{"id":41142,"date":"2023-02-24T23:26:12","date_gmt":"2023-02-24T23:26:12","guid":{"rendered":"https:\/\/emigrazione-notizie.org\/?p=41142"},"modified":"2023-02-25T19:34:36","modified_gmt":"2023-02-25T19:34:36","slug":"n-08-25-febbraio-2023-rassegna-di-news-nazionali-e-internazionali-news-dai-parlamentari-eletti-allestero","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/emigrazione-notizie.org\/?p=41142","title":{"rendered":"n\u00b0 08 \u2013 25\/02\/2023. RASSEGNA DI NEWS NAZIONALI E INTERNAZIONALI.  NEWS DAI PARLAMENTARI ELETTI ALL\u2019ESTERO"},"content":{"rendered":"<p><strong>01 &#8211; Sen. Francesca La Marca*: accordo di sicurezza sociale con il Messico. La marca (pd): \u00abho interrogato il governo, basta rinvii\u00bb.<\/strong><br \/>\n<strong>02 \u2013 Sen. La Marca (Pd) interviene in aula sulla grave situazione degli enti promotori di lingua e cultura italiana nel mondo<\/strong><br \/>\n<strong>03 &#8211; Roberto Ciccarelli*: Pestaggio a Firenze, Valditara non condanna e censura la preside Savino<\/strong><br \/>\n<strong>ORDINE E DISCIPLINA.<\/strong><br \/>\n<strong>04 &#8211; Alessandra Algostino*:La voce delle armi e il silenzio dei popoli. IL LIMITE IGNOTO. Questo clima legittima regressioni nella garanzia dei diritti sociali e di libert\u00e0<\/strong><br \/>\n<strong>05 &#8211; legge di bilancio e le attuazioni in ritardo. Governo e parlamento. L\u2019approvazione della legge di bilancio ha comportato una nuova impennata di attuazioni da pubblicare. Parliamo di 470 atti che ancora mancano all\u2019appello. Molti dei quali bloccano l\u2019erogazione di risorse gi\u00e0 stanziate<\/strong><br \/>\n<strong>06 &#8211; Gabriella De Rosa*: sondaggio: maggioranza italiani tegno a kiev ma la maggioranza degli italiani \u00e8 contro all\u2019invio di armi. contro invio di armi all\u2019ucraina. Ad un anno dall\u2019invasione russa in ucraina il governo ribadisce il sos<\/strong><br \/>\n<strong>07 &#8211; Stella Levantesi*: EMERGENZA CLIMATICA. CONTRO IL POTERE FOSSILE. La violenza contro gli attivisti svela la strategia delle lobby del gas<\/strong><br \/>\n<strong>08 &#8211; Arthur C. Brooks*:IL LEGAME NASCOSTO TRA LAVORARE TROPPO E SALUTE MENTALE.<\/strong><br \/>\n<strong>09 &#8211; Giuliano Battiston* : Storia del pacifismo italiano. Com\u2019\u00e8 cambiato il movimento pacifista in questi ultimi decenni, dalla marcia Perugia-Assisi del 1961 alle manifestazioni contro la guerra in Ucraina<\/strong><br \/>\n<strong>10 &#8211; Laura Loguercio *: Sognando l\u2019Australia. Un\u2019altra terra, un\u2019altra lingua, un\u2019altra vita. Le ragioni per partire sono tante e sempre diverse, cos\u00ec come quelle che convincono tanti a rientrare in Italia, dopo mesi o anni passati all\u2019estero.<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>01 &#8211; SEN. FRANCESCA LA MARCA*: ACCORDO DI SICUREZZA SOCIALE CON IL MESSICO. LA MARCA (PD): \u00abHO INTERROGATO IL GOVERNO, BASTA RINVII\u00bb.<\/strong><br \/>\nUn\u2019interrogazione per chiedere al Governo di inserire la stipula di una convenzione di sicurezza sociale con il Messico, tra i punti in discussione nella VI Commissione biMnazionale Italia \u2013 Stati Uniti Messicani che si celebrer\u00e0 quest\u2019anno a Citt\u00e0 del Messico. \u00c8 questa la richiesta al Governo giunta dalla Senatrice del Partito Democratico Francesca La Marca, eletta nella circoscrizione estero, ripartizione America Settentrionale e Centrale. Tra coloro che hanno sottoscritto l\u2019interrogazione vi sono anche i senatori: Francesco Verducci, Susanna Camusso, Annamaria Furlan, Alberto Losacco, Graziano Del Rio, Andrea Martella, Ilenia Zambito, Carlo Cottarelli, Enza Rando, Francesco Giacobbe, Enrico Borghi, Antonio Nicita e Tatjana Rojc.<\/p>\n<p>\u00abHo deciso di presentare questa interrogazione \u2013 sottolinea la Senatrice La Marca \u2013 perch\u00e9 il tempo dell\u2019attesa \u00e8 finito. Oltre 21mila cittadini italiani presenti in Messico (secondo dati A.I.R.E) ma che nella realt\u00e0 sono molti di pi\u00f9, attendono da troppo tempo una risposta. Cos\u00ec come l\u2019aspettano i quasi 6.000 cittadini messicani residenti attualmente in Italia\u00bb.<\/p>\n<p>La finalit\u00e0 degli accordi di sicurezza sociale \u00e8 quella di: garantire la parit\u00e0 di trattamento di lavoratori e pensionati che si spostano, spesso permanentemente, dall&#8217;uno all&#8217;altro Paese contraente; la totalizzazione dei periodi contributivi; l&#8217;esportabilit\u00e0 e il mantenimento delle prestazioni previdenziali di cui sono o saranno eventualmente titolari.<\/p>\n<p>\u00abGi\u00e0 nel 2016, ben 7 anni fa, avevo presentato al Governo \u2013 prosegue la Senatrice La Marca \u2013 un\u2019interrogazione sulla medesima questione. Il 30 marzo di quell\u2019anno ricevetti una risposta, dal Sottosegretario Benedetto Della Vedova, che sottolineava come gli allora stringenti vincoli di bilancio impedissero l\u2019avvio di trattative con il paese Nordamericano\u00bb.<\/p>\n<p>\u00abCi tengo a ricordare \u2013 sottolinea la Senatrice La Marca \u2013 che da un accordo di sicurezza sociale fra Italia e Messico trarrebbero giovamento anche numerose imprese italiane presenti nel paese. L\u2019Italia \u00e8 il 13\u00b0 fornitore del Messico e il secondo socio commerciale europeo, dopo la Germania. Nel 2021 le esportazioni italiane in Messico sono state pari a 6,109 mld di dollari, con un incremento del 26,2% rispetto allo stesso periodo del 2020\u00bb.<\/p>\n<p>In materia di sicurezza sociale e di doppie imposizioni, sono in vigore fra il nostro paese e il Messico, un accordo del 1977 sulla trasferibilit\u00e0 delle pensioni. Ed \u00e8 stata siglata l\u20198 luglio 1991 un\u2019intesa per evitare le doppie imposizioni in materia di imposte sul reddito e prevenire le evasioni fiscali, il cui Protocollo di modifica \u00e8 entrato in vigore il 16 aprile 2015.<\/p>\n<p>\u00abNon \u00e8 pi\u00f9 il tempo dell\u2019attesa \u2013 conclude la Senatrice La Marca &#8211; occorre dare una chiara risposta ai cittadini italiani residenti in Messico e ai messicani residenti in Italia. Cittadini che da anni contribuiscono all\u2019arricchimento delle comunit\u00e0 di destinazione e che meritano di essere tutelati proprio come i loro connazionali in patria. Questa volta dal Governo mi aspetto risposte concrete\u00bb.<br \/>\n*(Sen. Francesca La Marca, Ph.D. &#8211; SENATO DELLA REPUBBLICA -Ripartizione Nord e Centro America -Electoral College of North and Central America &#8211; Palazzo Madama &#8211; )00186 Roma, Italia &#8211; Email &#8211; francesca.lamarca@senato.it)<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>02 \u2013 Sen. La Marca (Pd) INTERVIENE IN AULA SULLA GRAVE SITUAZIONE DEGLI ENTI PROMOTORI DI LINGUA E CULTURA ITALIANA NEL MONDO<\/strong><br \/>\nUn intervento di fine seduta per richiamare l\u2019attenzione del governo sulla delicata e difficile situazione in cui versano gli Enti Promotori ed in generale il sistema di insegnamento dalla lingua e cultura italiana nel mondo. \u00c8 quanto realizzato, al termine della seduta di ieri, dalla Senatrice del Partito Democratico Francesca La Marca, eletta nella circoscrizione estero, ripartizione America Settentrionale e Centrale.<br \/>\n\u00abHo deciso di rivolgermi al Governo \u2013 sottolinea la Senatrice La Marca \u2013 per portare all\u2019attenzione dell\u2019Esecutivo la drammatica situazione in cui versa il sistema di promozione della lingua e della cultura italiana nel mondo, in particolare per quanto concerne i corsi di lingua e cultura organizzati dagli Enti Promotori. In diversi paesi, come ad esempio quelli dell\u2019America Settentrionale e Centrale, la rete dell\u2019insegnamento della lingua e cultura italiana si sta impoverendo, non solo per la mancanza di fondi, ma soprattutto a causa di una regolamentazione troppo stringente e di un\u2019eccessiva burocrazia\u00bb.<\/p>\n<p>\u00abParliamo \u2013 prosegue la Senatrice La Marca \u2013 di numeri importanti. Pensate che nel solo 2021 sono stati attivati nel mondo ben 10.979 corsi di lingua e cultura italiana. Secondo gli ultimi dati disponibili, nel solo anno accademico 2019\/2020 erano presenti in Canada 35.590 studenti d\u2019italiano: di questi ben 23.614 erano studenti degli Enti Promotori\u00bb.<\/p>\n<p>\u00abSecondo i dati forniti su mia richiesta dalla Direzione Centrale per la promozione della cultura e della lingua italiana del Ministero degli Affari Esteri \u2013 sottolinea la Senatrice La Marca &#8211; attualmente sono riconosciuti 13 enti promotori negli USA, 10 in Canada e 1 in Messico. Per l\u2019anno scolastico 2023\/24 la Direzione Generale ha ricevuto richieste da 9 enti degli Stati Uniti, 2 canadesi e dall\u2019ente messicano\u00bb.<\/p>\n<p>\u00abCome ho ribadito nel mio intervento occorre dare risposte urgenti agli Enti Promotori se non si vuole perdere un sistema di conoscenze e competenze che per anni ha permesso la diffusione della lingua e della cultura italiana nel mondo. Altrimenti \u2013 aggiunge la Senatrice La Marca \u2013 rischiamo di perdere un\u2019intera generazione di italiani o di italo-discendenti ai quali viene di fatto negata l\u2019opportunit\u00e0 di conoscere la lingua e la cultura italiana, con possibili ripercussioni per l\u2019intero sistema paese\u00bb.<\/p>\n<p>\u00abImparare la lingua italiana \u2013 ribadisce la Senatrice La Marca \u2013 \u00e8 spesso il primo passo per avvicinarsi al nostro paese e si configura come un passaggio, a volte necessario, per spingere gli italo-discendenti, una comunit\u00e0 stimata in 80milioni di persone nel mondo, a venire a visitare i loro luoghi d\u2019origine, il cosiddetto \u201cturismo delle radici\u201d\u00bb.<\/p>\n<p>\u00abPer tutte queste ragioni \u2013 conclude la Senatrice La Marca &#8211; non possiamo perdere il patrimonio di conoscenze e competenze acquisite negli anni dagli Enti Promotori. Mi aspetto una risposta chiara dal Governo. Gli Enti Promotori e i loro studenti non possono pi\u00f9 aspettare\u00bb.<br \/>\n*(Sen. Francesca La Marca, Ph.D. &#8211; SENATO DELLA REPUBBLICA &#8211; Ripartizione Nord e Centro America &#8211; Electoral College of North and Central America)<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>03 &#8211; Roberto Ciccarelli*: PESTAGGIO A FIRENZE, VALDITARA NON CONDANNA E CENSURA LA PRESIDE SAVINO, ORDINE E DISCIPLINA.<\/strong> IL MINISTRO DELL\u2019ISTRUZIONE ATTACCA LA NUOVA LETTERA DI UNA PROFESSORESSA DEMOCRATICA, ANTIFASCISTA E GRAMSCIANA: \u00abIMPROPRIA E RIDICOLA. NON COMPETE A UNA DIRIGENTE SCOLASTICA LANCIARE QUESTI MESSAGGI. OGGI NON C\u2019\u00c8 UNA DERIVA VIOLENTA N\u00c9 UN PERICOLO FASCISTA\u00bb. LE OPPOSIZIONI: \u00abSI SCUSI O SI DIMETTA\u00bb.<br \/>\nAnpi: \u00abInaccettabile il suo rumoroso silenzio davanti all\u2019aggressione, \u00e8 di una parzialit\u00e0 sconcertante\u00bb. Decine di migliaia di firme a sostegno della preside raccolte online da Priorit\u00e0 alla scuola<br \/>\nLa violenza neofascista contro gli studenti davanti al liceo Michelangiolo a Firenze venerd\u00ec scorso ha creato un problema in casa al governo Meloni. Invece di condannare l\u2019aggressione, ieri il ministro dell\u2019Istruzione \u00abe del merito\u00bb Giuseppe Valditara ha attaccato la stupenda lettera scritta da Annalisa Savino, preside del liceo Leonardo Da Vinci a Firenze, a sostegno di un\u2019idea di scuola democratica, antifascista e gramsciana. E ha censurato la dirigente scolastica che ieri ha preferito restare in silenzio per \u00abnon alimentare\u00bb la \u00absovraesposizione mediatica\u00bb su \u00abquestioni che, seppur attinenti alla scuola e al suo ruolo nella societ\u00e0, tuttavia diventano facile oggetto di polemica e strumentalizzazione\u00bb. Agli studenti \u00e8 arrivato \u00abun messaggio forte e chiaro. Non c\u2019\u00e8 niente da aggiungere\u00bb.<\/p>\n<p>\u00abIL FASCISMO in Italia non \u00e8 nato con le grandi adunate da migliaia di persone. \u00c8 nato ai bordi di un marciapiede qualunque, con la vittima di un pestaggio per motivi politici che \u00e8 stata lasciata a s\u00e9 stessa da passanti indifferenti \u2013 ha scritto Savino citando il Gramsci di \u201cOdio gli indifferenti\u201d \u2013 Chi decanta il valore delle frontiere, chi onora il sangue degli avi in contrapposizione ai diversi, continuando ad alzare muri, va lasciato solo, chiamato con il suo nome, combattuto con le idee e con la cultura. Senza illudersi che questo disgustoso rigurgito passi da s\u00e9\u00bb.