{"id":51188,"date":"2025-01-09T15:46:33","date_gmt":"2025-01-09T15:46:33","guid":{"rendered":"https:\/\/emigrazione-notizie.org\/?p=51188"},"modified":"2025-01-09T15:52:03","modified_gmt":"2025-01-09T15:52:03","slug":"n01-04-gennaio-2025-rassegna-di-news-nazionali-e-internazionali-news-dai-parlamentari-eletti-allestero","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/emigrazione-notizie.org\/?p=51188","title":{"rendered":"N\u00b001 &#8211; 4\/1\/2025 \u2013 RASSEGNA DI NEWS NAZIONALI E INTERNAZIONALI. NEWS DAI PARLAMENTARI ELETTI ALL\u2019ESTERO"},"content":{"rendered":"<p><strong>01 &#8211; Anna Fabi*: Il discorso di fine anno del Presidente Mattarella<br \/>\n02 \u2013Moshe Zuckermann*: Israele e il tradimento della memoria di Auschwitz &#8211; Striscia continua In questa guerra si \u00e8 dispiegato qualcosa che va oltre la persona di Netanyahu: gli autori dei crimini sono l\u2019indifferenza della societ\u00e0 israeliana e l\u2019abbrutimento dei soldati<br \/>\n03 &#8211; Giansandro Merli*: Paesi sicuri, governo bocciato anche dopo la Cassazione &#8211; Migranti Il tribunale di Catania libera un richiedente asilo egiziano: lo Stato di diritto l\u00ec non esiste. Prima disapplicazione della nuova legge. Tra una settimana la competenza passer\u00e0 alle Corti d\u2019appello, ma cambier\u00e0 poco<br \/>\n04 &#8211; Chiara Cruciati*: Palestina, femminismi e sapienza femminile &#8211; Non esister\u00e0 mai terra libera senza la libert\u00e0 delle donne. \u00c8 questa la base di partenza della teorizzazione politica, che si \u00e8 fatta pratica nel secolo scorso, dei movimenti femminili e femministi palestinesi.<br \/>\n05 &#8211; Alessandro Scassellati*:il ritorno delle classi sociali nel dibattito sulla composizione sociale in Italia -dopo decenni in cui il dibattito pubblico e la ricerca sociologica in Italia e a livello internazionale \u00e8 stato permeato dalla famosa frase di Margaret Thatcher che la societ\u00e0 non esiste mentre \u201cci sono singoli uomini e donne e ci sono famiglie\u201d, si torna a ragionare sul concetto e sul ruolo delle classi sociali nella strutturazione delle societ\u00e0 contemporanee.<br \/>\n06 &#8211; Roberto Della Seta*:Genocidio o no, Israele \u00e8 un paese criminale &#8211; I fatti e le parole Oggi Israele non \u00e8 \u00absionista\u00bb, \u00e8 molto peggio: \u00e8 uno Stato le cui \u00e9lite politiche condividono con rare eccezioni l\u2019idea di un nazionalismo aggressivo ed esclusivista<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>01 &#8211; Anna Fabi*: IL DISCORSO DI FINE ANNO DEL PRESIDENTE MATTARELLA &#8211; IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA SERGIO MATTARELLA NEL DISCORSO DI FINE ANNO RICHIAMA ALLA PACE E DENUNCIA LE DISUGUAGLIANZE, ESORTANDO ALL\u2019UNIT\u00c0 NAZIONALE.<\/strong><\/p>\n<p>Il 31 dicembre 2024, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha pronunciato il tradizionale discorso di fine anno, affrontando temi di rilevanza nazionale e internazionale.<br \/>\nIl Capo dello Stato ha espresso profonda preoccupazione per i conflitti mondiali in corso, sottolineando l\u2019urgenza della pace come obiettivo irrinunciabile indicato dalla Costituzione italiana. Condannando senza mezzi termini le atrocit\u00e0 commesse, Mattarella ha evidenziato la necessit\u00e0 di rispettare i diritti umani e la libert\u00e0 dei popoli.<br \/>\nIl discorso del Presidente Mattarella ha rappresentato anche un invito alla riflessione sulle sfide attuali e un\u2019esortazione all\u2019unit\u00e0 e all\u2019impegno per costruire un futuro migliore, nel solco dei principi costituzionali e dei valori democratici.<br \/>\nDISUGUAGLIANZE DA COMBATTERE<br \/>\nVALORIZZAZIONE GIOVANI E PI\u00d9 VALORI COSTITUZIONALI<br \/>\nDISUGUAGLIANZE DA COMBATTERE<br \/>\nIl Presidente ha analizzato le contraddizioni della societ\u00e0 contemporanea, evidenziando l\u2019aumento esponenziale della ricchezza di pochi a fronte dell\u2019espansione della povert\u00e0. Ha richiamato l\u2019attenzione sulla sproporzione tra la spesa globale in armamenti e gli stanziamenti per contrastare il cambiamento climatico. In ambito nazionale, ha riconosciuto i progressi in settori come l\u2019occupazione e l\u2019export, ma ha anche sottolineato le persistenti disuguaglianze territoriali e le sfide legate alla sanit\u00e0, alla precariet\u00e0 lavorativa e al fenomeno dei giovani costretti a cercare opportunit\u00e0 all\u2019estero.<br \/>\nVALORIZZAZIONE GIOVANI E PI\u00d9 VALORI COSTITUZIONALI<br \/>\nMattarella ha posto l\u2019accento sull\u2019importanza delle giovani generazioni, definendole una risorsa fondamentale per il Paese. Ha esortato a prestare ascolto al loro disagio e a fornire risposte concrete alle loro aspirazioni, collegando la precariet\u00e0 giovanile alla crisi demografica in atto. Ha inoltre ricordato il 80\u00ba anniversario della Resistenza, sottolineando l\u2019importanza dei valori costituzionali come fondamento della comunit\u00e0 nazionale e richiamando all\u2019impegno collettivo per tradurre la speranza in azioni concrete.<br \/>\n*( Fonte: PMI.it &#8211; Anna Fabi)<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>02 &#8211; Moshe Zuckermann*: ISRAELE E IL TRADIMENTO DELLA MEMORIA DI AUSCHWITZ &#8211; STRISCIA CONTINUA IN QUESTA GUERRA SI \u00c8 DISPIEGATO QUALCOSA CHE VA OLTRE LA PERSONA DI NETANYAHU: GLI AUTORI DEI CRIMINI SONO L\u2019INDIFFERENZA DELLA SOCIET\u00c0 ISRAELIANA E L\u2019ABBRUTIMENTO DEI SOLDATI<\/strong><\/p>\n<p>Il pubblicista Gideon Levy mi ha preceduto. In un recente editoriale dal titolo Auschwitz. Haag. Netanyahu sul quotidiano Haaretz ha affrontato un tema al quale anch\u2019io volevo fare riferimento nel mio editoriale. Quindi inizier\u00f2 citando Levy.<br \/>\n\u00abIl primo ministro Benjamin Netanyahu \u2013 scrive \u2013 non si recher\u00e0 in Polonia il mese prossimo per la cerimonia principale dell\u201980\u00b0 anniversario della liberazione del campo di sterminio di Auschwitz, per il timore di essere arrestato sulla base del mandato emesso nei suoi confronti dalla Corte penale internazionale de L\u2019Aia. Questa amara e non troppo sottile ironia della storia fornisce un intreccio surreale che era quasi inimmaginabile prima d\u2019ora: basta immaginare il primo ministro che atterra a Cracovia, arriva all\u2019ingresso principale di Auschwitz e viene arrestato dalla polizia polacca al cancello, sotto la scritta Arbeit macht frei\u00bb.<br \/>\nProsegue: \u00abIl fatto che tra tutti i luoghi del mondo Auschwitz sia il primo in cui Netanyahu teme di andare grida simbolismo oltre che giustizia storica\u00bb. Levy fa notare plasticamente: \u00abUna cerimonia di commemorazione dell\u201980\u00b0 anniversario della liberazione di Auschwitz, i leader mondiali marciano in silenzio, gli ultimi sopravvissuti in vita marciano al loro fianco e il posto del primo ministro dello Stato sorto dalle ceneri dell\u2019Olocausto \u00e8 vuoto. \u00c8 vuoto perch\u00e9 il suo Stato \u00e8 diventato un paria e perch\u00e9 \u00e8 ricercato dal pi\u00f9 rispettato tribunale che giudica i criminali di guerra\u00bb. Levy conclude: \u00abNetanyahu non sar\u00e0 ad Auschwitz perch\u00e9 \u00e8 ricercato per crimini di guerra\u00bb.<br \/>\nQUESTO \u201cevento\u201d in effetti \u00e8 paradigmatico. Ma a prescindere dal fatto che circa la met\u00e0 della popolazione israeliana si augura il tramonto politico di Netanyahu, che molti sperano anche che alla conclusione del processo finisca in carcere, e che pur avendo commesso cos\u00ec tanti crimini (anche all\u2019interno di Israele) si capisce l\u2019odio nei suoi confronti (e della sua famiglia), Netanyahu stesso \u00e8 solo un personaggio secondario in ci\u00f2 di cui parla Gideon Levy.<\/p>\n<p>Spesso a persone di basso rango viene cinicamente attribuita la responsabilit\u00e0 di errori e reati che sono stati causati o iniziati \u00abin alto\u00bb nel rispettivo ordine gerarchico. Con sarcastico riferimento alla gerarchia militare, in Israele ha preso piede lo slogan della colpa della \u00abguardia davanti all\u2019ingresso dell\u2019accampamento militare\u00bb.<br \/>\nMa la situazione \u00e8 diversa quando viene condannata una prassi sociale o politica per la quale tuttavia non si pu\u00f2 penalizzare un\u2019intera collettivit\u00e0 (come \u00e8 diventato possibile ed \u00e8 stato compiuto per accordo internazionale con il boicottaggio dello Stato di apartheid sudafricano). In questo caso il rispettivo capo di stato o altri funzionari di alto rango vengono chiamati a rispondere in rappresentanza simbolica dell\u2019intera collettivit\u00e0. Condannando Netanyahu \u00e8 stato condannato Israele.<br \/>\nQuesto va messo in rilievo perch\u00e9 la responsabilit\u00e0 ministeriale per crimini di guerra \u00e8 delle istituzioni dominanti, ma ha in genere un carattere pi\u00f9 astratto. La barbarie (fisica) del crimine si compie invece \u00absul campo\u00bb. In quanto governante, Netanyahu ha la responsabilit\u00e0 della politica da lui delineata e disposta e quindi degli orientamenti militari che ne derivano nell\u2019attuale guerra.