{"id":21957,"date":"2007-06-07T00:00:00","date_gmt":"2007-06-07T00:00:00","guid":{"rendered":"http:\/\/emigrazione-notizie.org\/?p=21957"},"modified":"2007-06-07T00:00:00","modified_gmt":"2007-06-07T00:00:00","slug":"3101-un-bilancio-sociale-per-litalia-il-ministro-ferrero-lancia-liniziativa","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/emigrazione-notizie.org\/?p=21957","title":{"rendered":"3101 UN BILANCIO SOCIALE PER L&#039;ITALIA: il ministro Ferrero lancia l&#039;iniziativa"},"content":{"rendered":"<p>20070418 21:49:00 redazione-IT<\/p>\n<p>A Roma confronto tra i massimi studiosi italiani delle politiche sociali. Molti i dati statistici forniti dai vari interventi, dall&#8217;Istat al Censis, su povert\u00e0 e della disgregazione sociale<\/p>\n<p>ROMA &#8211; L&#8217;Italia deve adeguare il suo sistema di welfare alle nuove esigenze e la politica deve saper affrontare le nuove emergenze sociali legate soprattutto all&quot;aumento delle diseguaglianze sociali e ai processi di esclusione. Per questo \u00e8 necessario ripensare tutto il sistema delle politiche sociali e cominciare a monitorare il settore in modo scientifico e costante. Abbiamo infatti il bilancio economico redatto ogni anno dalla Banca d\u2019Italia, ma non abbiamo ancora un bilancio sociale.<\/p>\n<p>Il ministro per la Solidariet\u00e0 Sociale, Paolo Ferrero, si fa promotore di una iniziativa che dovrebbe coinvolgere anche altri dicasteri per arrivare appunto alla  stesura annuale del Bilancio Sociale del Paese. Lo ha proposto oggi durante un convegno organizzato dal suo dicastero nelle sale del Cnel e al quale hanno partecipato i massimi studiosi italiani delle politiche sociali. Molti i dati statistici forniti dai vari interventi, da quelli dei rappresentanti dell\u2019Istat e del Censis, che hanno analizzato le dinamiche della povert\u00e0 e della disgregazione sociale, a quelli di studiosi come Roberto Pizzuti, Enrico Pugliese e Marco Revelli, che hanno analizzato il rapporto tra le trasformazioni sociali in corso e l\u2019aumento delle diseguaglianze. Ota de Leonardis e Giancarlo Rovati hanno analizzato i sistemi di welfare nazionale e locali in relazione a gruppi specifici di popolazione.<\/p>\n<p>L\u2019Italia ha fatto grandi progressi, ma si scontano ancora gravi ritardi, mentre in alcuni settori strategici (come per esempio l\u2019alfabetizzazione informatica e l\u2019accesso a Internet) si riscontrano fenomeni preoccupanti di divaricazione sociale. Lo ha spiegato durante il convegno al Cnel &#8211; fornendo una gran messe di dati &#8211; Linda Laura Sabbadini, direttore centrale Istat, che ha parlato dell\u2019aumento dell\u2019utilizzo della rete elettronica anche da parte dei minori, ma con differenze sostanziali tra il nord e il sud del paese. &quot;Permangono grandi differenze territoriali e sociali \u2013 ha spiegato Sabbadini \u2013 pi\u00f9 del 50% dei minori del Nord frequenta corsi extrascolastici contro il 36% del Sud e il 37,7% delle famiglie operaie. Ci sono 16,5 punti di differenza su teatro, 14,4 su cinema e 24,7 su musei tra i minori del Nord e del Sud.\u201d Sempre secondo il direttore Istat, il &quot;minore multimediale \u00e8 un soggetto emergente nel paese, ma non lo \u00e8 ancora nel Sud. La tecnologia \u00e8 dunque la \u201cnuova frontiera\u201d visto che ormai circa il 70% delle famiglie con minori ha un personal computer in casa, ma appunto con grandi differenza da zona a zona. La percentuale scendeal 58% nelle isole, mentre se il 69% circa dei figli di dirigenti imprenditori e liberi professionisti utilizza il computer la percentuale scende al 52% per i figli degli operai.<\/p>\n<p>Ma l\u2019elemento che sembra preoccupante nell\u2019analisi delle discriminazioni sociali ancora esistenti (e per certi versi in crescita) riguarda la capacit\u00e0 della scuola di agire sulle differenze sociali e territoriali. Dalle analisi proposte nel convegno di oggi sembra per\u00f2 che la scuola non \u00e8 ancora in grado di agire nel senso del riequilibrio. La scuola non alfabetizza chi non viene alfabetizzato in famiglia. E oltre alle differenze nell\u2019uso del computer e nella capacit\u00e0 della scuola di far fronte all\u2019aumento delle differenze sociali, esiste una forma ancora pi\u00f9 forte di esclusione sociale. Ci sono \u2013 \u00e8 stato detto oggi al convegno \u2013 circa 500 mila bambini e ragazzi dai 6 ai 17 anni che nel 2005 non sono mai andati al cinema, non hanno letto libri, non hanno mai usato un computer e quindi non hanno mai nagivato in Internet e infine non hanno mai fatto nessun tipo di sport. La dottoressa Sabbadini definisce questa parte dei minori \u201cgli esclusi da tutto\u201d. E guarda caso tra questi esclusi il 9,4% si concentra nelle famiglie operaie e il 13,2% al Sud, mentre la media nazionale si attesta sul 7,3%.<\/p>\n<p>In questa situazione \u00e8 quindi davvero essenziale ripensare il sistema delle politiche sociali nel suo complesso. Per far questo \u00e8 prima di tutto necessario ridisegnare un quadro di insieme dove collocare le singole policy. Al convegno il compito \u00e8 toccato prima a Mimmo Porcaro e poi a Raffaele Tangorra, entrambi dirigenti del ministero della Solidariet\u00e0 Sociale. In particolare Tangorra ha inserito le politiche italiane all\u2019interno del quadro europeo e ha analizzato i principali indicatori con cui si possono monitorare le politiche sociali. Tangorra ha sottolineato anche come uno dei primati italiani (con certo invidiabili all\u2019estero) riguarda il tasso di povert\u00e0 e il rischio di povert\u00e0 futura per migliaia di persone. Emergente, per esempio, il fenomeno dei working poor, i lavoratori poveri. Dai dati statistici emerge infatti che tra le persone considerate povere (secondo i parametri standard) uno su quattro ha un\u2019occupazione. Esistono e sono in aumento i lavoratori poveri. Tangorra ha anche sottolineato la necessit\u00e0 di ripensare il rapporto tra decentramento (la famosa  riforma del Titolo Quinto) e le politiche nazionali, mentre il professor Roberto Pizzuti, docente di economia alla Sapienza di Roma, ha criticato l\u2019analisi economica tradizionale che attribuisce al peso delle politiche sociali la responsabilit\u00e0 del mancato sviluppo del paese. Per Pizzuti, in particolare, sono falsi gli allarmi sull\u2019eccessiva spesa in campo previdenziale. L\u2019Italia \u00e8 in linea con l\u2019Europa e anzi il problema vero del futuro non sar\u00e0 la sostenibilit\u00e0 economica del sistema, ma la sostenibilit\u00e0 sociale. Le pensioni saranno cio\u00e8 troppo basse per troppe persone.<\/p>\n<p>Nel convegno \u00e8 stato analizzato anche il ruolo della famiglia sia come soggetto centrale della convivenza, ma anche come contraddizione. Sulla famiglia si scaricano infatti troppe responsabilit\u00e0 e le nuove politiche di welfare dovranno tenere conto sia delle famiglie come aggregati, ma anche delle persone singole come individui portatori di diritti. Lo ha spiegato, concludendo in lavori lo stesso ministro Ferrero. (pan)<\/p>\n<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;<\/p>\n<p>Le politiche sociali? &#8221;Non un costo, ma un dovere politico e costituzionale&#8221;<\/p>\n<p>A Roma il convegno &#8221;Verso il bilancio sociale del Paese&#8221;. La relazione di Mimmo Porcaro, responsabile della segreteria tecnica del Ministro Ferrero. La necessit\u00e0 di indicatori attendibili per la stesura di un bilancio autorevole<\/p>\n<p>ROMA &#8211; Povert\u00e0, esclusione sociale, disuguaglianza sono gli argomenti al centro del convegno \u201cVerso il bilancio sociale del paese\u201d, che ha preso il via oggi a Roma.