{"id":21577,"date":"2007-06-07T00:00:00","date_gmt":"2007-06-07T00:00:00","guid":{"rendered":"http:\/\/emigrazione-notizie.org\/?p=21577"},"modified":"2007-06-07T00:00:00","modified_gmt":"2007-06-07T00:00:00","slug":"3495-leroe-dei-due-mondi-giuseppe-garibaldi-in-america-latina","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/emigrazione-notizie.org\/?p=21577","title":{"rendered":"3495 L&#039;Eroe dei due mondi: Giuseppe Garibaldi in America Latina"},"content":{"rendered":"<p>20070704 16:37:00 redazione-IT<\/p>\n<p>Oggi, 4 luglio 2007, Giuseppe Garibaldi compie 200 anni. Di pochi personaggi storici si ricorda di pi\u00f9 l&#8217;idealit\u00e0, il coraggio, l&#8217;altruismo. Lo si ricorda in tutto il mondo, forse unico militare italiano dopo Giulio Cesare ad aver conquistato universale rispetto. Lo celebro con un saggio che ripercorre la lunga epopea latinoamericana dell&#8217;Eroe dei due mondi dal Rio Grande do Sul all&#8217;Uruguay. Carissimi simboli patri -a cominciare dalla camicia rossa dei Mille- ma anche una storia d&#8217;amore, quella con Anita, legano indissolubilmente l&#8217;Uruguay all&#8217;Italia, e Garibaldi a tutti noi.<br \/>\nL\u2019Eroe dei due mondi: Giuseppe Garibaldi in America Latina<\/p>\n<p>di Gennaro Carotenuto, pubblicato nel 1998 in Latinoamerica n. 68<\/p>\n<p>&quot;150 anni fa, il 15 aprile del 1848, l\u2019ormai quarantunenne Giuseppe Garibaldi lascia l\u2019America latina a bordo del brigantino Speranza verso la difesa della Repubblica Romana. E\u2019 giunto a Rio de Janeiro nel gennaio di dodici anni prima, in fuga dalla condanna a morte inflittagli nel 1834 per aver partecipato ad un tentativo insurrezionale in Liguria.<\/p>\n<p>E\u2019 un uomo fatto, un carismatico ed integerrimo rivoluzionario, un conclamato condottiero di truppe volontarie destinato ad ulteriore ed universale fama. E\u2019 anche padre quattro volte e profondamente innamorato di Anita, indomita figlia di immigrati paulisti nel sud del Brasile ribellatosi all\u2019Impero. L\u2019ha rapita al primo sguardo in una storia cos\u00ec romantica come solo quelle dell\u2019Ottocento sanno essere.<\/p>\n<p>I principali biografi garibaldini, quelli contemporanei all\u2019Eroe come quelli di questo secolo, concordano nell\u2019affermare che gli anni americani sono fondamentali, sia per la ricostruzione della personalit\u00e0, sia per lo studio del successivo percorso politico e militare del nizzardo.<\/p>\n<p>La parte soprattutto italiana dell\u2019imponente pubblicistica garibaldina, non sempre coglie, per la distanza dai nodi della storia latinoamericana post-coloniale, la portata dell\u2019altro dei due mondi del quale il nizzardo \u00e8 per antonomasia, eroe. Lo fa notare gi\u00e0 Guerzoni, uno dei principali biografi di Garibaldi, che scrive nell\u2019882. Considera la sottovalutazione del periodo americano e la scarsa conoscenza degli eventi come il punto debole degli studi garibaldini a lui noti. Ci\u00f2 resta vero in molti casi anche per il nostro secolo.<\/p>\n<p>Dalla storiografia americana emerge invece pi\u00f9 chiaro, il riferimento \u00e8 imprescindibile, un Garibaldi profondamente inserito in un contesto politico locale ben diverso dalla confusa lotta per bande dalla quale far emergere solo il bell\u2019atto eroico, sradicandolo dalla realt\u00e0 dove quell\u2019atto viene compiuto.<\/p>\n<p>Garibaldi dedica dodici anni di vita e di lotta all\u2019America latina. Vi apprende la prassi dell\u2019azione politica democratica e, sar\u00e0 la sua fortuna, l\u2019arte del comandare gruppi di volontari non necessariamente animati dagli stessi suoi nobili ideali. Al di l\u00e0 dell\u2019eco non positiva della parola Caudillo e del fatto che il politico Garibaldi esprima l\u2019antitesi della gestione del potere sottintesa nel termine, vi \u00e8 indubbiamente del caudillismo nel condurre una spedizione quale quella dei Mille, un colpo di testa che cambia la storia d\u2019Italia. Garibaldi conquista un regno in quanto uomo di popolo oltre che stratega militare, si pensi solo all\u2019entrata in Napoli cercando ed ottenendo il bagno di folla. Solo poi, ed \u00e8 di nuovo un atteggiamento ivi riconducibile, ne fa graziosamente omaggio al Savoia. Ed \u00e8 di nuovo Caudillo quando in Aspromonte, come fosse alla testa dei suoi gauchos, viene fermato dall\u2019esercito regio.<\/p>\n<p>Per l\u2019uomo Garibaldi poi, le esperienze sudamericane continuano fino alla fine ad essere ripercorse con sanguigna passione e nostalgia alla quale si lega in un continuismo anche simbolico della sua azione politica. Lo testimonia il traslare un simbolo profondamente uruguayano quale la divisa rossa del \u201cPartido Colorado\u201d nella \u201ccamicia rossa\u201d dei Mille, profondo e fuor di retorica, simbolo patrio caro ai pi\u00f9.<\/p>\n<p>Pi\u00f9 in l\u00e0 della lotta politica, il nizzardo ama i grandi spazi di quello che chiama \u00abil regno del cavallo, del bue, della gazzella e dello struzzo\u00bb. Per un giovane cresciuto nell\u2019Europa della Restaurazione, il contatto con l\u2019America appena scrollatasi di dosso la dominazione spagnola, \u00e8 inebriante e liberatorio. Ne scrive affascinato ampliando nelle memorie i capitoli americani, invece di fare spazio all\u2019epopea dei Mille ed agli anni che vanno da Quarto a Porta Pia. Proprio in uno dei capitoli pi\u00f9 descrittivi, quello dedicato alla vita ed ai costumi del gaucho, scolpisce l\u2019affermazione, perentoria quanto sorprendente per chi pensa ai Mille, di quella dell\u2019Uruguay come la campagna pi\u00f9 brillante della sua vita.<br \/>\nLa prima tappa<\/p>\n<p>Dopo la condanna a morte per i moti del 1834, Garibaldi si rifugia prima a Tunisi e quindi a Rio de Janeiro. Lo attende l\u2019amico Luigi Rossetti e la Giovine Italia brasiliana ma, soprattutto, lo attende un quadro politico in movimento.