<br \/>\n\u00abL\u2019esercito arriva di notte: devastano le case e rubano soldi e gioielli\u00bb<br \/>\nAnche se rifiuta costantemente di assumersi qualsiasi responsabilit\u00e0, soprattutto per il disastro del 7 ottobre, non sono per\u00f2 necessariamente sue le istruzioni che hanno generato i crimini di guerra concreti. Qui va considerato qualcos\u2019altro. Perch\u00e9 ci\u00f2 che si \u00e8 visto nelle operazioni dell\u2019Idf nella Striscia di Gaza nell\u2019ultimo anno \u00e8 un estremo abbrutimento delle truppe di combattimento in azione, i cui crimini di guerra si sono accumulati\/si accumulano in una misura tale che ben presto si \u00e8 iniziato a parlare di un genocidio nei confronti della popolazione civile della Striscia di Gaza.<br \/>\nIL DIBATTITO se si tratti effettivamente di un genocidio sia lasciato ad altra sede; la disputa divampata non fa che distrarre dalla sostanza \u2013 dal vistoso imbarbarimento dell\u2019esercito israeliano e della sua attivit\u00e0 bellica. \u00c8 sufficiente focalizzarsi sull\u2019accumulo di crimini di guerra per comprendere che in questa guerra si \u00e8 dispiegato qualcosa che va ben oltre la persona di Netanyahu. \u00c8 diventata norma una pratica di combattimento che ha reso \u00abuna cosa ovvia\u00bb un numero inconcepibile di civili morti e feriti, tra loro soprattutto donne, bambini e persone anziane, e una mostruosa devastazione delle infrastrutture e distruzione di strutture civili vitali.<br \/>\nIn questa guerra si \u00e8 dispiegato qualcosa che va ben oltre la persona di Netanyahu. \u00c8 diventata norma una pratica di combattimento che ha reso \u00abuna cosa ovvia\u00bb un numero inconcepibile di civili morti e feriti<br \/>\nDi recente in un articolo sulla ricerca del dottor Lee Mordechai della Hebrew University di Gerusalemme ho scritto che l\u2019accusa di aver commesso crimini di guerra \u00e8 provata da tempo e che nessuno in seguito potr\u00e0 affermare di non averlo saputo. Che i media mainstream nascondano alla popolazione del Paese i rapporti sulla barbarie praticata in suo nome, che praticamente la mascherino, non pu\u00f2 essere accettato come spiegazione per il pubblico silenzio sui crimini \u2013 chi vuole sapere pu\u00f2 venire a conoscenza di tutto. Naturalmente bisogna voler sapere.<br \/>\nAnche la \u00abgiustificazione\u00bb dei crimini di guerra nei confronti di ebrei israeliani commessi con il pogrom del 7 ottobre, non ha una base accettabile se si rifiuta che sia legittimo mettere l\u2019esercito al servizio di pulsioni collettive di vendetta e rappresaglia. L\u2019uccisione di bambini da parte di un esercito (come \u00abdanno collaterale\u00bb) non pu\u00f2 essere \u00abriparazione\u00bb per un torto subito. Meno che mai se i suoi effetti crescono fino a una sproporzione cos\u00ec eclatante.<br \/>\nCi\u00f2 che risalta pi\u00f9 di ogni cosa \u00e8 il gusto, il sadismo e il malvagio piacere del danno altrui da parte di soldati, per una strage che stenta a volersi concludere. Il 7 ottobre \u00e8 stato degradato a licenza per una distruzione eccessiva e per la cancellazione di vite umane senza alcuna remora. In nessuna guerra i soldati sul campo sono stati apostoli di umanit\u00e0. Gi\u00e0 Brecht nell\u2019Opera dei Tre soldi faceva cantare che \u00abi soldati abitano sui cannoni\u00bb e solitamente trasformano i loro nemici in una \u00abbella tartare\u00bb.<br \/>\nPer la popolazione civile nemica diventa particolarmente terribile quando vengono impiegati in modo massiccio bombardieri moderni. Ma ci\u00f2 che sul campo di battaglia pu\u00f2 essere spiegato a partire dalla logica interna di ci\u00f2 che la guerra nella sua essenza \u00e8 sempre stata \u2013 la legittimit\u00e0 concessa alla completa disinibizione nell\u2019uccidere e devastare le condizioni di vita materiali \u2013 fa rabbrividire se emerge che un\u2019intera collettivit\u00e0 sostiene i crimini del proprio esercito nazionale.<\/p>\n<p>Quel poco che la popolazione israeliana ha saputo dell\u2019orrore della realt\u00e0 di Gaza \u00e8 stato (e viene tutt\u2019oggi) rigettato con spaventosa indifferenza come non vero, come esagerazione, come perfida propaganda dell\u2019altra parte o razionalizzata a cuor leggero attribuendo le colpe per i crimini di guerra agli stessi abitanti di Gaza (\u00abhanno iniziato loro\u00bb), oppure si dichiara apertamente di non essere in grado di provare compassione per loro.<br \/>\nSia l\u2019abbrutimento dei soldati sia l\u2019indifferenza della popolazione civile israeliana derivano da una disumanizzazione dei palestinesi che da tempo si dispiega incessantemente. 57 anni di barbarie dell\u2019occupazione e la persistente cancellazione del conflitto israelo-palestinese dall\u2019agenda politica di Israele e del mondo (come portata avanti intenzionalmente soprattutto da Netanyahu) hanno mostrato il loro inevitabile effetto. La vita umana palestinese per la maggior parte degli ebrei israeliani non vale molto, meno che mai dopo il 7 ottobre e meno ancora quando si tratta degli abitanti di Gaza che dall\u2019attuale governo israeliano vengono definiti nella loro quasi totalit\u00e0 come terroristi di Hamas.<br \/>\nSterminare, espellere, ricolonizzare: il piano israeliano per il nord di Gaza<br \/>\nUN\u2019EQUIPARAZIONE della catastrofe di Gaza con Auschwitz non \u00e8 sostenibile \u2013 la rigetta anche Gideon Levy nel suo editoriale. Ma non \u00e8 questo il punto. Per troppo tempo la politica israeliana ha strumentalizzato la singolarit\u00e0 di Auschwitz per scopi politici eteronomi. Dalla Shoah non si pu\u00f2 trarre insegnamento, neanche quello del postulato ideologico di quanto fosse necessario creare un \u00abrifugio per il popolo ebraico\u00bb, come ora dovrebbe essere diventato evidente.<br \/>\nSia l\u2019abbrutimento dei soldati sia l\u2019indifferenza della popolazione civile israeliana derivano da una disumanizzazione dei palestinesi che da tempo si dispiega incessantemente<br \/>\nSemmai, dalla Shoah, si potrebbe far derivare come messaggio astratto unicamente il principio guida di una societ\u00e0 impegnata a minimizzare se non a rendere impossibile che degli esseri umani continuino a produrre vittime umane. Questo potrebbe essere ci\u00f2 che Walter Benjamin intendeva con il \u00abdebole potere messianico\u00bb che viene attribuito a ogni generazione presente in relazione a generazioni passate.<br \/>\nE proprio in questo si manifesta l\u2019orrendo tradimento che Israele (non solo adesso, ma ora con una smisuratezza di sua scelta) ha commesso nei confronti della memoria di Auschwitz. E in questo, esattamente in questo, sta la spaventosit\u00e0 del simbolo che il primo ministro israeliano non parteciper\u00e0 alla cerimonia di commemorazione dell\u201980\u00b0 anniversario della liberazione di Auschwitz perch\u00e9 deve temere di essere arrestato come quel criminale di guerra che in quanto rappresentante di Israele \u00e8.<br \/>\n*( Moshe Zuckermann &#8211; sociologo israeliano. L&#8217;Olocausto non costituisce] un incidente di percorso, quanto piuttosto il punto culminante di uno sviluppo della civilt\u00e0 che ha origini lontane nel tempo, che \u00e8 accaduto nello spazio culturale dell&#8217;illuminismo e del progresso, cio\u00e8 di una modernit\u00e0 che celebra un&#8217;accelerazione nell&#8217;emancipazione umana dal punto di vista mondiale e storico. Pubblicato in origine su Overton Magazin. Traduzione a cura di Sveva Haertter e Helena Janeczek)<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>03 &#8211; Giansandro Merli*: PAESI SICURI, GOVERNO BOCCIATO ANCHE DOPO LA CASSAZIONE &#8211; MIGRANTI IL TRIBUNALE DI CATANIA LIBERA UN RICHIEDENTE ASILO EGIZIANO: LO STATO DI DIRITTO L\u00cc NON ESISTE. PRIMA DISAPPLICAZIONE DELLA NUOVA LEGGE. TRA UNA SETTIMANA LA COMPETENZA PASSER\u00c0 ALLE CORTI D\u2019APPELLO, MA CAMBIER\u00c0 POCO<\/strong><\/p>\n<p>Attraverso le schede del ministero degli Esteri e le fonti qualificate indicate dalla normativa europea il tribunale di Catania ha constatato che in Egitto persistono \u00abgravi violazioni dei diritti umani che investono, in maniera generale e costante, non solo ampie categorie di persone, ma anche il nucleo stesso delle libert\u00e0 fondamentali che connotano un ordinamento democratico\u00bb. La conseguenza, scrive il giudice Rosario Cupri, \u00e8 questa: \u00abIn Egitto non \u00e8 \u201cconfigurabile uno Stato di diritto che si possa definire realmente sicuro per tutti\u201d\u00bb. Ci sono le doppie virgolette perch\u00e9 l\u2019ultima frase cita l\u2019ordinanza interlocutoria firmata dalla Cassazione gioved\u00ec scorso. Quella su cui gli esponenti della maggioranza erano intervenuti in batteria dicendo: \u00abd\u00e0 ragione all\u2019esecutivo\u00bb (Sara Kelany, FdI), \u00abconferma la linea del governo\u00bb (Nicola Molteni, Lega) o \u00abboccia sinistre giudiziarie e politiche che ci boicottano\u00bb (Maurizio Gasparri, Fi).<\/p>\n<p>Meno di una settimana dopo, proprio basandosi su quella decisione, le toghe etnee hanno liberato un richiedente asilo egiziano di 30 anni che l\u2019altro ieri era stato rinchiuso nel centro di Modica-Pozzallo. \u00c8 la prima disapplicazione della legge varata due mesi e mezzo fa dal governo Meloni per rendere la lista dei \u00abpaesi sicuri\u00bb norma primaria. \u00abNel momento in cui l\u2019elenco \u00e8 inserito in una legge il giudice non pu\u00f2 disapplicarla, se ritiene sia incostituzionale pu\u00f2 fare ricorso alla Corte [costituzionale, ndr]\u00bb, aveva detto il 22 ottobre scorso il ministro della Giustizia Carlo Nordio annunciando la misura pensata per rispondere alle non convalide dei trattenimenti in Albania. A differenza di quanto sostenuto dal Guardasigilli, per\u00f2, anche una norma primaria pu\u00f2 essere disapplicata se contrasta con il diritto europeo.