<\/p>\n<p>Il convegno si pone come obiettivo quello di prendere in considerazione le problematiche che caratterizzano il nostro paese e di ricorrere ad uno strumento come il bilancio sociale che, oltre a monitorare la situazione di disagio estremo, abbia come obiettivo anche quello di rendere visibile i vari meccanismi sociali e culturali che sottendono.<\/p>\n<p>Mimmo Porcaro, responsabile della segreteria tecnica del Ministro della Solidariet\u00e0 sociale, sottolinea l\u2019importanza di dar vita ad un periodico bilancio sociale del paese e afferma che si tratter\u00e0 di un bilancio che assumer\u00e0 via via un\u2019autorevolezza ed una capacit\u00e0 di orientamento analoghe a quelle di altre periodiche valutazioni sulla condizione economica e finanziaria dell\u2019Italia.<\/p>\n<p>\u201cQuesto obiettivo &#8211; continua Porcaro -, \u00e8 di difficile attuazione nel nostro paese, perch\u00e9 le politiche sociali attuate per alleviare povert\u00e0, esclusione sociale e disuguaglianza, anche se necessarie, sono ritenute un costo\u201d.<\/p>\n<p>Porcaro individua due modi per superare questo atteggiamento di chiusura.<\/p>\n<p>Il primo consiste nel sostenere che le politiche sociali non sono semplicemente un costo, ma una risorsa, una condizione dello stesso sviluppo economico, che oltre a costituire una crescita rappresenterebbe un accrescimento del capitale sociale.<\/p>\n<p>Il secondo \u00e8 che si comincia a pensare che, al di l\u00e0 della loro generale efficacia economica, le politiche sociali sono l\u2019attuazione di un dovere politico che per molti stati \u00e8 anche un dovere costituzionale: quello di operare perch\u00e9 tutti i cittadini abbiano una vita dignitosa.<\/p>\n<p>Affinch\u00e9 un bilancio sia credibile \u00e8 necessario che si basi su indicatori attendibili e credibili, dati che si riferiscono al radicamento della povert\u00e0, alla crescente difficolt\u00e0 delle famiglie con figli, al fenomeno dei \u201cworking poors\u201d e alla povert\u00e0 di giovani dotati di titolo di studio, alla concentrazione della povert\u00e0 nel Sud del paese. Sulla base di queste problematiche \u00e8 necessario individuare possibili strategie di ausilio come il sostegno al reddito, la definizione dei livelli essenziali di assistenza, di integrare il federalismo con programmi generali, concordati e monitorati di politica sociale.<\/p>\n<p>In conclusione, Porcaro afferma: \u201cQuesto convegno, che non a caso si intitola \u2018Verso il bilancio sociale del Paese\u2019, vuole solo segnalare un\u2019esigenza, abbozzare una valutazione, iniziare un processo\u201d. (Veronica Cicognani)<\/p>\n<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;<\/p>\n<p>Stato sociale fa rima con crescita economica? L&#8217;analisi di Roberto Pizzuti<\/p>\n<p>Pesa sulla spesa sociale l&#8217;invecchiamento della popolazione: &#8221;L&#8217;aumento degli anziani influenzer\u00e0 la spesa sociale, a cominciare da quella previdenziale&#8221;. Italiani in ritardo su formazione e istruzione<\/p>\n<p>ROMA &#8211; La spesa sociale disincentiva l&#8217;offerta di lavoro e la propensione al risparmio o piuttosto le reti di sicurezza offerte dal welfare favoriscono l&#8217;assunzione di rischi  da parte degli imprenditori e agevolano gli investimenti? E ancora: esiste il rischio in Italia che tra stato sociale e sistema produttivo possa innescarsi &quot;una spirale perversa che accentui l&#8217;arretratezza\u201d? Il dibattito sul ruolo degli obiettivi sociali rispetto alla crescita di un paese \u00e8 forte sia in Italia che in Europa; ne \u00e8 un esempio la scelta del Consiglio Europeo di Lisbona che nel 2000 ha messo sullo stesso piano la lotta alla povert\u00e0 e all&#8217;esclusione sociale con crescita e occupazione, adottando il  cosiddetto &quot;Modello sociale europeo\u2019\u2019 come sfida alla globalizzazione. Una linea di intervento che, ad oggi, ha richiesto un aggiustamento degli obiettivi. Fornisce non poche risposte a questi interrogativi l\u2019analisi di Felice Roberto Pizzuti, docente dell\u2019Universit\u00e0 La Sapienza di Roma, intervenuto oggi al convegno \u201cVerso il bilancio sociale del Paese\u201d, organizzato dal ministero della Solidariet\u00e0 Sociale.<\/p>\n<p>Europa sempre pi\u00f9 vecchia &#8211; Per contrastare il peso dell\u2019invecchiamento demografico della popolazione europea sulla spesa sociale servono \u201cmodifiche dell\u2019assetto produttivo capaci di aumentare maggiormente la produttivit\u00e0\u201d. L\u2019indice di dipendenza economica ovvero il rapporto tra gli anziani non attivi e gli occupati tra i 15 e i 64 anni passer\u00e0 nel prossimo mezzo secolo in Europa dal 37% al 70% e in Italia dal 49% al 93%. Secondo l\u2019economista i flussi migratori e le politiche d\u2019aumento dei tassi d\u2019occupazione non riusciranno che in parte a compensare il calo della popolazione europea. \u201cL\u2019aumento degli anziani influenzer\u00e0 la spesa sociale, a cominciare da quella previdenziale\u201d, spiega Pizzuti. Le proiezioni sui prossimi 50 anni indicano un aumento del 2,2% della spesa pensionistica sul Pil. \u201cSar\u00e0 la risultante di una spinta pari all\u20198,2% derivante dall\u2019invecchiamento demografico, contrastata per l\u20191,1% dall\u2019aumento dell\u2019occupazione, per il 2,1% dalla restrizione dei requisiti di accesso al pensionamento e per il 2,7% dalla riduzione degli importi\u201d, sottolinea Pizzuti. In Italia l\u2019aumento previsto sar\u00e0 invece dello 0,4%, nonostante la spinta dell\u2019invecchiamento demografico sia maggiore (11,5%) rispetto agli altri paesi.<\/p>\n<p>Longevit\u00e0 e spesa sanitaria &#8211; L\u2019invecchiamento della popolazione pu\u00f2 esercitare effetti negativi anche sulla spesa sanitaria. \u201cL\u2019aumento della longevit\u00e0, &#8211; sottolinea Pizzuti &#8211; cambia anche il profilo evolutivo delle condizioni di salute, mentre la spesa sanitaria individuale tende comunque a concentrarsi nell\u2019ultimo periodo di vita, anche se viene ritardato\u201d. In media nei 15 paesi originari dell\u2019Unione la spesa sanitaria ha raggiunto un valore pari all\u20198,7% del Pil (\u00e8 il 15% negli Usa); in Italia \u00e8 pari all\u20198,4%. Le proiezioni per i prossimi 50 anni per i 25 paesi dell\u2019Ue mostrano una variazione tra lo 0,3% e l\u20191,7%. della spesa sanitaria sul Pil esclusivamente connessa all\u2019andamento demografico. \u201cDisomogeneit\u00e0 significative si registrano anche nella diffusione delle patologie e degli stili di vita sanitari, oltre che negli anni di vita attesa alla nascita e alle varie et\u00e0. &#8211; spiega Pizzuti &#8211; Specialmente dopo l\u2019allargamento dell\u2019Unione, si delinea un quadro di disparit\u00e0 di condizioni che non potr\u00e0 essere ignorato nel futuro della costruzione europea\u201d. <\/p>\n<p>Italiani in ritardo su istruzione e formazione \u2013 L\u2019Italia investe troppo poco in formazione: la spesa (4,9% del Pil) \u00e8 circa un punto al di sotto della media dei paesi Ocse (5,8% del Pil). Ma non si tratta solo di quantit\u00e0. \u201cAlla preoccupazione per l\u2019inferiorit\u00e0 della nostra spesa, &#8211; sottolinea Pizzuti &#8211; si aggiunge quella per la sua efficacia sia sulla formazione degli studenti sia rispetto alle necessit\u00e0 del nostro sistema produttivo\u201d. Rispetto agli studenti quindicenni dell\u2019area Ocse gli italiani sono al quart\u2019ultimo posto della classifica; in particolare quelli delle scuole pubbliche raggiungono punteggi nettamente migliori di quelli che frequentano le scuole private, i licei italiani superano la media Ocse, mentre i ragazzi italiani delle scuole professionali si collocano nettamente al di sotto. Esistono inoltre disomogeneit\u00e0 in Italia tra le scuole del Nord, del Centro e del Sud. Secondo l\u2019analisi di Pizzuti pesano i limiti della offerta formativa, la domanda disomogenea e mediamente scarsa delle famiglie e le caratteristiche mature del nostro sistema produttivo e la bassa richiesta di competenze che da esso proviene.<\/p>\n<p>In Italia mancano gli ammortizzatori sociali \u2013 \u201cUna peculiarit\u00e0 evidente del nostro sistema di welfare \u00e8 costituito dalla irrisoriet\u00e0 delle prestazioni per ammortizzatori sociali e di quelle assistenziali\u201d, sottolinea Pizzuti. E alla carenza di ammortizzatori sociali, si aggiunge quella dei sistemi di contrasto dalla povert\u00e0. Se la realt\u00e0 del fenomeno \u00e8 stabile in Italia, tuttavia \u201cla  differente distribuzione nel territorio nazionale \u00e8 andata accentuandosi, approfondendo la dualit\u00e0 del nostro paese\u201d. Rispetto al dato medio del 13,1% di popolazione povera, infatti, nelle regioni del Centro-Nord la quota \u00e8 sempre inferiore al 10%, con minimi del 3% e del 4% in Emilia Romagna e in Lombardia. In quasi tutte le regioni del Mezzogiorno si supera invece il 20%. La spesa assistenziale affidata ai comuni (media nazionale 90 euro pro capite) inoltre va da pi\u00f9 di 300 euro nel Trentino Alto Adige a meno di 30 in Calabria. \u201cA fronte di questo quadro preoccupante della diffusione della povert\u00e0, e forse almeno a sua parziale spiegazione, nel nostro paese \u00e8 completamente assente un sistema di base per la protezione del reddito\u201d. <\/p>\n<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;<\/p>\n<p>La povert\u00e0 di anziani, giovani e immigrati secondo Giancarlo Rovati<\/p>\n<p>Le politiche di contrasto secondo il presidente della Commissione indagine sull&#8217;Esclusione sociale. Trattamento minimo comune per gli anziani, contrasto alla povert\u00e0 d&#8217;istruzione e misure di sostegno al reddito per giovani e immigrati<\/p>\n<p>ROMA &#8211; Al convegno &quot;Verso il bilancio sociale del Paese\u201d, in corso di svolgimento a Roma, \u00e8 intervenuto Giancarlo Rovati, presidente della Commissione di indagine sull&#8217;Esclusione sociale. Nel corso del suo intervento, Rovati ha preso in esame la situazione di anziani, migranti e giovani in povert\u00e0, citando a supporto tutta una serie di dati Istat e Ismu sulla condizione di povert\u00e0 relativa di queste tre fasce di popolazione nel nostro Paese.<\/p>\n<p>\u201cLe  analisi sulle dinamiche della povert\u00e0 relativa nel nostro paese condotte nel corso dell&quot;ultimo decennio sulla base dei dati ufficiali \u2013 ha affermato &#8211; ha ripetutamente sottolineato che in cima alle classifiche dei gruppi sociali pi\u00f9 a rischio vi fosse la popolazione anziana, composta per la maggior parte da donne, in ragione delle dinamiche demografiche ad esse pi\u00f9 favorevoli. Minore attenzione \u00e8 stata invece prestata alla povert\u00e0 relativa delle fasce pi\u00f9 giovani della popolazione, comprendenti sia i minori (fino a 17 anni) che le classi di et\u00e0 tra i 24-34 anni, essendosi innalzato fino a questa soglia estrema il convenzionale confine anagrafico per definire l\u2019et\u00e0 giovanile. A rendere meno attenti a questo fenomeno \u2013 ha spiegato &#8211; \u00e8 stata solo in parte la mancanza di evidenze statistiche sulla incidenza della povert\u00e0 tra i minori ed i giovani, quanto la priorit\u00e0 politico-sociale attribuita agli anziani, sia in ragione della loro oggettiva vulnerabilit\u00e0 (economica, sanitaria, previdenziale ed assistenziale), sia del loro crescente numero, che ne ha fatto uno dei pi\u00f9 rilevanti interlocutori ed arbitri del mercato politico-elettorale. Si deve a questo atteggiamento se tra tutti i target di popolazione in povert\u00e0, solo per gli anziani si sono registrati segnali di miglioramento, anche se gli anziani in povert\u00e0 restano sempre al di sopra della incidenza media\u201d.<\/p>\n<p>\u201cIl gruppo che \u00e8 entrato per ultimo, in senso cronologico,  nell\u2019agenda delle analisi e delle riflessioni politico-sociali sulla povert\u00e0 relativa \u00e8 rappresentato dagli immigrati \u2013 ha aggiunto &#8211; provenienti da paesi vicini e lontani; in questo caso, ad attrarre in via prioritaria l\u2019attenzione dei decisori e dell\u2019opinione pubblica sono stati a lungo i problemi connessi ai flussi, alle regolarizzazioni, all\u2019inserimento lavorativo e abitativo e solo recentemente anche gli aspetti connessi direttamente ai loro redditi e consumi, sulla cui base avvengono le stime ufficiali della povert\u00e0 relativa. Un freno oggettivo alle analisi quantitative su questi aspetti \u00e8 stato a lungo costituito dalla mancanza di informazioni statisticamente rappresentative ed \u00e8 un merito della Commissione di Indagine sull\u2019Esclusione Sociale aver avviato da quattro anni uno specifico approfondimento anche su questo tema, avvalendosi dei dati elaborati dall\u2019Osservatorio regionale per l\u2019integrazione e la multietnicit\u00e0 \u2013 promosso dalla Regione Lombardia e dall\u2019Ismu \u2013 che ha di recente pubblicato il suo 12\u00b0 Rapporto. Riprendendo una serie di evidenze empiriche sullo svantaggio relativo accumulato delle pi\u00f9 giovani generazioni  nel corso degli anni Novanta, la Commissione di indagine sull\u2019esclusione sociale ha prestato nell\u2019ultimo triennio una costante attenzione alla condizione dei minori e ultimamente ha promosso, con il supporto dell\u2019Istat, uno specifico approfondimento sulla povert\u00e0 dei giovani, esposto nell\u2019ultimo \u201cRapporto sulle politiche contro la povert\u00e0 e l\u2019esclusione sociale. Anno 2005\u201d.<\/p>\n<p>Proprio in relazione a questa indagine, Rovati ha snocciolato tutta una serie di dati, riguardanti la condizione di povert\u00e0 relativa delle tre categorie (per i dati vedi le tabelle allegate). Ma per Rovati, \u201cle politiche di contrasto della povert\u00e0 di ciascuno dei tre target debbono tener conto di un elemento distintivo di fondo: la loro collocazione rispetto al ciclo di vita\u201d.