{"id":23323,"date":"2008-06-07T00:00:00","date_gmt":"2008-06-07T00:00:00","guid":{"rendered":"http:\/\/emigrazione-notizie.org\/?p=23323"},"modified":"2008-06-07T00:00:00","modified_gmt":"2008-06-07T00:00:00","slug":"5443-questa-recessione-e-epocale","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/emigrazione-notizie.org\/?p=23323","title":{"rendered":"5443 Questa recessione \u00e8 epocale"},"content":{"rendered":"<p>20080823 16:51:00 redazione-IT<\/p>\n<p>Dallas, Texas &#8211; Tutto il mondo occidentale industrializzato sta di questi tempi attraversando uno dei momenti pi\u00f9 difficili della sua storia economica. La crisi dei &quot;subprime mortgages&quot; esplosa circa un anno fa negli USA si \u00e8 rapidamente propagata alle economie di tutto il mondo, ma si \u00e8 ben presto capito che, nonostante il fenomeno dei mutui subprime apparisse molto serio, esso \u00e8 stato solo il fattore scatenante di una crisi gi\u00e0 da tempo latente: quella del mercato immobiliare USA. Nelle economie a libero mercato le crisi (o le recessioni) sono generalmente un fattore ciclico, originate appunto dall&#8217;andamento ciclico delle economie, per\u00f2 non tutte le crisi sono uguali, ci sono anche quelle originate da fattori straordinari. Ma le crisi pi\u00f9 serie, quelle che sfociano in recessione, non sono mai determinate dai soli fattori straordinari.<\/p>\n<p>Nemmeno il gravissimo fatto terroristico dell&#8217;11 settembre 2001 ha potuto, da solo, scatenare una recessione. Infatti, nonostante i gravissimi danni inferti alla popolazione e alla economia degli Stati Uniti, quella crisi dur\u00f2 solo poche settimane e la recessione di quegli anni (tra il 2000 e il 2001) fu originata dalla crisi del comparto tecnologico, non dall&#8217;attacco al World Trade Center. Sono sempre le situazioni latenti a provocare i guai maggiori, quando esplodono, e naturalmente pi\u00f9 tempo ci impiega il settore interessato a entrare nella fase correttiva e pi\u00f9 profonda sar\u00e0 la durata e la portata della correzione. E quando la crisi colpisce gravemente settori vitali dell&#8217;economia di un paese, \u00e8 quasi certo che la crisi diventer\u00e0 vera e propria recessione, soprattutto se la crisi parte nei paesi cardine dell&#8217;economia globale e non \u00e8 affrontata subito con misure adeguate. Ma pu\u00f2 anche succedere che pi\u00f9 crisi colpiscano contemporaneamente le principali economie del globo, allora la situazione si fa pi\u00f9 difficile, pi\u00f9 profonda, scavalca i confini nazionali, contagia tutte le economie mondiali, produce una recessione che pu\u00f2 diventare vera e propria depressione economica. Nella recessione attuale \u00e8 gi\u00e0 possibile notare tutti i sintomi di questo fenomeno, ovvero l&#8217;accavallarsi di pi\u00f9 crisi che si sovrappongono a quella originaria (i mutui americani) e d\u00e0 origine ad una fase depressiva delle economie molto estesa e molto problematica. Vediamo un po pi\u00f9 in dettaglio cosa sta accadendo e come \u00e8 potuto avvenire.<\/p>\n<p>La crisi dei mutui<\/p>\n<p>Quello che \u00e8 successo nel comparto dei mutui USA ha veramente dell&#8217;incredibile per la leggerezza con la quale sono stati assegnati ed erogati i mutui, dati in pratica a chiunque fosse disposto a firmare, concessi in un&#8217;orgia di accondiscendenza generale alla quale hanno follemente partecipato tutte le parti in causa: mediatori, banche, finanziarie, mutuatari, amministratori pubblici, politici. E proprio quando questa orgia era al suo apogeo \u00e8 partita la crisi del comparto immobiliare a rendere tutto pi\u00f9 difficile. Eppure nemmeno questi due fattori concomitanti (crisi del mercato immobiliare e crisi dei mutui) riescono a spiegare, da soli, la gravit\u00e0 della