{"id":23670,"date":"2008-06-07T00:00:00","date_gmt":"2008-06-07T00:00:00","guid":{"rendered":"http:\/\/emigrazione-notizie.org\/?p=23670"},"modified":"2008-06-07T00:00:00","modified_gmt":"2008-06-07T00:00:00","slug":"5107-fausto-bertinotti-le-ragioni-di-una-sconfitta","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/emigrazione-notizie.org\/?p=23670","title":{"rendered":"5107 FAUSTO BERTINOTTI: &#034;Le ragioni di una sconfitta&#034;"},"content":{"rendered":"<p>20080614 13:10:00 redazione-IT<\/p>\n<p>Le ragioni di una sconfitta &#8211; La relazione integrale dell&#8217;ex Presidente della Camera Fausto Bertinotti al convegno tenutosi la scorsa settimana a Roma.<\/p>\n<p>PREMESSA<\/p>\n<p>Questa volta indagare le ragioni della sconfitta \u00e8 un\u2019operazione politica di prima grandezza; un esercizio difficile e doloroso, una necessit\u00e0 inderogabile, il cui esito, unito all\u2019ampiezza e alla qualit\u00e0 della sua condivisione, sar\u00e0 assai influente sulle stesse sorti dell\u2019impresa per la ricostruzione della sinistra in Italia. Sono la stessa natura e la profondit\u00e0 della disfatta a rendere la ricerca delle sue cause cos\u00ec impegnativa. Si tratta dunque di un lavoro da cominciare senza pensare di poter essere autosufficienti, e dunque cercando di attivare tutte le relazioni e le collaborazioni possibili a sinistra e nel campo delle diverse discipline, e da proseguire, senza pensare di poterlo chiudere e archiviare rapidamente.<\/p>\n<p>Le ragioni di una sconfitta &#8211; La relazione integrale dell&#8217;ex Presidente della Camera Fausto Bertinotti al convegno tenutosi la scorsa settimana a Roma.<\/p>\n<p>PREMESSA<\/p>\n<p>Questa volta indagare le ragioni della sconfitta \u00e8 un\u2019operazione politica di prima grandezza; un esercizio difficile e doloroso, una necessit\u00e0 inderogabile, il cui esito, unito all\u2019ampiezza e alla qualit\u00e0 della sua condivisione, sar\u00e0 assai influente sulle stesse sorti dell\u2019impresa per la ricostruzione della sinistra in Italia. Sono la stessa natura e la profondit\u00e0 della disfatta a rendere la ricerca delle sue cause cos\u00ec impegnativa. Si tratta dunque di un lavoro da cominciare senza pensare di poter essere autosufficienti, e dunque cercando di attivare tutte le relazioni e le collaborazioni possibili a sinistra e nel campo delle diverse discipline, e da proseguire, senza pensare di poterlo chiudere e archiviare rapidamente. Decisiva, come sempre, sar\u00e0 la capacit\u00e0 di tenere la ricerca in un rapporto concreto, dialogico con le esperienze di lotta e di movimento nel nuovo e difficile campo d\u2019azione che si \u00e8 venuto configurando dopo la sconfitta e col nuovo assetto istituzionale, politico e sociale del Paese. Aiuta la possibilit\u00e0 di capire le ragioni della sconfitta l\u2019analisi dei vincitori, l\u2019analisi della destra italiana. E\u2019 gi\u00e0 stata chiamata la Nuova destra. Non credo impropriamente; essa ha mostrato una forza propria considerevole, una presa dura e originale con la modernizzazione che investe la societ\u00e0 italiana. Nessuno pi\u00f9 dei fattori identitari delle diverse destre italiane che avevano caratterizzato la loro storia ormai la definisce pi\u00f9. Non l\u2019eredit\u00e0 del fascismo, non l\u2019assolutizzazione dello stato nazione e neppure il liberismo. L\u2019ingresso della destra nella modernizzazione, candidandosi ad essere la forza pi\u00f9 vocata ad accompagnarla, l\u2019ha deideologizzata, consentendole di recuperare poi scampoli e tracce delle diverse tradizioni della destra e di ricomporle in una politica definita proprio sulle risposte da dare alla crisi sociale e politica e istituzionale provocata dalla stessa modernizzazione. Non fascista, ma in grado di usare elementi di quella cultura e dei suoi depositi nel coltivare l\u2019avversione dura e prepotente ad ogni diversit\u00e0 specie quando l\u2019insicurezza si tramuta in paura e la figura del capro espiatorio riemerge dalle tenebre come lenimento proprio delle paure. Non l\u2019assolutizzazione della patria-nazione, ma un pragmatico e cinico uso del suolo nativo, fino a comprendere persino la piccola patria delle leghe, per esorcizzare lo storico problema delle migrazioni di massa nel mondo globalizzato delle diseguaglianze mortali. Neppure pienamente liberista cos\u00ec da smarcarsi rispetto al neoliberismo impotente dei suoi ideologi di centro-destra come di centro-sinistra \u2013 il partito di Maastricht \u2013 e contemporaneamente aderirvi pienamente sul tema cruciale del rapporto lavoro-impresa-mercato fino a configurarsi come il partito dell\u2019impresa (e della Confindustria). Un potente arlecchino che rispecchia la scomposizione della societ\u00e0, il frantumarsi anche delle soggettivit\u00e0 forti, un arlecchino che miscela i suoi colori e le sue cento tessere con gli istinti che animano la societ\u00e0 civile confezionando un\u2019idea generale di restaurazione che poi rinvia alla societ\u00e0 trasformandola in politica, senza che per\u00f2 ne abbia pi\u00f9 l\u2019apparenza: una sottile proposta di complicit\u00e0. La Nuova destra cambia il registro della politica e la destra smette di essere minoritaria, ruolo a cui l\u2019aveva consegnata la rottura operata dalla Resistenza e il lungo dopoguerra italiano. Neppure i precedenti governi di Berlusconi avevano risolto alla destra questo suo problema storico. Ma ora l\u2019Italia \u00e8 davvero entrata in una nuova era politica. Bisogner\u00e0 tornare su un tema propriamente gobettiano, quale quello dell\u2019autobiografia di una nazione, per riflettere approfonditamente sulle onde lunghe che solcano la storia del nostro paese, sui costi e sulle impronte corrosive lasciate dalle mancate rivoluzioni e dalle maturazioni impedite in tornanti decisivi della sua storia, per capire meglio cosa sia accaduto nello scomporsi e nel formarsi delle coscienze e dei nuovi linguaggi in questa modernizzazione senza modernit\u00e0 che ci ha investito. Capire a fondo cosa sta prendendo corpo sulla disfatta della sinistra, sulla cocente sconfitta del PD e sulla vittoria della Nuova destra, oltrech\u00e8 essere una bussola per la costruzione dell\u2019opposizione nel paese, \u00e8 anche assai importante per risalire alla causa di fondo della sconfitta e per affrontarla. Ci sono parole che vanno maneggiate con cura, in politica, perch\u00e9 possono produrre, se si affermassero, quando sbagliate, guai molto seri. Tanto pi\u00f9 sono pesanti, tanto pi\u00f9 vanno vagliate con particolare attenzione. Una di queste \u00e8 la parola regime. Proprio la considerazione della centralit\u00e0 dei movimenti nelle politiche della sinistra, proprio l\u2019esigenza primaria di non sottovalutarne mai la realt\u00e0 concreta quando si manifestano, n\u00e9 le loro possibilit\u00e0 di affermazione e di crescita, proprio l\u2019esigenza di ricercarne tutti i varchi che si possano aprire nel sistema politico, economico e sociale induce ad una giusta diffidenza nei confronti di questa definizione della realt\u00e0 che indica una situazione se non impossibile (quando mai ce n\u2019\u00e8 una?) certo molto chiusa. Perci\u00f2 non ci convinse il ricorso al suo uso di fronte al precedente governo Berlusconi, quando, pur in presenza di elementi assai preoccupanti, grandi contraddizioni animavano, pi\u00f9 in generale, il quadro del paese. Ben diversa \u00e8 la condizione attuale. Credo si debba ora azzardare la tesi, in prima approssimazione e sottoponendola a verifica critica, che quello che sta prendendo corpo \u00e8 un nuovo regime, il regime leggero. Prendendoci una qualche licenza, si pu\u00f2 dire che lo connota l\u2019a-privativa; privativa della stessa politica, se intesa in senso forte come, cio\u00e8, idea di societ\u00e0. Nessun terreno \u00e8 escluso dalla privazione, nell\u2019organizzazione della democrazia, della rappresentanza, del governo. Comincia dalla Repubblica. L\u2019avvio l\u2019ha fornito il discorso di Fini di apertura della legislatura e, pi\u00f9 ancora, la fortissima area di consenso con cui \u00e8 stato salutato quello che si proponeva come il discorso del primo Presidente della Camera della nuova Repubblica, seconda o terza che sia. Con l\u2019arco costituzionale veniva fatto cadere il fondamento della Costituzione repubblicana, la discriminante antifascista, nella sua forza generatrice, almeno come potenzialit\u00e0 aperta, di una nuova nazione, di un altro paese. L\u2019uscio tornava cos\u00ec sui vecchi cardini, ma proprio nel senso contrario a quello allora auspicato da Salvemini. Ci dovrebbe toccare, d\u2019ora in poi, una Repubblica a-fascista e, dunque, a-antifascista , una Repubblica senza radici e senza storia. Al suo interno, il Parlamento non \u00e8 pi\u00f9 il luogo dello scontro tra governo e opposizione, del confronto rispettoso delle persone ma netto nell\u2019opposizione delle politiche, affinch\u00e9 siano chiare le scelte e leggibili gli interessi che vengono rappresentati. Il Parlamento si presenta ora come luogo non gi\u00e0 della rappresentanza, ma della governabilit\u00e0, e tutto intero si configura come una sorta di governo allargato; solo resta una diversa nuance, ma all\u2019interno della medesima dimensione, quello tra governo reale e governo ombra. Un Parlamento a-politico. E\u2019 come se sotto gli scranni del Parlamento ci fosse una gigantesca calamita che tira verso il governo, la calamita del mercato. La stessa forza che attrae dentro queste istituzioni, l\u2019altra grande met\u00e0 della politica, le relazioni sociali. Anche le relazioni sindacali che si stanno ridefinendo (perch\u00e9 con il governo?) vanno in direzione dell\u2019allargamento del governo coinvolgendovi le parti sociali in una concertazione che da eccezione \u00e8 diventata regola e ora si accinge a farsi sistema, vanificando ogni autonomia del sindacato, sospinto a farsi istituzione tra le istituzioni. Cos\u00ec la a privativa arriva direttamente al cuore della democrazia, al conflitto. Se negarlo \u00e8 impossibile, quel che invece \u00e8 possibile \u00e8 sospingerlo in una dimensione patologica perch\u00e9 priva della legittimazione sociale e politica garantita solo dal riconoscimento del suo carattere progressivo e di attore della giustizia sociale. Relazioni sindacali e sociali a-conflittuali guidate da parametri esterni alla condizione di lavoro ne costituiscono il suggello. Si consuma cos\u00ec in un \u201cregime leggero\u201d la crisi profonda della rappresentanza democratica che ci costringe a percorrere un impegnativo cammino a ritroso per indagarne i prodromi, le anticipazioni, i processi di passivizzazione, di spoliticizzazione, le distrazioni colpevoli, gli errori della sinistra e i nostri in essa. E\u2019 infatti nella lunga e strisciante crisi della democrazia, nella progressiva sostituzione della rappresentanza col governo che si \u00e8 consumata la crisi della sinistra. Cos\u00ec come, al contrario, nel caso italiano, cio\u00e8 nella straordinaria stagione del cambiamento, l\u2019allargamento della democrazia e la sua apertura alla democrazia conflittuale e partecipata aveva accompagnato l\u2019ascesa della sinistra, cos\u00ec nella crisi della democrazia si consuma la crisi della sinistra e il suo crollo elettorale. E se quella \u00e8 stata la stagione delle passerelle, dei ponti, delle cerniere che consentivano gli attraversamenti, le contaminazioni arricchenti, l\u2019ingresso dei prima esclusi, questa che si vuol aprire oggi \u00e8 la stagione del fortino: chi \u00e8 dentro \u00e8 dentro, chi \u00e8 fuori \u00e8 fuori. Dentro il sistema, dentro il governo allargato; fuori dal governo allargato, fuori dalla rappresentanza. La questione della sinistra nella politica, della sua disfatta come della sua possibile ricostruzione, si fa, forse, pi\u00f9 chiara anche se non di pi\u00f9 facile soluzione. In ogni caso \u00e8 evidente che si tratta di un destino che condivide, di fatto, con le forze sociali e culturali che nella societ\u00e0 si trovano ad affrontare il tema del loro riconoscimento, dell\u2019inclusione. Per loro, in primo luogo, vale oggi il dentro o fuori. Bisogner\u00e0 ricordare che la diffusione anche delle pi\u00f9 orribili tendenze xenofobe e di discriminazione si alimentano nel corpo della societ\u00e0 quando si rivelano, cinicamente funzionali a difendere assetti sociali, altrimenti indifendibili. Dall\u2019impedire che tutto ci\u00f2 si consolidi in regime dipende ormai il futuro della sinistra. L\u2019avvento di quello ha segnato la cancellazione della sinistra. Il rischio ci era presente. Solo per testimoniarlo ci permettiamo di ricordare ci\u00f2 che Alternative per il socialismo scrisse sul suo secondo numero, il luglio di un anno fa:<br \/>\n\u201cLa sinistra in Europa si trova oggi di fronte alla sfida forse pi\u00f9 difficile della sua storia: quella dell\u2019esistenza politica. Non \u00e8 solo, come \u00e8 successo tante altre volte, il rischio della sconfitta, dello scompaginamento, di un duro ma temporaneo ridimensionarsi della sua forza: quel che si affaccia \u00e8 l\u2019orizzonte di un vero e proprio declino. E questa volta l\u2019urgenza della risposta \u00e8 davvero grande: non ci sono dati n\u00e8 tempi lunghi n\u00e8 solide certezze sugli strumenti con i quali attrezzarsi. E\u2019 un po\u2019 come quando tocca insieme correre e cercare la strada, ed \u00e8 anche possibile che non si riesca a trovarla. Ma se finisse cos\u00ec l\u2019esito sarebbe drammatico: l\u2019eredit\u00e0 del movimento operaio del \u2018900 ne sarebbe, semplicemente, cancellata\u201d.<br \/>\nRossana Rossanda lucidamente parl\u00f2 all\u2019inizio della campagna elettorale della sfida, per la Sinistra l\u2019Arcobaleno, consistente nel portare a casa la pelle. La crisi era evidente, il rischio di scomparsa era, drammaticamente, nel novero delle cose prevedibili. Non ne avevamo per\u00f2 previsti i tempi e i modi, non avevamo previsto (non lo aveva previsto nessuno) la violenta accelerazione della crisi, il suo esito elettorale disastroso. La sinistra \u00e8 stata messa dal voto fuori dal Parlamento; il PD \u00e8 stato sconfitto. Per le forze della Sinistra l\u2019Arcobaleno, la d\u00e9b\u00e2cle \u00e8 senza appello. Ma \u00e8 nel paese che si \u00e8 aperto il vuoto pi\u00f9 inquietante, il vuoto della sinistra politica.<\/p>\n<p>IL GOVERNO PRODI: IL FALLIMENTO DI UN\u2019ESPERIENZA.<\/p>\n<p>L\u2019esperienza del governo Prodi e, in particolare, il nostro rapporto, quello delle diverse forze della sinistra radicale, con quel governo \u00e8, io credo, ci\u00f2 che ha fatto traboccare il vaso della crisi della sinistra. Esso ha pesato persino pi\u00f9 di quanto si fosse pure diffusamente pensato a sinistra. Nell\u2019esperienza si \u00e8 prodotto un salto all\u2019indietro, si \u00e8 consumata una scissione, per lo pi\u00f9 silenziosa, si sono moltiplicate le rotture, i punti di rottura tra partiti e movimenti, nei partiti, nei movimenti, nelle e tra le opposizioni della sinistra sociale e politica; in storie collettive di comunanza di intenti e di sentimenti si sono introdotte divisioni e separazioni. Nel rapporto tra le politiche delle forze di sinistra e, da un lato, il suo insediamento sociale e, dall\u2019altro, le molteplici soggettivit\u00e0 critiche che ad esse guardavano si \u00e8 aperto uno iato. La latente crisi del rapporto tra le istituzioni e il paese, non fronteggiata sul terreno della sua riforma sociale, \u00e8 esplosa con la denuncia della casta, che, mescolando una critica condivisibile ad una degenerazione istituzionale lunga di decenni con una nascente coltivazione dell\u2019antipolitica, ci ha investito col doppio effetto della caduta della speranza di cambiamento riposta nel governo Prodi e del discredito caduto sul sistema politico nel suo insieme. La politica \u00e8 apparsa allora ridotta come a un indistinto ceto politico ad una parte grande del popolo anche tradizionalmente di sinistra quando una crisi di societ\u00e0 lo ha investito senza che fossimo stati capaci di erigere contro di essa efficaci dighe difensive. I bassi salari, la precariet\u00e0, l\u2019incertezza e l\u2019insicurezza del vivere quotidiano sono cos\u00ec rovinati addosso agli insediamenti sociali di riferimento della sinistra ormai deprivati sia di protezioni culturali che sociali. Il fallimento dell\u2019esperienza del governo Prodi ha coinvolto la sinistra radicale che non ha retto la prova, per altro difficilissima, del governo. A questo risultato ha certo concorso la sua disarticolazione interna, la sua divisione in partiti con culture di governo e di lotta assai diverse tra loro. Ma quel che a me sembra ancor pi\u00f9 significativo e, per alcuni versi, ci\u00f2 che ci rinvia alla questione pi\u00f9 impegnativa e difficile \u00e8 la falsificazione intervenuta, con la prova concreta del governo, dell\u2019ipotesi pi\u00f9 ambiziosa che era stata messa in campo a sinistra, l\u2019ipotesi cio\u00e8 fondata su due condizioni-obiettivo che erano la permeabilit\u00e0 del governo da parte dei movimenti e l\u2019autonomia del partito, il PRC, dal governo di cui entrava a far parte. La pressoch\u00e9 generale irrisione della formula \u2018partito di lotta e di governo\u2019, da sinistra come da destra, di una formula che seppur rozzamente d\u00e0 conto di un