{"id":24660,"date":"2006-12-30T00:00:00","date_gmt":"2006-12-30T00:00:00","guid":{"rendered":"http:\/\/emigrazione-notizie.org\/?p=24660"},"modified":"2006-12-30T00:00:00","modified_gmt":"2006-12-30T00:00:00","slug":"2524-in-morte-di-un-dittatore-criminale-e-assassino","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/emigrazione-notizie.org\/?p=24660","title":{"rendered":"2524 IN MORTE DI UN DITTATORE CRIMINALE E ASSASSINO"},"content":{"rendered":"<p>20061211 12:34:00 webmaster<\/p>\n<p>Il racconto che riportiamo vinse il primo premio nella sezione \u201cMemorialistica\u201d del premio Pietro Conti 2003-2004. <\/p>\n<p>E&#8217; di Antonella Dolci, per molti anni dirigente dell\u2019associazionismo democratico in emigrazione a Stoccolma, in Svezia, che nel 1973 viveva a Santiago del Cile e che fu testimone diretta dei giorni tumultuosi del golpe di 33 anni fa.<\/p>\n<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;-<\/p>\n<p>PASTA E FAGIOLI ALL&#8217;AMBASCIATA<\/p>\n<p>Premessa <\/p>\n<p>Ho esitato quasi trent&#8217;anni prima di raccontare quest&#8217;episodio: all&#8217;inizio, per discrezione ma, soprattutto, per la consapevolezza che ben altre tragedie si erano svolte in quei giorni che meritavano di essere ricordate. Con il tempo per\u00f2, ed ora pi\u00f9 che mai, che i ricordi si affievoliscono, mi sono convinta che non \u00e8 necessario essere stati n\u00e9 vittime n\u00e9 eroi per contribuire, con il proprio tassello, a dare una testimonianza di un periodo e di una temperie che rischiano di essere distorti o dimenticati.<\/p>\n<p>Premessa <\/p>\n<p>Ho esitato quasi trent&#8217;anni prima di raccontare quest&#8217;episodio: all&#8217;inizio, per discrezione ma, soprattutto, per la consapevolezza che ben altre tragedie si erano svolte in quei giorni che meritavano di essere ricordate. Con il tempo per\u00f2, ed ora pi\u00f9 che mai, che i ricordi si affievoliscono, mi sono convinta che non \u00e8 necessario essere stati n\u00e9 vittime n\u00e9 eroi per contribuire, con il proprio tassello, a dare una testimonianza di un periodo e di una temperie che rischiano di essere distorti o dimenticati. <\/p>\n<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;  <\/p>\n<p>Arrivammo verso le sette di sera al cancello che dava sul grande parco della residenza dell&#8217;ambasciatore d&#8217;Italia, a Santiago del Cile. Il custode, riconoscendo la mia amica alla guida, una funzionaria del consolato, ci fece passare senza problemi. Avevo la bambina, di tre mesi, sulle ginocchia, e una valigetta nel portabagagli. Al limitare di una scaletta che portava al piano seminterrato dove c&#8217;erano le cucine ed i servizi, mi accolsero il mio compagno, El Gordo, ed altre sei o sette persone, i primi &quot;ospiti&quot;. Nella cucinetta il tavolo era apparecchiato e c&#8217;erano lenticchie, qualcosa che avrei rivisto spesso nei due mesi che avrei trascorso l\u00ed. Provavo a mangiare mentre raccontavo le ultime notizie di fuori e tentavo di impedire alla bambina di afferrare gli oggetti sul tavolo. &quot;Passami la bambina&quot; disse Carmela, cos\u00ec puoi mangiare tranquilla&quot;. Carmela era una bellissima brasiliana sulla cinquantina, c&#8217;era con lei anche il figlio (che le faceva visite saltuarie, scoprii dopo, dall&#8217;ambasciata sudamericana dove si era rifugiato). Anche gli altri, una famiglia con tre bambine, erano brasiliani di origine italiana. Man mano che la macchia della dittatura si allargava sull&#8217;America Latina, molti uruguaiani e brasiliani si erano rifugiati in Cile e si preparavano ora ad altri esili. <\/p>\n<p>Tutto era cominciato 15 giorni prima, l&#8217;11 settembre 1973. O pi\u00f9 esattamente, era cominciato a finire.<br \/>\nLa sveglia suon\u00f2 presto. Eravamo molto assonnati, eravamo rimasti fino a tardi ad ascoltare la radio, a seguire gli estremi disperati tentativi del presidente Allende di scongiurare il golpe, battendo la porta della Democrazia Cristiana, che era rimasta chiusa, chiedendo assicurazioni di fedelt\u00e0 alla costituzione al generale in capo dell&#8217;esercito, Augusto Pinochet, che le aveva date (a quanto pare questo \u00e8 l&#8217;uso: i colpi di stato non si annunciano.)<br \/>\nDovevamo iniziare tutti e due, El Gordo ed io, un corso all&#8217;universit\u00e0 quel giorno. Io sulla letteratura italiana del Novecento al Pedag\u00f3gico dell&#8217;Universidad de Chile, El Gordo nella Facolt\u00e0 di Sociologia, sui &quot;Problemi del Marxismo contemporaneo&quot; (sic!).  Avevamo messo la sveglia molto presto, anche se i corsi erano fissati per fine mattinata, dovendo prevedere le code per la benzina che in quei giorni prendevano tre-quattro ore, ed almeno una o due nelle file per privilegiati nei quali ero riuscita ad inserirmi grazie ad un (mendace) striscione &quot;Ambasciata d&#8217;Italia&quot; che avevo incollato sul vetro della macchina. In realt\u00e0 avevo solo un modesto contratto di dipendente locale all&#8217;Istituto di Cultura.<br \/>\nIl tempo che nei giorni precedenti era stato bellissimo si era improvvisamente rannuvolato. Un forte vento agitava i rami fioriti dei p\u00e9schi del giardino. Accendemmo, come sempre, la radio.<br \/>\nQualche settimana prima, i pochissimi aderenti alla Unidad Popular in quel quartiere di villini e di casaquintas nel Caj\u00f3n del Maipo, una gola che si andava stringendo sempre di pi\u00f9 man mano che si avvicinava all&#8217;Argentina, avevamo deciso di tessere fra di noi una rete di informazione e di protezione.Tra l&#8217;altro, era stato deciso di suddividere per turni l&#8217;ascolto della radio. Tutti sapevamo naturalmente che il golpe si avvicinava e certi programmi radio avevano parole in codice per annunciarlo. Nella suddivisione delle ore, rigidamente ugualitaria e senza nessun particolare privilegio concesso al sesso e alla funzione di nutrice, a me era toccato l&#8217;orario dalle tre alle cinque del mattino, non molto pratico dato che, a mezzanotte, dovevo comunque stare sveglia un&#8217;oretta per allattare. Dopo due notti senza sonno, comunicai che avrei interrotto l&#8217;ascolto: &#8211; Lo sapremo comunque quando suoneranno la solita marcia militare. A che serve saperlo un&#8217;ora prima, confinati in questa gola.&quot; <\/p>\n<p>Ma non era una marcia militare. Si sentivano rombi di aereo e la voce del Chicho [i] :.solo acribillandome a balazos podr\u00e0n impedir la voluntad que es hacer cumplir el programa del pueblo (.) Estas son mis \u00faltimas palabras&#8230;&#8230;.&quot;. Stavano bombardando la Moneda, il palazzo presidenziale. Altro che colpo alla peruviana!  Quindici giorni prima ero stata invitata a pranzo dall&#8217;Ambasciatore d&#8217;Italia insieme al nuovo corrispondente dell&#8217;Unit\u00e0 a Santiago, proveniente dall&#8217;Avana. Parlammo della situazione politica e del golpe che si avvicinava inesorabile. L&#8217;ambasciatore aveva espresso un cauto ottimismo: Ci sar\u00e0 un cambiamento ai vertici, certo, ma non credo in un golpe cruento.  I militari cileni hanno una lunga tradizione di rispetto costituzionale e poi, perch\u00e9 mai vorrebbe la destra distruggere la propria classe lavoratrice, le proprie fabbriche? Sar\u00e0 un colpo alla peruviana. <\/p>\n<p>Cominciammo, insieme ai vicini, il medico e sua moglie, che erano corsi da noi dopo aver sentito anche loro le notizie, a discutere sul da farsi. Nessuno di noi aveva telefono, ce n&#8217;era uno solo all&#8217;Hostaria Rio Maipo, sulla riva del fiume Maipo, ma i proprietari  erano poco affidabili e probabilmente compromessi nel traffico della coca. Con la radio accesa ci sedemmo sotto la pergola davanti a casa, fiorita di rose tee e gelsomini. Il cielo era plumbeo, ora, il vento si era fermato. C&#8217;era un grande silenzio nella natura. Tutti gli odori e i colori familiari mi parevano, in qualche modo, estranei, trasformati. &quot;Ho un sacco di fagioli secchi&quot; assicurava allegra Patrizia che aveva tre bambini ed un solido appetito. &quot;Possiamo resistere anche due settimane senza cibo.&quot;<br \/>\nNel Caj\u00f3n del Maipo c&#8217;era un posto di carabinieri a La Obra, a met\u00e0 strada  verso Santiago. Non sapevamo bene se costituissero una protezione o una minaccia. La minaccia per\u00f2 ci pareva provenire pi\u00f9 dai vicini, molti appartenenti a raggruppamenti di estrema destra.