attuale crisi, che \u00e8 globale. Certo, le banche e le finanziarie USA hanno distribuito mutui come fossero caramelle, lucrando per anni sulle sostanziose commissioni e sugli interessi che i mutui fruttavano, ma quando, a partire dall&#8217;agosto 2007, \u00e8 apparso evidente che, anche per effetto del costante aumento dei tassi attuato dalla Federal Reserve (mirante al contenimento dell&#8217;inflazione), sempre pi\u00f9 gente non riusciva a pagare i mutui sottoscritti (oggi sono almeno due milioni i mutui a rischio di insolvenza o gi\u00e0 terminati anticipatamente), le banche hanno cominciato a capire che grosse perdite si profilavano all&#8217;orizzonte. Perch\u00e8 un conto \u00e8 azionare la procedura del &quot;foreclosure&quot; (lo sfratto forzoso) per poche centinaia o migliaia di case, altro conto \u00e8 se questo deve essere fatto per centinaia di migliaia, o milioni di case, oltretutto in un mercato immobiliare entrato in crisi. Per fare un rapido calcolo mettiamo che la banca abbia finanziato al 100% una casa del valore di centomila dollari (ma in molti casi hanno finanziato persino di pi\u00f9, andando a coprire anche le spese accessorie al mutuo e all&#8217;intermediario) e che il mercato, al momento del recupero forzoso, sia gi\u00e0 sceso del 10%. Considerando che una vendita in &quot;foreclosure&quot; non viene mai fatta al valore di mercato, ma necessariamente a prezzi di realizzo inferiori almeno del 10 &#8211; 20%, ci\u00f2 significa che su quella casa, recuperata infliggendo una terribile umiliazione al suo temporaneo possessore (buttato fuori casa in poche settimane senza tanti complimenti) la banca potr\u00e0 recuperare al massimo 70 o 80 mila dollari, perdendo su ogni singola operazione almeno 20 o 30 mila dollari (ma anche di pi\u00f9 se ha finanziato pi\u00f9 del 100%). Ma dovremmo considerare anche che, nelle zone dove pi\u00f9 ha colpito la crisi del mercato immobiliare, la riduzione \u00e8 stata anche molto al di sopra del 10%, in certi casi la svalutazione si \u00e8 spinta fin oltre il 30%. Dopodich\u00e8 moltiplicando la perdita di 20.000 dollari (in una media ottimistica) per due milioni di case, ne risulta una perdita previsionale complessiva di 40 miliardi di dollari che crea ovviamente qualche grattacapo ai banchieri, soprattutto quelli delle banche pi\u00f9 esposte in questo settore. (Infatti le pi\u00f9 esposte sono gi\u00e0 &quot;saltate&quot;, vendute a banche pi\u00f9 grosse, o fallite). Ma questa \u00e8 solo una faccia della medaglia, l&#8217;altra \u00e8 anche peggio. Infatti, le banche non perdono solo sugli &quot;impieghi&quot; del denaro prestato, esse possono perdere anche (e talvolta di pi\u00f9) sulla raccolta del denaro che usano per finanziare i mutui. E qui si spiega anche come mai una crisi del mercato immobiliare USA, quindi nazionale, sia arrivata a contagiare i mercati finanziari di tutto il mondo. I soldi necessari a finanziare la concessione dei mutui vengono raccolti dalle banche mediante la vendita sul mercato di titoli specifici (obbligazioni e derivati simili). Gli acquirenti di questi titoli sono i risparmiatori (privati o Fondi di investimento) attratti dal buon rendimento e dal fatto che il titolo \u00e8 considerato sicuro, essendo direttamente collegato ad un bene reale (la casa) messo a garanzia del titolo stesso. In questo modo un bene come la casa, ovvero un bene immobile che per sua natura non \u00e8 facilmente liquidabile, lo diventa attraverso i mutui e mediante questi titoli che procurano la liquidit\u00e0 per finanziarli. \u00c8 la cosiddetta &quot;cartolarizzazione&quot; dei beni. Le cose sono andate a gonfie vele fino all&#8217;inverno 2006-2007, poi il meccanismo dei facili guadagni si \u00e8 inceppato, perch\u00e8 il costante