<br \/>\nCOS\u00cc HANNO FATTO a Catania seguendo ci\u00f2 che ha stabilito la Corte del Lussemburgo prima e la Cassazione poi: il giudice deve verificare che la designazione di un paese come sicuro, che spetta al governo, sia legittima. Ovvero rispetti i criteri della direttiva 32\/2013. Per il massimo tribunale nazionale questa classificazione \u00e8 corretta anche se le condizioni di sicurezza sono prevalenti e non assolute, cio\u00e8 se esistono dei rischi per alcune categorie di persone. A patto che \u00abla presenza di eccezioni soggettive tanto estese nel numero, accompagnata da persecuzioni e menomazioni generalizzate ed endemiche, non incida, complessivamente, sulla tenuta dello Stato di diritto\u00bb. In caso contrario sarebbe violata la direttiva e si pregiudicherebbe il valore costituzionale della dignit\u00e0.<br \/>\nProprio quello che secondo il tribunale di Catania avviene in Egitto, dove si ritrovano: pena di morte, per impiccagione, con un numero di esecuzioni tra i pi\u00f9 alti; detenzioni arbitrarie e arresti senza mandato; sparizioni forzate; violazioni verso avvocati, attivisti, giornalisti e oppositori; discriminazioni di minoranze religiose, donne, persone lgbt; uso sistematico di tortura e maltrattamenti. Lo dice la stessa scheda-paese redatta dai ministeri italiani per inserire, a maggio 2024, lo Stato nordafricano tra quelli sicuri: un\u2019evidente finzione che \u00e8 andata a sbattere contro l\u2019esame dei giudici.<br \/>\nNuovi trattenimenti a Porto Empedocle, ma i giudici non convalidano<br \/>\nERANO DUE MESI che i richiedenti asilo non venivano messi dietro le sbarre del centro di Modica-Pozzallo per sottoporli alle \u00abprocedure accelerate di frontiera\u00bb sulla loro domanda d\u2019asilo. Nello stesso periodo era rimasta vuota anche l\u2019analoga struttura di Porto Empedocle, dove cinque cittadini del Bangladesh sono stati rinchiusi marted\u00ec scorso, il giorno dopo l\u2019ordinanza della Cassazione. I giudici di Palermo li hanno liberati in 48 ore, ma seguendo un\u2019altra strada giuridica. La doppia mossa \u00e8 stata un test per l\u2019Albania, dove il governo vuole riprendere i trasferimenti.<\/p>\n<p>Da sabato prossimo, intanto, la competenza su queste convalide passer\u00e0 dalle sezioni specializzate in immigrazione alle Corti d\u2019appello. Lo ha stabilito la legge approvata il 4 dicembre scorso. L\u2019esecutivo spera di ottenere risultati migliori, ma non si capisce in base a quali presupposti: anche per i tribunali di secondo grado valgono diritto Ue e pronunce di Cassazione e Corte del Lussemburgo. Tra l\u2019altro a Roma sono stati arruolati dal presidente Giuseppe Meliad\u00f2, per esigenze tecniche, i giudici che si sono gi\u00e0 espressi sull\u2019Albania dal tribunale ordinario, dove erano stati aggiunti per far fronte all\u2019aggravio di lavoro. A Catania la sezione della Corte cui spetteranno le convalide sar\u00e0 presieduta da Massimo Escher: era a capo della locale sezione immigrazione del tribunale civile e prender\u00e0 servizio nei prossimi giorni. Il trasferimento \u00e8 stato proposto all\u2019unanimit\u00e0 dalla commissione del Consiglio superiore della magistratura (Csm) a fine settembre, quando lo spostamento di competenze non era neanche un\u2019ipotesi, e deliberato dal plenum il 20 novembre, quando la modifica era solo una proposta.:<br \/>\nFavilli: \u00abSui paesi sicuri la Cassazione ha dato torto al governo Meloni\u00bb<br \/>\nIN OGNI CASO pi\u00f9 che le toghe conta la legge: se la Cassazione ha sospeso il giudizio sul tema per attendere la decisiva sentenza della Corte Ue \u00e8 difficile credere che le Corti d\u2019appello possano dare il via libera ai trattenimenti. O non li convalideranno o rinvieranno tutto in Lussemburgo, liberando comunque i richiedenti asilo. La decisione dei giudici europei \u00e8 attesa per la primavera. Prima di allora i centri di trattenimento in Albania, o quelli in Sicilia, non si riempiranno.<br \/>\n*( Giansandro Merli &#8211; Cronista de Il Manifesto)<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>04 &#8211; Chiara Cruciati*: PALESTINA, FEMMINISMI E SAPIENZA FEMMINILENON ESISTER\u00c0 MAI TERRA LIBERA SENZA LA LIBERT\u00c0 DELLE DONNE. \u00c8 QUESTA LA BASE DI PARTENZA DELLA TEORIZZAZIONE POLITICA, CHE SI \u00c8 FATTA PRATICA NEL SECOLO SCORSO, DEI MOVIMENTI FEMMINILI E FEMMINISTI PALESTINESI.<\/strong><\/p>\n<p>ED \u00c8 DA QUI CHE PARTONO DUE LIBRI PUBBLICATI ALLA FINE DEL 2024 IN ITALIA: LA PALESTINA \u00c8 UNA QUESTIONE FEMMINISTA DI NADA ELIA (ALEGRE, PP. 224, EURO16), SCRITTRICE PALESTINESE, ATTIVISTA E DOCENTE UNIVERSITARIA DELLA DIASPORA, E QUESTA TERRA \u00c8 DONNA. MOVIMENTI FEMMINILI E FEMMINISTI PALESTINESI DELLA GIORNALISTA ITALIANA CECILIA DALLA NEGRA (ASTARTE, PP. 259, EURO 16).<br \/>\nCON MODALIT\u00c0 DIVERSE le due autrici indagano una storia lunga oltre un secolo, la sua evoluzione, i balzi in avanti e gli ostacoli. Elia ha pubblicato in lingua inglese prima del 7 ottobre 2023, precedendo l\u2019anno e mezzo di genocidio a Gaza e la mobilitazione internazionale che ha visto l\u2019incontro di realt\u00e0 diverse e diverse rivendicazioni. Il libro non ne risente, al contrario fornisce lo strumento di lettura di una storia ben precedente: guardare alla Palestina con la lente del colonialismo d\u2019insediamento, prima che del regime di apartheid e di segregazione etnica, per evitare di cadere nella trappola di una soluzione meramente giuridica.<br \/>\nCon il costante riferimento ad altre storie indigene, a partire dall\u2019Isola della Tartaruga (gli Stati uniti), Elia ricostruisce gli strumenti classici (e naturalmente patriarcali) del colonialismo d\u2019insediamento, di per s\u00e9 volti alla sottomissione e all\u2019annullamento sociale, politico, riproduttivo e produttivo delle donne, doppiamente subalterne, in quanto donne e in quanto indigene. In parallelo Elia attraversa le forme di resistenza messe in pratica dalle donne, in forma collettiva e pi\u00f9 strutturata.<br \/>\nUn percorso che Cecilia Dalla Negra approfondisce seguendo una linea cronologica che prende il via da fine Ottocento. Dalle prime organizzazioni femminili nate in Palestina, decenni prima del 1948, all\u2019opera di ricostruzione dell\u2019identit\u00e0 negli anni terribili della Nakba, dalle realt\u00e0 strutturate che affiancano l\u2019Organizzazione per la Liberazione della Palestina alla mobilitazione popolare della Prima Intifada, seme dell\u2019autogestione guidata dalle donne, il libro giunge fino all\u2019emersione del femminismo islamista, di rilettura e reinterpretazione del Corano, e alle realt\u00e0 femministe apartitiche al centro delle pi\u00f9 recenti rivolte popolari in tutta la Palestina storica.<br \/>\nDALLA NEGRA SCAVA negli archivi e regala un\u2019analisi complessa della teorizzazione politica dei femminismi palestinesi grazie alla produzione storica, letteraria e filosofica delle donne stesse: i testi, gli studi e i lavori citati sono quelli di sociologhe, antropologhe, politiche, storiche, un arcipelago di voci femminili che si auto-indagano, consapevoli delle vittorie e dei passi indietro.<br \/>\nMa mai sconfitte: al centro resta il lavoro teorico e pratico di superamento di due patriarcati, quello sociale interno, affrontato attraverso la partecipazione attiva e costante alle varie forme che la resistenza palestinese assume; e quello coloniale israeliano che, se da un lato dipinge le donne sia come vittime incapaci di una societ\u00e0 barbara sia come il ventre che cova mostri, dall\u2019altra le soffoca in uno stato di tripla subalternit\u00e0, come donne, come palestinesi, come resistenti.<br \/>\n*( Chiara Cruciati Segue le pagine internazionali, dalla scrivania di via Bargoni e dalle citt\u00e0 del Medio Oriente. Vicedirettrice del manifesto)<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>05 &#8211; Alessandro Scassellati*:IL RITORNO DELLE CLASSI SOCIALI NEL DIBATTITO SULLA COMPOSIZIONE SOCIALE IN ITALIA -DOPO DECENNI IN CUI IL DIBATTITO PUBBLICO E LA RICERCA SOCIOLOGICA IN ITALIA E A LIVELLO INTERNAZIONALE \u00c8 STATO PERMEATO DALLA FAMOSA FRASE DI MARGARET THATCHER CHE LA SOCIET\u00c0 NON ESISTE MENTRE \u201cCI SONO SINGOLI UOMINI E DONNE E CI SONO FAMIGLIE\u201d, SI TORNA A RAGIONARE SUL CONCETTO E SUL RUOLO DELLE CLASSI SOCIALI NELLA STRUTTURAZIONE DELLE SOCIET\u00c0 CONTEMPORANEE.<\/strong><\/p>\n<p>Pier Giorgio Ardeni, professore di Economia politica e dello sviluppo all\u2019Universit\u00e0 di Bologna, ha scritto un libro importante (Le classi sociali in Italia oggi, Laterza, Roma-Bari 2024) che fa il punto su ricerche e dibattito nazionale e internazionale sulla composizione sociale con l\u2019approccio dell\u2019economia politica, una disciplina che a partire dai suoi fondatori (Smith, Ricardo e Marx) ha sempre studiato la relazione tra economia e societ\u00e0, indagando in modo particolare il tipo di ordine sociale che storicamente emerge e si struttura di fatto in relazione al mutare dell\u2019economia capitalistica.