{"id":21653,"date":"2007-06-07T00:00:00","date_gmt":"2007-06-07T00:00:00","guid":{"rendered":"http:\/\/emigrazione-notizie.org\/?p=21653"},"modified":"2007-06-07T00:00:00","modified_gmt":"2007-06-07T00:00:00","slug":"3407-premio-piero-conti-pubblicato-il-volume-della-vi-edizione","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/emigrazione-notizie.org\/?p=21653","title":{"rendered":"3407 PREMIO &#034;PIERO CONTI&#034;: PUBBLICATO IL VOLUME DELLA VI EDIZIONE"},"content":{"rendered":"<p>20070618 16:13:00 redazione-IT<\/p>\n<p>RACCONTI DAL MONDO. NARRAZIONI, MEMORIE E SAGGI DELLE MIGRAZIONI<\/p>\n<p>Il volume, che raccoglie gli elaborati vincitori e quelli segnalati dalla giuria della VI edizione del Premio Pietro Conti promosso dalla FILEF, dalla Regione Umbria, in collaborazione con l\u2019ISUC, \u00e8 stato pubblicato dalla Fondazione Giovanni Agnelli, Torino con la cura di Paola Corti e Maddalena Tirabassi.<br \/>\n&quot;Le linee della migrazione attuale, ben rappresentate in questo volume, portano con s\u00e9, se mi si passa il gioco di parole, una molteplice molteplicit\u00e0. Mi spiego: sono linee trasversali \u2013 genere letterario, luogo geografico, prospettiva \u2013 che si intersecano con quelle verticali della storia. In un libro, frammentati, sono racchiusi pi\u00f9 di cento anni di storia. E verrebbe voglia di leggerlo, Racconti dal mondo, non solo nell\u2019ordine degli editori (che poi segue l\u2019ordine del premio, diviso nelle sezioni Narrativa, Memorialistica e Saggi), ma in un ordine cronologico che potrebbe sembrare assurdo al primo, al secondo, forse anche al terzo brano letto, per riaffermarsi infine nella sua coerenza&#8230;.&quot;<\/p>\n<p>Cominciamo. Si parte dal Risorgimento, dagli albori della \u201cimpresa\u201d coloniale italiana. \u00c8 da l\u00ec che, tirando i fili, si arriva al saggio La letteratura femminile della migrazione: le scrittrici delle ex colonie italiane segno evidente di un\u2019Italia che sta cambiando (che \u00e8 gi\u00e0 cambiata) e di un concetto nuovo di italianit\u00e0 che va assolutamente riformulato perch\u00e9 racchiuda una serie di valori e riferimenti culturali pi\u00f9 ampi.<\/p>\n<p>Poi, \u00e8 il 1904. Il primo sciopero nazionale italiano.<br \/>\nIl bellissimo racconto La piccola Parigi parte dalle prime avvisaglie di questo sciopero, in Sardegna.<br \/>\nUna migrazione virtuale, si potrebbe dire, ma non per questo meno alienante o difficoltosa.<br \/>\nIl saggio La migrazione italiana in Romania. Etnografia di un villaggio della Dobrugia \u00e8 nel frattempo gi\u00e0 iniziato, e attraversa la storia di due paesi \u2013 la linea temporale tocca e si sovrappone a quella geografica \u2013 dal 1871 ad oggi.<br \/>\nAgli inizi del Novecento appartengono i racconti sull\u2019emigrazione \u201cstorica\u201d: addirittura dal 1890 prende inizio Gi\u00f2 Gioia, dagli anni Dieci il vincitore della sezione narrativa, La terra delle castagne, che ricorda molto il bel film di Crialese Nuovo mondo.<br \/>\nSono gli anni del fascismo: Ermias, il protagonista<br \/>\nitalo-etiope del racconto Macchiato, ne porta le conseguenze sul suo viso meticcio, con il rischio di non essere accettato n\u00e9 dalla cultura dei colonizzatori n\u00e9 da quella originaria. E la follia mussoliniana porter\u00e0 l\u2019Italia fino alla seconda guerra mondiale, sapientemente documentata dal saggio Movimenti di popolazione al confine<br \/>\nnordorientale d\u2019Italia nell\u2019ultimo conflitto mondiale.<br \/>\nGiusto per ricordare ancora una volta, nel caso ce ne fosse il bisogno, che la migrazione prende mille forme, muta faccia e corpo: \u00e8 al tempo stesso guerra, progetto coloniale, scalata sociale e lavorativa, viaggio disperato e nuovo padronato multinazionale. E ogni diversit\u00e0 si<br \/>\nporta dietro inscindibili elementi comuni.