{"id":22049,"date":"2007-06-07T00:00:00","date_gmt":"2007-06-07T00:00:00","guid":{"rendered":"http:\/\/emigrazione-notizie.org\/?p=22049"},"modified":"2007-06-07T00:00:00","modified_gmt":"2007-06-07T00:00:00","slug":"2991-uruguay-in-omaggio-a-enrique-rodriguez-larreta","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/emigrazione-notizie.org\/?p=22049","title":{"rendered":"2991 URUGUAY: In omaggio a Enrique Rodriguez Larreta"},"content":{"rendered":"<p>20070316 23:12:00 webmaster<\/p>\n<p>di Antonella Dolci (da Stoccolma, per Emigrazione Notizie)<\/p>\n<p>E&#8217; morto ieri (14 marzo 2007) a Montevideo, dove era andato in visita dalla Svezia dove viveva con la moglie Zulma Martinez, Enrique Rodriguez Larreta, un uomo straordinario, di 85 anni.<\/p>\n<p>[b]In omaggio a Enrique Rodriguez Larreta, deceduto a Montevideo il 14 marzo.[\/b]<br \/>\nL\u2019intervista che segue \u00e8 stata fatta sul balcone del loro piccolo appartamento di Pocitos a Montevideo, dove trascorrono ogni anno alcuni mesi dell\u2019inverno svedese. <\/p>\n<p>[b]MADRE E PADRE CORAGGIO E I LORO FIGLI[\/b]- Due destini eccezionali sotto la dittatura uruguayana<br \/>\n[b]I FATTI[\/b]- Nel giugno del 1973 ci fu un golpe militare in Uruguay. Nel settembre del 73, in Cile. Il racconto che segue si riferisce a carceri, maltrattamenti e torture che hanno sia preceduto che seguito la data dei golpes.<\/p>\n<p>MADRE E PADRE CORAGGIO E I LORO FIGLI<br \/>\nDue destini eccezionali sotto la dittatura uruguayana<\/p>\n<p>I FATTI<br \/>\nNel giugno del 1973 ci fu un golpe militare in Uruguay. Nel settembre del 73, in Cile.<br \/>\nIl racconto che segue si riferisce a carceri, maltrattamenti e torture che hanno sia preceduto che seguito la data dei golpes.<\/p>\n<p>I PERSONAGGI<\/p>\n<p>Enrique Rodriguez Larreta \u00e8 nato nel dicembre del 1921. Appartiene ad una delle \u201cgrandi\u201d famiglie dell\u2019Uruguay, che ha dato al paese senatori e ministri. Fu lo zio Eduardo a fondare nel 1923 EL PAIS, il maggiore quotidiano dell\u2019Uruguay.<br \/>\nPrima di diventare la pecora nera della famiglia Enrique ebbe una giovent\u00fa protetta. Appassionato di cavalli, fu giornalista sportivo e poi scrisse cronache di costume su aspetti tipici della vita di Montevideo. Si occupava spesso di trasportare cavalli da corsa, in aereo, in Brasile e in Argentina. Ha militato nel Partito Blanco, il tradizionale oppositore del partito conservatore dei Colorados, alla cui ala sinistra appartenevano molti che poi scelsero la via della lotta armata e divennero Tupamaros, come Jos\u00e9 Mujica. .<br \/>\nNel 1950 si spos\u00f2 con Zulma Martinez ed a poco a poco, tra il \u201950 e il \u201959, nacquero quattro figli.<br \/>\nNegli anni tumultuosi e fecondi che precedettero la dittatura, tutti i figli erano in un modo o nell\u2019altro impegnati in politica, chi al liceo, chi all\u2019universit\u00e0, anche se non tutti, per disciplina di partito e regole di prudenza, potevano dire esattamente a casa quale era il grado del loro impegno e le loro funzioni.<br \/>\nMaturarono ambedue politicamente insieme ai loro figli e li seguirono nell\u2019esilio in Svezia, dove ancora vivono, diventando una roccia nell\u2019ambito della colonia uruguayana in esilio ed un po\u2019 i nonni dei bambini della comunit\u00e0.