{"id":21235,"date":"2007-06-07T00:00:00","date_gmt":"2007-06-07T00:00:00","guid":{"rendered":"http:\/\/emigrazione-notizie.org\/?p=21235"},"modified":"2007-06-07T00:00:00","modified_gmt":"2007-06-07T00:00:00","slug":"3836-cattiva-fede-dei-media-e-criminalizzazione-dello-straniero","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/emigrazione-notizie.org\/?p=21235","title":{"rendered":"3836 CATTIVA FEDE DEI MEDIA E CRIMINALIZZAZIONE DELLO STRANIERO"},"content":{"rendered":"<p>20071105 18:57:00 redazione-IT<\/p>\n<p>di Pietro Vulpiani*<\/p>\n<p>Il colpevole dell\u2019aggressione subita dal giornalista Lamberto Sposini a Roma ha un volto. E\u2019 quello di un nostro connazionale. Ci si congratula con le autorit\u00e0 inquirenti, meno con i nostri giornalisti.<br \/>\nInfatti, aggredito da sconosciuti mascherati, il giornalista non era riuscito a cogliere la nazionalit\u00e0, straniera o italiana, dei malviventi. Nonostante le sue dichiarazioni, rese note dal comunicato stampa dell\u2019Ansa, il titolo dello stesso comunicato del 20 ottobre \u201cLamberto Sposini aggredito e rapinato da romeni al Colosseo\u201d contraddiceva le affermazioni della vittima, che non aveva idea dell\u2019identit\u00e0 nazionale degli autori. A cascata, di presunti criminali rumeni parlavano molti media nazionali mentre, sul TG4 della stessa sera, il direttore del telegiornale Emilio Fede, commentando la notizia affermava: \u201csono i rumeni che stuprano, sono i rumeni che rapinano [\u2026] guarda caso c\u2019\u00e8 sempre un rumeno di mezzo [\u2026] c\u2019\u00e8 da dire che questi rumeni, una parte di questi rumeni, una buona parte di questi rumeni francamente\u2026Ma io ho letto anche di personaggi autorevoli che dicono \u2026 e adesso basta! Prendiamoli, involtiamoli e riportiamoli al loro paese \u2026 mi pare il minimo\u2026 e qualcuno dovrebbe pur farlo\u201d.<\/p>\n<p>L\u2019episodio ha nuovamente messo in luce limiti e carenze di un sistema dell\u2019informazione che troppo spesso si distacca dalla notizia per concedersi divagazioni interpretative prive di fondatezza che alimentano pregiudizi e stereotipi e riproducono paure ed ansie nei confronti degli stranieri. Emergono cos\u00ec dubbi sulla correttezza con cui alcuni cronisti descrivono fatti criminosi in qualche modo collegati o attribuiti a cittadini di origine straniera, e sui rischi di pervenire a superficiali stigmatizzazioni della popolazione immigrata che possono alimentare la diffusione di sentimenti xenofobi. Oltre a fare pubblica ammenda, sarebbe d\u2019obbligo che i media si soffermassero a valutare come la deformazione della notizia contribuisca alla criminalizzazione di intere comunit\u00e0 straniere. Altrimenti dovremmo attendere le scuse in una aula di tribunale, come sta accadendo al tunisino Azouz Marzouk, accusato ingiustamente dai media di aver ucciso moglie, figlio, suocera e vicini di casa per l\u2019eccidio di Erba. E\u2019 del 24 ottobre 2007 la notizia che un giudice di Milano ha accolto l\u2019esposto di Marzouk  rinviando a giudizio tre giornalisti del Corriere della Sera e del Corriere di Como per rispondere dell\u2019accusa di diffamazione a mezzo stampa. Infatti, i colpevoli andavano cercati in due irreprensibili coniugi del primo piano: italiani. <\/p>\n<p>****<\/p>\n<p>L\u2019aggressione a Sposini cos\u00ec come l\u2019eccidio di Erba hanno attivato un temporaneo ed arbitrario processo di criminalizzazione che dal singolo presunto malvivente straniero hanno condotto alla stigmatizzazione di una intera comunit\u00e0, rumena per il primo, tunisina \/ maghrebina per il secondo.