<\/p>\n<p>Anziani. \u201cLe generazioni anziane si trovano in una fase del loro ciclo di vita dove tendono a manifestarsi in modo progressivo processi di infragilimento delle autonome capacit\u00e0 personali \u2013 ha affermato -, per ragioni in parte legate alla salute, alle malattie degenerative, alla perdita dell\u2019autosufficienza fisica e psichica (con segnali che fortunatamente tendono ad insorgere sempre pi\u00f9 avanti nel tempo, cio\u00e8 dopo i 75anni), ma in larga misura legate a cause propriamente relazionali e sociali, di cui l\u2019isolamento e la solitudine progressiva rappresentano fenomeni ugualmente allarmanti. Il miglioramento generalizzato delle capacit\u00e0 di prevenzione e cura delle malattie croniche e degenerative sta spostando continuamente il confine sociale della &#8216;anzianit\u00e0; una parte crescente degli over 65enni mantengono inalterate la capacit\u00e0 e la voglia di \u2018fare\u2019 a vantaggio dell\u2019utilit\u00e0 per s\u00e9 e per gli altri. Si pu\u00f2 cos\u00ec non utopicamente immaginare l\u2019estensione del cosiddetto \u2018quarto pilastro\u2019 economico-sociale della societ\u00e0 in via di invecchiamento (\u201caging society\u201d), centrato sulla possibilit\u00e0 di affidare agli anziani opportunit\u00e0 di lavoro volontario o retribuito, a tempo parziale piuttosto che a tempo pieno\u201d.<\/p>\n<p>E ha aggiunto: \u201cLe politiche di contrasto della povert\u00e0 economica degli anziani (per definizione ormai fuoriusciti dal mercato del lavoro e dalla portata delle politiche attive del lavoro) passa in modo determinate attraverso le politiche previdenziali (per coloro che hanno accumulato regolari contributi pensionistici) ed assistenziali a sostegno del reddito previdenziale (quando \u00e8 di basso livello) o di quel reddito di cittadinanza che coincide con l\u2019erogazione di assegni sociali. Si deve all\u2019efficacia (relativa) dei trasferimenti previdenziali ed assistenziali se la condizione degli attuali anziani \u00e8 relativamente migliorata rispetto alle leve passate e se \u2013 in concreto \u2013 si sono avuti segnali incoraggianti di contrazione della povert\u00e0 relativa tra gli over 65 anni. Non va comunque dimenticato che la persistenza e \u2013 ancor pi\u00f9 \u2013 la progressione di questa tendenza non \u00e8 affatto automatica, dato che il reddito da pensione \u00e8 sottoposto a processi di erosione del potere di acquisto rapidi ed intensi, se non intervengono misure di sostegno adeguate che a loro volta hanno come condizione essenziale la presenza di processi reali di sviluppo del reddito e della ricchezza complessive\u201d.<\/p>\n<p>\u201cNon si deve in proposito trascurare che le politiche previdenziali debbono rispondere al duplice criterio della sostenibilit\u00e0 (sul lato del sistema macroeconomico) e della adeguatezza (sul lato del bilancio familiare quotidiano) e che sotto quest\u2019ultimo profilo esistono nel nostro paese 14,1 milioni di pensionati che debbono usufruire di integrazioni e maggiorazioni delle pensioni minime e ricevono un importo medio di 5.572 euro all\u2019anno (pari 464 euro mensili), a fronte di un importo medio annuo di 8.985 euro pro capite (pari a 749,00 euro mensili)\u201d.<\/p>\n<p>In definitiva, per Rovati \u201cl\u2019elevata differenziazione dei trattamenti assistenziali genera non soltanto un\u2019innegabile complessit\u00e0 gestionale, ma  \u00e8 anche fonte di alcune disparit\u00e0 tra i soggetti pi\u00f9 svantaggiati che andrebbero appianate attraverso l\u2019introduzione di un trattamento minimo comune come si \u00e8 fatto con l\u2019introduzione della maggiorazione sociale nel 2002. Questa logica perequativa e razionalizzatrice andrebbe verosimilmente estesa ad una platea pi\u00f9 vasta di beneficiari (rivedendo le soglie di reddito per l\u2019accesso o l\u2019integrazione al minimo), utilizzando parametri omogenei in tutti i casi in cui \u00e8 necessario garantire un minimo vitale individuale (in assenza di altre fonti di reddito accertate mediante idonee prove dei mezzi) e rideterminando i rimanenti importi in funzione di questa soglia,  in modo da tener conto delle maggiori necessit\u00e0 derivanti da specifiche cause invalidanti. Una questione di particolare urgenza che colpisce in larga misura gli anziani riguarda l\u2019introduzione di politiche a sostegno della non autosufficienza, che richiedono una efficace combinazione di erogazioni monetarie e di servizi domiciliari e di prossimit\u00e0\u201d.<\/p>\n<p>Giovani. Sull\u2019altro fronte, per Rovati \u201cla popolazione giovanile (e la parte preponderante della popolazione immigrata) si trova nella fase ascendente del ciclo di vita, appartiene alle fasi pi\u00f9 prossime all\u2019inizio della vita (infanzia), al periodo della prima e della seconda formazione scolastica, si prepara ad entrare nel mondo del lavoro e delle professioni, ha bisogno dunque: a) di un ambiente familiare accogliente, stabile,  libero dall\u2019indigenza, capace di conciliare i tempi del lavoro con quelli della cura; b) di attivit\u00e0 formative di qualit\u00e0, erogate da scuole ed insegnanti capaci e motivati, in grado di valorizzare i talenti, di offrire opportunit\u00e0 aggiuntive a chi ne ha di meno, di operare investimenti sul futuro delle giovani generazioni; c) di un ambiente culturale e sociale in cui siano coltivate e premiate le virt\u00f9 civiche, il senso di responsabilit\u00e0, il gusto del fare e del ben operare; d) di un\u2019economia e di un mercato del lavoro dinamici, capaci di offrire lavori di qualit\u00e0 sotto il profilo del contenuto professionale e delle condizioni contrattuali e retributive\u201d.<\/p>\n<p>\u201cLe generazioni giovanili, che sul piano demografico si sono contratte ulteriormente nel corso degli ultimi 15 anni \u2013 ha affermato -, sono una risorsa preziosa su cui l\u2019intera collettivit\u00e0 deve investire per assicurare anche il benessere dei pi\u00f9 anziani. Il futuro delle generazioni pi\u00f9 giovani non \u00e8 scindibile dalle politiche di sostegno alle famiglie con figli, notoriamente poco considerate nel nostro paese, sia sul piano culturale che sul piano economico-fiscale nella loro insostituibile funzione  procreativa, educativa, sociale\u201d.<\/p>\n<p>Ha affermato ancora: \u201cUn versante specifico delle politiche di inclusione dei giovani passa attraverso il contrasto di quella che possiamo chiamare \u2018povert\u00e0 d\u2019istruzione\u2019, che si cumula alle pi\u00f9 tradizionali forme di povert\u00e0 monetaria, ma che ne \u00e8 anche una causa diretta per i suoi effetti penalizzanti sulla acquisizione di solide competenze professionali e altrettanto solide prospettive di lavoro qualificato. Sono proprio i dati sulla povert\u00e0 della popolazione a segnalarci che l\u2019incidenza della povert\u00e0 aumenta in funzione del basso livello di istruzione, mentre si riduce sensibilmente al crescere della scolarit\u00e0. Ci\u00f2 che \u00e8 oggi vero per le leve adulte della popolazione \u00e8 destinato ad accentuarsi nel prossimo futuro per le leve giovanili, in considerazione del diffondersi di mercati del lavoro sempre pi\u00f9 aperti all\u2019apporto di popolazione immigrata con istruzione di buon livello e qualit\u00e0. Il contrasto della \u2018povert\u00e0 di istruzione\u2019 non \u00e8 meccanicamente assicurato dall\u2019innalzamento della spesa per la scuola e l\u2019universit\u00e0 se non si innesta su un processo di costante riqualificazione delle capacit\u00e0 e delle motivazioni del corpo insegnante e docente, mediante sistemi premiali che riconoscano le capacit\u00e0 ed il merito di chi \u2018fa\u2019 la scuola\u201d.