<\/p>\n<p>\u00c8 LA NUOVA LETTERA di una professoressa. Netta, sentita e originale. Ha offerto ai fortunati studenti ai quali \u00e8 stata indirizzato, e ormai non solo a loro, uno sguardo profondo su ci\u00f2 che siamo oggi. Inoltre offre un\u2019interpretazione storicamente adeguata al confusionismo storico sui \u00abtotalitarismi\u00bb e sugli \u00abopposti estremismi\u00bb. La sua politicit\u00e0 ha scatenato la reazione di Valditara che ha ravvisato nel testo, in fondo, una lettura dissonante a quanto lui stesso, prolifico scrittore di circolari, ha scritto sulla storia italiana tra ottobre e novembre 2022.<\/p>\n<p>\u00ab\u00c8 UNA LETTERA del tutto impropria \u2013 ha detto Valditara ieri mattina in una trasmissione televisiva \u2013 Mi \u00e8 dispiaciuto leggerla, non compete ad una preside lanciare messaggi di questo tipo e il contenuto non ha nulla a che vedere con la realt\u00e0: in Italia non c\u2019\u00e8 alcuna deriva violenta e autoritaria, non c\u2019\u00e8 alcun pericolo fascista, difendere le frontiere non ha nulla a che vedere con il nazismo o con il fascismo\u00bb. Poi ha alluso a possibili provvedimenti disciplinari: \u00abSono iniziative strumentali che esprimono una politicizzazione che auspico che non abbia pi\u00f9 posto nelle scuole; se l\u2019atteggiamento dovesse persistere vedremo se sar\u00e0 necessario prendere misure\u00bb ha aggiunto. \u00abDi queste lettere non so che farmene, sono lettere ridicole, pensare che ci sia un rischio fascista \u00e8 ridicolo\u00bb.<\/p>\n<p>POI \u00c8 ARRIVATO il consueto rovesciamento vittimistico per cui il diritto alla critica davanti a un episodio di violenza squadrista analizzata dal testo della circolare sarebbe diventato, con un salto logico e politico, la sponda a \u00abun attacco alla libert\u00e0 di opinione\u00bb, \u00abtrasformando la polemica in una campagna di odio, delegittimazione e falsificazione talvolta della realt\u00e0. Vanno prese per quello che sono: propaganda. Chiedo ai partiti dell\u2019opposizione maggiore responsabilit\u00e0. E intanto mi aspetto solidariet\u00e0 anche dalla preside che ha scritto la missiva\u00bb ha detto Valditara.<\/p>\n<p>L\u2019OPERAZIONE RETORICA non sembra essere riuscita, considerata la valanga di indignazione prodotta da queste parole. \u00abLa velata minaccia di future misure disciplinari \u2013 ha detto Gianfranco Pagliarulo (Anpi) \u2013 \u00e8 la spia del clima di autoritaria intolleranza che questo governo sta promuovendo e diffondendo alzando il clima di tensione nel paese. Va riconosciuta senza dubbio al ministro solidariet\u00e0 per le minacce ricevute. Ma il suo rumorosissimo silenzio davanti all\u2019aggressione subita dagli studenti di Firenze \u00e8 una prova di parzialit\u00e0 francamente sconcertante da parte di un ministro della repubblica antifascista\u00bb.<\/p>\n<p>IL \u00abCLIMA DI AUTORITARIA intolleranza\u00bb \u00e8 stato rilanciato dallo striscione, poi rimosso, davanti al liceo da Vinci da parte di esponenti di estrema destra. \u00abNon ci fermer\u00e0 una circolare, studenti liberi di lottare\u00bb. In rete \u00e8 girata la foto dove si brucia la lettera della preside. \u00abLo striscione minatorio, poco prima della censura del ministro Valditara \u00e8 un fatto grave e pericoloso \u2013 ha detto il sindaco di Firenze Dario Nardella \u2013 Le parole di Valditara sono gravissime: si scusi o di dimetta\u00bb. Ieri la Digos ha perquisito le case dei sei esponenti di estrema destra, tra i 16 e i 21 anni, indagati per violenza privata aggravata e lesioni per l\u2019aggressione al Michelangiolo. In caso di processo il liceo si costituir\u00e0 parte civile.<\/p>\n<p>LE DESTRE di maggioranza hanno difeso Valditara, mantenendo la linea. Le opposizioni hanno condannato un ministro che \u00e8 sembrato reticente sull\u2019aggressione agli studenti ma ha stigmatizzato una preside che ha invitato \u00abad aprirsi al mondo nei momenti di incertezza\u00bb. \u00abDi improprio c\u2019\u00e8 solo lui\u00bb hanno detto dal Pd a +Europa, dall\u2019Alleanza Verdi Sinistra a Azione-Italia Viva. A Valditara \u00e8 stato chiesto di riferire in aula. Da molte parti sono giunte richieste di presentare mozioni di sfiducia, se ci fossero i voti. La linea \u00e8 per ora: \u00abSi scusi, o si dimetta\u00bb.<\/p>\n<p>Priorit\u00e0 alla scuola: decine di migliaia di firme a sostegno della preside in poche ore<br \/>\n\u00abSosteniamo la preside Annalisa Savino, minacciata dal ministro Valditara\u00bb. Questo \u00e8 il titolo dell\u2019appello online lanciato ieri dal movimento \u00abPriorit\u00e0 alla scuola\u00bb. In poco meno di sei ore aveva gi\u00e0 raccolto oltre 36 mila firme. \u00abAbbiamo dato voce all\u2019indignazione crescente rispetto all\u2019aggressione fascista al liceo Michelangiolo. Lavoriamo insieme ad altre associazioni e gruppi democratici e antifascisti, realt\u00e0 politiche e sindacali, che hanno risposto alle intimidazioni del ministro. Ci incontreremo nei prossimi giorni per lanciare una grande mobilitazione a Firenze\u00bb.<br \/>\n*(Roberto Ciccarelli, filosofo, blogger e giornalista, scrive per il manifesto.)<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>04 &#8211; Alessandra Algostino*:LA VOCE DELLE ARMI E IL SILENZIO DEI POPOLI. IL LIMITE IGNOTO. QUESTO CLIMA LEGITTIMA REGRESSIONI NELLA GARANZIA DEI DIRITTI SOCIALI E DI LIBERT\u00c0<\/strong><br \/>\nUn silenzio colpisce, dopo un anno di guerra in Ucraina: non si sente la voce di chi vive nelle citt\u00e0 devastate, nei paesi distrutti, sotto le bombe, di chi \u00e8 mandato a combattere, di chi vorrebbe riflettere e contestualizzare la guerra nella prospettiva della complessit\u00e0 (Morin, Di guerra in guerra, 2023), dello Statuto delle Nazioni Unite che condanna il \u00abflagello della guerra\u00bb, della Costituzione che \u00abripudia la guerra\u00bb. I sondaggi raccontano di un\u2019opinione pubblica contraria a proseguire l\u2019escalation, ma passano sotto silenzio; di cosa pensano gli ucraini si conosce pochissimo, come della dissidenza russa; il movimento pacifista, al di l\u00e0 della bella manifestazione del 5 novembre, non riesce ad alzare abbastanza la voce.<\/p>\n<p>Rimbombano, invece, in una informazione embedded, i toni eroici di Zelensky in visita dai \u201cgrandi\u201d del mondo, si racconta del pellegrinaggio di capi di Stato e governo in Ucraina (ultimi Biden e Meloni), siamo inondati dai nomi di mezzi bellici: carri armati Abrams e Leopard 2, lancia razzi Himars, droni Bayraktar TB2 (per inciso, continuiamo per\u00f2 a restare all\u2019oscuro circa le armi inviate dall\u2019Italia).<br \/>\nAll\u2019inizio era la reazione all\u2019aggressione, ora la vittoria, entrambe ammantate di difesa della libert\u00e0: a mancare \u00e8 la ricerca della pace, mentre il mondo si arma sempre pi\u00f9 e la democrazia si militarizza. Si sente sulla libert\u00e0 di pensiero la chiusura della democrazia, anche in questo momento, quando, mentre scrivo, penso di dover inserire una condanna dell\u2019aggressione e ribadire il carattere autoritario del regime di Putin: lo posso fare, ritengo sia cos\u00ec, ma questa \u00e8 solo una parte del discorso.<\/p>\n<p>La guerra (peraltro mai scomparsa dallo scenario globale) \u00e8 normalizzata; discorriamo di carri armati e missili, di bombe tattiche e strategiche, come oggetti qualsiasi, non come strumenti di distruzione e violenza; assistiamo immobili al profilarsi dell\u2019olocausto nucleare (e intanto la recente sospensione russa del trattato New Start sul disarmo nucleare sposta ancora in avanti le lancette dell\u2019orologio dell\u2019apocalisse degli scienziati atomici). I morti in guerra compaiono solo a tratti, per legittimare e sostenere la continuazione della guerra, ma il tempo che passa iberna il senso di empatia e favorisce un processo di disumanizzazione, come accade per i morti in mare o per le violenze ai confini.<\/p>\n<p>La guerra come continuit\u00e0 e banalit\u00e0 del male nella sua corporea materialit\u00e0 tende a scomparire dietro un\u2019astratta retorica eroica e, allo stesso tempo, si fa presenza quotidiana.<br \/>\nCi abitua a ragionare in termini di amico-nemico, ad entrare in una logica bellica, alleata di un nazionalismo identitario ed escludente. La pace \u00e8 vittoria, non si negozia. Non \u00e8 difficile scorgere un parallelismo con una democrazia dove decide chi vince, senza mediazione politica; con un modello che nega il conflitto segnando la supremazia di una classe; con una societ\u00e0 dove chi \u00e8 povero \u00e8 colpevole perch\u00e9 ha perso la sua corsa come imprenditore di se stesso.<\/p>\n<p>La pace come vittoria in una semplificazione Bene e Male, incurante delle vite che macina, \u00e8 una pace giusta? O \u00e8 una pace che sa di strumentalizzazione, di volont\u00e0 di dominio?<br \/>\nLa Nato chiede di aumentare le spese militari al 2%, e poi ancora: \u00e8 in gioco una ristrutturazione geopolitica ed economica. Non solo. Da un lato, \u00e8 la competizione strutturale e fondante il neoliberismo che si fa pi\u00f9 violenta ed aggressiva; dall\u2019altro, si profila la deriva autoritaria di un mondo dove gli effetti devastanti del riscaldamento climatico e della diseguaglianza sociale (al neoliberismo imputabili) divengono viepi\u00f9 esplosivi. Il nemico \u00e8 Putin, ma \u00e8 anche chi si ribella all\u2019ingiustizia sociale e ambientale, con il suo esistere (il migrante, il povero), con le sue azioni (chi critica, dissente e disobbedisce).<\/p>\n<p>I Leopard che si aggirano per le strade ucraine agitando la bandiera della libert\u00e0 (in Ucraina, peraltro, da costruire) sperimentano la difesa dei confini dell\u2019Occidente, come dei centri delle citt\u00e0, di una libert\u00e0 ridotta a privilegio di pochi? Ci abituiamo a vivere senza diritti: terrorismo, crisi economica, guerra hanno legittimato regressioni nella garanzia dei diritti sociali e restrizioni nel godimento dei diritti di libert\u00e0, che si fanno permanenti in un tempo governato dall\u2019emergenza e dal presente.<br \/>\nEppure forse aleggia ancora qualcosa dell\u2019\u00abispirazione comune\u00bb, dell\u2019\u00abesigenza da tutti sentita di condannare la guerra\u00bb (Ruini, Assemblea costituente, 24 marzo 1947) cercando la pace: \u00e8 un sentire disorientato, frammentato, sfibrato. Istruirsi, organizzarsi ed agitarsi \u00e8 ancora la via, necessaria<br \/>\n*( Prof.ssa Alessandra Algostino. Professore\/Professoressa ordinario\/a. Dipartimento di Giurisprudenza; SSD: IUS\/08 &#8211; diritto costituzionale).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>05 &#8211; *: LEGGE DI BILANCIO E LE ATTUAZIONI IN RITARDO. GOVERNO E PARLAMENTO. L\u2019APPROVAZIONE DELLA LEGGE DI BILANCIO HA COMPORTATO UNA NUOVA IMPENNATA DI ATTUAZIONI DA PUBBLICARE. PARLIAMO DI 470 ATTI CHE ANCORA MANCANO ALL\u2019APPELLO. MOLTI DEI QUALI BLOCCANO L\u2019EROGAZIONE DI RISORSE GI\u00c0 STANZIATE.<\/strong><\/p>\n<p>\u2022 I decreti attuativi ancora da pubblicare sono 470 di cui 151 relativi a norme varate dal governo Meloni.<br \/>\n\u2022 L&#8217;ente pi\u00f9 coinvolto \u00e8 il ministero dell&#8217;economia ma quella pi\u00f9 indietro \u00e8 la struttura che fa capo al ministro Fitto.<br \/>\n\u2022 Sono 118 le attuazioni richieste dalla legge di bilancio. Queste sono indispensabili per sbloccare 3,5 miliardi.<br \/>\n\u2022 Per 6 attuazioni delle legge di bilancio \u00e8 gi\u00e0 scaduto il termine per la pubblicazione. Per altre 31 \u00e8 attesa la pubblicazione entro fine marzo.<br \/>\nUna delle questioni che hanno catturato l\u2019attenzione di politica e media sul finire del 2022 \u00e8 stata l\u2019approvazione della legge di bilancio. Una norma fondamentale per lo stato che contiene, tra l\u2019altro, diverse misure per contrastare il caro energia in supporto a istituzioni, cittadini e imprese.<br \/>\nUn tema per\u00f2 che viene spesso dimenticato nel dibattito pubblico \u00e8 quello dei decreti attuativi. Atti di secondo livello come regolamenti e decreti ministeriali che spesso servono a dare operativit\u00e0 alle norme, definendo i contenuti di dettaglio delle misure messe in campo.<br \/>\nDopo il lavoro del parlamento, l\u2019implementazione di una legge passa nelle mani di ministeri e agenzie pubbliche. Un secondo tempo spesso ignorato ma che lascia molte norme incomplete. Vai a \u201cChe cosa sono i decreti attuativi\u201d<br \/>\nVista la grande quantit\u00e0 di temi che affronta, storicamente la legge di bilancio \u00e8 una di quelle norme che richiedono una grande quantit\u00e0 di attuazioni.<br \/>\nE quella del 2023 non fa eccezione.<\/p>\n<p>118 I DECRETI ATTUATIVI RICHIESTI DALLA LEGGE DI BILANCIO PER IL 2023.