problema reale, sottolinea la straordinaria difficolt\u00e0 dell\u2019impresa, ma non assolve la responsabilit\u00e0 politica di chi, come noi, ci ha provato. Il governo ha progressivamente rivelato una sostanziale impermeabilit\u00e0 ai movimenti. Il condizionamento, certo in qualche misura prevedibile, dei poteri forti si \u00e8 rivelato una vera camicia di forza adottata dal governo stesso. Sull\u2019altro versante, quello dei movimenti, il vento \u00e8 venuto cambiando di direzione. Il rapporto partito-movimenti veniva gi\u00e0 da una stagione non facile, il passaggio di governo accentuava le difficolt\u00e0 e acutizzava divisioni politiche presenti nei movimenti. Ma la stagione ha messo in luce anche una fragilit\u00e0 dei movimenti, la difficolt\u00e0 a porsi sul terreno di un movimento, plurale s\u00ec ma unitario. Il conflitto sociale non \u00e8 stato messo in relazione con un progetto di movimento, irretito dal sindacato sul terreno istituzionale ma anche senza cerniere, nessi, saldature con gli altri movimenti. La grande manifestazione contro la precariet\u00e0 \u00e8 rimasta un episodio. Le lotte di comunit\u00e0 territoriali, malgrado la forza di massa della critica a scelte militari o di mega-opere dai duri impatti ambientali, non sono risultate interne ad un processo di costruzione di un movimento articolato su larga scala, n\u00e9 hanno potuto far rivivere lo spirito vincente di Scanzano. I diversi spezzoni di movimento, da quelli classici come i metalmeccanici nella lotta per il rinnovo contrattuale fino alle azioni sui diritti civili e delle persone, anche quelle pi\u00f9 interessanti, sono restati soli senza poter accumulare unitariet\u00e0 e crescita di una soggettivit\u00e0 politico-culturale condivisa (l\u2019orizzonte mancato di un altro mondo possibile). Il limite interno ai movimenti interroga sempre i limiti delle forze politiche organizzate a sinistra, parlo naturalmente di quelle che scelgono il rapporto forte coi movimenti. Credo che abbia pesato qui anche il limite della rifondazione del PRC. Questo partito, in particolare da Genova in poi, aveva scelto, pur nel rispetto pieno delle autonomie e delle diversit\u00e0 di ruolo, un rapporto di scambio imprescindibile col movimento. Molto osando, aveva operato profonde rotture e innovazioni nella cultura politica, fino a guadagnare la scelta della nonviolenza. La pi\u00f9 grande promessa di apertura ai movimenti e all\u2019esplorazione di nuovi linguaggi della politica e della partecipazione. Il passaggio alla pratica concreta, all\u2019approfondimento nella prassi, gi\u00e0 in s\u00e9 difficilissima, ha incontrato il limite pi\u00f9 serio che si \u00e8 manifestato nella stessa rifondazione, quello che pi\u00f9 ha pesato anche nella difficolt\u00e0 a contribuire a contrastare le flessioni, le ombre dei movimenti. Quel limite pesante \u00e8 stata la mancata innovazione del modello di organizzazione del partito, malgrado la sollecitazione forte che \u00e8 venuta dall\u2019esperienza delle donne. E\u2019 mancata la sperimentazione del passaggio da una struttura verticale, piramidale, ad una struttura orizzontale, a rete, capace di esaltare il saper fare, il fare societ\u00e0, i processi di socializzazione, la partecipazione, il valore dell\u2019esperienza e della persona. Tutto ci\u00f2 ha probabilmente contribuito a pregiudicare la possibilit\u00e0 di una reale autonomia dal governo. C\u2019\u00e8 stato su questo punto, quello dell\u2019autonomia, indubbiamente, un prevalere del dover essere, una sopravvalutazione di s\u00e9 come comunit\u00e0 politica originale e capace di farcela, perch\u00e9 in grado di poggiarsi sul lungo percorso dell\u2019autonomia del PRC dal 1998 al congresso di Venezia del 2005 (la data \u00e8 ricordata per non confonderlo con l\u2019assai pi\u00f9 giustamente famoso congresso del PSI degli anni \u201850). L\u2019esperienza della partecipazione al governo Prodi \u00e8 venuta cos\u00ec ad essere costretta tra Scilla e Cariddi, tra la condanna ad una sostanziale ininfluenza sulle grandi scelte della politica interna del governo o la rottura con esso e la fine della legislatura, prima che fosse possibile verificare fino in fondo la possibilit\u00e0 estrema di uscire dalla politica dei due tempi che Prodi e i suoi avevano adottato. Caduto da destra il governo, il bilancio \u00e8 diventato per la sinistra impresentabile. Gli interrogativi che si aprono sono indubbiamente di grande peso, anche per il suo futuro. C\u2019\u00e8 oggi in questa Europa la possibilit\u00e0 di un governo in cui la sinistra abbia un\u2019influenza seria e la possibilit\u00e0 di trovare la giustificazione delle proprie collocazioni, nella realizzazione di un compromesso riformatore aperto ai movimenti e dunque aperto ad una prospettiva della costruzione di un diverso modello di organizzazione dell\u2019economia e della societ\u00e0? Oppure c\u2019\u00e8 oggi, ai fini di questa ipotesi di lavoro, un\u2019insuperabile immaturit\u00e0 della situazione e\/o una inesistenza delle condizioni soggettive, a partire dallo stato della sinistra e dei rapporti sociali, per provarci? Per cercare di rispondere alla domanda \u00e8 forse ancora necessario riflettere sui passaggi che hanno portato all\u2019esperienza dell\u2019Unione e alla nascita del governo Prodi e sui passaggi che ne hanno caratterizzato il cammino, a partire dalla sua prima finanziaria per arrivare al momento cruciale, io credo decisivo, del giugno-luglio 2007, delle scelte sulle pensioni e la precariet\u00e0. Anche per il coinvolgimento diretto di chi scrive nella responsabilit\u00e0 politica del passaggio, vorrei qui solo far riferimento al confronto sul programma elettorale e di governo dell\u2019Unione. Ci si pu\u00f2 avvalere dell\u2019idea, giusta, che la storia si fa con i se, e poco importa che qui si parli della cronaca. Si \u00e8 spesso parlato dell\u2019estrema vastit\u00e0 e del carattere dettagliato del programma, le ultranote 200 e pi\u00f9 pagine. Tutto si pu\u00f2 dire oggi tranne che quella fosse una mediazione al ribasso. Anzi oggi si vede bene come la sua articolazione costituisse una sorta di manuale per l\u2019azione di governo. Come a dire, adesso basta il fare, basta l\u2019azione di governo per applicare il programma, perch\u00e9 l\u2019accordo politico c\u2019\u00e8. In realt\u00e0 l\u2019idea, neanche tanto celata, di supplire al deficit strategico della coalizione (la visione di riforma della societ\u00e0) con l\u2019elencazione delle (abbastanza buone) cose da fare non ha funzionato, forse proprio perch\u00e9 non poteva. Il confronto sulle grandi idee forza, sulle opzioni strategiche di fondo non pu\u00f2, mi pare questa una lezione dell\u2019esperienza, essere sostituita da alcunch\u00e9. La mancanza di una rotta condivisa, di una visione comune si \u00e8 dimostrata un handicap insormontabile; nel vuoto si produce un veleno che inquina i pozzi. Ma le attese sacrosante di cambiamento si erano forse gi\u00e0 arenate, col risultato delle elezioni politiche del 2006, sull\u2019esiguit\u00e0 dei margini di maggioranza, pressoch\u00e9 inesistente in uno dei due rami del parlamento. Visto alla luce dell\u2019esito (la conclusione di una vicenda rende tutti pi\u00f9 intelligenti sul suo corso), sarebbe stata necessaria, allora, una discussione di massa, un coinvolgimento partecipe sul che fare, tanto pi\u00f9 se si ricorda la natura delle estese attese di cambiamento (non ci basta cacciare Berlusconi, bisogna realizzare una diversa politica) che avevano guadagnato al centro-sinistra i consensi che lo avevano portato alla vittoria (risicata). Si trattava dunque di una delega condizionata: io ti voto, ma ti aspetto al vaglio della prova e la mia \u00e8 una prova estrema, l\u2019ultima chance.<br \/>\nLa prova \u00e8 fallita, il dramma si \u00e8 consumato. E si torna alle domande di partenza. L\u2019esperienza di governo oggi nei diversi paesi Europei \u00e8 dunque fuori portata per la sinistra, per il ciclo in cui siamo collocati? La domanda trascende, per me persino ovviamente, il qui e ora, cio\u00e8 l\u2019esigenza per la sinistra di ricominciare l\u2019opera di ricostruzione di s\u00e8 dall\u2019opposizione e non solo per stato di necessit\u00e0. La domanda oltrepassa la congiuntura. Pressoch\u00e8 tutti i governi nel cuore dell\u2019Europa sembrano condannati a farlo senza un durevole consenso di massa, si veda la rapida parabola del fulmine Sarkozy, ma, d\u2019altra parte, senza la possibilit\u00e0 di vederli impegnati in un\u2019uscita dal predominio del mercato e del capitale nelle forme imposte dalla gigantesca ristrutturazione capitalista in corso. Pu\u00f2 essere, dunque, che si debba verificare in Europa, in questo ciclo, una sorta di immaturit\u00e0 della questione del governo per la sinistra radicale. Ma se cos\u00ec fosse (io credo invece che il quesito resti aperto) sarebbe un bel problema, non una liberazione. Ha ragione Franco Cassano quando sostiene che \u201c\u00e8 proprio la dimensione profonda dei problemi che mi porta a dire che la dimensione del governo per la sinistra non \u00e8 un cedimento, ma al contrario una conquista. Io temo che l\u2019allergia radicale al governo nasca anche dalla povert\u00e0 di idee\u201d e che \u201cse non c\u2019\u00e8 un disegno forte, ad esempio quello di governare in modo alternativo la composizione di classe, se non c\u2019\u00e8 un\u2019ambizione egemonica, si rimane incastrati nella tattica e si lascia agli altri uno spazio enorme\u201d. Non vedo, sul terreno di medio periodo, una risposta facile al problema.