<br \/>\nSono gi\u00e0 gli anni Quaranta e Cinquanta, quelli della grande migrazione verso le miniere del Belgio, della Francia e della Svizzera. \u00c8 l\u2019epoca in cui inizia la narrazione di Cahors (Francia), vincitore della sezione memorialistica, un intenso affresco di una famiglia italiana emigrata in Francia. E sono gli anni (per l\u2019esattezza il novembre del 1951) in cui il Po invade il Polesine ed ha inizio la storia di L\u2019addio, un altro racconto sospeso tra creativit\u00e0 e memoria, tra rielaborazione artistica e ricordo. Sono gli anni Sessanta, ma in Brasile, anche nel testo A Senhora, bella descrizione di un frammento dell\u2019emigrazione italiana<br \/>\na San Paolo: morti di vecchi emigranti, nuove vite che nascono con i segni del viaggio e della migrazione, ancora una volta al tempo si sovrappongono luoghi diversi. L\u2019Italia reale alla porte del boom, quella ricordata \u2013 o immaginata, o solo sognata \u2013 dagli emigranti, che vivono in un paese reale \u2013 l\u2019altro, non la loro patria \u2013 e in uno<br \/>\nche non esiste pi\u00f9, neanche nel ricordo che ogni giorno si trasforma, deforma e si ingrossa fagocitando ogni elemento negativo. \u00c8 anche un atto salvifico della memoria e dello spirito: c\u2019\u00e8 sempre un luogo \u2013 o c\u2019\u00e8 stato o ci sar\u00e0 \u2013 in cui vivere meglio, nel quale vivere davvero.<br \/>\nE ci avviciniamo ai giorni nostri: l\u2019Italia, da paese di emigrazione, si scopre paese di immigrazione.<br \/>\nBisogna ripensarsi, non dimenticare il passato, ma calarlo in un presente che talvolta sembra troppo veloce per comprenderlo davvero. E l\u2019incomprensione produce drammi e diffidenze.<br \/>\nDrammi: quelli di Solo un po\u2019 di terra, le riflessione di un migrante stipato su una nave, alla ricerca della vista di un\u2019alta terra promessa \u2013 questa volta l\u2019Italia \u2013 in un percorso del tutto simile a quello di Gi\u00f2 Gioia. Entrambi cercano solo un po\u2019 di terra. Diffidenze: quelle del protagonista di Rose, la ragazza africana, che si rende conto per la prima volta di quanto sia realmente difficile<br \/>\nandare verso l\u2019altro. La nuova prospettiva della migrazione emerge anche dagli studi: esempi locali come Immigrati e politiche di integrazione: il caso della Campania o Indagine sull\u2019integrazio &#8211; ne scolastica degli alunni stranieri nelle scuole della Provincia di Terni testimoniano l\u2019attenzione alle suddette tematiche e la capacit\u00e0 di cogliere in dati locali esempi da seguire o da evitare in chiave nazionale.<br \/>\nEccola qui, la storia del Novecento, secolo che forse pi\u00f9 di ogni altro \u00e8 stato caratterizzato da possenti spinte migratorie, in rotte che sono cambiate e che si sono via via incrociate. Una storia troppo frammentata, si potrebbe obiettare. Ma non \u00e8 forse quest\u2019epoca a vivere di frammenti, divisioni, nicchie e parcellizzazioni alle quali a volte sembra impossibile dare una visione d\u2019insieme?<br \/>\nEccola, una visione d\u2019insieme. Sotto la chiave della migrazione.