<br \/>\nIn molti casi tali atti sono indispensabili per definire le modalit\u00e0 di erogazione dei fondi stanziati. Finch\u00e9 non verranno pubblicati quindi, le relative risorse resteranno congelate.<\/p>\n<p>LO STATO DELLE ATTUAZIONI<br \/>\nNaturalmente per tutte le leggi pu\u00f2 essere necessario il ricorso a decreti attuativi. In base alle informazioni messe a disposizione dall\u2019ufficio per il programma di governo (Upg), alla data del 16 febbraio, sappiamo che le attuazioni richieste in totale per le norme varate dagli ultimi 4 governi sono 1.921.<br \/>\nDI QUESTE, 1.451 ERANO GI\u00c0 STATE PUBBLICATE E SONO QUINDI ATTUALMENTE IN VIGORE MENTRE 470 (IL 24,5%) ANCORA MANCANO ALL\u2019APPELLO.<br \/>\nLe legge di bilancio ha influito sull\u2019aumento dei decreti attuativi richiesti e non ancora pubblicati.<br \/>\nRispetto al nostro ultimo aggiornamento il numero di attuazioni mancanti \u00e8 aumentato sia in termini assoluti (erano 384) che percentuali (erano il 21,6% rispetto al totale di quelle richieste). Questa nuova impennata \u00e8 da attribuire in larga misura all\u2019entrata in vigore della legge di bilancio che esamineremo nel dettaglio pi\u00f9 avanti.<br \/>\nA livello generale, un primo elemento interessante da analizzare riguarda gli autori delle misure che richiedono decreti attuativi. Da questo punto di vista possiamo osservare che la maggioranza delle attuazioni \u00e8 richiesta da norme varate dal governo Draghi. Parliamo di 783 provvedimenti richiesti di cui 239 ancora da pubblicare. Segue il governo Conte II con 703 attuazioni richieste di cui 69 mancanti.<br \/>\nPer quanto riguarda l\u2019attuale esecutivo, il numero di decreti attuativi richiesti \u00e8 ancora relativamente basso. Si tratta infatti di 151 atti in totale. Questo dato \u00e8 evidentemente dovuto alle poche norme varate finora dall\u2019inizio della legislatura e di cui abbiamo parlato in questo articolo. Possiamo dire quindi che tale numero \u00e8 destinato a crescere. Un altro elemento rilevante riguarda il fatto che la maggioranza delle attuazioni richieste dalle norme del governo Meloni deve ancora essere pubblicata.<\/p>\n<p>142 SU 151 LE ATTUAZIONI RICHIESTE DAI PROVVEDIMENTI DEL GOVERNO MELONI CHE ANCORA MANCANO ALL\u2019APPELLO.<br \/>\nComunque l\u2019attuale squadra di governo ha ereditato il grosso del lavoro da fare in questo senso dai suoi predecessori. Considerate complessivamente tutte le attuazioni richieste per le misure degli ultimi 4 governi, possiamo osservare che l\u2019ente maggiormente coinvolto \u00e8 il dicastero dell\u2019economia a cui \u00e8 imputata l\u2019emanazione di 285 decreti attuativi di cui 68 ancora da pubblicare. Seguono il ministero delle infrastrutture (209 attuazioni richieste, 53 da pubblicare) e quello dell\u2019interno (153 attuazioni totali di cui 18 non pubblicate).<\/p>\n<p>ANCORA DA PUBBLICARE 470 DECRETI ATTUATIVI<br \/>\nIl quadro dei decreti attuativi richiesti dalle norme varate dagli ultimi governi<br \/>\nA livello percentuale per\u00f2 l\u2019istituzione pi\u00f9 indietro risulta essere la struttura che fa capo al ministro Raffaele Fitto che ha le deleghe, tra le altre cose, al Pnrr e alla coesione territoriale. Il suo ufficio \u00e8 responsabile di 4 decreti attuativi di cui nessuno ancora pubblicato. Al secondo posto troviamo invece il ministero dell\u2019ambiente con oltre il 50% delle attuazioni ancora da emanare.<br \/>\nOccorre ricordare infine che una parte delle attuazioni risale addirittura alla XVII legislatura. Su questo per\u00f2 gli unici dati disponibili ci vengono forniti da una relazione pubblicata lo scorso gennaio. In base a questo documento sappiamo che sono 44 i provvedimenti ancora da adottare legati a norme varate tra il 2013 e il 2018.<\/p>\n<p>UN QUADRO SULLA LEGGE DI BILANCIO<br \/>\nCome gi\u00e0 anticipato, la legge di bilancio per il 2023 \u00e8 la norma varata dal governo Meloni che finora richiede il maggior numero di decreti attuativi. Gli atti di secondo livello richiesti sono 118 in totale. Un valore sostanzialmente in linea con il dato medio delle leggi di bilancio dell\u2019ultimo decennio (120) riportato nella gi\u00e0 citata relazione dell\u2019Upg.<br \/>\nAlcuni decreti attuativi legati alla legge di bilancio non sono stati pubblicati entro il termine previsto.<br \/>\nAttualmente soltanto 6 attuazioni sono gi\u00e0 in vigore (appena il 5%). Un numero cos\u00ec basso \u00e8 certamente dovuto al fatto che la legge di bilancio \u00e8 uno dei provvedimenti pi\u00f9 recenti tra quelli approvati finora. Tuttavia occorre sottolineare che tra i decreti attuativi mancanti ce ne sono alcuni che avrebbero gi\u00e0 dovuto essere pubblicati.<br \/>\nIn alcuni casi infatti le stesse leggi possono prevedere un termine ultimo entro cui i ministeri devono pubblicare i decreti attuativi richiesti. Nel caso in esame tale scadenza non \u00e8 stata rispettata in 14 casi. Peraltro, come gi\u00e0 anticipato, spesso i decreti attuativi contengono indicazioni operative indispensabili per l\u2019erogazione dei fondi stanziati. Ad esempio l\u2019indicazione dei criteri con cui selezionare i soggetti beneficiari o le modalit\u00e0 con cui i potenziali interessati devono inoltrare la domanda di finanziamento. Senza questi atti quindi le risorse stanziate restano sostanzialmente sulla carta.<\/p>\n<p>OLTRE 3 MILIARDI STANZIATI DALLA LEGGE DI BILANCIO RICHIEDONO ATTUAZIONI<br \/>\nIL QUADRO DEI DECRETI ATTUATIVI RICHIESTI DALLA LEGGE DI BILANCIO PER IL 2023<br \/>\nNel caso della legge di bilancio, 6 decreti attuativi per cui \u00e8 gi\u00e0 scaduto il termine di pubblicazione bloccano l\u2019erogazione di risorse per circa 60 milioni di euro. L\u2019atto mancante pi\u00f9 significativo tra questi \u00e8 un decreto richiesto al ministero del turismo che avrebbe dovuto definire termini e modalit\u00e0 per l\u2019erogazione di un fondo da 30 milioni destinato all\u2019ammodernamento e alla messa in sicurezza degli impianti sciistici. Un atto che avrebbe dovuto essere emanato entro il 31 gennaio.<br \/>\n3,56 miliardi \u20ac le risorse stanziate dalla legge di bilancio ma bloccate per la mancanza dei relativi decreti attuativi.<br \/>\nTra i decreti che ancora mancano all\u2019appello poi ce ne sono altri 31 il cui termine di scadenza \u00e8 compreso tra il 28 febbraio e il 31 marzo. I ministeri quindi in teoria non avranno molto tempo per pubblicare tali atti. Tra questi, ce ne sono 2 che da soli potenzialmente potrebbero bloccare il processo di erogazione per quasi 1 miliardo di euro.<br \/>\nSi tratta di:<br \/>\n\u2022 termini e modalit\u00e0 per l\u2019erogazione di un fondo da 500 milioni per l\u2019acquisto di generi alimentari di prima necessit\u00e0, di competenza del ministero dell\u2019agricoltura;<br \/>\n\u2022 termini e modalit\u00e0 per la ripartizione tra enti territoriali di un fondo da 400 milioni per contrastare il caro energia, di competenza del ministero dell\u2019interno.<br \/>\nIl primo di questi 2 decreti dovrebbe essere emanato entro il 2 marzo mentre il secondo entro la fine dello stesso mese.<br \/>\nL\u2019importanza del monitoraggio<br \/>\nIl fatto che la situazione attuale non sia cos\u00ec critica come nel 2020, quando le attuazioni mancanti erano oltre il 70%, probabilmente ha contribuito al generale calo di attenzione su questo tema. \u00c8 invece di fondamentale importanza continuare a monitorare questi aspetti.<br \/>\nLa mancanza dei decreti attuativi blocca l\u2019erogazione di risorse gi\u00e0 disponibili.<br \/>\nSebbene la legge di bilancio sia evidentemente il caso pi\u00f9 eclatante, non \u00e8 l\u2019unico per cui la mancanza dei decreti attuativi blocca potenzialmente l\u2019erogazione di risorse gi\u00e0 stanziate. Secondo la gi\u00e0 citata relazione dell\u2019Upg infatti altri 2 miliardi circa stanziati dai decreti legge emanati dal governo Meloni sarebbero vincolati all\u2019emanazione di decreti attuativi. Parliamo quindi in totale di circa 5 miliardi e mezzo di risorse potenzialmente gi\u00e0 disponibili ma congelate in attesa delle relative indicazioni per l\u2019attuazione.<br \/>\nUn massiccio sforzo in termini di smaltimento di attuazioni mancanti era stato profuso dal governo Draghi che aveva anche introdotto un nuovo metodo di lavoro. Questo prevedeva lo stralcio di decreti attuativi non pi\u00f9 necessari a causa della modifica delle norme a cui erano legati e uno stretto coordinamento nell\u2019attivit\u00e0 svolta dai ministeri. Inoltre era stato individuato all\u2019interno di ogni amministrazione un ufficio referente per le attuazioni ed erano stati introdotti degli obiettivi mensili ad hoc per ogni struttura coinvolta.<br \/>\nPurtroppo non \u00e8 chiaro se con il nuovo esecutivo questa modalit\u00e0 di lavoro sar\u00e0 mantenuta o meno. Nella relazione dell\u2019Upg infatti non vi si trova nessun riferimento ma semplicemente un auspicio affinch\u00e9 gli enti coinvolti pubblichino tempestivamente i decreti attuativi di loro competenza.<br \/>\nSi auspica che i Ministeri riescano ad assicurare costantemente la tempestiva attuazione dei provvedimenti di loro competenza [\u2026] per assicurarne la tempestiva attuazione rispettando i termini di adozione previsti.<br \/>\n\u2013 Prima relazione del governo Meloni sul monitoraggio dei provvedimenti attuativi, 10 gennaio 2023<br \/>\nLe norme attualmente in vigore infatti non prevedono delle conseguenze negative per i ministeri inadempienti. Per questo motivo \u00e8 di fondamentale importanza mantenere alta l\u2019attenzione su questo fronte.<br \/>\n\u2022 I decreti attuativi ancora da pubblicare sono 384. Pari al 21,6% di quelli richiesti in totale.<br \/>\n\u2022 L&#8217;attuale esecutivo ha ereditato 371 attuazioni da pubblicare risalenti a norme varate nella XVIII legislatura.<br \/>\n\u2022 Il governo Draghi ha affermato di aver smaltito in totale 1.376 attuazioni. Molte delle quali ereditate dai procedenti esecutivi.<br \/>\n\u2022 Il ministero dell&#8217;ambiente deve ancora pubblicare il 48% delle attuazioni di sua competenza. Quello della salute il 44,7%.<br \/>\n\u2022 Circa mezzo miliardo di fondi stanziati dalla legge di bilancio del 2022 sono bloccati per la mancanza delle relative attuazioni.<br \/>\nIn passato ci siamo occupati spesso del tema legato alla pubblicazione dei decreti attuativi. Quegli atti di secondo livello cio\u00e8 (generalmente regolamenti e decreti ministeriali) che servono a definire gli elementi di dettaglio delle misure contenute nelle norme, in modo che queste possano essere applicabili.<br \/>\nSi tratta di un passaggio molto rilevante perch\u00e9 senza la pubblicazione di questi atti, ad esempio, le risorse stanziate dallo stato a favore di enti, imprese e cittadini non possono essere erogate. Questo perch\u00e9 \u00e8 proprio attraverso i decreti attuativi che di solito si provvede alla definizione delle modalit\u00e0 operative per assegnare questi fondi.<br \/>\nDopo il lavoro del parlamento, l\u2019implementazione di una legge passa nelle mani di ministeri e agenzie pubbliche. Un secondo tempo spesso ignorato ma che lascia molte norme incomplete. Vai a \u201cChe cosa sono i decreti attuativi\u201d<br \/>\nIn una relazione pubblicata alla fine di ottobre, il governo Draghi ha sottolineato il fatto di aver lasciato all\u2019esecutivo subentrante una situazione tutto sommato non critica su questo fronte. Anzi, nel documento si evidenzia lo sforzo fatto per recuperare l\u2019arretrato lasciato dai governi precedenti.<br \/>\nTuttavia le attuazioni che ancora oggi mancano all\u2019appello sono molte. E altre se ne aggiungeranno con ogni probabilit\u00e0 a seguito dell\u2019approvazione della legge di bilancio. Provvedimento che, proprio per la vastit\u00e0 dei temi che affronta, richiede sempre una grande quantit\u00e0 di norme di secondo livello.<\/p>\n<p>LO STATO ATTUALE DEI DECRETI ATTUATIVI<br \/>\nGrazie alle informazioni messe a disposizione dall\u2019ufficio per il programma di governo (Upg) possiamo avere un quadro esatto della situazione per quanto riguarda il totale dei decreti attuativi richiesti e quelli che ancora mancano all\u2019appello.<br \/>\nAlla data del 5 dicembre, le attuazioni richieste dalle norme varate durante la XVIII e XIX legislatura erano 1.781 in totale, di cui 384 (il 21,6%) ancora da pubblicare. Allo stato attuale sono solo 13 i decreti attuativi richiesti dalle misure varate dall\u2019esecutivo in carica. Un dato tutto sommato piuttosto contenuto considerato che, dal suo insediamento, il nuovo governo ha gi\u00e0 emanato ben 7 decreti legge. C\u2019\u00e8 da dire per\u00f2 che l\u2019esecutivo guidato da Giorgia Meloni \u00e8 ancora in una fase di riorganizzazione e i vari dicasteri non sono ancora operativi a pieno regime. Infatti nessuna delle attuazioni richieste \u00e8 ancora stata pubblicata.