{"id":21730,"date":"2007-06-07T00:00:00","date_gmt":"2007-06-07T00:00:00","guid":{"rendered":"http:\/\/emigrazione-notizie.org\/?p=21730"},"modified":"2007-06-07T00:00:00","modified_gmt":"2007-06-07T00:00:00","slug":"3321-il-rapporto-istat-fotografa-un-italia-sempre-piu-povera","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/emigrazione-notizie.org\/?p=21730","title":{"rendered":"3321 IL RAPPORTO ISTAT FOTOGRAFA UN&#039; ITALIA SEMPRE PIU&#039; POVERA"},"content":{"rendered":"<p>20070525 11:46:00 redazione-IT<\/p>\n<p>DOSSIER DA: Il Manifesto del 24 maggio &#8211; www.ilmanifesto.it<br \/>\nArticoli di: Guglielmo Ragozzino, Roberta Carlini, Ernesto Geppi, Chiara Marchionni<\/p>\n<p>Siamo il paese pi\u00f9 vecchio d&#8217;Europa ma anche il pi\u00f9 diseguale: pochi ricchissimi e tanti poveri. Una famiglia su sei fa fatica ad arrivare a fine mese mentre quattro milioni di anziani tirano avanti con seicento euro mensili. Si allarga il divario tra Nord e Sud. E&#8217; la fotografia dell&#8217;Italia scattata dall&#8217;Istat, nel cui rapporto annuale lancia l&#8217;allarme economia: cresce poco e in maniera distorta. Unico dato positivo \u00e8 l&#8217;essere diventati un paese di forte immigrazione.<br \/>\n\u00abLe famiglie appartenenti al 20 per cento pi\u00f9 povero della distribuzione percepiscono soltanto il 7,8 per cento del reddito totale, mentre la quota del quinto pi\u00f9 ricco risulta cinque volte maggiore (39,1 per cento)\u00bb.<\/p>\n<p>La povert\u00e0 della nazione<br \/>\nGuglielmo Ragozzino<\/p>\n<p>Proprio alla vigilia dell&#8217;assemblea di Confindustria, sono arrivate, con il rapporto dell&#8217;Istat-Istituto nazionale di statistica, le cifre sullo stato di salute dell&#8217;Italia e sulla distribuzione dei redditi. Il confronto non potrebbe essere pi\u00f9 aspro. Gli industriali, oggi, il loro giorno verificheranno la ricchezza della nazione e se ne attribuiranno i meriti. Ieri al contrario \u00e8 emersa con nettezza la povert\u00e0 della nazione: come se fosse Alfred Marshall a parlare, e non Adamo Smith.<br \/>\nLa povert\u00e0 della nazione ha colpito perfino l&#8217;attenzione del vescovo Angelo Bagnasco, il presidente della Cei. La cattiva distribuzione del reddito \u00e8 in aumento in Italia, quale che sia il governo. Non sono soltanto le persone rimaste indietro nella scala sociale a soffrirne, in famiglia o prese una per una. E&#8217; un fenomeno di massa che coinvolge milioni e milioni di persone: \u00abil 28,9 per cento delle famiglie ha&#8230; specificato di non aver potuto far fronte a una spesa imprevista di importo relativamente modesto (600 euro)\u00bb. Cos\u00ec l&#8217;Istat, anche se non \u00e8 facile dimenticare che un quarto dei pensionati riceve meno di 500 euro mensili e il 31 per cento tra 500 e 1.000 euro. Per tutti, 600 euro sono una somma importante. Per i primi, anzich\u00e9 di un \u00abimporto relativamente modesto\u00bb, si tratta di una somma irraggiungibile, il risultato di un terno al lotto. Ed \u00e8 un avverbio relativamente che suggerisce molte riflessioni sulla distribuzione dei redditi nel nostro paese e sulla percezione che se ne ha, perfino in un ambiente attento e colto come quello dell&#8217;Istat.<br \/>\nSono dati che vengono discussi all&#8217;interno, nel manifesto; qui vogliamo aggiungere solo un altro paio di notazioni sui redditi: sui ricchi e sui poveri del nostro paese; anche se sar\u00e0 \u00abnostro\u00bb a pieno titolo solo per alcuni; e \u00abloro\u00bb per tutti gli altri. \u00abLe famiglie appartenenti al 20 per cento pi\u00f9 povero della distribuzione percepiscono soltanto il 7,8 per cento del reddito totale, mentre la quota del quinto pi\u00f9 ricco risulta cinque volte maggiore (39,1 per cento)\u00bb. E poi: nel Nord-est una persona con disabilit\u00e0 riceve un sostegno che grava sul pubblico &#8211; stato, comune &#8211; per 4.182 euro in media. La media per lo stesso sostegno nel sud \u00e8 di 448 euro.