aumento dei tassi (che dall&#8217;1% della primavera 2004 sono arrivati gradualmente al 5.25% della primavera 2007) insieme alla pratica molto diffusa di applicare sui mutui dei tassi d&#8217;ingresso, validi cio\u00e8 solo per i primi 6-18 mesi, hanno provocato il default (il mancato pagamento) da parte di un numero sempre pi\u00f9 alto di mutuatari, entrati in brevissimo tempo nelle procedure di &quot;foreclosure&quot; delle banche. Questo naturalmente non \u00e8 passato inosservato ai gestori dei fondi, gi\u00e0 sul chi vive a causa delle inflazionate quotazioni del mercato immobiliare, e quando questi investitori hanno capito che quei titoli non potevano pi\u00f9 coprire l&#8217;importo nominale dell&#8217;obbligazione (circa agosto 2007) \u00e8 cominciato il sell-off, la svendita in massa dei titoli stessi (leagati ai subprime), che nessuno da allora vuole pi\u00f9 se non a prezzi stracciati, e che le banche quindi in massima parte si sono di nuovo ritrovate in portafoglio, ma a valore effettivo ben al di sotto del valore nominale. Siccome le banche sono obbligate a fare periodicamente (trimestralmente le banche quotate in borsa, almeno una volta l&#8217;anno in occasione dei bilanci, le altre) la valorizzazione in termini attuali dei titoli in portafoglio e la valutazione in termini prudenziali dei crediti esigibili (i mutui di cui si \u00e8 detto, che hanno dovuto essere devalorizzati anche del 30-40%), diventa facilmente intuibile come ci\u00f2 che \u00e8 successo a partire dall&#8217;estate 2007 abbia aperto voragini nei bilanci delle banche, alcune delle quali, per effetto della sottocapitalizzazione o a causa della crisi di liquidit\u00e0 agli sportelli, sono arrivate al fallimento. Tutto questo tuttavia non spiega ancora la gravit\u00e0 della crisi che ormai ha contagiato anche settori poco affini a quello immobiliare e paesi con economie poco dipendenti da quella americana.<\/p>\n<p>La crisi del settore energetico<\/p>\n<p>Alla crisi dei mutui americani, infatti, che potremmo senz&#8217;altro considerare, sia pure nella sua gravit\u00e0 e ampiezza, un fenomeno ciclico, si \u00e8 sommata la crisi del settore energetico, iniziata nella sua fase di maggiore virulenza quasi contemporaneamente a quella dei mutui e del comparto immobiliare americano. Ormai \u00e8 noto da molti anni che il comparto energetico, del quale il petrolio \u00e8 al momento il principale fornitore di materia prima, \u00e8 costantemente in crisi. Perch\u00e8 da una parte vi \u00e8 la continua crescita del consumo di petrolio, che viene utilizzato non solo per la produzione di benzina e gasolio ma anche per una infinit\u00e0 di altri utilizzi (come la produzione di materie plastiche, ecc.), e dall&#8217;altra vi \u00e8 la consapevolezza che il petrolio \u00e8 una materia prima tendente ad esaurirsi abbastanza rapidamente (chi dice in venti, chi dice in cinquanta anni). Perci\u00f2, nonostante la massiccia spesa a livello globale in investimenti finalizzati alla ricerca di nuovi giacimenti, la tendenza non pu\u00f2 comunque essere diversa, salvo brevi periodi di calma o di turbolenza, da quella di una crescita costante del prezzo di questo minerale (almeno finch\u00e8 si continuer\u00e0 ad usare questo minerale per il riscaldamento delle case e l&#8217;alimentazione dei motori). L&#8217;impatto di questa crisi su tutte le economie, sia dei paesi industrializzati che di quelli emergenti, \u00e8 stato addirittura pi\u00f9 grave ed evidente che quello dei mutui, dato che il prezzo del petrolio \u00e8 addirittura triplicato in poco pi\u00f9 di due anni, e ci\u00f2 ha naturalmente provocato un autentico terremoto finanziario perch\u00e8 ha generato automaticamente il forte incremento di tutti i costi delle merci e dei servizi. Un