<br \/>\nEl Gordo ed io ci decidemmo a cercare di lasciare il Caj\u00f3n ed andare a Santiago.<br \/>\nPrima di andarcene, guardammo la nostra vasta biblioteca, che si trovava per la maggior parte nella costruzione di travi e vetro che chiamavamo studio e che stava in giardino, al lato della casa, con una terrazza dalla quale si contemplava lo scenario della Cordigliera. Oltre a libri d&#8217;arte, romanzi, poesie, c&#8217;erano le opere complete di Marx e Engels, Lenin, Althusser, Hegel,Trotskj, Gramsci, Sartre, due scaffali sulla rivoluzione cubana, Debray, il Che, Mariguela&#8230; Se i libri sono armi, quello era un arsenale. Di nascondere qualcosa in vista dell&#8217;aspettata perquisizione ci parve impresa senza senso. Lasciammo tutto com&#8217;era. (Quando vennero poi i militari a perquisire, noi gi\u00e0 non c&#8217;eravamo, si presero solo un&#8217;edizione tascabile del Kamasutra. Rinunciarono a portar via la letteratura sediziosa, forse perch\u00e9 al momento non disponevano di un camion.) <\/p>\n<p>Facemmo due tentativi, tutti e due falliti. El Gordo voleva, per la nostra sicurezza,  che provassi io ad andare a Santiago in macchina con la bambina. Quanto a lui, se doveva essere preso dai militari, non voleva arrendersi disarmato. Avevamo in casa un fucile da caccia e una rivoltella, tutti e due dichiarati. El Gordo con la rivoltella avrebbe cercato di passare la frontiera argentina.<br \/>\nA me pareva , con i suoi chili di troppo e nessuna conoscenza dei sentieri, un&#8217;impresa molto<br \/>\naleatoria e fidavo di pi\u00f9 nel cartello AMBASCIATA D&#8217;ITALIA e nel mio accento straniero. Avevo<br \/>\nanche quella sensazione profondamente radicata di immunit\u00e0 che d\u00e0 l&#8217;aver appartenuto fin dalla nascita al gruppo dei privilegiati. Lui aveva una conoscenza migliore degli umori dei militari sudamericani.<br \/>\nIl primo tentativo fu con l&#8217;arma (nascosta nel sacchetto dei pannolini), l&#8217;altro senza, grazie alle mie argomentazioni che la rivoltella, nella sceneggiata che mi proponevo,  avrebbe solo aggravato la nostra situazione.<br \/>\nCi mettemmo in fiocchi, collocammo ben visibile il cartello AMBASCIATA D&#8217;ITALIA tra i tergicristalli della mia Seicento rossa e partimmo. Dove la gola si apre verso la valle e la strada per Santiago c&#8217;era un blocco di militari. Tutti avevano al collo un fazzoletto arancione, credo, seppi dopo, per distinguere quelli leali o comunque informati di quello che avveniva.<br \/>\nUn ufficiale ci chiese i documenti. Mostrai i passaporti, dissi che, dati gli &quot;eventi&quot;, ero convocata all&#8217;ambasciata d&#8217;Italia con mio cugino, il prof. A. (sono convinta che il mio parente, morto alcuni anni prima, avrebbe apprezzato quest&#8217;aiuto postumo datomi dal suo passaporto trafugato.). L&#8217;ufficiale per\u00f2 fu irremovibile. Non si passa.<br \/>\nAl secondo tentativo cercammo di passare vicino al gruppo dove non c&#8217;erano graduati. Il soldatino infatti, guardati i nostri documenti, grid\u00f2 all&#8217;ufficiale: Tutto in ordine. Il &quot;verso&quot; stavolta era che volevamo arrivare alla nostra casa di Santiago prima del coprifuoco, che era stato annunciato per le tre del pomeriggio. Eravamo gi\u00e0 a fine mattinata. Purtroppo un vicino che veniva in senso contrario ci salut\u00f2 rumorosamente e con grande cordialit\u00e0 e prima che l&#8217;ufficiale venisse a chiederci perch\u00e9 volevamo andare a Santiago se avevamo casa nel Caj\u00f3n, tornammo indietro. <\/p>\n<p>Nel frattempo la vita si era animata nel nostro quartiere. Si present\u00f2 il gruppo dei Jaivas, un gruppo rock di successo che abitava in un villino vicino e che, per migliorare il reddito stremato dai troppi concerti di solidariet\u00e0, faceva sandali di cuoio con suole di copertoni (ne conservo, dopo trent&#8217; anni e due cambi di paese, ancora un paio). Volevano, prima di tentare anche loro di uscire dal Caj\u00f3n, che li aiutassimo a tagliarsi i capelli lunghi. Con il medico e la moglie esaminammo la situazione: la radio ora alternava alle marcie militari liste di nomi di sovversivi che erano invitati a presentarsi alle autorit\u00e0 militari per chiarire la loro situazione. C&#8217;era il nome del Gordo.<br \/>\nDecidemmo, o meglio gli uomini decisero, che era opportuno andare a visitare il caporione del gruppo di estrema destra del quartiere per vedere che intenzioni avevano nei nostri riguardi. Mentre le signore ci ricevevano cordialmente a Patrizia e a me offrendoci  t\u00e8 e pasticcini e commentando il rischio di pioggia, nello studio il dottore e El Gordo chiarirono, nel miglior stile  del Far West, che erano armati e intendevano difendere le loro famiglie. Quali erano le intenzioni del padrone di casa e dei suoi amici? Risult\u00f2 che erano pi\u00fa preoccupati di noi perch\u00e9 il posto dei carabinieri era lontanissimo e temevano un&#8217;invasione dei poveretti della poblaci\u00f2n callampa, una baraccopoli dall&#8217;altro lato della strada, verso la montagna, tutti della Unidad Popular naturalmente. Anche loro, risposero, avrebbero difeso con le armi le loro famiglie.<br \/>\nTornammo a casa, con la vaga sensazione di aver dato un&#8217;informazione preziosa al nemico, e con la prospettiva che non restava altro da fare che aspettare i militari.  Ormai mancava un&#8217;ora al coprifuoco. Alla fine, decidemmo di partire di nuovo con la Seicento rossa, questa volta verso la cordigliera. C&#8217;era un&#8217;osteria qualche chilometro pi\u00f9 avanti nella gola,  sulla riva del fiume, dove si potevano affittare stanze per il week end e che faceva buona cucina locale. La padrona era una simpatica e cordiale italiana dal corpo opulento e dai capelli rossi e ci conosceva bene, c&#8217;eravamo andati spesso, soli o con amici.<br \/>\nArrivammo alle tre meno cinque, dicemmo alla padrona che eravamo andati a pranzo a San Jos\u00e9, pi\u00f9 addentro nel caj\u00f3n, quando ci aveva sorpresi il coprifuoco e che volevamo dormire l\u00ed, per non correre rischi. La storia era un po&#8217;debole: con la nostra casa a pochi chilometri e il paese sottosopra dalle sette del mattino, era difficile credere nel nostro improvviso affanno di turismo gastronomico. La padrona annus\u00f2 possibili seccature ed ag\u00ec in conseguenza. Le chiesi di mandarci un t\u00e8 nella baita con terrazza sul fiume che avevamo affittato e ci disponevamo, El Gordo a riposare un attimo, io ad allattare, quando sentimmo dei colpi violenti sulla porta. Non pareva la camerierina con  il t\u00e8, ci guardammo in silenzio.<br \/>\nEntrarono un sottufficiale ed alcuni soldati, tutti con le armi puntate. Non sapevano bene che cosa cercare. Le liste dei ricercati erano troppo lunghe perch\u00e9 le avessero a mente. La sospetta risultai io perch\u00e9 c&#8217;era un ordine di estrema diffidenza nei confronti degli stranieri arrivati negli ultimi mesi in Cile. In febbraio ero stata in Italia e c&#8217;era il visto sul passaporto. La diffidenza naturalmente era rivolta ai militanti di sinistra sudamericani ma questi soldatini non sapevano molto di geografia. Con una profusione di erre moscie, di importanza della mia presenza all&#8217;ambasciata e di &quot;Cuando vamos a podernos ir, capit\u00e0n?&quot; (fa sempre bene aumentare il grado) riuscii a convincerli della nostra innocuit\u00e0. Chiesero solo al Gordo di accompagnarli fuori per mostrare i documenti della macchina che avevamo lasciato nella guantiera. El Gordo non tornava e cominciai a preoccuparmi. Mi ero ricordata infatti  che nel tira e molla intorno all&#8217;arma, avevamo dimenticato di tirar fuori le pallottole, insieme alla rivoltella, dal sacchetto dei pannolini sporchi. Bloccai con una sedia la sponda del nostro letto dove la bambina dormiva  e fui all&#8217;osteria. La macchina era fuori. El Gordo stava guardando la televisione (una rarit\u00e0 in quegli anni in Cile. Noi non l&#8217;avevamo). La sala era piena di ospiti. La padrona, ormai rassicurata, fu amabilissima con noi. <\/p>\n<p>Uno speaker annunci\u00f2:&quot;..el cadaver del se\u00f1or Allende ha sido encontrado en la Moneda.&quot;  Senza pensarci, ci alzammo in piedi, El Gordo ed io, in silenzio. La padrona e gli ospiti ci guardavano, seduti, in silenzio anche loro.