{"id":44944,"date":"2024-02-03T11:20:01","date_gmt":"2024-02-03T11:20:01","guid":{"rendered":"https:\/\/emigrazione-notizie.org\/?p=44944"},"modified":"2024-02-03T16:11:05","modified_gmt":"2024-02-03T16:11:05","slug":"n05-03-febbraio-2024-rassegna-di-news-nazionali-e-internazionali-news-dai-parlamentari-eletti-allestero","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/emigrazione-notizie.org\/?p=44944","title":{"rendered":"n\u00b005 \u2013 03\/02\/24 \u2013 RASSEGNA DI NEWS NAZIONALI E INTERNAZIONALI NEWS DAI PARLAMENTARI ELETTI ALL\u2019ESTERO."},"content":{"rendered":"<p><strong>01 &#8211; Sen. La Marca (PD) &#8211; Nessuna risposta da questo Governo alle mie interrogazioni riguardanti gli accordi con Qu\u00e9bec e Messico Comunicato &#8211; 01 febbraio 2024<\/strong><br \/>\n<strong>02 &#8211; Legge elettorale, \u00abla toppa peggio del buco\u00bb * RIFORME. Va bene eliminare dalla proposta di revisione costituzionale la legge elettorale con un premio di maggioranza prestabilito nel 55% dei seggi, come la maggioranza si \u00e8 convinta di dover fare, [\u2026]<\/strong><br \/>\n<strong>03 &#8211; \u00c8 impossibile analizzare il nuovo Pnrr. Nonostante gli annunci trionfalistici del governo, le informazioni disponibili sul Pnrr sono sempre meno. A oggi infatti \u00e8 impossibile capire in maniera puntuale come sia cambiato dopo la revisione e a che punto siano i lavori.<\/strong><br \/>\n<strong>04 \u2013 Sei milioni di profughi palestinesi necessitano di maggiore protezione Accoglienza.<\/strong><br \/>\n<strong>Viste le condizioni catastrofiche della striscia di Gaza, la corte di giustizia dell\u2019Ue ha affermato che la protezione dell\u2019Unrwa non basta pi\u00f9 e che i palestinesi potranno richiedere lo status di rifugiati. L\u2019Europa potr\u00e0 decidere se seguire il modello virtuoso applicato agli ucraini.<\/strong><br \/>\n<strong>05 &#8211; sabato Angieri*: L\u2019altro patto atlantico: 800 funzionari contro il sostegno Usa e Ue a Israele<\/strong><br \/>\n<strong>ISRAELE\/PALESTINA. Lettera anonima per \u00abtimore di ritorsioni\u00bb. L\u2019iniziativa segue i tentativi falliti di farsi sentire dai rispettivi vertici, accusati di mettere in pericolo la moralit\u00e0 delle istituzioni<\/strong><br \/>\n<strong>Protesta davanti alla Commissione Ue.<\/strong><br \/>\n<strong>06 &#8211; Sandro Mezzadra*: l vero dominio non \u00e8 mai astratto. Nel dibattito su Marx, a livello internazionale, almeno due novit\u00e0 si sono affermate negli ultimi anni. Il progredire della nuova edizione critica delle opere (la MEGA2) ha in primo luogo trasformato in profondit\u00e0 il corpus dei testi marxiani, portando alla luce migliaia di pagine di manoscritti e scomponendo testi come i Grundrisse, le Teorie del plusvalore, il secondo e il terzo libro del Capitale.<\/strong><br \/>\n<strong>07 &#8211; Riflessioni sulla Palestina di Comitato Antimperialista Arezzo e Collettivo Millepiani Arezzo<\/strong><br \/>\n<strong>Manifestazione per la Palestina 3.jpeg1. Resistenza e Rivoluzione in Palestina (*)<\/strong><br \/>\n<strong>08 &#8211; Paolo Griseri*: Dilemma dell\u2019occidentale progressista: stare coi contadini delle Ande o con le auto elettriche?<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>01 &#8211; Sen. La Marca (PD) &#8211; NESSUNA RISPOSTA DA QUESTO GOVERNO ALLE MIE INTERROGAZIONI RIGUARDANTI GLI ACCORDI CON QU\u00c9BEC E MESSICO COMUNICATO &#8211; 01 FEBBRAIO 2024<\/strong><br \/>\n\u201cQUESTO GOVERNO CONTINUA A MANCARE DI RISPETTO AGLI ITALIANI ALL\u2019ESTERO ignorando costantemente le nostre questioni, puntualmente sollevate in alcune interrogazioni, come quella sul riconoscimento reciproco delle patenti di guida Italia-Qu\u00e9bec, trattative che vanno avanti da anni, o come quella sulla stipula di convenzioni bilaterali di sicurezza sociale tra Italia e Messico. Il Viceministro Bignami (Viceministro delle Infrastrutture e dei Trasporti) e il Sottosegretario Silli (Sottosegretario agli Esteri con delega alle relazioni bilaterali con Canada e Messico e agli italiani nel Mondo), nonostante le mie numerose sollecitazioni, ancora non hanno formulato delle risposte\u201d. Cos\u00ec ha affermato la Sen. La Marca.<br \/>\nLa Senatrice La Marca, nello scorso anno, ha presentato pi\u00f9 volte un\u2019interrogazione sul riconoscimento reciproco delle patenti di guida tra l\u2019Italia e il Qu\u00e9bec, a distanza di mesi, una in data 31 gennaio 2023 e l\u2019altra il 29 novembre, ma non \u00e8 ancora pervenuta nessuna risposta. (qui il link all\u2019interrogazione)<br \/>\nIn merito alla convenzione di sicurezza sociale Italia-Messico invece, la Senatrice ha presentato un\u2019interrogazione all\u2019inizio dello scorso anno, il 28 febbraio 2023, ai Ministri degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, del Lavoro e delle Politiche Sociali e dell&#8217;Economia e delle Finanze per comprendere quale sia la politica del Governo in relazione alla tutela dei diritti previdenziali dei lavoratori italiani emigrati in Messico e dei lavoratori di tale Paese immigrati in Italia titolari di regolare permesso o carta di soggiorno. \u00c8 una questione molto importante richiesta dagli italiani all\u2019estero. (qui il link all\u2019interrogazione)<br \/>\n\u201cDopo 11 mesi, il silenzio del Governo su questi due atti \u00e8 assordante. Caro Sottosegretario Silli, se lei ha veramente a cuore l\u2019interesse degli italiani nel mondo, risponda al pi\u00f9 presto alle mie due interrogazioni e dimostri di avere attenzione e interesse verso questa grande comunit\u00e0 che anche lei rappresenta\u201d.<br \/>\n*(Sen. Francesca La Marca &#8211; 3\u00aa Commissione &#8211; Affari Esteri e Difesa- Electoral College &#8211; North and Central America- Senato della Repubblica XIX Legislatura)<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>02 &#8211; LEGGE ELETTORALE, \u00abLA TOPPA PEGGIO DEL BUCO\u00bb* RIFORME.<\/strong> VA BENE ELIMINARE DALLA PROPOSTA DI REVISIONE COSTITUZIONALE LA LEGGE ELETTORALE CON UN PREMIO DI MAGGIORANZA PRESTABILITO NEL 55% DEI SEGGI, COME LA MAGGIORANZA SI \u00c8 CONVINTA DI DOVER FARE, [\u2026]<br \/>\nVa bene eliminare dalla proposta di revisione costituzionale la legge elettorale con un premio di maggioranza prestabilito nel 55% dei seggi, come la maggioranza si \u00e8 convinta di dover fare, ma \u00abla toppa rischia di essere peggio del buco\u00bb, denuncia il deputato Pd Federico Fornaro.<br \/>\nLa \u201ctoppa\u201d \u00abnon pu\u00f2 certo essere un generico rimando a una legge che preveda un premio che garantisca la maggioranza, senza tetto massimo n\u00e9 soglia minima\u00bb. Perch\u00e9 cos\u00ec, \u00abin teoria si potrebbero generare mostri simili alla legge Acerbo. La soluzione migliore \u00e8 non inserire in Costituzione il tema della legge elettorale\u00bb.<br \/>\n*(Fonte: Il Manifesto)<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>03 &#8211; \u00c8 IMPOSSIBILE ANALIZZARE IL NUOVO PNRR. NONOSTANTE GLI ANNUNCI TRIONFALISTICI DEL GOVERNO, LE INFORMAZIONI DISPONIBILI SUL PNRR SONO SEMPRE MENO. A OGGI INFATTI \u00c8 IMPOSSIBILE CAPIRE IN MANIERA PUNTUALE COME SIA CAMBIATO DOPO LA REVISIONE E A CHE PUNTO SIANO I LAVORI. (*)<\/strong><\/p>\n<p>\u2022 Il nuovo Pnrr \u00e8 stato approvato, ma a oggi abbiamo informazioni solo sulle scadenze, non sulle misure nuove o modificate e sui relativi importi.<br \/>\n\u2022 Fino a marzo non avremo dati aggiornati sui progetti finanziati dal piano, alla luce della revisione.<br \/>\n\u2022 Persistono le lacune di sempre: non ci sono dati sull&#8217;avanzamento dei lavori e della spesa per i progetti e sono sempre meno le informazioni sulle scadenze.<br \/>\n\u2022 Nonostante tutto la commissione europea si \u00e8 espressa positivamente sull&#8217;operato italiano.<br \/>\n\u2022 Nelle ultime settimane la comunicazione del governo sul piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) ha assunto toni trionfalistici. Una modalit\u00e0 giustificata anche da alcuni importanti risultati raggiunti nell\u2019arco di poco tempo. Dapprima l\u2019approvazione da parte delle istituzioni europee della proposta di revisione del piano, inclusa la nuova missione dedicata all\u2019energia: il Repower Eu. Successivamente l\u2019erogazione della quarta tranche di fondi legata agli obiettivi che il nostro paese doveva raggiungere entro il giugno scorso. Seguita dall\u2019invio della richiesta della quinta rata relativa alle scadenze fissate per la seconda parte del 2023. Infine, la ricezione di un anticipo di 551 milioni di euro per il Repower, annunciata gioved\u00ec scorso da Meloni.<\/p>\n<p>CONSIDERIAMO QUELLO DI OGGI UN ULTERIORE ED IMPORTANTE PASSO AVANTI SULL\u2019ATTUAZIONE DEL PNRR CHE IL GOVERNO STA PORTANDO AVANTI CON EFFICACIA E DETERMINAZIONE.<br \/>\nRecentemente anche la presidente uscente della commissione europea Ursula Von Der Leyen ha dato il suo endorsement al lavoro fatto dall\u2019esecutivo italiano su questo fronte. Eppure le criticit\u00e0 sono tutt\u2019altro che risolte. Anche e soprattutto per quanto riguarda la trasparenza e la disponibilit\u00e0 di informazioni. Anzi, da questo punto di vista sono stati fatti dei passi indietro.<\/p>\n<p>IL NUOVO PNRR \u00c8 STATO APPROVATO DA QUASI 2 MESI MA ANCORA NON CI SONO INFORMAZIONI DETTAGLIATE DI COM\u2019\u00c8 CAMBIATO.<br \/>\nNonostante siano passati quasi due mesi dall\u2019approvazione del piano rivisto infatti a oggi mancano all\u2019appello ancora moltissime informazioni. A partire dall\u2019elenco aggiornato di tutte le riforme e degli investimenti previsti e del relativo quadro finanziario. Il rilascio di molte di queste informazioni \u00e8 legato all\u2019entrata in vigore di un decreto legge che dovrebbe dare attuazione alla revisione del piano. Tale misura era stata anche annunciata dalla presidente del consiglio Giorgia Meloni durante la conferenza stampa di fine anno ma ancora non \u00e8 stata emanata.<br \/>\nIl perdurare di questa situazione di stallo ha peraltro determinato, da mesi, il mancato aggiornamento di tutte le fonti ufficiali che pubblicavano informazioni sull\u2019avanzamento del piano. Per questo motivo a oggi \u00e8 impossibile capire esattamente come sia cambiato il Pnrr e a che punto sia. Chiediamo dunque che siano pubblicati al pi\u00f9 presto dati aggiornati.<br \/>\nIl via libera definitivo al nuovo piano italiano \u00e8 arrivato nel corso del consiglio dell\u2019Unione europea dell\u20198 dicembre scorso, ma un primo semaforo verde era gi\u00e0 arrivato dalla commissione europea il 24 novembre. Come abbiamo spiegato in questo articolo, per diverse settimane l\u2019unico documento disponibile che fornisse informazioni sul nuovo piano era stato rilasciato proprio dalla commissione. Si trattava per\u00f2 di una relazione in cui venivano indicate in maniera molto sintetica le principali modifiche apportate.<\/p>\n<p>123 LE MISURE MODIFICATE O AGGIUNTE NELLA NUOVA VERSIONE DEL PNRR APPROVATA DALLA COMMISSIONE EUROPEA.<\/p>\n<p>PER DIVERSE SETTIMANE QUINDI, NON SONO STATE DISPONIBILI INFORMAZIONI DETTAGLIATE E SISTEMATICHE, MISURA PER MISURA, SU:<\/p>\n<p>\u2022 importo assegnato (aumentato a 194,4 miliardi di euro complessivi);<br \/>\n\u2022 obiettivi da raggiungere (i nuovi milestone e target);<br \/>\n\u2022 progetti da realizzare.<br \/>\nA oggi, solo una di queste tre lacune \u00e8 stata colmata. Lo scorso 19 gennaio infatti Italia domani ha pubblicato un dataset relativo alle scadenze. Certamente si tratta di un primo elemento importante. Grazie a questo file infatti \u00e8 possibile capire molte cose. Ad esempio com\u2019\u00e8 cambiata la distribuzione degli impegni assunti dal nostro paese da oggi fino al 2026. Un primo dato che balza all\u2019occhio \u00e8 che gli impegni previsti per la fine del 2023 sono diminuiti, passando da 69 a 52. Di conseguenza \u00e8 diminuito anche l\u2019importo richiesto dall\u2019Italia all\u2019Ue, passando da 18 a 10,6 miliardi.<\/p>\n<p>+90 LE SCADENZE DI RILEVANZA EUROPEA A SEGUITO DELL\u2019APPROVAZIONE DEL NUOVO PNRR ITALIANO.<br \/>\nPossiamo concludere quindi che non solo si aggiungono delle nuove scadenze a cui il nostro paese dovr\u00e0 adempiere \u2013 a partire da quelle riguardanti la missione aggiuntiva del Repower Eu \u2013 ma anche che alcune di quelle gi\u00e0 previste sono state posticipate. Questo comporter\u00e0 inevitabilmente uno sforzo importante nei prossimi 3 anni, anche per cercare di recuperare il ritardo accumulato.<\/p>\n<p>I DATI CHE MANCANO<br \/>\nDal database pubblicato sarebbe possibile dedurre anche un quadro aggiornato relativamente alle nuove misure del piano e alle componenti e missioni cui queste appartengono. Tuttavia, anche volendo effettuare autonomamente questa operazione, manca ancora un dettaglio fondamentale. E cio\u00e8 il quadro aggiornato delle risorse assegnate a ogni misura del piano. Oltre a una descrizione dettagliata degli interventi che si intende realizzare che non si esaurisca con il mero titolo. Questo vale anche per il piano energetico Repower Eu, cio\u00e8 un\u2019intera missione che si va ad aggiungere al Pnrr, con interventi di cui a oggi di certo sappiamo poco o nulla.