<\/p>\n<p>Il Brasile, dove la corona portoghese si trasferisce nel 1808, si stacca poi da questa e si trasforma, con l\u2019appoggio della chiesa e della Gran Bretagna, in un impero oligarchico e latifondista che, lasciando insolute questioni nazionali quali schiavit\u00f9 e forma dello stato, resiste fino al 1889. Quando Garibaldi sbarca in America \u00e8 gi\u00e0 in corso nella provincia meridionale del Rio Grande do Sul, la Rivoluzione dei Farrapos (straccioni) capitanata dal Caudillo gaucho Bento Gon\u00e7alves, segretario del quale \u00e8 il bolognese Zambeccari. La proclamazione di una repubblica del Rio Grande, contrapposta ad un impero, quello brasiliano, nonch\u00e9 la vicinanza di framassoni e carbonari al repubblicanesimo di Gon\u00e7alves, contrapposto al liberal clericalismo del regime di Frij\u00f3, riscalda gli animi della Giovine Italia brasiliana e dello stesso Garibaldi.<\/p>\n<p>Alla causa riograndense dedica cinque anni. E\u2019 un apprendistato importante ma deludente. Gi\u00e0 parlando degli anni centrali della sua partecipazione, lascia traccia dei propri dubbi sulla gestione politica riograndense. Capisce di essere coinvolto in un\u2019orribile guerra civile nella quale il metro dei suoi ideali a poco serve per discernere tra il combattere per una tirannia contro un\u2019altra dove nulla vi \u00e8 della sua mazziniana \u201cguerra nazionale\u201d. Rileva violenze, corruzione, cattiva gestione della cosa pubblica ed imputa a queste il fallimento di una spinta propulsiva che, scrive nell\u2019edizione definitiva, avrebbe portato al \u00abtrionfo della Republica su tutto il continente Americano\u00bb.<\/p>\n<p>Per un po\u2019 va avanti per la sua strada. Il \u201cnegro Antonio\u201d, catturato ed emancipato a bordo della lancia Marinbondo nel 1837, sarebbe, 50 anni prima dell\u2019abolizione totale in Brasile (1888) e cinque prima che in Uruguay il primo schiavo liberato dell\u2019intera costa atlantica dell\u2019America latina.<\/p>\n<p>http:\/\/www.gennarocarotenuto.it\/public\/Anita_Garibaldi_-_1839.jpgNel \u201938 conosce Anita, \u201cTu devi essere mia\u201d, le sussurra al primo incontro. L\u2019incertezza di lei, pur sposata, \u00e8 brevissima. Si lascia tutto alle spalle e segue Garibaldi a bordo della Rio Pardo che in quel momento lui comanda. Si sposano nel \u201842 a Montevideo, hanno 4 figli. Lei combatte fin dal primo momento al suo fianco in una corsa che si spezza solo nell\u2019agosto del 1849 con la morte di lei nella ritirata dei difensori della Repubblica Romana.<\/p>\n<p>Non altrettanto gloriosa ma altrettanto drammatica \u00e8 un\u2019altra ritirata di nove anni prima al termine della quale Garibaldi giunge alla conclusione della necessit\u00e0 di uno sganciamento personale dalla lotta sempre meno gratificante per il Rio Grande do Sul. La morte dell\u2019amico Rossetti, le condizioni miserrime nelle quali Anita conduce la gravidanza del primogenito Menotti, che viene alla luce il 16 giugno 1840 con \u00abuna ammaccatura sulla testa\u00bb, conseguenza di una caduta da cavallo della madre che mai abbandona il compagno nella lotta, sei anni di mancanza reciproca di notizie con i genitori, lo spingono verso un periodo di riposo, che, sa essere senza ritorno, verso Montevideo. Vi giunge nel giugno 1841. E\u2019 il modo pi\u00f9 elegante per distaccarsi da Gon\u00e7alves e dalla difesa della Repubblica del Rio Grande che si prolunga fino al 1845.<\/p>\n<p>La motivazione privata trova terreno fertile nella delusione politica. Garibaldi, oltre che umanamente deluso, non crede pi\u00f9 nel fondamento politico di quella lotta. Con ogni probabilit\u00e0, condivide l\u2019ultima lettera di Luigi Rossetti, suo pi\u00f9 stretto collaboratore ed amico, al ministro riograndense Almeida che delinea gi\u00e0 nel Federalismo pi\u00f9 che nella secessione l\u2019organizzazione pi\u00f9 plausibile per l\u2019allora Impero del Brasile. A Montevideo, lo attende tra gli altri il giornalista Giovambattista Cuneo. Anni prima, nel porto del Mar Nero di Taganrog, ha iniziato il giovanissimo Garibaldi agli ideali mazziniani e repubblicani. Ora sta pubblicando il periodico l\u2019Italiano, che lo stesso Mazzini amerebbe ricevere a Londra. Garibaldi si mette di impegno nel provare a vivere in pace. Non ci riesce. Lavora come sensale navale ed insegnante di matematica ma presto, stanco, accetta il comando della flotta uruguayana con la quale si rende protagonista di una prodigiosa risalita del Paran\u00e1.<\/p>\n<p>http:\/\/www.gennarocarotenuto.it\/public\/defensademontevideo.jpg<br \/>\nUn rivoluzionario e due imperialismi<\/p>\n<p>Se la lotta riograndense s\u2019inquadra nell\u2019assestamento statuale brasiliano, la partecipazione garibaldina alla Guerra Grande, che si combatte in Uruguay dal 1839 al 1851, va contestualizzata nella fase post-coloniale che tocca il consolidamento degli stati nazionali, il processo di sostituzione dell\u2019influenza spagnola con quella franco-britannica ma anche la lotta tra autoritarismo e liberalismo o, secondo la prospettiva, tra americanismo e capitale europeo.<\/p>\n<p>La fragile indipendenza uruguayana \u00e8 a lungo appesa ad un filo. Da una parte non sono svanite le mire del Brasile, al quale l\u2019Uruguay \u00e8 annesso dal 1820 al 1828 come provincia cisplatina, di raggiungere il Rio de la Plata considerato il confine naturale dell\u2019Impero. Dall\u2019altra sono ben concrete le ambizioni dell\u2019Argentina di Rosas di ricostituire il virreinato, viceregno, spagnolo. Come terzo incomodo, \u00e8 remota ma esiste la tentazione dei gabinetti Thiers, di fare dell\u2019Uruguay una testa di ponte dell\u2019impero francese in America Meridionale. Al di l\u00e0 di ci\u00f2, Francia e Gran Bretagna svolgono sempre un ruolo attivo che ha, come primario obbiettivo, che il Plata non diventi un fiume interno argentino.<\/p>\n<p>Gli interessi industriali europei, almeno in quell\u2019area, appaiono gi\u00e0 preferire il consumatore al suddito e pertanto il frazionamento dell\u2019America Latina, anche al di l\u00e0 dell\u2019infrangere il sogno di Artigas e Bolivar, \u00e8 desiderabile. Trattare con piccoli stati quali il Paraguay, l\u2019Uruguay e perch\u00e9 no, Rio Grande, Corrientes, Santa Fe, Entre Rios, \u00e8 spesso vantaggioso rispetto al dover gestire un riottoso nazionalista quale Rosas. Contro questi la flotta francese applica due lunghi blocchi navali, poco graditi agli stessi inglesi che hanno nel porto di Buenos Aires il canale privilegiato della loro penetrazione nel Cono Sud proprio come i primi puntano sulla riva orientale e quindi su Montevideo.