{"id":21467,"date":"2007-06-07T00:00:00","date_gmt":"2007-06-07T00:00:00","guid":{"rendered":"http:\/\/emigrazione-notizie.org\/?p=21467"},"modified":"2007-06-07T00:00:00","modified_gmt":"2007-06-07T00:00:00","slug":"3587-leldorado-italiano-dellextravergine-e-delle-truffe","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/emigrazione-notizie.org\/?p=21467","title":{"rendered":"3587 L&#039;ELDORADO ITALIANO DELL&#039;EXTRAVERGINE E DELLE TRUFFE"},"content":{"rendered":"<p>20070825 08:56:00 redazione-IT<\/p>\n<p>Le rivelazioni del &quot; New yorker &quot; sulle sofisticazioni<br \/>\ndi Giorgia Nardelli (Da il Salvagente 23-30 agosto 2007)<\/p>\n<p>Nient&#8217;altro che truccato. L&#8217;extravergine di oliva italiano, quello che consumiamo tanto quanto quello che esportiamo, \u00e8 &quot; troppo spesso &quot; una brutta miscela fatta in laboratorio, dove sono sapientemente amalgamati e trattati oli di semi esteri con spremute di oliva.<br \/>\nLa denuncia piove dritta dagli Stati Uniti. Sei mesi di lavoro, e in sette pagine di inchiesta fitte fitte il settimanale New Yorker torna a denunciare l&#8217;Italia come l&#8217;Eldorado dell&#8217;olio adulterato. Un paese in cui spacciare una miscela di oli scadenti per pregiato estravergine made in Italy, \u00e8 redditizio quanto il traffico di cocaina, ma con molti meno rischi.<\/p>\n<p>E&#8217; davvero cos\u00ec? L&#8217;inchiesta del New Yorker parte da sedici anni fa, nel 91, quando un grande scandalo da milioni di euro arriv\u00f2 a sfiorare anche le multinazionali dell&#8217;alimentazione. Si scopr\u00ec infatti che la pugliese Riolio, azienda produttrice tra le piu&#8217; floride, importava dall&#8217;estero olio di nocciola, che poi modificava in laboratorio per renderlo simile all&#8217;extravergine. Le partite di olio arrivavano nei porti pugliesi, di li nei laboratori dell&#8217;azienda, per essere venduti a nomi come Nestl\u00e8, Unilever, e Bertolli, i quali si dichiararono ignari di tutto.<br \/>\nNon era la sola, la Riolio. Pochi anni ancora e nel 1994 la Guardia di Finanza scopr\u00ec il coinvolgimento nel grande affare di un&#8217;altra ditta, Casa Olearia. Stesso sistema e stesso giro. Storia passata e digerita, verrebbe da pensare. Non secondo il New Yorker, che nell&#8217;inchiesta tende a dimostrare come i grandi inganni siano una realt\u00e0 ancor pi\u00f9 che viva e fiorente.<\/p>\n<p>TRAFFICO MILIONARIO<\/p>\n<p>Le tesi del giornale americano sembrano confermate in parte anche dai dati ufficiali. Solo lo scorso giugno la Guardia di Finanza ha scoperto ancora in Puglia una frode da otto milioni di euro. Partite di olio tunisino, greco e spagnolo venivano vendute come extravergine italiano. E a dare una scorsa ai numeri emersi a conclusione del programma straordinario coordinato dall&#8217; Ispettorato repressione frodi, non si tratta certo di una scoperta isolata. In soli tre mesi, da gennaio al 31 marzo, il coordinamento di Guardia di Finanza, Agenzia delle Dogane, Guardia Forestale, Nas e Nac ( il Nucleo antifrodi dei Carabinieri ) , ha consentito di effettuare controlli su 787 operatori, per un totale di 54 milioni di litri di olio di oliva ( si fa per dire ). Le irregolarit\u00e0 riscontrate sono state 176 , vale a dire pi\u00f9 di un operatore su cinque, i sequestri sono stati 13, per 90 mila litri di prodotto. Un risultato ottenuto grazie alla &quot; straordinariet\u00e0 &quot; dei controlli che si sono avvalsi di esami himici e organolettici. Spesso \u00e8 stato proprio l&#8217;assaggio a segnalare un problema che altrimenti non sarebbe emerso.