<br \/>\nIl coprifuoco era stato prolungato fino a comprendere tutto il giorno seguente. Senza telefono, senza poter allontanarci, restavano le notizie della radio e della televisione. Era gi\u00e0 iniziato lo stravolgimento delle parole (sovversivi, democrazia autoritaria) e la grandiloquenza era in proporzione inversa alla realt\u00e0 sanguinosa che mascherava. La perfezione nell&#8217;oscenit\u00e0 fu raggiunta qualche giorno dopo, al solenne Te Deum di ringraziamento nella Cattedrale di Santiago, che vedemmo in casa di amici, officiato dal cardinale Silva Enriquez e in presenza dei generali in capo delle tre armi e, annunciava pomposo lo speaker, di tutti  &quot;los primeros mandatarios&quot; del Cile. C&#8217;era Frei, c&#8217;era il vecchio Alessandri. Mancava solo il presidente eletto e in carica.<br \/>\nPer andare a Santiago il giorno dopo, era necessario un lasciapassare che rilasciavano i carabinieri di San Jos\u00e9. La padrona che, disse, conosceva bene il colonnello (non ci sorprese) si offr\u00ec di accompagnare El Gordo, scartando la mia timida proposta di andarci io, invece.<br \/>\nEl Gordo torn\u00f2 con un lasciapassare che ci permetteva per\u00f2 di andare solo fino a Puente Alto. L\u00ec dovevamo chiederne in una caserma il prolungamento fino a Santiago .<br \/>\nPassammo rapidamente per casa, per un nuovo carico di pannolini. Alla figlia dei vicini che mi aiutava con la bambina quando ero al lavoro, dissi che andavamo una settimana al sud, che cambiasse le lenzuola. Non ci tornammo pi\u00f9.<br \/>\nPassato il blocco di controllo e arrivati all&#8217;incrocio tra la strada per Santiago e quella per Puente Alto, decidemmo che un&#8217;ulteriore visita ad una caserma era sfidare la buona fortuna e continuammo diretto per Santiago. Un&#8217;ora di macchina, scandita dal ronzio degli elicotteri, da luci di incendi e rumori di spari in fondo, verso la cintura operaia. Davanti ai cancelli del Pedag\u00f3gico, chiuso e guardato da uniformati, due cadaveri per terra. Due ragazzi.<br \/>\nArrivammo a casa del fratello del Gordo, un quartiere di villini, con tutte le case imbandierate: di fronte, c&#8217;era il villino del generale in capo dell&#8217;aviazione, Bonilla. Fu una brevissima visita per scambiare notizie ma l\u00ec non si poteva rimanere. Ogni movimento di macchine era registrato dalle sentinelle della casa del generale. Un terzo fratello aveva chiesto che El Gordo gli telefonasse con urgenza, per &quot;analizzare la situazione&quot;. C&#8217;\u00e8 poco da analizzare, tagli\u00f2 secco El Gordo. (Seppi dopo che era bloccato in casa perch\u00e9 aveva dimenticato i documenti il giorno prima del golpe in una palestra di karate e voleva chiedere a me che potevo circolare con la macchina di andarglieli a prendere.) La cognata, seguita dai quattro figlioletti, appariva ogni tanto per chiedere se non era meglio mettere la bandiera, per non essere la sola casa della strada senza. &quot;Metta la bandiera, mijita&quot; rispondeva il marito. Dopo apparve per chiedere se non era meglio togliere la bandiera. &quot;Sanno che siamo della Unidad Popular. Pu\u00f2 attirare l&#8217;attenzione&quot;. &quot;Tolga la bandiera, mijita&quot;, diceva il marito, rassegnato.<br \/>\nCominciammo a fare piani per i prossimi giorni e a cercare un posto per la notte. Non fu facile. <\/p>\n<p>Credo che quello che caratterizza le situazioni eccezionali, le catastrofi, i colpi di stato, sono la sensazione di irrealt\u00e0 e la paura.<br \/>\nLa sensazione di irrealt\u00e0 perch\u00e9, durante un colpo di stato, tutte le apparenze cambiano di segno: il tranquillo posto di carabinieri pu\u00f2 essere una base di fascisti, la casa non \u00e8 pi\u00f9 un rifugio, il vicino pu\u00f2 essere una spia,  la casa degli amici pu\u00f2 essere una trappola.  I diritti sono sospesi, il Parlamento \u00e8 chiuso, la scienza non ha senso, le scuole e le universit\u00e0 sono chiuse. Tutto sembra uguale e pi\u00f9 nulla \u00e8 come prima.<br \/>\nLa paura non necessariamente come la sua espressione fisica, il batticuore, lo stomaco che si stringe, il sudore. La paura come qualcosa di materiale, un&#8217;aria greve, mefitica,  un vento che torce le facce, china le schiene e rimescola i ragionamenti e le idee, per cui non si sa pi\u00f9 se quello che si pensa, che si pianifica, che si crede, \u00e8 frutto  di riflessione o di paura.<br \/>\nNei giorni che seguirono, e in quella ricerca di un posto per dormire, ne vedemmo diverse manifestazioni. Aprivano la porta facce prima amiche, ora stranamente inespressive. Vidi passare, sul viale che bordava il Pedag\u00f3gico, il prof. Sanchez,  dirigente dell&#8217;Istituto di Lingue Romanze. Fermai la macchina per salutarlo e gli chiesi: Come sta, professore? Impallid\u00ec, si guard\u00f2 intorno (il viale era vuoto) e poi mi disse a voce altissima, mentre gli occhi gli sfarfallavano intorno: &quot;Come vuole che stia? Sto benissimo, naturalmente, sto benissimo.&quot;.<br \/>\nO pochi giorni dopo, in visita a casa di una cognata che era stata malata.  Apparve, lasciando acceso il motore della macchina, un vecchio amico che le aveva prestato, durante la convalescenza, un piccolo televisore. &quot;Non ti serve pi\u00f9? Lo posso riprendere? Ciao, ciao&#8230;&quot; e scomparve. Commentammo, allibite e divertite allo stesso tempo, la sua fretta che non gli aveva lasciato neppure il tempo  di chiedere notizie dei suoi pi\u00f9 vecchi amici.<br \/>\nMa non furono tutti cos\u00ed: Ricordo la casa del nostro amico L., regista, che non solo fu felicissimo di vedermi, chiese di tutti e raccont\u00f2 di tutti, scambiando con me informazioni su ambasciate accessibili, ma mi comunic\u00f2 immediatamente, trionfante, che, appena aveva sentito del golpe, era corso all&#8217;Istituto filmico, riuscendo cos\u00ec a salvare tutto il materiale del film sulla storia del movimento operaio cileno, che poi realizz\u00f2 nel suo esilio in Germania.<br \/>\nPer non parlare dell&#8217;amica italiana del consolato, alla quale telefonai dopo qualche esitazione perch\u00e9 non volevo comprometterla e che mi rispose esultante, aveva cercato di raggiungerci nel Caj\u00f3n ma non aveva potuto superare i controlli, e ci accolse a casa sua senza preoccuparsi delle possibili denuncie dei vicini e dei danni che questo poteva arrecare alla sua carriera.<br \/>\nDopo due giorni parve la soluzione migliore che El Gordo cercasse rifugio all&#8217;Ambasciata d&#8217;Italia. La nostra amica avrebbe trovato modo di farlo entrare. Quanto a me, sarei rimasta fuori, dormendo in case sicure, sarei tornata al lavoro all&#8217;Istituto Italiano di Cultura e avremmo studiato che possibilit\u00e0 c&#8217;erano di rimanere in Cile. Ci demmo appuntamento ogni sera alle sette al cancello del giardino dell&#8217;ambasciata per scambiarci informazioni..<br \/>\nIntanto era iniziato il &quot;ritorno alla normalit\u00e0&quot;. Invece delle liste di ricercati si sentivano ogni giorno alla radio appelli a rimettere in marcia il paese. Veniva nominato un posto di lavoro dopo l&#8217;altro e si esortava la gente a presentarsi. Molti lo fecero e vennero immediatamente arrestati e mandati  allo Stadio, dove avevano raggruppato tutti i &quot;sospetti&quot;. Altri cercarono rifugio o semplicemente rimasero in casa e poi per mesi restarono in attesa che li venissero a prendere, invidiando quasi coloro che c&#8217;erano gi\u00e0 passati. In uno dei nostri appuntamenti serali al cancello (i primi giorni non c&#8217;era nessuna sorveglianza) El Gordo mi disse che era entrato piuttosto malconcio all&#8217;ambasciata un collega del fratello e mi chiese di avvertire questi di non presentarsi al lavoro, come sembra volesse fare, perch\u00e9 era una trappola.