<br \/>\nCon la legge di bilancio le attuazioni da pubblicare aumenteranno.<br \/>\nA questo si deve aggiungere il fatto che entro la fine dell\u2019anno dovr\u00e0 essere approvata la legge di bilancio. Un atto che storicamente richiede una grande quantit\u00e0 di attuazioni. Quella dello scorso anno, ad esempio, ne aveva richiesti 150. Mentre nell\u2019anno ancora precedente erano stati 134. Da ci\u00f2 \u00e8 lecito attendersi che, a breve, il numero di attuazioni mancanti subisca una brusca impennata.<br \/>\nL\u2019attuale esecutivo inoltre ha ereditato 371 decreti attuativi da pubblicare attribuibili ai governi che hanno guidato il paese nel corso della XVIII legislatura. Nello specifico si tratta di 21 attuazioni risalenti al primo governo Conte, 70 per il Conte II e 280 per il governo Draghi.<\/p>\n<p>MANCA ALL\u2019APPELLO OLTRE IL 20% DEI DECRETI ATTUATIVI<br \/>\nNumero di decreti attuativi pubblicati e mancanti in base ai governi della XVIII e XIX legislatura<br \/>\nFONTE: elaborazione openpolis su dati ufficio per il programma di governo (ultimo aggiornamento: luned\u00ec 5 Dicembre 2022)<br \/>\nPurtroppo l\u2019Upg non fornisce indicazioni altrettanto dettagliate per quanto riguarda i lasciti risalenti alle legislature precedenti. Informazioni su questo aspetto sono contenute solo nella gi\u00e0 citata relazione rilasciata dal governo Draghi. Da questo documento infatti si apprende che le attuazioni ancora richieste da norme pubblicate tra il 2013 e il 2018 erano 313 al momento dell\u2019insediamento del governo. Nel tempo tali atti si sono poi ridotti a 46.<br \/>\nLeggi anche<br \/>\nCOS\u2019\u00c8 L\u2019UFFICIO PER IL PROGRAMMA DI GOVERNO.<br \/>\nPi\u00f9 in generale il governo uscente, anche avvalendosi di un nuovo metodo di lavoro, \u00e8 riuscito a smaltire complessivamente 1.376 attuazioni. Ci\u00f2 \u00e8 avvenuto in parte a seguito della pubblicazione degli atti richiesti e in parte per lo stralcio di alcune norme. Operazione che ha reso superflua l\u2019emanazione dei decreti attuativi a esse collegati.<\/p>\n<p>86% LO SMALTIMENTO DELL\u2019ARRETRATO DELLE ATTUAZIONI MANCANTI OPERATO DAL GOVERNO DRAGHI.<br \/>\nNella relazione si legge anche che, se i ritmi di pubblicazione manterranno il livello tenuto durante il governo Draghi, il resto dell\u2019arretrato sar\u00e0 smaltito entro la fine dell\u2019anno. Grazie a questo grande sforzo l\u2019esecutivo di Giorgia Meloni si \u00e8 ritrovato in eredit\u00e0 una situazione tutto sommato sotto controllo. Ma non per questo deve diminuire l\u2019attenzione sul tema. Anzi, l\u2019impegno deve rimanere costante per evitare di trovarsi di nuovo in una situazione critica, con ingenti quantit\u00e0 di attuazioni da recuperare. Da ricordare inoltre che sono molti gli atti di secondo livello che ancora mancano all\u2019appello.<\/p>\n<p>I MINISTERI PI\u00d9 COINVOLTI<br \/>\nSostanzialmente tutte le amministrazioni che fanno capo all\u2019esecutivo sono coinvolte nella pubblicazione dei decreti attuativi. Logicamente per\u00f2 non a tutte \u00e8 richiesto lo stesso livello di impegno da questo punto di vista.<br \/>\nCon il cambio di governo le competenze di alcuni ministeri sono state redistribuite. L\u2019Upg ha gi\u00e0 provveduto a riassegnare la responsabilit\u00e0 delle diverse attuazioni richieste che sono ancora da emanare. Un\u2019operazione che si \u00e8 rivelata abbastanza rapida anche perch\u00e9, nella stragrande maggioranza dei casi, si \u00e8 trattato di una semplice ridenominazione dei dicasteri. Di conseguenza il passaggio di consegne anche da questo punto di vista \u00e8 stato piuttosto semplice.<\/p>\n<p>LA DENOMINAZIONE DEI MINISTRI E LE LORO COMPETENZE.<br \/>\nIn assoluto il ministero maggiormente coinvolto \u00e8 quello dell\u2019economia guidato attualmente dal leghista Giancarlo Giorgetti a cui in generale sono richieste ben 249 attuazioni di cui 40 ancora da pubblicare. Al secondo posto come ministero maggiormente coinvolto troviamo invece quello delle infrastrutture affidato a Matteo Salvini. In questo caso i decreti richiesti in totale sono 191 mentre sono 45 quelli ancora da emanare. Al terzo posto c\u2019\u00e8 poi il ministero dell\u2019interno guidato dall\u2019indipendente Matteo Piantedosi a cui competono 143 atti di secondo livello di cui soltanto 13 ancora mancano all\u2019appello.<\/p>\n<p>MANCA IL 48% DELLE ATTUAZIONI RICHIESTE AL MINISTERO DELL\u2019AMBIENTE<br \/>\nLe performance dei 10 ministeri maggiormente coinvolti nella pubblicazione di decreti attuativi<br \/>\nFONTE: elaborazione openpolis su dati ufficio per il programma di governo<br \/>\n(ultimo aggiornamento: luned\u00ec 5 Dicembre 2022)<br \/>\nSe per\u00f2 si analizza la percentuale di attuazioni ancora da emanare rispetto a quelle richieste, tra i 10 ministeri pi\u00f9 coinvolti, notiamo che quello pi\u00f9 in \u201cdifficolt\u00e0\u201d \u00e8 il ministero dell\u2019ambiente (48% di attuazioni mancanti). Seguono il ministero della salute (44,7%) e quello delle infrastrutture (23,6%).<\/p>\n<p>ATTUAZIONI MANCANTI E FONDI BLOCCATI<br \/>\nMa perch\u00e9 la mancanza di questi atti \u00e8 cos\u00ec rilevante? Come abbiamo gi\u00e0 detto i decreti attuativi \u2013 quando necessari \u2013 vanno a delineare nel dettaglio la realizzazione delle misure. Senza queste informazioni dunque gli interventi previsti da governo e parlamento attraverso le leggi restano solo sulla carta perch\u00e9 inapplicabili.<\/p>\n<p>LA MANCANZA DEI DECRETI ATTUATIVI BLOCCA ANCHE L\u2019EROGAZIONE DI RISORSE GI\u00c0 STANZIATE.<br \/>\nCi\u00f2 ha un impatto concreto anche per i cittadini dato che la mancanza di tali atti pu\u00f2 bloccare l\u2019assegnazione di risorse gi\u00e0 state stanziate. Risorse che sarebbero disponibili quindi ma che non possono essere erogate perch\u00e9, ad esempio, manca l\u2019indicazione dei criteri per individuare chi ne ha diritto.<br \/>\nPer citare un caso concreto possiamo prendere in esame la legge di bilancio per il 2022. Tale norma richiede in totale 150 decreti attuativi. Al 5 dicembre, dopo quasi un anno dall\u2019approvazione della norma, ancora ne mancano 28 all\u2019appello (il 18,8%). Tra questi atti ce ne sono poi 11 che bloccano l\u2019erogazione di una cospicua quantit\u00e0 di fondi. Tali risorse sarebbero dovute essere assegnate nel corso di quest\u2019anno ma ci\u00f2 non \u00e8 avvenuto proprio per la mancanza dei decreti attuativi.<\/p>\n<p>419,8 MILIONI \u20ac LE RISORSE STANZIATE DALLA LEGGE DI BILANCIO PER IL 2022 E NON ANCORA EROGATE.<br \/>\nTra le misure pi\u00f9 significative da questo punto di vista, possiamo citare la mancata erogazione di circa 150 milioni di euro a imprese operanti nel settore del turismo e dello spettacolo che hanno particolarmente subito le restrizioni causate dal Covid. Altri 150 milioni inoltre sarebbero dovuti servire come incentivo al prepensionamento dei dipendenti all\u2019interno di piccole e medie imprese in crisi.<br \/>\nPER 133 ATTUAZIONI \u00c8 GI\u00c0 SCADUTO IL TERMINE PER LA PUBBLICAZIONE<br \/>\nIl dettaglio dei decreti attuativi che ancora mancano all\u2019appello<\/p>\n<p>Pi\u00f9 in generale, come abbiamo gi\u00e0 detto, le attuazioni che ancora mancano all\u2019appello sono 371 in totale. Da notare che in molti casi \u00e8 gi\u00e0 stato superato il limite di tempo massimo previsto per la pubblicazione. L\u2019atto di legge che ne dispone l\u2019emanazione infatti pu\u00f2 prevedere anche una data specifica entro la quale il decreto attuativo deve essere pubblicato. Sono 133 (il 34,6% circa) le attuazioni non pubblicate entro la data di scadenza prevista. Mentre altre 19 dovrebbero essere emanate entro la fine dell\u2019anno.<br \/>\nQuesti dati ci fanno capire l\u2019importanza dei decreti attuativi e quanto sia fondamentale mantenere alta l\u2019attenzione su questo fronte.<br \/>\n*( Chi: governo Conte, governo Conte II, governo Draghi, governo Meloni &#8211; Cosa: decreti attuativi, Governo e Parlamento &#8211; Quando: XIX legislatura, XVII legislatura, XVIII legislatura)<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>06 &#8211; Gabriella De Rosa*: SONDAGGIO: MAGGIORANZA ITALIANI CONTRO INVIO DI ARMI ALL\u2019UCRAINA. AD UN ANNO DALL\u2019INVASIONE RUSSA IN UCRAINA IL GOVERNO RIBADISCE IL SOSTEGNO A KIEV MA LA MAGGIORANZA DEGLI ITALIANI \u00c8 CONTRO ALL\u2019INVIO DI ARMI.<\/strong><br \/>\nOggi l\u2019invasione russa in Ucraina compie esattamente un anno.<br \/>\nSin da subito, l\u2019Italia e gli altri paesi dell\u2019Ue e Usa si \u00e8 schierata al fianco di Kiev. La linea di Draghi \u00e8 stata portata avanti dalla premier Giorgia Meloni che anche dall\u2019opposizione si \u00e8 sempre mostrata favorevole all\u2019invio di aiuti all\u2019Ucraina. Ad un anno esatto dalla guerra per\u00f2 le opinioni pubbliche dei paesi occidentali si sono divise, oltre ai dubbi sollevati da alcune posizioni ambigue da parte della classe politica. Ecco la posizione degli italiani.<\/p>\n<p>Sul Corriere della Sera oggi un sondaggio Ipsos mostra i dati dell\u2019opinione pubblica italiana riguardo la guerra e l\u2019invio di armi. Sull\u2019invio delle armi il 45% \u00e8 contrario e il 34% \u00e8 favorevole. Interessante che il 47% degli elettori di Fratelli d\u2019Italia \u00e8 contrario all\u2019invio di armi contro il 39%. Nella coalizione di centrodestra gli elettori della Lega sono per il 55% contrari a dispetto del 32% favorevoli. Mentre quelli di Forza Italia sono favorevoli: 51% a 40%, in dissenso rispetto al loro leader.<br \/>\nIL TIMORE PER IL CONFLITTO<br \/>\nPer quanto riguarda il Pd il 52% degli elettori sono favorevoli contro il 36% di contrari. E tra quelli del Terzo Polo formato da Azione e Italia Viva: 55% a 33%. Invece nel Movimento 5 Stelle la linea \u00e8 ostile all\u2019invio: 54% contro 30% di favorevoli.<\/p>\n<p>\u00abGli italiani confermano di essere preoccupati (tra molto e abbastanza sono il 79%) per il perdurare del conflitto \u2013 spiega Pagnoncelli dell\u2019istituto Ipsos-. Lo sono soprattutto per le sue ricadute economiche (il 49%) pi\u00f9 che per le conseguenze umanitarie (14%)\u00bb. E sta crescendo anche il timore che la guerra possa \u00abdegenerare in un conflitto mondiale\u00bb. Secondo il 30% degli intervistati la guerra durer\u00e0 ancora per diversi anni.<\/p>\n<p>La maggioranza \u00e8 a favore di Kiev (47%) rispetto a Mosca (7%). Ma i consensi sono scesi di dieci punti in un anno. \u00abIn compenso \u2013 osserva Pagnoncelli \u2013 \u00e8 cresciuta la quota (dal 38% al 46%) di quelli che non si schierano con nessuna delle due parti\u00bb. Ma \u00e8 anche scesa la percentuale degli italiani favorevoli alle sanzioni alla Russia. Erano il 55% nel marzo 2022. Sono il 46% oggi. Mentre i contrari sono passati dal 31% al 38%. Sull\u2019invio di armi gli italiani erano contrari gi\u00e0 un anno fa: 47% contro il 33%. sono 45 contro 34.<br \/>\n*(Gabriella De Rosa, Aspirante giornalista. Linguista specializzata nella comunicazione giuridica e politica.)<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>07 &#8211; Stella Levantesi*: EMERGENZA CLIMATICA. CONTRO IL POTERE FOSSILE. LA VIOLENZA CONTRO GLI ATTIVISTI SVELA LA STRATEGIA DELLE LOBBY DEL GAS.<\/strong><\/p>\n<p>Ieri gli hamburger, oggi i fornelli a gas. Sono le munizioni identitarie della guerra culturale dei repubblicani negli Stati Uniti, che provano a sollevare un polverone accusando ogni forma di regolamentazione di essere, in realt\u00e0, una minaccia alla libert\u00e0 individuale, allo stile di vita, all\u2019americanit\u00e0.<br \/>\n\u201cDio. Armi. Fornelli a gas\u201d, ha twittato il deputato repubblicano Jim Jordan a gennaio. Ma poteva essere anche \u201cDio. Armi. Hamburger\u201d, oppure \u201cDio. Armi. Petrolio\u201d.<br \/>\nIl tweet nasce da una polemica che si \u00e8 scatenata quando Richard Trumka, presidente della commissione statunitense per la sicurezza dei prodotti di consumo (Cpsc), ha fatto intendere in un\u2019intervista a Bloomberg che esisteva la possibilit\u00e0 di una regolamentazione dei fornelli a gas, a causa di rischi per la salute. Alcuni studi scientifici, infatti, hanno dimostrato che l\u2019esposizione al gas dei fornelli pu\u00f2 essere dannosa per gli esseri umani in quanto pu\u00f2 contribuire a causare asma e problemi respiratori.<\/p>\n<p>Come succede con tante polemiche politicamente strumentalizzate, il governo federale non aveva in realt\u00e0 avviato alcun procedimento per vietare niente, tantomeno i fornelli a gas.