<br \/>\nDi classi sociali si era praticamente smesso di parlare in Europa a partire dagli anni \u201990, sia nel discorso politico sia nella percezione comune. Nel 1999, Tony Blair, uno degli alfieri della \u201cterza via\u201d, aveva affermato che \u201cla lotta di classe \u00e8 finita\u201d perch\u00e9 \u201cora siamo tutti classe media\u201d negli stili di vita e nelle aspirazioni. Nell\u2019ambito di un capitalismo \u201cdemocratico\u201d, lo Stato doveva garantire uguali possibilit\u00e0 a tutti, intervenendo e contribuendo affinch\u00e9 tali aspirazioni degli individui si potessero realizzare sulla base del \u201cmerito\u201d (attraverso un rafforzamento del legame tra credenziali educative, lavoro e reddito). In quei decenni, con l\u2019avanzare dei processi di deindustrializzazione e di terziarizzazione dell\u2019economia, i sociologi (e anche i politici) hanno sostituito le classi sociali con termini pi\u00f9 neutri come quelli di \u201cceti, gruppi e fasce sociali\u201d, legati alla distribuzione del reddito, alle professioni e alle disparit\u00e0 di ceto (stili di vita), genere, et\u00e0, zona di origine ed etnia\/nazionalit\u00e0. Giuseppe De Rita e il Censis hanno cantato la \u201ccetomedizzazione\u201d come contraltare della terziarizzazione.<\/p>\n<p>Il merito di Ardeni \u00e8 quello di riaffermare, portando nuovi dati quantitativi e analisi interpretative, che il capitalismo della globalizzazione e la sua crisi (a partire dalla grande crisi finanziaria del 2008) sono stati capaci di riportarci in un mondo in cui le divisioni di classe sono tornate a contare, a fare la differenza per gli individui, perch\u00e9 danno luogo a disuguaglianze (di reddito, ricchezza, consumi, stili di vita, status e potere) che condizionano le concrete possibilit\u00e0 di vita (livello di istruzione, competenze, tipo di lavoro, reddito e sistema relazionale sociale). L\u2019ideologia neoliberista, che ha promosso e accompagnato la \u201clotta di classe\u201d dei grandi capitalisti (l\u20191% o il 10% pi\u00f9 ricco) contro le classi medie e operaie e l\u2019affermazione del capitalismo globalizzatore, ha esaltato per quattro decenni \u201cl\u2019individualismo metodologico\u201d, ossia \u201cche tutto ci\u00f2 che riusciamo a ottenere nella vita sia il risultato delle nostre scelte, delle nostre aspirazioni e del nostro sforzo. Nasciamo tutti uguali [di fronte alla legge], viviamo in un sistema che offre le stesse opportunit\u00e0 a tutti, impegniamoci senza lamentarci, senza dare la colpa al sistema! Tutto dipende dalla nostra performance, non conta di chi siamo figli o da dove veniamo ma solo il talento e l\u2019impegno, ovvero il merito\u201d (pag. 4). Le classi superiori hanno lasciato intendere che il sistema avrebbe concesso un\u2019opportunit\u00e0 a tutti, al di l\u00e0 delle disparit\u00e0 sociali \u201coriginarie\u201d, bastava volerlo (chi non ce la fa, \u00e8 perch\u00e9 non \u00e8 stato capace o non si \u00e8 impegnato abbastanza, non perch\u00e9 era in una condizione di partenza di inferiorit\u00e0), essere \u201cimprenditori di s\u00e9 stessi\u201d, senza per\u00f2 che venissero alterati n\u00e9 i meccanismi di accumulazione n\u00e9 quelli della distribuzione, anzi spingendo perch\u00e9 venisse data maggiore libert\u00e0 di movimento al capitale. Ma ora, con la crisi conclamata del capitalismo neoliberista, si rende evidente che di fatto non siamo tutti uguali (qualcuno \u00e8 \u201cpi\u00f9 uguale degli altri\u201d, come i maiali nella fattoria degli animali di George Orwell) e non lo siamo in ragione di differenze sociali che sono strutturate, ossia che hanno origine nell\u2019appartenenza di classe, a gruppi sociali con caratteristiche specifiche. \u201cLe disuguaglianze nella distribuzione del reddito, ad esempio, di cui si \u00e8 venuto discutendo negli ultimi anni, non sono soltanto dovute a differenze nel merito, nelle capacit\u00e0 individuali e finanche nelle opportunit\u00e0 di acquisire un\u2019istruzione adeguata, n\u00e9 semplicemente ai fallimenti dei mercati o alla scarsa concorrenzialit\u00e0. Al fondo, ci sono due altri elementi all\u2019opera che sono, ancora una volta, il \u201cconflitto\u201d tra capitale e lavoro \u2013 o, se si preferisce, tra redditi da capitale e redditi da lavoro \u2013 e l\u2019ereditariet\u00e0, che consente la ripartizione del patrimonio per vie familiari, perpetuando la disparit\u00e0 di ricchezza. A chi gi\u00e0 non ha \u00e8 lasciata la via del \u201cmerito\u201d in un sistema ove, per\u00f2, le \u201cenclosures\u201d generate dall\u2019appartenenza a club e circoli si sono fatte sempre pi\u00f9 decisive\u201d (pag. 7).<\/p>\n<p>La narrazione di Ardeni, costruita illustrando con dettaglio i dati e le analisi sulla stratificazione sociale italiana sviluppate negli ultimi 50 anni, a partire dal libro epocale di Paolo Sylos Labini, Saggio sulle classi sociali, Laterza, Roma Bari 1974, ci guida nell\u2019esplorazione dei mutamenti nella composizione sociale della societ\u00e0 italiana. Un viaggio che parte da una descrizione \u201cclassista\u201d della societ\u00e0 rimasta egemone fino agli anni \u201970, per poi passare a una descrizione \u201cstratificazionista\u201d in cui la classe media sembra ormai occupare quasi tutto lo spazio sociale (la \u201ccetomedizzazione\u201d), divenuta egemone dagli anni \u201980, per chiudere il cerchio e tornare oggi a rivalutare il ruolo delle classi nella composizione sociale, in presenza di una divaricazione crescente nei livelli di reddito, di un drastico rallentamento della mobilit\u00e0 sociale ascendente, e di una polverizzazione delle professioni medie, divise tra quelle alte e quelle basse, che contribuisce alla polarizzazione delle disparit\u00e0 nei redditi.<\/p>\n<p>Letture interpretative diverse della struttura sociale italiana che riflettono le diverse fasi storiche delle trasformazioni del capitalismo a livello nazionale e globale nell\u2019arco di questi cinque decenni. Con il mutare delle caratteristiche del modo di produzione capitalistico sono mutate sia le forze di produzione (risorse naturali, tecnologie, divisione del lavoro come funzione lavorativa) sia le relazioni sociali della produzione e distribuzione del reddito che innervano le particolari caratteristiche della struttura sociale (divisione in classi, ceti, strati, categorie, fasce di reddito e gruppi sociali) in ciascuna fase, dando vita a diverse formazioni sociali. Per schematizzare, dal dopoguerra abbiamo avuto due principali diverse tipologie di capitalismo: un capitalismo fordista\/keynesiano dei \u201ctrenta gloriosi\u201d (1945-1975), basato sul \u00abcompromesso tra capitale e lavoro\u00bb di stampo socialdemocratico, e un capitalismo globalizzatore regolato dal paradigma neoliberista (dal 1980 ad oggi), basato sulla centralit\u00e0 degli \u00abanimal spirits\u00bb del libero mercato. Ardeni \u00e8 anche interessato a mostrare che nel corso del tempo non \u00e8 solo variato il peso relativo delle classi, ma anche il loro peso politico, nei canali della rappresentanza, con effetti redistributivi non indifferenti.<\/p>\n<p><em>Marx e Weber<\/em><br \/>\nCon un approccio economico politico si prende necessariamente avvio da Karl Marx che, partendo dagli stessi presupposti analitici di Adam Smith e David Ricardo, nei primi decenni del passaggio al capitalismo industriale \u00e8 stato il primo a proporre una rappresentazione del corpo sociale in tre classi, distinte secondo la propriet\u00e0 dei mezzi di produzione e la fonte del reddito: i redditieri, la classe dei proprietari della terra; i capitalisti della classe borghese, proprietari dei macchinari e delle imprese industriali; i lavoratori della classe operaia, proprietari unicamente della loro forza lavoro. \u00c8 attraverso la lotta di classe tra borghesia e classe operaia che, secondo Marx, storicamente si struttura la societ\u00e0.<\/p>\n<p>Nelle sue analisi in diretta sul campo, come si vede in Il diciotto Brumaio di Luigi Bonaparte (1851) e Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850, Marx applica il suo schema interpretativo, ma \u00e8 costretto a parlare di frazioni e fazioni di classe per tutte le classi e specialmente per la borghesia. Ogni categoria professionale viene di fatto considerata come una classe o frazione di classe, segno della difficolt\u00e0 che lo stesso Marx ha incontrato nell\u2019usare il concetto astratto di classe nell\u2019analizzare dei comportamenti sociali e politici concreti.<br \/>\nD\u2019altra parte, con le successive trasformazioni del capitalismo, cos\u00ec come con la crescita del ruolo e delle funzioni svolte dalle grandi imprese e dallo Stato, un attore relativamente ancora poco strutturato a met\u00e0 del XIX secolo, sono cresciuti i processi di scomposizione e ricomposizione dei fattori capitale e lavoro. Nel campo del lavoro, con il cambiamento tecnologico si sono affermati nuovi, diversi e pi\u00f9 articolati rapporti di produzione, per cui sono emerse nuove specializzazioni e divisioni dei ruoli e delle mansioni che hanno dato vita a nuove articolate stratificazioni che hanno diluito e reso inefficace la conglomerazione del lavoro salariato in un\u2019unica \u201cclasse operaia\u201d. Un processo di scomposizione e ricomposizione che, insieme alla crescita dello Stato, ha portato alla nascita ed espansione di una \u201cclasse media\u201d, formata da professionisti indipendenti, lavoro impiegatizio alle dipendenze del capitale industriale, lavoro autonomo nell\u2019industria e nei servizi, e lavoro dipendente nella pubblica amministrazione (apparato burocratico).