<\/p>\n<p>Sono gli anni del liberalismo classico. Come le cannoniere francesi bloccano Buenos Aires, cos\u00ec quelle inglesi, per costringere la Cina ad aprirsi e consumare prodotti britannici, bombardano Nanchino e bloccano Canton. E\u2019 la Guerra dell\u2019oppio. Di l\u00ec a poco, stessa sorte tocca al Giappone, obbligato a fare altrettanto dalla flotta statunitense del Commodoro Perry.<\/p>\n<p>Vista in quest\u2019ottica, la Guerra grande nella quale Garibaldi combatte \u00e8 il conflitto tra l\u2019America spagnola e l\u2019Europa industriale. E\u2019 forse la visione pi\u00f9 calzante all\u2019osservatore del tardo secolo XX che utilizzi strumenti marxisti di analisi. Se si limitasse a ci\u00f2 sottovaluterebbe le implicazioni locali del conflitto e concluderebbe vedendo il braccio dell\u2019Eroe dei due mondi miseramente prestato ai fini dell\u2019imperialismo franco-britannico.<\/p>\n<p>La Guerra grande \u00e8, in primo luogo, una lotta per bande tra partiti che non sono ancora partiti ma che gi\u00e0 vantano divise, la bianca dei Blancos e la rossa dei Colorados che segnano tutta la storia dell\u2019Uruguay indipendente. Sono partiti dalla pallida o inesistente ideologia che in primo luogo si disputano il controllo della propriet\u00e0 e la distribuzione di una terra che, in Uruguay come in Argentina, continua a passare di mano a seconda del Caudillo vincente: Fructuoso Rivera, colorado, gi\u00e0 sistematico genocida dei nativi Charrua o Manuel Oribe, caudillo blanco costretto all\u2019esilio e che trova appoggio naturale alle sue aspirazioni di potere nel dittatore argentino Juan Manuel de Rosas che a sua volta lo considera strumento delle proprie mire espansioniste.<\/p>\n<p>Da qui sorge il punto di vista di Garibaldi e delle Legioni italiana e francese che si inseriscono nella fase pi\u00f9 complessa della guerra civile uruguayana, quella dell\u2019internazionalizzazione e dell\u2019assedio di Montevideo. Sorge dalla lotta di un piccolo popolo contro un dittatore brutale che manda il suo luogotenente, il \u00abferoce Ourives\u00bb, alla testa di un esercito straniero assediante a metterne a repentaglio il sacro diritto alla libert\u00e0.<\/p>\n<p>Garibaldi fa la sua scelta di schieramento, partendo dalla sua cultura politica, dalla condizione di esiliato e dalla realt\u00e0 contingente. La percezione dell\u2019imperialismo francese ed europeo nell\u2019area appare secondaria. Mazziniani italiani, liberali di varia provenienza, borghesi ed intellettuali orientali, sposano con decisione la causa colorada rispetto a quella blanca. Appaiono in gioco dei principi universali: da un lato il romantico liberalismo di provenienza europea, dall\u2019altro la tirannide oscurantista e tardo-coloniale. Che poi in prospettiva l\u2019americanismo di Rosas,, al di l\u00e0 della violenta e personalistica dittatura, significasse anche la difesa di una possibile area produttiva locale, corrispondente al vecchio virreinato, argine al liberoscambismo delle potenze industriali, non \u00e8 all\u2019ordine del giorno per Garibaldi ed i suoi.<\/p>\n<p>Non avrebbe potuto esserlo. Il postulato nazionalista ed americanista del governo del Cerrito installato da Oribe alle porte della citt\u00e0 ha, oltretutto, un carattere xenofobo, il pericolo del quale non sfugge all\u2019immigrazione europea. L\u2019armamentario ideologico blanco, perfino pi\u00f9 raffinato rispetto all\u2019avversario colorado Rivera, archetipo del caudillismo senza definizione ideologica, lungi dal concepire forme di sviluppo libere da ipoteche europee, non va molto pi\u00f9 in l\u00e0 del propugnare il monopolio degli orientali di nascita nei posti pubblici. Lo accompagna col disprezzo per il cosmopolitismo montevideano nel quale si sottolinea, con qualche ragione, l\u2019essere la produzione come la difesa in mani straniere.<\/p>\n<p>Tutta l\u2019interpretazione blanca della guerra civile, \u00e8 in termini di contrapposizione tra orientali e stranieri. L\u2019avere un italiano con i suoi mercenari alla testa della difesa della citt\u00e0 appare un\u2019onta da lavare.<\/p>\n<p>Per Garibaldi, pur aborrendo l\u2019intervento francese, solo il piccolo imperialismo argentino, che vuole privare l\u2019Uruguay del valore per gli esuli italiani pi\u00f9 sacro, quello dell\u2019indipendenza nazionale, appare questionabile. Non cos\u00ec il grande imperialismo rappresentato dalle due potenze industriali europee, una formata, la Gran Bretagna ed una in fieri ma gi\u00e0 rampante, la Francia di Luigi Filippo. Quest\u2019ultima, anzi, diventa compagna di percorso nella difesa di Montevideo.<\/p>\n<p>Oltre al quasi immediato riferimento al \u201998 cubano, altri due paragoni uguali e contrari possono illuminare e confermare l\u2019incidenza del paradosso nella vicenda. Il primo \u00e8 quello spagnolo del 2 di maggio del 1808 e della sollevazione contro Murat. All\u2019assolutismo di Ferdinando VII si associa l\u2019idea d\u2019indipendenza nazionale contro il regime filo-napoleonico, illuminista ma \u201caffranciosato\u201d, di Murat. Sessant\u2019anni pi\u00f9 avanti, con esito opposto, la Gran Bretagna raccoglie i dividendi della guerra di sterminio combattuta da Argentina, Brasile ed Uruguay per abbattere il regime protezionista paraguayano. Reo, quest\u2019ultimo, di non dovere nulla a nessuno e di tentare una propria via di sviluppo.<\/p>\n<p>Sono considerazioni dovute a posteriori ma che non possono non tener conto come fosse naturale, per il giovane liberale porte\u00f1o o montevideano, cos\u00ec come per il rivoluzionario europeo esule, aderire a quella che sente come una lotta universale tra borghesia europea opposta all\u2019assolutismo monarchico e tra progresso e conservazione.