<br \/>\nMa torniamo al 20 per cento delle famiglie pi\u00f9 ricche, quelle che godono di redditi doppi di tutto l&#8217;insieme delle famiglie; e redditi cinque volte maggiori di quelli del 20 per cento delle famiglie meno provviste. Anche all&#8217;interno del campo dei ricchi vi sono notevoli differenze; anzi, vi sono di solito barriere tra chi guadagna un milione e chi solo centomila. Alcuni partiti hanno tentato in passato, senza successo, di organizzare i secondi contro i primi. Adesso, se accettassero, tutti gli industriali andrebbero bene, per il nuovo partito che nasce.<br \/>\nOggi, in Confindustria, luogo assai democratico, le barriere saranno abbassate. Tutti in coro gli industriali, guidati dai pi\u00f9 ricchi di loro, chiederanno ai ministri, presenti in massa, notizie sul cuneo fiscale. I ministri, rassegnati, prometteranno . Qualcuno, nel \u00abnostro\u00bb paese, parler\u00e0 ancora di come ridurre il cuneo sociale?<\/p>\n<p>__________________<\/p>\n<p>Pi\u00f9 ricchi, pi\u00f9 poveri L&#8217;Italia nella forbice<br \/>\nIl Belpaese visto dall&#8217;Istat. Crescono le inegualianze all&#8217;interno di una crescita trainata dall&#8217;Europa<br \/>\nLa ripresa economica? Per molti ma non per tutti. Nel rapporto annuale dell&#8217;Istat, la fotografia del disagio e di una societ\u00e0 pi\u00f9 vecchia e diseguale<br \/>\nRoberta Carlini<\/p>\n<p>Per crescere cresciamo. Ma \u00e8 una crescita un po&#8217; fiacca, pi\u00f9 lenta e incerta di quella dei francesi, dei tedeschi, degli spagnoli, non parliamo di indiani e cinesi. E soprattutto, \u00e8 come se, crescendo, l&#8217;Italia venisse tirata da tutte le parti, cosicch\u00e9 si allungano le distanze interne: tra i pi\u00f9 ricchi e i pi\u00f9 poveri, tra le donne e i maschi, tra i giovani e i vecchi, tra le imprese trendy e quelle di sussistenza, tra chi delocalizza e chi resta al palo. E la distanza tra Centro-Nord e Mezzogiorno, eterna questione che ritorna in forma drammatica proprio perch\u00e9 all&#8217;interno di un quadro di sviluppo mondiale. Questa la fotografia che il Rapporto dell&#8217;Istat di quest&#8217;anno ha scattato all&#8217;Italia, presentata ieri dal presidente dell&#8217;istituto nazionale di statistica Biggeri.<br \/>\nL&#8217;economia<br \/>\nIl 2006 \u00e8 stato un anno di vacche grasse: pi\u00f9 3,9% la crescita del prodotto mondiale, che sale a pi\u00f9 5,4% se lo calcoliamo a parit\u00e0 di potere d&#8217;acquisto. Nell&#8217;area dell&#8217;euro, il 2006 ha visto un pi\u00f9 2,7% del Pil. Da noi il prodotto \u00e8 cresciuto dell&#8217;1,9. Abbastanza per parlare di ripresa economica (riguardo alla quale l&#8217;Istat aiuta a risolvere la diatriba elettorale, se sia nata prima la ripresa o il governo dell&#8217;Unione: \u00e8 nata prima la ripresa, dal secondo trimestre 2005), troppo poco per dire che la ripresa \u00e8 solida. Il divario tra noi e gli altri paesi europei, secondo l&#8217;Istat, si deve tutto a debolezze interne alla dinamica dell&#8217;economia italiana: servirebbero pi\u00f9 consumi, pi\u00f9 investimenti, pi\u00f9 reddito disponibile. O una politica capace di stimolarli tutti e tre: argomenti utili per chi sostiene la necessit\u00e0 di riversare subito il \u00abtesoretto\u00bb nei bilanci familiari, invece di capitalizzarlo a riduzione del debito (ma questo l&#8217;Istat non lo dice). Detto questo, \u00e8 ai numeri della societ\u00e0 che bisogna guardare per capire quali conseguenze ha avuto finora il piccolo miracolo economico che ha lambito anche l&#8217;Italia. E questi numeri ci dicono di una struttura sociale che si apre come una forbice, accentuando le diseguaglianze e le \u00abvulnerabilit\u00e0\u00bb.