<\/p>\n<p>Anche dal lato delle scadenze comunque, il dataset pubblicato rivela una mancanza che non viene in alcun modo spiegata. Sono infatti scomparse le scadenze italiane. Cio\u00e8 quei target e milestone intermedi, che il governo nazionale aveva programmato per facilitare il raggiungimento degli adempimenti di rilevanza europea.<\/p>\n<p>MANCANO ANCORA INFORMAZIONI AGGIORNATE SU QUADRO FINANZIARIO E PROGETTI da realizzare.<br \/>\nMa l\u2019aspetto pi\u00f9 critico \u00e8 forse quello riguardante i dati sui progetti. Nell\u2019ultimo anno infatti la ragioneria generale dello stato aveva iniziato ad aggiornare queste informazioni con cadenza trimestrale. L\u2019ultima pubblicazione risale allo scorso 4 dicembre. Come abbiamo visto per\u00f2 a quel giorno il nuovo Pnrr non era ancora entrato definitivamente in vigore. I dati pi\u00f9 recenti sui progetti (attualmente circa 229mila) non sono quindi allineati al piano modificato. E questo comporta diversi problemi. Non ultimo quello di capire una volta per tutte che fine faranno gli interventi \u2013 tuttora presenti nell\u2019ultimo dataset pubblicato \u2013 rientranti nelle 9 misure che il governo ha deciso di definanziare.<br \/>\nIl rischio quindi \u00e8 che questo disallineamento tra progetti e nuovo Pnrr si protragga ancora almeno fino a marzo. Sempre ammesso che questo processo non richieda pi\u00f9 tempo vista la necessit\u00e0 di aggiornare le misure del piano. Per tutti questi motivi a oggi \u00e8 impossibile capire con chiarezza come sia cambiato il Pnrr e a che punto ci troviamo per quanto riguarda lo stato di avanzamento dei lavori. Ma queste non sono le uniche lacune in termini di trasparenza.<\/p>\n<p>UN PASSO INDIETRO SULLA TRASPARENZA<br \/>\nDa un lato, le criticit\u00e0 che abbiamo appena descritto rappresentano una svolta negativa rispetto ai lievi miglioramenti degli scorsi mesi sul fronte dei progetti. \u00c8 dallo scorso aprile infatti, che il governo pubblica trimestralmente su Italia domani, dataset relativi ai progetti finanziati dal Pnrr. INFORMAZIONI QUALI LA NATURA DEGLI INTERVENTI, LE RISORSE ASSEGNATE E I TERRITORI INTERESSATI.<br \/>\nLE RICHIESTE FOIA PER IL PNRR.<br \/>\n\u00c8 un risultato che deriva almeno in parte dalla nostra continua domanda di trasparenza, dati e informazioni, che negli anni si \u00e8 tradotta anche in due richieste di accesso agli atti (Foia), presentate da noi e altri soggetti della societ\u00e0 civile.<\/p>\n<p>NON CONOSCIAMO LO STATO DI AVANZAMENTO DEI LAVORI E DELLA SPESA.<br \/>\nDall\u2019altro lato tuttavia, i problemi rilevati si inseriscono perfettamente in un quadro che fin dall\u2019avvio del Pnrr presenta lacune in termini di trasparenza. Per quanto riguarda i progetti, mancano ancora dati relativi allo stato di avanzamento dei lavori e della spesa. Sono informazioni fondamentali per capire concretamente come stanno procedendo opere e interventi che avranno un impatto sulla vita dei cittadini italiani. E che inoltre dovranno necessariamente concludersi entro il 2026.<br \/>\nSappiamo che sulla piattaforma Regis queste informazioni esistono, tant\u2019\u00e8 che abbiamo recentemente analizzato una relazione allarmante dell\u2019ufficio parlamentare di bilancio sull\u2019andamento della spesa per il Pnrr. Tuttavia questi dati non sono accessibili pubblicamente e questo tipo di relazioni e rilasci sono sporadici, insufficienti a un monitoraggio.<\/p>\n<p>CI SONO SEMPRE MENO DATI SULLE SCADENZE.<br \/>\nAnche sulle scadenze continuiamo a evidenziare mancanze. Innanzitutto l\u2019ultima relazione del governo al parlamento sullo stato di attuazione del piano risale al 31 maggio 2023. Mentre per legge dovrebbe essere trasmessa con cadenza semestrale. Al di l\u00e0 della relazione poi, sono pochi i dati accessibili sull\u2019andamento di milestone e target anche da altre fonti. Questa condizione, che va avanti fin dall\u2019inizio, si \u00e8 aggravata negli ultimi mesi, a fronte dello stallo dovuto al processo di revisione del piano nazionale. I ministeri non hanno pi\u00f9 aggiornato i propri siti a riguardo e anche la documentazione parlamentare sul tema ha subito un calo di qualit\u00e0 e aggiornamenti.<\/p>\n<p>IL PIANO PROCEDE NONOSTANTE TUTTO<br \/>\nParallelamente per\u00f2 il Pnrr \u00e8 andato avanti: il governo ha richiesto a Bruxelles la quinta rata di finanziamento e Italia domani ha condiviso il conseguimento di tutte le scadenze che erano previste per il quarto trimestre del 2023. Questa attivit\u00e0 \u00e8 praticamente inutile ai fini di un monitoraggio dell\u2019andamento del piano. Sulla piattaforma infatti vengono condivisi aggiornamenti solo a posteriori, quando il governo considera gi\u00e0 completati tutti gli interventi. Tra l\u2019altro in molti casi non viene neanche pubblicata una documentazione che provi l\u2019effettivo conseguimento, che \u00e8 solo dichiarato.<\/p>\n<p>D\u2019altra parte il passo indietro in termini di trasparenza, che abbiamo appena descritto, non \u00e8 in alcun modo osteggiato dalla commissione europea. Anzi, l\u2019organo esecutivo Ue ha un approccio assolutamente favorevole al lavoro del governo sul piano nazionale.<\/p>\n<p>L\u2019ITALIA \u00c8 ASSOLUTAMENTE IN LINEA CON LA TABELLA DI MARCIA DEL PNRR: MET\u00c0 DEI FONDI \u00c8 STATA GI\u00c0 EROGATA \u00c8 QUESTA \u00c8 UNA BELLISSIMA NOTIZIA.<\/p>\n<p>Per le istituzioni europee l\u2019importante sembra dunque essere l\u2019erogazione dei fondi al nostro paese. Intanto la quinta rata ammonta a 7 miliardi in meno del previsto, nel 2023 abbiamo speso solo il 7,4% dei fondi preventivati e a oggi non sono disponibili informazioni complete sul nuovo Pnrr. Ma in vista delle elezioni europee di giugno, quando la presidente della commissione Von der Leyen si giocher\u00e0 la rielezione, e con altri temi di negoziazione sul tavolo, in primis il patto di stabilit\u00e0, le priorit\u00e0 dei rapporti tra la commissione Von der Leyen e il governo Meloni evidentemente sono altre.<\/p>\n<p>IL NOSTRO OSSERVATORIO SUL PNRR<br \/>\nQuesto articolo rientra nel progetto di monitoraggio civico OpenPNRR, realizzato per analizzare e approfondire il piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Ogni luned\u00ec pubblichiamo un nuovo articolo sulle misure previste dal piano e sullo stato di avanzamento dei lavori (vedi tutti gli articoli). Tutti i dati sono liberamente consultabili online sulla nostra piattaforma openpnrr.it, che offre anche la possibilit\u00e0 di attivare un monitoraggio personalizzato e ricevere notifiche ad hoc. Mettiamo inoltre a disposizione i nostri open data che possono essere riutilizzati liberamente per analisi, iniziative di data journalism o anche per semplice consultazione.<\/p>\n<p>PER RICEVERE NUOVE RISORSE, IL GOVERNO DEVE COMPLETARE ENTRO LA FINE DELL&#8217;ANNO ANCORA 2 SCADENZE Ue del terzo trimestre e 38 del quarto.<br \/>\nL&#8217;esecutivo vuole modificare il Pnrr, individuando come principali problemi il rincaro dei costi di energia e materie prime e il rischio di ritardi.<br \/>\nLa volont\u00e0 di modificare il piano \u00e8 comunque subordinata ad alcune clausole poste dall&#8217;Unione europea.<br \/>\nFinch\u00e9 non saranno approvate eventuali modifiche al Pnrr, il governo deve conseguire le scadenze rimaste se non vuole perdere fondi.<br \/>\nIl dipartimento per la trasformazione digitale e il ministero dell&#8217;ambiente e sono gli enti con pi\u00f9 scadenze da completare entro dicembre.<br \/>\nManca meno di un mese alla fine dell\u2019anno, un appuntamento cruciale nel cronoprogramma del piano nazionale di ripresa e resilienza. Il 31 dicembre infatti si chiude il quarto trimestre del 2022 e con esso il termine per completare le scadenze europee previste dal Pnrr. Non solo quelle indicate per il periodo che va da ottobre a dicembre, il quarto trimestre appunto, ma anche per i tre mesi precedenti tra giugno e agosto, cio\u00e8 il terzo trimestre 2022. Il loro conseguimento \u00e8 un passaggio necessario per poter chiedere all\u2019Unione europea un nuovo rilascio di fondi.<\/p>\n<p>OGNI SEI MESI LA COMMISSIONE EUROPEA CONTROLLA CHE I PAESI ABBIANO COMPLETATO LE SCADENZE UE DEL PNRR. IN CASO DI VERIFICA POSITIVA, SI PROCEDE ALL\u2019EROGAZIONE DEI FONDI. VAI A \u201cCOME L\u2019UE VERIFICA L\u2019ATTUAZIONE DEI PNRR NEGLI STATI MEMBRI\u201d<\/p>\n<p>In base alla nostra attivit\u00e0 di monitoraggio, l\u2019ultimo aggiornamento al 25 novembre 2022 conferma che 2 scadenze europee del terzo trimestre sono ancora da completare e quindi in ritardo. Si tratta in particolare dell\u2019aggiudicazione di tutti gli appalti pubblici per le green communities e dell\u2019entrata in vigore della riforma per i servizi idrici integrati. A queste 2 milestone si aggiungono poi le 38 scadenze ancora da completare, sulle 51 previste per il quarto trimestre.<\/p>\n<p>40 SU 55 LE SCADENZE EUROPEE DEL PNRR CHE L\u2019ITALIA DEVE ANCORA COMPLETARE PER POTER CHIEDERE NUOVE RISORSE ALL\u2019UE.<\/p>\n<p>Sempre in base al nostro monitoraggio, dei 38 milestone e target da completare nel quarto trimestre, 15 sono a buon punto, quindi a un passo dal completamento, ma ben 23 ancora in corso, cio\u00e8 interventi avviati ma lontani dalla loro realizzazione. Solo 13 scadenze su 51 risultano invece completate.<\/p>\n<p>IN ALTRE PAROLE: MANCA POCO AL TERMINE E IL NOSTRO PAESE NON HA RISPETTATO NEANCHE MET\u00c0 DEGLI IMPEGNI PREVISTI PER IL TRIMESTRE IN CORSO.<\/p>\n<p>LE SCADENZE EUROPEE DEL PNRR PER IL QUARTO TRIMESTRE 2022<br \/>\nLE 51 SCADENZE UE DEL PNRR DA RAGGIUNGERE TRA OTTOBRE E DICEMBRE 2022, IL LORO STATO DI AVANZAMENTO, LE MISURE E I TEMI<br \/>\nLa questione \u00e8 capire come il governo Meloni si sta ponendo rispetto a queste scadenze da completare. Sempre in base al nostro monitoraggio, possiamo segnalare che nelle ultime settimane, di passi avanti nell\u2019attuazione di milestone e target ce ne sono stati pochi. Se questo da un lato \u00e8 comprensibile, per via di tempi e passaggi di consegne che l\u2019insediamento di un nuovo esecutivo comporta, dall\u2019altro lascia aperti molti dubbi su quello che succeder\u00e0 da qui ai prossimi mesi.<br \/>\nCome abbiamo avuto modo di raccontare in altri articoli, la coalizione a sostegno del governo Meloni ha dichiarato in diverse occasioni \u2013 gi\u00e0 a partire dalla campagna elettorale \u2013 di voler modificare il Pnrr attuale. E anche se l\u2019esecutivo non ha ancora presentato alla commissione europea una proposta di revisione, diverse dichiarazioni anche recenti ne confermano le intenzioni.<br \/>\nIn primis l\u2019intervento della presidente Giorgia Meloni all\u2019assemblea dell\u2019Anci (associazione nazionale comuni italiani) del 24 novembre scorso. In quell\u2019occasione Meloni ha ribadito infatti la volont\u00e0 di verificare con la commissione europea le misure pi\u00f9 idonee ad aggiornare il piano. Posizioni riprese anche da Raffaele Fitto, ministro per gli affari europei, il sud, le politiche di coesione e il Pnrr. Il quale ha sottolineato in un recente colloquio con Repubblica l\u2019intenzione di implementare il piano e di armonizzarlo con i fondi di coesione. Oltre che di modificare obiettivi e scelte che ormai non considera pi\u00f9 attuali.<\/p>\n<p>ABBIAMO AVUTO GUERRA E SHOCK INFLAZIONISTICO: IMPENSABILI. NON SAPPIAMO A QUALI ALTRI CIGNI NERI ANDREMO INCONTRO.<br \/>\n\u2013 Raffaele Fitto, ministro per gli affari europei, il sud, le politiche di coesione e il Pnrr<br \/>\nLe criticit\u00e0 sottolineate finora dall\u2019esecutivo si concentrano quindi su due questioni principali. La prima \u00e8 quella relativa alla guerra ancora in corso tra Russia e Ucraina e alle sue conseguenze economiche. L\u2019aumento del costo dell\u2019energia e delle materie prime infatti pone inevitabilmente delle difficolt\u00e0 e dei ritardi nella realizzazione di opere e progetti Pnrr cos\u00ec come erano stati definiti originariamente.<br \/>\nLa seconda questione, collegata in parte alla prima, riguarda i tempi di attuazione del piano. Quando ancora non era in carica, Meloni aveva gi\u00e0 evidenziato i ritardi nella realizzazione dei progetti previsti ponendo l\u2019attenzione, oltre che sul rincaro dei costi, anche sulla lentezza delle procedure rispetto alla rigidit\u00e0 del cronoprogramma. Un tema che a partire dal 2023 si far\u00e0 pi\u00f9 pressante perch\u00e9 molti investimenti entreranno nel vivo della loro messa a terra.<br \/>\nSiamo nella fase in cui siamo chiamati ad affrontare concretamente l\u2019avvio dei cantieri, per questo ovviamente \u00e8 necessario accelerare l\u2019iter di approvazione dei progetti e rilascio dei pareri, \u00e8 un tema enorme.<\/p>\n<p>\u2013 Giorgia Meloni, presidente del consiglio<br \/>\nPer questi motivi c\u2019\u00e8 chi dal governo auspica gi\u00e0 ora una proroga dei termini di attuazione dell\u2019agenda. A partire dal ministro delle infrastrutture e dei trasporti Matteo Salvini, alla guida del dicastero responsabile della quota maggiore di fondi Pnrr. Il ministro ha infatti recentemente sostenuto l\u2019importanza di rivedere non solo i modi e i costi, ma anche i tempi di realizzazione dei progetti.<\/p>\n<p>PENSARE DI ULTIMARE E RENDICONTARE ENTRO IL 2026 LE OPERE DEL PNRR \u00c8 PURO ESERCIZIO DI FANTASIA.