<\/p>\n<p>Inoltre, \u201cle elevate difficolt\u00e0 dei giovani poveri ad acquisire una propria sostenibile autonomia dalla famiglia d\u2019origine ripropone l\u2019opportunit\u00e0 di misure di sostegno al reddito (reddito minimo) per il tempo necessario a promuovere un adeguato inserimento lavorativo e a far decollare un progetto di vita adulto. L\u2019aumento dell\u2019incidenza e dell\u2019intensit\u00e0 della povert\u00e0 proprio tra i giovani, e specialmente tra le donne giovani, che hanno accettato la sfida di una scelta familiare e procreativa ripropone l\u2019urgenza di politiche di sostegno alle responsabilit\u00e0 genitoriali utilizzando sia la leva dei trasferimenti monetari, mediante le politiche fiscali o forme di reddito minimo, sia la leva dei servizi per l\u2019infanzia e quelli per la conciliazione dei tempi lavorativi e familiari\u201d.<\/p>\n<p>Immigrati. Nel caso degli immigrati, infine, in gran parte in et\u00e0 di lavoro e in condizioni professionali, le politiche di contrasto della povert\u00e0 non sono dissimili da quelle che vanno applicate alla popolazione autoctona di pari et\u00e0; \u201cin pratica \u2013 ha aggiunto Rovati &#8211; hanno a che vedere con le politiche attive del lavoro e con le politiche salariali, posto che tra gli immigrati sono principalmente diffusi i lavoratori a basso reddito, sia per la natura delle attivit\u00e0 professionali da essi svolte, sia per le condizioni contrattuali che rendono pi\u00f9 discontinue, incerte e ridotte le loro retribuzioni\u201d.<\/p>\n<p>\u201cTra le problematiche specifiche degli immigrati \u2013 ha concluso &#8211; vanno segnalate quelle relative ai ricongiungimenti familiari e ai contemporanei effetti di impoverimento che si manifestano al crescere dei componenti dei nuclei familiari e specialmente dei figli a carico: un aspetto quest\u2019ultimo che avvicina la struttura della povert\u00e0 relativa degli immigrati alla struttura della povert\u00e0 relativa delle famiglie italiane. Un fenomeno in crescita \u00e8 rappresentato dai figli degli immigrati di prima generazione che in modo sempre pi\u00f9 numeroso vanno ad incrementare la popolazione scolastica e che nel giro di pochi anni si presenteranno sul mercato del lavoro con il bagaglio di conoscenze e competenze acquisite attraverso il loro percorso formativo. Mentre la scuola ha una enorme possibilit\u00e0 di diventare veicolo di integrazione culturale e sociale anche delle giovani generazioni immigrate, la sua eventuale \u2018povert\u00e0 formativa\u2019 si trasformerebbe in un simmetrico handicap culturale e sociale, dagli esiti altamente problematici per l\u2019equit\u00e0 e la coesione sociale\u201d.<\/p>\n<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;<\/p>\n<p>&#8221;Istituzioni e societ\u00e0 latitanti rispetto al ruolo della famiglia&#8221;<\/p>\n<p>Secondo la fondazione Censis, volendo affrontare un bilancio sociale, occorre innanzitutto sostenere le funzioni di generativit\u00e0, formazione e sviluppo dell&#8217;identit\u00e0 e distribuire le risorse a vantaggio delle fasce giovani<\/p>\n<p>ROMA \u2013 Nell\u2019ambito del convegno \u201cVerso il bilancio sociale del Paese\u201d, in corso a Roma, Giuseppe De Rita e Carla Collicelli della Fondazione Censis hanno illustrato il contributo dal titolo \u201cLa famiglia tra redistribuzione e reciprocit\u00e0:<br \/>\nelementi per un bilancio sociale\u201d.<\/p>\n<p>L\u2019analisi parte dalla descrizione di tre ambivalenze di base che caratterizzano la famiglia. La prima riguarda l\u2019evoluzione verso la scomposizione del modello tradizionale, soprattutto per il calo della natalit\u00e0, del numero dei componenti e dei matrimoni, e per l\u2019aumento di separazioni, divorzi e forme diverse di convivenza, ma anche per motivi di ordine culturale e di stile di vita che tendono a privilegiare i nuclei familiari unipersonali o quelli senza figli. A ci\u00f2 si aggiunge il fatto che non poche famiglie si aprono radicalmente verso l\u2019esterno, dato il crescente impegno della donna nella vita lavorativa pubblica. Ma si evidenziano al tempo stesso importanti segnali di natura ricompositiva, in quanto la famiglia continua a essere il luogo principe dell\u2019attenzione alla qualit\u00e0 della vita, al dialogo e alla comprensione, oltre ad essere ancora il luogo principale della procreazione. La seconda ambiguit\u00e0 riguarda il piano dell\u2019educazione e della trasmissione di valori: molte indagini mostrano come il rapporto generazionale spesso si banalizzi, fra tendenze all\u2019omologazione dei riferimenti culturali e dei consumi, con il conseguente affievolirsi della responsabilit\u00e0 educativa degli adulti verso i figli. Tutto ci\u00f2 non intacca per\u00f2 la sostanziale affidabilit\u00e0 complessiva della famiglia. Infine si riscontra ambivalenza anche rispetto alle modificazioni dei ruoli di genere. Il processo di ibridazione e contaminazione dei ruoli maschile e femminile fa della famiglia oggi un laboratorio e un cantiere perennemente aperto per la sperimentazione di nuovi modelli. Si avverte per\u00f2 il peso dello squilibrio nel vissuto familiare. Ne fanno le spese i giovani, ma anche le donne, con il peso di una responsabilit\u00e0 plurima e anche gli stessi uomini, spesso messi profondamente in crisi dalla perdita di identit\u00e0. In qenerale le ambivalenze citate sono il segno di una difficile \u201ctransizione nella continuit\u00e0\u201d, rispetto alla quale mancano segnali chiari, sia nel senso del sostegno che in quello della indicazione delle prospettive da parte del contesto sociale e istituzionale. Un primo punto da sottolineare \u00e8 dunque quello della latitanza della societ\u00e0 e delle istituzioni rispetto al ruolo della famiglia nelle sue funzioni pi\u00f9 importanti. Da cui scaturisce l\u2019indicazione, volendo affrontare un bilancio sociale, di esplorare con maggiore attenzione il campo del sostegno alla famiglia come soggetto di generativit\u00e0, di formazione e di sviluppo della identit\u00e0, in un contesto nel quale le aspettative si concentrano quasi esclusivamente sulla solidariet\u00e0 sociale ed economica e sulle modalit\u00e0 con cui le istituzioni le sostengono, integrano o suppliscono. Un vero bilancio sociale, cio\u00e8, dovrebbe partire dalla considerazione di ci\u00f2 che viene fatto per sostenere la famiglia come tale e la sua stessa formazione, in quanto detentrice di ruoli sociali importanti per la convivenza e la coesione.<\/p>\n<p>La \u201ctransizione nella continuit\u00e0\u201d contribuisce d\u2019altra parte a rendere difficile anche un approccio di bilancio sociale tradizionale, visto il quadro di riferimento in divenire sia per ci\u00f2 che la famiglia \u00e8 che per quello che si vorrebbe che sia. Il panorama dato da una pluralit\u00e0 di realt\u00e0 familiari, pi\u00f9 di 20 milioni di unit\u00e0 diverse tra loro, modernizzate e omologate nei consumi e nell\u2019uso del tempo libero, e nelle quali la continuit\u00e0 col passato e le certezze sembrano date quasi esclusivamente dai legami affettivi e di responsabilit\u00e0 reciproca, non \u00e8 facilmente decifrabile. I dati indicano che il reddito disponibile delle famiglie italiane (al netto cio\u00e8 di imposte e contributi), ha segnato nel periodo 2000-2004 un incremento complessivo del 6,1%, con una crescita, in termini reali dell\u20191,4% nel 2003 e dell\u20191,8% nel 2004, pari ad un aumento medio per ogni singola famiglia del 2,4%.