impatto che per il suo effetto di riflesso su tutto il mercato al consumo \u00e8 stato addirittura destabilizzante degli equilibri interni di tutte le economie dei paesi industrializzati. Naturalmente le economie a soffrirne di pi\u00f9 sono state quelle dei paesi maggiormente dipendenti dall&#8217;estero per il proprio fabbisogno energetico. E tra queste c&#8217;\u00e8 sorprendentemente anche l&#8217;economia americana, malgovernata (per gli incredibili ritardi nel prendere provvedimenti utili) e contemporaneamente colpita dalla crisi dei mutui, dai crolli nelle borse, e da un dollaro che ha perso in sei anni tutto il suo fascino e quasi tutto il suo potere. Ma c&#8217;\u00e8 anche l&#8217;economia italiana, che non avendo petrolio nel proprio sottosuolo soffre tradizionalmente la sua dipendenza dall&#8217;estero per il fabbisogno energetico. In questa fase di duplice crisi l&#8217;economia italiana ha sub\u00ecto di meno (degli USA) la crisi dei mutui, avendo un mercato immobiliare e dei mutui pi\u00f9 in ordine, ma ha sofferto di riflesso maggiormente la crisi delle borse e la presenza costante di un deficit statale da capogiro che impedisce cronicamente l&#8217;avvio di efficaci politiche di sviluppo. L&#8217;aumento generalizzato dei prezzi causato dalla crisi energetica genera ovunque contemporaneamente due fattori molto negativi per l&#8217;economia: l&#8217;inflazione e la sfiducia dei consumatori (dando luogo alla tanto temuta &quot;stagflazione&quot;). Naturalmente i consumatori maggiormente colpiti sono quelli a reddito fisso, che non possono scaricare su altri soggetti gli aumenti dei costi. Tuttavia anche le altre fasce del reddito soffrono di riflesso, poich\u00e8 la contrazione dei consumi si traduce generalmente in minor lavoro, e quindi minor guadagno anche per loro.<\/p>\n<p>La globalizzazione<\/p>\n<p>E infine c&#8217;\u00e8 il fattore &quot;globalizzazione&quot;, che \u00e8 un fenomeno troppo ampio per poter essere trattato nelle poche righe di un articolo, tuttavia, giusto per dare un&#8217; idea, diciamo che di questo fenomeno gli elementi che creano maggior disturbo sulle economie dei paesi industrializzati sono l&#8217;offerta di lavoro (anche intellettuale) a basso costo effettuata dai paesi emergenti e il crescente fabbisogno di energia di questi ultimi al fine di sostenere lo sviluppo della produzione. L&#8217;aumento della domanda collegato a questo fabbisogno sta gi\u00e0 dando notevole disturbo sul mercato del petrolio, poich\u00e8 ne fa aumentare il prezzo e, in un momento di crisi acuta come questa, e con mercati lasciati liberi di speculare a piacimento su questo bene primario, la tensione \u00e8 diventata estrema, dando qualche segnale di moderazione solo in seguito al calo dei consumi. (L&#8217;aumento della domanda non basta per\u00f2 da solo a giustificare la triplicazione del prezzo del petrolio in due-tre anni. \u00c8 chiaro che il ruolo di principale attore in questa crisi \u00e8 dato dalla enorme speculazione operante nelle borse, che ha fatto pi\u00f9 ricco qualcuno e pi\u00f9 poveri tutti gli altri). L&#8217;altro fattore della globalizzazione incidente sulle economie occidentali, ovvero l&#8217;offerta di lavoro a basso costo, ha trovato invece in questi anni entusiastica accoglienza tra i produttori di merci dei paesi ricchi, dato che il grande differenziale di costo poteva coprire agevolmente anche il costo del trasporto delle merci. Ma i guadagni conseguiti dalle imprese hanno portato beneficio in patria solo agli imprenditori e agli investitori (grazie agli utili conseguiti), determinando per contro contemporaneamente una lenta ma sensibile riduzione della spesa sul mercato al consumo interno. Infatti il lavoratore salariato dell&#8217;impresa, che prima