<br \/>\nLa nuova Troia<\/p>\n<p>L\u2019Uruguay che giura la sua costituzione nel 1830 conta appena 74.000 abitanti, mal distribuiti in un territorio grande quanto l\u2019Italia centro-settentrionale. Molti di questi sono coloni brasiliani. Brasiliani a tutti gli effetti gi\u00e0 che leggi, lingua e giustizia riconosciuta saranno ancora per decenni quelle dell\u2019Impero. La Montevideo del 1843 ha una popolazione di circa 30.000 abitanti. Tra questi, 6.300 francesi, 4.200 italiani, 3.400 spagnoli e 2.500 argentini. Solo le quattro comunit\u00e0 straniere pi\u00f9 numerose sommano oltre il 50% della popolazione. Tra il 1840 ed il 1852, giungono a Montevideo oltre 6.000 sudditi degli Stati sardi. Sono i soli immigrati legali. Molti altri, il fenomeno ricorda da vicino quelli contemporanei con l\u2019Italia come approdo, giungono in Uruguay senza visto o imbarcati per la fittizia destinazione di Gibilterra e abbandonati in un punto qualsiasi della costa uruguayana per proseguire verso un ignoto che sovente non prevede alcuna registrazione.<\/p>\n<p>Su questa immigrazione se ne innesta un\u2019altra non poverissima ma, soprattutto se francese, inglese, tedesca, spesso in grado di acquisire tenute che non di rado si misurano in migliaia di ettari. L\u2019esigenza di garantire le propriet\u00e0 dei connazionali diviene ben presto una delle principali funzioni consolari e motivo di ingerenza incontrollabile per uno stato incapace di prescindere da sussidi stranieri, prima francesi poi brasiliani e che, quando deve difendersi dall\u2019invasione argentina, pu\u00f2 fornire appena il 20% degli effettivi dell\u2019esercito. Gli altri li garantiscono, anche con generosit\u00e0, le varie comunit\u00e0 straniere. Si formano cos\u00ec una legione francese, che arriva a 2.600 effettivi ed una italiana, che giunge a toccare i 700.<\/p>\n<p>Quando Garibaldi giunge a Montevideo si va saldando l\u2019intesa tra Uruguay, il Rio Grande e le province argentine di Santa F\u00e9, Corrientes ed Entre Rios che condividono con le potenze europee la necessit\u00e0 della libera circolazione dei fiumi, negata da Rosas, accentratore sulla dogana di Buenos Aires di tutto il commercio argentino.<\/p>\n<p>Il 6 dicembre 1842 l\u2019eterogenea e debole coalizione condotta da Fructuoso Rivera viene distrutta, \u00abcome forse mai successe ad altro esercito\u00bb nella battaglia di Arroyo Grande. Garibaldi, evita di entrare nel merito limitandosi ad affermare la sconfitta causata da ambizione ed egoismo. Non nomina Rivera, in altri casi peraltro blandamente elogiato per le capacit\u00e0 tattiche, ma in qualche modo il riferimento \u00e8 obbligato. Di l\u00ec a poche pagine, di nuovo senza nominare l\u2019uomo per il quale formalmente combatte, si fa del tutto esplicito: \u00abNon era pi\u00f9 la causa d\u2019un uomo che [&#8230;] spingeva le moltitudini sui campi di battaglia &#8211; l\u2019astro di quell\u2019uomo avea tramontato nell\u2019ultimo conflitto &#8211; ed invano sforzavasi in seguito di rialzarsi, ma era la causa nazionale [&#8230;]\u00bb.<\/p>\n<p>Scene apocalittiche ed esecuzioni di massa sono ammesse dagli stessi bianchi. Oribe, il \u00abtremendo luogotenente del tiranno Rosas\u00bb, invadendo il paese, mette a rischio la stessa esistenza dell\u2019Uruguay come stato indipendente.<\/p>\n<p>Quella che fino a quel momento \u00e8 apparsa la lotta di potere tra due caudilli, quello Blanco e quello Colorado, assume una nuova luce. L\u2019Uruguay, invaso e ridotto a lungo alla sola Montevideo diventa la Nouvelle Troie da difendere dagli invasori. L\u2019efficace conio di Alexandre Dumas lega per la prima volta la figura del nizzardo a quella del pubblicista e scrittore francese che sar\u00e0 il pi\u00f9 prestigioso tra i biografi di Garibaldi. Il libro di Dumas \u00e8 un pamphlet scritto per appellarsi al sostegno della Francia esaltando l\u2019eroismo dei difensori di Montevideo. Garibaldi vi splende di luce propria.<\/p>\n<p>L\u2019assedio dura dal febbraio del 1843 all\u2019ottobre del 1851. Nessuna delle due parti \u00e8 in grado di prevalere sull\u2019altra ed alla fine non ci sar\u00e0 altra soluzione che la negoziale. I costi umani, soprattutto per i civili, sono altissimi. La popolazione torna a diminuire ed il patrimonio bovino, la principale ricchezza del paese, si riduce ai minimi storici passando da 7 a meno di 2 milioni di capi.<\/p>\n<p>Di fronte alla possibile repressione di un ingresso in citt\u00e0 degli uomini di Oribe e Rosas, che almeno agli esuli argentini costerebbe la vita, le collettivit\u00e0 straniere residenti, altrimenti esentate dal servizio, decidono in vaste proporzioni di prendere le armi in difesa della citt\u00e0. Nasce cos\u00ec, sorta di \u201cBrigate internazionali\u201d ante litteram, la Legione italiana. Fin dall\u2019inizio \u00e8 permeata da idee mazziniane e repubblicane ma \u00e8 in larga misura composta da immigrati economici che cercano di costruirsi una nuova vita al di l\u00e0 dell\u2019Atlantico. Gli inizi della Legione, un battaglione di fanteria che inalbera uno stendardo nero con al centro un Vesuvio ardente a rappresentare il fuoco del lutto italiano, sono difficili per inesperienza e scarsa conoscenza del territorio. Ci\u00f2 provoca anche qualche risentimento e motto che poi si ritrova in alcuni versi a dispetto della tradizione della poesia gauchesca. Ben presto Garibaldi, che agli inizi scrive: \u00abio arrossivo di vergogna\u00bb, pu\u00f2 essere presto orgoglioso dei suoi. Il giudizio per\u00f2 non \u00e8 sempre unanime.<\/p>\n<p>Da parte blanca, sia per motivi di opportunit\u00e0 politica sia per una distinta percezione storica della guerra, il giudizio \u00e8 distinto. Magari\u00f1os de Mello, lo definisce tout-court un pirata imputandogli saccheggi ed incendi metodici. Il giudizio \u00e8 poi asperrimo per la Legione pur concedendo che senza Garibaldi sarebbe stato di gran lunga peggiore. Vero \u00e8 che sulla disciplina della Legione italiana tornano in molti, non tutti bianchi, generalmente con toni negativi. Walewski descrive a Guizot, nel 1847, la Legione come un branco di cattivi soggetti. Eppure, ne scrive Mazzini da Livorno a Nicola Fabrizi, \u00e8 entusiasta di Garibaldi. Un alto grado colorado, Ventura Rodriguez, distingue tra valore in battaglia e condotta turbolenta al di fuori attribuendo i meriti della prima alle doti del comandante. Lo stesso Garibaldi, sia pure con toni sfumati ammette di avere avuto problemi d\u2019indisciplina. Sono polemiche particolarmente vive ad inizio secolo tra partiti tradizionali e tra cattolici e massoni e dove emerge la figura di Setembrino Pereda, polemista colorado, liberale ed anticlericale, informato e che conta ancora su alcuni testimoni diretti.