<\/p>\n<p>Il presidente della Cpsc ha comunque dovuto rilasciare una dichiarazione pubblica in cui afferma che le emissioni dei fornelli a gas possono essere \u201cpericolose\u201d e che l\u2019agenzia intende trovare delle soluzioni per ridurre l\u2019inquinamento dell\u2019aria interna dovuto al gas, ma che non esiste alcun divieto. Diverse citt\u00e0 e stati americani stanno regolamentando i nuovi allacciamenti al gas, e il District of Columbia ha proposto una politica per consentire alle famiglie a basso reddito di sostituire i fornelli inquinanti, ma nessuna autorit\u00e0 federale, statale o comunale vieta quelli gi\u00e0 in uso.<\/p>\n<p>La strategia delle lobby energetiche \u00e8 indicare come responsabile solo l\u2019individuo con le sue scelte quotidiane, non chi produce, chi inquina, chi emette<\/p>\n<p>Il punto, tuttavia, non \u00e8 questo. Il punto \u00e8 che la pi\u00f9 recente cartuccia della guerra culturale conservatrice americana, il fornello a gas, \u00e8 l\u2019ennesimo capitolo di una strategia industriale decennale per ingannare l\u2019opinione pubblica.<\/p>\n<p>Sappiamo gi\u00e0 che le aziende di combustibili fossili hanno mentito per continuare a estrarre gas e petrolio. Uno studio pubblicato a gennaio dalla rivista Science, per esempio, dimostra che la ExxonMobil era consapevole dei danni per il clima legati alle emissioni di anidride carbonica dei suoi prodotti. Non solo, ma la Exxon sapeva molto pi\u00f9 di quello che credevamo. Lo studio, infatti, rivela che fin dal 1977 la maggior parte delle proiezioni dell\u2019azienda prevedevano con accuratezza il riscaldamento globale, in linea con l\u2019aumento di temperatura successivamente osservato.<\/p>\n<p>In maniera simile, l\u2019industria fossile negli Stati Uniti ha lavorato a lungo per convincere l\u2019opinione pubblica che i fornelli a gas non solo sono sicuri, ma che sono, in qualsiasi caso, la migliore opzione possibile. Un\u2019inchiesta della giornalista Rebecca Leber su Mother Jones ha rivelato che, almeno dal 2018, alcune influencer sui social media sono state ingaggiate da associazioni industriali del gas per pubblicare post che esaltano i benefici dei fornelli con l\u2019hashtag #cookingwithgas (#cucinareconilgas). Nel 2020, un altro gruppo commerciale, l\u2019American public gas association, ha pianificato di spendere 300mila dollari per la campagna Natural gas genius, mirata ai millennial.<\/p>\n<p>La campagna, in realt\u00e0, \u00e8 cominciata almeno settant\u2019anni prima della nascita di Instagram. Leber racconta che negli anni trenta del novecento gruppi come l\u2019American gas association dovevano competere con i fornelli a legna ed elettrici e che un dirigente ide\u00f2 uno slogan durato quasi un secolo: \u201cOra si cucina con il gas\u201d. L\u2019industria ha usato a lungo la cultura pop per diffondere il suo messaggio, spiega Leber: negli anni quaranta lo slogan faceva parte dello sketch di un famoso comico, negli anni cinquanta di uno spot pubblicitario di 13 minuti, negli anni ottanta era un brano rap dell\u2019azienda di distribuzione del gas National fuel gas distributors.<\/p>\n<p>Mentre si incoraggiava l\u2019uso gas nelle case degli americani, ci sono documenti che dimostrano che l\u2019industria ne conosceva bene i rischi per la salute. Uno studio del 1979 aveva gi\u00e0 concluso che \u201cla prevalenza di uno o pi\u00f9 sintomi o malattie respiratorie era pi\u00f9 alta nei bambini provenienti da case in cui si usava il gas per cucinare rispetto a quelli provenienti da case in cui si usava l\u2019elettrico\u201d.<\/p>\n<p>La giornalista investigativa Amy Westervelt ha trovato e raccolto alcuni di questi documenti, che non riguardano solo gli Stati Uniti: anche Italgas, in un documento del 1991, parla del ruolo dell\u2019industria nel guidare la ricerca sulla qualit\u00e0 dell\u2019aria interna. Nel rapporto, fa notare Westervelt, \u00e8 chiaro che, anche dopo l\u2019introduzione di meccanismi per le riduzioni delle perdite di gas nelle cucine, i fornelli e gli altri apparecchi a gas hanno un forte impatto negativo sulla qualit\u00e0 dell\u2019aria.<\/p>\n<p>Nel corso degli anni l\u2019industria del gas ha anche promosso l\u2019idea che basti l\u2019uso di dispositivi di ventilazione o di estrazione del gas dall\u2019aria per risolvere i problemi. La responsabilit\u00e0 quindi non \u00e8 di chi produce, ma di chi consuma. Il messaggio era questo. \u00c8 il leitmotif al centro di una delle pi\u00f9 efficaci strategie delle lobby di petrolio e gas: \u00e8 responsabile solo l\u2019individuo con le sue scelte quotidiane, non chi produce, chi inquina, chi emette, chi approva, facilita e investe in attivit\u00e0 inquinanti e distruttive.<\/p>\n<p>DISTRARRE L\u2019OPINIONE PUBBLICA<br \/>\nE qui arriviamo a un secondo punto. Le strategie dell\u2019industria fossile e di chi ne fa gli interessi \u2013 inclusi alcuni politici e alcune piattaforme mediatiche \u2013 hanno un duplice elemento in comune: fungono da velo e anche da diversivo, e rappresentano uno schema ricorrente e presente in molti paesi, inclusa l\u2019Italia.<\/p>\n<p>I recenti attacchi alle attiviste e agli attivisti di Ultima generazione, al movimento britannico Just stop oil, o alle proteste contro la miniera di carbone a L\u00fctzerath, in Germania, hanno una radice simile. Gli attivisti sono stati etichettati come \u201cEco anarchici\u201d, \u201cgruppetto di fanatici pseudo-ambientalisti\u201d, \u201csociopatici\u201d, \u201cecovandali\u201d, \u201cteppisti\u201d. Sono stati giudicati, accusati, sottoposti a sgomberi, processi, violenza. La domanda non \u00e8 se la disobbedienza civile sia una modalit\u00e0 di protesta legittima. La domanda \u00e8: cosa ci dicono la repressione e la violenza contro le proteste stesse?<\/p>\n<p>Molte cose, certo, ma prima tra tutte che la violenza serve a mascherare. Polemizzare su quanto siano sbagliate le modalit\u00e0 di protesta, etichettare gli attivisti, condannarli, processarli permette da una parte di esercitare ordine e controllo, dall\u2019altra di creare fumo e nascondere il problema reale, quello per cui i muri vengono imbrattati e il traffico bloccato. Permette di posporre e dilazionare l\u2019azione sul clima. Permette di nascondere il fatto che, nonostante non ci sia mai stata cos\u00ec tanta urgenza nell\u2019abbandonare le fonti fossili, molti governi, tra cui quello italiano, continuano a promuovere le trivellazioni, a sovvenzionare attivit\u00e0 inquinanti con i soldi pubblici, a espandere le infrastrutture di gas e investire in nuovi progetti fossili nei paesi africani. Permette, appunto, di confondere la realt\u00e0 e di deviare l\u2019attenzione. Si sposta il bersaglio. Il contenuto delle proteste, le motivazioni, la vita non sono pi\u00f9 importanti. Subentrano la disinformazione, la propaganda e la violenza. L\u2019onere ricade su chi porta avanti la lotta, su chi d\u00e0 voce alla scienza e ai diritti.<\/p>\n<p>Quando ho fatto questa domanda \u2013 cosa ci dicono la repressione e la violenza contro le proteste? \u2013 all\u2019autrice e attivista Rebecca Solnit, lei mi ha risposto: \u201cNon si usa la violenza se non si \u00e8 veramente preoccupati. Vuol dire che la propaganda e le bugie non sono state sufficienti\u201d. E ha aggiunto: \u201cLa violenza \u00e8 chiarificatrice.\u201d<\/p>\n<p>Pi\u00f9 di tutto, dice Solnit, la violenza maschera la paura. La paura di sapere che la pressione per chiedere un\u2019azione sul clima non \u00e8 mai stata cos\u00ec elevata come oggi, che chi ha contribuito a creare la crisi climatica e a promuovere prodotti dannosi alla salute e alla vita sar\u00e0 ritenuto responsabile, la paura che sia ribaltato lo status quo in un processo che toglie profitto, potere e privilegio a chi lo ha avuto finora.<br \/>\nNon guardate dove vi dicono di guardare, trovate quello che provano a nascondere.<br \/>\n*( Stella Levantesi, giornalista)<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>08 &#8211; Arthur C. Brooks*: IL LEGAME NASCOSTO TRA LAVORARE TROPPO E SALUTE MENTALE.<\/strong><\/p>\n<p>WINSTON CHURCHILL \u00c8 STATO MOLTE COSE: STATISTA, SOLDATO, SCRITTORE. \u00c8 stato uno dei primi leader mondiali a lanciare l\u2019allarme contro la minaccia nazista negli anni trenta, ed \u00e8 poi entrato nell\u2019immaginario globale per la sua lotta in prima linea contro le potenze dell\u2019asse nella seconda guerra mondiale. Mentre era primo ministro del Regno Unito durante la guerra, mantenne un\u2019agenda d\u2019impegni molto faticosa, spesso trascorrendo 18 ore al giorno a lavorare. Durante il suo mandato, inoltre, scrisse un libro dopo l\u2019altro. Alla fine della sua vita ne aveva terminati 43, riempiendo 72 volumi.<\/p>\n<p>Ma Churchill soffriva anche di una depressione paralizzante, che lui chiamava il suo \u201ccane nero\u201d e che lo affliggeva costantemente. Sembra quasi impensabile che potesse essere cos\u00ec produttivo in uno stato cos\u00ec cupo da fargli dire una volta, rivolto al suo medico: \u201cNon mi piace stare sulla fiancata di una nave e guardare in basso verso nell\u2019acqua. Un gesto di un secondo metterebbe fine a tutto\u201d.<\/p>\n<p>Alcuni sostengono che la depressione di Churchill fosse bipolare e che fossero le fasi di mania a permettergli di lavorare cos\u00ec tanto. Ma alcuni biografi spiegano le cose in modo diverso: lo stacanovismo di Churchill non era slegato dalle sue sofferenze, ma era causato da esse. Si distraeva con il lavoro. Se quest\u2019interpretazione vi appare forzata, sappiate che oggi i ricercatori hanno scoperto che lo stacanovismo \u00e8 una dipendenza comune, che nasce in risposta a un disagio. E, come molte dipendenze, peggiora la situazione che vorrebbe alleviare.<\/p>\n<p>Un percorso comune<br \/>\nNegli Stati Uniti decine di milioni di persone \u2013 addirittura il 10 per cento del totale \u2013 soffrono di una dipendenza da sostanze a un certo punto della loro vita. Sappiamo bene come le dipendenze possano insinuarsi in noi. In molti casi l\u2019uso di una sostanza, somministrata in maniera controllata per alleviare il dolore di una malattia, si trasforma in un disturbo da abuso. A volte l\u2019uso comincia con la terapia indicata da un professionista, solo che quando il trattamento viene sospeso, il consumo della sostanza prosegue. Quest\u2019ultimo \u00e8 un percorso comune verso la dipendenza da oppioidi.<\/p>\n<p>Ma tante persone si curano da sole fin dall\u2019inizio. Nel 2018 i ricercatori hanno analizzato un decennio di dati e hanno scritto sulla rivista Depression and Anxiety che, in base alla loro analisi della letteratura scientifica esistente, il 24 per cento delle persone con un disturbo d\u2019ansia e quasi il 22 per cento delle persone con un disturbo dell\u2019umore (come la depressione grave o il disturbo bipolare) si \u201ccura\u201d da sola usando alcol o droghe. Chi ricorre a questa \u201cautomedicazione\u201d ha molte pi\u00f9 probabilit\u00e0 di sviluppare una dipendenza da sostanze. I dati epidemiologici, per esempio, hanno rivelato che le persone che si \u201cautocuravano\u201d contro l\u2019ansia usando l\u2019alcol avevano una possibilit\u00e0 pi\u00f9 di sei volte maggiore di sviluppare una dipendenza persistente dall\u2019alcol rispetto a coloro che non lo facevano.<\/p>\n<p>Ci sono prove inconfutabili che alcune persone \u201ccurino\u201d i loro problemi emotivi anche con il lavoro. Questo pu\u00f2 portare a una sorta di dipendenza. Molti studi hanno dimostrato una forte relazione tra lo stacanovismo e i sintomi di disturbi psichiatrici, come ansia e depressione, ed \u00e8 stato comunemente ipotizzato che il lavoro compulsivo porti a questi disturbi. Ma alcuni psicologi hanno recentemente sostenuto la tesi della causalit\u00e0 inversa, ovvero che le persone in realt\u00e0 \u201ccurino\u201d la depressione e l\u2019ansia con un eccesso di lavoro. Come hanno scritto gli autori di uno studio pubblicato nel 2016 sulla rivista scientifica Plos One, \u201clo stacanovismo (in alcuni casi) si sviluppa come tentativo di ridurre i sentimenti di ansia e depressione\u201d.<\/p>\n<p>Le persone alle prese con lo stacanovismo possono facilmente negare che si tratti di un problema e quindi non vedere i problemi che stanno cercando di curare<\/p>\n<p>Lo studio del 2016 ha ricevuto grande attenzione per la sua qualit\u00e0 e senza dubbio stimoler\u00e0 altri test su questa ipotesi nei prossimi anni. Se i risultati saranno validi, e sospetto che lo saranno, la relazione causale potrebbe parzialmente spiegare perch\u00e9 cos\u00ec tante persone hanno aumentato le ore di lavoro durante la pandemia. Per molti mesi, durante i primi lockdown, le persone hanno dovuto affrontare noia, solitudine e ansia; alla fine del maggio 2020, i dati dei Centri per la prevenzione e il controllo delle malattie (Cdc) degli Stati Uniti hanno mostrato che quasi un quarto degli adulti americani aveva riferito sintomi di depressione (nel 2019 erano stati il 6,5 per cento). Forse una parte dei lavoratori si \u00e8 \u201cautomedicata\u201d raddoppiando la propria quantit\u00e0 di lavoro, per sentirsi impegnata e produttiva.