<br \/>\nLa crisi della rappresentanza ha concentrato nel governo la contesa politica. Questa trappola mortale va spezzata. Ma come? Forse prendendola, intanto, da due lati. Da un lato, mettendo in discussione dal basso, dalla societ\u00e0, dal conflitto agito, con consapevolezza politica e partecipante, la tendenza denunciata da Agamben e riassunta nella formula della \u2018governamentalit\u00e0\u2019, cio\u00e8 ricostruendo pazientemente partecipazione, democrazia diretta, rappresentanza e, soprattutto, legame sociale. Dall\u2019altro lato, lavorando sull\u2019opposizione dell\u2019ipotesi, oggi lontana, del governo riformatore (e perci\u00f2 parte delle contese tra destra e sinistra, tra uguaglianza e diseguaglianza, tra libert\u00e0 e alienazione) al governo allargato (condizione a cui assistiamo ora, come nuova forma di rappresentazione del recinto degli inclusi). La risposta alle domande non verr\u00e0 a breve; essa passer\u00e0, se sapremo trovarla, per nuove esperienze sociali e nuova ricerca politica. Quel che \u00e8 certo \u00e8 che questa esperienza di governo, quella del governo Prodi, ha fatto tracimare il vaso e la crisi ci ha investito frontalmente. Ora il (nostro) re \u00e8 nudo.<\/p>\n<p>LA SINISTRA, L\u2019ARCOBALENO: LA DISFATTA ELETTORALE<\/p>\n<p>La campagna elettorale non solo non ha contribuito a ridurre la gravit\u00e0 dello scacco, ma lo ha persino aggravato. Quanto siano state negative per la sinistra le condizioni ambientali \u00e8 evidente ad ognuno ed \u00e8 persino troppo facile indicare il peso distruttivo operato dal voto utile e l\u2019effetto destrutturante della politica del PD sulla sinistra sia nel senso di cancellare, con la sua collocazione programmatica e con il suo profilo politico, ogni spazio di confronto a sinistra (inducendo l\u00ec un senso di solitudine e di inefficacia) che di pretendere di attrarre su di s\u00e8, col collante pigliatutto di essere l\u2019unica possibilit\u00e0 di vincere su Berlusconi, ogni avversione al centro-destra. Ma la riflessione autocritica (che brutta parola!) sulla vicenda della Sinistra l\u2019Arcobaleno non pu\u00f2 essere nascosta dietro queste considerazioni. Come gi\u00e0 per la costruzione dell\u2019esperienza del governo Prodi cos\u00ec, seppure per ragioni differenti, anche la nascita, l\u2019invenzione, della Sinistra l\u2019Arcobaleno \u00e8 stata dettata da uno stato di necessit\u00e0, da un frangente eccezionale, le elezioni con annessa soglia di sbarramento. Le ragioni della costruzione di una soggettivit\u00e0 \u201cunitaria e plurale\u201d a sinistra preesistevano certo e si erano anche manifestate, a volte riuscendo a far credere ai molti che la invocavano che la via era finalmente tracciata e intrapresa. Pi\u00f9 di un momento favorevole, di un particolare stato di grazia per il processo unitario, \u00e8 andato perduto. N\u00e9 vale ora indagarne le ragioni, quel che conta \u00e8 la delusione, la dispersione di energie che ci\u00f2 ha determinato. Il precipitare delle elezioni ha ricreato lo stato di necessit\u00e0 (cos\u00ec evidente che nessuno a sinistra ha proposto di andare alle elezioni con un diverso assetto). Quel che in pi\u00f9, rispetto alla povert\u00e0 dello stato di necessit\u00e0, viene allora immesso nella difficilissima impresa elettorale \u00e8 la visione di ci\u00f2 che non si era riusciti a costruire prima attraverso un processo partecipato e di societ\u00e0, la nascita di una nuova sinistra che sarebbe dovuta andare oltre i partiti che avevano costruito la Sinistra l\u2019Arcobaleno, aggregando tutte le forze, le energie, le soggettivit\u00e0 gi\u00e0 presenti nella societ\u00e0 e disponibili a cimentarsi con la nuova impresa politica e attraendo nuove forze ad essa interessabili. La visione era insieme dettata da un\u2019esigenza elementare, dare un senso di prospettiva ad una campagna elettorale in cui era a rischio la propria esistenza (abbiamo gi\u00e0 visto come la cosa ci fosse da tempo ben presente), e da un\u2019esigenza pi\u00f9 matura, la necessit\u00e0 per l\u2019Italia, come per l\u2019Europa, di una sinistra capace di porre la grande questione, quella dell\u2019alternativa del modello di organizzazione economica, sociale e culturale della societ\u00e0, quello che altri chiamano il modello di sviluppo. Una questione matura oggettivamente per la natura di questo capitalismo totalizzante e per la crisi di civilt\u00e0 che esso induce, ma che nessun altra formazione politica propone. Cosa non ha funzionato n\u00e9 punto n\u00e9 poco? Ora, dopo il risultato, si vede chiaramente. Questa visione risultava totalmente, non solo parzialmente, giustapposta alla realt\u00e0 concreta, alla costituzione materiale della Sinistra l\u2019Arcobaleno che, in tanta parte, la rifiutava e, nel suo insieme, nel suo funzionamento concreto \u2013 composizione delle liste, tipo di campagna elettorale, impegno e iniziative di parecchie realt\u00e0 \u2013 la contraddiceva in tutto o in parte. Cos\u00ec quel che veniva negato nell\u2019affermazione \u201cnon siamo un cartello elettorale\u201d, risultava essere la pratica concreta. L\u2019errore politico dovr\u00e0 essere ancora approfondito, ma, se volessimo ricorrere a un linguaggio classico della tradizione comunista, dovremmo intanto definirlo come un errore di volontarismo e di soggettivismo. Errore, in quella tradizione, imperdonabile (a volte fino a conseguenze estreme) perch\u00e9 colpevole di sovrapporre alla realt\u00e0 il desiderio, l\u2019ambizione del progetto politico. Il fatto che ne siano risultati coinvolti donne e uomini di buona volont\u00e0 a sinistra e molti giovani non deve impedire di capire pi\u00f9 a fondo perch\u00e9 l\u2019idea di \u201cportare a casa la pelle\u201d mediante un innalzamento della posta in gioco, il futuro della sinistra in Italia, sia cos\u00ec duramente fallito. Quel che sembra innegabile \u00e8 che l\u2019esperienza della Sinistra l\u2019Arcobaleno ha aggiunto altra acqua a quella che, sotto i colpi dell\u2019esperienza del centro-sinistra del governo Prodi, andava tracimando fino ad annegarci. Il risultato elettorale si incaricava di squadernarci davanti, tutta intera, la crisi della sinistra. Nel paese, per la prima volta dalla vittoria contro il fascismo, la destra esce dalla minoritariet\u00e0 e la sinistra esce dalla scena parlamentare mentre \u00e8 la sua cultura a diventare minoritaria.<\/p>\n<p>IL CAMBIAMENTO DELLA SCENA. STRUTTURA E CULTURA.<\/p>\n<p>Nell\u2019ultimo quarto di secolo la scena sociale ed economica \u00e8 cambiata radicalmente e con essa sono cambiate le culture, i linguaggi, gli immaginari e il senso comune; un cambiamento di scena che ci ha travolto. Abbiamo creduto poco alle nostre stesse analisi, quando esse volgevano a disegnare orizzonti che si chiudevano. La modernizzazione ha disegnato una regressione che giunge sino ai fondamenti della civilt\u00e0, alle radici della vita umana. Si afferma un capitalismo che, sconfitto il suo avversario storico, recupera l\u2019antica sua ambizione totalizzante, che lo sviluppo storico della lotta di classe gli aveva imposto di deporre, per investire di s\u00e9 ogni relazione sociale \u2013 ogni persona, i corpi e le menti. Nella sinistra anticapitalista, come nel movimento dei movimenti, sono pure circolate denunce lucide della tendenza; non \u00e8 sfuggito il carattere mistificatorio delle tesi apologetiche. Si \u00e8 ben visto che proprio nel cuore della globalizzazione anticapitalistica pulsava la crescita della diseguaglianza, la sistematica produzione di precariet\u00e0, di vecchie e nuove povert\u00e0 e la moltiplicazione di tutti i generatori di insicurezza e di incertezza del vivere. Ma quelle analisi critiche, forse anche per la dispersione degli stessi punti di vista critici e per la mancanza di una loro sistematicit\u00e0, non sono riusciti a costruire una soggettivit\u00e0 critica di massa influente sul formarsi del senso comune, mentre si erodeva il deposito attivo di una coscienza di classe largamente condivisa dai suoi protagonisti sociali. Neanche la pure assai significativa, e ancora utile, nozione gramsciana di rivoluzione passiva ci consente una interpretazione compiuta del processo. L\u2019individualizzazione dei rapporti, che segna prepotentemente il nostro tempo, interviene a ridefinire le appartenenze rendendone mobili e provvisori i confini. Le identit\u00e0 collettive, piuttosto che essere aperte e in progresso, e quindi capaci, dentro percorsi condivisi di emancipazione e di liberazione, di concorrere a formare una coscienza civile in ragione della scelta di un rapporto positivo con l\u2019altro, si rovesciano nell\u2019assunzione dell\u2019opposizione o dell\u2019avversione all\u2019altro, proprio quale elemento definitorio di s\u00e9 (io sono quello che sta contro te).