<br \/>\nLe irregolarit\u00e0 pi\u00f9 frequenti, manco a dirlo, sono legate alla scoperta di &quot; prodotti stranieri spacciati per nostrani, extravergini che si sono rivelati miscele di oli di semi di pessima qualit\u00e0 &quot; spiegano dall&#8217;Ispettorato repressione frodi. La maggior parte delle truffe, specie le pi\u00f9 ardite, &quot; sono quelle di ditte minori che sofisticano partite di prodotto, poi le immettono nella grande distribuzione, spesso a prezzi irrisori, e si dileguano terminata la fornitura. Abbiamo decine di marchi finiti nel nulla e decine di denunce contro ignoti, in pratica contro societ\u00e0 che dopo la truffa si volatilizzano &quot;. Pi\u00f9 che fondato che si tratti degli stessi soggetti, che ripetono di volta in volta lo stesso gioco.<br \/>\nNe sono certi i produttori di olio italiani, che vivono il traffico illegale, secondo loro molto pi\u00f9 esteso di quanto sembri, sulla loro pelle. La loro accusa \u00e8 circostanziata: parte dell&#8217;olio di semi che arriva legalmente registrato nei nostri porti, pagato a un prezzo di appena 15-20 centesimi al litro ( come per l&#8217;olio di nocciola ), poi finisce nelle industrie di olio di oliva, dove vine miscelato illegalmente.<\/p>\n<p>SEMI SPARITI<\/p>\n<p>I soli numeri delle importazioni di oli di semi potrebbero indurre a qualche sospetto. Secondo i dati dell&#8217;Ismea, ne importiamo all&#8217;anno circa 800mila tonellate, ma i consumi domestici si attestano intorno alle 140mila tonnellate. Dove finiscano le restanti 660mila tonnellate \u00e8 impossibile saperlo, perch\u00e8 la parte di oli acquistati e utilizzati dall&#8217;industria alimentare non \u00e8 documentata.<br \/>\nAntonio Barile, responsabile della Confederazione Italiana agricoltori Puglia ha occupato pi\u00f9 volte per protesta i porti di Bari e di Monopoli , crocevia di traffici poco chiari. E come gli altri non ha dubbi: &quot; Quello dell&#8217;adulterazione \u00e8 un problema strutturale del comparto italiano. Parte dell&#8217;extravergine in commercio \u00e8 davvero adulterato con olii di nocciole, e olio lampante &quot; dice. &quot; L&#8217;olio lampante \u00e8 quello spremuto dall&#8217;oliva caduta a terra, \u00e8 molto pi\u00f9 acido e non \u00e8 commestibile, ma viene raffinato con processi chimici e unito a una percentuale di olio extravergine per fare olio di oliva &quot;.<\/p>\n<p>Il problema, come spiegano anche dall&#8217;Agenzia delle Dogane, \u00e8 che l&#8217;importazione di oli di semi e lampanti \u00e8 ovviamente legale. Ma il buco nero \u00e8 nell&#8217;assenza di informazioni su cosa ne fanno gli acquirenti dopo l&#8217;acquisto. D&#8217;altra parte &quot; Fermare tutti i carichi, dati i volumi di import ed export, equivarrebbe a paralizzare il sistema &quot; spiegano sconsolati alle Dogane.<br \/>\nSe non puo&#8217; essere scoperto prima , il mix illegale dovrebbe almeno essere fermato una volta che arriva nelle costose bottiglie di extravergine, dunque. Invece secondo molti anche in questo caso le maglie della legge e dei controlli non bastano. E la pratica illegale \u00e8 cos\u00ec comune da drogare l&#8217;intero mercato dell&#8217;olio, sostiene l&#8217;oleologo Roberto Scopo, che per anni ha affiancato Veronelli nella battaglia per l&#8217;olio di qualit\u00e0. &quot; I controlli di routine sull&#8217;extravergine si basano il pi\u00f9 delle volte sulla sola acidit\u00e0, che deve essere attorno allo 0,8 per cento e sui livelli di perossido, di regola intorno ai 20<br \/>\n.Lavorando in laboratorio un olio lampante non commestibile si riesce per\u00f2 ad ottenere l&#8217;acidit\u00e0 desiderata, e basta qualche miscela per ingannare i test tradizionali e ufficialmente riconosciuti. Sarebbe sufficiente , invece , rintracciare i valori dei polifenoli , che sono solo nell&#8217;olio extravergine di oliva, e che danno la certezza matematica di trovarsi di fronte a questo prodotto.