<br \/>\nIl coprifuoco quella sera era alle nove e rimasi fino alle nove meno dieci davanti alla casa vuota di mio cognato, finch\u00e9 apparve e potei dargli l&#8217;informazione e correr via. Dovevo dormire quella notte in una casa dei quartieri alti, dall&#8217;altra parte della citt\u00e0. Dopo due minuti bucai la gomma posteriore. Scesi e cominciai nervosissima a cambiare la ruota, consapevole che stare in giro in macchina all&#8217;ora del coprifuoco con una bambina piccola in una cesta poteva sembrare bizzarro quando apparve una pattuglia di militari. Anche questa volta, mi salv\u00f2 l&#8217;erre moscia. Chiesi loro aiuto a cambiare la ruota e me la cambiarono loro, raccomandandomi dopo di fare presto ad arrivare a casa. <\/p>\n<p>Per diverse settimane prima del golpe, sul quotidiano conservatore El Mercurio, erano apparsi annunci di un&#8217;intera pagina sulle categorie professionali che scioperavano contro il governo: i medici, gli avvocati, gli ingegneri. Nei negozi mancava di tutto o quasi. In particolare erano scomparse alcune derrate come lo zucchero, il latte ed il caff\u00e9 in polvere, di cui i cileni erano curiosamente molto ghiotti, le sigarette, la carne. C&#8217;erano per\u00f2 a poco prezzo pesce e frutti di mare, miele, insalata e frutta e, personalmente, a me questa dieta non dispiaceva. Pi\u00fa fastidiosa era la scomparsa del cotone e dei pannolini usa e getta che mi obbligavano a lavare e stirare i vecchi pannolini di stoffa, il ch\u00e9, malgrado possedessi un ferro da viaggio, mi complic\u00f2 la vita i giorni dopo il golpe.<br \/>\nStranamente, e con grande gioia delle massaie, tutte queste derrate riapparvero all&#8217;improvviso pochi giorni dopo l&#8217;11 settembre. <\/p>\n<p>Avevo trovato un impiego a met\u00e0 tempo all&#8217;Istituto di Cultura un po&#8217;pi\u00f9 di due anni prima, come impiegata locale. Facevo lezioni di italiano la sera e traduzioni di giorno. Si era liberato un posto e mi fu proposto. Avevo tutti i titoli necessari, laurea, abilitazione, esperienza professionale ma credo inoltre che il direttore avesse giudicato opportuno avere qualcuno di sinistra tra i suoi collaboratori per mettersi in buona luce davanti al nuovo governo, con il quale mi attribuiva legami molto pi\u00f9 stretti e privilegiati di quelli che avevo in realt\u00e0.<br \/>\nIl direttore andava fiero del fatto che il budget dell&#8217;Istituto era tra i pi\u00f9 bassi del mondo, e non solo, l&#8217;Istituto di Santiago era l&#8217;unico che, a volte, addirittura restituiva finanziamenti non spesi. Ce lo ripeteva spesso. Le attivit\u00e0 dell&#8217;Istituto  rispecchiavano tale politica. Nei due anni che vi lavorai, se la memoria non mi inganna, ricordo solo due o tre concerti pianistici, eseguiti da una conoscente del direttore. Di mostre, rassegne, conferenze, non se ne parlava.<br \/>\nQuello che caratterizzava inoltre l&#8217;Istituto ed i suoi dipendenti era una visione a dir poco restrittiva della cultura: la Cultura era italiana e basta. Si trattava di somministrare gocce di questo bene prezioso ad un popolo selvaggio. Per l&#8217;arte, la musica, la pittura, l&#8217;archeologia cilena non esisteva il minimo interesse (figurarsi per il laboratorio sociale costituito dal Cile in quegli anni), a meno che si trattasse di persone che in qualche modo cercavano di innalzarsi alle altezze dell&#8217;arte italiana, cantanti d&#8217;opera, per esempio.<br \/>\nC&#8217;era una sola segretaria cilena che lavorava all&#8217;Istituto, C. Era una bella signora bionda e precocemente nonna, di grande famiglia, imparentata con tutta l&#8217;aristocrazia cilena dai cognomi di vigne e cugina del caporione dell&#8217;estremismo di destra, Pablo Rodriguez, di Patriad y Libertad. Era una donna deliziosa e malgrado le nostre evidenti differenze, ci avvicinava una certa somiglianza di modi, lo stesso genere di senso dell&#8217;umorismo e, credo, il comune amore per il Cile, anche se non riusciva a capire la mia simpatia per gli indiani mapuches (&quot;..sanno solo ubriacarsi e fare a coltellate agli angoli delle strade. Non capisco perch\u00e9 dovremmo esserne fieri.&quot; ribatteva quando io celebravo la loro indomita difesa del sacro fiume Bio Bio contro gli invasori spagnoli).<br \/>\nFu l&#8217;unica, intuendo la mia situazione, ad offrirmi di dormire nella sua casa, i giorni dopo il golpe. Accettai una notte la sua proposta e fu di una cortesia squisita. Si occup\u00f2 anche della vendita della mia Seicento ad un suo amico e che avessi un compenso adeguato, che non si approfittasse delle circostanze. <\/p>\n<p>Il direttore era un omino basso e pingue, di modi affabili spezzati da improvvisi scatti di autorit\u00e0.<br \/>\nCi riuniva a volte nel suo studio per informazioni e per parlare un po&#8217; di s\u00e9. Le sue simpatie &quot;nostalgiche&quot;, anche se mai esplicitamente espresse, erano evidenti e corroborate dal suo ruolo di direttore, o funzionario, non ricordo, dell&#8217;Istituto Italiano di Cultura a Berlino durante la guerra. Malgrado questo, da quando la sinistra era al governo in Cile, e  in particolare in mia presenza, alludeva a parole coperte ad un suo passato misterioso ed eroico, in Germania. Aveva sostenuto una rete di resistenza, aveva nascosto un numero cos\u00ed alto di ebrei che veniva chiamato &quot;La Primula Rossa&quot; (in spagnolo, ancor pi\u00f9 sonoro, &quot;La Pimpinela Escarlata&quot;). Tutti, a quest&#8217;annuncio, guardavamo fisso la parete senza muovere un muscolo. A rendere piuttosto inverosimili queste rivelazioni infatti, pi\u00f9 che le sue simpatie, che non andavano certo alla Rosa Bianca, era il fatto che il professor Rognoni in ogni suo gesto, attitudine e decisione tradiva il sentimento dominante della sua personalit\u00e0 che era la pavidit\u00e0.<br \/>\nEra sempre d&#8217;accordo con l&#8217;autorit\u00e0, con i superiori, con il pi\u00f9 forte e questo gli creava ansie e conflitti quando, come succede, forza di carattere e carica di comando non coincidevano nella stessa persona. <\/p>\n<p>Arrivai al portone del vetusto palazzo che ospitava l&#8217;Istituto Italiano di Cultura nella calle Hu\u00e9rfanos alle nove del mattino, come usavo. Al portone il bidello, Brito, l&#8217;unico simpatizzante della Unidad Popular nell&#8217;edificio, mi rivolse, il volto livido, un timido sorriso. Quando arrivai alla mia scrivania le conversazioni dei colleghi si spensero. Mi misi a fare le traduzioni accumulate, senza che nessuno mi rivolgesse la  parola, anche se tornavo al lavoro dopo una settimana d&#8217;assenza non annunciata. Quella mattina, mi vennero a vedere alcuni &quot;cugini&quot;, per avere notizie nostre, per sapere se potevo prestare la macchina per trasportare &quot;solamente tres cuadras.&quot; un compagno un po&#8217; &quot;pesante&quot; o semplicemente per sfogarsi un po&#8217;. Al terzo&quot;cugino&quot; il direttore, evidentemente preoccupato per l&#8217;allargarsi della mia famiglia, convoc\u00f2 una riunione del personale. Ci sedemmo tutti in silenzio nel suo studio, indossando i nostri spolverini azzurri che ci erano stati imposti alcuni mesi prima per ragioni non meglio spiegate di &quot;decoro&quot; (ho sempre sospettato per\u00f2 che l&#8217;obiettivo fosse di nascondere le mie infrazioni al tailleurino di ordinanza.) Il direttore tossicchi\u00f2 e ci rivolse all&#8217;incirca queste parole (anche queste, con una destinataria unica):<br \/>\nSiete tutti consapevoli che in questi giorni in Cile \u00e8 sopravvenuto un grande cambiamento. Tosse. Risatina. Il governo \u00e8 stato assunto dai militari. Naturalmente questo \u00e8 un Istituto Italiano e noi (ricalcato con forza) non abbiamo nulla a che fare con la politica di questo paese. Fortissimo. NOI NON CI MISCHIAMO NELLA POLITICA DI QUESTO PAESE. Silenzio dei presenti. Io guardo fisso una macchia sulla carta da parati. Per\u00f2, continua, (in tono pi\u00fa conversevole), risatina, si sa che quando i militari comandano, le cose rigano un po&#8217; pi\u00f9 a tambur battente, diciamo, ordine e disciplina sono le parole d&#8217;ordine. E quindi, in qualche modo, anche qui, un po&#8217; di militarizzazione (risatina, per farci capire che il messaggio \u00e8 tra il serio ed il faceto) ci vuole. E poi elenca: nessun discorso di politica, mai, nulla di compromettente, nulla che abbia a che vedere con la politica nei nostri cassetti (a chi sarebbe mai venuto in mente di farlo?). Ci saranno controlli e perquisizioni SENZA PREAVVISO. E il grembiule, si compiace che lo abbiamo indossato, ma da oggi in poi \u00e8 obbligatorio in permanenza e senza eccezioni. Rassicurato dal nostro silenzio &#8211; C&#8217;\u00e8 qualcuno che vuole fare qualche domanda? azzarda.