lavorava in patria e spendeva in patria, ora lavora all&#8217;estero e spende all&#8217;estero, e porta beneficio a quei mercati invece che a quello di casa dell&#8217;impresa. Alcuni economisti obbiettano che il fenomeno del&#8217;outsourcing non ha generato disoccupazione (vero solo fino a qualche mese fa), quindi non ha influito sul mercato al consumo. Ma ad una analisi pi\u00f9 attenta si pu\u00f2 agevolmente replicare che sostituire due monete d&#8217;oro con due d&#8217;argento d\u00e0 come risultato sempre due monete, ma il valore intrinseco \u00e8 molto diverso. Cos\u00ec se si sostituisce il lavoratore di casa con uno all&#8217;estero, l&#8217;azienda risparmia e per un p\u00f2 diventa pi\u00f9 competitiva (finch\u00e8 l&#8217;azienda concorrente non passa anch&#8217;essa all&#8217;outsourcing), ma il lavoratore di casa licenziato si dovr\u00e0 trovare un altro lavoro. Quando questo accade in periodo di crisi \u00e8 probabile che non lo trovi, e quindi fa aumentare l&#8217;indice della disoccupazione, (fenomeno che si sta verificando a ripetizione negli ultimi mesi negli USA) ma anche se lo trova e non fa aumentare quell&#8217;indice, probabilmente trover\u00e0 un lavoro meno pagato, perci\u00f2 quel lavoratore avr\u00e0 meno denaro da spendere nel mercato al consumo interno. Sorge quindi concretamente il dubbio che il mercato al consumo interno sia stato irresponsabilmente immolato sull&#8217;altare dalla politica suicida dell&#8217;outsourcing selvaggio. Il problema del consumo interno \u00e8 primario nelle libere economie, e infatti il Governo e il Congresso degli Stati Uniti stanno cercando di rivitalizzare un poco i consumi interni regalando proprio in questi mesi denaro a pioggia a quasi tutti i contribuenti. L&#8217;importo messo a disposizione \u00e8 cospicuo: pi\u00f9 di 100 miliardi di dollari complessivamente. E il regalo \u00e8 sostanzioso: suddiviso in checks da 300 a 1.200 dollari (a seconda del nucleo famigliare), gi\u00e0 erogati quasi interamente. Malauguratamente dai primi segnali non sembra per\u00f2 che la manovra abbia ottenuto il risultato sperato. Il mercato al consumo \u00e8 sempre fiacco. Il cavallo beve, ma l&#8217;acqua non basta, e gi\u00e0 i politici parlano di fare un&#8217;altra manovra analoga forse gi\u00e0 entro l&#8217;anno. Inutile dire che provvedimenti di questo tipo sono molto graditi alla popolazione, ma sulla reale efficacia \u00e8 lecito dubitare. Inoltre non \u00e8 nemmeno da ignorare il fatto che questa spesa v\u00e0 direttamente ad appesantire il gi\u00e0 pesante fardello del deficit statale USA, che questa primavera era gi\u00e0 allo sconfortante livello di 9.200 miliardi di dollari, e che nel 2008 si aggrava di altri 389\/mld., pi\u00f9 altri 482\/mld. di incremento calcolati nel budget 2009. Il deficit di bilancio degli USA cresce quindi mediamente al ritmo di circa un miliardo di dollari al giorno, che tradotto in debito pro-capite lascia agli sconsolati cittadini americani, bambini compresi, la indesiderata cambiale di circa 30.000 dollari a testa. Il fenomeno della globalizzazione \u00e8 nel suo insieme molto pi\u00f9 serio di quello che sembra abbiano recepito i politici e\/o gli economisti al loro servizio. I paesi industrializzati hanno dato ai paesi emergenti, negli ultimi 10-20 anni, il know-how necessario ad avviare i cicli produttivi. Ora loro fanno tranquillamente anche da soli. E inoltre hanno un costo del lavoro con costi irrisori rispetto a quelli dei paesi ricchi, e senza tutte quelle regole che noi dei paesi industrializzati abbiamo impiegato un secolo a darci. Ci\u00f2 rappresenta per il nostro mercato del lavoro (soprattutto quello europeo, pi\u00f9 regolamentato di quello USA) una concorrenza mortale. I capitalisti, nella loro caratteristica avidit\u00e0, hanno pensato che questo problema non li riguardasse, e hanno tirato dritto alla difesa esclusiva dei loro interessi. Finch\u00e8 il giocattolo si \u00e8 rotto e la recessione ha alzato la cresta. Sembrerebbe proprio che quello che non \u00e8 riuscito alla vecchia Russia dei Soviet stia riuscendo inconsapevolmente ai paesi delle economie emergenti. Si ricorder\u00e0 la famosa minaccia dei comunisti Sovietici: &quot;Impiccheremo i capitalisti con le loro stesse corde!