<\/p>\n<p>Il problema esiste ancora ma non per i grandi nomi<\/p>\n<p>Quella doccia fredda  proprio non ci voleva per l&#8217;export dell&#8217;olio italiano. Tanto piu&#8217; in un momento in cui le importazioni in Usa crescevano a un ritmo del 10 per cento l&#8217;anno.<br \/>\nLeonardo Colavita , presidente di Assitol, l&#8217;associazione che riunisce tutte le imprese dell&#8217;olio, non nasconde la sua irritazione. E come c&#8217;era da attendersi, lui che \u00e8 anche a capo di uno dei grandi produttori italiani, difende la sua categoria, quella degli &quot; industriali dell&#8217;olio &quot;. &quot; Contraffare l&#8217;olio di oliva? Non \u00e8 pi\u00f9 un problema di oggi. Per una grande impresa \u00e8 difficile, stupido e controproducente. Basti pensare al numero di controlli effettuati sulle industrie del comparto &quot; . Questo l&#8217;assunto.<\/p>\n<p>Signor Colavita, l&#8217;inchiesta del New Yorker , dunque, descriverebbe le brutte abitudini di un lontano passato?<\/p>\n<p>No , il problema esiste ancora. Esiste per\u00f2 a livello dei piccoli produttori, quelli che vendono al dettaglio e che possono con maggiore facilit\u00e0 smerciare merce sofisticata. Quello che racconta Mueller ( il giornalista ndr ) nell&#8217;articolo del New Yorker accadeva quindici anni fa.<\/p>\n<p>Vuole dire che adesso le cose sono cambiate?<\/p>\n<p>Non \u00e8 tutto rose e fiori, certo. Anche oggi esistono truffe e frodi, ma sono di tipo diverso. Proprio di recente la mia ditta si \u00e8 ritrovata coinvolta in una truffa milionaria. Avevamo acquistato da un fornitore pugliese una quantit\u00e0 di olio italiano. Risultava italiano dai documenti, non avevamo altro modo per distinguerlo. Da una indagine si viene per\u00f2 a sapere che quel prodotto non era affatto pugliese, bens\u00ec straniero. E abbiamo avuto un forte danno. Non \u00e8 raro che rifilino olio greco o tunisino per nazionale, ma noi non abbiamo strumenti per riconoscerlo.<\/p>\n<p>Sulla qualit\u00e0 merceologica per\u00f2 , avete gli strumenti per vigilare.<\/p>\n<p>S\u00ec, in effetti le maggiori truffe in questo senso riguardano la provenienza. La nostra azienda, come le altre associate ad Assitol effettua analisi di laboratorio e organolettiche per dare l&#8217;extravergine migliore. Solo in laboratorio effettuiamo 23 test chimici.<\/p>\n<p>Non \u00e8 possibile che qualche grande produttore spacci per extravergini miscele di oli vari?<\/p>\n<p>E&#8217; una tecnica che non conviene. Il raffinato di olio di oliva ( la miscela di olio lampante deacidificata in laboratorio, utilizzata di regola solo per il normale olio di oliva, ma usata nelle mistificazioni , ndr. ) costa a un&#8217;azienda omai quanto l&#8217;extravergine. Noi lo paghiamo circa 2,90 euro al litro, contro i 3 &#8211; 3,50 del pregiato extravergine. Il rischio non varrebbe l&#8217;impresa.<\/p>\n<p>L&#8217;origine oscura delle olive<\/p>\n<p>IL MADE IN ITALY? RESISTE SOLO NELLE PUBBLICITA&#8217;<\/p>\n<p>Su 1,2 milioni di tonnellate di olio che si fregiano del prezioso marchio tricolore, meno della met\u00e0 vengono dai nostri confini. Le altre? Impossibile saperlo leggendo le etichette.