&quot;<\/p>\n<p>_________________<\/p>\n<p>La Prefazione al volume di Rodolfo Ricci <\/p>\n<p>&quot;Difficile solo immaginarla la storia dei 60 milioni di italiani nel mondo. Pi\u00f9 probabile recuperare ricordi, testimonianze, bagliori di un esodo durato oltre un secolo e mezzo; un esodo non lineare, frastagliato e con tante terre promesse che lampeggiavano di fronte agli occhi spalancati verso un avvenire. Pi\u00f9 che di una storia, si tratta allora di tante differenti storie la cui casistica \u00e8 cos\u00ec vasta e contraddittoria come quella di ogni popolo; e in questo caso si tratta di un popolo in movimento, cos\u00ec che ad ogni passo, si tratterebbe di capire quali e quante variabili ne configurano la soggettivit\u00e0 (se c\u2019\u00e8) e quante forme identitarie asso assume, via via che viene integrato, o assimilato, o rifiutato o tutte e tre le cose insieme.<br \/>\nQuindi \u00e8 d\u2019obbligo procedere rapsodicamente, tra i tanti vuoti della memoria collettiva, senza velleit\u00e0 euristiche, ma solo con l\u2019ambizione di accendere un lume, come fa da oltre 12 anni il Premio Conti, ideato dalla FILEF all\u2019inizio degli anni \u201990 e che trov\u00f2 nella Regione Umbria la sensibilit\u00e0 necessaria a far riemergere ci\u00f2 che nel corso del tempo si era via via affievolito e disperso.<br \/>\nUn mondo fatto di identit\u00e0 in divenire, contrariamente a quanto in diversi pensavano e forse pensano, sia sul piano sociale ed economico, che su quello culturale e che tuttora si evolve insieme alle popolazioni autoctone che hanno incontrato o alle altre schiere di migranti che li avevano preceduti o che li hanno seguiti. Perch\u00e9 il popolo migrante non \u00e8 fatto solo di italiani, ma prima ancora di tedeschi e gallesi, svizzeri e irlandesi, galleghi, baschi e bretoni, scandinavi e polacchi, insomma da una congerie di genti che sono l\u2019intera Europa sovrappopolata e contadina, misera e scarsamente alfabetizzata, come e pi\u00f9 delle schiere di migranti che abitualmente osserviamo arrivare sulle coste dai nostri divani televisivi.<br \/>\nDi italiani ne partirono 28 milioni; ben oltre la met\u00e0 della popolazione totale. Molti per ritornare (prima o dopo) molti altri, i pi\u00f9, per restare nei luoghi di arrivo, o per continuare a migrare, come quelli che, partiti dal Rio Grande alla fine dell\u2019ottocento, hanno risalito gli stati brasiliani di Santa Catarina, Paran\u00e0, San Paolo, Mato Grosso do Sul, Mato Grosso, Rondonia, Acre e si trovano ora, dopo oltre cento anni alle propaggini meridionali dell\u2019Amazzonia, alla ricerca di nuove terre da coltivare o da strappare ai grandi latifondisti che l\u2019hanno rubata falsificando i documenti catastali, oppure uccidendo i precedenti possessori.<br \/>\nA conferma che non tutti (anzi pochissimi hanno fatto successo), troviamo tra questi senza terra, milioni di discendenti di italiani; e a conferma che non tutti gli italiani sono pii e coscienziosi, ne troviamo parecchi nel ruolo di latifondisti o sfruttatori di manodopera patria e indigena. Questo ci invita a ragionare fuori dei miti o delle iconografie ufficiali e a rinverdire qualche approccio dimenticato che invitava a distinguere dentro una nazione situazioni sociali, aspirazioni ed ispirazioni diverse, interessi talvolta conflittuali, spesso opposti.<br \/>\nCosa avevano in comune oltre al fatto di essere discendenti di italiani, i Generali golpisti Lambruschini, Viola o Massera e gli oltre 10.000 desaparecidos di origine italiana di cui si \u00e8 persa traccia e che solo la caparbiet\u00e0 delle madri di Plaza de Majo (con i nomi di Estela Carlotto e Ebe de Bonafini) hanno recuperato e imposto alla nostra memoria ?  O tra quegli italiani dell\u2019Uruguay esiliati in Olanda e Svezia e il loro torturatore Dan Mitrione, che veniva da New York a Montevideo per addestrare le milizie, anche lui, certo, italiano, di origine siciliana ?