<br \/>\nLa critica nei confronti dell\u2019alto, del potere, sfuma e diventa critica dell\u2019altro, mentre all\u2019individualizzazione viene a corrispondere un nuovo plebeismo. Il contrasto nei confronti di questa tendenza \u00e8 mancato o \u00e8 stato del tutto inadeguato. Le componenti moderate del centro-sinistra hanno colpevolmente accompagnato la controrivoluzione culturale, negando in radice l\u2019esistenza stessa del problema del rapporto tra la formazione della coscienza critica (i soggetti antagonisti) e la politica. Le componenti di radicalismo borghese hanno deviato la critica esaurendola nell\u2019avversione al berlusconismo. Ma noi stessi, come in generale la sinistra radicale, abbiamo esercitato su questo terreno solo una debole resistenza, anche per aver ritenuto in larga misura autosufficiente la spontanea costruzione di soggettivit\u00e0 critica da parte dei movimenti. E\u2019 assai significativo, a questo proposito, quanto ridotta sia divenuta l\u2019attitudine dei dirigenti politici e degli intellettuali a scontrarsi apertamente all\u2019interno della propria base, di come sia pressoch\u00e9 scomparsa la sana abitudine al conflitto anche aspro delle idee proprio nel rapporto \u201cdi massa\u201d. Non si litiga pi\u00f9 o, peggio, lo si fa solo tra dirigenti e, spesso, non limpidamente. La pratica della costruzione di culture politiche critiche si \u00e8 venuta spegnendo.<br \/>\nTanta parte delle popolazioni europee vivono da una lunga stagione, cos\u00ec lunga da aver cancellato dalla memoria sociale quelle dell\u2019ascesa, la condizione di essere dilaniata da bisogni negati, senza neppure la possibilit\u00e0 di credere che il loro soddisfacimento possa realizzarsi domani, attraverso l\u2019agire collettivo e la sua politicizzazione (la buona politica). La solitudine subita si impasta con l\u2019individualismo alimentato in un essere sociale e in una coalizione sociale deprivate di reale autonomia, in cui persino l\u2019altissima giustizia pu\u00f2 diventare a volte l\u2019infimo giustizialismo. Quel che di dinamico, di innovativo, di scoperta del futuro c\u2019\u00e8 nel processo di modernizzazione (e c\u2019\u00e8 e molto) lavora fuori e contro la ricomposizione sociale in una compagine che possa poi, per le sue vie, praticare il cambiamento. Anche la crescita delle esperienze di comunit\u00e0, che pure si sono interconnesse con fenomeni assai interessanti di nuove forme di organizzazione economica e sociale oppure sono venute alla luce nelle pi\u00f9 rilevanti esperienze di lotta sociale del nostro tempo, non sfuggono, in questo quadro, ad una ambiguit\u00e0 di fondo. E quando l\u2019esperienza la travalica, essa si trova in una terra di nessuno e nelle pi\u00f9 parti dei casi il \u201cnoi\u201d che trova sulla strada \u00e8 piuttosto quello che oppone basso ad alto, piuttosto che sinistra a destra.<br \/>\nInvestiti pi\u00f9 direttamente che qualsiasi altra realt\u00e0 sociale dalla sconfitta degli anni \u201980, i protagonisti della rivolta del \u201968-\u201969 e dello straordinario ciclo degli anni \u201970 hanno resistito a lungo, seppure con vicende assai diverse tra loro e spesso condannate alla sconfitta; a volte pure ci hanno riprovato a riprendere l\u2019iniziativa. Non si tratta soltanto di sussulti; in qualche caso, come nelle mobilitazioni contro la cancellazione dell\u2019articolo 18 dello Statuto dei diritti dei lavoratori, si apre uno spazio reale per mettere in gioco la tendenza. Ma le componenti che prevalgono, sia nella sinistra che nel sindacato, non possono n\u00e9 vogliono aprire una strada diversa da quella di una cooperazione subalterna alla modernizzazione, qui ristrutturazione capitalista. Il riformismo rinuncia a pensarsi come forte e si stabilizza come componente moderata della politica. L\u2019occasione si ripresenta con la nascita di una nuova soggettivit\u00e0, questa volta mondiale e nascente dall\u2019interno della stessa globalizzazione capitalista di cui contesta la natura dei processi, l\u2019organizzazione del potere, le politiche, le sue forze motrici. E\u2019 l\u2019ultima grande occasione persa. Di Genova resta il volto di una repressione violenta e sistematica per stroncare il soggetto nascente e una potenzialit\u00e0 che, malgrado la tragedia, si era riconfermata vitale e durevole. No. Non era obbligato (si ricordi il moto pacifista, l\u2019orizzonte e le tante pratiche ispirate ad un altro mondo possibile) il decorso che i fatti hanno avuto, n\u00e9 il rapporto tra i movimenti, n\u00e9 tra i movimenti e la politica. Ma, invece, cos\u00ec come sono andate le cose, esse hanno consentito che lavorasse a fondo il versante duro della realt\u00e0; ed esso ha lavorato contro il prodursi di soggettivit\u00e0 critica. La ristrutturazione operata dal capitale ha messo sotto torchio il lavoro, ha privatizzato saperi, conoscenze, esperienze, processi formativi sia formalizzati che informali. La produzione di nuove forme di organizzazione del lavoro che ne concentrano la potenza di governo mentre diffondono e, persino, disperdono il lavoro esecutivo, si avvale di un salto tecnologico e scientifico, pressoch\u00e9 reso costante specie nel trattamento delle informazioni e nelle comunicazioni, agguantando una rivoluzione nel linguaggio e nella rete delle relazioni interpersonali, mediate, moltiplicate e frammentate dalla tecnologia. Il lavoratore precario, il consumatore indebitato, il cittadino senza partecipazione attiva, la persona incerta sul suo destino entrano in un bussolotto da cui la figura che esce \u00e8 quel che viene a fissarsi in quell\u2019istante sotto la torsione del meccanismo economico e del pensiero prevalente. L\u2019eclisse delle grandi visioni del mondo e la scomparsa dalla scena del paese dei grandi pedagoghi, costituiti dalle organizzazioni politiche di massa, hanno permesso che si spezzassero, che si rompessero gli argini costruiti nel tempo e con la lotta contro le alluvioni del pensiero dominante.<br \/>\nI giovani (la cui condizione e la cui lettura della propria condizione personale e di generazione contiene uno sguardo sul mondo che viene) se, da un lato, esprimono le grammatiche dei nuovi linguaggi con essi, pure, sentono il peso della riduzione del tempo all\u2019istante. Non si escludono, anzi esistono, e come, esperienze che, su questi spartiti, suonano una musica diversa, esperienze che mettono in opera pratiche extramercantili, realizzano pratiche sociali che fuoriescono dai processi di mercificazione e si conquistano spazi e tempi parzialmente liberati. Promesse assai interessanti, ma soverchiate dalla diffusione di una modernizzazione alienante e soffocante. Credo sarebbe utile ritornare sulle analisi dei giovani nell\u2019avvento del neocapitalismo dei primi anni \u201860, non per trovare impossibili similitudini, ma per giovarsi di certi approcci di ricerca, anche nel lavoro di conoscenza da realizzare oggi.