<\/p>\n<p>Il marchio non lascerebbe spazio a dubbi. In bella vista, sotto la scritta Carapelli, ecco l&#8217;indicazione del luogo: Firenze. Per il consumatore l&#8217;associazione \u00e8 pi\u00f9 che immediata: evidentemente quell&#8217;olio vien fatto a Firenze. Peccato che di italiano, il caro vecchio olio tra i pi\u00f9 noti del mass market italiano abbia ormai poco, a cominciare dalla propriet\u00e0. Da ormai pi\u00f9 di qualche anno Carapelli \u00e8 stato acquistato dalla multinazionale spagnola Gruppo Sos Cuetara, e che detiene il 15 per cento del mercato e ha acquisito altri brand storici come Sasso e Friol. Stesso destino per l&#8217;altrettanto noto Bertolli ( con i suoi marchi Dante e San Giorgio ) entrato nella grande famiglia della multinazionale Unilever. &quot; L&#8217;unico marchio rimasto italiano tra quelli storici \u00e8 ormai Monini, che ha riscattato le quote societarie del propriet\u00e0 del gruppo Star&quot;, dice Giuseppe Politi, presidente della Confederazione italiana agricoltori ( Cia ). Non dovrebbe essere un fatto nuovo , d&#8217;altronde , se dietro nome , etichette e immagini che suggeriscono la presenza di un prodotto &quot; made in Italy &quot; si nasconda un olio che di italiano ha ben poco, anche quando extravergine. E&#8217; ormai un dato acquisito che gli oli imbottigliati dalle grandi ditte &quot; italiane &quot; , provengono in buonissima parte da Grecia , Spagna , Tunisia, e altri paesi del Mediterraneo. Dove il prezzo di manodopera e materia prima \u00e8 notevolmente inferiore, e consente grandi risparmi.<br \/>\nNumeri alla mano il fenomeno \u00e8 &quot; trasparente &quot; : l&#8217;Italia consuma 750mila tonnellate. In totale 1,2 milioni di tonnellate di prezioso &quot; made in Italy &quot; . Peccato che quello realmente prodotto da olive italiane si limiti, mediamente , a 570mila tonnellate. Secondo gli ultimi dati Istat , inoltre , nel primo trimestre del 2007 l&#8217;importazione \u00e8 cresciuta del 30 per cento. Numeri difficili da equivocare , ma non per le etichette e il packaging che suggeriscono cose diverse , e che non sono passate inosservate: &quot; L&#8217;Antitrust ha avuto un bel da fare in questi anni a dirimere questioni di pubblicit\u00e0 ingannevole da parte di consorzi dop e consumatori , che segnalavano i trucchi di chi tendeva ad accreditare per italiani oli dalle dubbie origini &quot; spiega Stefano Masini di Coldiretti. Un esempio per tutti: di fronte alla quantit\u00e0 di bottiglie che richiamano all&#8217;olio toscano, la produzione di quel territorio \u00e8 appena il 3 per cento di quella nazionale, contro il 60 per cento della puglia, il 20 per cento di Calabria e Sicilia.<br \/>\nE non c&#8217;\u00e8 nessun modo per i consumatori di capire da dove venga il prodotto, perch\u00e8 la legge europea su questo argomento \u00e8 molto generosa ( per i produttori ).<br \/>\nTnto per cominciare vieta la denominazione di origine per gli oli non vergini, i &quot; volgari &quot; oli di oliva. Quanto ai vergini e agli extravergini, la consente, ma solo come facoltativa, e ci\u00f2 significa che il produttore pu\u00f2 anche fare a meno di indicare da dove viene la materia prima dell&#8217;alimento che vende. Ma quando sceglie di farlo, e decide di indicare che il proprio extravergine \u00e8 italiano, ha un buon margine di &quot; gioco &quot; . Il regolamento comunitario 1019\/2002 prevede che l&#8217;origine di un paese possa essere indicata se almeno il 75 per cento del prodotto proviene da quel dato paese &quot; , spiega Massimo Gargano, il presidente dell&#8217;Unaprol, consorzio nazionale degli olivicoltori. Per fare un extra italiano, quindi \u00e8 sufficiente utilizzare per tre quarti &quot; materia prima &quot; nazionale, e riempire il restante 25 per cento con una miscela che puo&#8217; essere tunisina o marocchina. Niente paura, tengono tutti a precisare, non \u00e8 detto che olio africano o greco sia necessariamente pi\u00f9 scadente del nostro, d&#8217;altra parte, spiegano all&#8217;Agenzia delle Dogane, i controlli sugli oli importati riguardano anche e soprattutto gli aspetti sanitari, per verificare che i prodotti rispondano a certi standard europei ( molto pi\u00f9 rigidi, per esempio, in fatto di pesticidi ). &quot; Resta il fatto &quot; spiega Gargani, &quot; che i consumatori non sanno da dove viene ci\u00f2 che mangiano &quot;.