<br \/>\nA fronte di un esecutivo che richiama l\u2019attenzione sulle criticit\u00e0 di tempi e costi del Pnrr e sulla necessit\u00e0 di modifiche, \u00e8 bene per\u00f2 ricordare due elementi cruciali. Il primo riguarda le modalit\u00e0 con cui un processo di revisione pu\u00f2 avere luogo.<br \/>\nGli stati possono apportare delle modifiche ai rispettivi Pnrr purch\u00e9 esse siano giustificate da circostanze oggettive. Vai a \u201cQuanto e come pu\u00f2 essere modificato il Pnrr\u201d<br \/>\nDunque si possono rivedere \u2013 almeno secondo il regolamento \u2013 solo quegli interventi diventati impossibili da conseguire cos\u00ec come erano stati previsti. Una clausola che si applicherebbe, per esempio, ai cambiamenti resi necessari dall\u2019aumento dei prezzi delle materie prime e dell\u2019energia. Ma forse non ad altri interventi inclusi nel Pnrr, come la riforma della giustizia ideata dal governo Draghi e che l\u2019esecutivo Meloni vorrebbe modificare.<\/p>\n<p>PER RICEVERE I FONDI, VANNO COMPLETATE LE SCADENZE.<br \/>\nIl secondo elemento \u00e8 il meccanismo di rilascio delle risorse da parte dell\u2019Ue. Per richiedere alla commissione la prossima tranche di finanziamento, il nostro paese deve in ogni caso riuscire entro dicembre a realizzare quelle 40 scadenze europee da completare. Fino a che non sar\u00e0 inviata e approvata una richiesta di modifica del piano infatti, interrompere l\u2019attuazione di target e milestone comporterebbe inevitabilmente la mancata ricezione delle risorse.<br \/>\nMa chi se ne deve occupare? Ogni scadenza, cos\u00ec come ogni misura, \u00e8 di titolarit\u00e0 di un\u2019organizzazione responsabile, principalmente ministeri o dipartimenti della presidenza del consiglio. Come \u00e8 noto, il governo Meloni ha apportato delle novit\u00e0 a deleghe e denominazioni di ministeri e dipartimenti. Formalmente non sono ancora state apportate modifiche al Pnrr e quindi gli enti titolari non sono stati ancora rinominati n\u00e9 confermati nelle rispettive responsabilit\u00e0. Tuttavia, \u00e8 possibile prevedere i passaggi di titolarit\u00e0 e quindi identificare quali tra i ministeri e i dipartimenti attuali saranno pi\u00f9 coinvolti da qui alla fine dell\u2019anno nel conseguimento di milestone e target.<\/p>\n<p>GLI ENTI CHE HANNO PI\u00d9 SCADENZE DA COMPLETARE ENTRO L\u2019ANNO<br \/>\nSCADENZE UE DEL PNRR DA REALIZZARE ENTRO L\u2019ANNO, DIVISE PER TRIMESTRE ED ENTE TITOLARE, AGGIORNATE AL 25 NOVEMBRE 2022<\/p>\n<p>DA SAPERE<br \/>\nI dati mostrano il numero di scadenze Pnrr europee che l\u2019Italia deve ancora completare entro dicembre per richiedere la terza tranche di finanziamento all\u2019Ue. I nomi dei ministeri rispecchiano la ridenominazione voluta dal governo Meloni, anche se formalmente non \u00e8 stata ancora applicata al Pnrr.<br \/>\nIl dipartimento per la trasformazione digitale dovr\u00e0 conseguire 8 scadenze prima della fine dell\u2019anno. \u00c8 l\u2019organizzazione titolare con pi\u00f9 impegni da rispettare, seguita dal ministero dell\u2019ambiente e della sicurezza energetica (6) e dal ministero dell\u2019economia e delle finanze (4).<br \/>\nIl governo \u00e8 consapevole dell\u2019urgenza di completare i 40 milestone e target mancanti entro dicembre. Tant\u2019\u00e8 che indiscrezioni diffuse dalla stampa parlano della lavorazione di uno o pi\u00f9 decreti ad hoc per velocizzare le procedure e quindi realizzare per tempo le scadenze rimaste. Il consiglio dei ministri potrebbe approvarlo entro la fine dell\u2019anno, per completare gli interventi in linea con il cronoprogramma e chiedere a Bruxelles nuovi fondi. Una pratica \u2013 questa dei cosiddetti \u201cdecreti Pnrr\u201d \u2013 avviata gi\u00e0 dal governo Draghi per riuscire a rispettare i tempi delineati dall\u2019agenda.<br \/>\nL\u2019esecutivo potrebbe quindi riuscire a centrare l\u2019obiettivo di fine anno. Tuttavia, il destino del Pnrr, le sue eventuali modifiche e i ritardi nella realizzazione dei progetti sono questioni cruciali e delicate, che dovranno essere necessariamente dipanate nei prossimi mesi, in accordo con l\u2019Unione europea.<\/p>\n<p>IL NOSTRO OSSERVATORIO SUL PNRR<br \/>\nQuesto articolo rientra nel progetto di monitoraggio civico OpenPNRR, realizzato per analizzare e approfondire il piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Ogni luned\u00ec pubblichiamo un nuovo articolo sulle misure previste dal piano e sullo stato di avanzamento dei lavori (vedi tutti gli articoli). Tutti i dati sono liberamente consultabili online sulla nostra piattaforma openpnrr.it, che offre anche la possibilit\u00e0 di attivare un monitoraggio personalizzato e ricevere notifiche ad hoc. Mettiamo inoltre a disposizione i nostri open data che possono essere riutilizzati liberamente per analisi, iniziative di data journalism o anche per semplice consultazione.<br \/>\n*(FONTE: elaborazione e dati OpenPNRR)<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>04 \u2013 SEI MILIONI DI PROFUGHI PALESTINESI NECESSITANO DI MAGGIORE PROTEZIONE, ACCOGLIENZA. VISTE LE CONDIZIONI CATASTROFICHE DELLA STRISCIA DI GAZA, LA CORTE DI GIUSTIZIA DELL\u2019UE HA AFFERMATO CHE LA PROTEZIONE DELL\u2019UNRWA NON BASTA PI\u00d9 E CHE I PALESTINESI POTRANNO RICHIEDERE LO STATUS DI RIFUGIATI. L\u2019EUROPA POTR\u00c0 DECIDERE SE SEGUIRE IL MODELLO VIRTUOSO APPLICATO AGLI UCRAINI.<\/strong><\/p>\n<p>L&#8217;UNRWA OFFRE PROTEZIONE A 5,9 MILIONI DI PROFUGHI PALESTINESI.<br \/>\nNegli ultimi 23 anni le persone sotto protezione dell\u2019Unrwa sono aumentate di oltre 2 milioni.<br \/>\nLa corte di giustizia europea ha affermato che i palestinesi possono richiedere lo status di rifugiati.<br \/>\nAlcuni giorni fa Nicholas Emiliou, avvocato generale della corte di giustizia europea, ha affermato che i profughi palestinesi avranno diritto a richiedere lo status di rifugiati, visto che l\u2019agenzia Onu creata appositamente (l\u2019Unrwa) non pu\u00f2 da sola gestire la catastrofe in corso nella striscia di Gaza e garantire agli abitanti sicurezza e protezione.<\/p>\n<p>Sono parole che assumono un peso ancora maggiore oggi che almeno 11 paesi tra cui anche l\u2019Italia hanno sospeso i finanziamenti all\u2019Unrwa a seguito delle accuse mosse da Israele, secondo cui alcuni membri dell\u2019agenzia sarebbero stati coinvolti nell\u2019attacco di Hamas del 7 ottobre scorso.<\/p>\n<p>Da quando Israele ha attaccato la striscia di Gaza, oltre 26mila palestinesi, quasi tutti civili, hanno perso la vita. Tra di loro, oltre 10mila bambini e quasi 80 giornalisti. Pressoch\u00e9 la totalit\u00e0 della popolazione di questo paese, oggi uno dei pi\u00f9 densamente abitati del mondo, \u00e8 sfollata e al momento \u00e8 in corso una crisi umanitaria senza precedenti, con risorse del tutto insufficienti a garantire la sopravvivenza delle persone. A cominciare dalla pi\u00f9 essenziale, l\u2019acqua.<\/p>\n<p>L\u2019UNRWA E LA PROTEZIONE DEI PROFUGHI PALESTINESI<br \/>\nData l\u2019unicit\u00e0 e la prominenza della questione palestinese, si \u00e8 creata una istituzione apposita per gestirla. Si tratta dell\u2019Unrwa, un\u2019agenzia delle Nazioni unite che si occupa specificamente dei profughi di nazionalit\u00e0 palestinese presenti nel vicino oriente.<br \/>\nIstituita nel 1949, dopo la guerra arabo-israeliana, essa si occupa sia della gestione delle emergenze che della protezione e inserimento, educativo, sociale ed economico, dei profughi palestinesi e dei loro discendenti. Fornisce beni di prima necessit\u00e0, gestisce 58 campi per rifugiati e pi\u00f9 di 700 scuole, oltre a occuparsi di sanit\u00e0 e assistenza sociale.<br \/>\nIn totale, l\u2019agenzia si occupa di quasi 6 milioni di persone e riceve (l\u2019ultimo dato \u00e8 relativo al 2022) fondi pari a 1,17 miliardi di dollari provenienti da governi nazionali, associazioni e fondazioni private e dalle stesse Nazioni unite. Nel 2022, in termini assoluti i donatori principali erano gli Stati Uniti (circa 344 milioni di dollari). Seguono Germania (202 milioni) e Unione europea (114 milioni).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>05 &#8211; Sabato Angieri*: L\u2019ALTRO PATTO ATLANTICO: 800 FUNZIONARI CONTRO IL SOSTEGNO USA E UE A ISRAELE ISRAELE\/PALESTINA. LETTERA ANONIMA PER \u00abTIMORE DI RITORSIONI\u00bb. L\u2019INIZIATIVA SEGUE I TENTATIVI FALLITI DI FARSI SENTIRE DAI RISPETTIVI VERTICI, ACCUSATI DI METTERE IN PERICOLO LA MORALIT\u00c0 DELLE ISTITUZIONI. PROTESTA DAVANTI ALLA COMMISSIONE UE.<\/strong><\/p>\n<p>\u00abRibadiamo pubblicamente la nostra preoccupazione per il fatto che Israele non ha mostrato alcun limite nelle sue operazioni militari a Gaza che hanno provocato decine di migliaia di morti civili evitabili, e per il fatto che il blocco deliberato degli aiuti da parte di Israele ha portato a una catastrofe umanitaria\u00bb.<br \/>\nA SCRIVERE SONO 800 FUNZIONARI DEI GOVERNI DI STATI UNITI E GRAN BRETAGNA E DELLE ISTITUZIONI DELL\u2019UNIONE EUROPEA, IN UNA LETTERA APERTA, RESA PUBBLICA IERI MATTINA. I funzionari, che si autodefiniscono \u00abtransatlantici\u00bb per sottolineare lo spirito sovranazionale dell\u2019iniziativa e al contempo ribadire che si tratta degli stessi membri della Nato, dei paesi leader dell\u2019Onu, insomma delle economie e degli eserciti pi\u00f9 forti del mondo, hanno deciso di affidare a un testo anonimo il proprio dissenso. Perch\u00e9 si temono rappresaglie, ha rivelato al New York Times uno degli organizzatori, un funzionario che ha lavorato al Dipartimento di Stato Usa per pi\u00f9 di due decenni.<br \/>\nNON \u00c8 LA PRIMA volta che un\u2019azione del genere viene intrapresa negli Usa, dove pi\u00f9 di 500 dipendenti di circa 40 agenzie governative hanno inviato una lettera (anonima anche quella) al presidente Biden lo scorso novembre criticando le sue politiche sulla guerra. Anche in quella lettera i funzionari non hanno rivelato i loro nomi.<\/p>\n<p>Contro la linea Biden 400 funzionari e una causa penale<br \/>\nOltre mille dipendenti dell\u2019Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale hanno pubblicato testo simile. E decine di funzionari del Dipartimento di Stato hanno inviato almeno tre cablogrammi di dissenso interno al segretario di Stato Antony J. Blinken.<\/p>\n<p>Nella Ue, invece, il dissenso \u00e8 stato espresso da un gruppo di circa 850 dipendenti della Commissione e altre istituzioni continentali che hanno scritto all\u2019ufficio della presidente Ursula Von der Leyen lo scorso 20 ottobre dichiarandosi \u00abpreoccupati dalle sue posizioni sul conflitto in corso a Gaza\u00bb.<br \/>\nMa si tratta del primo caso in cui i funzionari dei paesi occidentali si uniscono da una sponda all\u2019altra dell\u2019Atlantico per criticare apertamente i loro governi in merito alla guerra. Come si legge in calce alla lettera: \u00abCoordinato dai funzionari delle istituzioni e degli organi dell\u2019Unione europea, dei Paesi Bassi e degli Usa; approvato anche dai funzionari pubblici di Belgio, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Italia, Spagna, Svezia, Svizzera, Regno unito\u00bb.<br \/>\nD\u2019altronde, il problema \u00e8 sia esistenziale per i palestinesi che continuano a morire, sia etico per tutti noi e riguarda \u00abla difesa delle nostre costituzioni e dei compiti che ci sono stati affidati dai nostri leader democraticamente eletti\u00bb. \u00abLe attuali politiche dei nostri governi indeboliscono la loro posizione morale e minano la loro capacit\u00e0 di difendere la libert\u00e0, la giustizia e i diritti umani a livello globale\u00bb.<br \/>\nL\u2019ACCUSA al governo israeliano \u00e8 diretta e inequivocabile: \u00abLe operazioni militari di Israele non hanno contribuito al suo obiettivo di liberare tutti gli ostaggi e, anzi, ne stanno mettendo in pericolo la salute, la vita e un eventuale rilascio; la guerra non ha contribuito all\u2019obiettivo di sconfiggere Hamas ma al contrario ha rafforzato l\u2019attrattiva di Hamas, Hezbollah e di altri attori negativi; l\u2019operazione militare in corso sar\u00e0 dannosa non solo per la sicurezza di Israele, ma anche per la stabilit\u00e0 regionale\u00bb.<br \/>\nOgni gruppo nazionale ha provato a far sentire \u00abinternamente\u00bb le sue \u00abpreoccupazioni\u00bb ma senza successo. E, infatti, accusano i firmatari, \u00able nostre preoccupazioni professionali sono state superate da considerazioni politiche e ideologiche\u00bb.<br \/>\nDunque si \u00e8 deciso di arrivare alla pubblicazione di ieri, sperando che le indicazioni presenti nella lettera acquistassero il pi\u00f9 possibile clamore mediatico e che questo si trasformi in movimento d\u2019opinione e opposizione aperta alle operazioni militari israeliane a Gaza. Cos\u00ec che \u00abun attacco come quello del 7 ottobre e un\u2019offensiva su Gaza non si ripetano mai pi\u00f9\u00bb.<br \/>\n*(Fonte: Il Manifesto. Sabato Angieri &#8211; Giornalista, scrittore, traduttore e autore teatrale. Dodici anni di esperienza come reporter per la carta stampata e per diverse pubblicazioni on-line.)<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>06 &#8211; Sandro Mezzadra*: IL VERO DOMINIO NON \u00c8 MAI ASTRATTO.