&quot;. Ebbene, i Sovietici non ci sono riusciti, ma ora \u00e8 nato chi lo pu\u00f2 fare davvero, anche senza dirlo, e anche senza volerlo.<\/p>\n<p>Conclusione<\/p>\n<p>Il sovrapporsi contemporaneo di queste tre crisi ha gi\u00e0 dato l&#8217;avvio ad una recessione che si \u00e8 gi\u00e0 intuito essere assai problematica e di carattere veramente straordinario. Questa recessione non \u00e8 ciclica, \u00e8 epocale, e non sar\u00e0 breve. Soprattutto se i paesi industrializzati continueranno ad andare ciascuno per la sua strada, seguendo la banale logica del libero mercato, e senza preoccuparsi di trovare soluzione ai problemi globali, sar\u00e0 difficilissimo, o impossibile risolvere l&#8217;intricato insieme di tutti questi problemi, e alla fine ne uscir\u00e0 un mondo che potrebbe essere anche profondamente diverso da quello attuale. Ma per l&#8217;Italia il rischio \u00e8 ancora pi\u00f9 alto perch\u00e8 abbiamo una economia perennemente sofferente a causa dell&#8217;enorme debito pubblico e una politica che invece di farsi carico del problema cerca di sfuggirlo privilegiando logiche populiste e con assurde e antistoriche spinte autonomiste sia al nord che al sud. Non \u00e8 proprio il caso di prenderla alla leggera. Storicamente \u00e8 gia successo molte volte: paesi che dominavano il mondo hanno perso il treno, e ora sono poco pi\u00f9 che delle entit\u00e0 geografiche.<\/p>\n<p>Roberto Marchesi(*) | News ITALIA PRESS<\/p>\n<p>(*)\u00e8 autore, sotto lo pseudonimo di Marc Robertson, del libro &quot;Scoprire un&#8217;altra America&quot;. Ediz. Bastogi<\/p>\n<p>http:\/\/www.newsitaliapress.it\/pages\/dettaglio.php?id_lnk=3_144266<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>5443-questa-recessione-e-epocale<\/p>\n<p>6184<\/p>\n<p>EmiNews 2008<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<div class=\"mh-excerpt\"><p>20080823 16:51:00 redazione-IT Dallas, Texas &#8211; Tutto il mondo occidentale industrializzato sta di questi tempi attraversando uno dei momenti pi\u00f9 difficili della sua storia economica. <a class=\"mh-excerpt-more\" href=\"https:\/\/emigrazione-notizie.org\/?p=23323\" title=\"5443 Questa recessione \u00e8 epocale\">[&#8230;]<\/a><\/p>\n<\/div>","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[108],"tags":[],"class_list":["post-23323","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-eminews-2008"],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v28.4 - https:\/\/yoast.com\/product\/yoast-seo-wordpress\/ -->\r\n<title>5443 Questa recessione \u00e8 epocale - Emi-News<\/title>\r\n<meta name=\"robots\" content=\"index, follow, max-snippet:-1, max-image-preview:large, max-video-preview:-1\" \/>\r\n<link rel=\"canonical\" href=\"https:\/\/emigrazione-notizie.org\/?p=23323\" \/>\r\n<meta property=\"og:locale\" content=\"it_IT\" \/>\r\n<meta property=\"og:type\" content=\"article\" \/>\r\n<meta property=\"og:title\" content=\"5443 Questa recessione \u00e8 epocale - Emi-News\" \/>\r\n<meta property=\"og:description\" content=\"20080823 16:51:00 redazione-IT Dallas, Texas &#8211; Tutto il mondo occidentale industrializzato sta di questi tempi attraversando uno dei momenti pi\u00f9 difficili della sua storia economica. 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