<\/p>\n<p>Si tratta di un dato in controtendenza con il clima pessimista che ha prevalso nel Paese negli ultimi anni, e che pu\u00f2 essere ricondotto ad alcuni significativi processi che hanno ridefinito nell\u2019arco di pochi anni la geografia dei canali di formazione del reddito, ovvero: la crescita del numero dei percettori di reddito (circa un milione in pi\u00f9 tra 2000 e 2004), trainata da un incremento occupazionale del 4,2%; l\u2019aumento dei redditi da lavoro autonomo, che nell\u2019arco di soli quattro anni sono cresciuti per singola unit\u00e0 di lavoro del 10,1%, contro un incremento medio dei redditi da lavoro dipendente dell\u20191,6%. Attualmente l\u201982% delle famiglie \u00e8 proprietaria della casa in cui abita, il 13% possiede una seconda casa. Anche il peso delle attivit\u00e0 reali (immobili, attivit\u00e0 produttive e oggetti di valore secondo la classificazione data da Banca d\u2019Italia) sul totale della ricchezza delle famiglie italiane \u00e8 progressivamente cresciuto: se nel 1998 la ricchezza reale rappresentava il 73,8% della ricchezza complessiva delle famiglie, nel 2003 tale quota si \u00e8 avvicinata all\u201980%. La patrimonializzazione \u00e8 peraltro un fenomeno, che attiva ulteriore differenziazione sociale: non a caso, negli ultimi dieci anni la quota di patrimonio totale detenuta dal 5% delle famiglie pi\u00f9 ricche in Italia \u00e8 passata dal 27% al 32% della ricchezza totale. Critica appare la situazione delle famiglie spatrimonializzate, quelle cio\u00e8 che non hanno sufficienti disponibilit\u00e0 per procedere all\u2019acquisto di un\u2019abitazione.<\/p>\n<p>Nuove povert\u00e0 I cosiddetti \u201cnuovi poveri\u201d costituiscono l\u2019area di disagio della povert\u00e0 relativa dei ceti medi da reddito insufficiente o da precariet\u00e0. Si tratta, in realt\u00e0, di povert\u00e0 relative, cio\u00e8 segnate dallo scarto con le condizioni di vita medie degli altri soggetti del proprio ceto sociale e del proprio paese, che non comportano n\u00e9 una vera e propria povert\u00e0 economica, n\u00e9 degrado psicologico e sociale, n\u00e9 l\u2019esclusione e l\u2019emarginazione che caratterizzano altre forme pi\u00f9 gravi di povert\u00e0. Esse segnalano soprattutto una mancanza di equit\u00e0 nel sistema istituzionale di offerta sociale e nell\u2019assetto del welfare-state e riguardano principalmente due categorie: le famiglie monoreddito da lavoro impiegatizio e operaio, senza patrimonio e senza altre entrate di tipo autonomo o sommerso; i lavoratori precari, in particolare donne, giovani e immigrati, con carriere professionali interrotte, brevi, o fortemente penalizzate dall\u2019assenza di tutele sociali adeguate, soprattutto se single. Parlando di disagio e povert\u00e0, va quindi detto innanzitutto che il tema si presta a facili strumentalizzazioni e semplificazioni. Si pensa spesso che l\u2019aumento della povert\u00e0 e l\u2019insorgere di nuove povert\u00e0 siano fenomeni recenti.  Mentre non \u00e8 cos\u00ec. In realt\u00e0, subito dopo la fase della ricostruzione post-bellica inizia in Italia una lunga deriva di addensamento sociale, di stallo della mobilit\u00e0 e di impoverimento relazionale, prima vera \u201cnuova povert\u00e0\u201d dell\u2019Italia moderna, di carattere soprattutto immateriale. La seconda \u201cnuova povert\u00e0\u201d \u00e8 data dalla fragilit\u00e0 sociale. Quella fragilit\u00e0 che dipende dalla scarsit\u00e0 di risorse, ma soprattutto dalla carente integrazione sociale e dalle deboli capacit\u00e0 di fronteggiamento. Al di l\u00e0 di queste due forme di \u201cpovert\u00e0 post-materialistica\u201d, su di un piano pi\u00f9 materiale la societ\u00e0 contemporanea si trova a fronteggiare due aree principali di nuova povert\u00e0 particolarmente pesanti per la dignit\u00e0 della persona, che sono la povert\u00e0 dell\u2019esclusione sociale degli outsiders e quella della malattia e della solitudine. Su di esse occorrerebbe concentrare le attenzioni. La povert\u00e0 dell\u2019esclusione sociale \u00e8 l\u2019unica forma di disagio cui si addice il nome di povert\u00e0 nel senso tradizionale del termine. Si parla qui di disoccupati cronici, disadattati, rifugiati alla ricerca di una patria, barboni, immigrati economici irregolari, in una parola di \u201cvittime collaterali del progresso\u201d, di esclusi dall\u2019integrazione lavorativa e sociale. La povert\u00e0 da malattia e solitudine si verifica, invece, anche in assenza di disoccupazione o di mancata integrazione sociale, quando una patologia grave, cronica o mortale, porta lo sconquasso nella vita dell\u2019individuo e dei suoi cari e soprattutto quando a ci\u00f2 si aggiungono la solitudine e la mancanza di cure adeguate. Spesso non \u201csi cura\u201d nemmeno con la ricchezza economica, e dunque riguarda anche i ricchi.<\/p>\n<p>Dalle analisi risulta che tutte le povert\u00e0 citate, ma in particolare le ultime due, si aggravano nelle situazioni in cui mancano o vengono a mancare fattori di protezione sociale a monte, come la patrimonializzazione o la casa di propriet\u00e0. In genere il bilancio \u00e8 totalmente negativo, e si verificano le situazioni di maggiore disagio quando si sommano pi\u00f9 fattori di impoverimento, e si verifica una sindrome da \u201cmix di cause\u201d.<\/p>\n<p>Anziani Un approfondimento particolare merita il tema della malattia e della solitudine degli anziani, in un momento in cui l\u2019attenzione per gli anziani \u00e8 ormai da anni schizofrenicamente divisa tra l\u2019esaltazione del ringiovanimento dell\u2019et\u00e0 matura e la preoccupazione per le fragilit\u00e0 ed i bisogni assistenziali degli anziani soli e malati. In effetti la realt\u00e0 sociale ci rimanda un quadro scomposto, tra anziani che consumano, viaggiano, investono, si occupano dei nipoti, ed anziani abbandonati, non autosufficienti. La situazione di maggiore criticit\u00e0 si ha in questo ambito nel caso degli anziani soli e malati. Cresce la quota di individui sopra i 65 anni che vivono soli in Italia; e d\u2019altra parte solo il 25% degli intervistati ritiene la soluzione dell\u2019\u201dedificio protetto\u201d una soluzione positiva, mentre tutti gli altri preferiscono rimanere a casa. Ma la casa degli anziani \u00e8 spesso insicura, o troppo grande, o mal servita per gli acquisti, la sanit\u00e0, la banca, i trasporti. Ai suoi abitanti mancano risorse e spesso informazioni e conoscenze per ristrutturarla affinch\u00e9 diventi pi\u00f9 sicura, pi\u00f9 collegata, pi\u00f9 vivibile. Non vi \u00e8 da stupirsi se le maggiori paure dell\u2019anziano sono quelle della malattia (76%), della morte del coniuge (67%) e della solitudine (42%). Se la solitudine degli anziani \u00e8 uno dei mali maggiori del nostro tempo, non bisogna dimenticare per\u00f2 anche le patologie croniche. Dalle ricerche pi\u00f9 recenti emerge che rispetto alle principali tipologie di disagio \u00e8 la tossicodipendenza quella che pi\u00f9 preoccupa gli italiani \u00e8 richiamata dal 58,6% degli intervistati, seguita dall\u2019Aids (41,1%), dalla disoccupazione di lunga durata (26,3%), dalla marginalit\u00e0 minorile (20,3%), dalla prostituzione (17,8%) e dalla povert\u00e0 economica (15,2%).