<br \/>\nAlzo la mano. Il mio contratto termina fra una decina di giorni, il 30 settembre, e fin qui \u00e8 stato rinnovato anno per anno. Ho preso un minuto prima la decisione di chiedere che non venga prolungato.<br \/>\nQuando presi quel giorno quella decisione, anche se in fondo fin allora non avevo ancora accettato l&#8217;inevitabilit\u00e0 di dover lasciare il paese, credo fu il discorso del Direttore a convincermi. Quell&#8217;uomo, mosso dalla paura o dal desiderio di mettersi in buona luce, era capace di tutto, pensai, anche di mandare lettere anonime, di denunciare. Lo fece poi probabilmente, se fu lui, come molti crediamo, a suggerire mediante lettera anonima ai militari di perquisire l&#8217;appartamento del figlio della funzionaria del Consolato che ci aveva aiutati. <\/p>\n<p>Comunico la mia decisione. Visibile sollievo di tutti i presenti, il prof. Rognoni mi guarda quasi con affetto. Aggiungo, guardandolo negli occhi: In un paese in cui si bruciano i libri non ha senso, a mio parere, un Istituto di Cultura&quot;. Silenzio generale (forse imbarazzato). Usciamo in mesto ed ordinato corteo. Quando per ultima passo davanti a lui, il direttore mi sussurra &quot; Guardi che io la penso come lei..&quot;. <\/p>\n<p>Arrivai all&#8217;ambasciata nell&#8217;ultima settimana di settembre. Il primo piccolo gruppo che ci si trovava si era istallato, su indicazione del funzionario dell&#8217;ambasciata, su letti di fortuna e brandine nei seminterrati della residenza dove c&#8217;erano stanzoni, ripostigli, cucine.<br \/>\nPoche ore dopo di me era arrivata una famigliola cilena. Il giovane pap\u00e0, uno di coloro che aveva creduto agli inviti alla normalizzazione, era stato arrestato appena arrivato al posto di lavoro, maltrattato, sottoposto a finta fucilazione e poi scaricato per strada da una macchina in corsa. Si era precipitato a casa dove la moglie ignara lo aspettava con la cena pronta  ed erano corsi con il figlioletto di sette mesi in cerca di un&#8217;ambasciata. La prima notte nello stanzone eravamo solo in sei ma questa pacchia non dur\u00f2. Alla bambina facemmo un letto con cuscini e coperte varie in una scatola di pasta poggiata su due sedie.<br \/>\nLa mattina dopo venne un consigliere dell&#8217;ambasciata, segn\u00f2 i nostri nomi, prese appunti sui nostri racconti ed espresse il (fondato) timore che aumentasse il numero degli ospiti. Non era una situazione ideale per un funzionario: L&#8217;ambasciatore era dovuto partire pochi giorni prima per l&#8217;Italia per gravi ragioni familiari, non esisteva nessun accordo di asilo tra l&#8217;Italia ed il Cile e gli ordini provenienti da Roma erano vaghi e criptici. Qualcosa come Non cacciare via nessuno\/Non incoraggiare nessuno.<br \/>\nC&#8217;era per\u00f2 un telefono in cucina che consentiva chiamate locali. I primi giorni, non c&#8217;era nessuna sorveglianza dei militari intorno al muro che circondava l&#8217;enorme parco della residenza. Si erano preoccupati invece di chiudere l&#8217;accesso a tutte le ambasciate sudamericane dove avevano cercato di rifugiarsi il maggior numero di persone. Le ambasciate dei paesi europei attraevano meno, sia perch\u00e9 si sapeva che non esistevano accordi di asilo, sia perch\u00e9 tutti speravano di stare in un paese il pi\u00f9 possibile vicino al Cile, per uno sperato prossimo ritorno, e la lontana Europa faceva timore.<br \/>\nNaturalmente tutti facemmo uso di questo telefono: saltare il muro di cinta dell&#8217;ambasciata non era impresa impossibile, con un po&#8217; d&#8217;aiuto. E gli &quot;ospiti&quot; cominciarono a poco a poco ad aumentare. Ogni mattina il consigliere usciva dalla macchina  sulla piazzola di ghiaia davanti all&#8217;ingresso e  contava desolato i nuovi arrivati, poi dava disposizioni alla cuoca, l&#8217;unica persona, oltre a  noi, presente, almeno di giorno, in residenza, di aumentare le compere. Poi ad uno ad uno annotava i nomi ed ascoltava i racconti.<br \/>\nAll&#8217;inizio osservammo disciplinatamente le norme imposteci e ci affollammo nel seminterrato. Tanto, appena svegli, uscivamo tutti nel parco, dotato anche di una grande piscina, e non tornavamo pi\u00f9 gi\u00f9 fino a notte. Non volevamo nessun privilegio, perlomeno la maggioranza di noi, neppur&#8217;io che ero l&#8217;unica italiana e che ero stata impiegata dello stato italiano. Ricordo perfino che, quando finalmente potemmo partire, feci mandare da mio fratello i soldi dei biglietti per la mia famiglia perch\u00e9 non volevo &quot;essere a carico dei lavoratori italiani&quot;.  Fin\u00ed che noi del seminterrato sviluppammo quasi un senso di aristocratica esclusivit\u00e0, alla Mayflower, e guardavamo con una certa sufficienza i nuovi arrivati che cercavano di ottenere posti per dormire nelle parti &quot;nobili&quot; della residenza. Cosa che del resto divenne inevitable quando fummo pi\u00f9 di un centinaio. La cuoca arrivava ogni mattina curva sotto il peso dei sacchi di riso, di fagioli e di lenticchie, ogni mattina veniva informata dal funzionario del numero dei nuovi arrivati e si metteva sotto a cucinare. Costituimmo rapidamente turni di cucina, di pulizia dei bagni, di lavaggio dei piatti.<br \/>\nPer farlo, erano necessarie riunioni che finirono con diventare quotidiane, alle tre del pomeriggio. Eravamo tutti di sinistra, di tutto o quasi tutto l&#8217;arco dei partiti che avevano sostenuto la Unidad Popular (con eccezione del MIR [ii]  che aveva dato ordine ai suoi militanti di continuare la lotta e di non rifugiarsi nelle ambasciate). In queste riunioni per\u00f2 si discuteva strettamente di quello che riguardava la vita corrente o, della situazione generale, degli aspetti che potevano influire direttamente su di noi. Per una specie di istinto di sopravvivenza, evitavamo analisi politiche pi\u00f9 generali che, in un&#8217;assemblea con tante appartenenze politiche diverse, avrebbero solo creato tensioni e sensi di colpa. <\/p>\n<p>In una di queste assemblee, piuttosto affollata, El Gordo us\u00f2, per definirci, la colorita espressione cilena &quot;nosotros que estamos apretando cachete&quot; che vorrebbe dire, all&#8217;incirca, noi che stiamo stringendo le natiche, ossia, noi che stiamo fuggendo. Un clamore si lev\u00f2 a questa definizione oltraggiosa, &quot;..starai scappando tu, per noi questa \u00e8 una ritirata tattica, ecc.ecc.&quot;  El Gordo allora sbott\u00f2 &quot;.fuori si combatte ancora, se volete combattere, uscite da qui. Quanto a me, sono qui per salvare la mia vita e quella della mia famiglia.&quot;.  La frase ci fece molti nemici ma anche molti amici e favor\u00ec la creazione di un sottogruppo il cui particolare tipo di realismo era quello di riconoscere che la sconfitta era stata totale e di lunga durata. <\/p>\n<p>E&#8217;difficile, in certe situazioni, non perdere la bussola, essere realisti. Per essere realisti occorre avere elementi per interpretare la realt\u00e0, punti di riferimento per prevederne l&#8217;evoluzione. Tutto questo ci mancava. Non avevamo pi\u00f9 il sostegno delle nostre professioni, dei compagni di lavoro, delle famiglie, degli amici, l&#8217;appoggio di una stampa affidabile, la sicurezza che danno i luoghi familiari. Tutti i nostri punti di riferimento erano cambiati in poche ore, avevamo un&#8217;idea di quello che stava avvenendo ma non potevamo prevederne l&#8217;estensione, la durata. Solo il presente era veramente importante.<br \/>\nCi difendevamo, davanti a questo, come meglio potevamo. Ogni persona nuova che &quot;saltava il muro&quot; era una preziosa fonte di informazioni per avere notizie dei compagni, degli amici, della situazione di un determinato partito, del diffondersi, dell&#8217;indurirsi e del precisarsi della repressione. Ogni arrivo era una storia, a volte ingegnosa, a volte drammatica, di come erano riusciti a sfuggire e a rifugiarsi all&#8217;ambasciata.  Le dimenticavamo per\u00f2 subito, queste storie, eccetto alcune, particolarmente ingegnose o particolarmente tragiche, intenti al nostro nuovo quotidiano che era la vita in residenza, i<br \/>\nturni di pulizia e di cucina, i vari corsi da preparare. Eravamo in purgatorio, ma un purgatorio molto speciale, perch\u00e9 le porte che davano sull&#8217;inferno erano ancora aperte e non c&#8217;era nessuna garanzia di non ricaderci, e d&#8217;altra parte il paradiso, l&#8217;Europa, era tutt&#8217;altro che allettante, per la quasi totalit\u00e0 di noi era un territorio sconosciuto e pieno di incognite e di minacce.