<br \/>\nEntrando nel merito dei processi di rappresentazione collettiva, questi episodi dovrebbero far riflettere sul ruolo dei media nella costruzione e alimentazione di un immaginario collettivo che canalizza ansie e paure verso capri espiatori che la comunit\u00e0 immigrata di turno o la generica categoria di \u201cstraniero\u201d possono ricoprire sul momento. Albert Memmi parlava del razzismo come di un fenomeno a geometria variabile, capace di adattarsi alle diverse congiunture storiche identificando di volta in volta le vittime e gli ambiti in cui esprimersi. Cos\u00ec di volta in volta cambiano le comunit\u00e0 immigrate ritenute colpevoli di crimini efferati (l\u2019altroieri marocchini, ieri albanesi, oggi rumeni, da sempre Rom); ma la loro connotazione negativa trae linfa vitale dalla propaganda istituzionale e mediatica e dalle tensioni economiche, sociali e culturali con il risultato di rendere inquieti i sonni degli italiani.<br \/>\nCertamente gli apparati simbolici che alimentano il razzismo si muovono all\u2019interno di una causazione circolare o meglio reticolare tra media, istituzioni, politica e opinione pubblica; una rete che interconnette idee, immagini, credenze e rapporti sociali. I messaggi discriminanti si autolegittimano attraverso codici linguistici negativi e immagini stereotipe, dotate di forte condivisione sociale, rigidit\u00e0 e alti livelli di generalizzazione tese alla svalutazione e inferiorizzazione dell\u2019Altro. Il successo della loro riproduzione acritica sta nell\u2019ovviet\u00e0 culturale in cui si colloca la routine comunicativa a carattere razzista.<br \/>\nNessuno di noi \u00e8 indenne da questi processi ed i media non possono essere da meno. Infatti una routine comunicativa discriminante \u00e8 istantaneamente condivisa nelle tavole domenicali, nelle cene tra amici, in treno o in fila dal medico. Raramente suscita riprovazione sociale mentre piuttosto unisce, consolida identit\u00e0 collettive, e rafforza relazioni a partire dalla semplice contrapposizione tra il Noi e l\u2019Altro, lo straniero.<br \/>\nI media fanno la loro parte, come tutti, ma fanno forse pi\u00f9 danni per la loro negativa responsabilit\u00e0 nella produzione e riproduzione di pregiudizi e stereotipi. Imprecisioni, deformazioni ed estensioni interpretative infondate delle fonti informative contribuiscono ad una rappresentazione mediale dello straniero che distorce e amplifica a dismisura la percezione e valutazione dei fenomeni, evidenziando criticit\u00e0 che favoriscono l\u2019allarme sociale. Anche quando il primario dovere di cronaca chiama, sembra che in alcune redazioni si attui una enfatizzazione selettiva di notizie sulla base della nazionalit\u00e0 dell\u2019autore del reato, anche quando quest\u2019ultima informazione appare irrilevante alla comprensione dell\u2019evento. Inoltre, mentre la cronaca quotidiana pu\u00f2 evidenziare anche insignificanti eventi criminosi in cui sia possibile segnalare l\u2019origine etnica del malvivente, lo stesso reato compiuto da attori italiani viene sottaciuto, trascurato o sottovalutato per lo scarso appeal mediatico.<br \/>\nNei due episodi citati, come sempre avviene, la tentazione di anticipare mediaticamente presumibili soluzioni a casi oscuri \u00e8 molto forte, soprattutto quando a monte l\u2019ipotesi pregiudizievole \u00e8 ventilata informalmente dalle stesse autorit\u00e0 inquirenti, le fonti primarie del giornalista. Nasce cos\u00ec la prima notizia discriminatoria, che come una improvvisa grandinata si moltiplica in una replica acritica e standardizzata di errori su tutti i media. In poche ore ci troviamo cos\u00ec a constatare una pedissequa riproduzione fotostatica di una informazione infondata capace di criminalizzare a priori la comunit\u00e0 straniera di turno. Magari ignaro dell\u2019effetto, il giornalista si trova a rivestire il ruolo di fonte di rappresentazioni xenofobe e di ingenua ancella di messaggi razzisti, e contribuisce indirettamente alla costruzione e al rafforzamento di un immaginario che definisce ed imprigiona lo straniero in categorie culturali proprie dell\u2019alterit\u00e0, della differenza da noi, in una diversit\u00e0 sinonimo di illegalit\u00e0, di pericolosit\u00e0, di devianza, di marginalit\u00e0. Nei suoi eccessi, la non-umanit\u00e0 dello straniero che emerge dalle affermazioni degli imprenditori politici del razzismo, viene riprodotta acriticamente dai media nei confronti di rappresentanti e simboli dell\u2019Islam, di Rom, Sinti, richiedenti asilo e stranieri illegalmente residenti in Italia, in genere attraverso eufemismi e metafore che ribadiscono i rischi e le minacce di un\u2019ondata migratoria da fermare. I pi\u00f9 recenti e preoccupanti effetti di questa influenza politico-mediatica sono evidenziati dalla violenta campagna di attentati contro la comunit\u00e0 islamica e gli insediamenti rom in Lombardia.