<br \/>\nNel 1969, quando l\u2019opinione pubblica era commossa dalle crescenti azioni dell\u2019organizzazione clandestina dei Tupamaros (MLN-Tupamaros: Movimiento de Liberaci\u00f2n Nacional Tupamaros, da Tupac Amaru, il capo indiano che resistette agli spagnoli) che voleva \u201dsvelare la vera faccia dell\u2019apparente democrazia uruguayana\u201d , Enrique venne intervistato in TV sulla situazione del paese. L\u2019intervistatore trov\u00f3 forse le sue critiche troppo taglienti e lo apostrof\u00f3: Ma allora, Lei \u00e8 Tupa?<br \/>\n&#8211; Se essere Tupa \u00e8 lottare per la gente, allora s\u00ed, lo sono\u201d. _<br \/>\n&#8211;\tE non si vergogna?<br \/>\n&#8211;\t Chi si deve vergognare \u00e8 Luis Valle, che ha un figlio come Jorge (allora presidente dell\u2019Uruguay).<br \/>\n&#8211;<br \/>\nChiedo: In quegli anni, non avete mai avuto paura?<\/p>\n<p>&#8211;\tEnrique: Certo. Tutti hanno paura. Ma sono sempre stato d\u2019accordo con i miei figli.<br \/>\n&#8211; Zulma: Sospettavo che il mio figlio maggiore, Gimbo, militasse. Entrava sempre correndo. Usciva senza mai dire dove andava.<br \/>\nTutto \u00e8 cominciato nel 1968. Lavoravo allora a 20 km da Montevideo, in una specie di Cassa Mutua per le Pensioni. L\u00ed qualcuno dice che ha ascoltato alla radio che in un nascondiglio vicino alla Stadio Centenario erano stati fatti prigionieri, con molto fracasso, tre famosi dirigenti dei Tupamaros. Ed uno di loro era mio figlio.<\/p>\n<p>Fu mandato in giudizio e liberato dopo una settimana. Il padre lo aspettava al caff\u00e8 di fronte al carcere. A casa vennero tutti gli amici a festeggiare, molti della FER (Federaci\u00f3n Estudiantil Revolucionaria , altri persino del Partido Colorado). Era un po\u2019 considerato il cervellone da tutti.<br \/>\n&#8211;  Se gli abbiamo fatto rimproveri, espresso preoccupazione? No, nessun rimprovero.<br \/>\nGimbo era sempre stato un po\u2019 un ribelle. A quindici anni aveva lasciato il liceo senza dir niente a casa, forse perch\u00e9 c\u2019era un militare che abitava di fronte al liceo  e gli dava sempre fastidio. La nonna paterna intervenne e lo mand\u00f3 a studiare dai gesuiti nell\u2019interno del paese, a Tacuaremb\u00f3. Cos\u00ed da quel ragazzetto stupido che era, grazie all\u2019influenza di questi gesuiti che facevano ampie opere sociali, matur\u00f3, divenne pi\u00f9 sensibile ai problemi sociali. Ed appena tornato a Montevideo ed iscritto all\u2019universit\u00e0, cominci\u00f2 a militare nella FER, il movimento universitario.<br \/>\n&#8211;\tQuando ci fu il golpe in Cile, nel settembre del 73, Gimbo and\u00f2 in Argentina, dove lavorava in un giornale e milit\u00f2 in diverse organizzazioni, come OPR 23 (Resistencia Obrero-Estudiantile e una che aiut\u00f2 a fondare, PUB.<br \/>\nTra il 68 e il 73, quando Gimbo aveva tra i 17 e i 22 anni, venne arrestato e messo in carcere tre volte.<\/p>\n<p>-Zulma: La terza volta che venne detenuto mio figlio Gimbo, era l\u2019inverno del 72. Il nipotino, Carlitos, aveva forse un anno e mezzo. Ci lasciarono il bambino, lui e la moglie, per andare all\u2019Arizona, il cinema del quartiere, a pochi isolati di distanza. Non tornarono pi\u00f9. Com\u2019\u00e8 andata poi l\u2019apprendimmo dal giornale El Pa\u00ecs qualche giorno dopo: quel giornale (quello fondato dal nonno di Enrique) ha sempre avuto un\u2019ottima collaborazione con la polizia.<br \/>\nSembra che ad un certo momento venne accesa la luce in sala ed entr\u00f2 un gruppo di militari. Uno di loro, Amodio Perez, il famigerato traditore, credeva di aver riconosciuto mio figlio quando entrava. &#8211; Quello \u00e8 Rodriguez Larreta. Chiesero a mio figlio i documenti. Li aveva come Rodriguez Martinez (Martinez \u00e8 il mio cognome e Larreta lo aveva eliminato). \u2013 Non \u00e8 lui, disse un militare. Uscirono. Ma Amodio Perez, fuori, insistette: Quello che ho visto entrare era Rodriguez Larreta, \u00e8 uno dei dirigenti massimi dei Tupamaros. Cos\u00ed riaccesero le luci, entrarono di nuovo e se li portarono via.