<br \/>\nRicchi e poveri<br \/>\nSiamo sempre stati, e restiamo, uno dei paesi pi\u00f9 diseguali d&#8217;Europa. Nella classifica dell&#8217;indice di concentrazione del reddito, siamo ai posti pi\u00f9 alti in compagnia di Portogallo, Spagna, Irlanda e Grecia (e delle new entries dell&#8217;Est). Il 20 per cento pi\u00f9 povero della popolazione ha solo il 7,8% del reddito totale, mentre la fascia alta del 20% pi\u00f9 ricco si appropria quasi del 40% del reddito complessivo. Poco si sa, nelle statistiche, di chi c&#8217;\u00e8 nella fascia alta: pi\u00f9 autonomi che dipendenti, pi\u00f9 laureati che non, pi\u00f9 maschi che femmine. Qualcosa di pi\u00f9 si legge invece sulla composizione della fascia bassa. La povert\u00e0 vera e propria &#8211; quella statisticamente definita sulla base della soglia dei consumi familiari &#8211; ha interessato nel 2005 oltre 2 milioni e mezzo di famiglie per un totale di 7,5 milioni di persone: pi\u00f9 o meno lo stesso numero della precedente rilevazione. In questa fascia \u00e8 sempre abbastanza forte la presenza di pensionati, ma si comincia a vedere una tendenziale riduzione del peso degli anziani tra i poveri mentre aumenta quello dei giovani che sono usciti dal nucleo familiare, dei genitori soli (solitamente donne), delle famiglie numerose.<br \/>\nUn po&#8217; pi\u00f9 su del gradino della povert\u00e0, troviamo l&#8217;area del \u00abdisagio economico\u00bb: circa il 15% delle famiglie arriva a fine mese con grande difficolt\u00e0, e quasi il 30%, se le capita di dover affrontare una spesa imprevista di 600 euro, non ce la fa.<br \/>\nAllargando ancora di pi\u00f9 il campo, e guardando ai dati macroeconomici, viene fuori che anche chi non \u00e8 in \u00abdisagio\u00bb non brinda a champagne. Nel 2006 il reddito disponibile delle famiglie italiane \u00e8 rimasto invariato, mentre \u00e8 aumentata la spesa per consumi: dunque, si \u00e8 ridotta la propensione al risparmio. Ed \u00e8 aumentata quella a far debiti, complice un aggressivo marketing delle rate.<br \/>\nImprese e lavoro<br \/>\nMa lo sviluppo a forbice dell&#8217;Italia non \u00e8 solo un dato degli indicatori sociali. Anche nella struttura economica, l&#8217;Istat vede punte di eccellenza e livelli di pura sopravvivenza: imprese che fanno off-shoring, aumentano produttivit\u00e0 e\/o redditivit\u00e0, innovano, e imprese che sono \u00abdi sussistenza\u00bb. Le prime sono tutte nel Centro-Nord &#8211; con gran sviluppo dei \u00abpoli urbani\u00bb -, le altre tutte a Sud. A proposito del quale: non c&#8217;\u00e8 indicatore che non segnali un aumento del divario territoriale. Testimoniato dalla ripresa massiccia delle migrazioni interne. Quanto al lavoro, la riduzione del tasso di disoccupazione non pu\u00f2 far cantare vittoria. Dentro il 6,8% della media, resta una disoccupazione giovanile del 20%, che sale al 24% per le giovani donne. Per le quali sono drammatiche le cifre sui tassi di occupazione e di attivit\u00e0: e dicono di quell&#8217;effetto-scoraggiamento che soprattutto a Sud le tiene lontane dal lavoro.<br \/>\nVecchi e nuovi<br \/>\nI dati della demografia &#8211; l&#8217;invecchiamento della popolazione &#8211; sono quasi una conseguenza di tutto il quadro. Siamo il paese pi\u00f9 vecchio d&#8217;Europa: 141 persone con pi\u00f9 di 65 anni ogni cento ragazzi sotto i 15. Sale la speranza di vita, scende quella di nascita. Unico dato positivo: l&#8217;esser diventati un paese di forte immigrazione. Gli stranieri regolari erano, al primo gennaio 2006, 2.768.000: il 4,5% della popolazione residente. Mentre tra i nuovi nati la percentuale di stranieri raddoppia: 9,4%.