<\/p>\n<p>La figura dell\u2019italiano non passa inavvertita. Cos\u00ec lo descrive lo storico e politico argentino, poi presidente della Repubblica nonch\u00e9 traduttore di Dante, Bartolom\u00e9 Mitre, all\u2019epoca giovanissimo combattente unitario: \u00abLa personalit\u00e0 di Garibaldi esercitava una fascinazione irresistibile per una specie mistero morale che emanava\u00bb. Mitre lo ricorda con voce dolce e vibrante cantare l\u2019inno della Giovine Italia mangiando pane imbevuto di salsa di aglio preparata alla genovese.<\/p>\n<p>In Uruguay come gi\u00e0 in Brasile, la vita non appare facile a Garibaldi. Pur amando molto il paese che ricorda sempre con affetto, quanto vede e rammenta stride spesso con i suoi ideali. E\u2019 l\u2019occasione per lui di mettere in risalto con partecipazione le ingiustizie sociali, la sorte dei nativi, degli schiavi, degli animali. Di fronte ad un territorio di fatto deserto, riflette sulle \u00abimmense estancias a perdita d\u2019occhio fino all\u2019orizzonte e propriet\u00e0 di un solo individuo laddove ne potrebbero vivere agiatamente molte famiglie\u00bb. Le umiliazioni e la morte inflitta quotidianamente agli animali (nell\u2019Uruguay di quegli anni si uccideva una vacca per la sola pelle) scrive: \u00ab\u00bfE le sventure inflitte alle altre razze animali? Io credo: la morte una semplice transazione della materia, a cui conviene conformarsi pacatamente &#8211; anzi famigliarizzarsi con essa &#8211; Ma i patimenti inflitti da un essere all\u2019altro! Oh! io credo che esistendo una vendetta della natura, essa dev\u2019essere applicata ai ministri del rogo, delle torture e di qualunque sofferenza inflitta ad animale qualunque\u00bb.<\/p>\n<p>Nel 1846 suo luogotenente \u00e8 un tal \u201cindigeno Paolo\u201d, sulla cui razza e sulle relative disgrazie, spende parole chiare parlando dei \u00abpredoni europei\u00bb che l\u2019hanno fatta infelice. Non sappiamo null\u2019altro di Paolo e non possiamo che supporlo Charrua, i nativi delle pianure uruguayane sterminati da Rivera. In un solo caso Garibaldi li nomina espressamente ed \u00e8 un\u2019aggiunta della versione definitiva rispetto alle anteriori. Lo fa in un contesto descrittivo degli immensi ed ondulati campi orientali dall\u2019aspetto tanto inusuale per un italiano non abituato ad un territorio tanto spopolato. Afferma di aver visto \u00abl\u2019ultima famiglia Chanua mendicare un pezzo di pane nei nostri campamenti\u00bb.<\/p>\n<p>Tra esperienze di vita e la Legione che conquista l\u2019ammirazione dei difensori ed accuse da parte degli assedianti, passano due anni. L\u2019ulteriore sconfitta di Rivera, a India Muerta il 27 marzo 1845, segna l\u2019ultimo tentativo colorado di riprendere il controllo dell\u2019interno del paese che da quel momento resta sotto il controllo blanco fino alla fine della guerra. Da quel momento proprio le due Legioni, francese ed italiana restano il cuore della difesa di Montevideo.<\/p>\n<p>L\u2019anno successivo, a San Antonio di Salto, l\u20198 febbraio del 1846, 186 fanti italiani al suo comando vengono colti di sorpresa da 900 uomini di cavalleria e 300 fanti nemici. Uno sfondamento avrebbe aperto le porte verso Montevideo ma la resistenza degli italiani lo impedisce. E\u2019 il momento pi\u00f9 alto del prestigio della Legione. Garibaldi, pur costantemente prodigo di meraviglia per l\u2019abilit\u00e0 delle cavallerie americane che pi\u00f9 di una volta descrive come le migliori del mondo, fa riflessioni strategiche importanti sul tramonto della cavalleria nella guerra moderna e sul buon gioco che pu\u00f2 avere un reparto di fanteria ben guidato. La soddisfazione \u00e8 presto spazzata via dal colpo di stato che a Montevideo rimette in sella Rivera. Per Garibaldi \u00e8 la fine della concordia che ha esaltato e permesso la difesa. La Repubblica Orientale ripiomba nel caos ed anche da parte colorada prende piede un\u2019ala xenofoba, della quale oltre a Rivera si fa alfiere quello stesso generale colorado Medina per il quale gli italiani avevano combattuto a San Antonio.<\/p>\n<p>Sul rapporto con Rivera e sul ruolo politico della Legione si gioca il disamorarsi di Garibaldi alla causa colorada. Secondo Mack Smith, la Legione giunge ad essere una fazione come un\u2019altra in conflitto. Di certo, in una sporca guerra civile quale quella uruguayana, in nessuna sede viene messo in dubbio il disinteresse privato di Garibaldi. Non mancano anzi i particolari sull\u2019onest\u00e0 di gestione e sulla modesta vita condotta. Garibaldi, uomo e politico, non ha per\u00f2 difficolt\u00e0 nel procurarsi amici e nemici. Nelle memorie esprime sempre giudizi netti, di stima o dissenso mantenendo forme di cautela, via via abbandonate fino ad un finale disprezzo, solo nei confronti del caudillo colorado. Se inizialmente parla di maestria di Rivera, pi\u00f9 avanti ripensa quel giudizio e la maestria viene diluita in una meno nobile categoria \u201cdegli stratagemmi\u201d non essendo \u201cun gran generale da battaglie campali\u201d. Tende in fondo a perdonare a Rivera i disastri militari ma non la gestione politica ed il \u00abvillano\u00bb spoil system con il quale gestisce la cosa pubblica minando la concordia delle forze a difesa della citt\u00e0.