<br \/>\nIntere costruzioni storiche (che \u00e8 sempre bene non mitizzare, perch\u00e9 in ogni caso una realt\u00e0 sociale \u00e8 sempre complessa e i suoi orientamenti prevalenti sono sempre mutevoli) sono state sottoposte a mutazioni di fondo. Cadono le protezioni storicamente accumulate e anche le realt\u00e0 operaie vengono investite come ogni altra realt\u00e0. Se la cocaina entra in fabbrica, specie nelle nuove generazioni, cos\u00ec come ci dicono inchieste di verit\u00e0 come quella realizzata da Loris Campetti o come ci dicono sindacalisti e operai, la risposta non pu\u00f2 pi\u00f9 essere quella dello stupore o della negazione, ma quella di capire cosa sta accadendo nel rapporto tra dentro e fuori il lavoro, tra la vita e il lavoro e in che contesto politico e sociale questa mutazione avviene. Il voto a destra di tante operaie e operai \u00e8 uno scacco drammatico per la sinistra. Non inedito, n\u00e9 fenomeno solo italiano. Ricorda Michael Walzer parlando di un referendum svoltosi negli Stati Uniti, alla fine degli anni \u201960, sulla guerra del Vietnam: \u201cuno studente di Harvard specializzando in Sociologia (nonch\u00e9 futuro direttore di \u2018Dissent\u2019) fece uno studio sul referendum del 1967, giungendo a risultati difficili da accettare per i vecchi uomini di sinistra (e anche per quelli nuovi). Per usare la vecchia terminologia, noi avevamo raccolto un forte appoggio da parte della borghesia e praticamente nessun sostegno dalla classe operaia. In termini pi\u00f9 scientifici: quanto pi\u00f9 \u00e8 alto l\u2019affitto che pagate, tanto maggiore \u00e8 il valore della vostra casa e tanto pi\u00f9 \u00e8 probabile che votiate contro la guerra. Che cosa c\u2019era di sbagliato nella nostra impostazione?\u201d. Resta la domanda di Walzer che rinvia ad un&#8217;altra questione, ad un grande, gigantesco problema, quello che interroga il formarsi della coscienza di classe. Tema ineludibile, non altro e separato dalla precariet\u00e0 e dalle culture che in esso prendono corpo. L\u2019accettazione dell\u2019esistenza di due classi operaie sarebbe gi\u00e0 lo smarrimento della via necessaria alla nostra ricerca. Le connessioni, i nessi tra condizione sociale e coscienza collettiva vanno proprio indagati nello specifico, come nei rapporti sociali generali. Ci vorr\u00e0 tanto, tanto lavoro d\u2019inchiesta.<br \/>\nIntanto sappiamo di quanto dopo la sconfitta sia stata stringente la solitudine operaia, di come sia sempre difficile risalire dalle condizioni di sfruttamento alle cause economico-sociali di sistema e alle responsabilit\u00e0 politiche che le generano e sappiamo, persino, che sono pi\u00f9 eccezionali i periodi in cui i lavoratori possono affermare come tali, come classe, come coalizione di lavoro, il proprio punto di vista autonomo e antagonista, dei periodi in cui avviene il contrario. Quello che \u00e8 stato chiamato il caso italiano \u00e8 stato uno di quelli. Ma oggi siamo al suo rovesciamento. Se un operaio critica da sinistra l\u2019accordo sindacale dopo essere stato partecipe della lotta, si iscrive alla FIOM e vota Lega, la cosa non pu\u00f2 essere considerata soltanto come una libert\u00e0 di espressione connessa ai nuovi tempi. La libert\u00e0 non si discute e neppure il rispetto del voto (sebbene quella capacit\u00e0 di litigare con la propria gente\u2026). Tuttavia neanche si comincia il discorso se non si parte dallo scacco matto che questo rappresenta per qualsiasi sinistra del futuro, una sinistra che consideri imprescindibile, come deve essere, per la sua esistenza, il tema dell\u2019eguaglianza. Se i bassi salari (intollerabilmente bassi), la perdita di diritti e del potere contrattuale dei lavoratori, la precariet\u00e0 e l\u2019incertezza che diventano i connotati di fondo delle nuove condizioni si rovesciano, come \u00e8 accaduto, contro la sinistra decretandone la sconfitta, questo non pu\u00f2 che essere l\u2019esito drammatico di una lunga storia, oltrech\u00e8 di una vicenda politica e sindacale recente. La formazione del senso comune \u00e8 un processo dai molti piani il cui filo \u00e8 sfuggito di mano alla sinistra da lungo tempo. Vi ha concorso, in primo luogo, l\u2019accettazione della delega, il progressivo prendere il posto del conflitto sociale e della partecipazione da parte dell\u2019idea del governo e della partecipazione ad esso. Vi ha concorso, altres\u00ec, il farsi strada, sulla politica debole, dell\u2019idea che la soluzione del problema della rappresentanza fosse soprattutto nella capacit\u00e0 di aderire alla societ\u00e0 civile, alla sua articolazione, alle sue pieghe, ai suoi movimenti come una carta assorbente; come se il superamento della crisi di ci\u00f2 che sono state chiamate le ideologie (in realt\u00e0 di ogni idea forte di societ\u00e0 e quindi di trasformazione dell\u2019esistente) fosse possibile soltanto attivando la capacit\u00e0 di ascolto. Se questa \u00e8 stata la tendenza alla base del riformismo debole, per ragioni assai diverse, ha attraversato anche la sinistra. Ha pesato qui la sopravvivenza di uno schema affermatosi in altro tempo, quello del dispiegamento del conflitto di classe, della diffusione della coscienza di classe in grandi aggregati che proponevano alle organizzazioni sociali e politiche del movimento operaio in primo luogo di saper organizzare e rappresentare quella straordinaria realt\u00e0 in movimento. Quando su di essa si \u00e8 abbattuto il combinato disposto di innovazione e restaurazione tipico del capitalismo totalizzante, le idee dominanti sono tornate ad essere le idee delle classi dominanti, come Marx aveva gi\u00e0 visto. La diffusione dell\u2019incertezza, della precariet\u00e0 e del disagio generale generano la paura. La rivoluzione restauratrice ne fa il motore di un rovesciamento, nella percezione di massa, delle cause che le provocano. Il nuovo capitalismo produce il disagio e riesce a nascondere la mano che ne \u00e8 la causa prima.<br \/>\nLa sicurezza sociale diventa incredibile per un popolo senza pi\u00f9 protezione. La sua sorte, allora, segue la frantumazione, lo spezzettamento, l\u2019individualizzazione della societ\u00e0 e si trasforma nella ricerca della sicurezza individuale e nell\u2019odio per chi sembra esporla a rischio, nell\u2019immediatezza del tempo presente e nello spazio circoscritto del proprio percorso quotidiano. Si vede bene cos\u00ec il peso della questione del senso comune. Con quella della politica sono le questioni degli intellettuali e della cultura che si pongono perci\u00f2 come ineludibili ai fini dell\u2019uscita dalla sconfitta. Il lavoro culturale va indagato criticamente, come, per altro verso, la politica, nel suo rapporto con la societ\u00e0 capitalistica della globalizzazione e nella produzione di linguaggi e di senso. Una cattiva ripresa della riflessione, da cui tenersi lontani, \u00e8 quella sull\u2019intellettuale organico, sulla storia dei rapporti tra gli intellettuali e l\u2019organizzazione politica come se non fosse storia chiusa da un mutamento che ha investito la figura dell\u2019intellettuale da ormai mezzo secolo e che ha proposto, fin da allora, uno spostamento del baricentro della ricerca dal ruolo dell\u2019intellettuale nella societ\u00e0 alla sua funzione. Se non ci si vuole affidare ai francofortesi, basterebbe il lavoro di decostruzione operato sul loro ruolo da un intellettuale come Franco Fortini. Gi\u00e0 ci portavano lontano dal rapporto instaurato tra il PCI di Togliatti e gli intellettuali, le ricerche degli anni \u201970, la ricollocazione cercata nell\u2019attraversamento critico delle funzioni dell\u2019intellettuale, cio\u00e8 delle nuove condizioni di lavoro culturale e nella critica del lavoro intellettuale all\u2019interno del ciclo allargato della produzione. Ed eravamo al tempo del capitalismo della produzione di massa per il consumo di massa e poi nel ciclo politico-sociale dell\u2019ascesa dell\u2019operaio comune di serie e dello studente di massa. Figuriamoci oggi. Sappiamo come quella che viene chiamata l\u2019economia della conoscenza (intanto, non per caso, della conoscenza e non della cultura) \u00e8 anche, se non soprattutto, all\u2019interno dei rapporti sociali capitalistici, l\u2019esperienza di un intreccio senza precedenti tra economia, scienza e tecnologia. In esso l\u2019estensione del diritto di propriet\u00e0 fino a comprendere ogni manifestazione creativa della mente e dell\u2019uomo sospinge alla mercificazione della vita sociale e individuale in ogni suo aspetto e alla dilatazione delle diseguaglianze fino a renderle strutturali, organiche e assunte come naturali nel formarsi del senso comune. Le autonomie della ricerca e della formazione vengono cos\u00ec aggredite nelle fondamenta, erose, inquinate, in ogni campo del lavoro culturale, dalla scuola alla produzione artistica, alla comunicazione fin nei pozzi da cui si estrae il linguaggio. In tale contesto non c\u2019\u00e8 spazio riconosciuto per alcuna autonomia n\u00e9 di ruolo n\u00e9 di funzione. N\u00e9 intellettuale organico, n\u00e9 ma\u00eetre \u00e0 penser, n\u00e9 testimone di civilt\u00e0, ma neppure agente critico-conflittuale. Parlare di pensiero unico \u00e8 stato ben altro che una provocazione, ha descritto un processo, o almeno, in esso, il prevalente. Il vuoto \u00e8 stato riempito dall\u2019alienazione delle relazioni sociali e dei linguaggi. Sar\u00e0 bene non dimenticare chi ha resistito e ha continuato a cercare criticamente ed essere sempre attenti, in ogni momento, a ci\u00f2 che si sottrae all\u2019omologazione, oggi quando balza alla ribalta qualche film, su questo versante, importante, come ieri qualche rappresentazione teatrale e qualche libro o qualche autonoma produzione di cultura. Bisogna sempre scrutare un qualche affacciarsi di un segno dei tempi che si annuncino come diversi.