<br \/>\nRientrando nell\u2019ambito dell\u2019ovviet\u00e0 culturale, la connotazione discriminante del messaggio spesso non viene neppure percepita esplicitamente dal fruitore della notizia, o se lo \u00e8, viene vissuta con dolente rassegnazione dalle stesse vittime e dalle associazioni di tutela dei diritti dei migranti, dimenticando che si tratta di reati perseguibili per legge e che esiste in Italia una normativa civilistica e penalistica avanzata. Istituzioni come l\u2019UNAR, l\u2019Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali del Dipartimento Diritti e Pari Opportunit\u00e0 della Presidenza del Consiglio dei Ministri, lamentano da tempo le scarse denuncie pervenute in tali ambiti, anche dalle stesse associazioni di advocacy che per legge hanno acquisito la legittimazione ad agire in giudizio in nome e per conto e a supporto delle vittime di discriminazione. E\u2019 chiaro che i meccanismi di produzione e alimentazione dell\u2019informazione razzista sono complessi e le sue espressioni a volte troppo implicite per essere colte puntualmente anche dal lettore \/ spettatore pi\u00f9 attento.<br \/>\nLa denuncia di Azouz Marzouk rappresenta un primo passo verso un cambiamento, anche se rimediare a questi errori \u00e8 possibile soprattutto tramite un sostanziale sforzo interno alla categoria dei giornalisti. Sono molti i redattori che con il loro impegno quotidiano lavorano per modificare questa tendenza all\u2019interno di piccole e grandi redazioni, nello spirito della Carta dei doveri del giornalista. In questi ultimi mesi, su sollecitazione dell\u2019Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite, hanno provato a formalizzare questi cambiamenti lo stesso Consiglio Nazionale dell\u2019Ordine dei Giornalisti e la Federazione Nazionale della Stampa Italiana,  insieme con un tavolo di esperti ed istituzioni come l\u2019UNAR ed il Ministero dell\u2019Interno. Il gruppo di lavoro ha predisposto un protocollo integrativo alla \u201cCarta dei doveri del giornalista\u201d relativo a rifugiati ed immigrati che potrebbe vedere la luce a breve. Devo dire che questo percorso non \u00e8 risultato scevro di ostacoli ed ha gi\u00e0 incassato il netto rifiuto da parte dell\u2019Unione Nazionale Cronisti Italiani. Ritengo per\u00f2 che la strada sia quella giusta e rappresenti un primo timido ma importante passo da favorire con ogni sforzo, per promuovere, nel totale rispetto del diritto di cronaca, la parit\u00e0 di trattamento all\u2019interno della produzione mediatica.<br \/>\nNel nuovo film di Mazzacurati, il cronista Bentivoglio spiega come raggiungere la Giusta distanza nel giornalismo, mai troppo lontano da risultare cinico, ma nemmeno troppo vicino, perch\u00e9 il coinvolgimento emotivo a volte pu\u00f2 abbagliare; aggiungerei, neppure troppo in alto, perch\u00e9 le perturbazioni poste dai pregiudizi opacizzano la realt\u00e0 e deformano contorni e lineamenti dei suoi attori. Confidiamo di raggiungere presto una giusta distanza nell\u2019informazione, per tutti, italiani e stranieri.<\/p>\n<p>* Antropologo. Esperto presso l\u2019Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali, Dipartimento per i Diritti e le Pari Opportunit\u00e0, Presidenza del Consiglio dei Ministri. E-mail p.vulpiani@palazzochigi.it<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>3836-cattiva-fede-dei-media-e-criminalizzazione-dello-straniero<\/p>\n<p>4592<\/p>\n<p>EmiNews 2007<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<div class=\"mh-excerpt\"><p>20071105 18:57:00 redazione-IT di Pietro Vulpiani* Il colpevole dell\u2019aggressione subita dal giornalista Lamberto Sposini a Roma ha un volto. 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