<br \/>\nLe cose vanno peggio per il meno pregiato &quot; olio di oliva &quot;. Questo prodotto \u00e8 fatto con una miscela di olio di lampante ( quello con acidit\u00e0 al 3 per cento , non commestibile ), che poi viene deacidificato in laboratorio, e , infine miscelato con extravergine. In questo caso non solo \u00e8 vietata qualsiasi indicazione d&#8217;origine, ma non esiste neanche l&#8217;obbligo di indicare la percentuale di extravergine aggiunta per rendere il prodotto pi\u00f9 nobile.<\/p>\n<p>Porti e sbarchi<\/p>\n<p>QUEI CARICHI CONTROLLATI A CAMPIONE<\/p>\n<p>Nei porti italiani arrivano i carichi di oli &quot; vari &quot; destinati a diventare extravergine. E dagli stessi porti partono gli extravergine che finiranno all&#8217;export, ancora una volta col rischio di essere adulterati. E&#8217; per questo che una buona parte dei controlli predisposti dal programma straordinario dell&#8217;Ispettorato repressione frodi ha coinvolto l&#8217;Agenzia delle Dogane.<br \/>\nNell&#8217;impossibilit\u00e0 di verificare che tutta la merce sia in regola, i controlli nei porti vengono effettuati in maniera mirata, basandosi sul profilo di rischio relativo a ogni carico, che consente di individuare, a partire dalla tipologia del prodotto trasportato e del soggetto a cui \u00e8 destinato ( o che lo invia ) , le partite pi\u00f9 delicate.<br \/>\n&quot;Controllati speciali &quot; , naturalmente , sono i soggetti gi\u00e0 segnalati alle autorit\u00e0 giudiziarie, o le ditte che fanno movimenti di merce quantomeno sospetti. L&#8217;Agenzia delle Dogane si serve infatti di un data base che contiene i dati di tutte le merci importate ed esportate nei porti italiani, con le informazioni relative al mittente e al destinatario, al valore, al paese di origine, a quello di destinazione, e alla quantit\u00e0. Se una ditta importa per esempio un quantitativo enorme di olio di semi, e dalla banca dati risulta un esportatrice di solo olio di oliva , \u00e8 certo che sar\u00e0 tra i soggetti da tenere particolarmente d&#8217;occhio. Allo stesso modo \u00e8 considerato sospetto un numero consistente di carichi proveniente da un paese che tradizionalmente non \u00e8 un grande esportatore di olio.<br \/>\nE&#8217; a questo punto che parte l&#8217;analisi dei documenti, ed eventualmente il controllo del carico e le successive analisi chimiche sull&#8217;olio. La presenza di qualcosa di sospetto porter\u00e0 l&#8217;ispettorato a effettuare poi verifiche nello stabilimento di provenienza o di arrivo del carico. Come \u00e8 successo nei mesi scorsi durante le attivit\u00e0 del programma straordinario. Che ha consentito di realizzare quanto redditizio sia l&#8217;affare del &quot; falso &quot; olio di oliva. L&#8217;assioma \u00e8 semplice, spiegano alle Dogane, il rischio di frodi \u00e8 alto quanto pi\u00f9 \u00e8 alta la domanda del prodotto. E l&#8217;olio &quot; italiano &quot; \u00e8 ormai richiestissimo tanto in patria quanto all&#8217;estero.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>3587-leldorado-italiano-dellextravergine-e-delle-truffe<\/p>\n<p>4344<\/p>\n<p>EmiNews 2007<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<div class=\"mh-excerpt\"><p>20070825 08:56:00 redazione-IT Le rivelazioni del &quot; New yorker &quot; sulle sofisticazioni di Giorgia Nardelli (Da il Salvagente 23-30 agosto 2007) Nient&#8217;altro che truccato. 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