per una concorrenza sleale dentro l\u2019UE, ma questo nulla toglie al dovere di una posizione coerente sui rapporti internazionali.<\/p>\n<p>I PESSIMI RISULTATI DEL GOVERNO MELONI<br \/>\nCon questo pessimo risultato Von der Leyen \u00e8 sulla graticola insieme ai suoi supporter, in particolare quanti si sono vantati, come Giorgia Meloni, di lavorare per moderare Trump ma in realt\u00e0 hanno spinto per trovare un\u2019intesa ad ogni costo. Giorgia Meloni \u00e8 stata patetica quando ha cercato di dimostrare con un arzigogolo linguistico che il 15 % dei dazi \u00e8 come il 10 % \u2013 facendolo diventare sopportabile (a parole) con un\u2019aritmetica tutta personale.<br \/>\nMeloni ha ignorato poi che acciaio e altri prodotti hanno dazi pi\u00f9 alti e nessuno per ora \u00e8 in grado di dire se scenderanno oppure no.<\/p>\n<p>IL TESTO DELL\u2019ACCORDO SUI DAZI NON C\u2019\u00c8 ANCORA, INTERI SETTORI SONO DA DEFINIRE COME LA FARMACEUTICA. L\u2019ALTERNATIVA ERA VERAMENTE SOLO IL NON ACCORDO<br \/>\nL\u2019affermazione di Trump che l\u2019Europa in passato avrebbe depredato gli Usa semmai confermerebbe che l\u2019Europa non avrebbe avuto interesse a chiudere ad ogni costo, senza adeguati risultati.<br \/>\nL\u2019Europa ha fatto una trattativa senza un orientamento chiaro, senza tenere fermi i principi, con evidenti divisioni interne e alla fine il risultato \u00e8 \u2013 purtroppo \u2013 un disastro, la cui vittima illustre sar\u00e0 proprio l\u2019Europa, il suo ruolo, la sua identit\u00e0 ed autonomia, che era esattamente l\u2019obiettivo di Trump.<br \/>\nAnche sull\u2019Ucraina l\u2019Europa lascia a Trump l\u2019iniziativa di pace, qualunque cosa voglia dire, e si colloca in una posizione guardinga, sospettosa, anzich\u00e9 presentare una sua proposta per la pace insiste su posizioni che non hanno dato risultati.<br \/>\nAnche sui dazi l\u2019alternativa non era il non accordo ma semplicemente respingere un accordo obbligato deciso da Trump ai danni dell\u2019Europa. Questo accordo \u00e8 un guinzaglio corto che limita la possibilit\u00e0 dell\u2019Europa di fare accordi con altre aree del mondo. Tributari di Trump e insieme senza l\u2019autonomia per stabilire nuove relazioni convenienti nel mondo.<br \/>\nL\u2019accordo sui dazi dovrebbe essere ridiscusso. Cos\u00ec dovrebbe essere rivisto l\u2019accordo in sede Nato. Per l\u2019Europa e per l\u2019Italia questo accordo, se rester\u00e0 tale, porter\u00e0 al taglio del welfare e alla riduzione degli investimenti nei settori produttivi, in particolare quelli pi\u00f9 innovativi. Non a caso il governo, con un autentico voltafaccia, ha deciso di chiedere il prestito europeo per le armi, non va dimenticato che un prestito per quanto possa essere conveniente e diluito nel tempo va restituito<br \/>\nSull\u2019Ucraina si rischia un clamoroso bis di quanto \u00e8 accaduto sui dazi.<br \/>\nL\u2019Italia sta gi\u00e0 pagando un prezzo alto all\u2019incapacit\u00e0 di governare della destra. Un esempio: per mantenere il bilancio pubblico nelle regole viene usato il fiscal drag di pensionati e lavoratori dipendenti (90% dell\u2019Irpef) e per di pi\u00f9 il governo ha regalato agli evasori 18 condoni fiscali in 3 anni, mentre le politiche di sviluppo sono a zero, come confermano i 6 miliardi non spesi di Transizione 5.0.<br \/>\nIl governo Meloni \u00e8 oggi un costo per l\u2019Italia (pi\u00f9 armi, pi\u00f9 dazi) e un vincolo negativo nei rapporti dell\u2019Europa con Trump, vedi da ultimo Ucraina, per l\u2019assenza di una iniziativa autonoma.<br \/>\nFratelli d\u2019Italia e Giorgia Meloni hanno l\u2019esigenza vitale della legittimazione di Trump e questo spiega la loro subalternit\u00e0. Ma gli errori di Giorgia Meloni hanno contribuito a spingere Von der Leyen su una strada sbagliata, perdente per l\u2019Italia. Pi\u00f9 il governo Meloni durer\u00e0 pi\u00f9 coster\u00e0 all\u2019Italia. L\u2019alternativa va costruita ora, senza perdere tempo, tanto pi\u00f9 in vista di problemi come l\u2019Ucraina che peseranno sul futuro delle relazioni internazionali, oppure la drammatica situazione di Gaza e ora anche della Cisgiordania.<br \/>\nL\u2019alternativa alla destra procede con ritardo rispetto all\u2019urgenza di cambiare registro e governo prima possibile. Prima \u00e8 meglio \u00e8.<br \/>\n*(Alfiero Grandi. Giornalista &#8211; Strisciarossa.it \u00e8 un blog di informazione e di approfondimento indipendente e gratuito. Aiutaci a mantenerlo libero e sempre dalla parte dei lettori.)<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<div class=\"mh-excerpt\"><p>01 &#8211; Marina Castellaneta*: Usa e Israele lasciati liberi di demolire il diritto internazionale &#8211; Demolizione Solo alcuni paesi, non l\u2019Italia, hanno detto qualcosa contro <a class=\"mh-excerpt-more\" href=\"https:\/\/emigrazione-notizie.org\/?p=52479\" title=\"n\u00b033 \u2013  23\/08\/25 \u2013 RASSEGNA DI NEWS NAZIONALI E INTERNAZIONALI\">[&#8230;]<\/a><\/p>\n<\/div>","protected":false},"author":2,"featured_media":41459,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[315],"tags":[],"class_list":["post-52479","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-newsletter"],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v28.4 - https:\/\/yoast.com\/product\/yoast-seo-wordpress\/ -->\r\n<title>n\u00b033 \u2013 23\/08\/25 \u2013 RASSEGNA DI NEWS NAZIONALI E INTERNAZIONALI - 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