<br \/>\nMa l\u2019assenza degli intellettuali, fin qui, \u00e8 stata grave e si \u00e8 sommata alla desertificazione delle ricerche e del confronto tra di esse anche nella politica della sinistra, senza pi\u00f9 luoghi e occasioni per riflessioni di societ\u00e0 aperte e sistematiche. Cos\u00ec si \u00e8 spalancato il vuoto sul terreno che era stato delle grandi agenzie formative mentre il mercato si \u00e8 fatto sovrano assoluto.<br \/>\nIl lavoratore, il giovane, la donna ridotti a individui impauriti sono stati spinti a cercare se stessi non nella modificazione della propria condizione di esistenza storicamente definita da questi determinati rapporti sociali, ricerca che propone il rapporto con l\u2019altro a partire da quello\/a con cui condividi la sorte, bens\u00ec nella fuga da quella determinata condizione, fuga che non ha bisogno di condivisione alcuna e che contribuisce a considerare la propria condizione come socialmente e civilmente insignificante. La nuova destra trova in questa modernizzazione il semilavorato culturale del suo consenso, del suo farsi maggioritaria. Hanno operato, congiungendosi, due fenomeni di destrutturazione, uno materiale, l\u2019altro culturale. La destrutturazione economica e sociale, sulla doppia e sistematica condizione di incertezza determinata dalla combinazione, in una sola persona, delle condizioni del lavoratore precario e di consumatore impoverito, ha favorito la costruzione della base per la messa in discussione della forza organizzata, influente e condizionante della sinistra e del suo patrimonio storico. La destrutturazione delle grandi soggettivit\u00e0 forti ha messo in crisi quelle culture che hanno fatto della sinistra italiana, secondo la formula pasoliniana riferita al PCI, un paese nel paese. Non erano esiti scontati. Come e perch\u00e9 \u00e8 potuto accadere? Abbiamo provato a vedere le cause recenti (i nostri errori) e, anche, gli spiazzamenti da noi subiti nel grande cambiamento regressivo. Non credo basti. C\u2019\u00e8, penso, qualcosa che va oltre. Il cannocchiale deve allora allungare il nostro sguardo.<\/p>\n<p>LE EREDIT\u00c0 MANCATE.<\/p>\n<p>Non era affatto scontato che la lunga transizione italiana si concludesse cos\u00ec, con la destra maggioritaria nel paese, il riformismo sbiadito e impotente e la sinistra fuori dalla rappresentanza politica del paese. Abbiamo provato a capire cosa nel corso concreto della transizione ha prodotto la sconfitta. Ma sul suo esito hanno pesato non poco cause meno prossime che hanno lavorato nel profondo a minare le basi della sinistra nel paese. Credo che esse siano riconducibili, in quella parte, all\u2019irrisolto suo rapporto con la tradizione, con le radici della sua vicenda. Si potrebbe dire che la sinistra ha misconosciuto la parabola dei talenti e cos\u00ec ha contribuito a perdersi. La lezione che quella vuole impartire, fino a sfidare il senso comune, \u00e8 che ci sono due modi di tradire il mandato e l\u2019aspettativa di chi ti consegna i talenti. L\u2019uno \u00e8, certamente, quello di disperderli, di misconoscerne il valore ma l\u2019altro \u00e8 quello di congelarli cos\u00ec come sono stati trasmessi. Qui da noi \u00e8 prevalso l\u2019abbandono, la rescissione del legame con la storia, il pensarsi altrove (non oltre), ma \u00e8, e resta dura a morire, anche la replica conservatrice, seppure minoritaria. Cos\u00ec nel mondo largo del rapporto tra la politica e le masse si pu\u00f2 parlare di un\u2019eredit\u00e0 mancata, di un passaggio storico senza l\u2019elaborazione dell\u2019eredit\u00e0. Dovrebbe essere evidente che quel che si lamenta qui non \u00e8 la mancata riproposizione del passato, n\u00e9 una sua lettura acritica, n\u00e9 un soprassalto di nostalgia. Mali da cui, per altro, non ci si distanzia mai a sufficienza. Quel che ha contribuito ad abbattere le resistenze critiche, a dissolvere le culture dell\u2019autonomia dal sistema capitalistico, \u00e8 la mancata estrapolazione delle verit\u00e0 interne alle tradizioni e la mancata capacit\u00e0 di farle rivivere nelle nuove forme necessarie, al di l\u00e0 degli spartiacque che la storia ci consegna. Se non si vuole fare riferimento, ma sarebbe bene farlo, alla nozione benjaminiana di rammemorazione, basti, per il rapporto cruciale tra presente e passato, un passo famoso del comitato clandestino rivoluzionario indigeno dell\u2019EZLN. Per indicare come gli uomini (sconfitti) di ieri guardano agli eredi si pu\u00f2 proprio ricordare un commento di Walter Benjamin: \u201cdai posteri non pretendiamo ringraziamenti per le nostre vittorie, ma la rammemorazione delle nostre sconfitte. Questa \u00e8 consolazione: consolazione che si d\u00e0 solo per quelli che non hanno pi\u00f9 speranza di consolazione\u201d . Il lascito \u00e8: usate la nostra sconfitta per cambiare il mondo. Ed ecco il passo dell\u2019EZLN: \u201cnelle parole dei pi\u00f9 anziani tra noi si trova anche la speranza per la nostra storia. E nelle loro parole appare l\u2019immagine di un uomo come noi: Emiliano Zapata. E abbiamo visto il luogo dove dovevano dirigersi i nostri passi per divenire veri e la nostra storia fatta di lotte ha ripreso a scorrere nelle nostre vene, e le nostre mani si sono riempite delle grida dei nostri, e la dignit\u00e0 \u00e8 ritornata nelle nostre bocche e abbiamo visto un mondo nuovo\u201d . \u201cLe nostre mani si sono riempite delle grida dei nostri\u201d. Invece, nella transizione, tutte le eredit\u00e0 sono state mancate, a partire da quelle del movimento operaio.<br \/>\nCol Novecento anche l\u2019Ottocento \u00e8 stato abbandonato, deprivato di una lettura critica forte. Nella contesa con la modernizzazione ci sono venuti a mancare di quella storia due tratti necessari alla ripresa del cammino della liberazione. La prima \u00e8 la pregnanza della dimensione mondiale, mai come nel nostro tempo \u201cla mia patria \u00e8 il mondo intero\u201d, mondo intero che quando non \u00e8 ag\u00ecto in disegno politico di cambiamento ci viene addosso nelle conseguenze dei rapporti sociali che si vengono configurando nella ristrutturazione capitalistica, ma con l\u2019apparenza dell\u2019oggettivit\u00e0 dei processi. Si pensi soltanto, da un lato, alla competitivit\u00e0 delle merci guidata dalla sfida concentrata sul basso costo del lavoro e sulla alta flessibilit\u00e0, e ai processi di migrazione dai paesi poveri del mondo. L\u2019anticapitalismo e la lotta di classe, verit\u00e0 interne fino alla liberazione nella storia dell\u2019umanit\u00e0, piuttosto che essere portate fuori dalla sconfitta e dalle tragedie che ne hanno segnato il corso, che pure non si \u00e8 esaurito in esse, sono state per lo pi\u00f9 misconosciute e, quando non lo sono state, non sono diventate parte di un lavoro di ricostruzione, con altre istanze critiche che si sono affacciate, prima tra tutte la differenza di genere, di una cultura e di un\u2019alternativa capace di far vivere un punto di vista di massa. L\u2019Italia \u00e8 il paese che ha avuto il pi\u00f9 grande partito comunista dell\u2019occidente e il pi\u00f9 importante sindacato confederale di classe d\u2019Europa; l\u2019Italia \u00e8 il paese che ha costituito per densit\u00e0 della societ\u00e0 civile, livello e ampiezza del conflitto sociale, conquista di elementi di una diversa societ\u00e0, allargamento e arricchimento della democrazia, che ha dato vita ad un caso, il caso italiano, appunto. Quasi non c\u2019\u00e8 pi\u00f9 traccia nella politica organizzata di tutto ci\u00f2 e persino la memoria si \u00e8 pressoch\u00e9 dissolta. L\u2019eredit\u00e0 mancante non riguarda tanto la strategia, la linea politica delle grandi organizzazioni del movimento operaio quanto il legame sociale che con esse si era venuto costituendo nel paese, il realizzare con esse di forme di socializzazione, di comunit\u00e0, il fare societ\u00e0. Quale che sia il livello di condivisione o di critica che l\u2019esperienza del PCI nelle diverse fasi della storia del dopoguerra pu\u00f2 incontrare oggi in noi, due considerazioni possono essere fatte, nell\u2019economia della nostra ricerca sulle cause della sconfitta. La prima \u00e8 che l\u2019esito compromissorio di quella