<\/strong> NEL DIBATTITO SU MARX, A LIVELLO INTERNAZIONALE, ALMENO DUE NOVIT\u00c0 SI SONO AFFERMATE NEGLI ULTIMI ANNI. IL PROGREDIRE DELLA NUOVA EDIZIONE CRITICA DELLE OPERE (LA MEGA2) HA IN PRIMO LUOGO TRASFORMATO IN PROFONDIT\u00c0 IL CORPUS DEI TESTI MARXIANI, PORTANDO ALLA LUCE MIGLIAIA DI PAGINE DI MANOSCRITTI E SCOMPONENDO TESTI COME I GRUNDRISSE, LE TEORIE DEL PLUSVALORE, IL SECONDO E IL TERZO LIBRO DEL CAPITALE.<br \/>\nIl confronto con Marx ne risulta certo arricchito, anche se a tratti \u00e8 difficile evitare un\u2019impressione di vertigine di fronte a un\u2019opera che appare quasi in dissolvenza. In secondo luogo, in particolare nel mondo anglofono e in Germania, ha guadagnato influenza la cosiddetta \u201cNuova lettura di Marx\u201d, anticipata negli anni Sessanta e Settanta dai lavori di Hans-Georg Backhaus e Helmut Reichelt e sviluppata poi tra gli altri da Michael Heinrich \u2013 di cui \u00e8 da poco uscito in italiano il libro pi\u00f9 importante, La scienza del valore, Pgreco, a cura di R. Bellofiore e S. Breda. Proprio la \u201cforma valore\u201d sarebbe in questa prospettiva \u2013 per molti versi in continuit\u00e0 con gli sviluppi della Scuola di Francoforte \u2013 il centro logico della marxiana critica dell\u2019economia politica, mentre la lotta di classe e lo sfruttamento ne sono respinti ai margini.<\/p>\n<p>\u00c8 all\u2019interno di questo quadro che si comprende l\u2019ampia discussione che sta suscitando il libro di S\u00f8ren Mau, Mute Compulsion. A Marxist Theory of the Economic Power of Capital (Verso, 2023, pp. 340, \u00a3 19.99), con una prefazione firmata proprio da Heinrich. Il titolo fa riferimento a un noto passo di Marx, dove si legge che nel processo di \u201caccumulazione originaria\u201d viene il momento in cui la violenza aperta, senza la quale il modo di produzione capitalistico non potrebbe nascere, cede il passo alla \u201csilenziosa coazione dei rapporti economici\u201d come forma specificamente capitalistica di dominio. Di questo \u201cpotere economico\u201d Mau propone un\u2019articolata teoria, rivendicandone l\u2019importanza accanto alla violenza e all\u2019ideologia, le due questioni su cui si \u00e8 a suo giudizio perlopi\u00f9 concentrata la discussione marxista del potere e dello Stato. Fedele alla impostazione della \u201cNuova lettura di Marx\u201d, Mau lavora sulle opere e sui manoscritti marxiani per definire l\u2019\u201cessenza del modo di produzione capitalistico\u201d, le sue logiche di fondo che trovano poi realizzazioni storicamente e spazialmente diverse.<\/p>\n<p>Dall\u2019impostazione di interpreti come Heinrich, tuttavia, Mau si differenzia con decisione proprio per il tentativo di rendere conto della centralit\u00e0 del dominio e della lotta di classe nella critica dell\u2019economia politica (e dunque in ogni teoria critica del capitalismo contemporaneo, che costituisce esplicitamente l\u2019obiettivo prioritario del libro). Definito come \u201ccapacit\u00e0 del capitale di imporre la sua logica sulla vita sociale\u201d, il potere economico di cui qui si parla opera attraverso il mercato e riproduce un duplice assoggettamento, \u201cquello dei proletari ai capitalisti e quello di ognuno al capitale\u201d. Detto altrimenti, assicura il \u201crapporto verticale\u201d in cui si esprime il dominio di classe e disciplina \u2013 in particolare attraverso la concorrenza \u2013 i \u201crapporti orizzontali\u201d all\u2019interno di ciascun campo. \u00c8 assumendo questa duplice prospettiva che Mau analizza la riproduzione del capitale, la sua unit\u00e0 continuamente ricomposta a fronte di molteplici fratture. Ed \u00e8 a quest\u2019altezza che situa lo sfruttamento, colto nelle sue dimensioni sociali dato che \u2013 in termini analitici \u2013 il lavoro \u00e8 sempre \u201csfruttato dal capitale in quanto tale piuttosto che da singoli capitalisti\u201d.<\/p>\n<p>Uno degli aspetti pi\u00f9 originali di Mute Compulsion consiste nell\u2019interpretazione dell\u2019\u201contologia sociale del potere economico\u201d. Mau lavora sulla categoria marxiana di \u201cfrattura metabolica\u201d, al centro di molti lavori recenti su ecologia e socialismo, per mettere in evidenza la costitutiva fragilit\u00e0 del \u201cmetabolismo umano\u201d, derivante dalla plasticit\u00e0 del rapporto che l\u2019animale umano intrattiene con la natura. Alla sua capacit\u00e0 di \u201cproduzione\u201d e di \u201cprodurre pi\u00f9 di quanto \u00e8 necessario per la semplice sopravvivenza\u201d corrisponde una separazione dalle condizioni oggettive della vita in cui si installa secondo Mau il potere economico del capitale, una forma \u201cimpersonale\u201d di dominio che organizza in forme storicamente inedite l\u2019insieme della produzione e della riproduzione sociale secondo la logica della valorizzazione del capitale.<\/p>\n<p>Diviso in tre parti \u2013 dedicate rispettivamente alle \u201ccondizioni\u201d, ai \u201crapporti\u201d e alle \u201cdinamiche\u201d \u2013 il libro di Mau si confronta con i pi\u00f9 recenti dibattiti marxisti ma anche con figure come Michel Foucault e Giorgio Agamben, che pur entro un\u2019analisi critica gli offrono elementi importanti per definire la \u201cfrattura biopolitica\u201d determinata dall\u2019affermazione dei rapporti capitalistici di produzione. Lo sviluppo di questi ultimi \u00e8 poi analizzato attraverso un uso decisamente originale della categoria di \u201csussunzione reale\u201d, che Mau applica anche alla natura e alla trasformazione capitalistica dell\u2019agricoltura, al \u201cpotere logistico\u201d e alla produzione di \u201csovrappopolazione\u201d. Anche le ricorrenti crisi del capitalismo sono in fondo ricondotte a questo quadro interpretativo, considerato che Marx avrebbe progressivamente abbandonato l\u2019idea della crisi come indebolimento del potere del capitale per arrivare a considerarla una sua componente essenziale \u2013 ovvero un momento di riorganizzazione delle condizioni dell\u2019accumulazione.<\/p>\n<p>Nella crisi, si potrebbe dire, il potere economico del capitale si pone al tempo stesso come presupposto e risultato: questo linguaggio di derivazione hegeliana \u00e8 notoriamente spesso usato da Marx. Mau ne deriva uno degli aspetti costitutivi sia del suo uso del concetto di \u201csussunzione reale\u201d sia pi\u00f9 in generale del suo lavoro. \u201cUna delle fonti del potere economico del capitale\u201d, scrive ad esempio, \u201c\u00e8 il suo esercizio\u201d. La circolarit\u00e0 di questo rapporto \u00e8 ben dimostrata in molte pagine del libro, e tuttavia \u2013 combinata con l\u2019enfasi sull\u2019\u201cessenza\u201d del capitalismo, sulle sue logiche \u2013 rischia di oscurare la radicalit\u00e0 delle trasformazioni che del capitalismo scandiscono la storia, secondo quella che Marx nei Grundrisse definiva una \u201crivoluzione permanente\u201d. Mau si confronta certo con queste trasformazioni, ma in fondo per derivarne l\u2019estensione di una logica che conferma il suo nucleo originario.<br \/>\n\u00c8 un problema che emerge anche nel capitolo su \u201ccapitalismo e differenza\u201d, dove le grandi questioni del rapporto che il capitale intrattiene con la razza e soprattutto con il genere sono discusse con ampi riferimenti ai dibattiti contemporanei. Non si pu\u00f2 negare che siano questioni a tutti gli effetti cruciali, anche per via delle lotte e dei movimenti che attorno a esse continuano a svilupparsi. Mau in qualche modo esita di fronte a esse, \u00e8 consapevole della loro importanza ma afferma che patriarcato e razzismo non si possono ricondurre alla \u201cstruttura fondamentale del capitalismo\u201d. \u00c8 dunque costretto a ricondurli a \u201clivelli inferiori di astrazione\u201d, definiti dall\u2019\u201cintegrazione teorica\u201d di forme sociali che non devono al capitalismo la loro origine. A me pare che questa gerarchia tra diversi livelli di astrazione sia il sintomo di un limite dell\u2019insistenza sull\u2019\u201cessenza\u201d del capitalismo, evidente anche in altri passaggi del libro, ad esempio \u2013 per citarne uno particolarmente rilevante \u2013 nell\u2019interpretazione del concetto marxiano di lavoro astratto e del suo rapporto con il \u201clavoro vivo\u201d.<br \/>\nMau propone a pi\u00f9 riprese una rivendicazione dell\u2019importanza di una teoria \u201castratta\u201d del capitale, sostenendo che da essa non pu\u00f2 certo essere derivata una strategia politica di lotta contro il dominio del capitale ma che quest\u2019ultima pu\u00f2 giovarsi di un lavoro di chiarificazione logica e concettuale. Non si tratta di mettere in discussione questo punto, ma semmai di sottolineare l\u2019importanza direttamente teorica di un lavoro che guardi al modo in cui le astrazioni del capitale (quelle che Alfred Sohn-Rethel ha chiamato \u201castrazioni reali\u201d) si radicano in eterogenee realt\u00e0, dando luogo ad attriti, scontri, resistenze. Mute Compulsion, in ogni caso, apporta un contributo importante anche alla definizione delle condizioni di questo lavoro<br \/>\n*(Sandro Mezzadra, insegna Filosofia politica nell\u2019Universit\u00e0 di Bologna ed \u00e8 \u00abadjunct research fellow\u00bb, presso l\u2019Institute for Culture and Society della Western Sydney University)<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>07 &#8211; RIFLESSIONI SULLA PALESTINA DI COMITATO ANTIMPERIALISTA AREZZO E COLLETTIVO MILLEPIANI AREZZO MANIFESTAZIONE PER LA PALESTINA. RESISTENZA E RIVOLUZIONE IN PALESTINA (*)<\/strong><br \/>\nIl genocidio che lo Stato neocoloniale israeliano sta perpetrando sui palestinesi di Gaza e della Cisgiordania, un genocidio che strazia le sue vittime con tutta la sproporzione tecnica dei suoi mezzi offensivi, a cominciare dal calcolato piano generale \u2013 amministrativo, militare ed etnico \u2013 inflessibilmente seguito, si scontra tuttavia con un ostacolo, poich\u00e9 viene contrastato, e quindi indebolito, nella sua furia genocida, dalla irriducibile Resistenza di mobilissime formazioni di fedayyin, che spuntano improvvise e che scompaiono prontamente in quelle distese di macerie che una volta erano gli edifici di Gaza. Il genocidio sta dentro una guerra implacabile: una guerra di sterminio, da una parte; una guerra di liberazione dall\u2019altra. Questo \u00e8 il senso storico e politico di quanto sta avvenendo in Palestina, dal quale non si pu\u00f2 assolutamente prescindere, in un\u2019azione di massa che miri a dare forza e valore all\u2019espressione \u201cPalestina libera\u201d, gridata in tutte le piazze. Infatti, se non si appoggia, se non si rende visibile, se non si d\u00e0 un volto politico alla \u201clotta di liberazione armata\u201d del popolo palestinese, la parola d\u2019ordine \u201cPalestina libera\u201d diviene semplice coreografia. Occorre pertanto rendere netto e inconfondibile il profilo della lotta di liberazione armata dei palestinesi e, contemporaneamente, occorre adoperarsi con tutte le nostre forze per conquistare le masse popolari occidentali a un deciso e completo \u201criconoscimento\u201d di questa guerra popolare di liberazione. Come per la Repubblica spagnola, aggredita nel \u201936 dall\u2019imperialismo nazifascista, e per il Vietnam bombardato con il Napalm dall\u2019imperialismo statunitense negli anni Sessanta, una mobilitazione internazionalista sostenne il peso di una lotta comune, cos\u00ec oggi, di fronte alla \u201csoluzione finale\u201d avanzante a Gaza con gli aerei e i blindati israeliani, diventano urgenti le idee e le parole d\u2019ordine internazionaliste per sostenere fino in fondo e senza perifrasi la Resistenza palestinese.<\/p>\n<p>Se con il pensiero corriamo alle Resistenze europee al Nazifascismo, Resistenza significa anche Rivoluzione; o almeno cos\u00ec appare quella situazione di conflitto fra poteri costituiti e statali, da un lato, ed eserciti popolari \u2013 o formazioni armate popolari -, dall\u2019altro, che le Resistenze europee espressero vigorosamente, per quanto tale carattere del conflitto divenga riconoscibile soltanto se si va \u201calla radice delle cose\u201d. Naturalmente nelle Resistenze europee, le borghesie pi\u00f9 o meno liberali poterono manovrare gli avvenimenti, soprattutto grazie alla continuit\u00e0 burocratica degli Stati, all\u2019inerzia dell\u2019economia capitalistica e, soprattutto, all\u2019occupazione anglo-americana del territorio. Ci\u00f2 non toglie che nelle ambizioni, negli ideali, nelle motivazioni dei combattenti, nei simboli e, soprattutto, in molti programmi politici \u2013 oltre che in atti costituenti concreti di poteri politici partigiani \u2013 le Resistenze antifasciste potessero trascinare nel loro cammino, un mutamento profondo dei rapporti sociali di classe. Questo stato di cose \u00e8 stato particolarmente intenso in Italia, e anche uno storico come Claudio Pavone, piuttosto lontano dal marxismo, ha riconosciuto che la Resistenza \u00e8 stata anche una guerra di classe. Inoltre, se andiamo alla \u201cradice delle cose\u201d, come Marx raccomandava di fare, troviamo che sono stati soprattutto i rapporti di classe vacillanti a mettere in allarme i comandi anglo-americani, a provocare la crisi del C.L.N. e dell\u2019unico suo fragilissimo e impotente governo, nonch\u00e9 a generare, subito dopo, una penosa catena di compromessi nel segno dell\u2019unit\u00e0 nazionale. Le Resistenze antifasciste non sono state tuttavia \u201crivoluzioni mancate\u201d; sono state piuttosto situazioni rivoluzionarie non sfruttate dai partiti proletari, risucchiati nell\u2019orbita delle borghesie nazionali. Quindi, per concludere, in ogni resistenza scaturita dall\u2019antifascismo europeo, per quanto l\u2019esito della lotta non sia mai stato rivoluzionario, la prospettiva della rivoluzione \u00e8 sempre rimasta aperta. Tale circostanza \u00e8 istruttiva per la Resistenza palestinese, dove il dominio coloniale deve necessariamente accrescere la misura e le dimensioni dello scontro di classe. Qui la Resistenza non pu\u00f2 che scavalcare s\u00e9 stessa verso la Rivoluzione.