<br \/>\nC&#8217;era allora chi si difendeva facendo come se non fosse successo nulla: il soggiorno all&#8217;ambasciata era solo un episodio nella loro vita di militanti, facevano riunioni, analizzavano, organizzavano.<br \/>\nDi una delle &quot;storie&quot; dei nuovi arrivati ho per\u00f2 un nitido ricordo: era un professore di letteratura  che aveva saltato il muro e raccontava di aver assistito poche ore prima ai funerali di Neruda. C&#8217;era pochissima gente dietro il feretro, i familiari stretti, militari. A poco a poco, lungo il grande viale che porta al Cementerio General, cominci\u00f2 ad uscire gente dalle stradine laterali e si unirono al corteo, in silenzio. Erano tanti quando arrivarono alla tomba. In silenzio fu calata la bara nella terra. E l\u00ed un una voce grid\u00f2: &quot;Compa\u00f1ero Pablo Neruda. presente&quot;. Lo ripet\u00e9 due volte, la terza cambi\u00f2 nome: &quot;Compa\u00f1ero Salvador Allende, presente&quot;, poi ci fu un rapidissimo &quot;Ahora y siempre&quot; e la fuga verso i cancelli.<br \/>\nIntanto la voce di come era facile saltare il muro era arrivata alle orecchie di tutti, militari compresi . Furono messe sentinelle ai cancelli e agli angoli del vasto muro di cinta. Questo complic\u00f2 solamente un poco l&#8217;operazione. Non era troppo difficile, specialmente con l&#8217;aiuto della gente di dentro,  arrivare rapidamente con una macchina, arrampicarsi su un muro di meno di tre metri di altezza con l&#8217;aiuto di qualcuno e poi saltare dall&#8217;altra parte. Una notte ci prov\u00f2 la dottoressa T., una signora di mezza et\u00e0 e e di una certa pinguedine. I compagni la aiutarono a salire sul muro e, vedendo che la sentinella stava per girare l&#8217;angolo, la fecero cadere dall&#8217;altra parte con uno spintone. La povera dottoressa, che nulla nella sua vita precedente aveva preparato a questi esercizi acrobatici, rimase acquattata fra le frasche, non sapendo  se c&#8217;erano militari anche all&#8217;interno del recinto, per un periodo che le parve interminabile finch\u00e9 si sent\u00ec illuminare la faccia da una lampada tascabile e una voce le chiese: Que hace all\u00ed, compa\u00f1era? Al sentire l&#8217;appellativo familiare, abbracci\u00f2 il compagno piangendo. <\/p>\n<p>Questa della lampada tascabile e della perlustrazione del parco era una delle ultime decisioni prese nell&#8217;assemblea quotidiana. I &quot;saltamuro&quot; erano in continuo aumento e molti temevano che, tra i fuggitivi, saltasse anche qualche provocatore o qualche infiltrato. Non era un timore ingiustificato: pochi giorni dopo la partenza del primo gruppo, venne lanciato oltre il muro della residenza il cadavere di una giovane donna torturata che era la compagna di uno dei dirigenti del MIR. Solo la fermezza del personale diplomatico italiano riusc\u00ec ad evitare un disastro dato che l&#8217;amministrazione militare sosteneva che era stata uccisa in un regolamento di conti o in un&#8217;orgia all&#8217;ambasciata. Si era quindi nominato un comitato di vigilanza con il compito di perlustrare ad orari regolari il giardino e poi di sottoporre ad  interrogatorio i nuovi venuti, in collaborazione con i responsabili dei vari partiti, per controllare se le loro storie fossero vere o inventate. Dopo qualche giorno per\u00f2 ebbe luogo una rivolta degli ultimi arrivati che si rifiutarono di raccontare le loro storie e di consegnare i documenti a persone che, su di loro, avevano in realt\u00e0 solo il privilegio dell&#8217;anzianit\u00e0 di soggiorno. Non tutti per\u00f2 saltavano il muro. Molti, all&#8217;agilit\u00e0, preferirono l&#8217;astuzia.<br \/>\nUn giorno si present\u00f2 al cancello un signore correttamente vestito di nero con una cartella gonfia di carte e prese ad imprecare contro gli sciagurati e gli irresponsabili che stavano l\u00ed dentro. Lui era notaio, e la sua cliente, sapendo che il marito era l\u00ed, esigeva un&#8217;immediata separazione dei beni. Il soldatino di guardia apr\u00ed il cancello aI &quot;notaio&quot; come fu poi sempre chiamato. Non ne usc\u00ed. <\/p>\n<p>Ad alcuni, bisogna riconoscerlo, era pi\u00f9 difficile che ad altri accettare la situazione di comunismo primitivo creatasi in residenza. Una sera tardi, andai in cucina per riscaldare un biber\u00f3n e vidi, seduto all&#8217;angolo del grande tavolo, proprio il &quot;Notaio&quot; che addentava una grossa bistecca. Carne non ne avevamo vista per settimane, n\u00e9 adulti n\u00e9 bambini, sia per il prezzo che per la difficolt\u00e0 di reperirla. Il Notaio aveva evidentemente subornato la cuoca. Vedendomi arross\u00ec ed io arross\u00edi di rimando, per quel sentimento che i cileni esprimono cos\u00ed bene con l&#8217;espressione &quot;por verguenza ajena&quot;, per vergogna altrui. Rividi poi spesso il Notaio in tutt&#8217;altre circostanze ma quella bistecca mi rimase incisa nel cervello.<br \/>\nChe tutti noi che stavamo l\u00ed avessimo condiviso, con maggior o minor impegno, il sogno ambizioso di costruire un mondo pi\u00f9 umano e pi\u00f9 giusto non ci faceva automaticamente migliori degli altri e spesso utilizzavamo i riferimenti ai grandi valori per giustificare le nostre debolezze. Tuttavia questi valori, che erano quello che avevamo in comune e che ci univa, al di sopra delle differenze di orientamento politico, di classe, di educazione, di carattere, ci aiutarono a trascorrere in modo umano e decente, affollati a centinaia nelle poche stanze dell&#8217;ambasciata, il periodo che ci tocc\u00f2 di vivere l\u00ec. Grazie ai valori della solidariet\u00e0, della protezione dei pi\u00f9 deboli, della giustizia, del rifiuto dei privilegi riuscimmo, di fatto, durante due mesi, con i turni di pulizia e l&#8217;impegno di coloro che avevano nozioni di sanit\u00e0 e di igiene, a che non ci fosse una sola malattia, un solo contagio, malgrado l&#8217;elevato numero di bambini, anche piccolissimi, e la dieta piuttosto povera, per necessit\u00e0.<br \/>\nMalgrado la maggioranza di noi avesse fuori parenti, amici, compagni, figli piccoli e vecchi genitori, per la cui incolumit\u00e0 vivevamo preoccupati, malgrado che il futuro fosse un&#8217;incognita e il presente fosse sospeso nell&#8217;incertezza, malgrado che di giorno e di notte sentissimo gli elicotteri dei militari sorvolare il tetto, malgrado ci fosse la permanente presenza dei militari lungo il muro ed ai cancelli,  malgrado che, nell&#8217;arco della sinistra, appartenessimo alle correnti e agli orientamenti pi\u00f9 diversi, socialisti, comunisti, cattolici di sinistra, radicali, non ci fu mai una rissa seria e anche i pochi scontri provocati dalla tensione dei nervi e da qualche bicchiere di vino poterono sempre essere calmati dal pronto intervento dei compagni. <\/p>\n<p>C&#8217;era stata una riunione rivolta alle donne, i primi giorni, ed in particolare alle mamme, per decidere tutto quanto aveva a che fare con l&#8217;alimentazione e l&#8217;igiene dei piccoli. Una compagna propose che i bambini non stessero solo a carico delle mamme ma che tutte le donne presenti, per solidariet\u00e0,  ne suddividessero il peso.  (Di far condividere questo &quot;carico&quot; agli uomini, non se ne parlava ancora, in quegli anni, tra i ben chiamati &quot;machisti-leninisti&quot;). Una giovane donna espresse un parere violentemente contrario, a nome di tutte quelle che, i loro figli, avevano dovuto lasciarli fuori.  Era peraltro una discussione accademica. Tutti in realt\u00e0 facevano a gara per stare con i bambini e mia figlia, tra le sette del mattino e le undici di sera, quando stava nel parco, la vedevo solo quando dovevo allattarla o darle il biber\u00f3n. Era la bambola preferita delle tre piccole brasiliane, quando non la trovavo, in fondo al parco, nel suo carrozzino sgangherato, spinta l\u00ec dal vecchio Frati, un vecchio comunista brasiliano, che se la portava con s\u00e9 e si metteva a leggere vicino a lei, fermandosi ogni tanto  a contemplarla. <\/p>\n<p>Un giorno corsero voci che era arrivato un ospite di riguardo, che era stato sistemato in una delle stanze dei piani superiori, perch\u00e9 era stato ferito in combattimento, non ricordo ora se alla spalla o alla gamba. Aveva con s\u00e9 una rivoltella. Comunque della ferita dopo pochi giorni non si parl\u00f2 pi\u00f9.