<\/p>\n<p>Il tempo di Rivera \u00e8 contato ed il complotto contro los gringos fallisce. Dopo Arroyo Grande e India Muerta va incontro ad una terza disfatta a Paysand\u00fa e deve riprendere la via dell\u2019esilio in Brasile. Il 25 giugno 1847 Garibaldi \u00e8 capo di tutte le forze della Defensa. A quel punto per\u00f2 la questione orientale appare a Garibaldi una mera transazione diplomatica tra Rosas e la Francia, cosa che contribuisce ulteriormente a disamorare Garibaldi che scrive come per i difensori non restino che tedio e mortificazioni. Ben presto il cuore guarda alle notizie che giungono dall\u2019Italia sulla fase riformista del pontificato di Pio IX.<\/p>\n<p>Dopo 14 anni di esilio giunge il momento di tornare. Fin dal febbraio del \u201946 e dalla battaglia di S. Antonio di Salto, giungono inviti al ritorno. Sembra improbabile che Garibaldi prospetti mai mille uomini pronti a salpare per l\u2019Italia, se ne parla per\u00f2 nel \u201947 in ambienti mazziniani, ma \u00e8 certo che il totale effettivamente partito fosse deludente. Ancora l\u20198 marzo a Torino si spera in 200 unit\u00e0. Rispetto all\u2019entusiasmo iniziale, il ritardo di mesi, causato dalla mancanza di mezzi economici sopraff\u00e0 i pi\u00f9. E\u2019 un dato che una volta di pi\u00f9 contribuisce a far luce sulla natura prettamente economica dell\u2019emigrazione italiana verso l\u2019Uruguay.<\/p>\n<p>Anita ed i figli lo precedono di pochi mesi. Si ricongiungono a Nizza nella casa materna dove Giuseppe porta il corpo trafugato della piccola Rosita morta a Montevideo. Sul Brigantino Speranza viaggiano secondo Garibaldi, 63 combattenti della Legione italiana. Candido cita il quotidiano 22 marzo di Milano che parla di 85 uomini e calcola in una ventina il numero degli ufficiali. Quando arrivano a Nizza, sessantatr\u00e9 o poche decine in pi\u00f9 che siano, l\u2019aspetto \u00e8 gi\u00e0 inconfondibile: blusa rossa con mostre verdi e pantaloni bianchi, come la divisa colorada, come poi i Mille. La maggioranza si distingue nella difesa della Repubblica Romana tanto che l\u20198 giugno del 1849 il Monitore Romano parla de \u00able tigri di Montevideo\u00bb. Tra questi, alcuni personaggi vicinissimi a Garibaldi, Sacchi, Medici e Anzani, che muore a pochi giorni dall\u2019arrivo in Italia ed alcuni cittadini uruguayani. Si ricordano Andrea Aguiar, figlio di schiavi, noto come il moro di Garibaldi che muore a Trastevere con Luciano Manara, Ignacio Bueno ed il portabandiera Manuelito Caballeros che pure cade nella difesa di Roma.<\/p>\n<p>Alle spalle si erano lasciati come scrive Garibaldi \u00abil popolo orientale in preda al pi\u00f9 malvagio dei concepimenti umani, la Diplomazia Francese\u00bb.<br \/>\nMito e memoria garibaldina in Uruguay<\/p>\n<p>Alla fine del XIX secolo, nella sola Montevideo, esistono ben sei vie intitolate all\u2019Eroe dei due mondi. Tuttora si contano almeno cinque monumenti a lui dedicati nel paese. La memoria di Garibaldi ed il garibaldinismo, restano a lungo vivi in Uruguay come pensiero politico e ideale libertario, spesso ufficiale o ufficializzato, utilizzato dai governi del partito colorado.<\/p>\n<p>Il 4 luglio 1907, primo centenario della nascita, in una piccola Montevideo che non supera i 200.000 abitanti, viene decretata la festa nazionale con celebrazioni presiedute dal Presidente Batlle y Ordo\u00f1ez davanti a pi\u00f9 di 40.000 persone. Pochi anni dopo, nel 1915, il presidente Feliciano Vera dichiara il 20 settembre festa nazionale, ma come anniversario dell\u2019entrata in Roma delle truppe di Garibaldi (sic).<\/p>\n<p>Con l\u2019interesse colorado ad utilizzare la figura di Garibaldi, compete e si affianca un garibaldinismo radicato nel tessuto sociale. Il 2 giugno del 1882, cinque giorni prima della morte dell&#8217;Eroe, viene fondato a Montevideo il \u00abCircolo legionario garibaldino\u00bb del quale \u00e8 continuatrice l\u2019associazione tuttora esistente. Lo integrano, tra gli altri, 22 cittadini italiani dei quali 14 legionari ed 8 garibaldini propriamente detti. E\u2019 una presenza alimentata anche dalla storia migratoria e politica degli anni \u201850. Dopo la caduta della Repubblica romana, molti dei difensori, braccati dalle polizie francesi, austriache, spagnole o con la prospettiva di essere costretti ad una lunga ferma nell\u2019esercito sardo, decidono di espatriare. In almeno un caso, ma seguirebbero altri viaggi del genere, la fuoruscita \u00e8 organizzata dal consolato uruguayano a Genova. Circa 150 uomini vengono convogliati in un viaggio semiclandestino per partecipare alla parte finale della difesa di Montevideo. Forse anche perci\u00f2, nel primo anniversario dei Mille, maggio 1861, i festeggiamenti montevideani sono di rimarchevoli dimensioni con luminarie, bengala, petardi che secondo il console italiano Raffo danno luce a giorno a tutta la baia.<\/p>\n<p>Siamo ancora nella prima fase del garibaldinismo in Uruguay, quella dell\u2019esistenza in vita dei contemporanei dell\u2019Eroe. E\u2019 una fase che possiamo spingere fino alle soglie della prima guerra mondiale, laddove il polemismo della pubblicistica, tratta la Guerra grande e Garibaldi come argomenti ancora all\u2019ordine del giorno. Nella prima parte del secolo, le presidenze di Batlle y Ordo\u00f1ez, pur senza toccare la struttura latifondista dello stato, danno impulso ad un riformismo sociale che disegnano l\u2019Uruguay come pa\u00eds modelo. Il periodo batllista pu\u00f2 considerarsi uno dei pochi, di effettiva vicinanza politica tra coloradismo e garibaldinismo. Da parte colorada dunque, pi\u00f9 che per la storiografia, meno ricca di quella di estrazione blanca o marxista, la permanenza o l\u2019uso della figura del nizzardo, va vista nella prassi politica e come simbolo di coesione elettoralistica pi\u00f9 di una volta funzionale a coprire i vuoti ideologici di un riformismo senza cambio sociale.<\/p>\n<p>L\u2019ufficializzazione della figura del nizzardo con il richiamo alla tradizione della Defensa, laddove Garibaldi rappresenta l\u2019aspirazione pi\u00f9 alta alla libert\u00e0 del popolo orientale, contrapposta all\u2019autoritarismo blanco di Rosas e di Oribe, fa parte per decenni della retorica politica governativa. Pi\u00f9 avanti il partito colorado affianca la comunit\u00e0 italiana nel promuovere almeno l\u2019esteriorit\u00e0 garibaldina, il museo, il monumento, le commemorazioni che si susseguono, prima vive e poi stantie, lasciando in eredit\u00e0 agli storici decine di trascrizioni di dissertazioni e discorsi di personaggi pi\u00f9 o meno illustri sempre uguali a s\u00e9 stessi ma che pure attestano una vivacit\u00e0 della memoria.