<\/p>\n<p>Le persone alle prese con lo stacanovismo possono facilmente negare che si tratti di un problema e quindi non vedere i problemi soggiacenti che stanno auto-medicando. Come pu\u00f2 il lavoro essere negativo? Come mi ha detto Anna Lembke, una psichiatra di Stanford, autrice di L\u2019era della dopamina. Come mantenere l\u2019equilibrio nella societ\u00e0 del \u201ctutto e subito\u201d, in una recente intervista per il podcast How to build a happy life \u201canche comportamenti che in passato erano sani e adattivi \u2013 comportamenti che noi generalmente, per cultura, considereremmo sani e vantaggiosi \u2013 oggi diventano una droga, il che li rende pi\u00f9 potenti, pi\u00f9 accessibili, pi\u00f9 nuovi, pi\u00f9 onnipresenti\u201d. Se siete persone che si chiudono nel bagno di casa per controllare le email di lavoro sul telefono, sta parlando di voi.<\/p>\n<p>Inoltre, quando parliamo di lavoro, le persone premiano i comportamenti che creano dipendenza. Nessuno dice: \u201cAccipicchia, hai bevuto una bottiglia di gin in una notte? Sei proprio un bevitore straordinario\u201d. Ma se lavorate 16 ore al giorno probabilmente otterrete una promozione.<\/p>\n<p>Nonostante le decantate virt\u00f9 di un lavoro svolto al massimo, i costi supereranno quasi certamente i benefici, come di solito accade nelle dipendenze da \u201cautomedicazione\u201d. Il burnout (esaurimento), la depressione, lo stress lavorativo e il conflitto tra lavoro e vita privata peggioreranno, non miglioreranno. Inoltre, come mi ha detto Lembke, lo stacanovismo pu\u00f2 portare a dipendenze secondarie, come quella da droghe, alcol o pornografia, che le persone usano per \u201cautomedicare\u201d i problemi causati dalla dipendenza primaria, spesso con conseguenze personali catastrofiche.<\/p>\n<p>Per trovare soluzioni alla dipendenza da lavoro, ho intervistato la mia collega di Harvard, Ashley Whillans, autrice di Time smart: how to reclaim your time and live a happier life (Tempo intelligente: come riprenderti il tuo tempo e vivere una vita pi\u00f9 felice), per un altro episodio di How to build a happy life. Whillans mi ha detto che, tra le soluzioni individuali allo stacanovismo, ci sono una maggiore consapevolezza di come si usa il proprio tempo e un cambiamento di mentalit\u00e0, che non dia maggiore valore al lavoro rispetto al tempo libero. Mi ha consigliato tre pratiche.<\/p>\n<p>Fate una verifica di come avete usato utilizzato il tempo<\/p>\n<p>Per qualche giorno, annotate con cura le vostre attivit\u00e0 principali \u2013 lavoro, tempo libero, commissioni \u2013 oltre che il tempo trascorso in ognuna di esse e come vi siete sentiti. Annotate le attivit\u00e0 che vi generano l\u2019umore pi\u00f9 positivo e che hanno per voi pi\u00f9 significato. Questo vi dar\u00e0 due informazioni: quanto state lavorando (per rendervi impossibile negare la realt\u00e0) e cosa vi piace fare quando non lavorate (per rendere pi\u00f9 allettante la guarigione).<\/p>\n<p>PROGRAMMATE I VOSTRI TEMPI MORTI<\/p>\n<p>Gli stacanovisti tendono a minimizzare il valore delle attivit\u00e0 extralavorative, definendole come \u201cpiacevoli\u201d, e annegandole quindi nel lavoro. \u00c8 cos\u00ec che la quattordicesima ora di lavoro, che raramente \u00e8 produttiva, sostituisce un\u2019ora che avreste potuto trascorrere con i vostri figli. Ritagliate del tempo nella vostra giornata per le attivit\u00e0 non lavorative, proprio come fate per le riunioni.<\/p>\n<p>PROGRAMMATE IL VOSTRO TEMPO LIBERO<br \/>\nNon lasciate troppo liberi i tempi morti. Il tempo non strutturato \u00e8 un invito a tornare al lavoro o a dedicarsi ad attivit\u00e0 passive che non favoriscono il benessere, come passare in rassegna i vostri social network o guardare la televisione. Probabilmente avete una lista di cose da fare organizzata in ordine di priorit\u00e0. Fate lo stesso con il vostro tempo libero, pianificando i passatempi attivi che pi\u00f9 apprezzate. Se vi fa piacere telefonare a un amico, non lasciate che questo accada quando, casualmente, avete del tempo, ma programmatelo e rispettate il programma.<\/p>\n<p>Queste indicazioni hanno cambiato la mia vita. Affronto le mie passeggiate, i momenti di preghiera e le sedute in palestra come se fossero incontri con il presidente. E quando non ho nulla in programma, il mio piano consiste letteralmente nel non fare nulla, senza cedere alle distrazioni.<\/p>\n<p>Affrontare una dipendenza da lavoro pu\u00f2 fare davvero la differenza nella nostra vita. Ci permette di dedicare del tempo alla famiglia e agli amici. Permette di dedicarci a passatempi non lavorativi che non sono utili, ma solo divertenti. Ci permette di prenderci pi\u00f9 cura di noi stessi, per esempio facendo esercizio fisico. \u00c8 stato dimostrato che tutte queste cose aumentano la felicit\u00e0 o riducono l\u2019infelicit\u00e0.<\/p>\n<p>Ma affrontare il problema dello stacanovismo non permette comunque di risolvere il problema di fondo che il lavorare cos\u00ec intensamente avrebbe dovuto curare. Forse anche voi siete stati visitati dal cane nero di Churchill. O forse il vostro cane nero ha una diversa forma: un matrimonio problematico, un cronico senso d\u2019inadeguatezza, forse perfino il disturbo da deficit d\u2019attenzione\/iperattivit\u00e0 (adhd) o il disturbo ossessivo-compulsivo, tutti fenomeni che sono stati collegati al superlavoro. Smettere di usare il lavoro per distrarsi \u00e8 un\u2019opportunit\u00e0 per affrontare i propri problemi, magari con l\u2019aiuto di qualcuno, e risolvere cos\u00ec il problema che ci ha spinti a lavorare troppo.<br \/>\nAffrontare il cane pu\u00f2 sembrare pi\u00f9 spaventoso che rivolgersi semplicemente ai vecchi accalappiacani: il vostro capo, i vostri colleghi, la vostra carriera. Ma alla fine potreste trovare il modo di liberarvi definitivamente di quel cane.<br \/>\n*( Arthur C. Brooks, The Atlantic, Stati Uniti. Traduzione di Federico Ferrone. Questo articolo \u00e8 uscito sullo statunitense The Atlantic.)<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>09 &#8211; Giuliano Battiston* : Storia del pacifismo italiano. Com\u2019\u00e8 cambiato il movimento pacifista in questi ultimi decenni, dalla marcia Perugia-Assisi del 1961 alle manifestazioni contro la guerra in Ucraina<\/strong><\/p>\n<p>Questo articolo \u00e8 uscito su Parole, un numero di Internazionale Extra che raccoglie reportage, foto e fumetti sull\u2019Italia. Si pu\u00f2 comprare sul sito di Internazionale o, in digitale, sull\u2019app di Internazionale.<br \/>\n\u201cLa minaccia nucleare incombe sul mondo. \u00c8 responsabilit\u00e0 e dovere degli stati e dei popoli fermare questa follia\u201d. A Roma \u00e8 un sabato di sole e vento freddo, piumini a mezze maniche e baveri alzati. Dal palco allestito in piazza San Giovanni in Laterano Francesca Giuliani, esponente della campagna Sbilanciamoci!, legge l\u2019incipit dell\u2019appello di Europe for peace.<\/p>\n<p>Di fronte a lei, decine di migliaia di persone riempiono la piazza, mentre la coda del corteo continua a snodarsi tra le vie Merulana, Labicana e Manzoni. La piazza \u00e8 composta e colorata: in prima fila le bandiere di Sant\u2019Egidio, quelle arcobaleno e dell\u2019Associazione nazionale partigiani, i simboli della comunit\u00e0 papa Giovanni XXIII. Un arcipelago di sigle, laiche e religiose. Un bambino regge un cartoncino con una scritta rossa: \u201cNo al nucleare\u201d.<\/p>\n<p>La manifestazione nazionale per la pace del 5 novembre 2022 si apre con un richiamo insieme rituale e attuale: la minaccia nucleare. Tra i pi\u00f9 anziani, qualcuno ricorda un altro palco, un\u2019altra platea. \u00c8 il 25 settembre 1961 e il presidente degli Stati Uniti, John F. Kennedy, si rivolge all\u2019Assemblea generale delle Nazioni Unite, a New York. \u201cOgni uomo, donna e ragazzo vive sotto una spada di Damocle nucleare sospesa al pi\u00f9 tenue dei fili che pu\u00f2 essere reciso da un momento all\u2019altro\u201d. Kennedy invoca il disarmo nucleare. Il giorno precedente, a migliaia di chilometri di distanza, un\u2019invocazione simile, collettiva, ha attraversato le vie di Perugia e poi di Assisi. \u00c8 la prima marcia per la pace Perugia-Assisi.<\/p>\n<p>\u201cIl successo fu indiscutibile\u201d, scrive Amoreno Martellini, docente all\u2019universit\u00e0 di Urbino, in Fiori nei cannoni. Nonviolenza e antimilitarismo nell\u2019Italia del Novecento. Diecimila persone. Fianco a fianco sfilano \u201cesponenti di tradizioni pacifiste lontane tra loro e, fino ad allora, inconciliabili\u201d, uomini e donne, contadini e intellettuali. La matrice culturale \u00e8 eterogenea: fratellanza pacifista, richieste politiche per l\u2019ingresso della Cina nelle Nazioni Unite, invocazioni religiose contro la guerra, male dell\u2019umanit\u00e0.<\/p>\n<p>Sessant\u2019anni dopo, spiega Martellini, \u201cle culture della pace che discendono dalle matrici del pacifismo di quelle prime stagioni dell\u2019Italia repubblicana sono ancora tutte l\u00ec. O meglio, tutte quelle che sono sopravvissute\u201d ai tornanti della storia.<\/p>\n<p>Sopravvive ai tornanti della storia, ma paradossalmente non alla marcia di cui \u00e8 ideatore, Aldo Capitini, il pi\u00f9 importante filosofo e attivista della nonviolenza in Italia. La marcia, la pi\u00f9 rilevante espressione della nonviolenza nel secondo dopoguerra, coincide infatti con la fine di una stagione. Nel 1962 nasce la Consulta della pace, che dovrebbe contenere le varie anime del movimento pacifista, sempre pi\u00f9 contaminato dalla spinta antiautoritaria della cosiddetta nuova sinistra. Capitini deve cedere il timone. Pacifista integrale, utopista, rinunciatario: viene frainteso. Come Gandhi, di cui introduce il pensiero in Italia.<\/p>\n<p>Eppure per entrambi \u201cil valore politico dell\u2019azione nonviolenta e per la pace non solo \u00e8 riconosciuto, ma assolutamente rivendicato\u201d, ricorda in Fare pace Giulio Marcon, gi\u00e0 portavoce dell\u2019Associazione per la pace e oggi della campagna Sbilanciamoci!. La loro \u00e8 \u201cuna vera e propria politica della pace\u201d, che poco ha a che fare con le culture politiche tradizionali. Dalle quali il pacifismo si smarca negli anni ottanta, nel contesto della guerra fredda tra Stati Uniti e Unione Sovietica e della viva percezione del rischio nucleare. \u00c8 allora che \u201cdiventa soggetto politico e sociale di massa\u201d, emancipandosi da cattolicesimo e comunismo. \u201c\u00c8 un pacifismo che produce una sua cultura politica, sue autonome e originali forme organizzative e di coordinamento\u201d.<\/p>\n<p>Sul finire degli anni settanta, la crisi del processo di distensione tra le due grandi potenze alimenta la mobilitazione pacifista. Dopo la decisione della Nato (1979) di installare in Europa nuovi missili a testata nucleare, scattano le proteste (si veda Contro gli euromissili. Pacifisti a Comiso, 1981-1983, a cura di Vincenzo Schirripa). In Italia nascono i Comitati per la pace. I missili vengono installati, ma il patrimonio di militanza lo eredita poi l\u2019Associazione per la pace.<\/p>\n<p>TENDENZE VIRTUOSE<\/p>\n<p>Da allora, spiega Giulio Marcon, \u201csi sono rafforzate alcune tendenze virtuose: la capacit\u00e0 di analisi e lettura politica dei conflitti, dentro uno scenario mondiale; la competenza sui temi del disarmo; la concretezza delle azioni sul campo, sulla base dell\u2019esperienza maturata nell\u2019ex Jugoslavia: carovane, aiuti diretti, contatti con obiettori e oppositori della guerra\u201d. Se con l\u2019implosione dell\u2019Unione Sovietica il pacifismo, orfano di guerra fredda e bipolarismo, si assopisce, con la guerra nella ex Jugoslavia \u2013 La guerra in casa di cui scrive Luca Rastello \u2013 \u00e8 costretto a misurarsi con scelte difficili, come succede ai militanti del Consorzio italiano di solidariet\u00e0 e ai Beati i costruttori di pace. Diventa meno dogmatico, declamatorio, astratto.