<br \/>\nEra alto e biondo, sacerdote o ex-sacerdote,  e si chiamava Silvano Girotti, soprannominato Fratello Mitra. Dopo qualche giorno, scese a mescolarsi con noi. Pi\u00f9 tardi lo raggiunse una sua giovane amica. Dopo il suo arrivo, si produssero cose strane: apparvero sulle prime pagine di giornali italiani foto a tutto campo di Fratello Mitra, con tanto di pesante croce al collo e mitra in mano, tra un gruppi di piccolissimi contadini boliviani. Ci conferm\u00f2 giulivo che aveva comunicato lui alla stampa la sua presenza in ambasciata. Tra di noi c&#8217;era anche un giovane boliviano, che ogni volta che s&#8217;incontrava con Fratello Mitra lo prendeva a male parole (e anche, una sera, a cazzotti): a suo dire, ogni volta che un villaggio boliviano riceveva la visita di Girotti, pochi giorni dopo apparivano i militari. Girotti, da parte sua, sosteneva a chi voleva sentirlo che conosceva benissimo quel boliviano e che era un infiltrato. Avevamo, su Fratello Mitra, opinioni diverse ma, in generale, l&#8217;alone di eroismo che lo circondava e il suo desiderio di pubblicit\u00e0 suscitarono piuttosto diffidenza.  Che poi, appena emerso dal letto di dolore dopo il combattimento e la ferita, avesse indossato calzini color lavanda nella identica tonalit\u00e0 del foulard, costitu\u00ec per alcuni di noi un ulteriore motivo di perplessit\u00e0.<br \/>\nCirca in corrispondenza con l&#8217;arrivo di Silvano Girotti, si era indurita la campagna del quotidiano di orientamento filogovernativo El Mercurio contro gli ospiti dell&#8217;ambasciata. Foto prese dagli elicotteri ci mostravano, alcuni in costume da bagno, qualche uomo a torso nudo,  sui bordi della piscina. Si facevano allusioni a orgie che avvenivano in residenza  (quest&#8217;associazione orgie\/sinistra era una vera fissazione). A molti veniva da ridere. Per non parlare della disposizione d&#8217;animo, le condizioni logistiche non favorivano certo questo tipo di attivit\u00e0. Anche le pi\u00f9 lecit\u00e0 intimit\u00e0, in quel sovraffollamento con turni di ferro per il bagno, erano impossibili. Una giovane coppia cilena ebbe l&#8217;imprudenza di prolungare eccessivamente il tempo riservato per la doccia. Il  titolare del turno seguente, indignato,  apr\u00ec la porta con uno spintone, e li scopr\u00ed nudi abbracciati in piedi nella vasca. Da allora furono chiamati &quot;los paraguayos&quot; per la predilezione che questo popolo, pare, ha per questa posizione erotica.<br \/>\nAd altri la campagna denigratoria del Mercurio non faceva ridere: poteva essere il primo passo per giustificare un&#8217;irruzione dei militari nella residenza.<br \/>\nPrendemmo disposizioni nel caso succedesse e quello che ricordo ora con nitidezza, e con una certa meraviglia, \u00e8 la calma, la tranquillit\u00e0 con cui, bench\u00e9 molti di noi avessero con s\u00e9 figli piccoli, mogli, mariti, compagni, compagne, analizzammo  la possibilit\u00e0 di essere uccisi in massa o portati via chiss\u00e0 dove, ed il modo migliore di dare una valenza politica a questa fine. Forse perch\u00e9 la vita all&#8217;ambasciata era una vita relativamente normale in una situazione generale di totale anormalit\u00e0, questo miscuglio di sicurezza e di insicurezza, di tran tran quotidiano e di minacce incombenti, ci marcava, in misura maggiore o minore, tutti. O forse perch\u00e9 la morte, gli incidenti, anche nella vita pi\u00f9 tranquilla, sono un&#8217;eventualit\u00e0 sempre presente, di cui si \u00e8 consapevoli ma a cui non si pensa, come il fumatore non pensa al cancro ai polmoni, credendolo molto lontano. Per noi anche il giorno dopo pareva molto lontano, solo l&#8217;oggi era reale.<br \/>\nTuttavia, la presenza di tanti bambini, di tanti giovani, lo stesso caldo sole primaverile, faceva s\u00ec che non sempre l&#8217;atmosfera  fosse di tristezza, tutt&#8217;altro. Contribuiva molto anche quella meravigliosa capacit\u00e0 del popolo cileno di ridere di tutto e soprattutto delle tragedie, di trovare analogie fra i fenomeni pi\u00f9 inattesi ed esprimerle in un linguaggio corposo, sapido, quasi rabelaisiano. Ci furono, in quei due mesi, pi\u00f9 risa che pianti. <\/p>\n<p>C&#8217;era tra gli &quot;ospiti&quot; dell&#8217;ambasciata un giovane argentino, con il quale facemmo amicizia.<br \/>\nAveva ricostituito nello stanzone di sei letti nel seminterrato, dove dormiva, con l&#8217;aiuto di lenzuola appese a fili, quell&#8217;elemento indispensabile alla vita di Buenos Aires che \u00e8 il boliche. Qualcosa come il bar dell&#8217;angolo. Ci invitava formalmente ogni tanto, quando aveva potuto procurarsi, non so per quali vie, una bottiglia di whisky, a bere un bicchierino al boliche e sedevamo, noi pochi eletti, chi per terra chi sulla sponda del materasso, mentre le ombre degli  esclusi passavano discretamente dietro le lenzuola.  <\/p>\n<p>La presenza di soldati al cancello e intorno al muro di cinta non aveva comportato solo inconvenienti, a parere di alcuni. Erano perlopi\u00f9 militari di leva, giovanissimi, e spesso non insensibili alle  richieste dei residenti. Si trattava di lavorarli, fare amicizia con loro ed un elemento chiave per questo lavoro di conquista erano i bambini piccoli. Se uno non ne aveva di propri, si prendevano in prestito.<br \/>\nAnche su questa &quot;fraternizzazione con il nemico&quot; c&#8217;erano stati punti di vista diversi. Io appartenevo al gruppo che non voleva contatti ma mia figlia, ignara, fu utilizzatissima in quei giorni e dovevo spesso andarla a cercare ai cancelli se volevo cambiarla o darle da mangiare. <\/p>\n<p>Non manc\u00f2 la parte culturale. Chi sapeva strimpellare uno strumento lo faceva e ci fu anche un concerto di piano un pomeriggio, in un salotto con mobili di raso del piano superiore, dove venne interpretato per noi &quot;F\u00fcr Elise&quot;. Eravamo moltissimi ad ascoltare, seduti per terra o sui bordi degli scalini che scendevano in giardino, e credo che, dopo duecento anni, riacquist\u00f2 per un giorno l&#8217;iniziale  freschezza . <\/p>\n<p>Nel frattempo, continuavano le trattative da parte dei funzionari dell&#8217;Ambasciata per permettere ad un primo gruppo di lasciare il paese.<br \/>\nIl consigliere convoc\u00f2 tutti ad una riunione informativa. Le difficolt\u00e0, disse, non esistendo un accordo di asilo, erano enormi. Avevano deciso quindi di inviare una prima lista con i nomi pi\u00f9 accettabili per l&#8217;amministrazione militare: i cittadini italiani, naturalmente, i loro familiari, i bambini e poi i meno &quot;carichi&quot;. La delusione provoc\u00f2 una tempesta di proteste. Ma se erano proprio quelli pi\u00f9 &quot;pesanti&quot; che avevano bisogno di uscire. Con la protezione appunto del  fatto che c&#8217;erano cittadini italiani. Non era forse un grande rischio lasciare all&#8217;ambasciata solo i pi\u00f9 ricercati?<br \/>\nIl consigliere per\u00f2 non si convinse: Se esce un primo gruppo, al quale \u00e8 pi\u00f9 difficile dire di no, si aprir\u00e0 un varco per altri gruppi. I fatti provarono che era un buon ragionamento, anche se alcuni compagni dovettero rimanere un anno in residenza. Fu il momento in cui molti si pentirono di essere stati troppo espliciti o forse troppo coloriti nella descrizione della loro situazione e nacque un certo freddo tra il gruppo degli eletti e quello degli esclusi. Ci dissero anche che il lasciapassare poteva venire da un momento all&#8217;altro, e che ci tenessimo pronti.<br \/>\nLa lieve euforia creata dalla notizia della partenza non dur\u00f2 a lungo. Un funzionario dell&#8217;ambasciata convoc\u00f2 una riunione per informare i partenti sulla situazione che li aspettava in Italia. Io facevo da interprete. Non fu un quadro incoraggiante: non c&#8217;era equipollenza dei titoli di studio, il mercato del lavoro era difficile, la situazione degli alloggi ancora peggio, sussidi economici non erano previsti. Tutti uscirono a testa bassa. El Gordo cerc\u00f2 di rianimarli: &quot;Andiamo compagni, li esort\u00f2,  non \u00e8 per chiedere una borsa di studio che siamo venuti qui.Ce la caveremo.