<\/p>\n<p>Welfare A fronte delle fenomenologie brevemente descritte, quale \u00e8 il ruolo del sistema di protezione sociale in Italia? Esiste quindi innanzitutto un problema di carattere strategico di revisione dei modelli di tutela relativo ai seguenti aspetti. Una concezione prevalentemente riparativa, che privilegia la compensazione delle lacune pi\u00f9 gravi, rispetto alla valorizzazione delle risorse esistenti; un modello di welfare ancora marcatamente assistenzialistico; un\u2019impostazione ancora centralistica, pur in presenza di un \u201clocalismo del sociale\u201d con numerose e cospicue differenze di approccio tra aree diverse, ma senza una reale cultura di autonomia funzionale dei territori rispetto alle proprie popolazioni; una contraddittoria tendenza a lasciare crescere un mercato sociale autogestito, senza avere definito le regole generali del rapporto tra statualit\u00e0, socialit\u00e0 e mercato, e senza pensare a forme di supporto all\u2019autotutela ed all\u2019ambito informale; un\u2019impostazione lavoristica, che prevede molte forme di supporto per i lavoratori ed i pensionati e poche, o nulle, per tutti gli altri. In Italia la spesa per la protezione delle persone anziane \u00e8 significativamente pi\u00f9 elevata che negli altri Paesi europei: il 62% circa della spesa sociale complessiva, contro una media europea pari al 43%. Ma il grosso di questa spesa \u00e8 di tipo previdenziale, mentre deboli sono le voci funzionali \u201cdisoccupazione\u201d, \u201cfamiglia\u201d e \u201cabitazione\u201d. Per di pi\u00f9, l\u2019invecchiamento progressivo della popolazione tende a spingere verso l\u2019alto la componente della spesa pensionistica, accentuando lo squilibrio esistente nella spesa complessiva per la protezione sociale a favore di quest\u2019ultima. Pi\u00f9 in dettaglio, la nostra spesa per la protezione sociale nel complesso \u00e8 pari al 25,1% del Pil, ed \u00e8 fortemente sbilanciata in favore delle prestazioni comprese nelle voci funzionali \u201cvecchiaia\u201d e \u201csuperstiti\u201d (il 14,4% del Pil, contro il 10,6% della media europea). Al contrario, la spesa per la tutela dei disoccupati, della famiglia, per l\u2019abitazione risulta essere pari al 5,6% della spesa complessiva, a fronte di una media europea del 17,8%. In particolare, i trattamenti previsti per la \u201cfamiglia\u201d ammontano all\u20191% del Pil (contro il 2,6% medio), e quelli per la voce \u201cdisoccupazione\u201d sono lo 0,4% (contro lo 0,6%). Il circuito redistributivo \u00e8 perci\u00f2 fortemente sbilanciato a svantaggio delle fasce pi\u00f9 giovani della popolazione e delle famiglie. In base ai dati Istat del Rapporto Annuale 2004, solo il 4,4% del totale delle famiglie italiane che hanno ricevuto una qualche forma di aiuto si \u00e8 rivolta al settore pubblico: tale valore si riduce di ben 2,4 punti percentuali se si considerano le famiglie che hanno chiesto aiuto esclusivamente allo Stato. A fronte di un 4,4% di famiglie che hanno fatto ricorso ai servizi pubblici, un altro 7,8% si \u00e8 rivolto ai servizi privati a pagamento e un ulteriore 16,8% alla rete informale. Ancora una volta, dunque, per le famiglie italiane si conferma la crucialit\u00e0 e la strategicit\u00e0 dell\u2019auto-aiuto e delle reti informali, da quella familiare a quella parentale e amicale sino a quella di responsabilit\u00e0 diffusa, che affiancano, ma soprattutto suppliscono il sistema pubblico di offerta, senza che tra le due realt\u00e0 si realizzino interazioni adeguate. In particolare, alla rete informale si \u00e8 rivolto il 34,2% delle famiglie con almeno una persona con gravi problemi di autonomia, il 33,3% delle famiglie con madre occupata e con almeno un bambino minore di 14 anni e il 31,4% delle famiglie con almeno una persona con oltre 80 anni. Scarsamente sensibili ai problemi familiari risultano anche le politiche lavorative, e debole \u00e8 la sensibilit\u00e0 per un modello di sistema famiglia-lavoro, che sostenga la conciliazione dei tempi e delle responsabilit\u00e0. Secondo i dati sulle forze di lavoro, nel 2004 oltre il 45% delle donne 15-64enni ha dovuto ridurre il proprio orario di lavoro per prendersi cura dei figli e\/o di altri familiari e tale valore sale a quasi il 60% tra le donne con un\u2019et\u00e0 compresa tra i 35 e i 44 anni. Inoltre, tra le donne che lavorano part-time, molte lavorerebbero a tempo pieno se fossero presenti servizi pubblici adeguati (sia come costi, sia come orari, vicinanza alla zona in cui si risiede e come personale specializzato). E la difficolt\u00e0 a conciliare tempi di vita e di lavoro incide anche sulla ricerca di una attivit\u00e0 professionale: cos\u00ec, delle donne non impiegate tra 15 e 64 anni, \u00e8 il 23% ad ammettere di non lavorare perch\u00e9 impegnato nella cura dei figli o di qualche familiare non autosufficiente, ma che cercherebbe lavoro se potesse contare sul sostegno di servizi di supporto alla famiglia (ben il 34,1% delle donne con meno di 34 anni).<\/p>\n<p>\u00c8 evidente che la situazione delineata rimanda alla necessit\u00e0 di declinare il tema delle politiche per la famiglia in maniera nuova, non solo dal punto di vista degli equilibri tra vecchie categorie sociali ipergarantite e nuove categorie poco o per nulla garantite, ma anche rispetto al nuovo paradigma di un welfare promozionale. In particolare tre questioni attendono di essere affrontate e risolte: il passaggio da un sistema di welfare monolitico verso un sistema a 3 e possibilmente a 4 pilastri, dove all\u2019assistenza obbligatoria di base si affianchino il pilastro mutualistico e categoriale, quello assicurativo e individuale e quello del contributo attivo dei cittadini alla solidariet\u00e0; la riconsiderazione dei pesi interni al sistema di welfare, e in particolare l\u2019ampliamento delle linee di intervento rivolte ai giovani, alle donne, e a tutti i nuovi soggetti sociali, in termini di formazione, orientamento e riqualificazione professionale, welfare locale, assistenza alla procreazione ed educazione dei figli, assistenza alla non autosufficienza, politiche dell\u2019alloggio. Il primo \u00e8 quello della \u201csolidariet\u00e0 redistributiva\u201d del fisco nei confronti dei carichi familiari, come delle politiche dei trasferimenti, dagli assegni familiari in gi\u00f9, e delle politiche per la casa. Il secondo riguarda la solidariet\u00e0 del \u201cwelfare locale\u201d, che dovrebbe svilupparsi in maniera molto pi\u00f9 solida di quanto non accade, agendo contemporaneamente sulle diverse leve che il territorio possiede, dalla continuit\u00e0 assistenziale, alla assistenza domiciliare, alla responsabilit\u00e0 sociale delle imprese, alla sussidiariet\u00e0 del volontariato, al ruolo dei servizi per l\u2019impiego, a quello della scuola e dell\u2019universit\u00e0 al mutuo aiuto e all\u2019autotutela. E visto che l\u2019intensit\u00e0 e le caratteristiche qualitative del disagio si sposano con le forme del ritardo dello sviluppo e con le caratteristiche del territorio, la solidariet\u00e0 deve esplicarsi soprattutto nei confronti delle situazioni di \u201cmix di cause\u201d, lavorando sul rafforzamento dei fattori di protezione (casa, risparmi, famiglia allargata) su base territoriale e familiare. Inoltre per quanto riguarda l\u2019esclusione sociale degli outsiders, la solidariet\u00e0 deve percorrere anch\u2019essa l\u2019alveo del \u201cwelfare locale\u201d, ma prevedere accanto a ci\u00f2 interventi massicci a carattere nazionale.