<\/p>\n<p>Col tempo, anche l\u2019asprezza del giudizio di parte blanca si stempera se \u00e8 vero che proprio uno storico blanco, il positivista Pibell Devoto, pu\u00f2 essere nel 1951, il grande animatore dell\u2019acquisto e trasformazione in museo della casa dove Garibaldi visse con Anita e i figli per sette anni. Si disegna cos\u00ec una seconda fase, quella che arriva grosso modo agli anni \u201950 di questo secolo, ovvero fintanto che la comunit\u00e0 italiana di prima generazione \u00e8 forte ed attiva, nella quale quest\u2019ultima affianca e sfuma la politica locale per presentare un Garibaldi simbolo unificante di quella comunit\u00e0. Come per le Brigate partigiane, anche in Uruguay, mentre Mussolini promette di fermare sul bagnasciuga gli alleati appena sbarcati in Sicilia, un\u2019associazione Italia Libre sceglie Garibaldi per lanciare l\u2019appello all\u2019azione antifascista.<\/p>\n<p>Giungiamo cos\u00ec ad una terza fase, quella presente di declino della memoria storica, laddove un Garibaldi pu\u00f2 prestarsi a qualunque fine, anche antitetico a quello originale. E\u2019 in questo contesto che gli scritti di Pereda, pasticciatamente riassunti e pubblicati nel 1976 dallo Stato Maggiore dell\u2019Esercito, vengono riciclati per essere funzionali al disegno dittatoriale degli anni \u201870. Non colpisca l\u2019attenzione della dittatura per un uomo che in Uruguay \u00e8 considerato soprattutto simbolo di libert\u00e0. Durante tutto il regime militare si assiste infatti alla pervicace esaltazione dell\u2019elemento militare nella storia del paese. E cos\u00ec il Garibaldi simbolo di libert\u00e0 e infine annacquato \u201cpatrimonio di tutti\u201d, in quanto comandante delle forze navali durante la Guerra grande, finisce, siamo sicuri suo malgrado, per essere utile perfino all\u2019abominevole causa della repressione militare.<\/p>\n<p>Nel 1971, lo sforzo di catalogazione bibliografica garibaldina, ha prodotto due enormi tomi per un totale di 1311 pagine e 16131 voci. Cfr. A.P. Campanella, a cura di, Giuseppe Garibaldi e la tradizione garibaldina &#8211; una bibliografia dal 1807 al 1970, Ginevra 1971.<\/p>\n<p>G. Guerzoni, Garibaldi, Firenze 1982, p. XI prefazione.<\/p>\n<p>Garibaldi, preso ben presto d\u2019assalto da prestigiosi biografi, profonde energie nell\u2019autobiografia. Fin molto avanti negli anni la modifica profondamente lasciando emergere dal confronto tra distinte redazioni, importanti indicazioni storiografiche. Per questo studio il riferimento, oltre che all\u2019edizione definitiva, \u00e8 alla redazione del 1859 alla quale Garibaldi lavora al tempo dell\u2019idillio con la marchesina Raimondi. E\u2019 una versione preziosa perch\u00e9 precedente ai Mille, evento che cambia molte percezioni e priorit\u00e0 dell\u2019uomo e perch\u00e9 prima versione organica e strutturata in capitoli omogenei alla definitiva. All\u2019esegeta garibaldino evidenti sono le evoluzioni del giudizio su Mazzini, Vittorio Emanuele, il caudillo colorado Fructuoso Rivera, ma anche aspetti diversi come l\u2019indurirsi dell\u2019anticlericalismo dell\u2019Eroe che rimuove decine di riferimenti all\u2019intervento divino o provvidenziale sostituendoli di volta in volta con fortuna, natura, caso. G. Garibaldi, Memorie, edizione diplomatica dall\u2019autografo definitivo a cura di Ernesto Nathan, Torino, Societ\u00e0 Tipografica- Editrice nazionale (gi\u00e0 Roux e Viarengo), 1907, di qui in avanti, \u201cdefinitiva\u201d; G. Garibaldi, Le memorie di Garibaldi in una delle redazioni anteriori alla definitiva del 1872, a cura della Reale Commissione per l\u2019edizione degli scritti di Garibaldi, Bologna 1932, di qui in avanti, \u201canteriore\u201d.<\/p>\n<p>G. Garibaldi, definitiva p. 129 e anteriore 113.<\/p>\n<p>G. Garibaldi, definitiva p. 52 e anteriore 44.<\/p>\n<p>B. Rossi Masella, \u00abGaribaldi expresi\u00f3n de Libertad\u00bb, Garibaldi, publicaci\u00f3n anual de la asociaci\u00f3n cultural garibaldina de Montevideo, A\u00f1o 1, n. 1, Montevideo 1986, p. 64.<\/p>\n<p>G. Garibaldi, definitiva p. 53.<\/p>\n<p>Sulla condizione di Anita si accapigliano penosamente quasi tutti i biografi. Il fatto che avesse sposato a 15 anni, nel 1833, il calzolaio Manuel Duarte, trova oggi discreta concordia. Pi\u00f9 interessanti sono due particolari. Da un lato l\u2019ignorare di questi la quasi certa condizione di bigamia di lei a partire dal 1842. Appare improbabile sia mai stato esibito un documento attestante la morte di Duarte ed il certificato di matrimonio emesso dalla parrocchia di San Francisco nel 1881 (Partida de Matrimonio al folio 19 vuelta, seg\u00fan certificado n. 31318, expedido por el cura Mart\u00edn P\u00e9rez, Rector de la Parroquia, Iglesia de S. Francisco, Montevideo, 27 gennaio 1881) per permettere il matrimonio di Garibaldi con Francesca Armosino e quindi riconoscere la paternit\u00e0 degli ultimi due figli Clelia e Manlio, nulla attesta in merito. Dall\u2019altro \u00e8 significativo come Garibaldi glissi amabilmente sulla condizione di Anita contemporaneamente (Capitolo XVIII, Innamorato) assumendo la personale, ed intera, responsabilit\u00e0 del torto da lui commesso verso un innocente. Un\u2019ammissione di colpa duplice che da una parte si riferisce alla posteriore leggerezza con la quale si lascia imporre da Anita di accompagnarlo nella disastrosa ritirata dei difensori della Repubblica Romana dove trova la morte, dall\u2019altra la mezza ammissione di avere infranto la vita di un innocente, il marito legittimo di Anita.<\/p>\n<p>G. Garibaldi, definitiva p. 81.<\/p>\n<p>L. Collor, Garibaldi e a guerra dos Farrapos, Rio de Janeiro 1938, pp. 310-311<\/p>\n<p>S. Candido, Giuseppe Garibaldi&#8230; cit, p. 45.