politica quando c\u2019\u00e8 stato, e c\u2019\u00e8 stato, non derivava da quei legami di societ\u00e0, da quell\u2019insediamento sociale, da quella comunit\u00e0 di donne e uomini che hanno costituito un paese nel paese, per usare ancora le parole di Pier Paolo Pasolini, un mondo che avrebbe potuto anche contemplare, invece che quegli esiti, altri di assai pi\u00f9 radicale cambiamento. La seconda considerazione \u00e8 che l\u2019antagonismo, la critica alla societ\u00e0 capitalistica non vive a lungo senza forme organizzate della politica che facciano parte della vita quotidiana, materiale e culturale, di tanta parte della popolazione. E senza un\u2019autonoma organizzazione sociale dei soggetti critici, e senza una possibilit\u00e0, per questa via, di alimentare nuova coscienza di classe non vive a lungo neppure una democrazia che corrisponda alla sua promessa di fondo. La mancata eredit\u00e0 delle organizzazioni che hanno prodotto legame sociale conduce ad una riflessione sull\u2019altro grande protagonista di quella storia, il sindacato. Credo sia giunto il momento di una discussione a fondo, non di maniera, sul peso delle scelte del sindacato nella crisi della sinistra. E\u2019 una discussione difficile che non accetta semplificazioni, accuse di chiss\u00e0 quali tradimenti. L\u2019autonomia delle organizzazioni sociali da quelle politiche \u00e8 tema troppo impegnativo per essere trascurato, le sue politiche rivendicative, le relazioni sindacali vanno trattate con molta attenzione e conoscendole approfonditamente, ma ora si pone una questione di societ\u00e0.<br \/>\nLa domanda \u00e8: la storia del sindacato confederale di classe, la storia del sindacato di Di Vittorio dell\u2019autonomia dai padroni (attenti ai nomi), dal governo e dai partiti fino alla rivoluzione del sindacato dei consigli, cio\u00e8 la storia del sindacato la cui autonomia \u00e8 in primo luogo l\u2019autonomia dall\u2019impresa capitalistica, ha un seguito oggi, ha avuto una rielaborazione su quella stessa via?<br \/>\nOppure siamo di fronte ad un\u2019altra delle eredit\u00e0 mancate che ha a che fare direttamente con la questione della coscienza di classe e dunque dell\u2019autonomia del sistema? E\u2019 indifferente per il sindacato se un suo militante (tanti) vota per un partito come la Lega? Penso che l\u2019istituzionalizzazione del sindacato sia il processo concreto che \u00e8 in corso di sviluppo nelle relazioni sindacali nel nostro paese, un processo per molti aspetti inverso a quello che Daniel Guerin ricordava essere vissuto nel passaggio dall\u2019AFL al CIO, il passaggio da freddi uffici di tutela dei lavoratori alla casa dove \u201cle conoscenze venivano trasformate in passioni\u201d e donne e uomini prima condannati alla passivit\u00e0 e all\u2019accettazione dell\u2019esistente si affacciano alla partecipazione della propria riscossa. Di questo passaggio, dall\u2019autonomia del conflitto all\u2019istituzionalizzazione del sindacato, \u00e8 indicativa la questione elementare e fondamentale del salario. Il tema principale che esso pone, reso pi\u00f9 acuto dalla competitivit\u00e0 della globalizzazione, \u00e8 quello del rapporto tra salario e profitto, cos\u00ec come tra lavoratore e impresa. Ebbene proprio questo si \u00e8 perso nel porto delle nebbie della concertazione e delle nuove relazioni sindacali, sostituito da quella tra salario e prelievo fiscale (non c\u2019\u00e8 pi\u00f9 il conflitto con l\u2019impresa, resta solo quello con lo Stato). Cancellato il tema decisivo del conflitto collettivo con il padronato, il lavoratore si trova ridotto, anche sul tema distributivo, a puro cittadino, dove la relazione del salario \u00e8 tutta racchiusa nel rapporto col fisco, e il suo rapporto con l\u2019impresa diventa possibile preda, anche per le retribuzioni, dell\u2019individualizzazione dei rapporti. L\u2019asimmetria di potere tra impresa capitalistica e il lavoratore diventa permanente, un destino.<br \/>\nCerti rovesciamenti del punto di vista sull\u2019\u201daltro\u201d e sul mondo non sono soltanto imputabili alla forza della rivoluzione restauratrice guidata dal capitale, alla sua potenza di scompaginamento, alla destrutturazione e alla formazione di nuovi alfabeti e nuove grammatiche. Sono mancate, anche potevano essere ricavate da esperienze della nostra storia, le leve su cui far forza. Sul \u201968-\u201969 corre in Francia un gran dibattito, in Italia no. Eppure in Italia il biennio rosso dura un intero decennio e in esso prende corpo una delle pi\u00f9 rilevanti storie politiche dell\u2019occidente nel nostro tempo, il sindacato dei consigli: l\u2019esperienza di una democrazia partecipata in cui si sperimenta un rapporto tra lotta e ricerca, tra esperienza e scienza che d\u00e0 luogo ad una cultura critica di massa. Anche in questo caso, intendiamoci, nessuna propensione ad un atteggiamento acritico, a non leggere errori dalle conseguenze negative ancor oggi presenti, ma non c\u2019\u00e8 nella mancata formazione di una sedimentazione culturale, appunto nella mancata elaborazione di un\u2019eredit\u00e0 come quella della critica alla presunta neutralit\u00e0 della scienza e della tecnica e di un\u2019eredit\u00e0 come quella della partecipazione conflittuale l\u2019incapacit\u00e0 di far vivere, oltre quella storia finita e sconfitta, la sua verit\u00e0 interna, che avrebbe potuto fruttificare invece che consegnarci all\u2019ineluttabilit\u00e0 della forbice tra innovazione e crisi di civilt\u00e0?<br \/>\nEcco perch\u00e9 ora, almeno, dopo la grande sconfitta tocca raccogliere l\u2019invito di Claudio Napoleoni, cercate ancora. Per cercare la strada della ricostruzione della sinistra in Europa, che \u00e8 la dimensione minima necessaria perch\u00e9 il tentativo si confronti con una contesa che \u00e8 mondiale, dobbiamo ragionare a fondo sulla nostra sconfitta, sulle cause prossime e pi\u00f9 lontane, di questa rotta. Un anno fa parlando delle elezioni presidenziali francesi, dicemmo: attenti, \u201cde te fabula narratur\u201d. L\u2019Italia \u00e8 un caso limite, non un\u2019eccezione. Per ricominciare, per indagare con efficacia il che fare, non va mollata la presa su questa ricerca e bisogna costringerci a farla insieme a tanti altri. Quello, il che fare, resta il rovello principale, la necessit\u00e0 prima della politica. Ma questa volta non c\u2019\u00e8 la possibilit\u00e0 di uno scatto attivistico. Certo sar\u00e0 decisiva la reimmersione della sinistra nella vita quotidiana della sua gente e degli \u201caltri\u201d. Se si pu\u00f2 ironizzare su difficili fatiche che ci aspettano sar\u00e0 necessario anche \u201cservire il popolo\u201d, e ancor pi\u00f9 sar\u00e0 necessario costituire legame sociale, pratica sociale, luoghi e tempi condivisi. Cos\u00ec come, alla stessa stregua, e proponendo, con queste esperienze, una connessione non solo sentimentale (ma anche), sar\u00e0 decisiva la ricerca di una cultura critica del capitalismo totalizzante, capace di crescere con l\u2019antagonismo, per le sue strade. Non si intraprende per\u00f2 n\u00e9 l\u2019una n\u00e9 l\u2019altra impresa senza indagare insieme e, insieme, facendo dolorosamente i conti con la causa della nostra sconfitta.<br \/>\nQuesto \u00e8 oggi il primo banco di prova.<br \/>\nSe \u00e8 vero che la Gerusalemme pu\u00f2 anche essere non solo rimandata, c\u2019\u00e8 in primo luogo da fare un esercizio di verit\u00e0: siamo ad uno dei punti pi\u00f9 difficili della nostra storia.<br \/>\nCome diceva Gramsci, c\u2019\u00e8 bisogno di tutta la vostra intelligenza.<\/p>\n<p>http:\/\/www.radioradicale.it\/scheda\/255903\/le-ragioni-di-una-sconfitta<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>5107-fausto-bertinotti-le-ragioni-di-una-sconfitta<\/p>\n<p>5851<\/p>\n<p>EmiNews 2008<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<div class=\"mh-excerpt\"><p>20080614 13:10:00 redazione-IT Le ragioni di una sconfitta &#8211; La relazione integrale dell&#8217;ex Presidente della Camera Fausto Bertinotti al convegno tenutosi la scorsa settimana a <a class=\"mh-excerpt-more\" href=\"https:\/\/emigrazione-notizie.org\/?p=23670\" title=\"5107 FAUSTO BERTINOTTI: &#034;Le ragioni di una sconfitta&#034;\">[&#8230;]<\/a><\/p>\n<\/div>","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[108],"tags":[],"class_list":["post-23670","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-eminews-2008"],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v28.4 - https:\/\/yoast.com\/product\/yoast-seo-wordpress\/ -->\r\n<title>5107 FAUSTO BERTINOTTI: &#034;Le ragioni di una sconfitta&#034; 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