<\/p>\n<p>Le guerre anticoloniali di liberazione hanno spesso mostrato questa parabola. L\u2019Algeria \u00e8 stata, a tal proposito, un caso esemplare, poich\u00e9 durante la mobilitazione capillare del popolo contro l\u2019occupante francese &#8211; attraverso attentati, scioperi, boicottaggi e varie forme di guerriglia dislocate nei due poli geografici della citt\u00e0 e della campagna &#8211; il Fronte di liberazione algerino strapp\u00f2 il popolo alla duplice ipoteca della modernizzazione capitalistica francese e della ricaduta reattiva nella tradizione, favorendone una maturazione politica che le insurrezioni dei primi anni sessanta avrebbero reso imponente e risolutiva. Una lotta per l\u2019indipendenza coloniale aveva acquisito, in tale cammino, una prospettiva socialista che, nonostante il ricatto neocoloniale degli accordi di Evian, orient\u00f2 i primi passi della nuova societ\u00e0 algerina. La circostanza che di l\u00ec a pochi anni una controrivoluzione arrestasse questo moto storico, nulla toglie al fatto che, nel periodo precedente, una Resistenza era divenuta, nelle vicissitudini della lotta, una Rivoluzione.<\/p>\n<p>Rispetto a questo corso storico, la vicenda delle organizzazioni della Resistenza palestinese sembra \u2013 dal punto di vista della cronaca dei fatti \u2013 un po\u2019 diversa. La Resistenza palestinese, infatti, ha compiuto i suoi passi decisivi in un tempo ben pi\u00f9 lungo, dagli anni \u201960 agli anni \u201990 \u2013 segnati, questi ultimi, dalla battuta di arresto del protocollo di Oslo, con tutto il disorientamento che ne \u00e8 seguito -, ed \u00e8 poi proseguita, dopo l\u2019avvio della possente Intifada del 2000\/2005, in forme pi\u00f9 spontanee, con una direzione frammentaria, e contando su una base logistico-militare e su reti di protezione sociale costruite da confraternite mussulmane riunite nel cartello Hamas. Solitamente, in questo lungo arco storico, vengono distinti due periodi, o due fasi, che spesso vengono contrapposti, ma che invece corrispondono a due diverse congiunture storiche: il periodo dell\u2019OLP e il periodo di Hamas, con un passaggio intermedio, quello delle trattative avviate ad Oslo, con il penoso strascico di un tutore palestinese dell\u2019ordine israeliano. Un tutore con la divisa, denominato Autorit\u00e0 Nazionale Palestinese.<\/p>\n<p>Siamo dell\u2019avviso che la differenza fra questi due contesti storici sia tutt\u2019altro che irrilevante e che l\u2019O.L.P., soprattutto nelle sue componenti marxiste, abbia rivestito un ruolo importantissimo di avanguardia politica, ideologica e culturale, riuscendo a intrecciare con esso una lotta armata capace di contrapporsi all\u2019occupazione israeliana e di irrompere nel quadro degli equilibri e delle penetrazioni imperialistiche in Medio Oriente. Per questo, la dissoluzione dell\u2019O.L.P., in seguito all\u2019assorbimento dei moderati di Al-Fatah nel sistema di governo dei territori nato all\u2019ombra di Israele, ha lasciato un vuoto immenso, causa di disgregazione e di smarrimento. Tuttavia, la Rivoluzione palestinese era gi\u00e0 in moto, sospinta e alimentata dai decenni di Resistenza armata e di educazione politica del popolo palestinese, nelle quali si erano prodigati i gruppi dell\u2019O.L.P., e questa onda della Rivoluzione, culminata nell\u2019Intifada del 1987, era stata una realt\u00e0 cosi pervasiva, e, al tempo stesso, una forza cos\u00ec radicale, che, in forme diverse, \u00e8 proseguita successivamente. E\u2019 stata questa Rivoluzione \u2013 frutto maturo della Resistenza \u2013 a mantenere la lotta dei palestinesi in un asse antimperialistico che ha attirato su di loro l\u2019avversione e la diffidenza dei regimi oligarchici o dispotici della regione, laici o religiosi che fossero, e a ispirare alle diplomazie piani di neutralizzazione tutelare delle organizzazioni politiche del popolo, con affidamenti a rappresentanze diplomatiche terze; ed \u00e8 stata questa Rivoluzione che ha reso il popolo palestinese cos\u00ec poco manovrabile per il mantenimento degli assetti neocoloniali della regione; e infine, e soprattutto, \u00e8 stata questa Rivoluzione palestinese che ha reso impraticabile la strategia israeliano-nordamericana di reclusione dei palestinesi in uno Staterello satellite e subordinato, agganciato a una nuova e ancor pi\u00f9 iniqua spartizione della Palestina, denominata, questa volta, \u201cProcesso di pace\u201d. Ma queste tenaglie sono sempre state rotte: la Rivoluzione continua.<\/p>\n<p>Ma la Resistenza palestinese, come tutte le altre Resistenze, antifasciste o anticoloniali, non \u00e8 stata un movimento uniforme e compatto, in quanto la composizione di classe della societ\u00e0 apre sempre la via alle divisioni interne delle organizzazioni di lotta. Cos\u00ec, quando si profil\u00f2, intorno alla met\u00e0 degli anni Ottanta del Novecento, un\u2019intesa tra Arafat e Re Hussein per il progetto di una Confederazione giordano-palestinese, che conteneva una clamorosa capitolazione, le correnti rivoluzionarie dell\u2019O.L.P., che avevano in Habash e Hawatmeh i loro rappresentanti pi\u00f9 noti, costituirono il \u201cFronte del rifiuto\u201d. Certo, la Confederazione era un ripiegamento, era, in parte, la conseguenza dei colpi durissimi che la Resistenza palestinese aveva ricevuto in Libano, dove la guerra di sterminio israeliana del 1982 aveva gi\u00e0 sperimentato la tattica dei bombardamenti terroristici sui quartieri palestinesi di Beirut, sepolti sotto tonnellate di bombe, e dove, in combutta con i governi israeliani, le bande fasciste cristiano-maronite dei signori della guerra libanesi, finanziate dai banchieri e dai magnati del paese dei cedri, avevano compiuto scempi e massacri fra i palestinesi dei campi-profughi, da Tell al Zatar, nel 1976, a Sabra e Shatila, nel 1982. E non manc\u00f2, nel periodo libanese della Resistenza, un pieno appoggio siriano alla morsa che veniva stretta intorno ai palestinesi, poich\u00e9 l\u2019intento manifesto del regime di Damasco, sempre rinascente durante la guerra civile libanese, era quello di sbarazzarsi dell\u2019O.L.P. \u00c8 questo, dunque, il contesto nel quale Fatah immagin\u00f2 un avvicinamento al re di Giordania, all\u2019uomo che, qualche anno prima, nel \u201csettembre nero\u201d del 1970, aveva spopolato i quartieri palestinesi di Amman con i carri armati e i tiratori scelti. Quelle infauste circostanze rendono facilmente riconoscibile la drammatica crisi attraversata dalla Resistenza palestinese, ma ci\u00f2 non toglie che la china capitolarda della trattativa con Hussein avrebbe affossato definitivamente ogni prospettiva di Rivoluzione; per questo essa venne decisamente osteggiata dalle frazioni marxiste e radicali dell\u2019O.L.P. Poi venne la prima intifada, e lo stato insurrezionale permanente, nei territori occupati e tra i rifugiati, spazz\u00f2 via quel piano, con tutte le illusioni che lo accompagnavano. Ma la cecit\u00e0 e l\u2019ingenuit\u00e0 del compromesso, sullo sfondo del quale gi\u00e0 si intravedevano gli interessi di una sorniona borghesia commerciale palestinese, rispunt\u00f2 nei primi anni Novanta. E cos\u00ec la Resistenza si aren\u00f2 negli accordi di Oslo.<\/p>\n<p>Dopo l\u2019Intifada che ha inaugurato il XXI secolo in Palestina e che ha svincolato i palestinesi dalla ragnatela ideologica e diplomatica che spettacolarizzava la finzione della pace, la Resistenza palestinese ha ripreso slancio e determinazione, anche se Hamas e le altre organizzazioni della Resistenza &#8211; riuniti in un blocco politico e militare, eterogeneo nelle idee e nei programmi, ma compatto nell\u2019azione &#8211; non soltanto non colmano il vuoto lasciato dalla dissoluzione dell\u2019O.L.P., ma, rispetto alle correnti radicali e marxiste di quella fase della Resistenza palestinese, la loro strategia e i loro programmi appaiono ristretti in un orizzonte nazionale che vela \u2013 o lascia ai margini &#8211; le ripercussioni e gli effetti di un\u2019azione rivoluzionaria &#8211; comunque intransigente \u2013 nel quadro generale del Medio Oriente. Gli obiettivi nazionali dei palestinesi, infatti, quando questi ultimi rifuggono dagli inganni diplomatici e smascherano la disparit\u00e0 delle posizioni nelle trattative, intaccano i meccanismi sociali e la distribuzione del potere politico in tutta l\u2019area mediorientale, e in tal modo sconvolgono i piani dell\u2019imperialismo degli Stati Uniti e dell\u2019Europa occidentale nella regione. La guerra di liberazione nazionale dei palestinesi sottrae a Israele la sua periferia coloniale e quindi indebolisce tutta la catena imperialistica, anzi, per dirla con il linguaggio di Lenin, ne spezza un anello fondamentale. Per questo, la portata rivoluzionaria della Resistenza palestinese va ben oltre i fini tattici che, per astuzia diplomatica o per la congiuntura storica sfavorevole, essa, di volta in volta, si propone.<br \/>\nEd eccoci a un nodo decisivo di ogni discorso su Resistenza e Rivoluzione in Palestina. Questo nodo riguarda, infatti, la \u201ccomposizione di classe\u201d di un vasto movimento popolare \u2013 oltrech\u00e9 delle sue avanguardie politiche e guerrigliere \u2013 che \u00e8 iniziato nel periodo del mandato inglese sulla Palestina, durante il quale divamparono ben due intifade, la prima nel 1929, e la seconda nel 1936, repressa dagli inglesi con i fucilieri, le torture e lo stato d\u2019assedio. In quel periodo la popolazione della Palestina, prevalentemente contadina, venne espulsa dalla terra, e fittavoli e piccoli coltivatori autonomi vennero trasformati in braccianti occasionali, con salari da fame, o in sradicati urbani. Infatti, le terre dove vivevano e lavoravano, e che fruttavano rendite a notabili e possidenti sparsi per l\u2019Oriente e per l\u2019Europa, vennero acquistate dalla ricca e vorace agenzia sionista che dirigeva la colonizzazione economica della Palestina. Gli insediamenti sionisti diventarono ben presto un sistema sociale, l\u2019Ishuv, con un suo ben addestrato strumento militare, l\u2019Hagan\u00e0, e la terra, che Ben Gurion, da nazionalista tutto d\u2019un pezzo, non si stancava di reclamare per i coloni, venne sottratta ai palestinesi, non soltanto con il potere del denaro, ma anche con la forza delle armi. Le origini della Resistenza palestinese sono dunque origini contadine e tali restarono anche dopo la nascita dello Stato d\u2019Israele, nei primi anni Cinquanta del Novecento, quando, dopo la Nakba e le prime cruentissime pulizie etniche, si formarono, in condizioni avverse e con scarsi mezzi, i primi movimenti di guerriglia.<\/p>\n<p>DOPO GLI ANNI SESSANTA DEL NOVECENTO, e soprattutto dopo la guerra del 1967 e l\u2019occupazione israeliana della Cisgiordania e di Gaza, la diaspora palestinese divenne imponente ed i campi di rifugiati accolsero una popolazione ridotta in una miseria estrema, sostentata a malapena con le elemosine dell\u2019O.N.U., alloggiata in baraccopoli e circondata dall\u2019ostilit\u00e0 delle classi agiate dei paesi di approdo, dalla Giordania, alla Siria, al Libano. I palestinesi rimasti nei territori divennero manodopera precaria e sottopagata, sottoposta a una maniacale sorveglianza e reclutata a giornata dietro ai fili spinati dei check point dai commessi delle ditte, dei cantieri e delle fattorie israeliane. Naturalmente \u00e8 stata l\u2019edilizia a sfruttare di pi\u00f9 questa riserva di forza lavoro, poich\u00e9 in Israele le cementificazioni e le \u201cgrandi opere\u201d non hanno conosciuto limiti. Anche l\u2019industria pesante non \u00e8 mai stata scarsa nell\u2019economia israeliana, ma l\u2019industria israeliana, intrecciata com\u2019\u00e8 con gli apparati militari, ha filtrato etnicamente i dipendenti, e quindi per i palestinesi non \u00e8 mai stata uno sbocco lavorativo importante. Spesso i precari palestinesi hanno intrapreso difficili lotte sindacali, e sono stati loro gli attori principali dei pochi scioperi che sono avvenuti in Israele. Pochi furono gli agricoltori che cercarono di sopravvivere nei territori, anche perch\u00e9 la moltiplicazione degli insediamenti, le requisizioni e il metodo delle punizioni collettive, con il quale l\u2019IDF (le forze armate israeliane) mirava a soffocare in una cappa di terrore un popolo irriducibile a una condizione di pariah, e infine il controllo delle forniture e delle reti idriche, resero impraticabile, per i palestinesi, il lavoro nelle campagne. Le campagne divennero, da un lato, gli orti lussureggianti intorno alle villette dei coloni, e dall\u2019altro, la terra arida dei palestinesi. Gli olivi curati intorno alle decorose dimore degli uni; gli olivi segati intorno alle case degli altri. Ecco qua il quadro umano di un rapporto di classe.