<\/p>\n<p>\u00c8 il pacifismo concreto di Alex Langer, sessantottino, deputato dei Verdi, dirigente pacifista, di cui la casa editrice e\/o ha ripubblicato La scelta della convivenza: \u201cCon meno tifo e meno bandiere, meno slogan e meno manifestazioni, ma con un\u2019infinita quantit\u00e0 di visite, scambi, aiuti, gemellaggi, carovane di pace e quant\u2019altro\u201d. Il lascito di quella stagione si dispiega nei decenni successivi. Fino a oggi. Nel settembre 2022, \u201ccon la carovana di #stopthewarnow, guidata da Un ponte per e dal Movimento nonviolento, abbiamo rafforzato i legami con la societ\u00e0 civile ucraina, con obiettori e obiettrici di coscienza, con i sindacalisti e le sindacaliste e i giovani impegnati nei progetti di peacebuilding\u201d, racconta Mohamed Ambrosini, dell\u2019associazione Un ponte per.<\/p>\n<p>La storia del pacifismo italiano \u00e8 fatta di continuit\u00e0, dunque, ma anche di cambiamenti. \u201cDa Sarajevo sotto assedio a oggi, sono molto cambiate le pratiche\u201d, dichiara Lisa Clark, costruttrice di pace dalla lunga esperienza. \u201cLa spontaneit\u00e0 e l\u2019energia, la buona volont\u00e0 e l\u2019ottimismo hanno lasciato il posto a riflessioni pi\u00f9 profonde, a interlocuzioni con le istituzioni, a elaborazioni pian piano riconosciute come norme nazionali e internazionali\u201d.<\/p>\n<p>Oggi i pacifisti accettano \u201cpure progressi parziali, per un obiettivo che pu\u00f2 sembrare minore: mettere al bando le mine antipersona, per dirne uno\u201d. \u00c8 il passaggio dal pacifismo integrale a quello definito istituzionale, secondo una celebre classificazione di Norberto Bobbio, amico di Capitini e autore del noto Il problema della guerra e le vie della pace. Bobbio riconosce, tra gli altri, un primo filone pacifista \u201cstrumentale, ovvero la pace attraverso il disarmo\u201d, un secondo \u201cistituzionale, ovvero la pace attraverso il diritto, il terzo etico e finalistico, ovvero la pace attraverso l\u2019educazione morale\u201d.<\/p>\n<p>Il pacifismo istituzionale, o giuridico, si afferma dagli anni novanta. A promuovere in Italia la campagna internazionale per la messa al bando delle mine antipersona, che riceve il premio Nobel per la pace nel 1997, sono le associazioni Mani tese, Pax Christi e Missione oggi. Gi\u00e0 protagoniste, insieme alle Acli, le Associazioni cristiane lavoratori italiani, anche della campagna \u201ccontro i mercanti di morte\u201d che porta all\u2019approvazione della legge 185\/90 che regola le esportazioni militari.<\/p>\n<p>\u201cDalla riforma della legge sull\u2019obiezione di coscienza, ottenuta dopo mobilitazioni, scioperi della fame, disobbedienza civile, all\u2019introduzione del servizio civile e dei corpi civili di pace, sono tante le norme ottenute dal movimento pacifista\u201d, ricorda Marcon. Nell\u2019elenco ci sono anche la convenzione sulle munizioni a grappolo del 2008, il trattato sul commercio delle armi del 2013, quello sulla proibizione delle armi nuclearidel 2017, frutto della Campagna internazionale per l\u2019abolizione delle armi nucleari (Ican), premio Nobel per la pace nel 2017.<\/p>\n<p>CONDIZIONI POCO RASSICURANTI<\/p>\n<p>Sulla spinta di singoli obiettori e dei movimenti pacifisti, con il tempo cambia la stessa idea di sicurezza: anzich\u00e9 su quella strategica di uno stato, l\u2019attenzione \u00e8 \u201csulle persone e sull\u2019ambiente, dando priorit\u00e0 alla loro protezione\u201d, scrive la ricercatrice Federica Dall\u2019Arche in Non-proliferazione, controllo degli armamenti e disarmo umanitario: una breve guida pratica ed essenziale, pubblicazione dell\u2019Osservatorio sulle vittime civili dei conflitti, il centro di ricerca dell\u2019Associazione nazionale vittime civili di guerra.<\/p>\n<p>Il diritto, per\u00f2, non basta. Le culture politiche dei partiti rimangono perlopi\u00f9 impermeabili. \u201cAlla fine degli anni ottanta padre Ernesto Balducci parlava della necessit\u00e0 di portare la pace nella politica e nelle istituzioni, che per\u00f2 non ne sono davvero permeate\u201d, commenta Giulio Marcon. Dalla prima marcia Perugia-Assisi alla manifestazione del 5 novembre, lo schema si ripete. I politici provano a capitalizzare la forza di mobilitazione dei pacifisti. O, se contrari, li accusano di cecit\u00e0 ideologica.<\/p>\n<p>\u201cPer noi di Emergency il rifiuto della guerra nasce dall\u2019averla conosciuta nei pronto soccorso e nelle sale operatorie dei nostri ospedali\u201d, ci dice Rossella Miccio, presidente dell\u2019associazione fondata da Teresa Sarti e Gino Strada. \u201cSuperare la guerra e costruire la pace \u00e8 una scelta necessaria, indispensabile e urgente\u201d, per\u00f2 occorre anche la politica. \u201cLa scelta di pace non pu\u00f2 avere successo se non \u00e8 fatta propria dalla politica che ha la responsabilit\u00e0 di decidere come impostare le relazioni tra stati ma anche come usare le risorse disponibili\u201d.<br \/>\nFinch\u00e9 \u201cle spese militari riceveranno 2.221 miliardi di dollari e solo 150 miliardi (dati 2021) andranno all\u2019aiuto pubblico allo sviluppo\u201d, continua Miccio, \u201csar\u00e0 difficile creare le condizioni per prevenire le guerre e garantire i diritti e la giustizia\u201d.<\/p>\n<p>Le condizioni, oggi, sono poco rassicuranti. Grandi e piccole potenze rifiutano gli accordi pi\u00f9 vincolanti sulla non proliferazione e sul disarmo, o non li rispettano. L\u2019Istituto internazionale di ricerca sulla pace di Stoccolma (Sipri) certifica il costante aumento della spesa militare globale e prevede l\u2019ampliamento degli arsenali nucleari. L\u2019invasione dell\u2019Ucraina sconquassa l\u2019apparente ordine internazionale, violando la norma contro la conquista territoriale di stati sovrani. E approfondisce un passaggio storico aperto negli anni novanta.<\/p>\n<p>TUTTO \u00c8 CONNESSO<br \/>\nProprio quando il pacifismo si fa \u201cgiuridico\u201d, il diritto torna infatti a piegarsi alla legge del pi\u00f9 forte. \u201cLa guerra \u00e8 stata riabilitata come strumento per risolvere i conflitti\u201d, sintetizza dal palco di Roma Andrea Riccardi, fondatore della comunit\u00e0 di Sant\u2019Egidio. Il ricorso alla forza militare, escluso dalla costituzione italiana e dalla carta delle Nazioni Unite, dagli anni novanta \u00e8 di nuovo legittimato, insieme alle guerre, non pi\u00f9 legali e illegali, ma giuste e ingiuste. La tendenza riguarda anche l\u2019Italia, dove la chiesa, dopo un cammino accidentato, rinuncia alla teoria della guerra giusta, difesa a lungo, insieme al servizio militare e all\u2019esercito, contro le idee e le pratiche della nonviolenza e degli obiettori di coscienza come Giuseppe Gozzini, condannato nel 1962 a sei mesi di carcere per aver rifiutato la divisa militare.<\/p>\n<p>\u201cLa chiesa di Gozzini, del primo obiettore di coscienza cattolico, era quella del concilio Vaticano II, di Giovanni XXIII, era la chiesa che si apriva alla complessit\u00e0 del mondo contemporaneo dopo le chiusure manichee di Pio XII. Ma i retaggi del suo pontificato pesavano ancora sulla cultura cattolica pi\u00f9 conservatrice\u201d, ci racconta Martellini. Oggi, il panorama \u00e8 mutato. Matteo Zuppi, presidente della Cei, ha inviato una lettera ai pacifisti in occasione della manifestazione del 5 novembre: \u201cChi lotta per la pace \u00e8 realista, anzi \u00e8 il vero realista perch\u00e9 sa che non c\u2019\u00e8 futuro se non insieme. L\u2019unica strada \u00e8 quella di riscoprirci fratelli tutti\u201d.<\/p>\n<p>Il cardinale arcivescovo di Bologna si riferisce alla terza enciclica di Francesco, sulla fraternit\u00e0 e l\u2019amicizia sociale. Tra i pacifisti di piazza San Giovanni risuona anche la prima, Laudato si\u2019, del 2015, sull\u2019ecologia integrale e sulla cura della casa comune. \u201cL\u2019ecologia integrale ci dice che \u00e8 tutto connesso. Ragionare per compartimenti \u00e8 l\u2019errore principale\u201d, commenta don Paolo Quatrini, 56 anni, sacerdote ed esponente del punto pace Pierluigi Quatrini di Pax Christi, nella diocesi di Civita Castellana. Mariangela Isaia, insegnante, Ruth Dinslage, artigiana, e Francesca Di Pietro, educatrice, fanno parte dei Parents for future. \u201c\u00c8 tutto collegato. Oggi lo si capisce meglio di un tempo\u201d, sostengono. \u201cSe non c\u2019\u00e8 giustizia sociale, non c\u2019\u00e8 giustizia ambientale. Senza queste, non c\u2019\u00e8 pace\u201d. Issano uno striscione: \u201cDisarmo totale e pace subito\u201d.<\/p>\n<p>\u201cConviene \u2018disarmare\u2019, finch\u00e9 siamo in tempo\u201d, suggerisce nel 1989 Alex Langer sulla rivista Azione Nonviolenta, memoria storica del movimento, riconoscendo \u201cuna nuova e grande sensibilit\u00e0\u201d, legata alla consapevolezza \u201cche il nostro modello di vita attuale \u2013 dai consumi agli armamenti, dalla competizione produttiva a quella intellettuale \u2013 impone un altissimo livello di conflitti e di violenza\u201d.<\/p>\n<p>Per Wolfgang Sachs, allievo di Ivan Illich e gi\u00e0 direttore di ricerca al Wuppertal institut per il clima, l\u2019ambiente e l\u2019energia, disarmare vuol dire \u201cpassare dalla modernit\u00e0 espansiva a quella riduttiva\u201d. Significa, spiega l\u2019autore di Ambiente e giustizia sociale, passare da un\u2019economia energivora, fondata sull\u2019uso di combustibili fossili \u2013 che \u201crichiedono una forma aziendale e imprenditoriale centralizzata e imperialista, consona ai governi autoritari\u201d \u2013 a un\u2019economia ecologica, votata a una nuova civilt\u00e0 politica. Contro l\u2019accumulo, l\u2019espansione, l\u2019accelerazione e il mito dello sviluppo, l\u2019idea del limite, della sufficienza. Non solo l\u2019uso di mezzi efficienti, ma anche l\u2019interrogativo sui fini, sulle aspirazioni della societ\u00e0.<\/p>\n<p>Sta qui, nell\u2019idea del legame organico tra mezzi e fini, la maggiore eredit\u00e0 delle culture del pacifismo e della nonviolenza, come insegnava gi\u00e0 Capitini, per il quale \u201ctra mezzi e fini vi \u00e8 la stessa relazione che esiste tra seme e albero\u201d. Capitini era consapevole della sfida. Perch\u00e9 mentre si educa alla pace, rivolti al futuro, occorre guardarsi indietro, riscrivendo la storia, non solo quella del sangue versato, ma anche del sangue risparmiato.<\/p>\n<p>Anna Bravo ha provato a ricostruirla in La conta dei salvati. Un libro sulla voracit\u00e0 delle guerre, sull\u2019efficacia della lotta inerme, sulle guerre ritardate ed evitate, mosso dall\u2019obiettivo di smontare quella \u201cvisione del mondo (spesso sofferta, detestata, ma potente) secondo cui solo la violenza pu\u00f2 contrastare la violenza\u201d.<\/p>\n<p>*(Fonte Internazionale Etra, G. Battiston, Questo articolo \u00e8 uscito su Parole, un numero di Internazionale Extra che raccoglie reportage, foto e fumetti sull\u2019Italia.)<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>10 &#8211; Laura Loguercio*: SOGNANDO L\u2019AUSTRALIA. UN\u2019ALTRA TERRA, UN\u2019ALTRA LINGUA, UN\u2019ALTRA VITA. LE RAGIONI PER PARTIRE SONO TANTE E SEMPRE DIVERSE, COS\u00cc COME QUELLE CHE CONVINCONO TANTI A RIENTRARE IN ITALIA, DOPO MESI O ANNI PASSATI ALL\u2019ESTERO.<\/strong><br \/>\n\u201cNegli ultimi due giorni c\u2019erano 35 gradi, ma la scorsa settimana abbiamo superato i 40\u201d. \u00c8 il 20 dicembre. Mentre mi parla, per Alberto Bellini sono da poco passate le 22, mentre qui, nella Milano completamente immersa nel vortice del Natale, il pomeriggio \u00e8 appena cominciato. Alberto si trova esattamente a 12.992 chilometri di distanza dal mio telefono: mi ha chiamata da Karratha, una cittadina di 23mila abitanti nello stato del Western Australia.<br \/>\nAlberto \u00e8 uno delle migliaia di giovani italiani che ogni anno decidono di lasciare tutto e trasferirsi dall\u2019altra parte del mondo, sfruttando il visto Working holiday che, grazie a una convenzione internazionale, permette di risiedere e lavorare in Australia per un massimo di tre anni.<\/p>\n<p>Un\u2019altra terra, un\u2019altra lingua, un\u2019altra vita. Le ragioni per partire sono tante e sempre diverse, cos\u00ec come quelle che convincono tanti a rientrare in Italia, dopo mesi o anni passati all\u2019estero. In alcuni casi la voglia di andarsene \u00e8 dettata dall\u2019immobilismo del mercato del lavoro italiano, che dice di voler premiare il merito ma avvantaggia chi ha gi\u00e0 tutto. Dall\u2019altro lato, il desiderio di scoperta pu\u00f2 nascere proprio da una vita monotona, con un contratto a tempo indeterminato e una routine sempre pi\u00f9 stretta che rende le giornate indistinguibili.