<br \/>\nO, per richiamare fatti pi\u00f9 recenti, che differenza passa tra il Sig. Cavallo, di ascendenza piemontese, Ministro dell\u2019economia dell\u2019Argentina sotto il Governo del default, puntuale esecutore delle politiche del FMI, con i milioni di discendenti di piemontesi operosi a cui la crisi ha sottratto tutti i risparmi di una vita ?<br \/>\nLa storia dei migranti italiani \u00e8 una infinita storia di lavoro: in Brasile gli italiani sostituiscono gli schiavi afroameircani nella coltivazione del caff\u00e8. In Australia, con l\u2019introduzione della canna da zucchero, e in mancanza congenita di schiavi, gli italiani risultano indispensabili. In Francia tagliano i boschi sui Pirenei, e se vogliono cambiare lavoro, devono attendere 10 anni (lo impone la pianificazione in agricoltura). Negli Stati Uniti fanno di tutto. Nell\u2019Europa del nord servono soprattutto nelle miniere e nella grande industria. A Colonia si racconta che nei piloni in calcestruzzo dei grandi ponti sul Reno siano intrappolati molti giovani manovali e carpentieri italiani, caduti gi\u00f9 a costituire parte integrante ed eterna dell\u2019opera di ricostruzione della Grande Germania.<br \/>\nFatti noti sono le tragedie di Mattmark, di Marcinelle, in Belgio. A Monongah, etimologicamente \u201cterra dei lupi\u201d nel West Virginia, cinquanta anni prima (e quest\u2019anno sono 100 ) ne erano morti oltre quattrocento: tragedia ignorata fino a pochi anni or sono, come l\u2019altra nella sperduta Dawson, nel New-Mexico.<br \/>\nA San Paolo del Brasile, un monumento di artista italiano proclama fama imperitura ai costruttori italiani della grande citt\u00e0. Analoghe lapidi e steli commemorative si rinvengono a Buenos Aires o a Montevideo. Solo pi\u00f9 recentemente, in Germania e in Svizzera, mostre documentarie e piazze vengono intitolate all\u2019emigrazione italiana che grande apporto ha fornito al loro grande sviluppo industriale.<br \/>\nE oltre all\u2019epica, possiamo interessarci della cronaca: a Gevelsberg, sulle colline della Ruhr, ci si ricorda ancora il massacro nella neve di 5 tedeschi accoltellati da un emigrato sardo all\u2019uscita da un bar, dopo che lo stesso era stato da loro malmenato a sangue per l\u2019insostenibile ingiuria di aver conquistato una ragazza del posto.<br \/>\nO dei fatti di costume: a Francoforte sul Meno, ad esempio, i giovani meridionali toccavano il posteriore alle ragazze tedesche in minigonna ondeggianti sulle scale mobili dei grandi magazzini, partendo dall\u2019assunto che mostrare le gambe costituiva segnale di disponibilit\u00e0.<br \/>\nMa anche fatti che potrebbero costituire trama interessante per film di azione e avventura: nel deserto australiano, gli italiani emigrati furono accolti nei campi di concentramento utilizzati qualche anno prima per i prigionieri della seconda guerra mondiale: di giorno uscivano per lavorare, ma ad una certa ora dovevano assolutamente rientrare nel campo, pena l\u2019arresto o l\u2019espulsione; a Bonogilla, (400 chilometri a nordovest di Sydney) nel \u201952, questa situazione si protrasse per alcuni mesi, poi tre italiani, presi dallo disperazione di trovarsi in un deserto peggiore di quello di partenza, uno dopo l\u2019altro si impiccarono; italiani, greci e portoghesi incendiarono il campo; giunsero polizie e milizie varie con annessi carri armati, arrestarono, espulsero, ma da quel momento il governo australiano comprese che forse era pi\u00f9 opportuno introdurre differenti procedure per l\u2019accoglienza e l\u2019inserimento dei migranti. Tra gli organizzatori di quella sommossa c\u2019era un imbianchino calabrese, Giovanni Sgr\u00f2, che poi diventer\u00e0 il primo \u2013ed unico ad oggi- vicepresidente straniero del Parlamento dello Stato del Victoria, la cui capitale \u00e8 Melbourne, abitata da mezzo milione di italiani. E c\u2019erano anche altri giovani -cosa meno nota- che nella fuga si dispersero nel deserto: furono accolti da trib\u00f9 aborigene, si abituarono a vivere con loro, sposarono le loro donne, e, probabilmente, alcuni vivono ancora da quelle parti, lungo le vie dei canti, di cui ci parla Chatwin.