<\/p>\n<p>Al quadro di riferimento economico politico di Marx, si \u00e8 poi anche contrapposto quello pi\u00f9 eclettico di Max Weber, sostenitore del fatto che le classi non esistono solo in relazione ai mezzi di produzione. In contrapposizione al materialismo di Marx, Weber ha sostenuto che i fattori soggettivi della vita \u2013 ideologia, cultura, religione \u2013 sono altrettanto importanti rispetto al campo strettamente economico, aggiungendo al concetto di classe quelli di status e potere (inteso come influenza e controllo esercitato su persone e gruppi sociali), con l\u2019introduzione di fattori qualitativi immateriali come onore, prestigio, rispetto, qualit\u00e0 morali, istruzione, stili di vita, linguaggio, arte, rituali, codici culturali e valori che rimandano alla dimensione della coscienza collettiva e dell\u2019identit\u00e0 di classe o ceto, che non sono necessariamente dovuti alla ricchezza o al reddito, e che determinano stratificazioni sociali potenzialmente diverse da quelle di classe (come il ceto sociale). Secondo Weber, \u00e8 la complessa interrelazione della triade classe, status e rapporti di potere (che definiscono le aggregazioni sociali in termini di partiti) che determina storicamente la struttura della societ\u00e0 capitalistica, contribuendo a condizionare le opportunit\u00e0 e le scelte degli individui.<\/p>\n<p><em>DALLE CLASSI ALLE CLASSI<\/em><br \/>\nL\u2019analisi sociologico-economica italiana dagli anni \u201950 agli anni \u201970 ha rielaborato le nozioni di Marx e Weber. Quella di sinistra, incardinata sull\u2019impianto marxista, ha elaborato una teoria della struttura sociale fondata sulla relazione tra divisioni di classe e disuguaglianze, a favore della classe operaia, della sua emancipazione nelle direzioni socialista, socialdemocratica e comunista. Quella di stampo liberale ha utilizzato un\u2019impostazione americana per concepire una teoria della struttura sociale di tipo neo-weberiano incentrata sul ruolo chiave della grande e piccola borghesia, in cui le disuguaglianze nella distribuzione del reddito andavano ricercate nei diversi livelli di istruzione e qualificazione, nel potere di influenza di ceti e gruppi, nella diversa conformazione di settori economici e professioni e nel funzionamento pi\u00f9 o meno efficiente del mercato del lavoro e del sistema economico.<\/p>\n<p>In questo contesto, il lavoro di Sylos Labini ha rappresentato il tentativo ambizioso di operare una sintesi tra classificazione delle categorie economiche secondo la loro professione e secondo la fonte del loro reddito e un\u2019analisi sullo status, lo stile di vita, il livello di istruzione, la dimensione territoriale e finanche sulle aggregazioni politiche. Nella classificazione di Sylos Labini, supportata da dati quantitativi statistici, agli inizi degli anni \u201970 la societ\u00e0 italiana era strutturata in almeno tre principali classi sociali (articolate al loro interno) definite soprattutto nell\u2019ambito della sfera della produzione (lavoro), ma anche del modo in cui veniva ottenuto il reddito (rendite, profitti da capitale, salari e stipendi):<\/p>\n<p>\u2022 borghesia vera e propria (2,3%): formata da grandi proprietari di fondi rustici e urbani (rendite); imprenditori (industriali, immobiliari e finanziari) e alti dirigenti di societ\u00e0 per azioni (profitti e redditi misti con elevate quote di profitto); professionisti autonomi (redditi misti, con caratteri di redditi di monopolio grazie alle tutele degli ordini professionali);<br \/>\n\u2022 piccola borghesia\/classi medie (45,4%):<br \/>\n\u2022 2a. piccola borghesia impiegatizia (stipendi): costituita da impiegati pubblici e privati, tra cui insegnanti e addetti alla sanit\u00e0;<br \/>\n\u2022 2b. piccola borghesia relativamente autonoma (redditi misti): composta da coltivatori diretti, artigiani, piccoli professionisti (lavoratori autonomi), commercianti;<br \/>\n\u2022 2c. piccola borghesia composta da categorie particolari come militari, religiosi e altri (stipendi);<br \/>\n\u2022 3a. classe operaia (salari) (52,3% con il sottoproletariato): costituita da lavoratori salariati dell\u2019industria e dell\u2019edilizia (in espansione), da quelli del terziario e dai salariati agricoli (in forte riduzione);<br \/>\n\u2022 3b. sottoproletariato: composto da coloro che restano per lunghi periodi di tempo fuori dalla sfera di produzione in quanto disoccupati.<\/p>\n<p>Il focus dell\u2019analisi di Sylos Labini era soprattutto concentrato sull\u2019espansione della piccola borghesia (impiegatizia, commerciale e tecnica) e pi\u00f9 in generale delle classi medie (con i ceti medi da lui considerati come una \u201cquasi classe\u201d) tra il 1951 e il 1971. Questa espansione veniva spiegata sulla base del progresso tecnico e organizzativo (con l\u2019aumento delle dimensioni e della burocratizzazione delle imprese) e della burocratizzazione dello Stato frutto della mediazione politica, dell\u2019espansione dei servizi e della redistribuzione, e delle pratiche di clientelismo. Una delle conclusioni di Sylos Labini era che il potere politico (partiti, sindacati, burocrazia statale, gruppi della sinistra extra-parlamentare) era nelle mani di questa classe, \u201cma non sono i dirigenti effettivi\u201d, \u201cla classe dominante\u201d (1974, pag. 71). Il suo giudizio sulla piccola borghesia \u00e8 sferzante (bassa moralit\u00e0, difesa a oltranza della distinzione tra lavoro intellettuale e lavoro manuale come tra lavoro direttivo e lavoro esecutivo, corruzione, clientelismo, pratiche di sottogoverno, parassitismo, corporativismo, conservatorismo, deriva fascista, con \u201cindividui famelici, servili e culturalmente rozzi\u201d (1974, pag. XII). Mette in luce il ruolo chiave giocato dalla politica nella protezione di commercianti, liberi professionisti, piccoli imprenditori manufatturieri e nella promozione dell\u2019espansione della piccola borghesia (attraverso la creazione di posti di lavoro, leggi e interventi amministrativi, accordi contrattuali, clientelismo) in funzione di una stabilizzazione sociale e politica. L\u2019effetto principale di questa azione politica era stato, per Sylos Labini, che il terziario si era gonfiato oltre misura senza modernizzarsi e, quindi, senza che a questo corrispondesse un ampliamento e miglioramento dei servizi pubblici. Una situazione che aveva contribuito a provocare l\u2019ondata di lotta di classe della classe operaia a partire dalla seconda met\u00e0 degli anni \u201960.<\/p>\n<p>Sylos Labini era interessato a riflettere sulla possibilit\u00e0 di alleanze sociali e politiche che potessero favorire o impedire le riforme sociali. Ragionava sui possibili rapporti tra sinistra politica (PCI e PSI) e classe operaia (allora ancora economicamente in ascesa) con le classi medie per realizzare le riforme della pubblica amministrazione, della sanit\u00e0, dell\u2019urbanistica, dell\u2019universit\u00e0 e gli investimenti in edifici scolastici e universitari, ospedali1. Sosteneva che occorreva puntare sulla piccola borghesia degli intellettuali, scienziati, tecnici e dirigenti e che bisognava guardare all\u2019esperienza emiliana e di altre regioni \u201crosse\u201d, dove si era attuata un\u2019alleanza organica fra ceti medi e classe operaia, con un\u2019evidente egemonia dei primi (1974, pag. 107).<\/p>\n<p>L\u2019analisi di Sylos Labini ha aperto un vivace dibattito con contributi di Luciano Gallino, Alessandro Pizzorno, Massimo Paci, Arnaldo Bagnasco, Carlo Trigilia, Antonio Negri e Carlo Donolo che \u00e8 durato fino agli anni \u201980 e nel corso del quale si \u00e8 affermata l\u2019idea che vi siano almeno quattro caratteristiche che definiscono le classi: il reddito, secondo le sue fonti; la professione e il tipo di lavoro; le condizioni di vita e i riferimenti socio-culturali, ovvero lo stile di vita; i rapporti di potere. Dal punto di vista della ricerca empirica, per\u00f2, solo le prime due sono state investigate, dato che solo per queste erano disponibili dati statistici. Le altre due sono quindi rimaste confinate nel campo delle riflessioni teoriche a sostegno dei risultati empirici ottenuti con le ricerche delle prime due.