&quot;. E continuarono i corsi di italiano che avevo iniziato a dare gi\u00e0 da tempo, frequentatissimi, non solo da coloro che intendevano restare in Italia ma anche da quelli, numerosi, che avrebbero continuato il viaggio per altri lidi. Finalmente fu annunciata la data della partenza.<br \/>\nL&#8217;ultimo giorno furono permesse visite di addio e chi aveva la famiglia vicina e la poteva chiamare senza rischi, ne approfitt\u00f2. Venne la nonna cilena a dire addio alla nipotina. Era una donna piccoletta, dallo sguardo dolcissimo e dal carattere d&#8217;acciaio, poco incline ai sentimentalismi e con un incrollabile, a volte irritante, ottimismo. Ci  aveva portato, oltre a biscotti per il t\u00e8, un sacchetto di mandorle del nostro giardino ed altri sacchetti arrivarono poi regolarmente con chiunque viaggiava in Europa.<br \/>\nAveva oltre settant&#8217;anni, non era mai uscita dal Cile e quell&#8217;incontro ci pareva l&#8217;ultimo. Ci comunic\u00f2 che ci saremmo rivisti presto e che la nipotina le avrebbe fatto conoscere Parigi. Questo sogno che pareva cos\u00ec poco realistico si realizz\u00f2 in gran parte, un esempio da manuale della potenza dell&#8217;ottimismo della volont\u00e0: vide crescere la nipotina, conobbe Parigi, e Atene e Mosca,  e mor\u00ec pi\u00f9 che novantenne.<br \/>\nL&#8217;ultima sera, si fece una serata d&#8217;addio, una &quot;despedida&quot;. Ci furono bottiglie di vino, chitarre e, per la prima volta in quei due mesi, cantammo tutti i canti che avevano accompagnato quei mille giorni: Victor Jara, Violeta, ma anche i canti della guerra di Spagna, dei partigiani . Quando si sentirono  i malinconici toni di &quot;Esta vez no se trata\/de cambiar un presidente\/ m\u00e1s vamos a construir\/un Chile muy diferente.&quot; pochi occhi rimasero asciutti. Non so se si commossero anche i due funzionari dell&#8217;ambasciata che stavano con noi quell&#8217;ultima sera, ma rimasero, comunque, fino alle ore piccole. Tutte le tensioni, ora, erano dimenticate, e il sentimento dominante era la malinconia della separazione, l&#8217;incertezza davanti al futuro, il ricordo  dei sogni perduti.<br \/>\nLa mattina dopo ci fecero mettere in fila, noi che dovevamo partire, davanti al cancello. Fuori c&#8217;era uno spiegamento di militari, l&#8217; autobus grigioverde che ci avrebbe trasportati e due auto di scorta. C&#8217;erano anche un gruppetto sparuto di amici e parenti. Ci dissero di uscire ad uno ad uno, portando  la propria valigia. El Gordo volle prendermi la valigia dato che portavo la bambina ma glielo impedirono. I militari erano nervosi ed irritati. Quando fummo tutti seduti sull&#8217;autobus, i compagni affollati dietro il cancello iniziarono a cantare l&#8217;Internazionale. L&#8217;autobus si mosse in  direzione di Pudahuel. Fuori, il traffico, la gente intenta alle sue faccende, i negozi. Tutti guardavano in silenzio, dai finestrini, le strade della loro citt\u00e0.<br \/>\nAll&#8217;aereoporto ci fecero passare per uno stanzone dove uniformati, visibilmente infastiditi e con modi prepotenti, controllarono le nostre valigie e ci chiesero i documenti di viaggio, che la maggioranza di noi non aveva. Mostrai il mio passaporto. L&#8217;ufficiale mi chiese se avevo un documento di identit\u00e0 cileno. Lo stracci\u00f2. &quot; Lei in Cile non rimetter\u00e0 mai pi\u00f9 il piede. ..&quot; Si sbagliava, peraltro. Ci sono tornata due volte.<br \/>\nCi fecero salire sull&#8217;aereo per ultimi, dopo che si erano seduti i passeggeri &quot;normali&quot;, raggruppandoci nei posti al fondo. Con noi salirono anche due signori di mezz&#8217;et\u00e0 vestiti uguali che occuparono i sedili vicino alla porta posteriore.<br \/>\nVedemmo rimpicciolirsi Santiago, lo scenario bianco della Cordigliera, l&#8217;arrivo a Buenos Aires, quasi senza scambiar parola. A Buenos Aires ci rinchiusero in uno stanzone senza finestre e senz&#8217;aria, con un solo gabinetto, ed un telefono sorvegliato da una guardia. L&#8217;aria era pesante e rinunciai a chiamare mio fratello che viveva l\u00ed. <\/p>\n<p>Del viaggio da Buenos Aires a Roma, che deve essere durato almeno una dozzina di ore, non ricordo nulla. So che stavo nel sedile di mezzo, la bambina addormentata sulle mie ginocchia, con El Gordo che guardava ostinatamente dal finestrino e fratello Mitra, dal lato del corridoio, poco conversatore, a differenza del solito. Ho l&#8217;impressione che la hostess mi risvegliasse implacabilmente ogni due ore per darmi un vassoio con cibo. Dovevamo far scalo a Milano ma, con la solita nebbia di novembre, Linate era chiuso e facemmo uno scalo tecnico a Torino. Ci avvertirono che saremmo stati fermi l\u00ed una mezz&#8217;oretta per fare benzina e, immagino, per caricare ancora quei terribili vassoi. Ci sgranchimmo le gambe, scambiammo quattro chiacchiere con gli amici seduti lontano. I soli a non muoversi, sui sedili a sinistra della porta posteriore, erano i due signori vestiti uguali. Si erano per\u00f2 tolti la giacca. Venne l&#8217;ordine di sedersi e riallacciare le cinture di sicurezza, anche le hostesses si sedettero, cominciarono a sollevare la scaletta posteriore, quando fratello Mitra si alz\u00f2 di un balzo dicendoci: Ma che vado a fare a Roma? Io sono di Torino. Scendo qui&quot;.  E si lanci\u00f2 correndo dalla porta aperta. Ci girammo per vedere. Anche i due uomini vestiti uguali si lanciarono a terra, lasciando le giacche. Dopo pochi minuti, l&#8217;aereo ripart\u00ec. Il significato completo dell&#8217;episodio lo comprendemmo solo qualche mese dopo, quando usc\u00ec su tutti i giornali la notizia dell&#8217;arresto di Renato Curcio, uno dei capi storici delle Brigate Rosse, che aveva abbandonato il suo rifugio clandestino per la curiosit\u00e0 di presentarsi all&#8217;incontro che gli aveva proposto Silvano Girotti. Era una trappola, Fratello Mitra aveva avvertito la polizia. Forse, quel giorno a Torino,  aveva tentato di sfuggire ad un destino annunciato.<br \/>\nA Roma, scendemmo sulla pista e ci raggruppammo come pulcini, senza osare muoverci, aspettando ordini, mentre i passeggeri &quot;normali&quot; si allontanavano. Ci fecero poi salire su un autobus speciale che ci port\u00f2 alla sala dei VIP. Lo stewart che ci aveva accompagnati se ne and\u00f2 e rimanemmo l\u00ed ad aspettare non sapevamo bene cosa, quando d&#8217;un tratto la stanza si riemp\u00ec di giornalisti e di fotografi. Era il primo aereo di rifugiati che arrivava dal Cile, eravamo un&#8217;attrazione. Nessuno voleva fotografie e cos\u00ec i fotografi dovettero contentarsi di una foto di tutti i bambini. La vedemmo sulla prima pagina del Paese Sera, il giorno dopo: una decina di faccine abbronzate ed una sola compagna nel mezzo con mia figlia, la pi\u00f9 piccola del gruppo, in braccio.<br \/>\nI fotografi si allontanarono e rimanemmo di nuovo soli. Poi dal fondo di un lungo corridoio deserto sentimmo avvicinarsi un rumore di passi affrettati ed apparve un omino ansante, sorridente, commosso, rappresentante di non so pi\u00f9 quale organizzazione di solidariet\u00e0, gridando: Benvenuti, compagni, benvenuti in Italia! Ci distribu\u00ec giornali che annunciavano il nostro arrivo. Leggemmo che si cominciava a parlare del compromessso storico tra il Partito Comunista e la Democrazia Cristiana. <\/p>\n<p>Ci guid\u00f2 ad un autobus che ci avrebbe portato all&#8217;albergo dove ci avevano riservato alloggio. Quando l&#8217;autobus rallent\u00f2 ad un semaforo, vedemmo una gigantesca scritta tracciata con la pittura bianca su un muro : GIACARTA, SANTIAGO: CHE BATOSTA, COMPAGNI!  Era la sera del 17 novembre del 1973. <\/p>\n<p>Antonella Dolci <\/p>\n<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;-<\/p>\n<p>[i] El Chicho: nomignolo affettuoso dato dal popolo cileno a SalvadorAllende <\/p>\n<p>[ii] Movimiento de Izquierda Revolucionaria<\/p>\n<p>http:\/\/www.filef.info\/golpecilePastaefagioli.html<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>2524-in-morte-di-un-dittatore-criminale-e-assassino<\/p>\n<p>3300<\/p>\n<p>2006-1<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<div class=\"mh-excerpt\"><p>20061211 12:34:00 webmaster Il racconto che riportiamo vinse il primo premio nella sezione \u201cMemorialistica\u201d del premio Pietro Conti 2003-2004. 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