<\/p>\n<p>__________________<\/p>\n<p>I ritardi dell&#8217;industria frenano la crescita<br \/>\nErnesto Geppi<\/p>\n<p>Il Pil si \u00e8 un po&#8217; risvegliato, ma le imprese rimangono un nodo critico: sono tante, mediamente molto piccole, con una produttivit\u00e0 relativamente bassa (che cela una diffusa evasione fiscale e contributiva) con costi del lavoro e retribuzioni decisamente pi\u00f9 bassi rispetto ai partner europei. Imprese poco inclini a innovare e a investire in attivit\u00e0 di ricerca, con margini di redditivit\u00e0 per\u00f2 relativamente buoni, e con casi di eccellenza concentrati in pochi settori (l&#8217;industria meccanica) e presso le imprese esportatrici. Negli ultimi anni l&#8217;Italia ha rafforzato la specializzazione nelle produzioni a pi\u00f9 basso contenuto tecnologico, indebolendosi soprattutto in quelle a intensit\u00e0 medio-alta: un percorso opposto da quello seguito dalla Germania e dal Regno unito, che hanno privilegiato i segmenti a pi\u00f9 elevata intensit\u00e0 tecnologica. O dalla Spagna, che si sta allontanando dalla sua specializzazione nelle produzioni a bassa tecnologia. Sar\u00e0 anche per questo che la nostra quota di mercato sul totale delle esportazioni della zona euro continua a scendere: pi\u00f9 di un punto perso dal 2001 al 2006, a scapito soprattutto della Germania la quale ormai d\u00e0 conto di un terzo dell&#8217;export dell&#8217;area e ha conosciuto nell&#8217;ultimo anno una significativa espansione della presenza sui mercati esteri nonostante l&#8217;euro forte.<br \/>\nUna delle poche certezze \u00e8 che il problema non sta nel costo del lavoro. I dati a livello europeo parlano chiaro: la media oraria dell&#8217;industria manifatturiera italiana (22,40 euro nel 2004) \u00e8 ben pi\u00f9 bassa di quella tedesca (31,12), di quella francese (29,36) o del Regno unito (25,26), e fra i paesi maggiori solo la Spagna presenta valori pi\u00f9 bassi (17,43). Sono divari ragguardevoli, anche tenendo conto della diversit\u00e0 nella composizione per settore e dimensione, e riflettono l&#8217;esistenza di un problema di sistema. Prendendo come riferimento la Germania, in quel paese il valore aggiunto per addetto (una misura rozza e immediata della produttivit\u00e0) nell&#8217;industria in senso stretto \u00e8 pari a circa 62 mila euro (il dato \u00e8 riferito al 2004): si colloca dunque ben al di sopra della media dell&#8217;Ue a 25 (53 mila euro) e ancor di pi\u00f9 della media italiana (48 mila euro), la quale a sua volta \u00e8 inferiore anche a quella spagnola (50 mila euro). In Germania \u00e8 ovviamente pi\u00f9 elevato anche il costo del lavoro per addetto, che viaggia attorno ai 46 mila euro contro i nostri 33 mila e i 30 mila della Spagna. Rapportando questi valori, la competitivit\u00e0 delle imprese italiane, come pure di quelle spagnole, risulta addirittura superiore a quella tedesca. Anche la redditivit\u00e0 delle nostre imprese risulta superiore a quella dei tedeschi, e questo senza tenere conto della probabile sottostima del valore aggiunto indotta dalla diffusa evasione soprattutto nei settori pi\u00f9 polverizzati dell&#8217;economia: solo in Spagna e Regno unito competitivit\u00e0 e redditivit\u00e0 sono pi\u00f9 elevate.<br \/>\nCos&#8217;\u00e8 che fa la differenza? I dati sull&#8217;innovazione forniscono qualche risposta. In Germania quasi il 60% delle imprese con almeno 10 addetti ha progetti di innovazione, e questa quota nell&#8217;ultimo triennio risulta in forte crescita rispetto al triennio precedente. In Italia la percentuale \u00e8 al 35%, ben al di sotto della media comunitaria. Il grosso dell&#8217;attivit\u00e0 innovativa \u00e8 concentrata sui processi produttivi mentre in Germania \u00e8 concentrata sui prodotti, con un maggiore investimento in risorse umane e in attivit\u00e0 di ricerca e sviluppo. Inoltre le imprese non sono molto inclini e a spendere soldi in ricerca, preferisce che a farlo sia lo stato: costa meno. Dunque, meno del 50% della spesa per ricerca e sviluppo proviene dalle imprese, contro una media Ue del 63% e punte del 70% in Germania, Svezia e Finlandia. Ma anche la ricerca pubblica langue.