<br \/>\nAvevamo creduto fino allora che i militari non fossero ben informati su Gimbo e sulle cariche che ricopriva nell\u2019organizzazione. Infatti, qualche giorno prima erano venuti a cercarlo e avevano perquisito la casa. Poich\u00e9 Gimbo non era in casa, si portarono via il fratello minore e lo trattennero per 15 giorni. Lo portarono nel nord del paese, a Tacuaremb\u00f3, lo torturarono. Da allora non ha mai ricuperato bene l\u2019udito.<\/p>\n<p>Zulma. Due settimane dopo circa venne uno dalla caserma a suonare alla porta di casa, con un biglietto per chiedere vestiti puliti da portare al Batall\u00f3n Florida. Lasci\u00f3 i vestiti sporchi. La giacca di Gimbo era piena di sangue.<br \/>\nNon mi sono arrabbiata n\u00e9 mi sono messa a piangere. Pensai: Meno male, \u00e8 vivo!<br \/>\nQuella volta Gimbo rimase in carcere un anno, mia nuora un po\u2019 meno, usc\u00ed il giorno del suo compleanno, in ottobre.<br \/>\nGimbo dopo qualche mese fu trasferito in un altro carcere , a Durazno. Fuori c\u2019erano 35 grandi di caldo ma nella cella era sotto zero. Quando lo andai a visitare, aveva la pelle completamente bianca.<\/p>\n<p>Zulma: Ricordo l\u2019episodio nella confiteria come l\u2019inizio della repressione. Ero con mia nuora e Carlitos che era beb\u00e9. Entrarono dei militari e cominciarono a controllare i documenti. Solo io li avevo in regola ma Carlitos ebbe la buona idea di mettersi a piangere rumorosamente. Aspetti che il bambino piange, disse mia nuora. \u2013 Lasci stare, signora, risposero, seccati, e se ne andarono.<\/p>\n<p>Quando venne sequestrato Gimbo, si era gi\u00e0 allontanato dai Tupamaros. Dei militari uruguayani avevano seguito le sue tracce in Argentina e venne sequestrato il 1 luglio del 1976, a Buenos Aires.<br \/>\nEra fermo ad un angolo di strada. Pare che lo segnal\u00f2 un conoscente (che collaborava, a quanto pare, con la polizia.) Viveva con la moglie e il figlioletto di cinque anni.<\/p>\n<p>La prima preoccupazione del padre, che era subito accorso a Buenos Aires quando la nuora lo avvert\u00ec, fu di rimandare rapidamente il bambino in Uruguay. Si sapeva gi\u00e0 che esisteva il sequestro di bambini. Vennero immediatamente i nonni materni, anche loro appartenenti alla \u201cbuona\u201d societ\u00e0 uruguayana. a prenderlo e Enrique e Zulma apprezzano molto il gesto, dato che, politicamente, stavano sulla sponda opposta della figlia e del genero.<br \/>\nPer Enrique e la nuora cominci\u00f2 la ricerca, negli ospedali e nei commissariati, la presentazione di richieste di habeas corpus ai giudici. All\u2019obitorio per\u00f2 Enrique non volle mai andare. Gli venne risposto che non c\u2019era nessuna documentazione sul figlio e che quindi non era stato detenuto.<\/p>\n<p>In quei giorni erano stati uccisi dei frati pallottini. Quando Enrique ottiene finalmente un colloquio con il presidente della Corte Suprema, gli dicono che ci sono gi\u00e0 6000 casi di scomparsi. Enrique sbotta:-  Ma Lei che fa qui? O denuncia, o rinuncia.<br \/>\nOltre due settimane di ricerche inutili : il 13 luglio, vengono sequestrati anche il vecchio Enrique e la nuora, Raquel.<br \/>\nZulma in tutto questo si trovava in Svezia dove era andata a trovare la figlia. Questa, giovanissima e incinta, si era rifugiata insieme al marito, ricercato anche lui dai militari, in Cile dove li aveva sorpresi il golpe. Erano ora riusciti a salvarsi e a rifugiarsi in Svezia, dove aveva dato alla luce la figlia.