<br \/>\nFino a qui, nel profilo sociale della Resistenza, appare chiara e netta la fisionomia di un proletariato palestinese. Tuttavia, una borghesia commerciale e professionale non manca. Questa borghesia, per i suoi traffici, si appoggia sui territori, ed in parte vi risiede; ma la parte pi\u00f9 consistente di essa si \u00e8 stabilita all\u2019estero, nel Golfo e in Europa, ed \u00e8 da queste aree che essa muove la sua rete commerciale. All\u2019origine di questa borghesia ci sono, soprattutto, le emigrazioni di piccoli proprietari e di artigiani espulsi dalla Palestina nel corso delle frequenti \u201cpulizie etniche\u201d; si \u00e8 trattato, nel caso in questione, di un\u2019emigrazione che ha favorito il successo economico di lavoratori specializzati, di professionisti e di imprenditori e dalla quale \u00e8 emerso uno strato sociale molto distante, nella condizione sociale, dai palestinesi dei territori e dai profughi. Alla borghesia palestinese appartengono inoltre i funzionari dell\u2019Autorit\u00e0 Nazionale Palestinese e la burocrazia degli enti e degli uffici a essa connessi, poich\u00e9 la posizione politica di questi gruppi \u00e8 inseparabile da uno status sociale nettamente privilegiato rispetto agli altri gruppi della popolazione. La borghesia palestinese, trascinata anch\u2019essa nella Resistenza, l\u2019ha appoggiata e sostenuta con un guardingo timore delle svolte rivoluzionarie, e non \u00e8 difficile riconoscere gli interessi e le aspettative di questa classe nelle opzioni moderate di Fatah, dalla Confederazione Giordano-palestinese ai negoziati di Oslo e agli inganni del dopo-Oslo, fino al disastro dell\u2019ANP, ridotta a una brutta maschera dell\u2019occupazione israeliana.<br \/>\nA questo punto, in conclusione, ci domandiamo: quale carattere specifico della Rivoluzione palestinese viene lasciato intravedere da un proletariato composito, lontano dalla fabbrica taylorista, proveniente dallo sradicamento contadino, ammassato nei suburbi o disperso in mezzo a insediamenti coloniali, in una condizione di servaggio sub industriale e infine, ed \u00e8 la cosa pi\u00f9 importante, esposto al terrore militare di uno Stato colonialista e razzista? La risposta viene fuori facilmente: qui la lotta anticoloniale \u00e8 immediatamente un attacco ai rapporti di classe, poich\u00e9 in Palestina una borghesia nazionale consolidata non c\u2019\u00e8, e il popolo, ampiamente proletarizzato, riversa le sue basi contadine in una periferia metropolitana sempre pronta a insorgere. E allora l\u2019immagine della Rivoluzione palestinese prende piede, ed \u00e8 quella, maoista, della \u201ccampagna che accerchia le citt\u00e0\u201d. Cos\u00ec un detto di Mao che oppone il colonialista metropolitano al contadino colonizzato pu\u00f2 dischiudere il fondo sociale e di classe di una Resistenza palestinese che, forse, fin dall\u2019inizio era gi\u00e0 incamminata verso una Rivoluzione. Per Fanon e Che Guevara, nelle prime sollevazioni popolari dei paesi colonizzati, i contadini erano la classe rivoluzionaria. I Palestinesi di oggi, non sono certo i fell\u00e0hin di un tempo, ma la Palestina di Gaza e della Cisgiordania \u00e8, nell\u2019economia-mondo capitalistica, una campagna che accerchia la metropoli.<\/p>\n<p>2. PROSPETTIVE RIVOLUZIONARIE<br \/>\nDove va oggi la Rivoluzione palestinese? La risposta \u00e8 ancora una volta semplice e diretta, poich\u00e9 si riassume in una parola d\u2019ordine, in un nome e in un aggettivo che sono diventati un\u2019onda sonora nelle nostre piazze: Palestina libera! Gi\u00e0, Palestina libera; ma che cosa vuol dire veramente? E perch\u00e9 queste due parole che diventano un grido appassionato, possono accordarsi, se prese sul serio, con una rivoluzione anticoloniale in cui sono in gioco importanti rapporti di classe internazionali? In fondo, la parola libert\u00e0 \u00e8 cos\u00ec vaga e indeterminata che pu\u00f2 andare bene per padroni e proletari. Perch\u00e9, allora, in questo caso, l\u2019aggettivo \u201clibera\u201d, nello slogan \u201cPalestina libera\u201d, pu\u00f2 essere altrettanto esplosivo della parola d\u2019ordine \u201cPalestina rossa\u201d, che gridavamo un tempo, in anni politicamente migliori di questi? E che cosa intendiamo quando diciamo che queste due parole, innocue se rituali, hanno in s\u00e9 un potenziale rivoluzionario se vengono prese sul serio? I sentieri di queste domande ci conducono nelle prospettive della Rivoluzione palestinese.<\/p>\n<p>Innanzitutto la prospettiva di ogni Resistenza al dominio coloniale \u00e8 la Rivoluzione anticolonialista, e la Rivoluzione anticolonialista, per essere veramente tale, deve liberare lo spazio geografico e sociale della societ\u00e0, ossia deve distruggere la base materiale della \u201ccondizione coloniale\u201d. Ci\u00f2 comporta la dissoluzione del mondo asimmetrico delle sorveglianze disseminate, la fine dell\u2019incubo quotidiano dell\u2019iscrizione razziale dello sfruttamento di classe &#8211; nel quale lo sfruttamento del lavoro salariato \u00e8 raddoppiato dalla fungibilit\u00e0 illimitata di una forza-lavoro ghettizzata &#8211; e la ricomposizione dei territori, spezzettati dai colonizzatori per fortificare le terre sottratte e per tenere a bada i colonizzati. Ebbene, tutto ci\u00f2, in Palestina, reclama un assetto politico unitario, uno spazio comune per le popolazioni, con istituzioni e ordinamenti plurinazionali e socialisti, e non la permanenza dello Stato d\u2019Israele, che \u00e8 il braccio armato coloniale dell\u2019Occidente in Medio Oriente e uno Stato genocida e razzista. La circostanza che i gruppi della Resistenza palestinese, in questi tempi, e nelle tremende avversit\u00e0 che devono affrontare, non trasformino questa esigenza &#8211; emergente con forza dalla situazione storica &#8211; in un programma, o, se non in un programma, perlomeno in un intento esplicito, dipende dalla priorit\u00e0 tattica che, nelle lotte anticoloniali, spetta alla questione nazionale. Molto spesso, infatti, dalle ferite e dai traumi inferti dal padrone occidentale alle forme di vita culturali e storiche dei popoli assoggettati, \u00e8 scaturita la rabbia per le umiliazioni subite, per le tante umiliazioni che esasperavano l\u2019impoverimento estremo delle societ\u00e0 coloniali. Cos\u00ec, assai frequentemente, l\u2019identit\u00e0 nazionale \u00e8 stata la prima e pi\u00f9 immediata espressione del progetto anticoloniale. In questa identit\u00e0, tuttavia, per la tipica composizione di classe delle periferie coloniali, si nascondevano tensioni sociali ben pi\u00f9 profonde, tensioni che dovevano esplodere man mano che la questione nazionale avanzava verso le sue soluzioni. Lo scontro di classe, inevitabile all\u2019interno del processo travagliato e contraddittorio delle decolonizzazioni, con il passaggio delle borghesie nazionali all\u2019imperialismo, e con l\u2019emergere di tendenze socialiste e internazionaliste nei movimenti anticoloniali, proviene proprio da questa dinamica rivoluzionaria di forze sociali inizialmente orientate su forme di resistenza. Franz Fanon ha descritto questi passaggi in pagine famose e Ho Chi Minh li ha mostrati con la sua condotta.<\/p>\n<p>Tuttavia, se ci addentriamo nell\u2019intrico fra la questione nazionale palestinese e la matassa dei rapporti di classe in Palestina, l\u2019aspirazione a una \u201cPalestina libera\u201d acquista un significato che la Resistenza palestinese intravede e lascia intravedere, ma che soltanto ulteriori traguardi rivoluzionari potranno rendere manifesto. Infatti, la prima e fondamentale condizione di una Palestina libera, \u00e8, in base a ogni elementare coerenza, l\u2019eliminazione di muri, di corridoi, di sbarramenti, di reticolati, di enclaves e di tutti i ritagli di territorio che sono la forma spaziale della carcerazione dei palestinesi, lo strumento amministrativo del sistema concentrazionario che li distribuisce nelle superfici geografiche della Palestina. Ma l\u2019eliminazione delle prigioni a cielo aperto \u2013 prigioni! Quindi non soltanto Gaza! \u2013 \u00e8 impensabile senza l\u2019abbattimento dell\u2019apparato di repressione e di controllo che di queste \u201ctattiche locali\u201d di annichilimento umano e sociale \u00e8 sia il patrocinatore che il \u201crisultato strategico\u201d. E allora \u2013 proseguendo nel ragionamento -, se lo Stato d\u2019Israele e la sua periferia coloniale sono un unico complesso sociale polarizzato sul dominio coloniale e attraversato da un\u2019esplosiva contraddizione di classe, balza agli occhi l\u2019insensatezza estrema e irritante &#8211; nonch\u00e9 il carattere subdolamente propagandistico &#8211; della formula \u201cdue popoli, due Stati\u201d. Questa formula \u00e8 infatti l\u2019insegna di Oslo. Di contro, la Resistenza palestinese pu\u00f2 emergere come Rivoluzione anticoloniale, e attaccare i rapporti di classe in Medio Oriente, solo in quanto non si accontenta di uno Stato palestinese rinserrato nell\u2019entroterra e dislocato in monconi di territorio, e per di pi\u00f9 adiacente e subordinato allo Stato d\u2019Israele; ma concentra le proprie forze e la propria azione \u201csulla decolonizzazione di tutta la Palestina\u201d, i cui effetti possono essere enormi, per l\u2019integrit\u00e0 del territorio, per il ritorno dei profughi, per la condizione del lavoro salariato e per lo scompaginamento delle strategie occidentali in Medio Oriente. \u201cPalestina libera\u201d, se le parole sono impiegate correttamente, significa tutto questo. E tutto questo sta dentro la Resistenza palestinese, tutto questo vi \u00e8 racchiuso; anche se va trovato, perch\u00e9 il conteso coloniale ha il suo tempo storico e la sua dialettica, una dialettica di cui Fanon e Mao sono stati i sottili scopritori. \u00c8 questa dialettica che intende le spinte e le controspinte, le contraddizioni e i rovesciamenti che fanno di una Resistenza, una Rivoluzione.<\/p>\n<p>Edward Said, una delle figure pi\u00f9 importanti della militanza culturale antimperialista, \u00e8 stato un critico tagliente della vicenda di Oslo. La defin\u00ec, infatti, \u201cuna Versailles\u201d palestinese, alludendo, con ci\u00f2, a un accordo contenente il tacito presupposto di un abissale squilibrio di forze tra le parti, uno squilibrio paragonabile ad un trattato tra un vincitore e un vinto. La retorica della pace \u2013 in questo caso la Pax americana \u2013 ricopr\u00ec il fatto politico di belle frasi e subito vennero annunciati gli immancabili premi Nobel. Negli anni seguenti gli insediamenti israeliani, sospinti dai governi laburisti che si erano distinti nelle trattative, non conobbero limiti. Da una parte c\u2019era uno Stato sovrano, abbarbicato in un territorio omologato dal suo comando, dall\u2019altra parte un popolo confinato negli interstizi dell\u2019apartheid, dissanguato dalla repressione israeliana della prima intifada, e soprattutto indebolito dalla crisi e dalle divisioni dell\u2019O.L.P. in declino. In quel contesto, il trattato fu una resa palestinese, un cedimento che il tardivo tentativo arafattiano di introdurre nell\u2019accordo il ritorno dei rifugiati non attenu\u00f2. Comunque, non \u00e8 il trattato in quanto tale che non va, ci\u00f2 che non va \u00e8 la resa. Un altro tipo di trattati, infatti, se conclusi con un nemico coloniale umiliato nella sua tracotanza da sconfitte cocenti, potrebbe avere esiti diversi. Resta comunque innegabile che fino a quando la lotta dei palestinesi dovr\u00e0 bilanciare la Resistenza con la sopravvivenza fisica, sociale e culturale, a causa dei piani di sterminio e di deportazione ostinatamente perseguiti dal ticket U.S.A.-Israele, l\u2019uso tattico e propagandistico del riferimento ad uno Stato palestinese potr\u00e0 tornare alla ribalta. Ci\u00f2 non significa, tuttavia, che lo sbocco rivoluzionario della Resistenza \u2013 la sua prospettiva! \u2013 sia venuto meno, e che la liberazione di tutta la Palestina dalle strutture, dagli strumenti e dalle transazioni del dominio coloniale sia stata archiviata dalle organizzazioni di lotta palestinesi. La situazione storica non ammette fughe, una frontiera israeliana senza muro e senza elicotteri da guerra \u00e8 impossibile, perci\u00f2 la pace in Palestina richiede la decolonizzazione e la decolonizzazione dissolve lo Stato coloniale di Israele. Il groviglio di contraddizioni sociali che il contesto storico della Resistenza palestinese rende riconoscibile, delinea questa prospettiva. La guerra imperialista infuria contro di essa.