<\/p>\n<p>Con gli anni \u201980 il quadro analitico di riferimento muta, al mutare del quadro sociale ed economico. Il sistema economico italiano entra in una fase turbolenta di instabilit\u00e0 e rallentamento della crescita (alta inflazione, \u201csvalutazioni competitive\u201d, contenimento dei salari, riduzione della scala mobile, ristrutturazioni e chiusure aziendali, aumento della disoccupazione, aumento del debito pubblico e crisi fiscale dello Stato). Sono anni in cui la classe operaia e dei tecnici non cresce pi\u00f9, mentre si continua ad allargare la fascia del pubblico impiego, del terziario commerciale e dei servizi. Le classi sociali non spariscono, ma restano sullo sfondo. Arrivano i modelli di analisi socio-metrici posizionali2 messi a punto negli Stati Uniti a partire dagli anni \u201940 (in gran parte frutto di un\u2019operazione di mistificazione e di manipolazione del pensiero di Max Weber, mettendo sullo stesso piano potere, autorit\u00e0 legale e burocrazia), per cui si afferma che non ci sono pi\u00f9 le classi (si sono \u201cdissolte\u201d), che la societ\u00e0 \u00e8 \u201cliquida\u201d, che tutto \u00e8 solo middle class, mentre il potere \u00e8 burocrazia (James Burnham, La rivoluzione manageriale 1941) nella quale lavorano persone della classe media scelte sulla base del merito. Cos\u00ec, il focus del dibattito scientifico si sposta dalle classi alla stratificazione sociale (soprattutto sugli strati che compongono i ceti medi) e su due aspetti a questa strettamente legati: quello della mobilit\u00e0 sociale (orizzontale, ascendente e discendente, ossia la possibilit\u00e0 di passare da un gruppo\/strato sociale a un altro) e quello delle disuguaglianze (di reddito e status).<\/p>\n<p>\u00c8 stato un tentativo di offuscamento del fatto che la storia dell\u2019economia politica degli ultimi quattro decenni \u00e8 stata caratterizzata da una guerra di classe tra capitale (i dominanti) e lavoro (i dominati) che, come ha sostenuto il finanziere Warren E. Buffett nel 2006, il capitale ha vinto a mani basse (attraverso la \u00abcontro-offensiva neoliberale\u00bb), per cui aveva notato che lui, un investitore miliardario pagava un\u2019aliquota fiscale pi\u00f9 bassa della sua segretaria. Una lotta di classe contro i lavoratori, i loro diritti acquisiti nei \u201ctrenta gloriosi\u201d, le politiche di redistribuzione del reddito e di protezione sociale. D\u2019altra parte, come notava Luciano Gallino nel 2012, \u201cla pi\u00f9 grande vittoria della classe dominante, di certo, \u00e8 aver fatto credere agli altri di non esistere pi\u00f9\u201d. Come sottolinea Ardeni, un offuscamento anche del fatto che le barriere per le scelte degli individui derivano ancora dalle divisioni presenti nella struttura sociale: \u201c\u00e8 un dibattito il cui risvolto ideologico, in realt\u00e0, maschera il tentativo di \u201candare oltre\u201d le classi sociali per rendere le condizioni di origine ineffettuali, come non sono, e per agire solo \u201ca valle\u201d, sui meccanismi di funzionamento del mercato\u201d (pag. 9). In sostanza, non si tratta di abbattere le barriere tra i gruppi sociali, ma di intervenire sulle storture e inefficienze dei mercati che non permetterebbero agli individui di fare le loro libere scelte, avendo tutti a disposizione le medesime opportunit\u00e0. Sono state proposte nuove classificazioni (affinamenti della suddivisione della societ\u00e0 in tre classi) \u2013 come quella del neo-weberiano John Goldthorpe, nota come EPG (che raggruppa le occupazioni in base alla situazione di lavoro e alla situazione di mercato) e adottata anche nello schema europeo ESEC (European Socio-Economic Classification) \u2013 e sono state fornite nuove stime, come quelle di Antonio Schizzerotto e dei suoi collaboratori, anche se le fonti statistiche hanno continuato a essere problematiche (soprattutto quelle sulla distribuzione dei singoli ruoli occupazionali).<\/p>\n<p>Il 1992 \u00e8 stato un anno di svolta per l\u2019Italia con la fine della \u201cprima Repubblica\u201d e del suo sistema di partiti, la pi\u00f9 grave crisi finanziaria italiana del dopoguerra (con la svalutazione della lira, l\u2019uscita dal Sistema monetario europeo e una pesantissima \u201cmanovra\u201d del governo Amato) e la firma del Trattato di Maastricht che porta all\u2019Unione Europea e apre la lunghissima stagione delle politiche neoliberiste di austerit\u00e0 (che hanno previsto tagli dei servizi pubblici, privatizzazioni, contenimento di salari e stipendi, riduzione degli investimenti in beni pubblici, delocalizzazioni produttive). Si passa al sistema elettorale maggioritario all\u2019insegna della \u201cgovernabilit\u00e0\u201d. Innovazione e investimenti (soprattutto pubblici) restano al palo, mentre la struttura produttiva e occupazionale va riducendosi e frammentandosi (con imprese di piccola dimensione). Rallenta di molto la crescita della produttivit\u00e0 del lavoro. Si punta su \u201cflessibilit\u00e0\u201d e precarizzazione, aumentando i contratti a tempo determinato, a tempo parziale, a progetto e saltuari. Le fasce pi\u00f9 deboli soffrono di pi\u00f9 la disoccupazione e la precariet\u00e0 dei loro rapporti lavorativi. Prende il via un processo di drastica riduzione di artigiani e lavoratori autonomi, la piccola borghesia autonoma. Anche il lavoro qualificato, sia dipendente sia autonomo, viene colpito. Si riduce il ruolo della contrattazione collettiva, mentre cresce quello della contrattazione individuale (con un conseguente indebolimento del sindacato). Mentre salari e stipendi non aumentano, anzi ristagnano o arretrano, grazie a politiche fiscali favorevoli, i redditi da capitale e altre fonti (rendite, profitti, capital gains), fortemente influenzati dall\u2019ereditariet\u00e0, crescono, alimentando le disuguaglianze e il processo di finanziarizzazione crescente dell\u2019economia.<\/p>\n<p>Mentre il paese attraversa una fase difficilissima e il mondo del lavoro va mutando (ad esempio, si amplia l\u2019occupazione nei settori dei servizi che adesso forniscono anche il maggiore contributo al PIL) \u2013 e con esso la struttura sociale \u2013 l\u2019analisi e l\u2019interpretazione di quanto avviene si fa pi\u00f9 frammentaria. \u201cLa narrazione dominante \u00e8 quella che enfatizza il ruolo della tecnologia, non solo nelle nuove professioni che vanno affermandosi e in come trasforma le vecchie, ma anche nei consumi e negli stili di vita. L\u2019idea che si sia entrati in una societ\u00e0 post-industriale si fa strada al punto che pare che lavori e professioni legati all\u2019industria non esistono pi\u00f9, che il lavoro manuale vada scomparendo e che l\u2019economia di oggi sia tutta \u2018servizi e tecnologia\u2019. Nelle imprese di tutti i settori le figure si sono moltiplicate, con una stratificazione che riflette competenze e livelli di qualificazione diversi e mansioni diverse. Alla frammentazione sul piano produttivo \u2013 anche retributivo \u2013 corrisponde una frammentazione sul piano sociale, che non \u00e8 che la naturale evoluzione di una societ\u00e0 matura in cui il livello di reddito ha consentito \u2013 tra gli anni Settanta e Novanta \u2013 la quasi totale generalizzazione di stili di vita e consumi tipicamente urbani, quelli che un tempo erano solo piccolo borghesi, alla grande maggioranza dei cittadini (con delle differenze, \u00e8 ovvio, date comunque dal livello assoluto del reddito). In questo processo, per\u00f2, \u00e8 progressivamente sbiadita l\u2019antica identit\u00e0 sociale delle classi che ora si \u2018assomigliano\u2019 tutte, per un verso (nella domanda di servizi minimi, nelle aspirazioni sociali e culturali), mentre continuano a differenziarsi, e di molto, sul piano della condizione occupazionale e professionale. Tutti si sentono classe media, pur non essendolo, secondo un processo di omologazione che rende evidente quanto la societ\u00e0 dei consumi di massa sia estesa\u201c (pag. 70).<\/p>\n<p>Negli anni 2000, in presenza di un\u2019economia sostanzialmente bloccata, che non cresce e in cui anche il processo di terziarizzazione verso la modernizzazione dei servizi sembra bloccarsi, gli studi condotti segnalano che anche l\u2019evoluzione della struttura sociale si \u00e8 bloccata. La mobilit\u00e0 sociale ascendente \u00e8 rallentata sino a quasi fermarsi e torna l\u2019idea della cristallizzazione delle divisioni di classe, secondo nuove linee di frattura. Si sviluppano anche analisi e dibattiti sulla scomparsa della classe operaia (ma mentre diminuisce quella industriale, aumentano i salariati nei servizi e nelle occupazioni impiegatizie, con sempre pi\u00f9 ampie fasce di lavoro precario, part-time e sotto-remunerato, una segmentazione che investe, donne, giovani e immigrati \u2013 un proletariato post-industriale) e della classe media. Quest\u2019ultima viene investita da una crisi che \u00e8 economica, ma che riguarda anche gli stili e le condizioni di vita, le aspettative e finanche le attitudini culturali. Con l\u2019introduzione di flessibilit\u00e0 e precarizzazione, parti delle classi medie si vedono scivolare verso la classe operaia. Un processo di declassamento che genera insicurezza, malessere, paura risentimento e rabbia che viene scaricata contro i deboli, i poveri e i fragili che sono visti solo come un peso per i cittadini \u00ablaboriosi\u00bb e \u00abrispettosi delle leggi\u00bb del ceto medio.<br \/>\nAl tempo stesso, per\u00f2, nelle nuove condizioni lavorative, pi\u00f9 precarie e frammentate, si riduce l\u2019identificazione tra gli individui e il loro lavoro non pi\u00f9 visto come un percorso di vita. La stessa classe operaia, oltre a ridursi, si frammenta, mentre il conflitto sociale si disperde e si spezzetta in micro-conflitti. Si riduce la mobilit\u00e0 sociale ascendente, mentre aumenta quella orizzontale, tra professioni e condizioni diverse ma equivalenti sul piano del reddito e dello status. Soprattutto, il precariato \u00e8 divenuto la nuova condizione proletaria contemporanea e investe sia la classe operaia sia la classe medio-bassa impiegatizia.