<br \/>\nLa notizia della scomparsa del marito la apprese dalla radio ad onde corte. Infatti la figlia e il genero, per risparmiarle ulteriori angoscie, non le avevano raccontato della scomparsa di Enrique, e perch\u00e9 non lo venisse a sapere, le avevano detto che la radio era rotta.<br \/>\n&#8211; Mi adirai molto con i miei.  Non mi piacciono tutti questi chui.chui.chui.  e \u201cche non stia in pensiero\u201d, \u201cmeglio che non sappia\u201d ecc. Io quello che volevo erano informazioni e basta.<\/p>\n<p>Enrique e sua nuora stavano in casa a Buenos Aires quando vennero i militari a sequestrarli. Erano dieci, dodici, tra di loro Osvaldo Forese (come fu poi identificato), detto El Paqui (Il Pachiderma). Si sentirono forti colpi alla porta e Enrique si apprestava ad aprire (non c\u2019erano vie di fuga, non poteva far altro) mentre, da vecchio gentiluomo, sussurrava alla nuora terrorizzata- \u201cNon ti preoccupare. Questo si risolve\u201d, quando El Paqui, che dirigeva l\u2019azione, sfond\u00f2 la porta ed entrarono tutti con i mitra puntati.. \u2013 Non c\u2019era bisogno, stavo per aprire, disse Enrique. Gli misero i cappucci, vestiti com\u2019erano, da casa, con le pantofole,  e li portarono gi\u00f9 in una camionetta tra grida e insulti. Ricorda numerosi \u201cViejo \u2018e mierda\u201d . I militari erano sia argentini che uruguayani, questi ultimi per\u00f2 senza armi. Nella stessa retata sequestrarono anche Michelini e Jos\u00e9  Diaz.<br \/>\n&#8211;\tIl cappuccio per\u00f2 mi stava largo, ricorda Enrique. Cos\u00ed mi concentrai a cercare di capire per che strade passavamo, dove ci portavano. Registrai annnunci luminosi, ed altro che mi poteva servire per ricostruire un giorno la strada. Il cervello si acutizza, nelle catastrofi.<br \/>\nFu cos\u00ed che poi fui in grado di ubicare il famigerato Garage Orletti.<br \/>\nCi ammucchiarono in questo garage in penombra, insieme a molti altri presi nella stessa retata. Eravamo circa una trentina. Sentii nel buio una tosse familiare, una voce: era quella di mio figlio Gimbo. Riuscii ad avvicinarmi un poco al lato da dove veniva la voce.<br \/>\n\u201cBueno, flaco, finalmente te encontr\u00e9\u2026\u201d disse. Il figlio era meno ottimista: \u201cNon ci possono lasciare in vita, sussurr\u00f2, ci sono troppi testimoni\u201d.<br \/>\nCos\u00ed venne la prima scarica di colpi, perch\u00e9 avevano parlato.<br \/>\nEnrique: Fummo torturati tutti, chi pi\u00f9 chi meno. Poi ci davano da mangiare. Da bere anche, se non dovevano sottoporci alla \u201epicana\u201c elettrica.<br \/>\nMi chiedevi prima se non avevo paura. Era proprio per vincere la paura che mi dedicavo ad accumulare conoscenze. Cercavo di ascoltare la radio che i nostri torturatori usavano mettere al massimo volume per non far sentire le grida. Sentivo passare un treno, sentivo voci di bambini che andavano alla ricreazione. Una scuola quindi, una via ferrata.<br \/>\nCome mi comportavo con i torturatori? Non bisogna perdere la pazienza, riassume Enrique, non insultarli, questo tipo di atteggiamenti non serve a niente. Mi ripetevo\u201d Sono come un limone di gesso, mi pu\u00f2 spezzare ma non mi pu\u00f2 spremere \u201d. Poi bisogna mostrare fermezza. Curioso: mi chiamavano \u201dviejo \u2019e mierda\u201d, mi davano calci nel culo ma poi mi davano del Lei. Credo che mi abbiano torturato un po\u2019 meno degli altri, forse per la mia et\u00e0.