<\/p>\n<p>Questo drammatico crinale non \u00e8 mai scomparso dalla storia della Palestina. Il \u201cfronte del rifiuto\u201d, all\u2019interno dell\u2019O.L.P., non lo perse mai di vista nella sua ferma opposizione alla Confederazione giordano-palestinese, e quando la prospettiva di quel dualismo si \u00e8 offuscata nella Resistenza palestinese, la capitolazione di Oslo era in arrivo. Giova ricordare, inoltre, che quel temibile discrimine \u00e8 stato scorto con preveggenza anche da importanti personalit\u00e0 culturali e religiose dell\u2019ebraismo. La loro denuncia degli inizi dello Stato d\u2019Israele, oltre che degli avvenimenti e dei poteri che lo hanno preceduto, non \u00e8 stata un fatto marginale nelle vicende novecentesche della Palestina. Prima della spartizione del 1948, che, in realt\u00e0, non spartiva niente, ma assegnava di fatto all\u2019amministrazione e ai gruppi paramilitari sionisti la parte della Palestina sotto il loro controllo, quel piano di spartizione, e l\u2019incombente fondazione dello Stato d\u2019Israele come Stato etnico, vennero duramente criticati ed energicamente contrastati dal movimento Brit Shalom, del quale facevano parte molte delle pi\u00f9 importanti figure della cultura ebraica del Novecento. Il loro programma &#8211; nonch\u00e9 l\u2019opera in cui si spesero &#8211; mirava a preparare le condizioni per uno Stato plurinazionale che doveva accomunare, con pari diritti, arabi ed ebrei. Si tratt\u00f2, certamente, di un\u2019impresa volontaristica e, in un certo senso, puramente etica; tutto sommato cieca nei confronti dei circuiti economici e della forza militare che appoggiavano le istituzioni coloniali sioniste, che le incoraggiavano e le proteggevano nell\u2019appropriazione di terre e di spazi sociali, oppure nell\u2019occupazione di luoghi e di ambienti che subito venivano chiusi agli abitanti della Palestina. Tuttavia, la denuncia di Brit Shalom, che si allarg\u00f2 in seguito ad altri intellettuali ebrei, molto allarmati dal protervo nazionalismo del nuovo Stato d\u2019Israele, ha avuto il merito di scoperchiare il latente razzismo sotteso a quella divisione territoriale.<br \/>\nNoi, scorgendo la parabola dei rapporti di classe dietro le genealogie del razzismo, possiamo andare molto oltre, e riconoscere nella politica dell\u2019Ishuv verso la popolazione araba i prodromi di un riassetto neocoloniale del Medioriente, le basi di una sua riconfigurazione geografica, politica ed economica destinata a rimpiazzare l\u2019ordine amministrativo dell\u2019Inghilterra mandataria. Pertanto la divisione della Palestina ci appare come lo snodo storico delle \u201ccosiddette geometrie dell\u2019imperialismo\u201d in un\u2019area geografica in cui, dopo la dissoluzione dell\u2019impero Ottomano, erano in corso importanti cambiamenti. In quei cambiamenti, dei quali la Palestina era la chiave di volta, si stava compiendo il passaggio dal vecchio colonialismo al neocolonialismo. Si capisce perci\u00f2 fino a che punto, e con quale radicale coerenza, \u201cPalestina libera\u201d significhi Palestina liberata dallo Stato d\u2019Israele. La Resistenza palestinese deve modulare i suoi obiettivi secondo tempi e fasi che possono richiedere la difesa dell\u2019idea di uno Stato palestinese; ma la prospettiva della Resistenza, delineata dalle circostanze storiche, \u00e8 la riorganizzazione politica e sociale di tutta la Palestina. Per questo la Resistenza palestinese \u00e8, per dirla con una vecchia e suggestiva espressione, \u201cuna Rivoluzione permanente\u201d.<\/p>\n<p>3. LA PALESTINA E NOI<br \/>\nMentre scriviamo, il gigante militare israeliano sta spazzando via Gaza. Riflettiamo di nuovo su Resistenza e Rivoluzione. Mentre Gaza viene fatta scomparire nell\u2019aria incandescente delle bombe teleguidate e nei tralicci spettrali che sporgono dalla sue illimitate rovine, e mentre in queste si contano a decine di migliaia i corpi delle vittime, pensare processi rivoluzionari presenti e futuri o resistenze da proseguire nel solco di esperienze precedenti, o tracciando nuovi solchi, potrebbe sembrare un patetico vaneggiamento, oppure un ostinato e astratto volontarismo. Dobbiamo desistere? Dobbiamo limitarci a firmare petizioni per un \u201ccessate il fuoco\u201d, contenti se qualche divo e un gruppetto di accademici appoggiano l\u2019iniziativa? Ma quale iniziativa? Bene che ci sia, certo; ma essa significa soltanto \u201cquelle persone esistono\u201d, e lo ricorda a noi, lo ricorda a tanta gente impotente, che tuttavia rimane impotente e isolata; mentre la macchina militare e diplomatica del ticket N.A.T.O.-Israele-Unione Europea non rallenta per cos\u00ec poco. Non rallenta neppure per tante generose manifestazioni; e meno che mai rallenter\u00e0 perch\u00e9 qualcuno insiste a parlare di Rivoluzione palestinese. Comunque sia, non siamo i soli a pensare che, pur nella generale e disperante impotenza, i militanti delle lotte antimperialiste debbano stare dalla parte della guerra di liberazione del popolo palestinese, e quindi dei suoi fedayyin, di quei fedayyin che il popolo avvolge, accoglie, protegge e aiuta, come avviene e deve avvenire in ogni guerra partigiana.<\/p>\n<p>Questa scelta del \u201cpartigiano\u201d tellurico ci appare tutt\u2019altro che astratta, anzi, la consideriamo una risposta all\u2019appello che le immani distruzioni di Gaza, con il genocidio che minaccia tutti i palestinesi, ci lanciano senza sosta. Pertanto riteniamo che quella richiesta, che si leva dai luoghi del massacro e della devastazione, ci impegni nel proseguimento di una lotta che non \u00e8 retorico chiamare comune. Ed \u00e8 comune perch\u00e9 soltanto le sollevazioni, le insubordinazioni e le resistenze destate dalle traiettorie sempre pi\u00f9 fitte e veloci del neocolonialismo occidentale, riescono a far riapparire, nel volto dei \u201cdannati della terra\u201d, quell\u2019internazionalismo delle classi operaie che in Europa e negli Stati Uniti sembra scivolato in un lungo letargo; \u00e8 comune perch\u00e9 il risveglio delle lotte di qui, che la miseria crescente delle societ\u00e0 tardo-capitalistiche incalza sempre pi\u00f9, \u00e8 inseparabile dalle rotture di altri anelli della catena imperialista, e, soprattutto, di quell\u2019anello, forte e debole al tempo stesso, che si trova in Palestina; \u00e8 comune, infine, perch\u00e9 la Palestina, forse ancor pi\u00f9 del Vietnam, forse ancor pi\u00f9 dell\u2019America Latina, ha dato alle masse europee, purtroppo dimentiche dell\u2019Africa, un immagine coinvolgente, tormentosa e ossessiva del colonizzato, al punto che la nostra storia recente si aggroviglia con quella dei palestinesi. Qui e altrove dunque, Ici et Ailleurs, come ricorda il titolo di un film; e si tratta di un film che dipana le trame che uniscono \u2013 pur nella separazione dei mondi storici &#8211; la solitudine e l\u2019impotenza dei proletari europei al contrattacco dei \u201cdannati della terra\u201d nei confronti del terrore coloniale. Questo terrore abbraccia tutta la vita del colonizzato, pressandolo da tutti i lati, dalla sotto economia alla distribuzione spaziale della popolazione, dai rastrellamenti alle punizioni militari. In quel film si mostrano soprattutto palestinesi. Ma vogliamo parlare ancora dei contrattacchi.<\/p>\n<p>La prospettiva rivoluzionaria che la lotta di liberazione dei palestinesi sviluppa dal proprio seno, sembrerebbe contraddetta, secondo molte obiezioni, provenienti, in questo caso, anche dalle file dei movimenti antimperialisti, dalla deriva culturale e ideologica della Resistenza palestinese dopo la disgregazione dell\u2019O.L.P. e il successivo insediamento negoziale di un\u2019amministrazione fantoccio denominata Autorit\u00e0 Nazionale Palestinese. Tale deriva avrebbe il suo segno distintivo nella rigida ortodossia mussulmana dell\u2019organizzazione pi\u00f9 popolare tra quelle che formano l\u2019ampio fronte della Resistenza. Quindi piuttosto spesso, nelle nostre file, le remore che inceppano la comprensione delle contraddizioni sociali e di classe del sistema coloniale vigente in Palestina, dipendono dallo spauracchio Hamas. Anche noi muoviamo molte critiche, politiche, culturali e ideologiche a quell\u2019organizzazione, e ad altre pi\u00f9 o meno affini che fanno parte della Resistenza palestinese, ma riteniamo che non siano Hamas e la Jihad palestinese a spingere e a indirizzare il popolo palestinese, bens\u00ec il popolo palestinese ad adattare queste formazioni, che possono convogliare verso la Palestina aiuti e mezzi &#8211; sia civili che militari -, alle proprie forme di vita, ai propri bisogni e alle proprie pratiche di scontro con il nemico coloniale. Indubbiamente, queste organizzazioni introducono fra i palestinesi simboli e linguaggi che svisano, o addirittura mistificano, la natura sociale delle azioni di lotta, sia di quelle collettive che di quelle guerrigliere, rinchiudendole nel cerchio nazione-religione; ma le tradizioni rivoluzionarie sedimentatesi nella memoria popolare, o la lunga storia di rivolte di massa e di educazione politica che il popolo palestinese ha attraversato nei decenni dell\u2019O.L.P., colorano di s\u00e9 questi recenti proselitismi islamici.<\/p>\n<p>Ma non dobbiamo rimuovere il lato pi\u00f9 controverso dell\u2019attuale egemonia di Hamas, n\u00e9 trascurarne le cause. Bisogna comprenderne invece la molla fondamentale, facilmente rintracciabile nel fallimento delle rivoluzioni arabe socialiste e laiche. Soltanto in Palestina una rivoluzione sociale araba, o panaraba, \u00e8 rimasta in piedi. Infatti, della catena di tensioni che accese fuochi insurrezionali e mantenne focolai di guerriglia nel corso di alcuni decenni del Novecento, dal Marocco al Libano e dalla Palestina all\u2019Iran del 1979, rimase in fermento soltanto la situazione palestinese. Tutte le altre vennero soffocate, e spesso disperse, o dall\u2019imperialismo occidentale o da autocrazie regionali, teocratiche o dinastiche. In questo vuoto, e nell\u2019inarrestabile disgregazione di societ\u00e0 tradizionaliste sottoposte alle pressioni di un\u2019economia-mondo capitalistica sempre pi\u00f9 aggressiva, l\u2019Islam divenne l\u2019emblema unificante di popolazioni sfruttate e umiliate. La Palestina ha successivamente condiviso questa sorte, ma ha impresso sull\u2019Islam la propria immagine storica. Cos\u00ec, in Palestina, una religione disprezzata dal padrone imperialista, ha ridato al colonizzato la dignit\u00e0 della lotta.<\/p>\n<p>Di fronte alla stragrande maggioranza degli israeliani, e non soltanto in faccia ai coloni degli insediamenti, i palestinesi scivolano fuori dall\u2019ideale umano che i privilegiati ricavano sempre da s\u00e9 stessi, dai loro modi di vita, dalle loro ambizioni professionali, dal loro denaro, dai loro passatempi. Il mondo coloniale, suggeriva Fanon, respinge il colonizzato in una condizione di semi-esistenza; finch\u00e9 sta buono, non ci si accorge di lui; poi, quando si ribella, la sua malvagit\u00e0 appare illimitata, poich\u00e9 \u00e8 giudicata secondo i valori morali che fondano e confermano la \u201csupremazia occidentale\u201d. In Palestina questa situazione ha spezzato tutte le remore della \u201cfalsa coscienza\u201d e i palestinesi, nell\u2019\u201cimmaginario sociale\u201d degli israeliani, appaiono come \u201csottouomini\u201d, per quanto questa sottoumanit\u00e0 conosca differenti gradazioni nella loro societ\u00e0. I pacifisti israeliani non hanno mai \u201criconosciuto\u201d la Resistenza palestinese, e soltanto coraggiose minoranze sfidano, in Israele, questa messa al bando paranoica. Pertanto, il \u201csottouomo\u201d palestinese, soltanto attraverso il dolore e le perdite umane illimitate di una lotta instancabile, si \u00e8 tolto di dosso la sua sottoumanit\u00e0 coloniale, irrompendo nella scena culturale e ideologica dell\u2019imperialismo, sia in Israele che in tutto l\u2019Occidente, come \u201ccontro-uomo\u201d, come \u201cterrorista\u201d. Il \u201csottouomo\u201d e il \u201ccontro-uomo\u201d \u2013 due personaggi che, insieme ad altri dello stesso tipo, si aggirano nelle opere di Sartre &#8211; sono il retroscena inconfessabile dell\u2019ideale umano che la borghesia capitalistica ha estratto dal proprio mondo e che l\u2019imperialismo ha fatto dilagare tra i \u201cdannati della terra\u201d. Per i palestinesi questo duplice ruolo \u00e8 stato la stoffa di un abito tagliato dal colonialista, indifferentemente israeliano, statunitense o europeo. E lo \u00e8 stato con una radicalit\u00e0 e un accanimento che non ha riscontro in altri contesti coloniali. Per questo, dopo la crisi dell\u2019O.L.P. e lo sbandamento del cosiddetto \u201cprocesso di pace\u201d, molti palestinesi hanno afferrato l\u2019Islam come simbolo di identit\u00e0. Naturalmente, si tratta di un\u2019identit\u00e0 transitoria, assunta per negare la propria condizione di \u201csottouomo\u201d, abbracciata per il suo potenziale antagonistico, che \u00e8 la scintilla del \u201ccontro-uomo\u201d. I filosofi, quelli importanti per il marxismo, l\u2019hanno chiamata lotta per il \u201criconoscimento\u201d e l\u2019hanno definita durissima e implacabile. Le guerre di liberazione dal colonialismo l\u2019hanno potenziata al massimo, proprio perch\u00e9 in tali guerre si sono sempre fusi due punti di attrito, quello della classe e quello del colore. Se prescindiamo da questa lotta non possiamo comprendere fino in fondo la Resistenza palestinese.