<\/p>\n<p>Per uno studio sistematico su immigrazione ed influenza francese dal secolo XVIII in poi in Uruguay, J. Duprey, Voyage aux origines fran\u00e7aises de l\u2019Uruguay, Parigi-Montevideo 1952. In particolare sull\u2019immigrazione post-unitaria e la Legione francese nella Guerra grande, cap. VII, pp. 153-204.<\/p>\n<p>Al lettore non addentro alle cose uruguayane vanno chiariti almeno due particolari. In primo luogo che la denominazione ufficiale dello stato \u00e8 Repubblica Orientale dell\u2019Uruguay con riferimento alla collocazione geografica sulla riva sinistra del fiume Plata; l\u2019aggettivo o sostantivo \u201corientale\u201d \u00e8 quindi in tutto e per tutto sinonimo di \u201curuguayano\u201d. In secondo luogo va l\u2019avvertenza di non cercare di collocare i partiti tradizionali Blanco e Colorado, che monopolizzano l\u2019intera storia del paese, nelle categorie politiche della destra o della sinistra.<\/p>\n<p>G. Garibaldi, definitiva p. 92.<\/p>\n<p>J.P. Barran, \u00abApogeo del Uruguay pastoril e caudillesco &#8211; 1839-1875\u00bb, Historia uruguaya, Tomo IV, Montevideo 1974, pp 13-20. Secondo studiosi quali Halperin Donghi, \u00abDe la revoluci\u00f3n de indipendencia a la confederaci\u00f3n rosista\u00bb, Historia argentina, Tomo 3, Buenos Aires 1972, l\u2019incidenza della politica doganale, protezionista o liberoscambista che sia, sarebbe marginale rispetto all\u2019impatto ferroviario britannico nel segnare la rovina dell\u2019artigianato locale rispetto alle merci europee.<\/p>\n<p>M.J. Magari\u00f1os de Mello, El gobierno del Cerrito, Montevideo 1963, tomo II, vol 2, p. 1343.<\/p>\n<p>M.J. Magari\u00f1os de Mello, El gobierno&#8230; cit, tomo II, vol 2, p. 1349.<\/p>\n<p>B. Paris de Oddone, Cronolog\u00eda comparada de la historia del Uruguay, Montevideo 1966, p. 142.<\/p>\n<p>I. De Mar\u00eda, Annales de la defensa de Montevideo &#8211; 1842-1851 tomo I, Montevideo 1883-1887.<\/p>\n<p>S. Candido, Giuseppe Garibaldi nel Rio della Plata 1841-1842, Firenze 1972, pp. 22-24.<\/p>\n<p>G. Garibaldi, definitiva p. 109.<\/p>\n<p>G. Garibaldi, definitiva pp. 104-105 e anteriore 92-93.<\/p>\n<p>G. Garibaldi, definitiva pp. 107-108 e anteriore 95.<\/p>\n<p>G. Garibaldi, definitiva p. 108.<\/p>\n<p>A. Dumas, Montevideo ou una nouvelle Troie, Montevideo 1850. E\u2019 a Montevideo che si salda il rapporto fiduciario tra i due. Garibaldi non solo far\u00e0 di Dumas un privilegiato confidente ma, una volta a Napoli, non esiter\u00e0 a chiamarlo all\u2019ambitissima sovrintendenza al patrimonio artistico ed agli Scavi di Pompei.<\/p>\n<p>Sulle conseguenze del conflitto, J.P. Barran, Apogeo&#8230; cit, pp. 50-59.<\/p>\n<p>Quella sarda tra le altre non \u00e8 tenuta a farlo sulla base del Trattato di amicizia, commercio e navigazione stipulato tra la Repubblica Orientale dell\u2019Uruguay ed il Regno di Sardegna il 29 ottobre del 1840.<\/p>\n<p>G. Garibaldi, definitiva p. 113.<\/p>\n<p>M.J. Magari\u00f1os de Mello, cit, tomo I, pp. 27 e 1349.<\/p>\n<p>Alessandro Colonna Walewski, figlio naturale di Napoleone I e di l\u00ec a poco, sorta di Samuel Hoare francese, Ministro degli Esteri di Napoleone III, opera come charg\u00e9s d\u2019affaires in missione straordinaria tra Montevideo, Buenos Aires ed Asunci\u00f3n, Questi, secondo quanto afferma pi\u00f9 avanti Mazzini, sarebbe entusiasta di Garibaldi. J. Duprey, Un fils de Napole\u00f3n dans les pays de la Plata au temps de Rosas, Parigi-Montevideo 1937, p. 164.<\/p>\n<p>A. Ventura Rodriguez, Memorias militares del General Ventura Rodriguez, Montevideo 1919, p. 194<\/p>\n<p>S. Pereda, Los extranjeros en la Guerra Grande, Montevideo 1904, Garibaldi en el Uruguay, 3 tomi, Montevideo 1914-1916.<\/p>\n<p>B. Mitre, Episodios troyanos, Buenos Aires 1859, pp. 56-59.<\/p>\n<p>G. Garibaldi, definitiva p. 135.<\/p>\n<p>G. Garibaldi, definitiva p. 157.<\/p>\n<p>G. Garibaldi, definitiva p. 21. Pur raffermando i giudizi a volte la distanza temporale gioca scherzi alla memoria di Garibaldi. Lo testimonia il chanua per charrua ed ancora di pi\u00f9 il gi\u00e0 citato e ripetuto Ourives per Oribe.<\/p>\n<p>G. Garibaldi, definitiva pp. 160-161.<\/p>\n<p>D. Mack Smith, Garibaldi, Milano 1959, p. 59.<\/p>\n<p>G. Garibaldi, definitiva p. 111 e anteriore 99.<\/p>\n<p>G. Garibaldi, definitiva p. 167.<\/p>\n<p>La Concordia, Torino 8 marzo 1848.<\/p>\n<p>G. Garibaldi, definitiva p. 233.<\/p>\n<p>S. Candido, Italiani dell\u2019Uruguay ed uruguayani alla difesa di Roma, Torino 1971, p. 6.<\/p>\n<p>A. Cavaciocchi, \u00abLe prime gesta di Garibaldi in Italia\u00bb, Rivista Militare Italiana, Roma 1907, p 16. La figlia Clelia, nata nel \u201967 da Francesca Armosino, ricorda di non aver mai visto il padre senza la camicia rossa.<\/p>\n<p>Il Monitore Romano, Roma 8 giugno 1949.<\/p>\n<p>Per il percorso di molti degli uomini che si imbarcano sulla \u201cSperanza\u201d, cfr: S. Candido, Italiani dell\u2019Uruguay ed uruguayani alla difesa di Roma, Torino 1971.<\/p>\n<p>G. Garibaldi, definitiva p. 170.<\/p>\n<p>M. Vanker, Un pa\u00eds modelo &#8211; Batlle y Ordo\u00f1ez, Montevideo 1980.<\/p>\n<p>N.A. Barrios Pintos, \u00abGaribaldi en la Tierra purpurea\u00bb, Garibaldi, A\u00f1o 1, n. 1, Montevideo 1986, p. 12.<\/p>\n<p>L. Fabbri, \u00abLa herencia de Garibaldi en el Plata\u00bb, Garibaldi, A\u00f1o 4, n. 4, Montevideo 1989, p. 74-85.<\/p>\n<p>\u00abAsociaci\u00f3n Italia Libre\u00bb e \u00abComit\u00e9 italo-americano de educaci\u00f3n democratica\u00bb, Garibaldi heroe de los dos mundos, Montevideo marzo 1943.<\/p>\n<p>S. Pereda (senza altra indicazione sulla fonte originale), Los italianos en la nueva Troya, Estado Mayor del Ejercito, Montevideo 1976.<\/p>\n<p>http:\/\/www.gennarocarotenuto.it<\/p>\n<p>http:\/\/www.gennarocarotenuto.it<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>3495-leroe-dei-due-mondi-giuseppe-garibaldi-in-america-latina<\/p>\n<p>4254<\/p>\n<p>EmiNews 2007<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<div class=\"mh-excerpt\"><p>20070704 16:37:00 redazione-IT Oggi, 4 luglio 2007, Giuseppe Garibaldi compie 200 anni. Di pochi personaggi storici si ricorda di pi\u00f9 l&#8217;idealit\u00e0, il coraggio, l&#8217;altruismo. 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