<br \/>\nDi quei giorni nel garages, ho anche ricordi positivi: le persone con cui ho condiviso quell\u2019esperienza sono diventati venti amici per la vita. Non tutti per\u00f2.<br \/>\nNon so se Diaz gi\u00e0 collaborasse quando lo hanno preso, certo lo fece dopo. C\u2019era anche una donna che trad\u00ed, cucinava manicaretti ai militari . Ma le altre ebbero un comportamento esemplare.<br \/>\nChe sto a dirti il tipo di tortura? Le solite: quando ci davano la picana, spesso ci legavano ad un apparecchio, con le mani dietro e con sale grosso sul pavimento, che trasmetteva bene l\u2019elettricit\u00e0.<br \/>\nI militari uruguayani, l\u00ed fuori, si dedicavano a riunire tutte le cose che avevano rubato nelle case dei sequestrati. Poi aspettavano i camion, per trasportare la refurtiva in Uruguay.<br \/>\nSentii il capo delle guardie, El Gordo, un paramilitare argentino, fare questo commento. Questi uruguayani son incredibili, si portano via persino le viti.<br \/>\nNel garage siamo stati 15 giorni, con gli occhi bendati.<br \/>\nPoi un giorno ci fecero entrare a tutti in un camion, ci ricoprirono con tela e sopra misero le cose rubate. Era un corteo, me ne accorsi perch\u00e9 si sentivano sirene, e ci portarono alla base aerea militare di Newbley, nel mezzo del quartier residenziale di Palermo.<br \/>\nCi fecero salire, sempre con la benda sugli occhi, su un aereo militare uruguayano, un Fairchild.  Jos\u00e9 Feliz Diaz Berdayes a quest\u2019altura gi\u00e0 collaborava apertamente con i militari e anche la donna, Maria del Pilar Flores.<br \/>\nAvevo i polsi feriti e gonfi, cos\u00ed non mi poterono mettere le manette e mi legarono le mani con nastro adesivo. Quando vidi l\u2019aereo, pensai che ci avrebbero buttati tutti in mare ma poi mi ricredetti: avevo un cognato aviatore e sapevo che su quei tipi di aerei non si possono aprire in volo le porte, cos\u00ed potei tranquillizzare anche gli altri.<br \/>\nQuando arrivammo a Montevideo, tutti furono fatti salire su un autobus. .Io no, non so perch\u00e9. Viaggiai da solo sul pavimento di un auto, insieme a tre ufficiali.  Ci portarono a Punta Gorda, vicino all\u2019Hotel Oceania. Ci ritrovammo tutti l\u00ed, in una casa confiscata sulla riva del mare. Per la prima volta separarono uomini e donne, le donne al pianterreno e noi uomini al primo piano. Dormivamo per terra. La tortura , per immersione, il \u201dsubmarino\u201d, si faceva nel bagno \u201cpadronale\u201d, al primo piano. \u2013 Per la prima volta a Enrique si incrina la voce- Sentii quando torturavano mia nuora. Venivano gli specialisti della tortura, tutti uruguayani si capisce. Molti membri di OCOA (Organizaci\u00f2n Coordinaci\u00f2n Acciones Antisubversivas).<\/p>\n<p>A Punta Gorda restammo 15 giorni. Io avevo gi\u00e0 cominciato a fare una pianta della casa Poi cominciarono le denuncie dei vicini che sentivano grida. Allora ci trasferirono tutti, in gran fretta, in una casa in un quartiere residenziale a due isolati dall\u2019Ambasciata del Brasile. L\u00ed restammo circa cinque mesi. A me mi lasciarono uscire due giorni prima di Natale. Eravamo in 24, ora, tutti nella stessa stanza. Sempre la stessa routine: benda sugli occhi, materassi per terra per dormire, chiedere il permesso per andare in bagno. In generale, l\u00ed, non ci torturarono. Ormai non avevano pi\u00f9 nulla da chiederci.<br \/>\nPoco prima di liberarci, ci portarono in giardino a prendere un po\u2019 di sole. Guardandomi intorno riconobbi il quartiere, la fabbrica della Coca Cola. Vedemmo entrare una donna nella casa vicina, una maestra, che mia nuora conosceva. E lei vide i prigionieri nel cortile.