<\/p>\n<p><em>La struttura sociale italiana oggi<\/em><br \/>\nArdeni offre una descrizione della situazione odierna (al 2023) delle classi sociali in Italia, riprendendo lo schema di riferimento di Sylos Labini, integrato da alcune modifiche. Ci\u00f2 che emerge \u00e8 che la classe operaia pesa ancora per circa un quarto (23,4%), ma \u00e8 divisa tra una componente garantita e una precaria (attiva soprattutto nell\u2019articolato mondo dei servizi \u2013 logistica, manutenzione, distribuzione commerciale, ristorazione, pulizie). Che la classe media \u00e8 certamente maggioritaria (65,6%), con quella medio-bassa che \u00e8 pi\u00f9 rilevante e anch\u2019essa divisa tra garantiti e precari, mentre quella medio-alta, insieme alla borghesia (11,%), pesa per circa un quarto.<br \/>\nLa composizione della forza lavoro occupata indica che ancora il 30,2% dei lavoratori \u00e8 nell\u2019industria, il 27,1% \u00e8 nei settori del terziario \u201cmaturo\u201d (commercio, pubblici esercizi, trasporti e comunicazioni), il 23,5% \u00e8 nel terziario dei servizi e il 17,3% nel settore pubblico. Il lavoro dipendente rappresenta quasi i quattro quinti del totale (78,6%): di questo il lavoro operaio (qualificato e non) pesa per un terzo (33,4%) e, se sommato al lavoro impiegatizio esecutivo, arriva al 47,9%, mentre il lavoro impiegatizio qualificato assomma al 30,4%. La precariet\u00e0, trasversale alle classi, riguarda oltre un terzo della forza lavoro dipendente, soprattutto femminile e giovanile3.<\/p>\n<p>Si profila una struttura sociale di classe che \u00e8 sostanzialmente inalterata dagli anni \u201990, la risultante di un paese fermo, la cui economia non cresce pi\u00f9 e la cui struttura sociale si \u00e8 cristallizzata. In termini di reddito, la classe media si \u00e8 ridotta (e sono le fasce alte a guadagnarci di pi\u00f9). La mobilit\u00e0 tra le classi si \u00e8 ingessata, con una prevalenza della mobilit\u00e0 discendente su quella ascendente (sia quella intergenerazionale sia quella Intra generazionale). Tuttavia, la classe media sembra essersi estesa a (quasi) tutte le classi sociali dal punto di vista degli stili di vita e dei consumi, delineando per\u00f2 una frattura in aumento tra redditi alti e redditi bassi che segnala la chiusura delle classi medio-alte. Un vero e proprio arroccamento che si estende alle classi superiori che adottano una strategia di \u201csecessione privata dalla societ\u00e0\u201d che rafforza l\u2019appartenenza alla propria classe\/casta4.<br \/>\nLa distribuzione del reddito mostra che il reddito medio delle famiglie italiane \u00e8 fermo da pi\u00f9 di 30 anni5. Sono cresciuti i lavoratori poveri (\u00abworking poor\u00bb), quelli che sono in \u00abpovert\u00e0 relativa\u00bb, anche nei settori \u00abdi punta\u00bb (quelli del \u00abmade in Italy\u00bb e della metalmeccanica che lavorano per i mercati esteri) di un\u2019economia ormai basata soprattutto su ristorazione, turismo, grande distribuzione, logistica e servizi poveri ormai fortemente dipendenti dalla manodopera migrante a basso salario. Difatti, tra il 2014 e il 2023 l\u2019incidenza della povert\u00e0 assoluta tra gli occupati \u00e8 passata dal 4,9% al 7,6%, e tra gli operai dal 9% al 14,6%. Circa 5,7 milioni di dipendenti guadagnano in media meno di 11 mila euro lordi annui, ma la fascia del lavoro a bassa retribuzione \u00e8 ancora pi\u00f9 ampia: vanno infatti aggiunti oltre 2 milioni di dipendenti con salari medi inferiori ai 17 mila euro lordi annui.<\/p>\n<p>Inoltre, non c\u2019\u00e8 pi\u00f9 una corrispondenza univoca tra posizione lavorativa (classe sociale) e reddito, a causa di due fattori determinanti: il capitale accumulato (anche nella forma di beni immobili) e il livello di istruzione. Quest\u2019ultimo \u00e8 diventato un motore di mobilit\u00e0 sociale molto meno potente rispetto al passato, superato dall\u2019appartenenza di classe, per cui si sta diffondendo l\u2019idea che si possa anche rinunciare a un titolo di studio. \u201cIl livello di istruzione dipende dal reddito e dalle aspettative (e aspirazioni) e varia con la famiglia di origine e l\u2019orientamento culturale familiare (ovvero dalla classe sociale). Pi\u00f9 basso \u00e8 il reddito, meno si spende (si investe) in istruzione e capitale umano. \u2018Far studiare i figli costa, ma se poi questi non fanno neppure carriera, perch\u00e9 non hanno il padre con una certa posizione, allora non ne vale la pena\u2019\u201d (pag. 11). Per cui ogni anno oltre 450mila giovani tra i 18 e i 24 anni abbandonano la scuola prematuramente, mentre circa 55mila se ne vanno via dall\u2019Italia, prendendo atto che non c\u2019\u00e8 posto per tutti. Oltre al tema del rapporto tra istruzione, distribuzione del reddito e classi sociali, Ardeni offre un\u2019analisi della questione di genere, di quella dell\u2019inattivit\u00e0 e dei NEET (si veda anche il nostro articolo qui), e dei divari territoriali.<\/p>\n<p>Infine, Ardeni \u00e8 anche interessato a esplorare i temi della rappresentanza politica delle classi, la loro rappresentanza nel discorso pubblico e l\u2019evoluzione recente del quadro politico italiano in relazione alla struttura sociale descritta. Cerca di analizzare come si \u00e8 riflessa la divisione di classe sulle proposte politiche e delle forze in campo. Si interroga sul fatto che visto che le classi esistono ancora \u2013 e con esse i divari che le separano \u2013 chi rappresenta, oggi, le classi popolari? Da anni ormai non c\u2019\u00e8 pi\u00f9 un partito della classe operaia, ma non c\u2019\u00e8 neanche un partito che faccia della classe dei precari (i nuovi proletari) la propria base (anche perch\u00e9 nessuno pi\u00f9 mette in discussione l\u2019esistenza della precariet\u00e0 come dello sfruttamento para-schiavistico degli immigrati \u2013 per un\u2019analisi sulla relazione bassi salari e immigrazione, si veda il nostro articolo qui). Emerge il quadro di \u201cuna societ\u00e0 che \u00e8 andata separandosi dal potere politico in cui si sente, evidentemente, sempre meno rappresentata, evidenziando, per\u00f2, una rottura preoccupante perch\u00e9 riguarda le fasce meno protette\u201d (pag. 245) delle classi popolari dei non garantiti. Ardeni si domanda se si pu\u00f2 fare qualcosa, almeno, per rimettere in moto l\u2019ascensore sociale: \u201cL\u2019esercito dei tanti precari, degli esclusi, dei marginalizzati, potrebbe essere aggregato in una proposta progressista, non difensiva, n\u00e9 \u201ccontro\u201d le classi medie e garantite. La mobilit\u00e0 sociale potrebbe essere riattivata, non tanto verso le posizioni alte, quanto verso quelle medie e medio-alte. Dando cos\u00ec nuovi stimoli anche a quella classe media che languisce, che sopravvive culturalmente ed economicamente\u201d (pag. 247).<\/p>\n<p>Attualmente assistiamo al crescente distacco tra parte debole e marginalizzata del corpo sociale e il sistema politico. Un\u2019economia ferma, in cui produttivit\u00e0 e reddito complessivo non crescono, in cui la mobilit\u00e0 sociale \u00e8 ferma \u201csta portando le classi medie e medio-basse su posizioni difensive, reclamando la chiusura delle frontiere (di classe) e maggiore protezione. Ed \u00e8 sulla difesa del ceto medio che ormai si gioca lo scontro politico, dimentico di quelle fasce popolari e marginali che pure esistono. La sinistra, la cui ragion d\u2019essere si fondava sul consenso delle classi popolari, non ha pi\u00f9 una prospettiva da opporre e pare aver rinunciato anche solo alla possibilit\u00e0 di un\u2019alternativa. Cos\u00ec, si assiste al progressivo allontanamento di quelle masse dalla stessa prospettiva democratica: escluse, non hanno pi\u00f9 voce, non partecipano pi\u00f9, mentre i partiti nell\u2019agone politico si spartiscono il consenso delle classi medie. Un\u2019involuzione che prepara solo il terreno a un\u2019involuzione della democrazia, minandone le basi alla radice\u201d (pag. 252).<br \/>\n*( Fonte: Sinistrainrete &#8211; Alessandro Scassellati Sforzolini &#8211; Ricercatore sociale e analista)<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Note<\/strong><br \/>\nProprio nel decennio \u201970 sono state realizzate alcune delle principali riforme del dopoguerra: l\u2019approvazione della legge sul divorzio nel 1972, con la vittoria del No al referendum abrogativo del 1974, l\u2019approvazione dello Statuto dei lavoratori nel 1974 e l\u2019approvazione della legge 194 sull\u2019aborto, l\u2019istituzione del Servizio sanitario nazionale e l\u2019abrogazione dei manicomi nel 1978. Perseguendo una strategia di attenzione e apertura alla classe media, il PCI raggiunse l\u2019apice con le elezioni del 1975 e 1976.[]<br \/>\nSi tratta di studi descrittivi che raggruppano coloro che condividono posizioni simili nelle relazioni di dominio e subordinazione nelle sfere dell\u2019economia e del lavoro e in quelle della distribuzione di vantaggi e svantaggi che determinano le condizioni di vita.