<\/p>\n<p>TERRA DI EMIGRAZIONE<\/p>\n<p>Nonostante le enormi distanze, l\u2019Australia \u00e8 da secoli una terra che attira l\u2019emigrazione italiana. Come spiega la studiosa Cinzia Campolo in un articolo pubblicato sulla rivista Italiano LinguaDue, dell\u2019universit\u00e0 degli studi di Milano, i primi flussi furono registrati tra la fine dell\u2019ottocento e l\u2019inizio del novecento e si intensificarono a partire dal 1928, anche in risposta alle politiche migratorie restrittive imposte in quel periodo dagli Stati Uniti che all\u2019epoca erano una delle principali destinazioni dell\u2019emigrazione italiana.<\/p>\n<p>L\u2019arrivo degli italiani in Australia raggiunse il picco negli anni successivi alla seconda guerra mondiale, sia per allontanarsi da un\u2019Italia distrutta da anni di guerra e dittatura sia per le politiche particolarmente favorevoli agli immigrati adottate dall\u2019Australia, in cerca di manodopera e minacciata dallo spettro dello spopolamento. I flussi migratori rallentarono, pur senza fermarsi, negli anni settanta, dopo che il \u201cmiracolo italiano\u201d aveva creato lavoro e ricchezza.<\/p>\n<p>Secondo i dati dell\u2019ufficio australiano di statistica nel 2021 risiedevano in Australia pi\u00f9 di 163mila persone nate in Italia, e pi\u00f9 di 640mila residenti australiani avevano almeno un genitore nato in Italia. Pi\u00f9 di 226mila persone in Australia parlano italiano, a casa e nella vita quotidiana.<\/p>\n<p>I flussi migratori che portano gli italiani in Australia sono cambiati ancora, e in modo sostanziale, dal 2004, quando \u00e8 entrato in vigore il visto Working holiday (Wh), letteralmente \u201cvacanza lavorativa\u201d. Si tratta di una convenzione che permette alle persone di 19 paesi, tra cui l\u2019Italia, con un\u2019et\u00e0 fino ai 35 anni di vivere e lavorare in Australia per un massimo di tre anni. Per rinnovarlo \u00e8 necessario svolgere tre mesi di lavoro (che diventano sei mesi nel caso di secondo rinnovo) in settori specifici come l\u2019agricoltura, l\u2019estrazione mineraria o l\u2019edilizia. Dal gennaio 2020 sono state aggiunte le occupazioni in ambito sanitario, per far fronte alla pandemia di covid-19, mentre nel nord del paese o nei territori considerati \u201cremoti\u201d \u00e8 concesso anche il lavoro nei settori del turismo e dell\u2019ospitalit\u00e0, la strada scelta da Alberto Bellini a Karratha.<\/p>\n<p>Tra il giugno 2021 e il giugno 2022, pi\u00f9 di cinquemila ragazzi e ragazze italiane hanno presentato domanda per ottenere un visto Working holiday, circa 3.700 erano relativi al primo anno, quindi all\u2019inizio dell\u2019esperienza. Quasi 5.800 domande sono state approvate, pi\u00f9 del doppio rispetto allo stesso periodo dell\u2019anno precedente, fortemente influenzato dalla pandemia di covid-19 e dalle conseguenti restrizioni sui viaggi nazionali e internazionali. I dati sono quindi in ripresa, ma i flussi attuali rimangono comunque ben al di sotto dei livelli registrati prima dell\u2019emergenza sanitaria: nel periodo 2017-2018, per esempio, erano state approvate pi\u00f9 di diecimila domande.<\/p>\n<p>LA SPINTA CHE NON DIMINUISCE<\/p>\n<p>\u201cIn Italia avevo un ottimo lavoro, un contratto a tempo indeterminato con ottime prospettive. Avevo una fidanzata, un\u2019auto, tanti amici\u201d, racconta Bellini, 27 anni, che a Sassuolo si occupava di gestione della produzione industriale. \u201cDovevo solo aspettare di andare dalle onoranze funebri a prendere la bara: la mia vita era sistemata\u201d.<\/p>\n<p>\u201cMi sentivo fortunato, ma c\u2019era una fiammella che rimaneva sempre accesa, mi mancava qualcosa che mi facesse sentire vivo. Quando \u00e8 arrivata la pandemia, stando a casa, ho cominciato a pensare\u201d, osserva, ricordando la voglia di cambiamento ma anche la paura, inevitabile quando si accarezza l\u2019idea di ribaltare la propria vita. \u201cIn Bulgaria ho incontrato un ragazzo che mi ha parlato del visto Working holiday. Da l\u00ec mi sono messo in testa l\u2019Australia\u201d.<\/p>\n<p>La decisione \u00e8 stata immediata. Il licenziamento, la rottura di una relazione apparentemente solida, e nel giro di pochi mesi Alberto si \u00e8 trovato su un aereo per Perth, dove \u00e8 atterrato il 29 settembre 2022. \u201cFinora non ho mai avuto ripensamenti, anche se \u00e8 vero che con uno stile di vita pi\u00f9 nomade, ho pi\u00f9 preoccupazioni\u201d, dice. In futuro, dopo aver terminato il periodo di lavoro nell\u2019ospitalit\u00e0 necessario per rinnovare il visto, Alberto ha intenzione di comprare un van \u2013 pratica comune tra i backpacker \u2013 per girare l\u2019Australia.<\/p>\n<p>IL MERCATO DEL LAVORO<\/p>\n<p>Almeno dall\u2019altra parte del mondo, trovare lavoro non \u00e8 un problema, anzi. \u201cUna delle motivazioni principali che spinge le persone ad andare in Australia \u00e8 la facilit\u00e0 con cui si trova lavoro e con cui lo si cambia\u201d, spiega Federica Corso, 26 anni, di Milano, che da otto mesi vive e lavora a Melbourne, nello stato di Victoria. \u201cIn Italia il percorso di studi diventa un fattore vincolante, anche quando con il tempo capiamo che la strada scelta non ci appartiene. In Australia molte persone decidono di cambiare carriera, si reinventano facilmente dal punto di vista personale, senza pregiudizi\u201d, spiega.<\/p>\n<p>Poco dopo il suo arrivo, Corso ha trovato un impiego part-time alla camera di commercio italiana, nel settore marketing e organizzazione eventi, e nel resto del tempo lavora all\u2019assistenza clienti di un residence di lusso. \u201cHo trovato la mia dimensione a Melbourne, da quando sono arrivata non ce l\u2019ho pi\u00f9 fatta ad andarmene. \u00c8 una citt\u00e0 internazionale, e sotto alcuni punti di vista pi\u00f9 europea. Ho creato molti rapporti che non sar\u00e0 facile lasciare\u201d, spiega, pensando al biglietto di ritorno per Milano previsto per fine gennaio.<\/p>\n<p>Oltre alla vivacit\u00e0 dell\u2019offerta lavorativa, anche gli stipendi sono particolarmente invitanti, \u201cin media due o tre volte superiori all\u2019Italia\u201d, secondo Bellini. Per fare un esempio, il giorno di Natale \u00e8 stato pagato 55 dollari australiani all\u2019ora, circa 35 euro, e in passato lavorando per 46 ore ha guadagnato quasi mille dollari in una settimana. \u201cIl costo della vita \u00e8 pi\u00f9 alto, ma comunque rimane molto pi\u00f9 margine da spendere\u201d.<\/p>\n<p>Proprio le opportunit\u00e0 lavorative hanno convinto anche Silvia Sala a mettersi in viaggio verso un altro emisfero. Ventisei anni, una laurea triennale in design del prodotto all\u2019accademia di Brera e una magistrale al Politecnico di Milano, tre stage mal pagati alle spalle e poi finalmente un lavoro, anche questo poco soddisfacente, con stipendio ridotto all\u2019osso e contratto a termine. Il 1 gennaio \u00e8 partita per Melbourne insieme al fidanzato, che da operaio guadagnava \u201ccinque volte\u201d il suo rimborso spese da stagista. Sala spera di trovare lavoro nel suo settore in un\u2019azienda sulla costa est australiana: \u201cNon sappiamo quanto vorremmo restare: se trovo una buona opportunit\u00e0, anche a lungo\u201d, ha raccontato pochi giorni prima della partenza.<\/p>\n<p>CULTURE INCOMPATIBILI (O FORSE NO)<\/p>\n<p>Non tutti gli italiani che partono per l\u2019Australia restano per sempre. Tra il giugno 2021 e il giugno 2022, per esempio, sulle quasi 5.800 domande di visto Wh approvate, solo 377 erano relative al secondo anno di permanenza, e 473 al terzo anno. In molti casi, con il tempo le differenze culturali tra due emisferi cominciano a diventare pi\u00f9 pesanti da gestire. \u201cNon mi ci vedo qui a vita, mi manca il calore delle persone\u201d, spiega per esempio Bellini. \u201cDa immigrati, poi, entrare nella cerchia degli australiani \u00e8 difficile, a meno che non si rimanga per anni\u201d.<\/p>\n<p>Dopo circa dieci mesi passati girando la costa est dell\u2019Australia, a febbraio anche Greta Barsotti, 22 anni, torner\u00e0 a casa, a Pisa. Era partita ad aprile insieme a un\u2019amica, Francesca, di 25 anni: \u201cDa sole non so se avremmo fatto questa esperienza, sarebbe stata pi\u00f9 dura emotivamente. Quando sei in compagnia, ci si sostiene a vicenda\u201d, racconta.<\/p>\n<p>Dopo aver deciso, nel giro di due settimane si sono licenziate, hanno disdetto affitti, venduto auto e comprato il biglietto aereo. Arrivate a Cairns, hanno girato tutta la parte est del paese in van, fino all\u2019ultimo tappa di Melbourne. Nel frattempo, hanno completato i tre mesi di lavoro nell\u2019agricoltura necessari per rinnovare, in seguito, il visto.<\/p>\n<p>\u201cQui lo stile di vita \u00e8 entusiasmante, ogni giorno puoi svegliarti in un posto diverso\u201d, racconta Barsotti. Dopo mesi itineranti, per\u00f2, \u201cmancano un po\u2019 la stabilit\u00e0 e la famiglia\u201d. Una volta rientrata, ha intenzione di studiare per prendere il patentino da agente immobiliare e portare avanti la professione che ha svolto in Italia per tre anni. \u201cPoi, si vedr\u00e0\u201d.<\/p>\n<p>Anche secondo Federica Corso, la ragazza milanese trapiantata a Melbourne da quasi un anno, la cultura italiana e quella australiana sono difficilmente compatibili: \u201cDal punto di vista culturale, mi manca l\u2019Italia. Il paese \u00e8 giovane rispetto all\u2019Europa e chiuso su se stesso, culturalmente parlando non ho trovato molti stimoli\u201d, racconta.<\/p>\n<p>UNA NUOVA CASA<\/p>\n<p>Non tutti la pensano cos\u00ec. Tra le migliaia di persone che partono ogni anno, una parte non irrilevante sceglie di rimanere, e trasferirsi in Australia a tempo indeterminato. Secondo i dati Istat, tra il 2002 e il 2020 gli italiani che hanno spostato la loro residenza in Australia sono aumentati del 750 per cento, passando da 262 persone all\u2019anno a 2.228. I trasferimenti totali degli ultimi 18 anni sono stati quasi 24.500.<\/p>\n<p>\u201cSono qui dall\u2019ottobre 2019, poco pi\u00f9 di tre anni. Sono arrivata a Sydney come tanti italiani. Inizialmente dovevo restare circa sei mesi, avevo gi\u00e0 il biglietto di ritorno. Poi, a causa del covid, sono rimasta\u201d, racconta Elena Caccia, 32 anni, che vorrebbe trasferirsi in Australia a lungo termine. Vivendo nell\u2019outback, le vaste aree scarsamente popolate dell\u2019entroterra, Caccia ha sostanzialmente sfuggito i lockdown e le varie restrizioni imposte in quasi tutto il mondo per ridurre i contagi. In Australia, in realt\u00e0, la pandemia ha avuto effetti meno disastrosi rispetto ad altri paesi. Al 26 dicembre, le morti confermate per covid-19 erano 16.940, dieci volte meno rispetto a quelle dell\u2019Italia (183.936), che ha una popolazione pi\u00f9 che doppia. In altre parole, in Australia sono morte 647 persone ogni milione di abitanti, in Italia 3.116.<\/p>\n<p>\u201cViaggiavo e mi fermavo per lavorare solo quando non avevo pi\u00f9 soldi in banca. Spendevo mille dollari al mese, facendo campeggio\u201d, racconta Caccia, che \u00e8 laureata in lingue e in Italia lavorava come assistente di direzione in un\u2019azienda del settore energetico, a Bergamo. Da alcuni mesi ha deciso di fermarsi a Perth, nella parte ovest del paese, e lavora in una miniera di ferro. \u201cSe penso di tornare in Italia mi viene male, soprattutto per quanto riguarda il lavoro. La qualit\u00e0 della vita \u00e8 diversa: qui al primo posto c\u2019\u00e8 il vivere, poi viene il lavoro. In Italia, o almeno nella mia zona, valeva il contrario. Il mio orario di lavoro terminava alle 17, ma non finivo mai prima delle 18 o 18.30. Qui non succede mai\u201d, afferma.<\/p>\n<p>Dall\u2019altro lato, il tasto dolente \u00e8 rappresentato dalla mancanza di stabilit\u00e0 data da una vita nomade, e dalle difficolt\u00e0 di creare rapporti veri e duraturi. \u201cI rapporti umani sono un punto fragile. Io ho sempre cambiato posto, mi sono spostata, ed \u00e8 difficile che qualcuno avesse i stessi miei programmi. Ho detto moltissimi addii\u201d.<br \/>\nNel 2023, altre migliaia di persone lasceranno l\u2019Italia per un viaggio a breve o lungo termine, da soli o in compagnia, per dare sfogo all\u2019insoddisfazione, alla curiosit\u00e0, alla voglia di cambiamento. Direzione: down under.<\/p>\n<p>*(Laura Loguercio. Giornalista freelance, da Milano mi sono spostata a Auckland, New York e Londra.)<br \/>\n*( FONTE: elaborazione openpolis su dati ufficio per il programma di governo)<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<div class=\"mh-excerpt\"><p>01 &#8211; Sen. Francesca La Marca*: accordo di sicurezza sociale con il Messico. La marca (pd): \u00abho interrogato il governo, basta rinvii\u00bb. 02 \u2013 Sen. <a class=\"mh-excerpt-more\" href=\"https:\/\/emigrazione-notizie.org\/?p=41142\" title=\"n\u00b0 08 \u2013 25\/02\/2023. RASSEGNA DI NEWS NAZIONALI E INTERNAZIONALI.  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