<br \/>\nZulma. Che fosse vivo Enrique me lo disse una parlamentare a cui avevo chiesto un incontro, sposa di un militare di alto grado. \u2013 Glielo dico, ma se Lei dice che l\u2019ho detto, lo smentisco\u2026Le dico che sta a Montevideo e che sta bene.<\/p>\n<p>Enrique: Ci eravamo messi d\u2019accordo nel modo seguente, con i militari che evidentemente non sapevano pi\u00f9 bene che fare di noi.  Ci avevano proposte in diverse occasioni, con blandizie miste a minaccie, di firmare un documento secondo il quale eravamo stati sorpresi in un\u2019azione armata a Buenos Aires, oppure a Montevideo, ecc. ecc ma ci eravamo tutti rifiutati di firmare.<br \/>\nDue di noi erano Tupamaros riconosciuti.Sei di noi (tra cui mio figlio, mia nuora, Margarita Michelini, la figlia del senatore Zelmar Michelini, gran amico mio, che era stato ucciso poco tempo prima, ed io stesso) avremmo dovuto dichiarare all\u2019uscire sui giornali di Montevideo di non aver svolto nessuna attivit\u00e0 politica e di essere rientrati in Uruguay di nostra propria volont\u00e0. Non ci avrebbero condannato a pi\u00f9 di due anni.<br \/>\nI rimanenti sarebbero stati condannati per aiuto ad associazione sovversiva. Tutti avrebbero avuto un difensore d\u2019ufficio, un militare.<\/p>\n<p>Quando a Enrique chiesero quale era la sua posizione in relazione alla \u201csoluzione\u201d che stavano cercando, dichiar\u00f2:  \u201cNon c\u2019entro niente con tutto questo, non ho nessuna relazione con nessun partito politico od organizzazione politica, anche se non mi piace questo governo n\u00e9 la sua politica economica, non ho commesso nessun delitto, m\u2019hanno ammazzato di botte, ho dormito per terra, ho mangiato schifezze, ed  ora devo anche riconoscermi sovversivo e avere un militare come difensore!\u201d<br \/>\n\u201cMa Lei pu\u00f2 uscire libero! -mi dissero (con la speranza che non cercassi un avvocato civile).<br \/>\nNon volevo uscire prima che tutti gli altri fossero stati trasportati nelle diverse carceri. In parte per solidariet\u00e0 (che lasciassero la casa della tortura e fossero in un carcere normale) e un po\u2019 per egoismo: che potessero testimoniare che ero vivo.<br \/>\nZulma intanto in ottobre era tornata dalla Svezia.<br \/>\nZulma: Ogni sera andavo alla Escuela Militar per chiedere notizie di mio marito, di mio figlio e di mia nuora. Mi schernivano: \u201dA rieccola, quella che va chiedendo notizie di quelli che se la spassano nei caff\u00e8 dei Boulevards!\u201d<\/p>\n<p>Enrique: Uscii due giorni prima di Natale. Negli ultimi giorni ci avevano portato a far dichiarazione davanti al giudice. Eravamo 24, 2 erano Tupamaros.<br \/>\nIl giorno che mi liberarono, il capitano di guardia ebbe una lunga conversazione con me sui cavalli. Mi dava del Lei e mi trattava con rispetto. Osserv\u00f3 che avevo l\u2019orlo dei pantaloni scucito.<br \/>\n&#8211;\tLei ora esce, mi disse. &#8211; Cristina, grid\u00f3 alla donna che aveva collaborato con loro (Maria del Pilar Nores Montedonico )- cucigli questo al signore.<br \/>\nMio figlio fu condannato a sei anni di reclusione, da scontare nel carcere di Libertad,<br \/>\nMia nuora a due, e fu mandata al carcere femminile di Punta Rieles.<br \/>\nEra il 23 dicembre.<br \/>\nNaturalmente promisi ai militari di stare zitto e di dimenticare. Ma<br \/>\nsalii con l\u2019impegno preso davanti ai compagni di denunciare tutto. C\u2019erano famiglie, come quella dei Michelini, che non volevano denunciare per non recar danno ai prigionieri. Ma io avevo un mandato, me lo avevano dato tutti e ventiquattro.