<br \/>\nDieci anni pi\u00f9 tardi, 1962, agli antipodi di questo mondo, un altro luogo viene messo a ferro e fuoco dagli emigrati italiani: Wolfsburg, ancora \u201ccitt\u00e0 dei lupi\u201d, ma anche citt\u00e0 della Volkswagen edificata dagli italiani durante il decennio nazionalsocialista. Qui gli italiani che assemblavano la \u201cmacchina del popolo\u201d nella citt\u00e0-fabbrica,  finito il lavoro rientravano nei campi di concentramento operai, vigilati notte e giorno da guardiani con annesso cane pastore, non raramente ex appartenenti alle SS; dormivano in baracche di legno, dieci per stanza e l\u2019unico diversivo settimanale era, come per i detenuti, l\u2019ingresso scadenzato di prostitute, contrattato e pattuito con i guardiani nel campo. Quando, una notte, un giovane italiano mor\u00ec senza alcuna assistenza medica, scoppi\u00f2 la rivolta. Bruciati i dormitori, poi le automobili lungo il percorso che portava alla fabbrica, poi la fabbrica, poi la citt\u00e0. E\u2019 un fatto poco noto, perch\u00e9 le diverse ragion di stato (compresa quella sindacale autoctona) avevano da tutelare un utile silenzio, sia in Germania che in Italia.<br \/>\nMeticciati e incroci di ogni tipo percorrono la teorie delle schiere di migranti italiani: non solo con anglo-sassoni, francesi o ispanici, ma anche \u2013meno noto- con le trib\u00f9 Guaran\u00ec nel sud del Brasile, con i Charrua nell\u2019Uruguay o i Mapuche in Cile, con l\u2019elemento gaucho nel Chaco e nelle Pampas, con gli indios amazzonici e con gli  afro-discendenti di Spartaco, nel nord caribico e nel nord-est brasiliano.<br \/>\nDi questo popolo migrante \u00e8 possibile recuperare un notevole repertorio di eventi pi\u00f9 o meno strabilianti o edificanti, come si pu\u00f2 ricostruire una storia infinita della santit\u00e0 o dell\u2019infamia, al modo di Borges, per tutti i popoli che resistono sul suolo natio, stanziali e aggrappati alle loro terre e citt\u00e0. L\u2019unica cosa che differisce in queste due possibili storie \u2013di nomadi e di stanziali- \u00e8 che i primi si muovono fisicamente e gli altri no, o molto meno. Quindi la letteratura sviluppa altre dimensioni, la vita quotidiana si configura diversamente, la mente elabora altre paure e altre aperture. Gli uni e gli altri vedono gli spazi in un modo diverso e il valore che danno alle cose, agli oggetti, alla terra e al cielo, \u00e8 differente.<br \/>\nNessuno si senta svantaggiato o privilegiato: le stagioni della vita \u2013e della storia- impongono dei corsi e dei ricorsi in tempi alterni; noi osserviamo le cose e gli eventi in tempi stretti, se li potessimo osservare come in un campo lungo ci accorgeremmo di essere stati, di essere e poi di \u201cdiventare\u201d qualcos\u2019altro, e questa identit\u00e0 in divenire  ricorda il perenne ritorno o forse, meglio, una sorta di lotteria universale il cui esito nuovamente, appare incerto, imponderabile\u2026..&quot; <\/p>\n<p>Rodolfo Ricci (Coordinatore nazionale FILEF)<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>3407-premio-piero-conti-pubblicato-il-volume-della-vi-edizione<\/p>\n<p>4170<\/p>\n<p>EmiNews 2007<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<div class=\"mh-excerpt\"><p>20070618 16:13:00 redazione-IT RACCONTI DAL MONDO. 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