<\/p>\n<p>__________________<\/p>\n<p>DONNE<br \/>\nPi\u00f9 occupate, ma non al Sud<br \/>\nChiara Marchionni<\/p>\n<p>Qualche buona notizia per l&#8217;occupazione femminile italiana. Secondo l&#8217;Istat, negli ultimi dieci anni le donne hanno trovato lavoro il 2% in pi\u00f9 ogni anno, mantenendo un ritmo pi\u00f9 che doppio rispetto a quello dei colleghi uomini. Considerando, tuttavia, che i dati sulla crescita occupazionale del Paese restano generalmente bassi rispetto al resto d&#8217;Europa, le donne italiane risentono ancora di una forte penalizzazione, che le porta ad accedere al mercato del lavoro con una certa difficolt\u00e0 (meno 13 punti in percentuale rispetto alla media della \u00abUe a 15\u00bb).<br \/>\nA trovare impiego non sono state per\u00f2 le giovani leve, quelle che dopo anni di studi e relative fatiche sognano di poter finalmente avviare la tanto desiderata carriera. Le fortunate, le italiane che hanno trovato un posto di lavoro in questi ultimi, sono donne adulte, dai 30 ai 44 anni o &#8211; e pi\u00f9 ancora &#8211; donne mature, al di sotto dei 59 anni, rimesse in gioco da uno stipendio che da solo in casa non basta pi\u00f9. Sono donne divise tra carriera e famiglia, sempre pi\u00f9 spesso impiegate nel part-time (lo ha richiesto pi\u00f9 del 71% delle lavoratrici dipendenti di questa fascia di et\u00e0) e pienamente rispondenti a quella tendenza che le vuole lontane dall&#8217;inclinazione a prendersi carico dell&#8217;universo dei problemi familiari (bambini, anziani e i sempre pi\u00f9 numerosi disabili\u00bb. Pi\u00f9 di tutto, resta grave la situazione del Mezzogiorno, dove la condizione occupazionale \u00e8 la peggiore in assoluto, e a fare le spese di un ritardo che \u00e8 soprattutto di tipo culturale sono le donne adulte, soprattutto con figli. Cosa fa lo Stato per loro? Nel 2004 hanno potuto beneficire del servizio pubblico per gli asili nido, solo 897 bambini su 10 mila, a dimostrazione di una capacit\u00e0 ricettiva \u00abmolto limitata\u00bb che ha la maggiore incidenza negativa proprio al Sud, pur ritendo \u00abapprezzabile\u00bb la variabilit\u00e0 che riguarda per\u00f2 l&#8217;intero territorio italino.<br \/>\nAltro dato emergente \u00e8 quello relativo alla componente lavorativa straniera. Qui risultano maggiormente impiegati gli uomini che le donne, tanto che il tasso di occupazione rapportato a quello delle donne italiane pu\u00f2 dirsi relativamente identico. Ad incidere in maniera decisiva sul fattore occupazionale \u00e8 il periodo che si \u00e8 trascorso nel nostro paese, da cui sembra fin&#8217;ora tragga il maggiore favore la popolazione d&#8217;origine filippina, presente in Italia da ormai molto tempo.Quanto all&#8217;et\u00e0, a essere coinvolte sono soprattutto le fasce pi\u00f9 giovani, anche se le differenze con i ragazzi italiani si annullano se si tiene conto dell&#8217;impegno scolastico.<\/p>\n<p>http:\/\/www.istat.it\/dati\/catalogo\/20070517_00\/<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>3321-il-rapporto-istat-fotografa-un-italia-sempre-piu-povera<\/p>\n<p>4087<\/p>\n<p>EmiNews 2007<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<div class=\"mh-excerpt\"><p>20070525 11:46:00 redazione-IT DOSSIER DA: Il Manifesto del 24 maggio &#8211; www.ilmanifesto.it Articoli di: Guglielmo Ragozzino, Roberta Carlini, Ernesto Geppi, Chiara Marchionni Siamo il paese <a class=\"mh-excerpt-more\" href=\"https:\/\/emigrazione-notizie.org\/?p=21730\" title=\"3321 IL RAPPORTO ISTAT FOTOGRAFA UN&#039; 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