<br \/>\nDue mesi dopo tornai a Buenos Aires, per cercare di ritrovare il luogo dove eravamo stati torturati. Mi aiutarono alcuni amici dell\u2019ERP.  Mi parlarono di un locale che forse era quello giusto. Lo aveva descritto una coppia, i Morales, che era riuscita a scappare di l\u00ed.<br \/>\nUna storia incredibile.<br \/>\nLa donna, Graciela Vinilla, era stata appena torturata. Era appesa per le braccia a due ganci alla parete, nuda. Le guardie erano uscite per riposare della fatica. Avevano lasciato le pistole sul tavolo.  Graciela aveva i polsi molto sottili. Riesce a liberarsi, a slegare gli altri, acchiappano le armi, escono sparando (ammazzarono un militare) e per strada fermano una macchina e scappano. Tutto questo con la ragazza nuda.<br \/>\nAnni dopo, nel 1977, andai in Messico ed incontrai la chica Morales. Il compagno era stato ucciso in Nicaragua, dove era andato a lottare contro i Contras. Nello stesso anno resi la mia testimonianza su quello che avevo vissuto, a Amnesty.<\/p>\n<p>Zulma: Sapevo che Enrique stava per uscire, l\u2019avevo saputo portando un cambio di vestiti a mio figlio al carcere di  Florida.<br \/>\nEra notte. Un uomo spinge la porta: era stracciato, con i polsi feriti, senza denti, magrissimo, con le pantofole ( &#8211; Mi erano scomparsi  i calli, interrompe Enrique, sei mesi in pantofole!)  La cagnetta era cos\u00ed trasportata dall\u2019allegria che non lo lasciava parlare.<br \/>\nAlle 16.00, quando stava per salire, il capitano gli aveva detto: Non La posso lasciar andare perch\u00e9 il generale (Amauri Pranth) vuole prendere congedo da Lei\u2026\u201d<br \/>\nLo portarono in un camello (un camion chiuso), vicino all\u2019autista.<br \/>\n\u201c Se Lei mi promette che terr\u00e0 gli occhi chiusi&#8230;\u201c gli aveva detto il militare alla guida.<br \/>\n&#8211;\tMa certo, ment\u00ed Enrique, voglio solo dimenticare tutto questo\u2026<br \/>\nZulma. Ho avuto durante tutto questo periodo molto appoggio dalla mia famiglia. Mia suocera, per esempio. Il giorno del golpe, in Uruguay, usc\u00ed per strada un ufficiale di marina, Oscar Leve, a protestare contro il golpe. La vieja si mise ad insultare a voce in petto i militari, con terrore di mia nuora, che stava con lei.<br \/>\nNessuno poteva permettersi di criticare davanti a lei i suoi figli o i suoi nipoti. Era nata nel privilegio, con domestiche e maggiordomi. Il padre perse tutto, dovette fare i lavori di casa, pulire, cucinare, e lo fece sempre con la pi\u00f9 grande allegria del mondo.<br \/>\nE\u2019 una famiglia, i Rodriguez Larreta, i Piera, i Munoz, che ha dato nome a tante di quelle strade!!!<\/p>\n<p>[b]<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>2991-uruguay-in-omaggio-a-enrique-rodriguez-larreta<\/p>\n<p>3766<\/p>\n<p>EmiNews 2007<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<div class=\"mh-excerpt\"><p>20070316 23:12:00 webmaster di Antonella Dolci (da Stoccolma, per Emigrazione Notizie) E&#8217; morto ieri (14 marzo 2007) a Montevideo, dove era andato in visita dalla <a class=\"mh-excerpt-more\" href=\"https:\/\/emigrazione-notizie.org\/?p=22049\" title=\"2991 URUGUAY: In omaggio a Enrique Rodriguez Larreta\">[&#8230;]<\/a><\/p>\n<\/div>","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[80],"tags":[],"class_list":["post-22049","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-eminews-2007"],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v28.4 - 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