<\/p>\n<p>Da qui l\u2019assegnazione di un compito per noi; anzi, da qui una consegna coinvolgente che ci tocca e ci sorpassa: rifiutarsi alla contraffazione razzista della violenza dei \u201cdannati della terra\u201d, sempre riemergente negli \u201capparati ideologici di Stato\u201d in Occidente. Infatti, la lotta armata del \u201ccontro-uomo\u201d delle periferie coloniali, e quindi, nella situazione di cui si analizzano gli aspetti, del fedayyin palestinese, viene inscritta, dai codici del padrone imperialista, nel \u201cnon-umano\u201d o nel \u201cdisumano\u201d; nello stesso modo in cui il \u201cnon-umano\u201d e il \u201cdisumano\u201d, nei rapporti di classe capitalistici, hanno sempre ricoperto con la propria ombra, i proletari insorti, gli illegalismi dei poveri, gli emarginati irriducibili e ogni devianza. Di fronte al terrore scatenato dagli \u201colocausti\u201d aereo-navali pianificati dalle potenze imperialiste e reso cronico e capillare dalle estorsioni di suolo, di sottosuolo e di esseri umani attraverso il \u201cgrande gioco\u201d finanziario del Fondo Monetario Internazionale, l\u2019uso della parola \u201cterrorismo\u201d, abituale nello spettacolo mediatico, e volto a esecrare solennemente le azioni armate dei popoli schiacciati dalla rete planetaria dell\u2019accumulazione capitalistica, suona beffardo. I Palestinesi subiscono ed hanno subito queste campagne di razzismo giornalistico, cartaceo e televisivo, lungo tutta la loro dolorosa e fiera vicenda, e inoltre con esse, prima \u00e8 stato lanciato il segnale dello sterminio di Gaza, poi \u00e8 stata preparata ideologicamente la normalizzazione di quello sterminio. Cos\u00ec le azioni armate palestinesi, sempre spudoratamente deturpate nella loro realt\u00e0 effettiva da manipolazioni di ogni sorta, vengono fatte rientrare nelle immagini del \u201ccontro-uomo\u201d consumabili nella metropoli imperialistica, dove la situazione coloniale, nei suoi abissi di paura, di miseria e di umiliazione, non \u00e8 in alcun modo percepibile. Unirsi alla coscienza candeggiata dei fabbricanti di opinioni pubbliche, per i movimenti antimperialistici significa avvolgersi nell\u2019equivoco pi\u00f9 melmoso, poich\u00e9, in tal modo, viene implicitamente avallata la disumanizzazione eurocentrica del \u201cribelle\u201d della periferia coloniale, e inoltre viene opportunisticamente accantonata ogni domanda sull\u2019origine del contro-uomo, della sua rocciosa lotta per il \u201criconoscimento\u201d e della sua perturbante negazione. Questa lotta, secondo Fanon, \u00e8 la radice antropologica di tutte le rivoluzioni anticoloniali e il compito che ci \u00e8 affidato \u00e8 quello di restituirla alla parola, di sottrarla alle rimozioni, di problematizzarla con la coscienza della sua genesi, e di sobbarcarcene il dramma, rifiutando condanne astratte. Ricordiamoci allora due versi dell\u2019internazionale di Franco Fortini: \u201cquesta lotta che uguale\/l\u2019uomo all\u2019uomo far\u00e0\u201d.<\/p>\n<p>\u201cQui e altrove\u201d, abbiamo scritto, ritornando su un titolo di film. Ci\u00f2 non significa soltanto che nei circuiti degli investimenti capitalistici planetari le guerre chiudono e aprono mercati, dirottano capitali, risolvono endemiche sovrapproduzioni e trasformano i bisogni compressi di qua in bombe assassine di l\u00e0. Tutto ci\u00f2 \u00e8 senz\u2019altro vero; ma \u201cqui e altrove\u201d significa anche altre cose. Significa, per esempio, la povert\u00e0 relativa di una sopravvivenza sempre calante, accompagnata dall\u2019immaginario delle merci, per le classi popolari dell\u2019Occidente; e la povert\u00e0 assoluta senza difese, nella morsa estrattiva della \u201ccooperazione\u201d capitalistica, per le masse della periferia coloniale. Significa, inoltre, differenti alienazioni culturali; qua solitudine e isolamento, l\u00e0 codificazioni religiose dei legami collettivi. Significa, infine, differenti prese di coscienza, qua intermittenti e dispersi conflitti, che non diventano insubordinazione di classe al comando capitalistico, le cui istituzioni culturali rimangono egemoniche; l\u00e0, in Palestina, una Resistenza anticoloniale le cui prospettive rivoluzionarie non si sono offuscate; ma che oggi \u00e8 travolta da una controrivoluzione che assume la forma e le proporzioni del genocidio. Due spazi eterogenei, avvicinabili soltanto nel discorso e nell\u2019azione, nella teoria e nella prassi. Ma la nostra prassi \u2013 che \u00e8 sempre anche teoria \u2013 non pu\u00f2 che essere radicalmente diversa da quella di chi difende la propria gente dai droni, dai missili e dai rastrellamenti con i quali la si vuole costringere alla fuga. Per questo, se l\u00e0, in Palestina, la Resistenza deve nascondere la Rivoluzione, qua, in Europa, dobbiamo insistentemente ricordarla. La dimensione della Resistenza palestinese cui noi possiamo \u2013 e dobbiamo! &#8211; dare un\u2019espressione politica \u2013 e se la parola non \u00e8 eccessiva, anche etica \u2013 \u00e8 la Rivoluzione palestinese.<\/p>\n<p>La nostra riflessione, o il nostro discorso, termina qui, ma si accomiata lasciando in sospeso molti temi e ritraendosi da importanti problemi. Scegliamo di fermarci perch\u00e9 lo scopo di questo discorso \u00e8 stato conseguito, almeno formalmente; e tale scopo era soltanto, o voleva essere soltanto, un\u2019introduzione. Un\u2019introduzione a una discussione su un \u201ccoinquilino segreto\u201d della Resistenza palestinese, oppure, detto fuor di metafora, l\u2019avvio di una discussione su un intrico di rapporti, di storie, di poteri e di interessi che la guerra d\u2019annientamento dei palestinesi condotta dall\u2019imperialismo occidentale impone di considerare. I palestinesi, infatti, non sono soltanto un tormentato popolo della diaspora minacciato di estinzione, ma sono anche gli artefici di un progetto politico antimperialista, e per di pi\u00f9, di un progetto politico antimperialista in un\u2019area cruciale della geografia politica del pianeta, cruciale per i traffici commerciali, per il coacervo di gruppi religiosi, per le collisioni militari e, soprattutto, per l\u2019accesso alle fonti energetiche e ai nuovi minerali del mercato informatico. E inevitabilmente \u00e8 l\u00ec, proprio l\u00ec, in quella terra dove i popoli ritrovano le tracce e i sedimenti di storie millenarie, che l\u2019Occidente ha insediato, e armato oltre ogni misura, la sua tracotante \u201cguardia bianca\u201d. Non \u00e8 cosa da poco, una rivoluzione anticoloniale in Palestina. Noi abbiamo voluto parlarne.<\/p>\n<p>Ne abbiamo parlato solo in parte, in minima parte. Quante cose sono rimaste fuori! Per esempio, non abbiamo sfiorato la complicata trama delle alleanze politiche e dei blocchi religiosi della regione, non necessariamente intrecciati e non di rado mutevoli, e non abbiamo fatto parola su come tali rivalit\u00e0 e ambizioni egemoniche possono influenzare le scelte e gli obiettivi della guerriglia palestinese, costringendola a valersi di appoggi militari che rientrano in piani di espansione regionale di Stati vicini e che costituiscono un pericolo futuro per una lotta antimperialista orientata verso prospettive socialiste e di universale emancipazione umana. E qui il pensiero corre subito all\u2019Iran, uno Stato teocratico e ultrareazionario, coraggiosamente sfidato da un\u2019opposizione interna di cui occorrerebbe studiare la composizione sociale e di classe, senza farsi accecare dai tentativi dell\u2019imperialismo statunitense di servirsene per i propri disegni.<\/p>\n<p>Un altro campo di questioni che abbiamo lasciato fuori dalle nostre analisi e dalle nostre ricostruzioni \u00e8 quello, anch\u2019esso ricco di risvolti e di implicazioni, della posizione sociale delle donne nella societ\u00e0 palestinese; e, correlativamente a esso, quello della posizione e del ruolo delle donne in una guerra anticoloniale; poich\u00e9, in tali contesti, l\u2019accelerazione rivoluzionaria delle resistenze, il loro passaggio nella fase della disgregazione del vecchio ordine, pu\u00f2 ricevere \u2013 e spesso ha ricevuto; l\u2019Algeria \u00e8 un modello &#8211; una spinta decisiva dall\u2019uscita delle donne dalle forme familiaristiche di oppressione in cui esse erano state imprigionate. Tuttavia, per parlare delle donne palestinesi, occorrerebbero conoscenze specifiche delle quali purtroppo non disponiamo, per cui rinunciamo a un giudizio che non pu\u00f2 avvalersi di un\u2019\u201cinchiesta\u201d; resi accorti da una lunga esperienza e dai nostri \u201ctesti classici\u201d, per i quali se non si fa l\u2019inchiesta \u00e8 bene stare zitti.<br \/>\nEd eccoci alla domanda di chiusura, allo sguardo a ritroso. Ci chiediamo: che cosa abbiamo voluto fare? Qual \u00e8 il senso di questa riflessione sulla Palestina? E inoltre, dal momento che essa \u00e8 incompleta, lacunosa &#8211; e vorrebbe essere soltanto un suggerimento da proseguire, un gesto che chiama altre forze -, perch\u00e9 argomenta una tesi decisa e perentoria, come quella di una Rivoluzione palestinese da riconoscere e da sostenere? La risposta ruba la parola al filosofo, questo manifesto per la Palestina \u00e8 un \u201cdiscorso sul metodo\u201d. Se l\u2019appoggio alla Resistenza palestinese deve diventare una pratica militante, se questa pratica militante potr\u00e0 aiutare la Resistenza palestinese a proseguire la sua Rivoluzione e se nonostante l\u2019orrore per l\u2019olocausto di Gaza la parola dovr\u00e0 insistere nella critica e nell\u2019accusa, allora serve un metodo. Un metodo per comprendere la mappa della lotta di classe in Palestina e per comprendere quali forze sociali bisogna mettere in moto qui in Europa, per vincere, come per il Vietnam, il gigante nordamericano.<br \/>\nFonte: Sinistrainrete)<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>08 &#8211; Paolo Griseri*: DILEMMA DELL\u2019OCCIDENTALE PROGRESSISTA: STARE COI CONTADINI DELLE ANDE O CON LE AUTO ELETTRICHE? STORIA ISTRUTTIVA DA PURMAMARCA. LE MULTINAZIONALI DEL LITIO, CHE SERVE PER LE BATTERIE, DRENANO L\u2019ACQUA CHE SERVE PER CAMPI E ANIMALI. COME VA IN CORTOCIRCUITO IL CORRETTISMO AMBIENTALISTA. PICCOLA MORALE.<\/strong><br \/>\nPiantato in mezzo alla distesa di sale sull\u2019altopiano di Purmamarca, il cartello ammonisce: \u201cNo alla grande miniera. Tuteliamo le nostre risorse naturali\u201d. \u00c8 lo stesso slogan che si trova lungo la strada, brandito dai capannelli degli originarios, le popolazioni che coltivano le terre sotto i vulcani a 4 mila metri nelle Ande Argentine. La \u201cgrande miniera\u201d \u00e8 il progetto delle multinazionali americane, canadesi, cinesi e anche europee per scavare in quest\u2019area grandi quantit\u00e0 di litio. I contadini \u201coriginarios\u201d protestano perch\u00e9 le miniere di litio hanno bisogno di molta acqua che finisce per essere drenata dal sistema idrico lasciando all\u2019asciutto campi e animali.<br \/>\nChi ha ragione in questo scontro? Guardandola con gli occhi di un occidentale progressista non ci sarebbe dubbio alcuno: hanno ragione i contadini dell\u2019altopiano che si battono coraggiosamente a difesa della loro terra contro le pretese delle rapaci multinazionali. Ed \u00e8 effettivamente cos\u00ec. Lo scontro \u00e8 stato uno degli elementi della campagna elettorale. L\u2019anarco-reazionario Javier Milei le ha vinte anche promettendo alle multinazionali il via libera a nuove miniere che moltiplicheranno per sette l\u2019attuale valore delle esportazioni di litio argentino.<br \/>\nA che cosa serve il litio? Nel 2010 il 23 per cento del minerale scavato nelle miniere del mondo veniva utilizzato nelle batterie delle auto. Nel 2021 quella percentuale \u00e8 salita al 74 per cento. Le batterie al litio servono a sostituire con la propulsione elettrica delle auto quella tradizionale dei combustibili fossili. Che cosa preferisce l\u2019occidentale progressista? Naturalmente l\u2019auto elettrica perch\u00e9, riteniamo, \u00e8 meno inquinante.<br \/>\nEcco che il cerchio si chiude. Il disorientamento \u00e8 totale. L\u2019occidentale progressista e ambientalista non sa che fare: difendere il contadino dall\u2019aggressione delle multinazionali o devastare il sistema idrico argentino per abolire i combustibili fossili in Europa e in California (e lasciare al loro destino i campesinos sudamericani)?<br \/>\nLa parabola del litio ha naturalmente una morale: il mondo \u00e8 complesso. Buoni e cattivi sono categorie che funzionano nei talk show per l\u2019audience e in campagna elettorale per acchiappare voti. Ma nella realt\u00e0 sono illusioni ottiche, come tali totalmente inaffidabili. Non esiste il combustibile fossile totalmente cattivo n\u00e9 quello delle batterie integralmente buono. La devastazione di Purmamarca \u00e8 l\u00ec a dimostrarlo: quell\u2019altipiano \u00e8 la retrobottega dell\u2019ambientalismo da salotto del nostro caro Occidente.<br \/>\n*(Paolo Griseri . Vicedirettore &#8216;La Stampa&#8217;. Giornalista, racconta Torino e il Piemonte dalle colonne de \u201cla Repubblica\u201d, dopo aver lavorato in precedenza presso \u201cil Manifesto\u201d.)<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<div class=\"mh-excerpt\"><p>01 &#8211; Sen. 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