[]<br \/>\nIl miglioramento degli indici del mercato del lavoro non rappresenta di per s\u00e9 una condizione sufficiente di inclusione se non \u00e8 affiancato da qualit\u00e0 e stabilit\u00e0 dei rapporti di lavoro: l\u2019occupazione \u00e8 uno strumento di protezione dal rischio di povert\u00e0 solo quando il lavoro \u00e8 stabile, tutelato, sicuro e dignitoso. Il reddito da lavoro non \u00e8 pi\u00f9 in grado di proteggere le persone e il loro nucleo familiare da un grave disagio economico e sociale. Bisogna aggiungere che nel 2023 oltre la met\u00e0 degli impiegati a tempo parziale avrebbe voluto lavorare di pi\u00f9 (era in un part-time involontario, in sostanza), un fenomeno che colpisce di pi\u00f9 le donne, in particolare quelle pi\u00f9 giovani, che non arrivano a 10mila euro lordi all\u2019anno, mentre il 34% degli occupati laureati (circa 2 milioni di persone) hanno un inquadramento professionale pi\u00f9 basso rispetto al titolo conseguito (sono \u00absovra-istruiti\u00bb). Ci sono poi 3 milioni di contratti a termine, persone che lavorano per 6-8 mesi in media all\u2019anno, un milione di persone che lavorano a chiamata (con una media di 50-60-70 giorni all\u2019anno), e un milione di persone che fa lavoro somministrato, mentre sono aumentate le collaborazioni, gli apprendisti e le partite IVA (spesso finte, inquadrate come dipendenti a tempo pieno senza godere dei \u00abprivilegi\u00bb dei colleghi regolarmente assunti).[]<br \/>\nSi tratta di un fenomeno di segregazione sociale volontaria, con le \u00abcomunit\u00e0 recintate\u00bb, le isole private, i super-yacht, i paradisi fiscali e tanti privilegi esclusivi dei super-ricchi, che il filosofo politico Michael J. Sandel (Quello che i soldi non possono comprare. I limiti morali del mercato, Feltrinelli, Milano 2013; Democracy\u2019s discontent. America in search of a public philosophy, Belknap Press of Harvard University Press, Cambridge, MA 1998) definisce \u00absky-boxification of society\u00bb, utilizzando la metafora delle cabine di lusso per i vip negli stadi di baseball, mentre i poveri stanno sotto il sole o la pioggia.[]<br \/>\nEurostat ha certificato \u2013 con i dati pubblicati nel \u00abQuadro di valutazione sociale\u00bb che monitora il progresso sociale in tutta Europa \u2013 che il reddito disponibile reale lordo delle famiglie \u00e8 in calo e l\u2019Italia \u00e8 fanalino di coda in Europa (Grecia a parte): dal 2008 persi 6 punti mentre la media Ue \u00e8 aumentata di 10. Se nei 27 paesi dell\u2019Unione \u2013 prendendo come riferimento il 2008, l\u2019anno della grande crisi \u2013 la media dei redditi disponibili nell\u2019ultimo anno sale da 110,12 a 110,82, in Italia cala da 94,15 a 93,74. Rispetto alla media europea, dunque, in Italia il reddito disponibile reale risulta inferiore di oltre 17 punti, a dimostrazione di come le condizioni economiche delle famiglie siano gravi e continuino a peggiorare. Per quanto riguarda il reddito l\u2019Italia rispetto al 2008 ha fatto meglio solo della Grecia \u2013 qui nel 2022 il reddito lordo disponibile era al 72,1 rispetto a quello del 2008 \u2013 mentre resta lontana dalla Germania con il 112,59 nel 2023. La Francia supera il 2008 \u2013 108,75 nel 2022 \u2013 mentre la Spagna \u00e8 ancora indietro (95,85) ma \u00e8 in fortissima ripresa.[]<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>06 &#8211; Roberto Della Seta*:GENOCIDIO O NO, ISRAELE \u00c8 UN PAESE CRIMINALE &#8211; I FATTI E LE PAROLE OGGI ISRAELE NON \u00c8 \u00abSIONISTA\u00bb, \u00c8 MOLTO PEGGIO: \u00c8 UNO STATO LE CUI \u00c9LITE POLITICHE CONDIVIDONO CON RARE ECCEZIONI L\u2019IDEA DI UN NAZIONALISMO AGGRESSIVO ED ESCLUSIVISTA CHE, COME DIMOSTRA PLASTICAMENTE LA FIGURA DI NETANYAHU, HA BISOGNO DI GUERRA PER SOPRAVVIVERE<\/strong><\/p>\n<p>Ho cambiato idea, credo di essermi \u201cradicalizzato\u201d. Circa un anno fa ho scritto su queste pagine dei miei dubbi sull\u2019opportunit\u00e0 di definire come \u00abgenocidio\u00bb la guerra condotta da Israele a Gaza. Dubbi, soprattutto, sul rischio che usare estensivamente un concetto cos\u00ec drammaticamente estremo, applicandolo a comportamenti che certo configurano crimini di guerra ma che sul piano giuridico sfuggono almeno in parte alla categoria canonica del genocidio, finisca per annacquare il senso, la percezione, la \u00absacralit\u00e0\u00bb di una parola coniata per dare un nome al male pi\u00f9 \u00abindicibile\u00bb: alla Shoah.<br \/>\nCapisco le ragioni di chi rimane affezionato a questa disputa terminologica \u2013 crimini di guerra s\u00ec, genocidio no \u2013 ma oggi la trovo \u00abdistraente\u00bb. I nomi, le parole sono importanti, per\u00f2 i fatti, le cose contano di pi\u00f9. I fatti sono che da pi\u00f9 di un anno Israele \u2013 chi la governa, il suo esercito, le sue forze di sicurezza, senza una significativa opposizione politica e sociale nel mondo ebraico-israeliano \u2013 procede nella distruzione sistematica e indiscriminata dei palestinesi che vivono nella Striscia di Gaza, tollera e spesso spalleggia le persecuzioni continue contro civili palestinesi in Cisgiordania a opera di bande di coloni ebrei israeliani, rifiuta sistematicamente ogni richiamo di organismi sovranazionali alla palese illegittimit\u00e0 dei suoi metodi guerra.<br \/>\nECCO, io penso che oggi dividersi tra quanti giudicano inaccettabili questi fatti, su come vadano nominati \u2013 genocidio? crimini di guerra? crimini contro l\u2019umanit\u00e0? \u2013 ne metta in ombra la gravit\u00e0 con pochi eguali nella storia recente e oscuri un fatto ulteriore che da essi consegue: Israele \u00e8 ormai a tutti gli effetti un Paese \u00abillegale\u00bb, \u00abcriminale\u00bb, altrettanto sprezzante del diritto internazionale e di quello umanitario dei Paesi e gruppi suoi nemici.<br \/>\nA Gaza le prove evidenti di un genocidio<br \/>\nLo \u00e8 non pi\u00f9 soltanto come governo, ma come entit\u00e0 giuridica che rivendica, con le sue istituzioni, il diritto di massacrare decine di migliaia di civili palestinesi per neutralizzare Hamas, di occupare per un tempo indefinito territori non suoi dominandone gli abitanti come sudditi di un potere assoluto, di trattare da cittadini di serie b milioni di arabi israeliani (\u00e8 apartheid? Anche in questo caso preferisco concentrarmi sulla cosa pi\u00f9 che sul nome).<br \/>\nDistraente da questa evidenza, particolarmente dolorosa per chi come me sente un legame profondo con le radici ebraiche dello Stato d\u2019Israele, considero anche il dibattito su sionismo e antisionismo. Il movimento sionista nacque alla fine dell\u2019Ottocento per dare speranza a milioni di ebrei d\u2019Europa perseguitati e discriminati.<br \/>\nIndicando l\u2019obiettivo concreto di costruire uno Stato ebraico in Palestina, fondava la sua visione su un valore \u2013 il diritto dei popoli ad autodeterminarsi \u2013 che ha conosciuto nella storia due declinazioni tra loro opposte: patriottismo democratico e nazionalismo esclusivista. Declinazioni, per guardare all\u2019Italia, che si combatteranno ferocemente nella guerra civile tra Resistenza e fascismo.<br \/>\nIL SIONISMO \u00e8 sempre stato abitato da entrambe queste \u00abanime\u00bb, e in pi\u00f9 ha recato fino dai suoi inizi i segni di un \u00abpeccato\u00bb originale: disinteresse per i diritti nazionali di quanti, non europei, vivevano da secoli nella \u00abterra promessa\u00bb. Il movimento sionista vedeva il mondo con occhi \u00abcolonialisti\u00bb: ma almeno fino a tutta la prima met\u00e0 del Novecento cos\u00ec lo vedevano anche pensieri e movimenti squisitamente progressisti.<br \/>\nBasti pensare a tanti socialisti rivoluzionari italiani che nel 1911 si entusiasmarono per la guerra coloniale in Libia, o alla sinistra socialista e comunista francese che alla fine degli anni \u201950 sostenne con forza la repressione contro l\u2019indipendentismo algerino.<br \/>\nSarebbe bene, allora, lasciare il sionismo alle analisi e ai giudizi degli storici. Oggi Israele non \u00e8 \u00absionista\u00bb, \u00e8 molto peggio: \u00e8 uno Stato le cui \u00e9lite politiche \u2013 fortunatamente non quelle intellettuali \u2013 condividono con rare eccezioni l\u2019idea di un nazionalismo aggressivo ed esclusivista che, come dimostra plasticamente la figura di Netanyahu, ha bisogno di guerra per sopravvivere. \u00c8 qui la prima e pi\u00f9 micidiale minaccia esistenziale per Israele: \u00e8 in quello che Anna Foa in un libro recente molto bello e molto sofferto ha chiamato il suo \u00absuicidio\u00bb.<br \/>\n*(Roberto Della Seta \u00e8 un giornalista, storico e politico italiano. Dal 2003 al 2007 \u00e8 stato presidente nazionale di Legambiente. Nel 2007 \u00e8 stato nominato responsabile ambiente nel primo esecutivo del neonato Partito Democratico ed eletto nell&#8217;assemblea costituente)<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<div class=\"mh-excerpt\"><p>01 &#8211; Anna Fabi*: Il discorso di fine anno del Presidente Mattarella 02 \u2013Moshe Zuckermann*: Israele e il tradimento della memoria di Auschwitz &#8211; Striscia <a class=\"mh-excerpt-more\" href=\"https:\/\/emigrazione-notizie.org\/?p=51188\" title=\"N\u00b001 &#8211; 4\/1\/2025 \u2013 RASSEGNA DI NEWS NAZIONALI E INTERNAZIONALI. 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