<\/p>\n<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;<\/p>\n<p>Bilancio sociale. L&#8217;emarginazione grave adulta, &#8221;importante indicatore&#8221; per la Fiopsd<\/p>\n<p>L&#8217;intervento di Pezzana al convegno del ministero della Solidariet\u00e0 sociale: &#8221;Il grado di civilt\u00e0 di un paese e la funzionalit\u00e0 del suo sistema di welfare si misurano dal modo in cui esso si occupa dei suoi cittadini pi\u00f9 poveri&#8221;<\/p>\n<p>ROMA \u2013 La Federazione italiana degli organismi per le persone senza dimora chiede che nel bilancio sociale del paese non sia dimenticato un importante indicatore: la grave emarginazione adulta. &quot;Il grado di civilt\u00e0 di un Paese, ed a maggior ragione la funzionalit\u00e0 del suo sistema di welfare, si misurano anzitutto a partire dal modo in cui esso si occupa dei suoi cittadini pi\u00f9 poveri, ha detto il presidente Paolo Pezzana intervenendo al convegno promosso dal dicastero di Paolo Ferrero, a cui hanno partecipato i massimi esperti delle politiche sociali.  \u201cIn questo senso \u2013 ha sottolineato &#8211; non possiamo che guardare con inesausta preoccupazione alla situazione del nostro Paese. In termini contabili, bench\u00e9 entro una contabilit\u00e0 sociale, oggi non possiamo neppure dire quanti e chi sono le persone senza dimora in Italia, e quanti sono i servizi, pubblici e privati, che realmente di esse si occupano. Persino la statistica non li ha considerati in questi anni, e comincia ad accorgersi che potrebbe essere stato uno sbaglio\u201d.<\/p>\n<p>\u201cAbbiamo davanti, nell\u2019esperienza quotidiana, numeri crescenti di persone costrette a vivere in stato di grave marginalit\u00e0, strati crescenti di popolazione cui non sono riconosciuti diritti fondamentali degli esseri umani, servizi nati per il sostegno e l\u2019accompagnamento sociale sempre pi\u00f9 soffocati dall\u2019emergenza e dalla penuria di risorse, e quindi costretti a ridurre la loro azione al conforto momentaneo e transitorio di situazioni insostenibili\u201d, ha ricordato Pezzana. Da qui il senso delle tre proposte concrete dell\u2019organizzazione: investire subito in un serio percorso conoscitivo e di ricerca sulla grave emarginazione in Italia e sui servizi che in tale area operano, valorizzando le esperienze e le competenze esistenti, sia a livello nazionale che europeo; adottare indicatori specifici riferiti alle persone senza dimora ed in stato di grave emarginazione adulta per misurare i progressi sociali compiuti dal Paese in termini di inclusione attiva; coinvolgere, valorizzare e sostenere le esperienze gi\u00e0 in atto, costruendo tra loro quelle connessioni che, in un sistema di welfare plurale delle responsabilit\u00e0, possono fare la differenza per realizzare un autentico necessario \u201cPiano contro la povert\u00e0\u201d.<\/p>\n<p>Pezzana ha poi ricordato che il 19 febbraio scorso la Commissione Europea ha presentato al Consiglio, al Parlamento e agli altri soggetti interessati la proposta di relazione congiunta 2007 sulla protezione sociale e l\u2019inclusione sociale. &#8221;Il quadro che ne emerge non \u00e8 immobile o sconfortante come si potrebbe pensare: i problemi ci sono, ma anche la consapevolezza degli stessi non manca, cos\u00ec come sembra non difettare ai Governi europei, incluso quello italiano, la capacit\u00e0 di immaginare il cambiamento, di progettarlo, di farne oggetto di politiche specifiche, capaci di restituire alla Politica quella capacit\u00e0 generale di costruire il futuro che dovrebbe costituirne la ragion d\u2019essere fondativi\u201d, spiega il presidente della Fiopsd. La strada indicata mette insieme forma di offerte di posti di lavoro o di formazione professionale, assistenza al reddito e un migliore accesso a servizi. <\/p>\n<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;<\/p>\n<p>Verso la Conferenza della famiglia: il ministro Bindi accoglie le indicazioni di Istat, Cnel e Censis<\/p>\n<p>Secondo la titolare del ministero, occorre un approccio complessivo, capace di guardare all&#8217;insieme dei problemi: dalla scuola alla sanit\u00e0, dai trasporti al fisco, dalla giustizia ai servizi sociali<\/p>\n<p>ROMA &#8211; \u201cI dati diffusi oggi da Istat, Cnel e Censis ci aiutano a tracciare un quadro pi\u00f9 completo di conoscenze sulla realt\u00e0 della famiglia e sulla condizione degli anziani. Sono informazioni di cui terremo conto nella Conferenza nazionale della famiglia, prevista a Firenze dal 24 al 26 maggio\u201d. Lo dichiara il ministro delle Politiche per la famiglia Rosy Bindi che interviene a proposito di quanto \u00e8 emerso oggi nel corso del convegno \u201cVerso il bilancio sociale del Paese\u201d, promosso dal ministero della Solidariet\u00e0 sociale. \u201cI rapporti presentati oggi \u2013 prosegue la Bindi &#8211; confermano che \u2018i percorsi di vita\u2019 per le famiglie numerose, o per quelle che hanno genitori anziani in casa, o per le donne sole con figli, sono sempre pi\u00f9 difficili da sostenere. Passa da qui una condizione di grave disagio per numerosi nuclei familiari, e un tasso di povert\u00e0 minorile tra i pi\u00f9 alti d\u2019Europa. Per mettere su famiglia e scegliere di avere i bambini desiderati le donne e i giovani, in particolare nel nostro Mezzogiorno, hanno bisogno di un lavoro stabile e una rete qualificata di servizi all\u2019infanzia. Le famiglie devono poter contare su una risposta pubblica al problema degli anziani non autosufficienti\u201d.<\/p>\n<p>\u201cLa Finanziaria 2007 ha dato i primi segnali positivi, con gli incentivi all\u2019occupazione femminile, la tutela delle maternit\u00e0 per le lavoratrici a progetto, gli investimenti per gli asili nido, l\u2019istituzione del Fondo per la famiglia e Fondo per la non autosufficienza. Interventi e misure ulteriori, mirate ai bisogni delle famiglie numerose e pi\u00f9 fragili, saranno realizzati, come ha annunciato il Presidente del Consiglio Romano Prodi, con le nuove risorse rese disponibili dall\u2019azione di risanamento avviata dal Governo. Ma una nuova politica per la famiglia, che investa sulla crescita equilibrata ed equa del paese, richiede un approccio complessivo, capace di guardare all\u2019insieme dei problemi: dalla scuola alla sanit\u00e0, dai trasporti al fisco, dalla giustizia ai servizi sociali. E\u2019 anche questa l\u2019ambizione della Conferenza di Firenze da cui verranno le indicazioni politiche e programmatiche del primo Piano Nazionale per la famiglia.\u201d<\/p>\n<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;<\/p>\n<p>www.redattoresociale.it<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>3101-un-bilancio-sociale-per-litalia-il-ministro-ferrero-lancia-liniziativa<\/p>\n<p>3874<\/p>\n<p>EmiNews 2007<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<div class=\"mh-excerpt\"><p>20070418 21:49:00 redazione-IT A Roma confronto tra i massimi studiosi italiani delle politiche sociali. 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